Nuova Riveduta:

Ebrei 12:28

Perciò, ricevendo un regno che non può essere scosso, siamo riconoscenti, e offriamo a Dio un culto gradito, con riverenza e timore!

C.E.I.:

Ebrei 12:28

Perciò, poiché noi riceviamo in eredità un regno incrollabile, conserviamo questa grazia e per suo mezzo rendiamo un culto gradito a Dio, con riverenza e timore;

Nuova Diodati:

Ebrei 12:28

Perciò, ricevendo il regno che non può essere scosso, mostriamo gratitudine, mediante la quale serviamo Dio in modo accettevole, con riverenza e timore,

Bibbia della Gioia:

Ebrei 12:28

Siccome abbiamo un regno che non può essere distrutto, cerchiamo dunque di piacere a Dio, servendolo con cuore riconoscente, con timore e rispetto.

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Riveduta:

Ebrei 12:28

Perciò, ricevendo un regno che non può essere scosso, siamo riconoscenti, e offriamo così a Dio un culto accettevole, con riverenza e timore!

Diodati:

Ebrei 12:28

Perciò, ricevendo il regno che non può esser commosso, riteniamo la grazia, per la quale serviamo gratamente a Dio, con riverenza, e timore.

Commentario:

Ebrei 12:28

Perciò ricevendo il regno che non può essere scosso, nutriamo gratitudine [e] per essa rendiamo a Dio un culto accettevole con riverenza e timore, poichè il nostro Dio è anche «un fuoco consumante».

Regno ( βασιλεια) può significare «potenza regia», ovvero, come qui, il mondo avvenire che prenderà il posto del presente dopo l'ultima crisi e sul quale Dio regnerà. Quello stato di cose perfetto non sarà più soggetto ad alcuno sconvolgimento come lo è il presente. Quel regno stabile di perfezione ci è offerto da Dio, può diventare nostra eredità. Le porte della città di Dio, della Gerusalemme celeste, sono aperte in Cristo a tutti i peccatori penitenti. A noi sta il ricevere da Dio ( παραλαμβανοντες) con fede e riconoscenza, come si riceve un dono d'infinito valore, il regno che non sarà mai scosso. Il testo offre per i due verbi che seguono delle varianti derivate anzitutto dalla facilità con cui un ω può scambiarsi con un ο da chi scrive sotto dettatura, poi dal senso clip veniva attribuito alla frase. Il Nestle, con i codd. A. C. D. L., Sir. (Bengel. Bleek, De Wette, Delitzsch, Alford, Westcott, Bruce) legge due soggiuntivi ( εχωμεν... λατρευωμεν). Il senso che ne deriva è il seguente: Ricevendo adunque da Dio, come spero siamo tutti disposti a fare, il regno incrollabile, guardiamo di nutrire nel nostro cuore la gratitudine che si conviene a chi è messo in possesso d'un tanto dono. E, mediante quella gratitudine, facciamo di offrire a Dio il nostro culto in modo a lui accettevole. Se glielo offriamo con cuori pieni di fede e di riconoscenza per le mani del nostro celeste sacerdote, certo sarà gradito. La locuzione εχειν χαριν (lett. aver grazia) è resa da alcuni nel senso della diodatina: «riteniamo [la] grazia»; ma dovremmo avere allora κατεχωμεν o κρατωμεν ed il sostantivo dovrebbe aver l'articolo. Il senso costante della locuzione è quello di «aver gratitudine», esser grati, riconoscenti. Segue di solito il dativo della persona cui si rivolge la riconoscenza (Luca 17:9; 2Timoteo 1:3; 1Timoteo 1:12; 2Maccabei 3:33 e cf. l'espressione χαρις τω θεω); qui il dativo a Dio è sottinteso, perchè vien dopo il secondò verbo. Quanto alle altre lezioni meno appoggiate, i codd. alef K hanno due indicativi: «noi abbiamo gratitudine (o grazia) per mezzo della quale noi rendiamo il culto...». La Vulg. seguita. da Tischendorf, ha il primo verbo all'indicativo ed il secondo al sogg.: «Noi abbiamo gratitudine (o grazia), mediante la quale facciamo di rendere il nostro culto a Dio in modo accettevole... Finalmente il cod. M e la versione armena seguiti dal Weiss leggono il primo sogg. ed il secondo indic. «facciamo di sentir gratitudine mediante la quale noi possiamo rendere il nostro culto a Dio in modo a lui accettevole». La lezione, per quanto trovi poco appoggio nei Msc., si raccomanda per semplicità e risponderebbe bene al contesto, poichè come nota il Weiss, la gratitudine alla quale gli Ebrei sono esortati forma il più aperto contrasto con l'attitudine di chi volta le spalle al Dio che ci offre l'entrata nel regno della perfezione. Il terminare poi con una esortazione come questa è in perfetta armonia con la tendenza pratica dovunque mostrata dallo scrittore. Anche in Ebrei 13:15 ritornerà sul dovere di offrir a Dio del continuo un culto di lode ispirato dalla gratitudine. Dalla riconoscenza non devono andar mai disgiunti, nel nostro culto, i sentimenti che si convengono alla creatura davanti a Dio: la pia riverenza di chi teme di offendere il Dio santo ed il timore di chi sente tutto il suo nulla davanti all'Onnipotente. Paolo dice: «con timore e tremore».

Riferimenti incrociati:

Ebrei 12:28

Is 9:7; Dan 2:44; 7:14,27; Mat 25:34; Lu 1:33; 17:20,21; 1P 1:4,5; Ap 1:6; 5:10
Eb 3:6; 10:23
Sal 19:14; Is 56:7; Rom 12:1,2; Ef 1:6; 5:10; Fili 4:18; 1P 2:5,20
Eb 4:16; 5:7; 10:19,22; Lev 10:3; Sal 2:11; 89:7; Prov 28:24; Rom 11:20; 1P 1:17; Ap 15:4

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