esodo

Esodo

Scritto da lukevergani.

6/2/2004

Numero di voti per questo studio: 0


I incontro: la ricerca e la rivelazione


Il libro dell’Esodo

Struttura

1. 1-15,21: l’oppressione in Egitto e l’uscita
2. 15,22-18,27: permanenza del popolo nel deserto
3. 19-40: in questa sezione l’elemento fondamentale è l’Alleanza al Sinai

Formazione del libro

· Nel gruppo che ha vissuto la situazione di sofferenza in Egitto, l’uscita con il passaggio del mare e l’Alleanza stabilita al Sinai, nascono e si formano le prime tradizioni orali su questi fatti. Il periodo in cui avviene l’esodo si colloca intorno al XIII sec. a.C.
· Tra il XIII sec. e il X sec. a.C. le tradizioni orali si sviluppano e se ne creano di nuove.
· Intorno al X sec., nel periodo in cui in Israele nasce la monarchia un redattore del sud del regno, probabilmente della tribù di Giuda, organizza il materiale orale. Con redattore non si intende una persona singola, ma con ogni probabilità un gruppo di persone vicine al mondo degli scribi.
Questa prima redazione viene convenzionalmente chiamata jahwista (J). Quest’opera che pone al centro i fatti dell’esodo, parte dalla creazione del mondo e svolge una storia della salvezza che si “conclude” con l’ingresso nella terra promessa.
· Tra il IX-VIII appare nel Nord del paese un’altra tradizione scritta, quella elohista (E). Riprende gli stessi eventi raccontati dalla tradizione jahwista, ma presenta una memoria più viva del cammino nel deserto e dell’esperienza del Sinai. In questa redazione troviamo le avventure di Giuseppe padre di Efraim e Manasse. Questo testo dopo la fine del Regno del Nord avvenuta per mano degli Assiri nel 721, è stato amalgamato al testo jahwista formando un’unica redazione J+E.
· Nel VII secolo sotto il regno del re Giosia, avviene una grande opera di riforma religiosa che porterà tra l’altro alla costituzione di quella che viene definita la tradizione deuteronomista (D) (della quale fa chiaramente parte il libro del Deuteronomio). Anche di questa tradizione abbiamo tracce nel libro dell’Esodo ad esempio Es 12,24-27.
· Queste tradizioni furono riprese al tempo dell’esilio (VI sec. a.C.) dalla classe sacerdotale che non solo unificò queste diverse tradizioni, ma aggiunse elementi nuovi come le genealogie e prescrizioni liturgiche (un ottimo esempio lo troviamo in Es 12 che riguarda le prescrizione per la celebrazione della Pasqua) dando vita a quella che noi oggi chiamiamo tradizione sacerdotale (P dal tedesco Priesterschrift “scritto sacerdotale”). Il risultato fu la fusione delle tradizioni J+E+P, che formò la cornice dei primi quattro libri della Torah (la Legge).
· Nel IV sec. a.C. sotto lo scriba Esdra avviene la redazione finale di tutta la Torah con l’inclusione definitiva della tradizione deuteronomista. Abbiamo così quello che noi definiamo il Pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia) e che gli ebrei chiamano Torah, il cuore di tutta la bibbia ebraica, il punto di riferimento essenziale della fede di Israele.

Questo processo di formazione è valido per ogni libro della Torah, non solo per l’Esodo. L’unica eccezione la ritroviamo nel libro del Deuteronomio che proviene, per la quasi totalità, dalla tradizione deuteronomista.


La presa di coscienza di Mosè (Es 2,11-22)


11 E avvenne in quei giorni, quando Mosè crebbe, che uscì verso i suoi fratelli e li vide sottoposti a duri lavori. E vide un uomo egiziano colpire un uomo ebreo, tra i suoi fratelli.
12 E si voltò in qua e in là e vide che non c’era uomo, e colpì l’egiziano e lo nascose nella sabbia.
13 E uscì il giorno dopo ed ecco due uomini ebrei litigavano. E disse al colpevole: ”Perché colpisci il tuo prossimo?”.
14 E disse: ”Chi fece te come uomo che comanda e che giudica su di noi? Vuoi forse uccidermi come hai ucciso l’egiziano?”. E temette Mosè e disse: “Certo la cosa è conosciuta”.
15 Quando il Faraone udì la cosa, cercò di uccidere Mosè. Ma fuggì Mosè via dal Faraone dimorò in terra di Madian e sedette vicino al pozzo.
16 Ora un sacerdote di Madian aveva sette figlie: vennero, attinsero e riempirono i condotti per abbeverare il gregge di loro padre.
17 Ma vennero dei pastori e le scacciarono. Ma si alzò Mosè e le soccorse e abbeverò il loro gregge.
18 Quando tornarono da Reuel, loro padre, egli disse loro: “Perché siete tornate così presto oggi?”.
19 E dissero: “Un uomo egiziano ci liberò dalla mano dei pastori, e inoltre attinse per noi e abbeverò il gregge”.
20 E disse alle sue figlie: “E dov’è lui? Perché lasciaste quest’uomo? Chiamatelo e mangi del pane”.
21 Così Mosè accettò di abitare con quell’uomo che gli diede in moglie Zippora sua figlia.
22 E lei partorì un figlio e Mosè gli diede nome Gherson perché disse: “Ospite (gher) fui in terra straniera”.



Il nostro viaggio all’interno del libro dell’Esodo comincia con questo brano che ho intitolato “La presa di coscienza di Mosè”. Incominciamo con il chiederci che significa prendere coscienza di una situazione. Certamente per prendere coscienza di una cosa è necessario conoscerla fino in fondo, cioè comprendere le cause che l’hanno generata. Inoltre è necessario prendere posizione ossia, definirsi in quella precisa situazione, decidere da che parte stare. Non è infatti possibile prendere coscienza di una situazione ed, al tempo stesso, rimanere impassibili di fronte ad essa.
In questo contesto si sviluppa questo primo brano della nostra ricerca.

v.11: Mosè è ormai adulto e compie l’atto di “uscire” verso i suoi fratelli. Questo verbo è estremamente importante nel libro dell’Esodo perché, come vedremo più avanti (Es, 20,2), è lo stesso verbo utilizzato per dire il passaggio dalla situazione di schiavitù a quella di liberazione. Mosè compie quindi un azione che lo porta (potremmo dire in questi termini certo più vicini alla nostra sensibilità che a quella ebraica) a uscire da se stesso per mettersi in relazione con i suoi fratelli. Questo verbo non può assolutamente essere inteso solo come l’azione pratica di uscire da un luogo, ma sottolinea certamente il cambiamento di una condizione personale. Infatti, ciò che immediatamente avviene dopo aver compiuto questo atto di “uscire”, è quello di “vedere”, di prendere coscienza di una situazione che, in fondo, era sempre stata lì “sotto i suoi occhi”. Questa nuova presa di coscienza della situazione nella quale vive il suo popolo, lo porta a “vedere” le drammatiche violenze che il suo popolo subisce. Ed è a causa di questo nuovo modo di “vedere” che la vita di Mosè cambia.

v.12: la nuova presa di coscienza porta Mosè ad agire, a ritrovare in se stesso il coraggio di una “legittima” difesa nei confronti di una violenza che colpisce colui che non può difendersi. Mosè per la prima volta nella sua vita prende le parti del popolo oppresso, contro l’oppressore, riconosce in se stesso il desiderio di ribellarsi.

vv.13-15: ormai la vita di Mosè è cambiata. La sua azione con la quale ha difeso un fratello lo mette nella condizione di prendere posizione anche all’interno della vita del suo popolo, di far sentire la sua voce anche nelle relazioni tra componenti del suo popolo. Mosè sa riconoscere ciò che è giusto e vede tra coloro che litigavano chi era il colpevole ed ecco che per la seconda volta interviene in difesa di qualcuno, prendendo posizione, mettendosi in gioco. Ma le cose non vanno esattamente come Mosè si aspettava. A lui viene posta una domanda radicale, una domanda che mette in difficoltà, che richiede profonda consapevolezza di se stessi: “chi fece te come uomo che comanda e che giudica su di noi?”. Qual è l’origine dell’autorità che porta Mosè a compiere determinati gesti, a prendere precise decisioni? La domanda posta a Mosè lo conduce a rispondere a quest’altra domanda: “Chi sei tu Mosè?”. Il richiamo all’uccisione della guardia egiziana riporta Mosè al senso della realtà, precaria e pericolosa. E questo lo spaventa. In fondo l’azione coraggiosa si era cercata di nasconderla, in modo che nessuno sapesse. Mosè nella coscienza che ha di se stesso non riesce ad affrontare la situazione e sceglie la via della fuga, come rimedio unico contro il tentativo del faraone di ucciderlo. La sua scelta per il popolo, in fondo, rimane condizionata dal rapporto che Mosè ha con se stesso. Nel momento della prova la scelta è nella direzione di salvare se stesso e lasciare il popolo al suo destino. In fondo chi è Mosè per prendere su se stesso il destino del suo popolo? Come non ritenere che fu scelta giusta quella di rifugiarsi in terra di Madian?

v.16: il racconto compie un notevole salto spaziale e ci porta nella terra di Madian, accanto ad un pozzo. Qui ci si recava per attingere acqua e per abbeverare il gregge. E come spesso accade qualcuno giunge al pozzo, dove c’è Mosè e porta il proprio gregge a dissetarsi.

v.17: la storia si ripete. Ancora indifesi, ancora aggressori, ancora implicita richiesta d’aiuto … ancora Mosè presente. La stessa scena che si ripete e che interpella di nuovo Mosè, chiede a Mosè di prendere posizione e Mosè difende quelle donne. Nel suo cuore vince il desiderio di giustizia, di stare dalla parte del più debole. Mosè si alza, le soccorre, e fa abbeverare il gregge e decide così, un’altra volta di mettersi in pericolo, nonostante stia fuggendo da un pericolo.

vv.18-19: anche in questo caso l’azione di Mosè non sembra aver suscitato reazioni nei suoi confronti, semplicemente il testo annota una domanda di Reuel sorpreso dell’arrivo anticipato delle figlie e la spiegazione delle figlie.

v.20: ma ecco la svolta nel racconto: “E dove è lui? Perché lasciaste solo quell’uomo?”. L’azione di Mosè suscita immediatamente la reazione del sacerdote di Madian che sente il dovere di ospitare quello straniero, di offrirgli ciò che è necessario per vivere. Se nel primo caso Mosè si trovò solo, con la paura di essere scoperto, in questo caso Mosè sperimenta su di sé la gratitudine.

v.21: l’incontro si fa sorpresa e la vita di Mosè cambia radicalmente. Prendere posizione contro l’ingiustizia è comunque qualcosa che cambia la vita: ora Mosè sperimenta che può nascere desiderio di gratitudine in chi è oggetto della protezione.

v.22: dall’azione di aiuto semplice nei confronti di alcune donne indifese, nasce la rivelazione della bellezza possibile della vita. Mosè non solo trova l’ospitalità che gli permette di avere ciò che è necessario per vivere (il pane e la casa). Mosè sperimenta anche la bellezza dell’amore e della paternità segno della benedizione di Dio.
Mosè è giunto a comprendere che tutto questo è dono dell’ospitalità, dell’apertura del cuore che lascia entrare nella vita del singolo l’altro con la sua diversità e la sua ricchezza. Proprio questa ospitalità genera Gherson, colui che è ospite in terra straniera.
Grazie alla sua azione coraggiosa Mosè ha cambiato la sua vita, che è diventata luogo della benedizione di Dio. Egli ha incontrato il senso buono dell’esistenza nell’ospitalità, nell’amore, nella paternità (cfr. Es 20).

La vocazione di Mosè (Es 2,23-3,15)

2,23 E fu in quel lungo periodo che il re d’Egitto morì e i figli di Israele gemevano per la loro schiavitù. E gridarono e salì il loro grido a Dio dalla loro schiavitù
24 E ascoltò Dio il loro lamento e ricordò Dio la sua alleanza con Abramo, con Isacco e con Giacobbe.
25 Così Dio guardò i figli di Israele e Dio conobbe.
3,1 Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e guidò il gregge oltre il deserto e giunse al monte di Dio, l’Oreb.
2 E apparve a lui l’angelo di JHWH in una fiamma di fuoco in mezzo al roveto. E guardò, ed ecco il roveto bruciava nel fuoco e il roveto non si consumava.
3 Così Mosè disse: “Ora mi sposto e così vedrò questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?
4 Quando JHWH vide che si spostò per vedere, allora Dio lo chiamò dal mezzo del roveto e disse: “Mosè, Mosè!” E disse: “Eccomi”.
5 E disse “Non avvicinarti oltre: togli i tuoi sandali dai tuoi piedi, perché il luogo dove tu stai in piedi è terra santa”.
6 E disse: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. E nascose Mosè il suo volto perché temeva di guardare Dio.
7 E disse JHWH: “Vidi l’oppressione del mio popolo che è in Egitto e il loro grido ascoltai a causa dei suoi oppressori, perché conobbi le sue angosce.
8 E discesi per liberare lui dalla mano dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra buona e vasta, verso terra dove scorre latte e miele, verso il luogo del Cananeo, dell’Hittita, dell’Amorreo, del Perizzita, dell’Eveo e del Gebuseo.
9 E ora ecco, il grido dei figli di Israele giunse a me, e vidi l’oppressione con la quale l’Egitto li opprime.
10 Così ora va’, manderò te dal Faraone e fa’ uscire il mio popolo, i figli di Israele dall’Egitto”.
11 E disse Mosè a Dio: “Chi sono io perché vada dal Faraone e perché faccia uscire i figli di Israele dall’Egitto?”.
12 E disse: “Perché io sarò con te, e questo per te il segno che io ti ho inviato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte”.
13 E disse Mosè a Dio: “Ecco io vado dai figli di Israele e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha inviato a voi. E mi diranno: Qual è il suo nome? Che dirò loro?
14 E disse Dio a Mosè: “Io sarò colui che sarò”. E disse: “Così dirai ai figli di Israele: Io sono inviò me a voi”
15 E disse ancora Dio a Mosè: “Così dirai ai figli di Israele: JHWH Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe inviò me a voi: questo è il mio nome per sempre il mio ricordo di generazione in generazione”.


v.23: la scena cambia drasticamente e passa dal clima di serenità e gioia della famiglia di Mosè, al grido di sofferenza del popolo. Si torna in Egitto nel luogo che Mosè ha abbandonato per paura del faraone. Qui i figli di Israele gemono a causa dell’oppressione del loro lavoro. La vita che vivono è senza libertà, senza la possibilità di poter godere ciò che offre, senza la possibilità di poter assicurare ai propri figli un futuro nella pace e nell’amore. E questo è la causa del grido che sale a Dio: il desiderio di poter vivere da esseri umani! Questo grido, dice il testo, salì a Dio. E’ importante notare che non si dice che il popolo invocò Dio, ma che il grido di sofferenza salì a Dio. E’ la sofferenza dell’ingiustizia, dell’oppressione, la sofferenza dell’innocente che ha la forza di salire a Dio, di coinvolgerlo. E forse già da qui possiamo incominciare ad intendere il valore religioso di questo passo: spesso non cogliamo che è nell’esperienza concreta della vita dell’uomo che Dio si rivela. Spesso dimentichiamo che è nella passione dell’amore, nella fatica della sofferenza, nel dramma dell’oppressione, nella gioia per la libertà, che Dio rivela il suo volto, e così lasciamo la storia concreta dell’uomo per ricercare Dio in astratti pensieri o esclusivamente in ambiti che noi abbiamo deciso essere “religiosi”. Questo grido di dolore del popolo che sale a Dio deve aiutarci a riscoprire il vero valore dell’incontro con Dio.

v.24: e Dio ascoltò. La sofferenza è la preghiera più forte che giunge a Dio e la bibbia ci assicura che Dio ascolta questa preghiera. Ma il testo sottolinea un aspetto non trascurabile. Dio ascolto perché si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco, Giacobbe. Dio ascolta perché la storia dell’uomo è già nel suo cuore, è già il luogo della sua rivelazione. Dio ascolta perché Dio è nella storia e la vive e stabilisce con l’umanità il patto di alleanza fedele nell’amore.

v.25: abbiamo qui l’apice della rivelazione, il punto nodale da qui si svilupperà il resto del racconto. Importante, per cogliere la profondità di questo passo, comprendere il significato ebraico del verbo conoscere. Per noi infatti l’espressione “e Dio conobbe”, non ha molto senso perché in essa manca l’oggetto del conoscere. Per noi il verbo conoscere ha un valore quasi esclusivamente intellettuale, ma nella cultura ebraica le cose cambiano.
Il verbo conoscere (yada¢) è il verbo dell’intimità, il verbo utilizzato anche per esprimere il rapporto sessuale, è il verbo dell’amore, della piena condivisione. Dire quindi che Dio conobbe significa dire che Dio ama in modo appassionato, si lega con un legame indissolubile al popolo, ha compassione (nel suo senso etimologico) del popolo, vive cioè su di sé la stessa sofferenza del popolo. Ecco allora la grande rivelazione Dio soffre con il popolo, la sofferenza del popolo è sofferenza di Dio. Qui entriamo nel cuore della profonda ed inavvicinabile bellezza della rivelazione biblica: Dio è colui che ama in modo appassionato, soffre con il popolo, esulta con il popolo. E capiamo come siamo lontani dall’immagine di un Dio perfettissimo assolutamente inavvicinabile nella sua perfezione dalle gioie e sofferenze dell’uomo.
Ora tutto è pronto per l’intervento di Dio.

v.3,1: ora siamo di fronte ad uno dei bellissimi ed imprevedibili passi della Bibbia che lasciano perplessi, impreparati. Abbiamo appena lasciato l’inavvicinabile mistero di Dio che si è rivelato come Colui che soffre con il popolo e ci ritroviamo all’improvviso insieme ad un pastore che compie il suo dovere. Mosè sta pascolando il gregge di suo suocero Ietro (notiamo che il nome del suocero è diverso, segno di tradizioni diverse che si sono unite).
Dai misteri di Dio, alla quotidiana vita dell’uomo in un tutt’uno che solo le pagine della Bibbia riescono a dipingere con tanta naturalezza.

v.2: a Mosè che sta pascolando il gregge, che sta semplicemente compiendo il suo dovere, Dio si rivela, il Signore appare in tutta la sua bellezza. Vogliamo fermarci per un istante su questo passo. Dio (perché nell’Antico Testamento l’angelo del Signore significa sempre la presenza di Dio) si presenta a Mosè come fuoco in un cespuglio che non viene consumato dalle fiamme. Innumerevoli sono state le rappresentazioni di questa scena, sia iconografiche, che cinematografiche e spesso, soprattutto in quest’ultime, si tende a sottolineare la spettacolarità dell’evento, la sua straordinarietà. Ma proviamo per un attimo a ripercorrere l’itinerario fin qui svolto. Mosè ha difeso un suo fratello ed è fuggito dall’Egitto. Nella terra di Madian ha difeso delle donne dopo questo evento ha trovato ospitalità. Si è sposato, ha avuto il dono di un figlio, e intanto il popolo continua a soffrire per la condizione di schiavitù. Dio partecipa in prima persona a questa sofferenza. Ci chiediamo: quale di questi eventi è straordinario? Nessuno, oppure tutti. Nessuno se intendiamo per straordinario ciò che sfugge alla nostra comprensione della natura, tutti se ci poniamo nell’ottica del cuore dell’uomo, della sua ricerca di senso nella vita. Ma adesso si pone il problema: quando Dio interviene ecco che subentra lo straordinario ed inevitabilmente la storia di Mosè si distanzia dalla storia di chiunque altro, dalla nostra storia, nella quale difficilmente abbiamo avuto la possibilità di vedere roveti che bruciano ma non si consumano. Fino a questa scena invece la storia di Mosè era vicina alla nostra. E’ la straordinarietà della rivelazione di Dio a differenziarla. Ma ne siamo così certi?
Non è troppo comodo collocare Mosè (e molti altri dopo di lui) in una sfera inavvicinabile da noi, sostenendo che lui ha avuto il privilegio di una rivelazione particolare di Dio, che noi invece non abbiamo? Proviamo allora, tenendo conto di quanto abbiamo detto anche a proposito del modo con cui si sono formati questi testi biblici, a non accostarci al testo semplicemente come se fosse una cronaca di fatti.
Proviamo a chiederci perché questo racconto per descrivere l’ingresso di Dio nella storia di Mosè, utilizzi quest’immagine, proviamo cioè ad affrontare il testo seguendo la strada simbolica. Tra le tante possibilità di interpretazione ne offro una, forse neanche la più articolata. Dio si presenta come fuoco che non consuma. Ci chiediamo: che cos’è il fuoco, che funzioni ha. Certamente il fuoco riscalda, illumina la notte, tiene lontane le bestie feroci, permette all’uomo di assaporare il gusto del cibo, migliora la qualità della vita dell’uomo, potremmo dire che è un bene indispensabile della vita. Ma il fuoco anche è terribile, perché distrugge ogni cosa. Dio è presentato come un fuoco che non distrugge, un fuoco che riscalda il cuore, che lo appassiona (ritorna alla mente l’espressione dei discepoli di Emmaus in Lc 24,32 “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino?”), fuoco capace di illuminare anche le tenebre più fitte, fuoco che si offre all’uomo per rivelare la possibile bellezza della vita. E questo fuoco non è mai stato presente nel nostro cuore?
Certo possiamo continuare a rimanere stupiti di fronte al fenomeno naturale non spiegabile e continuare a credere in un Dio che realizza straordinari effetti speciali, oppure rimanere stupiti e credere ad un Dio che anche a noi, come a Mosè ha rivelato la possibile bellezza della vita umana.

v.3: il racconto nella sua vivace cornice narrativa insiste sullo stupore di Mosè di fronte a questo fatto, che in fondo è molto simile allo stupore nostro nel vedere nelle nostre giornate la presenza reale di questo fuoco che scalda la nostra vita.

vv.4-6: il racconto della rivelazione di Dio entra nel suo momento culminante: Mosè è di fronte a Dio, entra nello spazio sacro, lo spazio dell’intimità con Dio. E’ in questo momento che finalmente l’essere umano riconosce l’irraggiungibile bellezza di Dio e non può fare altro che chinarsi. D’altro canto la distanza tra Dio e l’uomo è tale che può sorgere inevitabilmente il timore di Dio, una certa paura nel trovarsi di fronte a colui che è l’origine di ogni cosa. Questo timore però non trova riscontro nelle parole di Dio che si presenta a Mosè come il Dio dei suoi padri, un Dio che ha a cuore la sua storia.

vv.7-10: “Vidi, ascoltai, conobbi, discesi per liberare”: è in questa splendida sequenza di verbi che si svela il volto di Dio e la missione di Mosè. Possiamo notare come il crescendo indichi un sempre maggior coinvolgimento che istruisce sulle modalità di comprensione di una situazione. Come prima cosa “vidi e ascoltai”. Soltanto vedendo e ascoltando con il cuore si può realmente prendere coscienza di una situazione. Non sufficiente essere informati per comprendere sino in fondo ciò che sta avvenendo, perché l’informazione può lasciare impassibili o comunque non richiedere un coinvolgimento, se è vissuta con distacco. Ma la comprensione profonda di ciò che sta avvenendo suscita la conoscenza reale (vd. quanto detto sopra a proposito del verbo conoscere). Il coinvolgimento crea la compassione e Dio è colui che in modo infinito è capace di soffrire e di gioire con l’uomo. E proprio questa sua infinità capacità di compassione è l’origine della sua azione.
Vorrei far notare un particolare che forse può aiutarci ad una maggiore comprensione del passo. Nella traduzione ufficiale della Bibbia di Gerusalemme e in altre traduzioni questo passo viene riportato in questo modo: “Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo”. In questa traduzione mi sembra che non si riesca fino in fondo a cogliere un elemento che ritengo importante. Dio non si rende conto di una situazione solo ad un certo punto della storia; la sua presenza è costante nel tempo nel passato, nel presente e nel futuro. La sua azione non avviene solo in un certo momento. Il suo desiderio di liberare è sempre presente, come mi sembra esprima il verbo al passato remoto. Cosa allora cambia? E’ esattamente il contenuto del v.10: la vocazione di Mosè. Il presente è nella richiesta fatta a Mosè di andare dal faraone a liberare il popolo. Dio non interviene attraverso fenomeni straordinari, ma come insegna tutta la storia della salvezza, attraverso uomini e donne che accolgono la sua chiamata. Guai se noi immaginassimo che Mosè fosse stato il primo a cui Dio si rivolse per liberare il suo popolo. La sua passione per la giustizia è sempre presente, la sua compassione per l’uomo è sempre reale, sta all’uomo accoglierla e concretizzarla nella storia. Certo se nella nostra immaginazione la vocazione avviene attraverso fatti eclatanti e fuori dal normale, forse veramente Mosè fu il primo; ma se la vocazione è realmente la chiamata che Dio fa ad ogni uomo, nel profondo della sua esistenza e nel rispetto assoluto della sua libertà, allora sta all’uomo accoglierla o rifiutarla, aver fede nella promessa di Dio, oppure no.

v.11: immediatamente dopo la parola di Dio, risuona la parola di Mosè: chi sono io? Torna l’interrogativo che fu posto a Mosè sulla sua autorità, sulla sua persona. Come può un uomo compiere una tale impresa? Come può un uomo agire per liberare altri uomini dalla sofferenza? Certamente queste sono domande che ognuno si fa, ed è giusto che sia così. La realtà sembra troppo complessa e violenta per essere affrontata. Mosè pone questo interrogativo a Dio: chi sono io?

v.12: risposta: Io sarò con te. E’ la presenza di Dio in Mosè, il suo Spirito a rispondere alla domanda. Tu sei colui che è amato da Dio e quindi colui che può compiere ogni cosa! Gli occhi della fede si spalancano sulla storia: è proprio nella relazione intima tra Dio e l’uomo l’origine di ogni cambiamento, l’origine di ogni azione rivolta alla realizzazione dell’essere umano. Lo Spirito di Dio che abita nell’uomo, innalza l’uomo fino a Dio, fa esplodere nell’uomo la consapevolezza dell’infinito che in lui è presente.

vv.13-15: giungiamo così alla conclusione di questo brano. Mosè dopo aver richiesto a Dio qual era la sua identità, pone a Dio una seconda domanda: Chi sei tu, qual è il tuo nome? E la risposta di Dio risuona ancora una volta come una rivelazione di una bellezza sconcertante “Io sarò colui che sarò” (altre traduzioni propongono “Io sono colui che sono”, ma i verbi del racconto sono al tempo infinito, lo stesso tempo del verbo contenuto nella risposta a Mosè). E’ sconcertante perché il nome di Dio riprende la risposta data a Mosè sull’identità di Mosè. Ancora una volta viene ribadita la grande Verità della rivelazione di Dio: Dio è colui che sta accanto all’uomo, nell’uomo. L’identità dell’uomo, il suo “nome” è parte del nome di Dio in un’unione d’amore di straordinaria bellezza. Il destino dell’uomo e il destino di Dio sono intrecciati insieme. L’uomo è accolto da Dio e innalzato fino a sé, perché l’uomo comprenda la sua vera identità di figlio di Dio.
La tradizione cristiana che crede in un Dio che si è fatto uomo è pronta a comprendere il mistero di un Dio che rivela il suo nome in relazione al nome dell’uomo.

Per concludere ci chiediamo: perché Mosè ebbe questa rivelazione? Il racconto della bibbia sembra suggerirci una risposta: Mosè ha toccato con mano la possibile bellezza della vita. E’ stato accolto nonostante fosse uno straniero, ha conosciuto l’amore, ha avuto un figlio, ha lavorato nella pace e ha sentito che questa bellezza è il futuro che Dio, JHWH Dio, colui che sta sempre accanto all’uomo, ha pensato per ogni uomo. In questa esperienza sta la rivelazione di Dio che gli occhi della fede sanno cogliere e sentire come fuoco che scalda il cuore, che lo accende di passione per l’umanità e che non distrugge nulla di ciò che ha creato.






II incontro: il passaggio del mare

Es 14,10-31

10 Quando il Faraone fu vicino i figli d’Israele alzarono gli occhi ed ecco, gli Egiziani erano in marcia dietro a loro. E molto temettero i figli d’Israele e gridarono a JHWH.
11 E dissero a Mosè: “Non c’erano tombe in Egitto perché portasti noi a morire nel deserto? Perché ci hai fatto questo e ci hai condotti fuori dall’Egitto?
12 Non era forse questa la parola che ti dicemmo in Egitto: Vai via da noi e lasciaci servire l’Egitto, perché meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto”?
13 E disse Mosè al popolo: “Non temete, stati saldi e vedrete oggi la salvezza di JHWH: perché quanti Egiziani voi vedrete oggi non ne vedrete mai più.
14 JHWH combatterà per voi e voi sarete tranquilli”.
15 Allora JHWH disse a Mosè: “Perché gridi verso di me? Parla ai figli d’Israele e partano.
16 E tu alza il tuo bastone e stendi la tua mano sul mare e dividilo ed entrino i figli d’Israele in mezzo al mare sull’asciutto.
17 Ed io renderò ostinato il cuore degli Egiziani ed entreranno dietro di loro e dimostrerò la mia gloria contro il Faraone e contro tutto il suo esercito, contro i suoi carri e contro i suoi cavalieri.
18 Allora sapranno gli Egiziani che io sono JHWH quando dimostrerò la mia gloria contro il Faraone contro i suoi carri e i suoi cavalieri”.
19 Poi partì l’angelo di Dio che precedeva l’accampamento d’Israele e andò dietro di loro, e partì la colonna di nube che era davanti a loro e passò dietro di loro:
20 si trovò così tra l’accampamento degli Egiziani e l’accampamento d’Israele. E la nube fu tenebra, e la nube illuminò la notte.
21 Allora Mosè stese la sua mano sul mare e JHWH sospinse il mare con forte vento d’oriente per tutta la notte e il mare fu terra asciutta. E si divisero le acque.
22 E vennero i figli d’Israele in mezzo al mare sull’asciutto e le acque per loro erano una muraglia alla loro destra e alla loro sinistra.
23 Gli Egiziani li inseguirono e giunsero dietro a loro con tutti i cavalli del Faraone i suoi carri e i suoi cavalieri, in mezzo al mare.
24 E alla veglia del mattino JHWH guardò giù verso l’accampamento degli Egiziani dalla colonna di fuoco e di nube e portò scompiglio nell’accampamento degli Egiziani.
25 E inceppò le ruote dei loro carri così che guidavano con fatica. E gli Egiziani dissero:”Fuggiremo di fronte a Israele, perché JHWH combatte per loro contro gli Egiziani”.
26 Allora JHWH disse a Mosè: “Stendi la tua mano sul mare e le acque ritorneranno sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri”.
27 Allora Mosè stese la sua mano sul mare, e il mare, verso il mattino, tornò al suo livello e gli Egiziani che fuggivano, gli si diressero contro. E JHWH travolse gli Egiziani in mezzo al mare.
28 E le acque ritornarono e coprirono tutti i carri e i cavalieri e l’esercito del Faraone che venivano dietro a loro in mezzo al mare: non rimase di loro neppure uno.
29 Ma i figli di Israele andarono sull’asciutto in mezzo al mare e le acque erano per loro una muraglia alla loro destra e alla loro sinistra.
30 Così JHWH salvò in quel giorno Israele dalla mano degli Egiziani e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare.
31 Quando Israele vide la mano grande che JHWH usò contro gli Egiziani allora il popolo temette JHWH e credette a JHWH e a Mosè suo servo.
E’ questo uno dei brani più famosi della narrazione biblica. Tutti, più o meno precisamente, hanno presente questo episodio, almeno nella sua scena principale che è certamente costituita dal momento in cui le acque del mare si aprono. Numerose sono state le ricostruzioni filmiche di questo episodio, che hanno contribuito certamente ad una sua diffusa conoscenza.
Noi ora cerchiamo di approfondire questa conoscenza per poterla gustare più a fondo nella sua ricchezza.

v.10: ho deciso di incominciare il racconto dal v.10 poiché mi sembrava potesse aiutarci a cogliere il contesto del passaggio del mare in modo preciso.
La prima scena nella quale siamo inseriti è quella che rappresenta un popolo che sta fuggendo, braccato da un esercito; è quella di gente innocente che fugge da una condizione di male, di schiavitù e vede la propria vita in pericolo.
Un esercito in marcia, vuole impedire questa fuga verso la libertà. La forza, ancora una volta nella storia ( … e quante volte in seguito!) diventa strumento nelle mani dei potenti, usato per opprimere, per sottomettere il più debole, per trarne da lui un beneficio. E colui che si sente indifeso è assalito dalla paura, dall’angoscia, da un sempre crescente senso di impotenza. Questo terrore sfocia in un grido verso JHWH.

vv.11-12: il grido è insieme richiesta disperata di aiuto, ma anche forte protesta contro chi, forse in preda ad eccessivo zelo religioso, oppure infatuato da utopici sogni di libertà, non ha guardato in faccia la realtà. La realtà è che in fondo è meglio sopravvivere piuttosto che rischiare la vita. Meglio una vita oppressa, che la morte. La realtà è che forse bisogna imparare ad accettare la condizione nella quale ci si trova, perché in fondo forse è questa la stessa volontà di Dio.
E se anche così non fosse, che diritto ha Mosè, che diritto ha Dio stesso, di mettere a rischio la vita di uomini, donne e bambini?
E’ meglio servire che morire! E’ meglio avere la certezza di una vita, anche se disumana ed insopportabile, piuttosto che la certezza della morte.
Ma allora, perché gridare verso Dio (vd. Es 2,23)? Perché chiedere a lui di intervenire? Perché non accettare passivamente la situazione negativa e comunque continuare a lodare e ringraziare Dio per il dono della vita ricevuto?
O forse ci si aspettava che l’intervento di Dio fosse quello semplicemente di annientare i nemici, in modo potente e straordinario? O fosse quello di scendere dal cielo con fuoco e fulmini e con mano potente distruggere ed annientare i nemici?
Forse si desiderava un Dio che offrisse la libertà all’uomo, il senso della vita, senza la partecipazione dell’uomo?
Forse la domanda da porsi è questa: che spazio ha nell’esperienza della fede il coraggio di mettersi in gioco, di rischiare molto in nome della possibile pienezza della vita? Che spazio ha nell’incontro con Dio il desiderio di lottare contro il male anche a rischio della vita?
Veramente è meglio sopravvivere da schiavi, oppressi, torturati e senza dignità?

vv.13-14: Mosè, ancora una volta, si trova a dover scoprire la ragione del suo operato ed essere in grado di mostrarla ad altri. Questa ragione Mosè la trova nella sua fede in un Dio che combatterà per Israele. Ciò che conta, secondo lui, è rimanere saldi in questa fede: solo chi rimane saldo può vedere la salvezza. JHWH combatterà per il suo popolo, la schiavitù sarà annientata e i figli di Israele potranno vivere tranquilli. Questa salvezza, opera della mano potente di Dio, incontrerà la vita del popolo, ogni occhio potrà vederla. Mosè si offre al popolo come esempio di grande fede in Dio.

vv.15-18: nella scena che stiamo analizzando fa il suo ingresso JHWH. E come molto spesso avviene nel racconto biblico è un ingresso che introduce elementi di novità nel racconto, capovolge il senso che sta assumendo la narrazione. Nei versetti precedenti abbiamo assistito prima ad un grido di protesta del popolo e poi ad una grande professione di fede di Mosè. E dopo una tale professione di fede ci si attende una conferma di Dio, un gesto o una parola che facciano risaltare la verità delle parole di Mosè …
E invece nulla. Assistiamo di contro ad una nuova domanda: “Perché gridi verso di me?”. Qual è la ragione per la quale Mosè interpella Dio? Perché si rivolge al popolo affermando che JHWH combatterà per loro e loro se ne staranno tranquilli?
A questa domanda seguono due affermazioni: “parla ai figli di Israele e partano. E tu alza il tuo bastone e stendi la tua mano sul mare e dividilo”. A questo punto abbiamo la possibilità per tentare di intuire il senso della frase. Mosè ha compiuto la sua professione di fede; ma è una fede che riversa tutta la responsabilità degli avvenimenti su Dio. Di contro Dio richiama Mosè alla sua responsabilità e a quella del popolo. Il popolo deve mettersi in cammino, non può stare fermo e attendere l’azione meravigliosa di Dio. Deve partecipare a questa azione, mostrare la sua parte di coraggio entrando nel mare. E Mosè che professa la sua fede in JHWH, deve comprendere qual è il Dio cui ha affidato la sua vita. Certo Dio è vicino all’azione di Mosè non lo lascia solo, il “bastone” è il simbolo della presenza di Dio, della sua forza. Ma è “la mano” di Mosè che deve dividere il mare. Mosè, il profeta di Dio, non può esimersi dal compiere la volontà di Dio: liberare il popolo. Lui dividerà il mare e nella strada che si aprirà il suo popolo dovrà passare. Un prezioso commento a questi versetti mi sembra possa essere una famosa frase di San Bernardo: “Non est status in via Dei, immo mora peccatum est” (Non si può restare fermi nella via di Dio, persino l’indugio è peccato). JHWH è riconosciuto solo se l’uomo comprende che la Rivelazione passa attraverso di lui, se l’uomo accetta di essere attore della salvezza che Dio gli dona. La liberazione è dono di Dio, ma solo se Mosè stende la sua mano.
A questo punto può manifestarsi la grandezza di Dio. Nessun cuore spinto dall’ostinazione del potere può contrastare la forza di Dio, che si manifesta nello spirito di Mosè, nel suo insopprimibile desiderio di libertà.

vv.19-20: l’immagine che viene presentata in questi versetti dà al racconto una vivacità straordinaria. JHWH Dio si muove preparandosi alla battaglia, ponendosi tra un accampamento e l’altro. Una plastica immagine che ben si addice ad un’azione di guerra.
Vorrei soffermarmi per un istante sull’immagine della nube. La nube è la presenza di Dio e questa stessa presenza può essere luce o tenebra: anche qui sta all’uomo, al suo reale desiderio di incontro. E’ soltanto attraverso gli occhi della fede che si può vedere la verità delle cose. Sembrano risuonare le parole di Gesù “Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi.” (Gv 9,39).

Incomincia ora la parte centrale del racconto, quella del passaggio del mare. Prima di addentrarci nell’analisi, mi sembra opportuno fare alcune precisazioni. Come già abbiamo detto all’inizio di questo commento, nel ricordo di ciascuno sta l’immagine splendida del mare che si apre. Così questo racconto viene sempre presentato e così questo episodio è conosciuto come il passaggio del mar Rosso. Come prima cosa notiamo che non viene nominato il mar Rosso (che invece troviamo nel capitolo successivo).
Inoltre è importante notare che al v. 21 il racconto ci offre due avvenimenti diversi: il mare che si divide e il mare che viene spinto da un forte vento di oriente.
Le due descrizioni evidentemente non possono essere conciliate se non attraverso un notevole sforzo di fantasia. Il mare non può aprirsi in due parti e nello stesso tempo essere spinto verso occidente dal vento.
Altro particolare interessante lo troviamo ai vv. 23-24. Prima si dice che gli egiziani inseguono nel mare diviso il popolo che è entrato camminando sull’asciutto, e subito dopo si dice che JHWH portò scompiglio nel campo degli Egiziani che non riescono più a guidare i carri. Difficilmente si può ipotizzare che l’esercito egiziano avesse costruito il campo … in mezzo al mare!.
Di fronte a incongruenza di questo tipo generalmente ci sono due atteggiamenti opposti, che ritengo entrambi erronei: il primo quello di sorvolare su questi aspetti, offrendo una descrizione unitaria sorvolando su qualche elemento, il secondo quello di sottolineare come il testo sia impreciso e quindi inaffidabile.
Se però, con un po’ di pazienza, si lasciano da parte scorciatoie di questo tipo, si può giungere ad altre conclusioni.
Riprendiamo quello che abbiamo detto nel primo incontro a proposito della presenza nel testo dell’Esodo di diverse tradizioni letterarie (jahwista, elohista, deuteronomista, sacerdotale). Questo è un caso lampante in cui due diversi racconti sono stati fusi insieme.
Per essere più precisi riportiamo la suddivisione proposta da alcuni studiosi e da molti condivisa. In grassetto scriverò la parte della narrazione attribuita alla tradizione sacerdotale (VI sec. a.C.) e in sottolineato quella attribuita alla tradizione jahwista (X sec. a.C.).

21 Allora Mosè stese la sua mano sul mare e JHWH sospinse il mare con forte vento di oriente per tutta la notte e il mare fu terra asciutta. E si divisero le acque.
22 E vennero i figli di Israele in mezzo al mare sull’asciutto e le acque per loro erano una muraglia alla loro destra e alla loro sinistra.
23 Gli Egiziani li inseguirono e giunsero dietro a loro con tutti i cavalli del Faraone i suoi carri e i suoi cavalieri, in mezzo al mare.
24 E alla veglia del mattino JHWH guardò giù verso l’accampamento degli Egiziani dalla colonna di fuoco e di nube e portò scompiglio nell’accampamento degli Egiziani.
25 E inceppò le ruote dei loro carri così che guidavano con fatica. E gli Egiziani dissero:”Fuggiremo di fronte a Israele, perché JHWH combatte per loro contro gli Egiziani”.
26 Allora JHWH disse a Mosè: “Stendi la tua mano sul mare e le acque ritorneranno sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri”.
27 Allora Mosè stese la sua mano sul mare, e il mare, verso il mattino, tornò al suo livello e gli Egiziani che fuggivano, gli si diressero contro. E JHWH travolse gli Egiziani in mezzo al mare.
28 E le acque ritornarono e coprirono tutti i carri e i cavalieri e l’esercito del Faraone che venivano dietro a loro in mezzo al mare: non rimase di loro neppure uno.
29 Ma i figli di Israele andarono sull’asciutto in mezzo al mare e le acque erano per loro una muraglia alla loro destra e alla loro sinistra.
30 Così JHWH salvò in quel giorno Israele dalla mano degli Egiziani e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare.
31 Quando Israele vide la mano grande che JHWH usò contro gli Egiziani allora il popolo temette JHWH e credette a JHWH e a Mosè suo servo.

Questa suddivisione del testo, che non ha alcuna pretesa di assoluta precisione, poiché sulla questione è ancora molto aperto il dibattito tra gli studiosi, ci permette però di notare come, leggendo separatamente le parti divise, il racconto si presenti in una veste più lineare, dimostrando forse la presenza reale di due racconti uniti in un secondo momento.
Cerchiamo ora di chiederci quale delle due versioni è più vicina al fatto storico (XIII sec. a.C.). Per motivi cronologici diciamo subito la tradizione jahwista (la parte sottolineata del testo). Ma questo racconto ci permette forse di comprendere meglio l’episodio, nel suo effettivo svolgimento. Un forte vento spinse le acque del mare (si pensa che sia il mar delle Canne in una zona vicina a dove oggi c’è il canale di Suez) creando una striscia di terra asciutta. I carri da guerra egiziani si impantanarono nella sabbia ancora umida e non fu possibile utilizzarli. Verso l’alba il mare tornò al suo livello consueto costringendo gli egiziani alla fuga. Classico elemento letterale nei racconti antichi è anche quello di enfatizzare il risultato di vittoria in una battaglia (“non rimase di loro neppure uno”).
Anche se ovviamente non possiamo essere sicuri di questa ricostruzione, comunque con una certa approssimazione possiamo pensare che le cose andarono in questo modo.
O forse il fatto storico fu proprio quello dell’apertura del mare?
Non voglio rispondere con un’affermazione conclusiva a questa domanda, piuttosto propongo un ulteriore domanda: per quale ragione di fronte ad un episodio così straordinario come l’apertura di un mare, si aggiunse un racconto che non accennava all’apertura dal mare, ma solo ad un forte vento che spinse il mare?
A questo punto torniamo all’analisi del testo cercando di capire per quale ragione i due racconti sono stati uniti.

vv.21-31: in questi versetti abbiamo tutti i protagonisti: JHWH, Mosè, il popolo, il Faraone, il mare.
Incominciamo con il dire che nel racconto biblico il mare è spesso utilizzato come simbolo per intendere il male. Questo perché la sua vastità e profondità incuteva timore, la sua furia appariva incontrollabile, gli abissi si credevano abitati da mostri marini. Per tutti basti vedere il testo dell’Apocalisse nel quale l’autore descrivendo l’avvento della nuova Gerusalemme, il Regno di Dio, il male è assente : “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano passati e il mare non c’era più” (Ap 21,1).
Proviamo allora ad interpretare il testo in chiave simbolica: il popolo di Israele è schiavo in Egitto, la sua è una situazione di male causata dal Faraone, dagli Egiziani. Questo male sembra invincibile, non si riesce neppure ad immaginare una possibile via di uscita. Fino a quando un uomo, Mosè, confidando nella forza della Parola di JHWH, crede nella libertà, lega la sua vita alla forza divina della giustizia e coraggiosamente leva la sua mano (la mano non è forse il simbolo dell’azione dell’uomo?) e una strada si apre in mezzo al male. Non accanto, non aggirandolo. La strada si apre solo se il popolo con Mosè affronta il male e, confidando nel Dio della libertà riesce a sconfiggerlo. La lotta per sconfiggere il male è dura e pericolosa. Ma JHWH è dalla parte della giustizia e della verità: ha solo bisogno di uomini che abbiano, radicata nel cuore questa fede, questa insopprimibile inquietudine nel cercare il senso buono della vita, ad ogni costo.
Ma questa situazione non si ripete forse in ogni angolo della storia dell’uomo? Non è sempre presente la necessità di una forte opposizione al male in nome della giustizia, della verità, della libertà, della bellezza?
E allora ciascuno può essere Mosè, ciascuno può trovarsi di fronte ad una mare, piccolo o grosso che sia, ciascuno può alzare oppure tener ferma la sua mano.
Ecco allora il senso delle due tradizioni unite. La prima più vicina al fatto storico riporta l’evento miracoloso della liberazione, sottolineando la provvidenza di JHWH. La seconda, scritta molti secoli dopo, sottolinea l’importanza che questo evento non sia solo vissuto come ricordo del passato, ma come memoriale, ossia come celebrazione nella quale il rito si compie nel passato come nel presente, così da illuminare il futuro della speranza che viene da JHWH.
































III incontro: le dieci parole

Es 20,1-17

1 E parlò Dio e disse tutte queste parole:
2 Io JHWH sono tuo Dio, che feci uscire te dalla terra d’Egitto, da una casa dove eravate schiavi.
3 Non ci saranno per te altri dèi accanto alla mia faccia.
4 Non ti farai idolo o immagine di ciò che è su in cielo, o che è quaggiù sulla terra, né di quello che è nelle acque sotto terra.
5 Non ti prostrerai a loro e non li servirai, perché io JHWH, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri sui figli fino alla terza e quarta generazione, per coloro che mi odiano,
6 ma che fa grazia per mille generazioni, per coloro che mi amano e che osservano i miei comandamenti.
7 Non userai il nome di JHWH invano, perché JHWH non riterrà innocente chi usa il suo nome invano.
8 Ricordati il giorno di sabato per santificarlo:
9 sei giorni lavorerai e farai ogni tua opera,
10 ma il settimo giorno è sabato per JHWH tuo Dio. Non farai alcun lavoro tu, tuo figlio, tua figlia, il tuo servo e la tua serva e l’ospite che è dentro le tue porte,
11 perché in sei giorni JHWH fece i cieli e la terra, il mare e tutto ciò che vive in essi, ma riposò nel settimo giorno: perciò JHWH benedisse il giorno di sabato e lo santificò.
12 Onora tua padre e tua madre, perché si allunghino i tuoi giorni sulla terra che JHWH, tuo Dio, ti ha dato.
13 Non ucciderai
14 Non farai adulterio
15 Non ruberai
16 Non risponderai con una testimonianza falsa contro il tuo prossimo
17 Non desidererai la casa del tuo prossimo, non desidererai la donna del tuo prossimo, il suo servo, la sua serva, il suo bue, il suo asino e tutto ciò che è del tuo prossimo.


v.1: il primo versetto introduce il nostro testo e ci presenta subito un particolare interessante. Il testo biblico non ci dice che JHWH pronunciò dei comandamenti, ma delle parole (in ebraico debarim). E’ facile notare la differenza. Se usiamo il termine comandamenti sottolineiamo in modo particolare l’aspetto etico (in questo testo siamo di fronte a delle norme da seguire). Se invece traduciamo con “parole” ci poniamo più in sintonia con la tradizione ebraica che sottolinea l’aspetto rivelativo di questo brano: JHWH rivela qualcosa di sé all’uomo. La parola deve essere ascoltata perché proviene da Dio ed ha in sé una rivelazione, una verità per la vita dell’uomo, che può dare senso alla vita dell’uomo. Tutto questo è ben spiegato dal versetto seguente.

v.2: colui che si rivela all’uomo è il Dio della liberazione, colui che ha tratto il popolo fuori da una casa dove non esisteva libertà, dove i diritti essenziali dell’essere umano erano schiacciati, dove non esisteva dignità. Questo Dio ricorda al popolo che l’unica parola che può dare senso alla vita, deve partire da un evento storico, dalla concretezza della quotidianità. Qui Dio si fa conoscere e qui Dio decide di stabilire un patto di alleanza con l’uomo. Il testo non deve quindi essere inteso come una serie di norme svincolate dalla realtà storica, un codice normativo frutto di esclusivo lavoro intellettuale, ma la rivelazione di ciò che nella quotidianità permette all’uomo di non ricadere in una casa di schiavitù, ciò che consente al popolo di cogliere l’originale bellezza per cui era stato pensato da JHWH. Prima di affrontare queste parole dobbiamo essere certi di aver compreso il contesto nel quale sono inserite: solo chi conosce il Dio che libera può cogliere il senso delle sue parole, solo chi incontra Dio nella storia può scorgere in queste parole una verità. Il testo biblico ci richiama a riscoprire l’esperienza della fede innanzitutto come esperienza di relazione con Dio, relazione tra due soggetti liberi, che dà un senso all’esistenza umana. La domanda che pone questo contesto, che diventa forse la chiave interpretativa dell’intero brano, è questa: quale senso offre alla vita l’incontro con Dio?
La risposta a questa domanda ci spinge a rifiutare una accettazione aprioristica del racconto, che può suonare più o meno in questo modo: essendo comandamenti dettati da Dio, sono giusti e quindi da osservare.
Questo è fin troppo ovvio: piuttosto chiediamoci perché queste parole hanno un senso e qual è il loro senso?

v.3: la prima parola riguarda l’adorazione di JHWH. Nel contesto storico e culturale nel quale questo testo fu scritto (probabilmente il decalogo nella redazione del libro dell’Esodo è della tradizione elohista VIII sec. a.C.) questa parola non indicava la chiara fede monoteista, quanto piuttosto monolatrica. Non si escludeva a priori l’esistenza di un unico Dio, piuttosto si affermava la necessità di adorare solo JHWH. Nella versione del decalogo presente nel libro del Deuteronomio (5,6-21) appare più chiaramente (6,4) l’affermazione monoteista.
Questo però non significa una minor rilevanza di questa prima parola. Anzi nel contesto storico in cui si sviluppa la fede di Israele questo primo passo era necessario per raggiungere una chiara certezza dell’esistenza di un unico Dio e ci permette di notare un elemento assolutamente necessario nell’esperienza credente. La profondità della fede non si mostra innanzitutto in una lucida affermazione puramente intellettuale sull’unicità di Dio, sull’esistenza di un’unica divinità, con motivazioni di origine teologica e filosofica. L’esperienza della fede si áncora nella profondità della relazione che si instaura tra l’uomo e Dio, nell’aspetto esistenziale di questo rapporto. Il culto di JHWH indica la direzione verso cui è rivolto il cuore dell’uomo. Cosa sarebbe l’esperienza della fede se si limitasse ad una fredda affermazione di principio dell’unicità di Dio, e non fosse animata dal desiderio del cuore di creare una relazione affettiva con Dio, di percepire che la fede è innanzitutto esperienza di amore condiviso, passione del cuore, che anima la volontà, l’intelligenza, la creatività.
Ritorna ciò che abbiamo detto all’inizio di questa nostra riflessione: solo dall’esperienza storica concretamente vissuta, dalla ricerca appassionata della verità che si rivela nella quotidianità, attraverso gli occhi capaci di cogliere nelle vicende di tutti i giorni l’azione di JHWH che libera dalla schiavitù, si costruisce l’esperienza dell’uomo credente.
Solo a Mosè che aveva sperimentato nella sua vita l’ospitalità, l’amore la gioia della paternità si è rivelato il volto di Dio come quello di JHWH liberatore, datore del senso dell’esistenza umana.
Ecco perché la prima parola è essenzialmente legata alla seconda.

vv.4-6: la seconda parola presenta in sé due significati entrambi fondamentali nella concezione biblica. Il primo è quello del comando di non crearsi degli idoli verso cui prostrarsi. L’esperienza da cui proviene il popolo di Israele è quella della liberazione. Con la creazione di idoli l’uomo torna a sottomettersi a qualcosa che limita la sua libertà, che gli fa perdere di vista che la sua vita non è un sottomettersi a qualsiasi dio, ma quella di ricercare nella fede il dialogo libero con JHWH, da uomo libero. Sembra paradossale ma nell’idea dell’uomo talvolta appare il desiderio di sottomettersi a idoli, ad immagini visibili, quasi ad esorcizzare la paura di ciò che è sconosciuto. In questo modo vuole spingere l’uomo a diventare adulto e a ricercare la verità anche nella fatica e, talvolta nel buio.
Il secondo significato riguarda il divieto di raffigurare JHWH. Questo divieto era essenzialmente legato all’uso magico che si faceva della divinità. Una sua raffigurazione era come un sentirsi “padroni” della forza della divinità, che poteva così essere “usata” per propri scopi personali attraverso la magia. La fede di Israele si distingue anche in questo dall’esperienza religiosa dei popoli vicini: il Dio di Israele non può essere oggetto nelle mani dell’uomo, ma Dio libero e liberatore.
Inoltre il divieto di farsi immagini di JHWH risiede anche in un’altra motivazione estremamente rilevante: “esiste già un’immagine di Dio e lui stesso l’ha creata: Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza (Gen 1,26), ed ogni tentativo di vedere Dio altrove diventa subito idolatrino. L’unico culto possibile è quello del fratello, è mettere l’opera delle nostre mani a servizio della sua vita” .
I vv. 5-6 ricordano al lettore che il legame con Dio è un legame d’amore. Viene quindi sviluppato il tema della gelosia, per sottolineare, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’esperienza della fede è come prima cosa, esperienza di coinvolgimento esistenziale. L’accenno al castigo fino alla quarta generazione fa cogliere in modo appropriato (nel linguaggio dell’VIII sec. a.C.) il rischio a cui l’uomo va incontro nel momento in cui svende la sua libertà, ma fa risaltare con splendida sorpresa la disparità enorme tra il castigo e l’azione benefica di Dio, rivolta a coloro che si lasciano coinvolgere in questa esperienza di legame affettivo con lui. Accogliere JHWH come Dio che libera conduce l’uomo a cogliere la Verità della sua vita, a scoprire la straordinaria bellezza della sua grazia, che suscita dal profondo di ogni essere vivente il desiderio di amore, di giustizia, di libertà.

v.7: la terza parola sottolinea un altro modo per tentare di impadronirsi di JHWH: utilizzare il suo nome per scopi magici e superstiziosi.
Questo comando non è la negazione dell’uso del nome di Dio in assoluto. Nella Bibbia appare evidente che non solo è lecito invocare il nome di Dio, ma addirittura fondamentale nei momenti importanti della vita come la nascita (Rut 4,13ss.), il matrimonio (Gen 24,60), la designazione di un erede e del re etc. Invocare il nome di Dio è una professione di fede (Gl 3,5), se questa invocazione non è vana, non è fatta per scopi personali, ma nell’umiltà e nella lode.

vv.8-11: la quarta parola anche solo per la sua estensione si mostra subito di particolare importanza. Riguarda il sabato. La parola ebraica shabbat significa riposo. La motivazione del riposo per l’uomo proviene dal fatto che Dio stesso al termine della sua opera di creazione si riposò. Ma cerchiamo di comprendere più in profondità il significato di questa parola. Come prima cosa va sottolineato il fatto che il comando del riposo è preceduto dalla necessità di santificare il sabato. Questo è il giorno di JHWH, della sua signoria sulla storia dell’uomo, una signoria che non si presenta, come dominazione sull’uomo, ma liberazione dell’uomo stesso. L’adorazione di Dio sta insieme all’affermazione che l’uomo non è solo il suo lavoro, non è solo il suo attivismo e il suo efficientismo. L’uomo è soprattutto colui che nella comunione con Dio può cogliere il significato ultimo della sua esistenza.
Il riposo del sabato riporta l’uomo a comprendere che c’è una supremazia dell’essere sul fare. Questo non può evidentemente significare disimpegno dall’azione sociale, quanto un coglierne il suo significato profondo. Il testo è chiaro nell’affermare che in sei giorni l’uomo lavorerà e realizzerà ogni sua opera. Ma il settimo giorno è chiamato alla comunione con Dio e al riposo in modo da comprendere il senso del suo operare.
Come già nel brano della creazione (Gen 2,4bss.) appare evidente l’assoluta necessità dell’azione dell’uomo, che però nella comunione con Dio acquista un valore particolare. L’uomo partecipa con Dio alla creazione del mondo. L’atto creativo di Dio non è un atto completo, non è un atto chiuso e finito in se stesso, ma qualcosa che si svela lentamente nel corso della storia. A quest’opera partecipa anche l’uomo, quando comprende che il fine della sua azione non si risolve esclusivamente su se stesso, ma si allarga sino ad abbracciare le sorti dell’intera umanità. La rivelazione biblica insiste in modo deciso sul valore che il lavoro ha nella vita dell’uomo. Ecco perché anche all’interno del decalogo il lavoro ha un peso così determinante. Il settimo giorno, il giorno del riposo, conduce l’uomo a comprendere che la sua azione è inserita nel progetto che JHWH, il Dio della liberazione, ha sull’umanità intera. Infatti il settimo giorno è anche il giorno del compimento definitivo dell’opera di Dio: il sabato “libero” rivela all’uomo qual è il fine della creazione tutta. Ogni uomo potrà vedere e sperimentare la bellezza del compimento del Regno di Dio, la realizzazione di quel disegno di Dio sull’uomo, fatto di amore, di fratellanza, di giustizia, di solidarietà, in una parola, di sconfitta del male.
Il testo ricorda che a questo riposo, segno dell’alleanza con JHWH partecipa ogni uomo in qualunque condizione si trovi. Non può non tornarci alla mente che Mosè incominciò a comprendere la rivelazione di JHWH nel momento in cui fu ospite in terra straniera. Prendersi cura del fratello, qualunque esso sia, è il luogo del disvelamento di Dio. Nel riposo del sabato l’uomo riconosce la signoria di JHWH sul creato ed entra in comunione con JHWH, perché il compimento della creazione, la sconfitta del male, passa anche attraverso la sua azione creatrice. Il riposo sabbatico ricorda all’uomo che la storia è nelle sue mani nell’alleanza con JHWH.
In un bellissimo midrash è detto che Dio quando ebbe finito la creazione il settimo giorno si lamentò dicendo: “O Dio, tutte le cose le hai fatte a coppie e a ciascuno hai dato un compagno. Io solo sono rimasto senza nessun aiuto”. E Dio rispose: “Il popolo di Israele è il tuo compagno” .

v.12: la quinta parola riguarda il rispetto dovuto ai genitori. Come per tutte le altre parole è bene precisare che anche questa è rivolta a persone adulte. Non può quindi essere interpretata semplicemente come il comando dell’obbedienza del figlio verso i genitori in età giovanile. Il verbo che abbiamo tradotto con “onora” (kabbed)può aiutarci a cogliere il giusto significato. Questo verbo significa “dare il giusto peso”, attribuire ai genitori il valore che hanno rispetto ai figli. La quinta parola è quindi più orientata a ricordare il dovere dei figli di farsi carico con affetto, cura e riconoscenza, dei genitori anziani. Nella tradizione biblica i genitori sono il tramite che lega alla storia passata, che è un continuo succedersi di generazioni legate inscindibilmente le une alle altre. E’ quindi evidente che sotto questo comando c’è il valore che ha la tradizione nella fede ebraica.
Prendersi cura di un genitore anziano non è solo un atto di misericordia, ma innanzitutto di riconoscenza. Riconoscenza per ciò che ha fatto a noi, nel momento in cui si preso cura delle nostre necessità, della nostra educazione, della nostra cultura, della nostra formazione umana. Grazie a lui la storia ha svelato a noi il suo senso buono.
Ma ecco che allora appare chiaro che questa parola, nel momento in cui viene pronunciata, è rivolta sia ai figli che ai genitori stessi. Cerchiamo di precisare.
La parola è rivolta ai figli adulti e li richiama alla giusta riconoscenza nei confronti dei genitori. Ma i figli sono a loro volta, molto probabilmente, genitori. Se il genitore è l’anello di congiungimento della tradizione, è colui che può rivelare al fig