Nuova Riveduta:

Ebrei 4:2-3

2 Poiché a noi come a loro è stata annunciata una buona notizia; a loro però la parola della predicazione non giovò a nulla, non essendo stata assimilata per fede da quelli che l'avevano ascoltata. 3 Noi che abbiamo creduto, infatti, entriamo in quel riposo, come Dio ha detto:
«Così giurai nella mia ira:
"Non entreranno nel mio riposo
!"»
E così disse, benché le sue opere fossero terminate fin dalla creazione del mondo.

Atti 13:48

Gli stranieri, udendo queste cose, si rallegravano e glorificavano la Parola di Signore; e tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero.

C.E.I.:

Ebrei 4:2-3

2 Poiché anche a noi, al pari di quelli, è stata annunziata una buona novella: purtroppo però ad essi la parola udita non giovò in nulla, non essendo rimasti uniti nella fede a quelli che avevano ascoltato. 3 Infatti noi che abbiamo creduto possiamo entrare in quel riposo, secondo ciò che egli ha detto:
Sicché ho giurato nella mia ira:
Non entreranno nel mio riposo
!
Questo, benché le sue opere fossero compiute fin dalla fondazione del mondo.

Atti 13:48

Nell'udir ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio e abbracciarono la fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna.

Nuova Diodati:

Ebrei 4:2-3

2 Infatti a noi come pure a loro è stata annunziata la buona novella, ma la parola della predicazione non giovò loro nulla, non essendo stata congiunta alla fede in coloro che l'avevano udita. 3 Noi infatti, che abbiamo creduto, entriamo nel riposo come egli disse: «Così giurai nella mia ira: Non entreranno nel mio riposo». E così disse, sebbene le sue opere fossero terminate fin dalla fondazione del mondo.

Atti 13:48

I gentili, udendo queste cose, si rallegrarono e glorificavano la parola del Signore; e tutti coloro che erano preordinati alla vita eterna credettero.

Bibbia della Gioia:

Ebrei 4:2-3

2 Perché questa meravigliosa notizia, è stata data a noi come a quelli che vissero al tempo di Mosè. A loro, però, non giovò, perché dopo averla udita, non vi prestarono fede. 3 Noi, invece che abbiamo creduto in Dio, possiamo entrare nel luogo del suo riposo, quel «riposo» a proposito del quale Dio disse:
«Quando mi sono adirato ho giurato
che quelli che non credono in me non vi entreranno mai!»
Così parlò il Signore, benché avesse già preparato tutto e fosse in loro attesa fin dalla creazione del mondo.

Atti 13:48

A queste parole, i pagani erano fuori di sé dalla gioia e si misero a lodare Dio; e tutti quelli disposti ad accettare la vita eterna, credettero.

La Parola è Vita
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Riveduta:

Ebrei 4:2-3

2 Poiché a noi come a loro è stata annunziata una buona novella; ma la parola udita non giovò loro nulla non essendo stata assimilata per fede da quelli che l'avevano udita. 3 Poiché noi che abbiam creduto entriamo in quel riposo, siccome Egli ha detto: Talché giurai nella mia ira: Non entreranno nel mio riposo! e così disse, benché le sue opere fossero terminate fin dalla fondazione del mondo.

Atti 13:48

E i Gentili, udendo queste cose, si rallegravano e glorificavano la parola di Dio; e tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero.

Diodati:

Ebrei 4:2-3

2 Poichè è stato evangelizzato a noi ancora, come a coloro; ma la parola della predicazione non giovò loro nulla, non essendo incorporata per la fede in coloro che l'aveano udita. 3 Perciocchè noi, che abbiam creduto, entriamo nel riposo (siccome egli disse: Talchè io giurai nell'ira mia: Se giammai entrano nel mio riposo); e questo disse benchè le sue opere fossero compiute fin dalla fondazione del mondo.

Atti 13:48

E i Gentili, udendo queste cose, si rallegrarono, e glorificavano la parola di Dio; e tutti coloro ch'erano ordinati a vita eterna credettero.

Commentario:

Ebrei 4:2-3

2 Perocchè a noi, come a coloro, è stata annunziata la buona novella.

Il greco dice: siamo stati evangelizzati, applicandosi la parola così alla promessa di Canaan fatta ad Israele (con tutto ciò ch'ella implica), come alle promesse del Vangelo della salvezza udite dai lettori dell'epistola. Il privilegio della conoscenza della Parola di Dio gli Ebrei l'hanno goduto; a loro sta di giovarsene meglio dei loro antenati.

Ma a quelli non giovò la parola udita, non essendo stata assimilata per fede da quelli che l'avevano udita.

Il ricevere una buona novella non giova se a quella il cuore non presta fede. Agli Israeliti non era stato di alcuna utilità pratica la promessa di Canaan, poiché non avendola essi ricevuta con fede viva e perseverante, erano caduti nel deserto. La versione che diamo della 2a parte del versetto risponde al testo Tischendorf, Nestle 4a ediz., ed ordinario, il quale poggia sul codice Sinottico e sulle due antiche versioni siriaca e latina (Itala e Vulgata). Ma varie edizioni critiche (Lachmann, Tregelles, Hort), dànno la preferenza alla lezione dei Codd. A B C D (σνγκεκερασμενους invece di μενος ). Però la difficoltà di trovare un senso plausibile a questa lezione induce a credere ad una corruzione molto antica del testo. Cosa, infatti significherebbe il «non essendo essi uniti per fede con quelli che avevano udito», quando cotesti uditori sono gli stessi che rifiutaron di credere? Colossesi testo del Sinottico adottato da Tischendorf, B. Weiss, Westcott, Nestle 4a ed., etc., ci troviamo dinanzi ad un'immagine ardita ma piena di verità, con cui la parola di Dio udita è paragonata al cibo il quale, per giovare al corpo, ha da essere ricevuto dalla bocca e assimilato, assorbito dagli organi digestivi così da diventar sangue e vita e forza della persona. Così, per opera della fede, ha da essere la parola della salvazione «mescolata», intimamente unita con l'essere nostro spirituale, incorporata in esso come traduce Diodati, od assimilata da esso, onde diventare vita e forza ed allegrezza del cuore. Con analoga figura Gesù chiamò se stesso il «pane della vita», dicendo: «Chi mangia questo pane viverà in eterno». «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna» Giovanni 6:51-58; mentre prima avea detto, senza figura: «Chi crede ha vita eterna» Giovanni 6:47. Altri rendono: «perchè non con giunta colla fede in coloro che l'udirono»; l'idea resta la stessa, ma questo «in coloro» manca nel testo.

3 Infatti noi che abbiamo creduto «entriamo nel riposo» siccome disse: «Come giurai nell'ira mia: Non «entreranno nel mio riposo», sebbene le opere fossero state fatte fin dalle fondazione del mondo. La Scrittura infatti dice, in qualche luogo, circa il settimo giorno: «E Dio si riposò nel settimo giorno di tutte le opere sue». E di nuovo in questo luogo: «Non entreranno nel mio riposo». Poiché dunque è riservato ad alcuni di entrare in esso e coloro a cui fu prima annunziata la buona novella non vi entrarono per la [loro] disubbidienza, egli determina di nuovo un certo giorno «oggi», dicendo in Davide, dopo tanto tempo, come è stato innanzi detto: «Oggi, se udite la sua voce, non indorate i vostri cuori». Difatti, se Giosuè li avesse introdotti nel riposo, non avrebbe parlato più, dopo ciò, di un altro giorno. Rimane, per conseguenza, un riposo sabbatico per il popolo di Dio. Poiché chi è una volta «entrato nel riposo di esso», si riposa anche lui delle sue opere come Iddio dalle proprie.

Per intendere il ragionamento dell'autore conviene considerarlo nel suo insieme, non scinderlo in parti minute. Per giungere alla conclusione che un riposo sabbatico è riservato al popolo di Dio e che i credenti vi entrano, egli parte dal fatto costatato in Genesi 2, che Dio quando ebbe compiuta la creazione «si riposò al settimo giorno di tutta l'opera sua». Quel fatto gli dà la chiave del contenuto consolante della promessa del riposo che Dio, nella sua bontà, farà brillare dinanzi al suo popolo in epoche successive. Quel riposo sarà simile a quello di Dio. Sarà per la settimana della vita terrena travagliata quel che il sabato, per quanto imperfetto, e per ogni settimana di fatica. Chi vi entrerà si riposerà delle opere sue a somiglianza di quel che fece e fa Iddio (Cf. Apocalisse 14:13). Perciò quel riposo è chiamato con parola unica, un sabbatismo, cioè un riposo sabbatico. Diecine di secoli dopo la creazione, e quando Dio richiamò in vigore l'istituzione del Sabato, Dio promise al popolo che si era scelto di condurlo nel paese del riposo di cui Canaan era la figura e l'arra ad un tempo; ma il popolo uscito d'Egitto, per la sua disubbidienza ed incredulità, rimase escluso dal riposo promesso. Vero è che Giosuè introdusse la seconda generazione degli Israeliti in Canaan; ma non si può dire che li abbia introdotti nel «riposo di Dio», perchè le condizioni in cui avvenne la conquista, lo stato morale ed esterno del popolo dopo di essa fanno vedere che Israele era lungi dall'esser giunto al riposo di Dio. Difatti nessun riposo meramente terreno, può rispondere all'ideale del riposo di Dio. La promessa era ella dunque caduta? No, risponde lo scrittore dell'Epistola, essa sussiste sempre e lo prova il Salmi 95. scritto da un uomo ispirato, molti secoli dopo l'Esodo e dopo la conquista, e dove si preannunzia una nuova rivelazione di Dio, si esorta il popolo a non privarsi per incredulità, come aveano fatto anticamente, dell'entrata del riposo di Dio. Questo implica che Dio non ha ritirata, la promessa e che i credenti sono quelli che entrano effettivamente nel «riposo di Dio». La nuova rivelazione annunziata e avvenuta per opera del Figlio; il tempo di grazia chiamato «in David» ossia nel Libro dei salmi, oggi, è l'epoca che si estende dalla prima alla seconda venuta di Cristo; coloro che credono al Vangelo sono quelli che formano il vero popolo di Dio, poiché l'essere discendenti carnali di Abramo è cosa esterna, mentre la promessa è per quelli che imitano la fede e la pietà del patriarca (cf. Romani 4; 9:6-8). Qui sta la. radice dell'universalismo del Nuovo Patto; l'epistola non ne tratta perchè l'argomento resta fuori del suo piano, ma lo presuppone dovunque quando fa, della fede la condizione assoluta ed unica per aver parte ai beni della salvazione. Si cfr. Galati 6:16 «l'Israele di Dio»; Filippesi 3:3: «Noi siamo il popolo dei circoncisi, noi che serviamo in ispirito a Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù»; Colossesi 2:11; 1Pietro 2:5-10: «Già non eravate popolo, ma ora siete popolo di Dio».

Atti 13:48

Glorificavano la parola di Dio

Rendevano onore al messaggio divino, accettandolo con reverenza, con gratitudine, e ricevendolo non come messaggio d'uomini, ma come messaggio dell'Eterno.

Tutti coloro che erano ordinati in vita eterna credettero.

Queste parole sembrano esprimere, nel modo più crudo che si possa dare, l'idea della predestinazione individuale. Ed in questo senso le intese il Calvino: "Ordinatio ista nonnisi ad aeternum Dei consilium potest referri". "Questo "ordinare" non può essere riferito che all'eterno decreto di Dio" (Comment. in loco e Instit. 3, 24:2 e 13). Il Barde s'attiene alla spiegazione calvinista. "Il termine, egli dice, è un participio passivo, e significa: disposti, ordinati, come si legge in Senofonte επ' οκτω τεταγμενοι soldati disposti per otto. Il nostro testo, quindi, dopo aver messo in rilievo il lato umano della conversione Atti 13:46, mette ora con altrettanta chiarezza in evidenza la sovrana libertà di Dio in cotest'atto. Concetto essenzialmente paolino; non si può fare a meno di riconoscerlo, perché è la dottrina di Romani 8:28; 9:11; Efesini 1:4,11 ecc.". La parola dell'originale τεταγμενοι (τασσω o ταττω , pongo, colloco, ordino, regolo, schiero (in senso militare), metto in ordine di battaglia ecc.) non include affatto l'idea d'un decreto eterno; ond'è che il Bengel dice bene: "L'uomo non può disporsi, ordinarsi (se pur è lecito di dir così) a vita eterna, che mediante la fede; quindi, cotesta disposizione a vita eterna è divina. Luca non tratta predestinazione eterna; egli descrive quell'ordinamento o quella disposizione che si opera nello stesso tempo, in cui uno ode l'annunzio della salvazione in Cristo. Lo stesso verbo ταττω ordino, dispongo, non è mai usato ad esprimere predestinazione eterna". Il fatto che il verbo ordinare, disporre, è un termine militare, ha persuaso il Wordsworth ed altri, a dare al nostro passo questo senso: "Tutti coloro che si erano schierati per andare innanzi nella via della vita eterna, credettero, cioè confessarono arditamente la loro fede, in faccia ad ogni sorta di pericoli". Nella quale spiegazione, il τεταγμενοι del testo non è preso come passivo, ma come medio. La spiegazione più semplice, più naturale di questo passo mi pare connettersi col pensiero del Bengel essere questa. È un fatto che quando uno arriva ad afferrare la salvazione, ei non ci arriva a caso, o a capriccio; ei ci arriva per un concorso di circostanze, in cui è manifesta la mano della Provvidenza di Dio. Ognuno di noi lo sa per esperienza. Questa sapiente e provvida preparazione non incatena però l'individuo; il quale è lasciato libero di risolversi pel o pel no; di accettare o rifiutare il dono di Dio. In Atti 13:48, eccone di quelli che l'accettano e credono; in Atti 13 :46, eccone di quelli che lo rifiutano e si giudicano così da se stessi indegni della vita eterna. È innegabile che questa frase di Atti 13 :46 non ha senso se non si riconoscono alla libertà dell'individuo il diritto ed i mezzi di decidersi per Cristo.

Come renderemo noi dunque il τεταγμενοι del testo? Io lo renderei così: E tutti quelli che erano disposti per la vita eterna, credettero; intendendo per quel disposti non una disposizione esterna, meccanica, forzata; ma una disposizione interna, dell'animo, individuale, nata e cresciuta in un'atmosfera santificata dalla Provvidenza di Dio. Si osservi che mentre il Bengel nota che il verbo ταττω non è mai usato ad esprimere idee di predestinazione eterna, il nostro τεταγμενοι si trova in Atti 20:13 nel senso di un uomo internamente disposto, determinato, deciso a fare una certa cosa: "Facemmo vela verso Asso, ove dovevamo riprendere Paolo; è lui che s'era deciso a far così (ὁυτως γαρ διατεταγμενος ην) ei preferiva far la strada a piedi". La locuzione del testo non ha nulla di straordinario; è locuzione comune, usuale; ma a noi è difficile di considerarla come tale, perché la ci appar sempre circondata dalle nebbie delle discussioni dogmatiche, che purtroppo l'hanno resa difficile e misteriosa.

Riferimenti incrociati:

Ebrei 4:2-3

2 At 3:26; 13:46; Ga 3:8; 4:13; 1P 1:12
Rom 10:16,17
Rom 2:25; 1Co 13:3; 1Ti 4:8
Eb 4:6; 3:12,18,19; 11:6; 1Te 1:5; 2:13; 2Te 2:12,13; Giac 1:21

3 Eb 3:14; Is 28:12; Ger 6:16; Mat 11:28,29; Rom 5:1,2
Eb 3:11; Sal 95:11
Ge 1:31; Eso 20:11
Eb 9:26; Mat 13:35; Ef 1:4; 1P 1:20

Atti 13:48

At 13:42; 2:41; 8:8; 15:31; Lu 2:10-11; Rom 15:9-12
Sal 138:2; 2Te 3:1
At 2:47; Giov 10:16,26,27; 11:52; Rom 8:30; 11:7; Ef 1:19; 2:5-10; 2Te 2:13,14
At 15:2; 20:13; 22:10; 28:23; Mat 28:16; Lu 7:8; Rom 13:1; 1Co 16:15

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