Introduzione al Padre Nostro

Matteo 6

Scritto da Chiesa Cristiana Evangelica.

10/3/2002

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Padre Nostro
Matteo 6.9-13, Luca 11.2-4


Bibliografia:
Schweitzer – Sermone sul monte – Claudiana
Bonhoffer - Sequela - pag. 144-145



Il Padre Nostro fino ancora ad oggi testimonia la divisione esistente nel cristianesimo: alla tradizionale preghiera recitata nelle chiese cattoliche si aggiungono le numerose altre traduzioni del Padre Nostro che mettono in evidenza aspetti diversi.

Questa mia nota vuole essere solo un breve cenno per riflettere sull’importanza della preghiera insegnata da Gesù ai suoi discepoli, la preghiera della Chiesa in tutte le confessioni religiose ( o almeno quasi tutte, perché alcune chiese fondamentaliste non lo recitano…): nella chiesa cristiana primitiva ben presto il Padre Nostro diviene una preghiera comunitaria (come è forse accennato in II Timoteo 4.18 e Giovanni 17.15 e come troviamo riportato nell’antico testo della Didaché, scritto nel primo secolo per dare ordine ad una non bene precisata comunità cristiana del medio oriente).
Probabilmente il “Padre Nostro” veniva usato anche per la catechesi post-battesimale dei nuovi convertiti (vedi la 24° catechesi mistagocica di introduzione ai misteri cristiani di Cirillo d’Alessandria 376-444 Padre e dottore della Chiesa).

Nei Vangeli esistono due versioni della preghiera insegnata da Gesù, nella prima versione nel Vangelo di Matteo compaiono sei o sette richieste, nella versione lucana solo cinque richieste. Gli studiosi sono discordi su quale delle due versioni sia più antica: probabilmente Luca è più vicino alla forma primitiva nella struttura complessiva e Matteo nei dettagli.
Il contesto delle due versioni del Padre Nostro è simile ma non uguale: Gesù vuole dare un ausilio alla preghiera in generale, vuole indicare ai suoi discepoli come devono pregare e che cosa devono chiedere.
I due diversi contesti ( esaminare…) rivelano diversi destinatari dell’insegnamento di Gesù sulla preghiera: Matteo si rivolge a uomini abituati a pregare sin dall’infanzia, ma la cui preghiera corre il pericolo di diventare una abitudine, Luca si rivolge invece a persone che devono imparare del tutto a pregare e che bisogna incoraggiare alla preghiera).
Se il Padre Nostro rappresenta una applicazione delle istruzioni date da Gesù riguardo la preghiera, questo però non significa che esso non debba essere pregato dal discepolo singolo o dalla comunità riunita: senza sostituire le preghiere personali e spontanee, esso può diventare uno stimolo ed un modello per le nostre preghiere quotidiane e liturgiche.

Esaminando il testo vedremo che in Matteo le prime tre richieste ed in Luca le prime due, riproducono in forma diversa la preghiera ebraica detta Qaddish, come pure esistono delle similitudini con altre preghiere liturgiche ebraiche: questo dimostra che Gesù ha fatto proprio il patrimonio di preghiere del giudaismo.
Ma il Padre Nostro acquista una profondità particolare perché è radicato nell’insieme degli insegnamenti di Gesù sulla preghiera e della sua predicazione: quello che salta subito agli occhi è la sua concisione ed essenzialità della preghiera insegnata da Gesù e nello stesso tempo la mancanza di elementi della preghiera liturgica ebraica ritenuti non necessari.

Ancora un cenno alla dossologia finale che risale a 1 Cronache 29.11-13 (A te, SIGNORE, la grandezza, la potenza, la gloria, lo splendore, la maestà, poiché tutto quello che sta in cielo e sulla terra è tuo! A te, SIGNORE, il regno; a te, che t'innalzi come sovrano al di sopra di tutte le cose! Da te provengono la ricchezza e la gloria; tu signoreggi su tutto; in tua mano sono la forza e la potenza, e sta in tuo potere il far grande e il rendere forte ogni cosa. Perciò, o Dio nostro, noi ti ringraziamo, e celebriamo il tuo nome glorioso.), riportata nel Vangelo di Matteo e che compare in pochi manoscritti più tardivi, riporta probabilmente una formula con cui la comunità rispondeva alla preghiera pronunciata dall’officiante, associandosi ad essa: questo testimonia ulteriormente l’uso liturgico del Padre Nostro nella chiesa primitiva.

La preghiera di Gesù inizia con l’invocazione a Dio come “Padre”: nei popoli antichi, l’idea mitologica che Dio fosse Padre creatore dell’umanità era abbastanza comune, avendo però un significato che potrebbe essere associato alla figura della madre (popoli, tribù, famiglie e re raffiguravano sé stessi come discendenti di antenati divini) ma nella Bibbia ebraica solo 14 volte Dio viene chiamato come padre, infatti Dio non viene mai considerato come l’antenato progenitore del popolo ma il creatore, inoltre l’atto costituente della nascita del popolo d’Israele, la fede nell’elezione di Dio si fonda su un preciso atto storico di salvezza nell’Esodo.
Raramente nell’A.T. troviamo delle preghiere rivolte a Dio come Padre ed in quei casi il contesto sembra rivelare un uso metaforico del termine (Salmo 89.26; Isaia 63.16; Geremia 3.4,19).
Il giudaismo palestinese nei tempi antecedenti a Gesù era molto riluttante a parlare di Dio come padre e le rare volte che negli scritti rabbinici compare questo appellativo si riferisce a Dio padre dei giusti ed al suo amore paterno senza limiti, ma sono sempre invocazioni collettive.
Esistono anche preghiere liturgiche ebraiche che invocano Dio “Padre Nostro e nostro Re”: l’israelita in quanto tale si sentiva figlio di Dio ed insieme alla comunità invocava il Padre Nostro.
Ma nel giudaismo palestinese non esiste un solo esempio in cui Dio sia invocato come “Padre” da un singolo individuo.
La novità del Vangelo sta proprio nel fatto che Gesù invocasse sempre Dio come “padre mio” ed ancora più sorprendentemente, egli usava l’espressione aramaica “abba” che indicava il termine con cui i figli si rivolgevano al loro padre anche da adulti, un termine confidenziale che non trova nessuna analogia nelle preghiere ebraiche del primo millennio.
Nel pensare a Dio come Padre, dobbiamo spogliarci dai modelli di Padre che abbiamo nella nostra mente e che ci siamo tramandati nella nostra esperienza: il termine “padre” è una delle tante metafore che troviamo nella Bibbia per esprimere un Dio, pensiamo per esempi al racconto del Padre amorevole e figliol prodigo in Luca 15.
In particolare questo termine potrebbe racchiudere le caratteristiche di un Padre e di una madre ed esprimere da un lato l’amore, l’attaccamento, la volontà di Dio per il nostro bene, la gioia della libertà di essere suoi figli e d’altro lato l’esigenza di rispetto nei suoi confronti
“Perciò - ha concluso la pastora Green - quando prego il "Padre Nostro" ho due immagini personali, due parole chiave: abbraccio e spazio. Vedo le braccia di Dio talvolta padre, talvolta madre che, leggermente inchinato/a verso il mondo, l'avvolge in un abbraccio forte, amorevole, caloroso. L'abbraccio che sento quasi sulla pelle mi parla dell'essere accettati in modo incondizionato dalla realtà ultima. Quell'abbraccio non mi soffoca ma crea invece uno spazio libero, uno spazio in cui sono chiamata ad agire, a rischiare, a crescere. Lo spazio in cui soffia senza sosta lo Spirito divino che mi parla di libertà di responsabilità, sì anche di gioia.

Nella preghiera del Padre Nostro, Gesù invita i suoi discepoli ad invocare Dio come Padre, con la stessa confidenza. Per capire l’importanza che aveva per i discepoli poter invocare Dio come padre nel Padre Nostro, consideriamo la circostanza in cui è stato insegnato.
I discepoli chiedono: insegnaci a pregare, dacci una preghiera che sia proprio caratteristica del nostro gruppo, dacci una preghiera che sia il contrassegno e simbolo dei tuoi seguaci.
E Gesù esaudisce questa richiesta, autorizzando i suoi discepoli ad invocare Dio con lo stesso termine confidenziale che lui usava “abba”.
Con questa autorizzazione ad invocare Dio “abba” egli li fa partecipi della sua stessa comunione con Dio.
Ogni volta che un cristiano ripete quest’unica parola “abba, padre” questa è una prova della sua adozione di figlio e del suo possesso dello spirito, la comunità primitiva era consapevole della grandezza di questo dono di Dio,
Romani 8.15
E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: “Abbà! Padre!”
Galati 4.6
E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: “Abbà, Padre”.
Proprio per questo le antiche liturgie cristiane usavano premettere alla preghiera del Signore “Noi osiamo dire Padre Nostro”.
L’autorizzazione di Gesù ad invocare Dio come Padre garantisce loro l’appartenenza al popolo di Dio e li rende partecipi dei suoi privilegi di figlio.
Il pronome plurale indica che il “Padre Nostro” è la preghiera della comunità: anche quando il singolo fedele prega nella sua cameretta associa a sé nella preghiera i fratelli assenti. Gesù nell’insegnare la preghiera ai suoi discepoli ricorda che nessun orante è mai solo: tutti insieme i discepoli di Gesù invocano il loro Padre celeste e testimoniano di essere stati resi fratelli e sorelle dalla chiamata di Gesù che li unisce.
In questo il Padre Nostro segue la tradizione liturgica d’Israele talché si può dire che esso è la preghiera dell’Israele spirituale, consapevole della sua unità come popolo di Dio.
Questo esclude però ogni polemica contro Israele (come Tertullliano (115-220) e Cipriano (200-258) che si rifanno a Deuteronomio 33.9, Isaia 1.2-4 e Giovanni 8.44).

Il pronome plurale nostro ci ricorda anche che noi non possiamo essere in comunione con Dio (come potrebbe presumere il chiamare Dio Padre) se non siamo in comunione d’amore con i fratelli e le sorelle (non solo quelli della nostra chiesa o fede…)
Essere partecipi dei privilegi di figlio di Dio vuol dire anche essere partecipi della sua vita, quindi il cristiano non può essere in comunione con Dio per lo spirito se non è disponibile a soffrire, perdonare, amare, annunciare….

Il riferimento “che sei nei cieli” vuole sottolineare la trascendenza di Dio: forse contiene una critica contro ogni pretesa di localizzazione della presenza di Dio (sia Gerusalemme, Garizim es. Gio. 4.21 o ogni altro luogo) oppure una contrapposizione del Padre con gli altri padri terreni (per esempio i Farisei che amano essere chiamati maestri e vantano una paternità spirituale verso i loro discepoli..).
Ma probabilmente l’espressione “nei cieli” vuole ricordarci che nella preghiera ci rivolgiamo a un Dio che è nello stesso tempo in noi ed al di fuori di noi.
Tommaso d’Acquino, citato da Schmidt, mette in parallelo le parole “Padre” e “nei cieli” in quanto si integrano a vicenda; “Padre” Dio vuole dare ciò che è utile ai figli, “nei cieli” Egli può darlo.

Il riferimento “nei cieli” può avere anche un altro significato: nel considerare la grandezza dell’universo l’individuo si rende conto che la terra e lui stesso è come un granello di sabbia, quindi il Padre Nostro esprime lo stupore della grazia di Dio e la gioia per poter invocare colui che ci viene incontro per mezzo del suo Spirito.
Quindi il Padre Nostro non può mai divenire una ovvietà: purtroppo noi costantemente siamo soggetti a questo pericolo.