Nuova Riveduta:

Atti 2:4

Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.

C.E.I.:

Atti 2:4

ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d'esprimersi.

Nuova Diodati:

Atti 2:4

Così furono tutti ripieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro di esprimersi.

Bibbia della Gioia:

Atti 2:4

Tutti i presenti furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, perché lo Spirito Santo dava loro questa capacità.

La Parola è Vita
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Riveduta:

Atti 2:4

E tutti furon ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d'esprimersi.

Diodati:

Atti 2:4

E tutti furono ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlar lingue straniere, secondo che lo Spirito dava loro a ragionare.

Commentario:

Atti 2:4

2. Gli effetti della effusione pentecostale (Atti 2:4)

E tutti furono ripieni dello Spirito Santo.

È il fatto, che lo scrittore sacro enuncia con un mirabile laconismo. È "la promessa del Padre" Luca 24:49 che si compie. Riassumiamo in quattro punti tutto quello che c'è da notare intorno a questo importantissimo fatto.

1. Gli apostoli aveano già ricevuto le primizie dello Spirito Giovanni 20:22; ma quello Spirito che aveano là ricevuto in certa "misura" Giovanni 3:34, qui ricevono in tutta la sua pienezza; in modo finale, completo: e tutti furono ripieni dello Spirito Santo.

2. Lo Spirito Santo era già stato comunicato anche nell'A. T. I profeti parlarono essendo sospinti dallo Spirito Santo e tanti altri ebbero il privilegio di ricevere cotesto medesimo Spirito. Notisi questo però: nell'A. T., lo Spirito non è dato che in vista di un certo determinato scopo. Agli uni è dato Spirito di sapienza per fare i vestimenti sacerdotali Esodo 28:3; a Betsaleel è dato Spirito d'artista per i lavori del Tabernacolo Esodo 31:3: Giosuè è ripieno dello Spirito di sapienza quand'è chiamato a continuare l'opera di Mosè Deuteronomio 34:9; lo Spirito investe Gedeone, e questo buon contadino è trasformato in un eroe della indipendenza nazionale Giudici 6:11,34. Lo Spirito, in tutti questi casi, e nei tanti altri che potrei citare, è dato in modo temporaneo, ed in vista di uno scopo speciale; lo Spirito, alla Pentecoste, invece, non è dato per uno scopo speciale; è dato per lo scopo generale di far morire al peccato e di far rivivere alla giustizia l'io naturale, ed è dato in modo permanente.

3. Tutti quanti i discepoli furono ripieni dello Spirito Santo. Non gli apostoli esclusivamente; non soltanto i centoventi; ma tutti i discepoli, senza distinzione di vocazioni, d'età, di sesso. Non così nell'A. T., ove lo Spirito è dato soltanto a certi designati individui. L'universalità dello Spirito è pure una notevole caratteristica della effusione pentecostale.

4. C'è chi s'immagina l'azione dello Spirito pentecostale come un qualcosa di magico. Non è a cotesto modo che opera Iddio. Senza dubbio, nell'anima dei discepoli avvenne, alla Pentecoste, un cangiamento profondo, che mal si può definire a parole: la loro natura fu "trasumanata", direbbe il poeta; essi ricevettero più slancio di fede, come credenti; e un'intuizione così profonda e così potente della persona e dell'opera del Cristo, da rendere la loro testimonianza atta alla conquista del mondo. Ma non è da credere che lo Spirito pentecostale annullasse la individualità nei discepoli; lo Spirito non distrugge; sublima e santifica. E neppure è da credere che lo Spirito, ad un tratto magicamente, compiesse l'opera sua nei discepoli; no; lo Spirito sublima la loro natura e li inette in grado di appropriarsi le nuove energie che il Cristo glorificato comunica ai suoi. Lo Spirito "insegnerà loro ogni cosa", "ricorderà loro tutte le cose che Cristo ha dette loro" Giovanni 14:26, li "guiderà in tutta la verità" Giovanni 16:13, li santificherà Giovanni 17:17, li "condurrà" Romani 8:14 per tutti i difficili sentieri della vita cristiana; ma tutto ciò, gradatamente, a poco a poco. L'opera dello Spirito più che un'opera di rivoluzione è un'opera di lenta evoluzione. Non è il risultato d'un tocco di bacchetta magica; è un lento ma continuo e sicuro "excelsior" dalla terra al Cielo.

E cominciarono a parlare in lingue straniere, secondo che lo Spirito dava loro a ragionare.

E cominciarono... quell' ηρξαντο è notevole; egli accenna ad un fenomeno nuovo; ad un fatto assolutamente diverso dai precedenti; e fa capire che "il parlare in lingue" o la glossolalia, come la si chiama, cominciò prima che la folla accorresse e che l'assembramento si formasse intorno ai cristiani. Anche quel dava loro d'esprimersi dev'esser notato. Il verbo αποφθεγγεσθαι vuol dire esprimersi chiaramente (Confr. con Atti 26:25). Le parole pronunciate quindi dagli apostoli non furono delle parole oscure, indistinte; ma delle parole chiare, nitide e "sonore", come dice il Barde. E se le lingue di cui si servirono gli apostoli e i loro compagni son designate nel testo dalla parola ἑτεραι, ciò vuol dire ch'essi si servirono di un altro linguaggio, differente dal loro usuale. Ed ancora: di che parlavano essi? Delle cose grandi di Dio Atti 2:11, risponde il testo in modo largo e comprensivo. E coteste "cose grandi di Dio" sono, ne più ne meno, precisamente le cose che la folla ha capite. Riassumiamo dunque col Barde i risultati della esegesi del fenomeno glossolalico pentecostale. Si tratta:

1. di individui che ad alta voce ed in un modo subitaneo s'esprimono in lingue, che non sono le loro; e

2. le parole dette da cotesti individui sono immediatamente capite da gente di nazionalità diverse, i cui respettivi idiomi sono appunto le lingue in cui cotesti individui si sono espressi.

Non c'è che dire: il testo puro e semplice, il testo così com'è, ci presenta il fenomeno glossolalico pentecostale come un miracolo. Il Reuss stesso ne conviene. Ecco le sue parole. "La prima impressione che uno riceve dalla lettura di questo brano, è che i discepoli si son messi ad un tratto a parlare in tutte le lingue del mondo allora conosciuto. E gli è così che il maggior numero dei teologi, da Origene a noi, s'è figurato il fatto: e bisogna convenire che il racconto di Luca par che esiga cotesta interpretazione. Di fatti, a che gioverebbe ella cotesta nomenclatura di paesi e di popoli, dai Parti fino ai Romani, e dal Ponto sino alla Libia, se non la fosse intesa a mettere in evidenza la diversità delle lingue ed il loro gran numero? E c'è di più: i discepoli che parlano, siccome parlano l'idioma galileo, sono a bella posta contraddistinti dai loro uditori, la cui lingua materna è un'altra. Finalmente, non bisogna perder di vista il fatto, che, secondo il testo, lo stupore della folla è unicamente motivato dal fenomeno delle lingue; di guisa che, se questo fenomeno non avesse avuto nulla di miracoloso, mal si spiegherebbero le dimostrazioni degli astanti. Tutti questi argomenti sono facili a verificare e al disopra d'ogni contestazione dal punto di vista dello studio grammaticale del testo".

Ma passata cotesta prima impressione che uno riceve dalla lettura di questo brano, quante difficoltà ei presenta quand'uno si mette a studiarlo un po' a fondo!... Tradizioni ecclesiastiche antichissime e degne di fede parlano d'interpreti, che avrebbero accompagnato gli apostoli nei loro viaggi missionari; in Licaonia Atti 14, Paolo e Barnaba, evidentemente, non capiscono il linguaggio del paese. "Come dunque li udiamo noi parlare ciascuno nel nostro proprio natio linguaggio?" Atti 2:8, esclamano gli accorsi al "suono dal cielo"; e fanno l'enumerazione di quindici paesi o popoli per constatare che cotesti galilei parlano in quindici lingue differenti. Che si ha da dire? che ciascuno dei forestieri ha parlato a nome di tutti? che ognuno in cotesto tumulto ha avuto conoscenza della presenza simultanea di quindici nazionalità differenti? che ciascuno mentre udiva parlare la sua lingua materna, riconosceva al tempo istesso e distintamente le altre quattordici lingue? E i discepoli come parlavano essi? Tutti assieme, o uno alla volta? Se tutti assieme, come si faceva a capire quel che dicevano? e se uno alla volta, come potevano essi fare l'impressione di gente ubriaca su parte degli astanti? E non basta. Il dono delle lingue (secondo l'idea tradizionale) sarebbe stato comunicato agli apostoli per evangelizzare tutte le nazioni. Ma come mai i discepoli parlano "in lingue" prima che arrivi sul luogo l'ombra di un forestiero? Atti 2:4. A un discorso di Pietro, tremila persone si fanno battezzare e si decidono per Cristo; che direm noi? che Pietro parlò loro successivamente in quindici lingue? o che i tremila capirono miracolosamente quindici lingue mentre Pietro non ne parlava che una sola? Ma poi; tutti gli astanti non erano essi tutti quanti dei giudei? indigeni o pellegrini che fossero, non sapevano essi tutti il greco e l'aramaico, le due lingue che si parlavano da un capo all'altro dell'anno in Gerusalemme; le due lingue allora usate nel mondo giudaico? Dove quindi la necessità di queste "lingue diverse" nel senso tradizionale?

Da tutti questi punti interrogativi il lettore può farsi una idea della difficoltà della questione. "Ma come si spiega dunque, si domanderà, questo fenomeno pentecostale?..." Il rispondere a cotesta domanda non è la cosa più facile di questo mondo.

Il fenomeno glossolalico pentecostale è stato variamente inteso ed interpretato. Il Barde raggruppa tutti cotesti tentativi d'interpretazione, intorno a tre capi principali.

1. L'interpretazione naturalistico-razionalista. Ella conserva bene o male il fatto, ma lo spoglia d'ogni carattere miracoloso. Ecco le tre sfumature di cotesta interpretazione:

   a. I discepoli hanno dovuto trovarsi momentaneamente sotto l'azione d'una forza di cui non conoscevano bene la natura e ch'essi chiamarono "lo Spirito Santo". Inconsciamente debbono essere stati spinti a rinunciare per qualche istante alla loro lingua usuale che era l'aramaica, e ognun d'essi avrà ripreso il suo idioma particolare, che avea più o meno abbandonato durante le alcune settimane di vita comune. È una interpretazione che si affoga nel mare delle ipotesi. Bisogna supporre che le quattordici o quindici lingue indicate nei versetti Atti 2:9-11 avessero tutte i loro rappresentanti fra i centoventi della Pentecoste; bisogna ammettere che nessuno ce lo dice, che i centoventi, dopo la festa di Pasqua, cominciassero a parlare l'aramaico... troppe cose, insomma, bisogna supporre ed ammettere per menar buona cotesta interpretazione.

b. I discepoli avrebbero continuato sotto l'azione dello Spirito Santo, a servirsi della loro lingua materna, l'ebraico; soltanto, l'avrebbero parlata con tal fuoco, con tale slancio, che gli uditori si sarebbero immaginati d'udire non dell'ebraico, ma ciascuno il suo proprio dialetto. Questa interpretazione non interpreta nulla; non fa che spostare il miracolo. E poi, diciamolo francamente: un discorso pronunciato in una lingua ben definita, sia, pur pronunciato in modo entusiastico quanto volete, come può mai far l'effetto d'esser pronunciato in quindici dialetti differenti?

c. I discepoli, sotto l'impero d'una ignota energia, avrebbero ad un tratto mescolato alle loro parole una folla d'arcaismi, di idiotismi, di espressioni poetiche; e gli uditori avrebbero scorto in quel guazzabuglio, dei termini appartenenti alle loro diverse lingue. Ve lo immaginate voi un pescatore del mar di Galilea che vi lardella il suo discorso d'arcaismi poetici e di paroloni ammuffiti, che per gli uni son del latino, per altri del copto, per altri dell'arabo?...

2. La scuola critico-filosofica. Ella non sopprime soltanto il prodigio, ma si può dire che fa addirittura tabula rasa del fatto. Il racconto del fenomeno pentecostale si trasforma in insegnamento simbolico. L'autore non ha voluto far altro che rappresentare l'unità della Chiesa. Ella potrà, sì da ora innanzi, conservare parecchie lingue; il fatto rimane ch'ella non ne parlerà più che una. Così, la prima Pentecoste cristiana diventa una specie di rivincita della dispersione dei popoli e delle lingue, appiè della torre di Babele. Questa critico-filosofica ha un dogma fondamentale, che dice: dei miracoli non ce ne sono, né ce ne possono essere. Di qui, la conseguenza necessaria: un racconto che racchiude un miracolo non può esser vero. Quindi, le spiegazioni più forzate, per eliminare l'elemento soprannaturale dai documenti più sicuri della storia evangelica L'attitudine di cotesta scuola è chiara, decisa, non v'ha dubbio; ma è ella veramente scientifica?

3. La scuola conciliatrice. E questa scuola ha le mie simpatie. Ella ammette il fatto; gli riconosce un carattere soprannaturale, e cerca di spiegarlo per via d'analogia. Il Barde non è di questo parere; egli ammette la storicità del fatto; riconosce al fatto un carattere miracoloso, ma non vede le analogie di cui parleremo adesso, e preferisce limitarsi a dare al fatto un carattere eminentemente simbolico. La scuola conciliatrice avvicina il racconto del fenomeno pentecostale Atti 2:4-5 ad altri passi ove riappare il parlare in lingue; vale a dire:

   a. la visita di Pietro a Cornelio Atti 10:44-47; 11:15;

b. il secondo battesimo dei dodici discepoli ad Efeso Atti 19:6;

   c. i doni particolari accordati alla chiesa di Corinto 1Corinzi 12:10; 14:5,13-14,18-19,27, ecc.

Poi, nota il carattere specialissimo della glossolalia nel caso della chiesa di Corinto. Quivi, ella consiste soprattutto, se non esclusivamente, in discorsi, in canti, in preghiere pronunciati in uno stato estatico e con dei termini che non sono immediatamente intesi dalla grande maggioranza degli astanti. Questo, sebbene molto meno pronunziato, sembra essere stato anche il carattere del fenomeno avvenuto nel caso di Cornelio e dei discepoli di Efeso. Ed è quello che dev'essere successo anche nel giorno della Pentecoste. La tradizione avrà poi più tardi ornato questa prima apparizione della glossolalia con qualche aggiunta, con qualche tratto straordinario; ma in fondo, il "parlare in lingua" di Gerusalemme e quello di Corinto sono sostanzialmente la medesima cosa. Concludiamo con le parole del Prof. F. Godet (Comm. sulla prima Cor. 2, pag. 321): "Io non so vedere nel dono delle lingue, che l'espressione, in un linguaggio spontaneamente creato dallo Spirito Santo, di nuove intuizioni e di profonde e vive emozioni dell'anima umana affrancata per la prima volta dal sentimento della condanna e piena della gioia che le procura la ineffabile dolcezza della sua filiale condizione nel cospetto di Dio... Alla Pentecoste, ove questo linguaggio si manifestò nella sua forma più distinta, ogni uditore ben disposto, per un processo analogo a quello che creava gli interpreti a Corinto, lo capì subito e potè tradurlo immediatamente, in modo ch'ei credeva di udire la sua propria lingua".

Riferimenti incrociati:

Atti 2:4

At 1:5; 4:8,31; 6:3,5,8; 7:55; 9:17; 11:24; 13:9,52; Lu 1:15,41,67; 4:1; Giov 14:26; 20:22; Rom 15:13; Ef 3:19; 5:18
At 2:11; 10:46; 19:6; Is 28:11; Mar 16:17; 1Co 12:10,28-30; 13:1,8; 14:5; 14:18,21-23,29
Eso 4:11,12; Nu 11:25-29; 1Sa 10:10; 2Sa 23:2; Is 59:21; Ger 1:7-9; 6:11; Ez 3:11; Mic 3:8; Mat 10:19; Lu 12:12; 21:15; 1Co 14:26-32; Ef 6:18; 1P 1:12; 2P 1:21

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