La centralità della Bibbia

Atti 2:42

Scritto da alfio bosco.

2/12/2017

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La Centralità della Bibbia

Autore : Alfio Bosco
Atti 2:42,43 “Essi ascoltavano con frequenza l’insegnamento degli apostoli, vivevano insieme fraternamente, partecipavano alla Cena del Signore e pregavano insieme. Dio faceva miracoli e prodigi per mezzo degli apostoli; per questo ognuno era preso da timore”(TILC).
Nell’originale greco è scritto: Ἐγίνετο δὲ πάσῃ ψυχῇ φόβος (traduzione: sorgeva poi in ogni anima timore). La parola greca φόβος può significare in senso negativo: paura fino al terrore, e in senso positivo: timore riverenziale. In Atti 2:43 la parola φόβος ha valenza positiva (timore riverenziale) e quindi indica:
• Rispetto per Dio che per mezzo degli apostoli faceva miracoli e prodigi;
• il rispetto per il ministero, per l’insegnamento;
per la fraternità.
Questa immagine è molto suggestiva, bella, affascinate, attraente, è un vero modello esemplare di “essere comunità”.
Oggi più che mai la modernizzazione culturale, la secolarizzazione e gli integralismi religiosi hanno scipito la parola di Dio. La maggior parte della cristianità si adegua ai tempi moderni, vive una fede apparente, priva di forza e di vitalità. Ognuno sceglie il proprio convincimento religioso: quello che meglio risponde al proprio gusto o quello in cui non ci si sente a disagio (2Tim 3).
Le chiese promuovono se stesse, adottano metodi che favoriscono solo il risultato economico e numerico.
Non c’è più quell’attenzione scrupolosa riguardo a se una cosa sia biblica o no. Quello che conta è che la cosa “soddisfi”, “piaccia”, “affascini”, “impressioni”.
Mai come oggi il cristianesimo è stato debole spiritualmente, incapace di attenersi ai principi degli insegnamenti della Parola, è confuso nella liturgia (l’insieme degli atti cerimoniali attraverso i quali la comunità professa pubblicamente la sua fede).
Gesù disse: “Se perseverate nella mia Parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8:31,32).
Ogni credente, qualunque sia la sua posizione nella chiesa, ha l’obbligo di ridare centralità alla Bibbia e la deve considerare il vero e unico riferimento per la crescita della fede, per l’organizzazione sociale e spirituale della comunità, per la disciplina, per il ministero, per l’assistenza e per l’autorità.
1. Che cos’è la Bibbia
La Bibbia è come un grande giardino, ricco di fiori e di piante, un giardino con ampi viali, angoli e passaggi oscuri. Un giardino da conoscere, da godere, da amare per le sue bellezze e per il valore dei suoi contenuti, e per conoscerlo si ci deve entrare assiduamente.
La Bibbia è un libro sacro. Per la cultura ebraica il termine sacro assume il significato di “particolare” e di “unico”.
Ogni religione ha il proprio “libro sacro”. Non possiamo, infatti, sapere nulla dell’Islam (il Corano), del Buddismo (i Tre Cesti), dell’Induismo (i Quattro Veda), dello Shinthoismo (la Via degli dei), della religione degli antichi romani (i libri sibillini) e di tutte le altre religioni, senza leggere e consultare il loro libro sacro.
Questi libri sono il risultato di un’ intuizione mistica e contemplativa. Identificano la divinità con la natura e con il mondo: “tutto è Dio” (sono scritti politeisti e panteisti).
La Bibbia è, invece, una parola passata attraverso la storia umana, ed è il risultato dell’esperienza della fede dell’ antico popolo ebraico e della nascente comunità cristiana. Presenta un Dio personale, unico e creatore di tutte le cose, che interviene nella storia dell’umanità con gesti, parole ed azioni.
Si pone nella prospettiva di tutta la storia umana: risponde alle grandi domande di fondo che toccano l’esperienza non di un popolo o di una religione particolare, ma dell’intera umanità di tutti i tempi.
Essa è ricca di un patrimonio culturale, che riguarda l’antico medio e vicino oriente. È stata scritta in ebraico, in aramaico (lingua semitica) e in greco popolare (lingua indoeuropea).
Contiene diversi stili e forme di linguaggio letterario: il racconto; le norme giuridiche; l’esortazione; la sapienza; il canto, i salmi; la profezia; la metafora, la parabola e gli eventi finali.
La Bibbia non comunica temi di scienza e di filosofia, bensì il messaggio divino, nel quale l’uomo ritrova la forza, la vitalità, il contatto con Dio e con le proprie origini.
Cercare, quindi, di concordare il messaggio biblico con le scoperte scientifiche è un’illusione.
La scienza muta continuamente, e non è possibile l’interpretazione scientifica di alcuni passi biblici, perché dovrebbero cambiate sempre il senso con il progresso scientifico (1Cor 13:9). “Il timore del Signore è il principio della scienza” (Ec 1:7). “Se tu credi, vedrai la gloria di Dio” (Gv 11:40). “Tu hai nascosto queste cose hai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelati ai piccoli” (Mt 11:25).
La Bibbia è l’espressione del messaggio divino, la guida per la fede e per l’insegnamento cristiano (2Tim 3:16).
La fede non è un credo dottrinale, ma è la risposta dell’uomo a Dio che gli parla per primo. Essa richiede da parte del credente, un atteggiamento di ascolto, di obbedienza e di fiducia (Gv 13:20;15:3,4).
2. Le origini della Bibbia
La Bibbia non è un libro sceso dal cielo, non è nemmeno un’opera di angeli o di un genio. È la Parola che Dio ha rivolto agli uomini ed è passata attraverso la storia umana. È stata scritta durante un periodo di poco più di 1500 anni, da circa quaranta autori, vissuti in tempi diversi, e differenti tra loro socialmente e culturalmente (XIV secolo a.C. – I secolo d.C.).
Il testo biblico nasce per raccontare e perpetuare:
La vita, i ricordi, i successi, le sconfitte, i sentimenti, le paure, le speranze e l’intervento di Dio, con parole e azioni, nella storia dell’antico popolo ebraico, che inizia con l’epoca dei patriarchi (1500 anni a.C.) e finisce con il ritorno dall’esilio del popolo d’Israele, in attesa del messia (il liberatore promesso);
La proclamazione della “buona novella”;
L’interpretazione, da parte della nascente comunità cristiana, dell’evento di Gesù annunciato dai profeti;
La cura pastorale (etica, dottrinale) fatta a distanza da parte degli apostoli con le loro epistole.
Il lavoro redazionale della Bibbia, così come è arrivata a noi risulta utile ed importante per documentare, alle generazioni future, l’intervento di Dio nella storia del popolo d’Israele e della nascente comunità cristiana: rileggerli e ri-proporli come valore di fede e fondamento di vita.
3. La Bibbia parola umana e parola divina
La Bibbia è parola umana ed è anche parola divina: la Parola dei due volti (il volto umano: del limite e della finitudine; il volto divino: della manifestazione di Dio con l’ispirazione dello Spirito santo.
È parola umana perché scritta dall’uomo, alla maniera umana. Essa porta, infatti, i segni della personalità sociale e della preparazione culturale dei vari autori. Tra gli autori c’erano re, pescatori, sacerdoti, ufficiali di governi, pastori, dottori (persone colte che usavano un linguaggio garbato e fine) e anche persone incolte (che nel loro modo di esprimersi e di scrivere produssero molti errori ortografici e di sintassi).
È parola di Dio perché questi uomini, colti e non, scrissero sotto l’ispirazione dello Spirito santo (2Tm 3:16; 2Pt 1:20,21).
4. l’ispirazione della Bibbia
L’ispirazione è quell’influenza straordinaria, soprannaturale, esercitata dallo Spirito divino che spinge l’uomo a parlare e a scrivere in nome di Dio. Non si tratta, quindi, di un’emozione o di un sentimento mistico contemplativo, bensì di una collaborazione, libera e cosciente, tra l’autore umano e divino.
Il termine ispirazione deriva da parola latina: in spirare, che si può tradurre con soffiare dentro. Per i latini indicava l’influsso divino, che metteva nell’uomo pensieri o sentimenti particolari. In greco corrisponde al vocabolo theòs => Dio, e pnéuma = spirito (questo vocabolo si potrebbe tradurre con “soffio divino”).
5. Il testo o manoscritto biblico
Ogni testo o manoscritto è il risultato di una redazione di raccolte, di testimonianze, di tradizioni, di detti e di compilazioni varie, che i redattori, in tempi diversi hanno rielaborato, trascritto e pubblicato.
Prima dell’invenzione della stampa, avvenuta in Cina intorno all’anno 1000 d.C., ogni singolo libro era dettato e copiato a mano su pergamene fatte con pelle di pecora, di capra e di vitello, o su carta da papiro fatta con le fibre della pianta da papiro.
Quando uno scriba faceva un errore, questo era ripetuto, se quel manoscritto veniva utilizzato, come base, per ulteriori copie.

Nessun manoscritto originale ci è pervenuto, ma solo copie di copie, è molti in pessime condizioni.
Gli studiosi, attraverso un attento e scrupoloso lavoro di critica testuale e analisi comparativa delle fonti, sono riusciti a eliminare quasi tutti gli errori, volontari ed involontari presenti nei manoscritti.
Con grande successo hanno ricostruito un testo garantito, simile a quello originalmente ispirato (gli errori dovuti alla dettatura, alla pronuncia errata, alla copiatura o alle eliminazione fortuita di una o più lettere, sono involontari; le modifiche per migliorare la dizione, per correggere eventuali errori o per ragioni teologiche sono volontari).
6. Le traduzioni della Bibbia
Le traduzioni principali e più antiche della Bibbia sono la versione greca nota come Settanta (LXX) e la versione latina, la Vulgata (Vg), che sono base di riferimento per tutte le traduzioni.
La versione greca (LXX) nasce ad Alessandria d’Egitto, dove viveva un’importante comunità ebraica. Per rendere la Bibbia disponibile nella loro lingua internazionale allora parlata (il greco), circa 70 uomini (secondo un’altra tradizione 72) eruditi ebrei tradussero la Bibbia ebraica in greco. La versione latina “Vulgata” nasce nel 4° secolo d.C. per volontà del papa Damasco che volle, visto che esistevano diverse versioni in latino della Bibbia, un’unica traduzione autorevole. Ed incaricò il latinista Girolamo I (circa 370-420) di tradurre in latino la Bibbia. In italiano non c’è una traduzione migliore in assoluto. Per la prima lettura, è consigliabile la TILC (traduzione italiana in lingua corrente). Per uno studio più approfondito, è necessario ricorrere alle diverse traduzioni.
7. Lavoro supplementare nel testo biblico
Gli studiosi hanno suddiviso ciascun libro della Bibbia, in capitoli e versetti. Ciascun verso o versetto del capitolo è stato poi numerato in sequenza.
Quando si cita un passo biblico, per evitare di scrivere per intero il nome del libro, il capitolo, e i versetti, gli studiosi hanno concordato di fare la citazione nel modo seguente:
• La sigla del libro;
• il numero del capitolo,
• i numeri che indicano il versetto o i versetti;
• due punti (:) per separare il capitolo dai versetti, ma i cattolici preferiscono la virgola (,);
• il trattino (-) per collegare più versetti;
• la virgola (,) se si tratta di due versetti o più non consecutivi;
• il punto e virgola (;) come separatore dei capitoli.
Non tutti utilizzano le stesse sigle. In ogni Bibbia, nella tavola o lista dei libri, accanto al nome del testo c’è anche la sigla.
(Esempio: Gn 1:2-8; 2:1,3,4,10; 3:1-8. Citazione cattolica: Gn 1,2-8; 2,1,3,4,10; 3,1-8).
8. Il nome Bibbia
Il nome Bibbia, deriva dalla parola “greca”: tà Biblià, che significa: i libretti. Questo termine nasce da “biblos”= foglio di papiro” e da “Biblos” come nuovo nome della città fenicia Ghebal, famosa per la produzione di carta da papiro.
Questo termine, fu poi trasferito in latino come singolare: “biblia” (tradotto in italiano Bibbia, in francese Bible, in inglese Bible, in tedesco Bibel).
In molti passi biblici la Bibbia chiama se stessa con questi nomi: scrittura/e (Mc 14:49; Lc 24:32; Gv 5:29; At 18:24; Rm 15:4), sacre scritture, scritti sacri ( 2Tm 3:15,16).
9. La divisione della Bibbia
La Bibbia cristiana è divisa in due parti, che nell’uso comune del linguaggio teologico prendono il nome di “Antico Testamento” e “Nuovo Testamento”. Questa terminologia si basa sulla convinzione che il contenuto della prima parte della Bibbia appartenga all’Alleanza che Dio fece con Mosè, sostituita dalla nuova alleanza in Cristo (Eb 8:7).
Facendo riferimento alle lingue in cui queste due parti furono scritte, normalmente è più corretto dividere la Bibbia in Scritture Ebraiche e Scritture Greche.
9.1. Antico Testamento o Scritture Ebraiche
Gli ebrei non accettano Gesù come il loro messia, pertanto la loro Bibbia è composta solo della prima parte (A.T.) indicata con il termine Tanak.
Questa parola non ha nessun significato particolare, si tratta di una sigla (acronimo), composta dalle iniziali delle tre sezioni dei loro testi sacri (Toràh – Neviim – Ketuvim, vocalizzati TaNaK).
Il testo biblico ebraico (Tanak) comprende 39 libri, raggruppate in tre sezioni.
La prima sezione, composta di cinque libri (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio) è chiamata “Toràh”, che significa: <<Legge o insegnamento>>. Nella nostra Bibbia, questa sezione è stata denominata Pentateuco (tradotto dal termine greco “Pentetèuchos”, parola ricavata da “pente”, cinque, e “tèuchos”, libro). Questa sezione non contiene solo la legge di Mosè, cioè le norme, le decisioni, le ordinanze e i precetti sui quali si regge il popolo ebraico, ma anche la storia delle origini, degli antenati, della formazione del popolo ebraico e il resoconto dell’uscita degli ebrei dall’Egitto alla terra promessa. Gli ebrei credono che questi libri furono scritti da Mosè.
La seconda sezione, composta di 21 libri, è chiamata “Neviim”, che significa profeti (i profeti sono uomini scelti da Dio, che interpretano alla luce della situazione immediata, denunciando i peccati e richiamano il popolo d’Israele all’obbedienza a Dio). Questa sezione è divisa in due gruppi: profeti anteriori (Giosuè, Giudici, 1° e 2° Samuele, 1° e 2° Re) e profeti posteriori. Il gruppo dei profeti posteriori, per l’estensione dei loro scritti è stato divisoi in profeti maggiori (Isaia, Geremia, Ezechiele) e minori (Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia).
La terza sezione, composta di 13 libri, è chiamata “Ketuvim”, che significa scritti. Questa sezione contiene scritti di lode, di sapienza, testimonianze di fede e annali di storia: Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Rut, Lamentazione, Ecclesiaste, Ester, Daniele, Esdra, Neemia, 1° e 2° Cronache.
Tutte le traduzioni della Tanak sono fatte dal testo Masoretico. Questo nome deriva da masoràh, che significa tradizione. Si tratta, infatti, di un gruppo di ebrei vissuti tra il 1° e il 10° secolo della nostra èra, che vocalizzarono il testo ebraico consonantico senza alterarlo, indicando le particolarità del testo e della pronuncia, con delle note ai margini del testo.
Nella Bibbia cristiana i libri della “TaNaK” sono stati divisi in quattro sezioni: Pentateuco, Libri storici, poetici e profetici (classificati in maggiori e minori).
9.2. Nuovo Testamento o Scritture Greche
La seconda raccolta della Bibbia cristiana, detta N.T. o Scritture Greche, è composta di 27 libri, ed è suddivisa in quattro sezioni: La prima è formata di 5 libri (Evangelo di Matteo, Marco, Luca, Giovanni e Atti degli apostoli); la seconda ne contiene 14, che sono le lettere di Paolo: (Romani, 1° e 2° Corinzi, Galati, Efesini, Filippesi, Colossesi, 1° e 2° Tessalonicesi; 1° e 2° Timoteo, Tito, Filemone, Ebrei); la terza sezione è formata di 7 libri, dette le lettere cattoliche (Giacomo, 1° e 2° Pietro, 1°, 2° e 3° Giovanni, Giuda); la quarta è composta di un solo libro (l’Apocalisse).
10. Il canone biblico
Questi 66 libri fanno parte del canone biblico, che è l’elenco dei libri ispirati dallo Spirito divino.
La parola canone deriva dal greco (kanon), “canna”- “bastone diritto” – “regolo”, con il quale si indicava lo strumento di misura per la lunghezza. Da qui il significato di “regola”.
La canonicità di un libro non dipende dalla decisione di un concilio, bensì dal riconoscimento delle seguente credenziali:
• Che il libro sia ispirato da Dio;
• Che sia autentico e verace: tempo, lingua e paternità;
• Che sia stato accettato da parte della comunità ebraica per quando riguarda la Scrittura ebraica, e dalla comunità cristiana relativamente alla Scrittura greca.
Il processo della formazione del canone nasce, quindi, per difendere il messaggio biblico e il suo contenuto storico, nella vastissima produzione della letteratura sacra, dall’ infedeltà dottrinale e dalla speculazione teologica.
11. Gli scritti apocrifi
Ci sono tanti altri scritti (detti apocrifi) che non rientrano nel canone, perché non sono considerati ispirati da Dio, e riguardano sia la Bibbia ebraica (A.T.) che quella greca (N.T.) .La parola apocrifo deriva dal greco “apòkûfros”. Il senso è quello di ciò che è tenuto lontano dall’uso.
Questi scritti forniscono informazioni che gli scritti ispirati non danno, ed intendono sostenere dottrine e tradizioni che non hanno nessun fondamento nella Bibbia o, addirittura sono in contrasto tra loro. Sia la cornice storica che geografica, sono imprecise o del tutto errate.
La Chiesa Cattolica nella raccolta dell’A.T. ha inserito alcuni di questi libri, indicandoli con il termine di deuterocanonici o secondo canone.
12. Perché leggere la Bibbia
L’importanza di leggere e imparare personalmente dalle Sacre Scritture, come i cristiani di Berea (At 17:11), nasce dalla necessità di realizzare nella Parola e nella testimonianza apostolica, la testimonianza dello Spirito che attesta che siamo figli di Dio (Rm 8:16).
Leggere deve significare capire o intendere. Capire o intendere significano credere; credere significa avere la fede e la certezza che la Bibbia è un libro ispirato da Dio (At 8:30-38; Eb 11:1).
Il testo biblico non dà lezioni di storia, di scienza, di filosofia o di letteratura, pertanto non bisogna leggerlo o studiarlo per erudirsi in queste discipline.
La fede e la scienza viaggiano su due binari diversi. La fede non s’impara e non può essere acquisita con la conoscenza scientifica e neanche con lo studio letterale della Bibbia. La fede viene dall’ascolto della Parola (Rm 10:17).
L’ascolto è richiesto. La Parola di Dio è Parola di vita, Parola capace di comunicare l’amore e la presenza divina, penetra nel cuore dell’uomo e lo ricrea, perché giunge non come semplice discorso, ma in potenza, nello Spirito santo (1Ts 1:1-5).
Quando leggiamo la Bibbia, più che esaminarla dobbiamo farci interrogare. Quando i credenti sono incapaci di aprirsi alla Parola di Dio e di farsi interrogare da essa, rimangono ripiegati su stessi e perdono il sapore, la luce e il senso della testimonianza.
Il cristiano che legge la Bibbia e si mette in ascolto al messaggio divino:
• resiste alla decadenza morale, con atteggiamenti di onestà;
• non si arrende alla facile giustificazione del “così fanno tutti”, per accodarsi alle scelte dettate solo da criteri di interesse privato e di profitto;
• si spende, si presta è mai si vende;
• non si preoccupa tanto di contare o essere riconosciuto, ma si cura di essere fedele;
• sa fare anche luce, senza paura, sulle zone d’ombra delle sue incoerenze;
• senza presunzione, ma con umile trasparenza, mostra la differenza evangelica nel suo stile di vita e nelle sue scelte.