Nuova Riveduta:

Galati 2

Paolo a Gerusalemme
At 15:1-29
1 Poi, trascorsi quattordici anni, salii di nuovo a Gerusalemme con Barnaba, prendendo con me anche Tito. 2 Vi salii in seguito a una rivelazione, ed esposi loro il vangelo che annuncio fra gli stranieri; ma lo esposi privatamente a quelli che sono i più stimati, per il timore di correre o di aver corso invano. 3 Ma neppure Tito, che era con me, ed era greco, fu costretto a farsi circoncidere. 4 Anzi, proprio a causa di intrusi, falsi fratelli, infiltratisi di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l'intenzione di renderci schiavi, 5 noi non abbiamo ceduto alle imposizioni di costoro neppure per un momento, affinché la verità del vangelo rimanesse salda tra di voi. 6 Ma quelli che godono di particolare stima (quello che possono essere stati, a me non importa; Dio non ha riguardi personali), quelli, dico, che godono di maggiore stima non m'imposero nulla; 7 anzi, quando videro che a me era stato affidato il vangelo per gli incirconcisi, come a Pietro per i circoncisi 8 (perché colui che aveva operato in Pietro per farlo apostolo dei circoncisi aveva anche operato in me per farmi apostolo degli stranieri), 9 riconoscendo la grazia che mi era stata accordata, Giacomo, Cefa e Giovanni, che sono reputati colonne, diedero a me e a Barnaba la mano in segno di comunione perché andassimo noi agli stranieri, ed essi ai circoncisi; 10 soltanto ci raccomandarono di ricordarci dei poveri, come ho sempre cercato di fare.

Pietro ripreso pubblicamente da Paolo in Antiochia
(At 11:1-17; 15:7-11)(Ga 3:10-14, 21-28; 5:1-6)
11 Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. 12 Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. 13 E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. 14 Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei?»
15 Noi Giudei di nascita, non stranieri peccatori, 16 sappiamo che l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato. 17 Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato? No di certo! 18 Infatti se riedifico quello che ho demolito, mi dimostro trasgressore. 19 Quanto a me, per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio. 20 Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me. 21 Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente.

C.E.I.:

Galati 2

1 Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: 2 vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. 3 Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere. 4 E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. 5 Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi.
6 Da parte dunque delle persone più ragguardevoli - quali fossero allora non m'interessa, perché Dio non bada a persona alcuna - a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. 7 Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi - 8 poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani - 9 e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. 10 Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare.
11 Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. 12 Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13 E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. 14 Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?
15 Noi che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, 16 sapendo tuttavia che l'uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; poiché dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno».
17 Se pertanto noi che cerchiamo la giustificazione in Cristo siamo trovati peccatori come gli altri, forse Cristo è ministro del peccato? Impossibile! 18 Infatti se io riedifico quello che ho demolito, mi denuncio come trasgressore. 19 In realtà mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere per Dio. 20 Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. 21 Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano.

Nuova Diodati:

Galati 2

1 Poi, dopo quattordici anni, salii di nuovo a Gerusalemme con Barnaba, prendendo con me anche Tito. 2 Or vi salii per rivelazione ed esposi loro l'evangelo che io predico fra i gentili, ma lo esposi privatamente a coloro che godevano maggior credito, perché non corressi, o non avessi corso invano. 3 Ma neppure Tito che era con me, benché fosse Greco, fu costretto a farsi circoncidere; 4 e ciò a causa dei falsi fratelli introdottisi abusivamente, i quali si erano insinuati per spiare la nostra libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di metterci in servitù. 5 A costoro non cedemmo in sottomissione neppure per un momento, affinché la verità dell'evangelo dimorasse salda fra di voi. 6 Ma da parte di quelli che godevano maggior credito (quali fossero stati, non m'importa nulla; Dio non ha riguardo a persona), ebbene, quelli che godono maggior credito non m'imposero nulla di più. 7 Anzi al contrario, avendo visto che mi era stato affidato l'evangelo per gli incirconcisi, come a Pietro quello per i circoncisi 8 (poiché colui che aveva potentemente operato in Pietro per l'apostolato dei circoncisi, aveva potentemente operato anche in me per i gentili), 9 avendo conosciuto la grazia che mi era stata data, Giacomo, Cefa e Giovanni, che sono reputati colonne, diedero a me e a Barnaba la mano di associazione, affinché noi andassimo fra i gentili, ed essi fra i circoncisi. 10 Soltanto ci raccomandarono che ci ricordassimo dei poveri, proprio quello che anch'io mi ero proposto di fare. 11 Ma quando Pietro venne in Antiochia, io gli resistei in faccia, perché era da riprendere. 12 Infatti prima che venissero alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con i gentili; ma quando giunsero quelli, egli si ritirò e si separò, temendo quelli della circoncisione. 13 E anche gli altri Giudei fingevano assieme a lui, tanto che anche Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. 14 Ma quando io vidi che non camminavano rettamente secondo la verità dell'evangelo, dissi a Pietro in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi alla gentile e non alla giudaica, perché costringi i gentili a giudaizzare?». 15 Noi, di nascita Giudei e non peccatori fra i gentili, 16 sapendo che l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù, affinché fossimo giustificati mediante la fede di Cristo e non mediante le opere della legge, poiché nessuna carne sarà giustificata per mezzo della legge. 17 Or se, cercando di essere giustificati in Cristo, siamo trovati anche noi peccatori, è forse Cristo ministro del peccato? Così non sia. 18 Se infatti edifico di nuovo le cose che ho distrutto, io mi costituisco trasgressore, 19 perché per mezzo della legge io sono morto alla legge, affinché io viva a Dio. 20 Io sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me; e quella vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. 21 Io non annullo la grazia di Dio perché, se la giustizia si ha per mezzo della legge, allora Cristo è morto invano.

Riveduta:

Galati 2

La vocazione divina di Paolo riconosciuta a Gerusalemme
1 Poi, passati quattordici anni, salii di nuovo a Gerusalemme con Barnaba, prendendo anche Tito con me. 2 E vi salii in seguito ad una rivelazione, ed esposi loro l'Evangelo che io predico fra i Gentili, ma lo esposi privatamente ai più ragguardevoli, onde io non corressi o non avessi corso in vano. 3 Ma neppur Tito, che era con me, ed era greco, fu costretto a farsi circoncidere; 4 e questo a cagione dei falsi fratelli, introdottisi di soppiatto, i quali s'erano insinuati fra noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, col fine di ridurci in servitù. 5 Alle imposizioni di costoro noi non cedemmo neppur per un momento, affinché la verità del Vangelo rimanesse ferma tra voi. 6 Ma quelli che godono di particolare considerazione (quali già siano stati a me non importa; Iddio non ha riguardi personali), quelli dico, che godono maggior considerazione non m'imposero nulla di più; 7 anzi, quando videro che a me era stata affidata la evangelizzazione degli incirconcisi, come a Pietro quella de' circoncisi 8 (poiché Colui che avea operato in Pietro per farlo apostolo della circoncisione aveva anche operato in me per farmi apostolo de' Gentili), 9 e quando conobbero la grazia che m'era stata accordata, Giacomo e Cefa e Giovanni, che son reputati colonne, dettero a me ed a Barnaba la mano d'associazione perché noi andassimo ai Gentili, ed essi ai circoncisi; 10 soltanto ci raccomandarono di ricordarci dei poveri; e questo mi sono studiato di farlo.

Pietro ripreso pubblicamente da Paolo
11 Ma quando Cefa fu venuto ad Antiochia, io gli resistei in faccia perch'egli era da condannare. 12 Difatti, prima che fossero venuti certuni provenienti da Giacomo, egli mangiava coi Gentili; ma quando costoro furono arrivati, egli prese a ritrarsi e a separarsi per timor di quelli della circoncisione. 13 E gli altri Giudei si misero a simulare anch'essi con lui; talché perfino Barnaba fu trascinato dalla loro simulazione. 14 Ma quando vidi che non procedevano con dirittura rispetto alla verità del Vangelo, io dissi a Cefa in presenza di tutti: Se tu, che sei Giudeo, vivi alla Gentile e non alla giudaica, come mai costringi i Gentili a giudaizzare? 15 Noi che siam Giudei di nascita e non peccatori di fra i Gentili, 16 avendo pur nondimeno riconosciuto che l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma lo è soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù affin d'esser giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della legge, poiché per le opere della legge nessuna carne sarà giustificata. 17 Ma se nel cercare d'esser giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, Cristo è egli un ministro di peccato? Così non sia. 18 Perché se io riedifico le cose che ho distrutte, mi dimostro trasgressore. 19 Poiché per mezzo della legge io son morto alla legge per vivere a Dio. 20 Sono stato crocifisso con Cristo, e non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in me; e la vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figliuol di Dio il quale m'ha amato, e ha dato se stesso per me. 21 Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottiene per mezzo della legge, Cristo è dunque morto inutilmente.

Diodati:

Galati 2

1 Poi, in capo a quattordici anni, io salii di nuovo in Gerusalemme, con Barnaba, avendo preso meco ancora Tito. 2 Or vi salii per rivelazione; e narrai a que' di Gerusalemme l'evangelo che io predico fra i Gentili; e in particolare, a coloro che sono in maggiore stima; acciocchè in alcuna maniera io non corressi, o non fossi corso in vano. 3 Ma, non pur Tito, ch'era meco, essendo Greco, fu costretto d'essere circonciso. 4 E ciò, per i falsi fratelli, intromessi sotto mano, i quali erano sottentrati per ispiar la nostra libertà, che noi abbiamo in Cristo Gesù, affin di metterci in servitù. 5 A' quali non cedemmo per soggezione pur un momento; acciocchè la verità dell'evangelo dimorasse ferma fra voi. 6 Ma non ricevei nulla da coloro che son reputati essere qualche cosa; quali già sieno stati niente m'importa; Iddio non ha riguardo alla qualità d'alcun uomo; perciocchè quelli che sono in maggiore stima non mi sopraggiunsero nulla. 7 Anzi, in contrario, avendo veduto che m'era stato commesso l'evangelo dell'incirconcisione, come a Pietro quel della circoncisione 8 (perciocchè colui che avea potentemente operato in Pietro per l'apostolato della circoncisione, avea eziandio potentemente operato in me inverso i Gentili), 9 e Giacomo, e Cefa, e Giovanni, che son reputati esser colonne, avendo conosciuta la grazia che m'era stata data, diedero a me, ed a Barnaba, la mano di società; acciocchè noi andassimo a' Gentili, ed essi alla circoncisione. 10 Sol ci raccomandarono che ci ricordassimo de' poveri; e ciò eziandio mi sono studiato di fare.
11 Ora, quando Pietro fu venuto in Antiochia, io gli resistei in faccia; poichè egli era da riprendere. 12 Perciocchè, avanti che certi fosser venuti d'appresso a Giacomo, egli mangiava co' Gentili; ma, quando coloro furon venuti, si sottrasse, e si separò, temendo quei della circoncisione. 13 E gli altri Giudei s'infingevano anch'essi con lui; talchè eziandio Barnaba era insieme trasportato per la loro simulazione. 14 Ma, quando io vidi che non camminavano di piè diritto, secondo la verità dell'evangelo, io dissi a Pietro, in presenza di tutti: Se tu, essendo Giudeo, vivi alla gentile, e non alla giudaica, perchè costringi i Gentili a giudaizzare? 15 Noi, di nascita Giudei, e non peccatori d'infra i Gentili, 16 sapendo che l'uomo non è giustificato per le opere della legge, ma per la fede di Gesù Cristo, abbiamo ancora noi creduto in Cristo Gesù, acciocchè fossimo giustificati per la fede di Cristo, e non per le opere della legge; perciocchè niuna carne sarà giustificata per le opere della legge. 17 Or se, cercando d'esser giustificati in Cristo, siam trovati ancor noi peccatori, è pur Cristo ministro del peccato? Così non sia. 18 Perciocchè, se io edifico di nuovo le cose che ho distrutte, io costituisco me stesso trasgressore. 19 Poichè per una legge io son morto ad un'altra legge, acciocchè io viva a Dio. 20 Io son crocifisso con Cristo; e vivo, non più io, ma Cristo vive in me; e ciò che ora vivo nella carne, vivo nella fede del Figliuol di Dio, che mi ha amato, e ha dato sè stesso per me. 21 Io non annullo la grazia di Dio; perciocchè, se la giustizia è per la legge, Cristo dunque è morto in vano.

Commentario:

Galati 2

1 

Sezione C. Galati 2:1-10

L'APOSTOLATO DI PAOLO È STATO RICONOSCIUTO A GERUSALEMME

Non basta a Paolo dimostrare che ha ricevuto l'Evangelo e la missione apostolica dal Signore e, non dai Dodici; egli non è solamente indipendente da loro, ma è positivamente d'accordo con loro e da loro riconosciuto come vero apostolo di Cristo. I suoi avversari non possono dunque valersi dell'autorità di Pietro, di Giovanni e di Jacobo contro di lui.

Di poi, in capo a quattordici anni, salii nuovamente a Gerusalemme, insiem con Barnaba, e presi meco anche Tito.

La prima domanda che ci presenta qui si riferisce al punto di partenza di questo periodo di 14 anni. Dobbiamo contarli partendo dalla prima visita di Paolo a Gerusalemme, oppure dalla conversione e vocazione sua? È vero che il fatto mentovato immediatamente prima del di poi è la prima visita a Gerusalemme e la partenza per la Siria; ma è vero pure che in Galati 1:18, dicendo: Di poi, in, capo a tre anni, dopo aver mentovato il ritorno a Damasco dall'Arabia, non conta i tre anni da quest'ultimo evento, bensì dalla sua conversione. Se si contano i 14 anni dalla partenza per la Siria, ne segue che la conversione di Paolo sarebbe da porre 17 anni prima ossia nel 33 o 34, quattro anni soltanto dopo la morte di Cristo, il che lascia poco tempo per lo sviluppo considerevole della chiesa di Gerusalemme. Inoltre, 14 anni paion troppi per l'attività spiegata in Siria e Cilicia e durante il primo viaggio missionario in Cipro, Pisidia e Licaonia. Cfr. Atti 11:25-26; 13; 14. Col precisare che (all'infuori dei 15 giorni con Pietro) egli era venuto a contatto cogli altri apostoli soltanto 14 anni dopo la sua conversione, Paolo conferma vie meglio di non aver ricevuto l'evangelo dagli uomini e fa vedere che questa sua visita a Gerusalemme dopo un sì lungo periodo di attività missionaria ricca di frutti, non poteva più avere per iscopo di andare a scuola dai Dodici, ma doveva esser dettata da altri fini.

Sorge qui una seconda domanda: A quale dei suoi viaggi a Gerusalemme intende Paolo alludere quando dice: Salii di nuovo a G... Dopo il primo, ricordato Atti 9; Galati 1:18, Luca ne mentova altri quattro. Il secondo avvenne intorno all'anno 44 allorchè Barnaba e Saulo furon mandati dalla chiesa d'Antiochia a portare elemosine ai fratelli di Giudea provati dalla carestia Atti 11:30; 12:25. Il terzo avvenne nel 51 dopo l'evangelizzazione di Cipro, della Pisidia e della Licaonia, in occasione della questione sorta in Antiochia dell'obbligo o meno per i cristiani etnici di farsi circoncidere. Una deputazione di cui facevano parte Paolo e Barnaba con altri fratelli fu mandata, a Gerusalemme per consultare su ciò gli apostoli e gli anziani Atti 15. Una quarta visita a Gerusalemme è accennata in Atti 18:22 dopo il secondo gran viaggio missionario (anno 54 o 55) e la quinta ed ultima è quella che diede occasione alla lunga prigionia dell'apostolo. Tutti gl'indizii che abbiamo inducono ad identificare il viaggio qui mentovato con quello di Atti 15. In ambedue i casi Paolo viene dalla Siria accompagnato da Barnaba e da altri fratelli: nei Galati è nominato espressamente Tito. In ambedue i casi viene per conferir cogli apostoli e coi capi giudeo-cristiani sulla questione dell'obbligo o meno per i credenti etnici di osservar la legge mosaica, obbligo sostenuto tenacemente dai giudaizzanti. In ambedue i casi il principio della libertà cristiana esce incolume da queste conferenze. La particella παλιν (di nuovo) qui usata, non significa necessariamente: la seconda volta, ma solo: «un'altra volta» dopo quella mentovata. Scopo di Paolo non è di ricordare tutti i suoi viaggi a Gerusalemme, ma di mostrare che se non è stato un allievo degli apostoli, il suo apostolato è però stato da loro, in questo incontro, cordialmente riconosciuto. D'altronde, nel viaggio del 44 Atti 11, Luca non dice ch'egli vedesse alcun apostolo; era il tempo in cui Giacomo di Zebedeo ora stato decapitato e Pietro gettato in carcere; probabilmente gli altri erano partiti dalla città e la colletta d'Antiochia fu consegnata «agli anziani». Se nel 14 fosse avvenuto quanto è narrato in Galati 2, non sarebbe più sorta nel 51, in Antiochia, la questione che diede occasione alla Conferenza di Gerusalemme. Certo le due narrazioni di Atti 15 e Galati 2 sono fra loro diverse, come quelle che sono state scritte con intenti diversi. Luca ch'è storico presenta l'aspetto ecclesiastico ufficiale delle cose: il sorger della questione in seno alla chiesa d'Antiochia, la decisione di mandare una deputazione a Gerusalemme, la discussione pubblica ivi avvenuta, la decisione cui si giunse, la lettera ufficiale mandata ai fratelli etnici. Paolo che scrive con intento apologetico presenta le cose sotto l'aspetto più personale ponendo in luce quel che meglio serve al proprio scopo e senza entrare in particolari noti ai Galati. Si potrebbe tradurre: «avendo preso con noi anche Tito». Cfr. Atti 15:37. Paolo e Barnaba sono i delegati principali, ma secondo Luca furon mandati pure «alcuni altri dei fratelli», e fra, questi Paolo volle che fosse un genuino rappresentante dei credenti etnici nella persona di Tito ch'egli era incirconciso. Nel caso concreto di quel delegato si dovea decidere praticamente l'unione o la, scissione dei due grandi rami della cristianità primitiva, nonchè la vittoria o la sconfitta del principio della libertà cristiana e della salvazione per grazia.

2 Or vi salii in seguito ad una rivelazione;

non per alcun bisogno che avesse d'istruzione o di direzione, e neppure in ubbidienza ad un semplice mandato della chiesa d'Antiochia, ma seguendo ( κατα = secondo) la direzione impartitagli da una rivelazione divina. Come nel caso della sua fuga da Gerusalemme Atti 22:18 o nel caso dell'andata di Pietro in casa di Cornelio, l'occasione umana non contraddice alla intima direzione divina. Benchè fosse al chiaro sui principii coinvolti nella disputa e sulla loro importanza, e fosse deciso a difenderli, poteva esitare sulla opportunità di portare la questione davanti agli apostoli ed alla chiesa di Gerusalemme, cittadella del giudeo-cristianesimo, poteva esitare sulla convenienza di recarsi colà lui ch'era stato persecutore e che poteva ridestare colla sua presenza il fanatismo giudaico. La direzione divina lo persuase ad andare e l'esposizione che vi fece del Vangelo che predicava da anni e dei frutti che avevano coronate le sue fatiche, contribuì ad assicurare la vittoria dei principii che sosteneva. L'intesa fraterna che allora si stabilì fra i rappresentanti degli etnico-cristiani e quelli dei giudeo-cristiani valse a cementare la pace tra le due grandi sezioni della Chiesa primitiva.

ed esposi loro l'evangelo che io predico fra i Gentili, in privato poi l'esposi ai più ragguardevoli onde io non corressi o non avessi corso invano;

L'evangelo che Paolo espose è l'evangelo della salvazione per grazia, offerta a tutti, sotto la sola condizione della fede, e senza obbligo di osservanze legali. A chi lo espose? C'è chi risponde: lo espose soltanto ai capi più autorevoli della chiesa di Gerusalemme e ciò in conferenza privata: al pubblico dei fratelli non fece alcuna esposizione dottrinale ma narrò le grandi cose che Dio aveva operate fra i Gentili per mezzo di lui e di Barnaba. Chi intende così il loro traduce: «ed esposi loro l'evangelo... e ciò in privato ai più ragguardevoli...» Sembra però più conforme al testo di Paolo ed anche a quello di Luca in Atti 15 il veder qui accennata una duplice esposizione: una dinanzi all'intera chiesa di Gerusalemme (Cfr. Atti 15:4-22) più semplice, più indiretta, materiata di fatti, l'altra più profonda, più dommatica, più completa, davanti agli uomini più autorevoli. Luca accenna ad un'adunanza «degli apostoli e degli anziani» Atti 15:6 che forse precedette l'adunanza più generale e decisiva della «moltitudine» dei fratelli. Era ad ogni modo naturale che i capi, prima di giungere a una decisione, esaminassero tra loro più a lungo la questione e cercassero il miglior modo di mantener l'unione senza sacrificare i diritti della verità. Quello infatti che preoccupa Paolo nelle conferenze di Gerusalemme è il pericolo di veder compromessa tutta l'opera sua missionaria tra i Gentili. Il correre è immagine tolta dalle gare atletiche dei Greci e designa l'attività strenua e costante spiegata dall'apostolo. Egli non dubita per nulla della verità del Vangelo da lui predicato; ma qualora i giudaizzanti seguitassero a valersi dell'autorità degli apostoli e della chiesa di Gerusalemme per combatterlo, le chiese da lui fondate sulla base della libertà cristiana correrebbero pericolo di sfasciarsi miseramente. Se in materia tanto essenziale quale è quella delle condizioni della salvezza, fossero stati discordi fra loro gli apostoli, chi avrebbe potuto conoscere con certezza la mente di Cristo? E come si sarebbe mantenuta salda la fede nei neofiti così da resistere agli assalti degli avversari ed alle persecuzioni? Se si fosse deciso che i pagani dovevano, in certo modo, passare per il giudaismo per diventar cristiani, Paolo potea facilmente prevedere che ciò getterebbe lo scompiglio nelle chiese già fondate in paese pagano, taglierebbe i nervi alla sua predicazione e arresterebbe i trionfi del Vangelo.

3 Ma neanche Tito ch'era con me, ed era greco, fu costretto a farsi circoncidere.

Il risultato del viaggio di Paolo e della conferenza di Gerusalemme ora stato l'opposto di quanto potevasi temere dai difensori della libertà cristiana. Non solo era stata salvaguardata la libertà dei convertiti etnici in genere, ma neanche Tito che Paolo avea condotto seco come loro rappresentante, nella cittadella del giudeo-cristianesimo, era stato costretto da alcuna decisione, o richiesta o pressione a farsi circoncidere. Nella sua persona erano stati riconosciuti come fratelli in Cristo i credenti etnici e rispettata la loro libertà. Certo questo era avvenuto contro la volontà e a dispetto degli sforzi dei giudaizzanti, ma gli apostoli e gli anziani di Gerusalemme, fraternizzando con Tito, avevano mostrato di non dividere le idee dei fanatici della legge. In altre circostanze Paolo circonciderà Timoteo Atti 16:3 per appianargli la via presso i Giudei, ma qui non era questione di condiscendenza, bensì di principio e andava difesa dalle insidie una verità importante.

4 [E questo] a motivo dei falsi fratelli furtivamente introdottisi, i quali erano sottentrati per ispiare la libertà che noi abbiamo in Cristo Gesù, affine di ridurci in ischiavitù.

Connettendo, come facciamo, il v. 4 con quello che, precede e propriamente col verbo: fu costretto, la frase ha carattere spiegativo. Tito non fu costretto alla circoncisione a motivo dei falsi fratelli. Se non erano le loro mene, il loro agitarsi per ottenere che la circoncisione fosse dichiarata obbligatoria per i credenti etnici, la cosa non avrebbe avuto importanza. Paolo ed i suoi compagni avrebbero potuto mostrarsi meno intransigenti e le autorità della chiesa di Gerusalemme veder di buon occhi un atto compiuto per un riguardo ai giudeo-cristiani. Ma la cosa mutava aspetto dal momento che i giudaizzanti dichiaravano la circoncisione necessaria a salvezza ed esigevano quella di Tito per quel motivo. Venivano così ad alterar l'evangelo della salvezza ]per grazia mediante la sola fede in Cristo introducendovi un elemento di merito legale. Posta la questione in quei termini, nè Paolo e Barnaba potevano mostrarsi condiscendenti, nè poteva la chiesa di Gerusalemme far causa comune con quei sedicenti fratelli che, in fondo all'anima, erano rimasti Farisei. Alcuni costruiscono così il versetto: «A motivo dei falsi fratelli... noi non cedemmo...» ma il pronome relativo: ai quali... che rompe la frase, rende tale costruzione impossibile. L'importanza del principio in causa è fatta risaltare dal modo in cui sono caratterizzati coloro che avrebbero voluto la circoncisione dei credenti etnici. Sono falsi fratelli perchè mentre si professano membri della chiesa cristiana, in realtà sono Farisei con una vernice di cristianesimo, gente che vede in Gesù non già il Salvatore del mondo, ma l'osservatore della legge mosaica. Si sono introdotti di soppiatto ( καρεισακτοι) sotto veste cristiana, senza esserlo realmente. Introdotti dove? Chi risponde: «nella chiesa di Gerusalemme»; ma siccome Paolo aggiunge: «per spiare la nostra libertà», si deve intendere piuttosto: "nella fratellanza" e più specialmente: nel campo della missione tra i pagani. C'è chi li ha chiamati perciò: spie giudaiche nel campo cristiano. In Antiochia, ad esempio, eran giunti sotto veste di missionari mandati da Gerusalemme, mentre lo scopo loro segreto era di osservare davvicino e con intento ostile ( καρασκοπησαι) quel che s'insegnava e quel che si praticava nelle chiese etnico-cristiane per opporsi poi alla libertà cristiana e ridurre i credenti in ischiavitù sotto il giogo della legge mosaica. Dicendo la nostra libertà Paolo vuol parlare della libertà di tutti i cristiani di fronte alla legge mosaica. Alla legge scritta sulle tavole di pietra, il Vangelo ha sostituito la legge scritta nei cuori dallo Spirito di Cristo creator di vita nuova. Il cristiano resta così libero rispetto alla natura: tutto ciò che Dio ha creato è buono, nessuna creatura è per se stessa impura e di tutto si può usare con rendimento di grazie; il cristiano è libero di fronte ai suoi simili, nessun uomo dovendo esser considerato come impuro per il fatto della sua origine pagana ecc.: non c'è barbaro o greco, Giudeo o Gentile, uomo o donna, schiavo od uomo libero, in Cristo; il cristiano è libero di fronte alle osservanze legali: circoncisione, distinzione di giorni, di cibi ecc. Questa libertà i credenti l'hanno in Cristo, per mezzo di lui e nella comunione con lui. Chi è in Cristo è nuova creatura, è morto alla legge e vive per Cristo. È questa libertà che i falsi fratelli miravano a distruggere per ridurre i cristiani sotto la schiavitù della legge giudaica. Tale il fine dei loro sforzi in Antiochia, in Galazia, dovunque. Con ciò essi introducevano, una nuova forma di legalismo che sovvertiva l'essenza stessa del Vangelo della grazia.

5 A costoro noi non vedemmo neppure un istante per sottometterci alle loro esigenze, affinchè la verità del Vangelo fosse mantenuta presso di voi.

Il greco porta: ai quali non cedemmo... per sottomissione... Se si fosse trattato di non scandalizzare dei fratelli deboli, Paolo e Barnaba sarebbero stati disposti a rinunziare ai loro diritti; ma si trattava di resistere alle esigenze che dei falsi fratelli mettevano innanzi come condizione di salvezza, sovvertendo il vangelo; perciò si mostrano saldi come rupe e non transigono. Si tratta della verità ch'è il contenuto essenziale del Vangelo di Dio, ed essi non possono lasciarla alterare. Se avessero ceduto la dottrina della salvazione per grazia e della libertà cristiana sarebbe stata compromessa presso tutte le chiese etniche presenti e future e ad esse si sarebbe imposto il giogo legale. Per conservar a quelle chiese e quindi anche a quelle di Galazia, sebbene allora non fossero ancora fondato il tesoro della verità evangelica in tutta la sua purezza, Paolo coi delegati antiocheni si è mostrato irremovibile in Gerusalemme e in Antiochia. C'è forse nel presso di voi in rimprovero indiretto ai Galati che si mostravano così pronti a cedere alle mene dei giudaizzanti, e a rinunziare alla verità che l'apostolo si era sforzato di conservar loro.

6 Ma coloro che godono di particolare considerazione (di quel che siano stati una volta non m'importa nulla, Dio non ha riguardi personali) coloro, dico, che godono maggior considerazione non m'imposero nulla di più;

Il greco reca: Ma da coloro che... e sembra che l'apostolo principiasse così la frase coll'intenzione di continuarla informa passiva: Ma da coloro che... non mi fu imposto nulla di più, anzi... Però, dopo la parentesi e come facendo seguito all'idea che Dio non riguarda all'esterno dell'uomo, egli esprime il suo pensiero in forma attiva: coloro che... non m'imposero nulla di più. Cotali mutamenti di costruzione non sono rari nello stile paolino. Coloro che godono di particolare considerazione ed autorità presso i giudeo-cristiani, lett. «che sono considerati come essendo qualcosa», sono gli stessi che, Paolo nomina al Galati 2:9: Jacobo il fratello di Gesù e pastore della chiesa di Gerusalemme, Pietro e Giovanni apostoli del Signore. Non c'è ironia in questo modo di caratterizzarli, tutt'al più vi può essere un riflesso dell'esagerata, esclusiva autorità a loro attribuita dai giudaizzanti. Ma Paolo mira a rilevare il fatto che le maggiori autorità della chiesa di Gerusalemme hanno solennemente riconosciuto come vero il suo evangelo e come genuina la sua missione. Però, mentre riconosce il fatto della speciale autorità goduta da Jacobo, Pietro e Giovanni, e la giudica anche meritata per il loro elevato carattere cristiano, i loro doni spirituali, e la loro attività benedetta da Dio, Paolo sente il bisogno di dichiarare in una parentesi, a scanso di malintesi, ch'egli non da alcuna importanza a certe considerazioni esterne cui davano gran peso i giudaizzanti. Che Jacobo sia stato fratello carnale del Signor Gesù, che Pietro e Giovanni siano stati nella compagnia di Gesù ed anche fra gl'intimi suoi, è cosa che non ha vera importanza spirituale. L'aver conosciuto Cristo «secondo la carne» 2Corinzi 5:16 è cosa esterna che non garantisce la conoscenza spirituale di lui. Quel che conta è il conoscere secondo lo Spirito, è la rivelazione del Figliuol di Dio all'anima per opera dello Spirito. Perciò Paolo non da importanza a quel che sono stati un tempo i capi. più ragguardevoli, alla loro esterna connessione con Gesù; perchè quella non costituisce la base di una vera autorità spirituale. Uno può esser fratello di Gesù e non credere in lui, uno può esser stato tre anni con Gesù e non averlo compreso meglio di Giuda. Gesù stesso non avea data importanza alle relazioni esterne quando avea chiamati suoi congiunti coloro che fanno la volontà del Padre suo Matteo 12:46-50. Dio stesso non da importanza a ciò ch'è esterno, all'apparenza, alla condizione sociale, alla ricchezza, non ha riguardi personali: Dio riguarda al valore intrinseco, reale. Perciò nella sua libertà sovrana egli sceglie le cose deboli, sprezzate nel mondo, per confonder le forti e le onorate, e ciò per tagliar dalle radici l'orgoglio dell'uomo. A Paolo, quelli che godono di maggior considerazione non imposero nulla di più. Il senso di queste parole risulta chiaro dal contesto. Egli avea loro esposto il vangelo da lui predicato; a quella esposizione essi non trovarono nulla da aggiungere, nulla da togliere o da correggere. In ispecie non gli diedero alcuna nuova istruzione circa le condizioni della salvezza, non gl'imposero come cose necessarie la circoncisione o le osservanze legali. Vero è che la conferenza di Gerusalemme si era chiusa con delle raccomandazioni relative all'astenersi dalle carni sacrificate agli idoli, dalle bestie soffocate, dal sangue ecc. Ma tali cose non furono ingiunte come necessarie a salvezza, bensì raccomandate in via di compromesso temporaneo e per un riguardo ai Giudei sparsi dovunque nel mondo. Ora i riguardi caritatevoli all'altrui coscienza Paolo li ha sempre raccomandati con grande forza persuasiva, come si vede da 1Corinzi 8:10 e da Romani 14:15. Ma altra cosa sono i riguardi fraterni ed altra le condizioni da Dio poste alla salvezza del peccatore.

7 Anzi, quand'ebbero veduto che mi era stata affidata l'evangelizzazione degli incirconcisi come a Pietro quella dei circoncisi (poichè Colui che ha operato efficacemente in Pietro in vista dell'apostolato tra i circoncisi, ha operato efficacemente anche in me in vista di quello tra i Gentili) e quand'ebbero conosciuta la grazia che mi era stata largita, Jacobo e Cefa e Giovanni che sono considerati quali colonne diedero a me ed a Barnaba la mano d'associazione affinchè noi andassimo ai Gentili ed essi ai circoncisi.

Il greco ha: anzi, al contrario, cioè: Ben lungi dall'aggiungere qualcosa alla predicazione di Paolo, quasi che le mancasse alcun che, i capi più ragguardevoli delle chiese giudeo-cristiane riconobbero apertamente e la verità della dottrina e la realtà della missione apostolica di Paolo. Videro, cioè intesero chiaramente. L'espressione greca: l'evangelo della incirconcisione non accenna ad un vangelo diverso per sostanza da quello della circoncisione, e neppure significa l'evangelo libero dall'obbligo della circoncisione, poichè neanche Pietro ed i suoi compagni avevano mai predicato l'obbligo della circoncisione per la salvezza. «Noi crediamo, dice Pietro alla Conferenza di Gerusalemme, d'esser salvati, nel modo medesimo in cui anch'essi lo sono, mediante la grazia del signor Gesù» Atti 15:11. Si tratta semplicemente dell'evangelo da recare agli incirconcisi, ossia dell'evangelizzazione dei pagani. Spesso le parole incirconcisione e circoncisione sono adoprate in questo senso concreto per indicare gl'incirconcisi e i circoncisi, i pagani e i Giudei. Cfr. Romani 2:26; Efesini 2:11; Colossesi 3:11; Filippesi 3:2-3. Certo la predicazione del Vangelo tra i pagani dovea farsi in modo alquanto diverso da quello adoperato presso i Giudei; il discorso di Paolo in Atene non rassomiglia a quello di Pietro alla Pentecoste nè a quello di Paolo stesso ai Giudei d'Antiochia di Pisidia. Ai Giudei si potea citare spesso l'Antico T. poichè presso a loro il cristianesimo si innestava sul Giudaismo di cui seguitavano ad osservar le pratiche, venerande per divina istituzione e per lunga abitudine; ma la sostanza del vangelo, a chiunque lo si predicasse, restava sempre la salvazione per grazia mediante la fede nel Cristo.

8 La parentesi del Galati 2:8 mira ad indicare su che si fondasse la convinzione formatasi nei capi di Gesusalemme circa la missione di Paolo. Essa fondavasi sull'opera della grazia in lui e per mezzo di lui. La grazia del Signore l'avea preparato e reso atto ad essere uno strumento efficace nello spargere il Vangelo tra i pagani ed avea posto di già il suggello di ricche benedizioni sui suoi lavori. L'opera della grazia era altrettanto evidente nel caso di Paolo quanto lo fosse nel caso di Pietro. Così era piaciuto a Dio e non v'era in ciò materia da insuperbire. «Per la grazia di Dio sono quel che sono e la sua grazia in me non è stata vana» 1Corinzi 15:10. Soltanto la interna divina energia, nota il Beet, può rendere un uomo atto a disimpegnare un mandato divino. L'aver conosciuto ( γνοντες) la grazia data a Paolo in vista della missione fra le genti, indica nei capi giudeo-cristiani un grado di conoscenza più chiara, più ragionata, più completa. Questa conoscenza l'avevano derivata non solo dalla narrazione dei successi riportati dalla predicazione di Paolo e dal racconto delle circostanze che avevano accompagnata la sua conversione, ma l'avevano potuta derivare dalla di lui esposizione del Vangelo rivelante l'intelligenza che gli era stata concessa del piano di Dio di fondere in un sol corpo i credenti tutti del Nuovo Patto, qualunque fosse la loro provenienza. Leggendo oggi le epistole di Paolo, possiamo conoscere anche noi la grazia che gli era stata riccamente largita.

9 È notevole l'ordine in cui sono mentovati i personaggi più ragguardevoli della comunità cristiana di Gerusalemme. Primo, Jacobo, il pastore locale che pare aver presieduto la Conferenza, il fratello del Signore, poi gli apostoli Pietro e Giovanni. Con ragione Sieffert vede in quest'ordine una prova che Jacobo non ora apostolo, altrimenti sarebbe stato nominato dopo Pietro ch'è sempre primo negli elenchi che abbiamo. Ma è pur questa una prova dell'alta considerazione in cui era tenuto Jacobo «il giusto». Col dire che sono considerati come colonne fra i giudeo-cristiani (compresi i giudaizzanti) si viene a indicare con un'immagine tolta da un edificio l'autorità speciale e l'importanza che a quei tre personaggi era da tutti riconosciuta. Pietro era stato il primo ad annunziare il Vangelo alla, Pentecoste e il primo a battezzare dei pagani fatti credenti; sempre avea sostenuto in Gerusalemme una parte importante come risulta dai Fatti. Giovanni, l'amico intimo di Gesù, figura negli Atti come il compagno di lavoro di Pietro sebbene in posizione più riservata. Non pare essersi allontanato da Gerusalemme fino al momento in cui la ruina della città aperse un nuovo periodo nello sviluppo della chiesa cristiana.

Dar la mano di associazione equivale a stringere un patto solenne basato sulla stima personale e sull'armonia sostanziale della dottrina, un patto di solidarietà, fraterna nell'opera comune. Il genit. κοινωνιας (di comunione) indica il significato morale dell'atto. L'evangelo predicato è, lo stesso ed essi lo riconoscono esplicitamente: ma seguendo le indicazioni della Provvidenza, si dividono il campo per modo che ciascuno compia l'opera cui è più specialmente atto e alla quale Dio lo chiama. C'è in una siffatta divisione amichevole del campo una garanzia che gli uni non intralceranno l'opera degli altri con intempestivo intrusioni ma lasceranno che le chiese si svolgano liberamente serbando la loro particolare impronta nelle cose secondarie. D'altronde questa divisione fatta secondo un criterio etnologico e religioso doveva intendersi come fatta in modo generale, poichè Paolo non tralascia di evangelizzare i Giudei dispersi nelle contrade pagane, nè Pietro, pure interessandosi specialmente dei Giudei, si astiene dall'evangelizzare i pagani. Cfr. la sua 1a Epistola. La scuola di Tubinga si è sforzata di menomar l'importanza di questo patto d'alleanza. Zeller lo ha definito «una reciproca tolleranza, un concordato meramente esterno tra Paolo e gli apostoli primitivi» e Baur non si perita d'affermare che «questa comunione fu sempre una divisione... Lasciarono che Paolo proseguisse a lavorare secondo i principii sui quali si fondava la sua missione tra i pagani, ma, quanto a loro, non ne vollero saper più nulla». Una simile affermazione è in recisa opposizione con quella di Paolo nonchè colle fraterne relazioni mantenute da lui colle chiese giudeo-cristiane di Palestina e da Pietro colle chiese etniche d'Asia Minore e probabilmente anche d'Italia sul tramonto della sua carriera. Quello ch'è vero è che il partito giudaizzante non depose le armi e seguitò a seminar zizzania in mezzo alle chiese della gentilità. Quel ch'è vero ancora è che il patto di Gerusalemme non eliminò senz'altro tutte le difficoltà che dovevano sorgere nelle chiese miste di elementi giudaici ed etnici. Ad eliminarle Paolo si è adoperato ispirandosi allo stesso spirito di carità e di fraterni riguardi che avea dettato il compromesso di Gerusalemme. Sparirono poi gradatamente a misura che fu. compreso il fine cui dovea servire la economia legale preparatoria. Vedasi l'Epistola agli Ebrei. L'inimicizia crescente del giudaismo incredulo e la distruzione di Gerusalemme furono come il suggello visibile della fine dell'antica economia.

10 Solo ci raccomandarono di ricordarci dei poveri e questo mi sono dato premura di farlo.

La divisione del campo di lavoro dovea portare i servi di Cristo a lavorare lontani gli uni dagli altri e in mezzo a popoli diversi; ma la lontananza non dovea spegnere la carità fraterna. Pfleiderer ha veduto nel soccorso qui sollecitato da parte dei credenti etnici a favore dei cristiani poveri di Giudea una specie di tributo dovuto dalla plebs dei Gentili al patriziato palestinese, tributo analogo a quello che i Giudei anche lontani pagavano per il tempio. Con questo i cristiani etnici sarebbero riconosciuti vassalli di fronte ai cittadini veri del Regno. Il Semeria (Venticinque anni... p. 328) a sua volta dice: «Volevano gli apostoli che i nuovi convertiti del gentilesimo non mancassero d'aver colla chiesa madre dei rapporti di carità e in parte di sudditanza, perchè questo venire in soccorso della comunità di Gerusalemme, piuttosto che delle altre, era atto ad un tempo di carità e di preferenza, quindi di venerazione». Ora, questo vassallaggio e questa sudditanza dei cristiani etnici sono agli antipodi della dottrina di Paolo che ha sempre insegnato l'uguaglianza del Greco e del Giudeo di fronte a Cristo, nè si trova la minima traccia di siffatti concetti nei passi delle sue lettere ove raccomanda la colletta per i poveri di Giudea. Quei cristiani erano caduti in povertà sia per causa delle persecuzioni patite (e Saulo ne sapeva qualcosa), sia per causa dell'alienamento dei loro beni nell'ardore del loro magnifico entusiasmo allorchè aspettavano vicino il ritorno di Cristo sia ancora a motivo della carestia del 44 di cui in Atti 12. In quell'occasione Paolo e Barnaba avevano già portato i soccorsi d'Antiochia a Gerusalemme; ma dopo la Conferenza (a. D. 50-51) Paolo si occupò con sollecitudine ( εσπουδασα) di organizzare una grande colletta nelle chiese etniche a favore dei poveri di Gerusalemme Risulta da 1Corinzi 16:1 ch'egli l'avea raccomandata alle chiese di Galazia verosimilmente nella sua seconda visita e ciò spiega l'espressione particolare di cui si serve qui e che si potrebbe rendere: «Ed è per l'appunto questo che mi sono studiato di fare», come ben sapete. Egli la raccomanda nella 1Corinzi 16 e nella 2Corinzi 8-9 facendo valere la povertà dei cristiani di Giudea, il debito spirituale delle chiese etniche verso quelle dalle quali era partito il vangelo; fa valere la buona impressione che quell'atto di carità fraterna farà nel cuore dei giudeo-cristiani, suscitandovi sentimenti di riconoscenza verso Dio, desiderio di più intima comunione con quei fratelli lontani. Lungi dall'essere un compenso per una pretesa mancanza d'unità nella fede, essi vi riconosceranno la manifestazione genuina della fede ch'è operante per mezzo dell'amore. Di sudditanza degli etnici, neppure un lontano accenno.

AMMAESTRAMENTI

1. All'evangelo della salvazione per grazia mediante la fede, senza obbligo di osservanze legali, i capi più stimati delle chiese giudeo-cristiane, compresi gli apostoli Pietro e Giovanni, non ebbero nulla da aggiungere nè da modificare quando Paolo ebbe ad esporlo dinanzi a loro. Pietro, dopo aver costatato che Dio avea dato lo Spirito ai credenti etnici come a quelli Giudei, concludeva il suo discorso dicendo: «Noi crediamo d'esser salvati nel modo che anch'essi lo sono mediante la grazia del Signor Gesù» Atti 15:11. Questo pieno consenso dei testimoni di Cristo sa quel ch'è l'essenza del Vangelo, consenso che trova la sua conferma nelle Epistole di Pietro e di Giovanni posto a confronto con quelle di Paolo, è un fatto di alta importanza.

Esso manda all'aria il castello di fiabe edificato da certi critici sulla base di un preteso antagonismo tra Pietro e Paolo, o di una pretesa trasformazione del cristianesimo per opera di Paolo.

Esso pone in risalto il carattere assoluto, unico, divino dell'evangelo apostolico, ch'è quanto dire dell'evangelo di Cristo stesso. Chi, cosciente od incosciente, cerca di alterarlo, di sostituirlo, di sovvertirlo, si mette in opposizione colla concorde testimonianza degli apostoli del Signore. In ispecie chi, sotto una forma qualsiasi, attenta alla dottrina della salvazione per grazia colpisce il Vangelo in quel che n'è il midollo vitale. Per contro, potranno essere diverse le pratiche esterno fra i cristiani, diverse le costituzioni ecclesiastiche, ma se l'anima poggia con fede sulla grazia di Dio in Cristo, essa poggia sulla roccia.

2. Gesù avea dichiarato di voler riunire in una sola greggia sotto un solo pastore tutte le sue pecore, sia che provenissero dall'ovile giudaico o dal paganesimo. Il popolo di Dio sotto il nuovo Patto doveva comprendere tutti i credenti nel Cristo. Ma i principii più santi non sono tradotti in pratica senza urtare nei pregiudizii, nelle passioni e nelle grettezze degli uomini. Pietro aveva avuto bisogno d'una visione per non considerare impuri i pagani e l'aver battezzato l'incirconciso proselita Cornelio non gli era stato menato buono a Gerusalemme che in seguito a lunghe spiegazioni; le quali non sradicarono in una volta il particolarismo giudaico. Lo portaron seco nella Chiesa cristiana i così detti giudaizzanti pei quali il cristianesimo diventava un mezzo d'estendere il giudaismo; Cristo era il Salvatore... ma a patto che si fosse circoncisi.

L'infiltrazione nella Chiesa di elementi spurii, di falsi fratelli, è stato predetto da Cristo come inevitabile nello stadio attuale della storia; costoro hanno alterato l'evangelo in cento guise, ora riducendolo ad un legalismo di nuovo genere, ad un sistema meccanico che bada all'esterno e trascura il cuore ch'è la fonte della vita; ora associandolo ad ambizioni mondane, allo spirito di dominazione che, al miraggio dell'unità esterna, ha sacrificato la libertà cristiana e i diritti della coscienza.

3. La questione sollevata dai giudaizzanti in Antiochia fu quella che provocò in seno alla Chiesa primitiva la prima grave crisi, perchè ne minacciò l'unità dottrinale sovra un punto essenziale, ne minacciò l'armonia fraterna e l'unità esterna, poichè ne potea facilmente nascere uno scisma che sarebbe stato un disastro per la missione tra i Gentili ed anche, a lungo andare, fra gli stessi Giudei.

Ad evitare siffatti mali, Paolo e Barnaba si adoprarono con grande zelo e sapienza. a) Paolo ricerca con perseverante preghiera quale sia la via da tenere in questo frangente e ottiene dal Signore una rivelazione in proposito. «Nei casi difficili ed importanti, osserva Lutero, il cuor non può esser guidato sicuramente che da Dio; non bastano gli uomini anche se cristiani, anche se costituenti una chiesa come in Antiochia; è necessaria una rivelazione indubbia della volontà di Dio ed egli la da ai suoi servitori con quei mezzi che sono più atti a raggiungere il fine». b) Paolo procede con prudenza e in pari tempo con franchezza. I giudaizzanti si erano dati come mandatari degli apostoli e della chiesa di Gerusalemme. Si trattava di chiarire se le cose stessero veramente così e di esaminar la questione cogli apostoli stessi e cogli altri conduttori della chiesa madre, esponendo loro con piena franchezza l'evangelo predicato fra i Gentili e i frutti ch'esso avea portato. Le false pretese dei settarii, i malintesi e le divisioni tra fratelli, il più delle volte, vengono dissipati mediante un esame accurato dei fatti e mediante spiegazioni scambiate direttamente fra le persone maggiormente responsabili e competenti. c) Tanto Paolo che gli apostoli e gli anziani di Gerusalemme sono disposti a riconoscere la grazia e i doni con cessi ad altri fratelli e a rallegrarsi delle benedizioni loro largite, disposti a lavorar in armonia con loro nel campo assegnato a ciascuno, disposti ad accettare, per riguardo amorevole verso i fratelli, quelle transazioni che non implichino infedeltà alla verità evangelica.

4. Di fronte al vasto compito dell'evangelizzazione del mondo, la Chiesa primitiva diede l'esempio d'una savia ripartizione del lavoro tra gli araldi della Buona Novella, ispirandosi in ciò fare alla vocazione particolare rivolta agli operai, alle loro attitudini e alle indicazioni della Provvidenza. Vennero per tal modo evitati gli attriti derivanti dall'intrusione degli uni nel campo degli altri, i danni recati alla causa del Vangelo dallo spettacolo delle divergenze tra i cristiani, il triste sperpero di forze morali e materiali. Purtroppo la saviezza dei primi evangelizzatori non è stata imitata dalle chiese cristiane dell'oggi.

5. Si può esser tolleranti e cedevoli in molte cose che non toccano alla sostanza del Vangelo e non interessano direttamente la salvezza; ma quando si tratta delle verità essenziali del cristianesimo, diventa dovere di coscienza una santa intransigenza, e un uomo risoluto e saldo può salvare una chiesa da grave iattura. «Noi oggi, dice Lutero, lasciamo ciascuno libero di portare il saio o no, di stare o no in un convento, di mangiar carne o pesce o erbe, purchè lo si faccia liberamente, senza alcuno scrupolo di coscienza, per sopportar l'infermità del fratello debole, o per qualche esempio di carità... e purchè sia inteso che tutte queste cose non servono per nulla a dar soddisfazione per i peccati o a meritar la grazia». Ma commentando il «non cedemmo» di Paolo, Lutero scrive: "Impariamo dall'apostolo questa specie d'intransigenza. Noi soffriremo d'esser spogliati dei nostri beni, del nostro buon nome, della nostra vita, di tutto quel che abbiamo; ma il Vangelo, ma la nostra fede, ma Gesù Cristo non soffriremo che ci sia rapito, e maledetta sia quell'umiltà" che si piega e sottometto. Sia invece ogni cristiano fiero e pronto a tutto fuorchè a rinnegar Cristo. Perciò, se Dio mi assiste, la mia fronte sarà più dura di quella di tutti gli uomini. Qui io prendo per mio motto: «Cedo nulli», non cederò ad alcuno. Sono e sarò sempre duro e saldo e non cederò un pollice ad alcuna creatura. La carità cede poichè «soffre ogni cosa, crede ogni cosa, sopporta ogni cosa»; ma la fede non cede nulla".

6. Il ricordarsi delle necessità dei fratelli poveri o perseguitati o per qualsiasi motivo provati, è dovere di carità cristiana che serve non solo a lenire le loro sofferenze, ma a dimostrare in modo visibile la solidarietà di tutti i credenti fra loro, anche quando appartengono a chiese o nazioni o razze diverse. L'amore è il gran legame che tiene unite fra loro tutte le membra dell'unico corpo di Cristo, talchè se un membro soffre, tutti soffrono insieme con esso.

11 

Sezione D. Galati 2:11-21.

PAOLO HA MANTENUTO INTEGRO L'EVANGELO DELLA LIBERTÀ, ANCHE DI FACCIA A PIETRO RESOSI INCONSEGUENTE

Non solo Paolo non ha ricevuto l'apostolato suo dai Dodici, non solo i più cospicui fra i Dodici hanno riconosciuto come legittimo al par del loro il suo apostolato fra i Gentili, ma in una occasione posteriore Paolo ha dovuto servirsi dell'autorità e della conoscenza ricevute dal Signore per ricondurre Pietro stesso alla pratica conseguente della libertà cristiana. In quella circostanza, l'apostolato di Paolo, anzichè inferiore, si è rivelato superiore a quello di Pietro per intelligenza della verità e per fermezza nel mantenerla e praticarla.

Ma quando Cefa venne in Antiochia, io gli resistei in faccia perch'egli era da condannare.

Quando fu che Pietro venne in Antiochia? Non possiamo saperlo con certezza per la mancanza di dati. Ma è probabile che questa visita sia avvenuta nell'anno che seguì la conferenza di Gerusalemme. Subito dopo la Conferenza si recarono in Antiochia con Paolo e Barnaba due delegati di Gerusalemme latori ed espositori della lettera apostolica: Barsaba e Sila. Ma è naturale che Pietro abbia desiderato rendersi conto anch'egli dell'opera della grazia in quella città, tanto più che, la chiesa essendo mista, eg li non usciva dal campo speciale assegnatogli e d'altronde ha potuto visitare, colla medesima occasione, molte altre chiese ov'era proponderante l'elemento giudeo. I fatti son narrati da Paolo, Galati 1-2, nel loro ordine cronologico, perciò non è il caso di pensare ad una visita. anteriore alla Conferenza del 50-51. E quanto all'intervallo tra il secondo e il terzo viaggio missionario, esso precederebbe di poco la seconda visita di Paolo ai Galati e la lettera stessa, mentre le parole del Galati 2:11 fanno l'impressione di riferirsi ad un'epoca non più recente. Inoltre non risulta che Barnaba si trovasse allora in Antiochia.

L'idea strana emessa da alcuni Padri che si tratti qui di un Cefa diverso dall'apostolo Pietro non ha trovato nè poteva trovar seguaci. Essa mirava ad allontanare da Pietro il biasimo che Paolo infligge alle sue inconseguenze. Allo stesso fine immaginarono Crisostomo, Girolamo ed altri che in questa riprensione si trattasse di un'azione finta intesa a convincere i giudeo-cristiani intransigenti del loro errore. Agostino fece giustizia di siffatta supposizione che per risparmiare a uno dei due grandi apo stoli la taccia d'inconseguenza, presta ad ambedue una parte indegna del loro carattere e del loro ufficio. Il resistere in faccia implica opposizione aperta, e risoluta al modo di fare di Pietro di cui Paolo capiva meglio la portata e le conseguenze morali e dottrinali. Il participio κατεγνωσμενος (condannato cfr. 1Giovanni 3:20; Ecclesiaste 14:2) si spiega dagli uni: Egli era condannato dalla sua propria coscienza. o dai fedeli, o da Dio. Meglio: Egli era in istato manifesto di colpa, meritevole quindi di riprensione, di condanna.

12 Difatti, prima che giungessero taluni mandati da Giacomo, egli mangiava coi Gentili; ma quando furono giunti egli prese a ritrarsi e a separarsi, per timore di quei della circoncisione.

In questo stava la colpa di Pietro. Il compromesso di Gerusalemme non imponeva alcun obbligo legale ai convertiti etnici, ma consigliava loro soltanto di astenersi da certe cose per un riguardo al sentimento religioso dei Giudei; e questo senza dubbio, gli etnici d'Antiochia l'avevano fatto. Quanto ai giudeo-cristiani, restavano liberi di osservar le pratiche legali pur non fondando la loro salvezza che sull'opera di Cristo. Nelle chiese miste, però, non era possibile una vera comunione fraterna, non si potevano ad esempio celebrar le agapi colla S. Cena senza che i giudeo-cristiani abbandonassero il rigorismo legale relativo ai cibi, ai giorni, al contatto coi non circoncisi. Quelli d'Antiochia si erano fin da principio mostrati larghi; e quando Pietro si recò nella lor città il suo cuore generoso si rallegrò di quella comunione fraterna di tutti i credenti nel Cristo ed egli ben volentieri si abbandonò a quella corrente, tanto più ch'egli stesso, in seguito alla visione di Ioppe, era stato il primo ad entrare in casa dell'incirconciso Cornelio e a battezzarlo. Egli mangiava coi Gentili convertiti nelle agapi ed in altre occasioni, nè si sarebbe fatto scrupolo di mangiare anche con dei Gentili non credenti. Ma, o fosse giunta fino a Gerusalemme la notizia di una tale condotta di Pietro, o fosse un mero caso, ecco arrivare ad Antiochia alcuni giudeo-cristiani che venivano da parte di Jacobo ( απο Ιακωβου), il pastore principale di Gerusalemme. Non è probabile che avessero una missione da parte di Jacobo, ma potevano avere, secondo l'uso, delle lettere di raccomandazione di lui per i fratelli. Costoro non avevano compreso ancora il principio della libertà cristiana e, attaccati com'erano alle osservanze giudaiche, si scandalizzarono della larghezza di Pietro come d'una infedeltà e tanto fecero presso di lui e presso altri, che li indussero a ritrarsi dalla comunione fraterna cogli etnici, a meno che questi non si piegassero ai riti giudaici. Non risulta che questi fossero dei giudaizzanti i quali della circoncisione facessero una condizione di salvezza; ma essi, nel fatto, venivano a costituire due comunità cristiane o per lo meno due caste: una superiore ed una inferiore nella chiesa. Non negano al pagano una parte qualsiasi nel Cristo, ma gliene offrono una più larga se alla sua fede aggiunge la circoncisione. Di fronte a cotali tendenze s'intende, meglio l'insistenza colla quale Paolo insegna che tutti i credenti senza distinzione sono un sol corpo in Cristo, che non v'è più giudeo nè greco, maschio o femmina, schiavo o libero.

La condotta di Pietro è descritta con diverse parole: si sottraeva ( ὑπεστελλεν), si ritirava, cioè, dalla via tenuta fino allora, non con una brusca rottura, ma poco per volta e nel modo più inosservato che potesse: si separava s'intende dai credenti etnici, non partecipando più alle agapi comuni e tenendosi stretto ai giudeo-cristiani. Il motivo del suo procedere non stava già in un mutamento di vedute dottrinali, poichè seguitava ad esser quel di prima nel foro interno, ma era la paura dei giudeo-cristiani., delle loro critiche, delle loro accuse e delle conseguenze che queste potessero avere, in Gerusalemme e nelle chiese ch'erano il suo campo di attività. Ritroviamo in lui l'uomo dal carattere impulsivo, dalla generosa prontezza a confessar la verità, e l'uomo altresì che per paura degli altri aveva rinnegato il suo Signore. Per timor degli uomini egli rinnegava qui praticamente una verità da lui ben conosciuta, senza rendersi conto delle conseguenze implicite nella sua inconseguenza. Perciò Paolo caratterizza il suo procedere come una simulazione (Galati 2:13, ὑποκρισις, ipocrisia) perchè era un mostrarsi diverso da quello che realmente era, un rivestire un'apparenza non rispondente alla realtà. Internamente Pietro e Barnaba coi giudeo-cristiani d'Antiochia erano persuasi del nessun valore delle osservanze giudaiche e non si sentivano alcun obbligo di coscienza di praticarle, ma cedevano alla paura dei loro correligionari più fanatici, meno illuminati e più settari.

13 E insieme con lui usarono simulazione anche gli altri Giudei, talchè perfino Barnaba fu trascinato dalla loro simulazione.

Gli altri Giudei sono i giudeo-cristiani della chiesa d'Antiochia, sebbene si fossero abituati da tempo a fraternizzare cogli etnici; ma l'esempio di Pietro li induceva a ritrarsi anch'essi Perfino Barnaba, l'uomo dallo spirito aperto e dal cuor largo. il quale avea salutato con gioia il nascere e il prosperar della missione tra i pagani d'Antiochia, perfino Barnaba ch'era stato il compagno di Paolo nella missione in Licaonia, ch'era stato deputato con Paolo a Gerusalemme per sostenere la libertà degli etnici dal giogo della legge, era trascinato dalla corrente settaria determinata dalla debolezza di Pietro, lungi dalla pratica della libertà e della, fratellanza cristiane. La chiesa d'Antiochia correva per tal modo pericolo di scindersi in due, e sotto forma indiretta, si veniva a proclamare, almeno per i Giudei, la necessità delle osservanze legali, se non per la loro salvezza, per la loro santificazione. Si veniva ad infirmare anche il compromesso di Gerusalemme a tenor del quale bastava l'osservanza di alcune cose per parte degli etnici per assicurar la convivenza fraterna coi Giudei.

14 Ma quando vidi che non procedevano rettamente rispetto alla verità dell'evangelo, io dissi a Pietro in presenza di tutti:

È stato osservato che il fatto d'Antiochia getta una luce inaspettata per es. sulla soggezione di Pietro di fronte a quei della circoncisione di cui lo si sarebbe creduto capo, mentre il loro vero capo è piuttosto Jacobo. Il fatto inoltre mostra lo stato d'indecisione in cui tutti, ad eccezione del solo Paolo, si trovavano di fronte alla questione dell'osservanza della legge giudaica. Ma quando io vidi... È Paolo, infatti, che misura la portata non solo pratica sulle relazioni fraterne tra cristiani, ma anche dottrinale del procedere di Pietro e dei giudeo-cristiani d'Antiochia. Esso implicava il dovere per tutti i giudeo-cristiani di seguitare a "giudaizzare" implicava la condanna della larghezza dimostrata fino allora nelle relazioni coi loro fratelli etnici, implicava la necessità per questi di "giudaizzare" e volevano mantener le relazioni coi credenti giudei, implicava una ferita al principio dell'eguaglianza di tutti i credenti in Cristo. «Ritraendosi da loro, Pietro virtualmente diceva ad ogni fratello incirconciso: Ritirati, io sono più santo di te. Tu sei ancora impuro benchè lavato da Cristo» (Findlay). Con un tal procedere, si sarebbe giunti, per via indiretta, a riconoscere la necessità della legge per la salvazione, necessità ch'era stata esplicitamente ripudiata dalla Conferenza di Gerusalemme. Ivi le osservanze legali, senza esser condannate, erano state collocate nella categoria delle pratiche destinate a cadere come cadono d'autunno le foglie ingiallite.» L'avvento della Nuova Economia aveva segnata, la fine di quella preparatoria. Era questione ormai di liquidazione più o meno rapida di un'istituzione antiquata. Il tornare indietro, se spinto alle sue ultime conseguenze, avrebbe condotto a sovvertire l'evangelo della grazia e della libertà. Paolo scorge chiaramente che la condotta di Pietro e degli altri non è un procedere rettamente, un camminar diritto, ( ορθοποδειν) rispetto alla verità dell'evangelo, non è un condursi a dovere verso la verità che ha da esser fedelmente professata, praticata, mantenuta e divulgata nel mondo. Altri spiega: secondo la verità, ch'è il senso della prep. προς in 2Corinzi 5:10. La verità dell'evangelo è quella ch'è la sostanza, il contenuto essenziale del vangelo, e si tratta qui della verità centrale della salvazione per grazia, mediante la fede, senza condizione di osservanze legali. La condotta di Pietro essendo cosa nota a tutta la chiesa, era necessario che la rimostranza di Paolo fosse fatta in presenza di tutti affinchè tutti, e specialmente i giudeo-cristiani, ne ricevessero ammaestramento. Le circostanze erano gravi e Paolo avea bisogno di tutta la sua saviezza e di tutto il suo coraggio. Non perchè considerasse Pietro come suo superiore, come «principe degli apostoli», «supremo pastore della Chiesa», «primo vicario di Cristo» cui fosse «dovuta assoluta deferenza» ecc.; di tutto ciò non v'è traccia alcuna nelle parole di Paolo che tratta il suo collega come suo uguale: dissi a Pietro... Ma resta pur sempre vero che nella fondazione della Chiesa fra Giudei e pagani il Signore aveva assegnato a Pietro una parte cospicua e ch'egli era meritamente considerato come una delle colonne della Chiesa. Però, trattandosi della verità centrale del Vangelo, Paolo che a Gerusalemme l'ha mantenuta insiem con Pietro, la mantiene qui anche contro le inconseguenze di Pietro che la mettono in pericolo. La rimostranza di Paolo è data in modo molto sommario e questo ne rende l'intelligenza, in qualche punto, difficile. Ma non c'è ragione valida per troncare il discorso di Paolo alla fine del Galati 2:14 o alla fine di Galati 2:17. È naturale che Paolo avendo accusato Pietro d'inconseguenza ne indichi le ragioni. Galati 2:14-18 sono intesi a mostrare le conseguenze della inconseguenza di Pietro, mentre Galati 2:19-21 tracciano la vera posizione del credente unito a Cristo, di fronte alla legge.

Se tu che sei Giudeo vivi, alla Gentile e non alla giudaica, come mai costringi i Gentili a giudaizzare?

Il presente: vivi alla Gentile non si riferisce alla condotta di Pietro proprio al momento in cui Paolo gli parla, poichè in allora egli aveva ripreso a vivere alla giudaica, cioè ad osservare le prescrizioni legali relative ai giorni, ai cibi, alle relazioni cogli incirconcisi ecc. Ma questo vivere alla Gentile si ha da riferire alla sua condotta anteriore in Antiochia stessa e prima ancora in Cesarea. Il senso è dunque: Se tu, come l'hai fatto qui ed altrove, puoi, pur essendo Giudeo di nascita, tralasciare in buona coscienza le prescrizioni della legge levitica perchè sai di non andar contro, in così fare, alla volontà di Dio, come mai ora, con questo tuo mutamento di condotta, costringi tu moralmente, col tuo esempio autorevole, non solo i Giudei, non solo Barnaba, ma anche gli etnici a giudaizzare? Certo Pietro non insegnava che gli etnici fossero obbligati ad accettare i riti giudaici, ma il suo costringere era di natura morale; egli li traeva a ciò coll'influenza del suo esempio, anche contro le loro migliori convinzioni, a meno che si risolvessero a separarsi dalla comunità cristiana ove dominava un tale spirito. V'era nella condotta di Pietro una inconseguenza. Se prima faceva bene di lasciar da parte le osservanze giudaiche, perchè mutare? Perchè indurre altri, col suo esempio, a osservar delle pratiche ch'egli stesso riteneva abolite? Perchè non trarre piuttosto i zelatori della legge a una più retta intelligenza e a una più fedele pratica della libertà cristiana? Così avrebbe proceduto rettamente rispetto alla verità. Invece, tornando indietro, veniva a gettar lo scompiglio nelle menti e nei cuori.

15 Noi che siamo Giudei di nascita e non peccatori d'infra i Gentili, pure avendo conosciuto che l'uomo non è giustificato dalle opere della legge, e ch'egli non lo è se non per mezzo della fede in Cristo Gesù, anche noi abbiamo creduto in Cristo Gesù affin d'essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della legge, poichè per le opere della legge "niuna carne sarà giustificata".

Dice letteralmente: di natura Giudei, membri del popolo eletto. I pagani erano comunemente, e non senza borioso disprezzo, chiamati dai Giudei, degli atei, dei senza legge, dei peccatori, e pur troppo la corruzione dei popoli pagani era una triste realtà. Cfr. Romani 1. Paolo non nega che i Giudei avessero per vocazione divina ricevuto un privilegio, ma constata che, ciò nonostante, anch'essi, per quanto non fossero caduti nella degradazione pagana, avevano conosciuto, cioè compreso per via di esperienza morale (Vedi Romani 7) l'impotenza della legge ad assicurare all'uomo la giustificazione. Secondo l'espressione di Pietro Atti 15:15 avevano sentito che la legge era un giogo ch'essi non erano capaci di portare più che non lo fossero stati i loro padri. Avevano quindi salutato nel Messia Gesù il grande riconciliatore fra Dio e gli uomini, l'autore di una giustizia sufficiente presso a Dio e accessibile all'uomo mediante la fede nel Cristo.

16 Perciò lasciando la legge come via di salvazione, avevano creduto in Cristo e in lui trovata la pace con Dio. Il greco dice: affinchè fossimo giustificati dalla fede di Cristo e s'intende: in virtù della nostra fede in Cristo. "Opere della legge" non può significare che le opere comandate dalla legge. Incontriamo qui per la prima volta negli scritti di Paolo il termine: giustificare ch'egli adopera non meno di 27 volte nelle sue lettere, che s'incontra 38 volte nel N. T. e spesso nella versione dei LXX. Il verbo non significa mai rendere uno moralmente giusto. Significa talvolta riconoscere per giusto chi è tale realmente. Così: «han giustificato Iddio» Luca 7:29. Se ci fosse tra gli uomini chi osservasse perfettamente la legge di Dio, egli sarebbe giustificato in base alle sue opere. Ma nel fatto «non vi è alcun giusto, neppur uno». Perciò, come dichiara il Salmo 143:2: «nessuna carne sarà giustificata» davanti a Dio, sulla base dell'ubbidienza alla legge. Il solo modo in cui Dio «giustifica l'empio» consiste nel trattarlo come giusto, nel dichiararlo liberato dalla condanna meritata, perdonato, graziato, sulla base del ravvedimento di lui e della di lui fede in Gesù Cristo morto per le nostre offese. Egli è «giustificato gratuitamente per la grazia di Dio, mediante la redenzione ch'è in Cristo Gesù» Romani 3:24-26. Vedi la nota sulla parola «giustificare» in Romani 3:26.

17 L'aver riconosciuto per esperienza che la sola via di salvezza aperta al peccatore è la fede nel Cristo, implicava l'abbandono dell'economia legale come caduca ed impotente, e l'entrata nel patto della grazia. Conveniva quindi procedere in modo conseguente con questa convinzione e non oscillare tra legge e grazia.

Ma se risulta che, nel cercare d'essere giustificati in Cristo, siamo stati anche noi dei peccatori, Cristo è egli dunque ministro di peccato? Così non sia. Perchè se quelle stesse cose che ho abbattute io di nuovo le riedifico, mi riconosco trasgressore.

Fra le molte interpretazioni di questi versetti, la più semplice e giusta ci pare quella data di già dall'esegeta antiocheno Teodoreto nel 5o secolo e così espressa dal Reuss: «Se, col lasciare il giudaismo per passare a Cristo, risulta che noi non abbiamo guadagnato nulla, che anzi abbiamo commesso un grave fallo disertando la legge, garanzia supposta della nostra salvezza, ne segue che Cristo che noi chiamavamo il nostro Salvatore e per il quale abbiamo rinunziato al beneficio illusorio della legge, è stato per noi, non un ministro di salvezza ma un ministro di peccato, il che sarebbe una evidente assurdità. Certo Pietro non ha voluto stabilire una tale teoria. A tanto però condurrebbe il suo procedere attuale! Poichè se, dopo aver buttato giù un edificio lo si rialza nuovamente, ciò sta a provare che si è avuto torto di abbatterlo. Avremmo dunque anche noi avuto torto di passar dalla legge a Cristo, se in appresso dobbiamo arrivare a confessare che Cristo non basta, e che bisogna tornare alla legge. La morte di Cristo sarebbe stata superflua se quel che speriamo ottener per mezzo di essa si poteva già ottenere mediante la legge». (Epp. Paulin. p. 102).

L'enunciare le mostruose conseguenze alle quali condurrebbe il tornare indietro alla legge come a fonte di giustizia e santità, dovea bastare per che tutti i credenti le ripudiassero con orrore. Quindi Paolo si limita al suo consueto: Così non sia.

18 Eppure, come spiega nel Galati 2:18, la condotta attuale di Pietro e dei suoi compagni che tornano alle osservanze legali dopo averle abbandonate, qualora non sia una simulazione riprovevole e dannosa, implicherebbe la confessione del carattere peccaminoso della loro condotta di prima. Paolo usa qui la prima persona, in via di supposizione e per un riguardo verso Pietro; ma in realtà l'io ipotetico che riedifica quel che prima aveva abbattuto è quello di Pietro e degli altri. Essi hanno abbattuta la legge quando, abbandonandosi a Cristo per la loro salvezza, hanno riconosciuto l'impotenza della legge, il carattere preparatorio e caduco dell'economia legale, e quando hanno agito in conformità colle loro convinzioni considerando i loro fratelli etnici come purificati al par di loro dal sangue di Cristo e partecipi degli stessi privilegi. Riedificano di nuovo la legge, col rinnegare la loro bella professione di fratellanza in Cristo, col rialzare tra i credenti nel Cristo la barriera delle osservanze legali, facendo dei cristiani due caste: quella dei privilegiati osservatori della legge mosaica e quella dei vassalli che, per salire alla categoria superiore, dovevano sottomettersi anch'essi ai riti giudaici. Con quell'intuito profondo che dalle esterne manifestazioni lo fa risalire ai principi da cui emanavano, Paolo scorge nella condotta incerta, contraddittoria di Pietro un implicito, per quanto inconscio, rinnegamento del principio fondamentale della salvezza per grazia mediante la sola fede in Cristo e senza condizione di osservanze legali; egli vede nell'incidente di Antiochia risorgere, in forma attenuata, la dottrina dei giudaizzanti ripudiata a Gerusalemme: «Se voi non siete circoncisi, non potete essere salvati». Perciò resiste in faccia a Pietro che non ha valutato le conseguenze della sua condotta. La salvazione per grazia mediante la fede in Cristo è inconciliabile col sistema della salvazione per opere legali. I due non possono coesistere nè amalgamarsi. Dove vive l'uno l'altro deve morire. Se uno, osserva lo Zöckler, al giorno d'oggi, dopo essere stato attaccato a pratiche credute meritorie, si converte a Cristo e nella fede in lui trova pace, quindi, dopo un pò di tempo, sente il bisogno di tornare a mangiar di magro il Venerdì, a prender l'acqua santa, a ricercar le indulgenze, l'ostia, l'estrema unzione ecc., non rinnega egli la sua fede nella grazia salutare di Dio in Cristo?

19 Ora, tornare a rimettere in vigore la legge e riconoscere così di aver fatto male a metterla da parte, è tal cosa che Paolo non la può fare e, nei v. Galati 2:19-21, l'io che parla è quello delle più salde convinzioni e delle più profonde esperienze dell'apostolo, il quale descrive qui la vera posizione del cristiano di fronte alla legge e di fronte alla grazia.

Poichè io per mezzo della legge, alla legge morii, affin di vivere per Dio.

Il legame che lo univa alla legge è stato rotto per sempre. Non c'è stata tra la legge e lui una separazione temporanea, una mezza rottura; c'è stata la rottura definitiva che la morte produce nelle relazioni umane. Cfr. Romani 7:16. Il Diodati, seguendo l'interpretazione di Calvino, tradusse: «Conciossiachè per una legge io sia morto ad un'altra legge...» E vorrebbe dire: «per la legge della fede io sono morto alla legge delle opere», alla legge mosaica considerata come via di giustificazione. Ma nulla indica qui che il termine legge si abbia da prendere nel senso generale di norma, di sistema. Sebbene manchi l'articolo, è evidente che intende parlare della legge mosaica. Se si sente libero di fronte ad essa, emancipato dal suo giogo, non è perchè egli l'abbia empiamente respinta, ma perchè la legge ha esaurito su di lui ogni suo potere, Gli ha fatto conoscere il suo stato di peccato, anzi ne ha provocato le manifestazioni; ha pronunziato su di lui la sua condanna: quando non conosceva la legge egli si credeva spiritualmente vivente, ma venuto il comandamento a contatto colla coscienza, «il peccato rivisse, ed io morii», dice egli Romani 7:9. Non solo, ma la legge ha eseguita su di lui la condanna di morte. Quando la legge colpì il Giusto che avea preso su di se, qual Vittima espiatoria, il peccato del mondo, ella colpi di morte anche Paolo che si è rifugiato per fede in Cristo e l'ha accettato come suo Sostituto e suo mallevadore. Paolo è stato «crocifisso con Cristo», ed è per tal modo ch'egli morì (da notare l'aoristo esprimente un fatto compiuto nel passato), morì alla legge, in quanto che su chi è morto la legge non ha più alcun potere. Tuttavia se non riconosce più la legge come suo padrone e so non vivo più la vita dello schiavo, egli vive per Dio, vive come uno che appartiene a Dio e lo serve come figlio, vive come uno che porta ormai la legge di Dio scritta in un cuore rinnovato e ubbidisce per amore al suo Padre celeste.

20 Sono stato crocifisso con Cristo; e non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in, me; e quel che ora vivo nella carne, lo vivo nella fede nel Figliuol di Dio che mi ha amato e che ha dato se stesso per me.

Il v. Galati 2:20 spiega con maggior precisione com'è, che Paolo morì alla legge e com'è che vive per Dio. Il perfetto συνεσταυρωμαι indica un fatto passato il cui effetto dura nel presente: sono stato e sono crocifisso... In virtù della fede il credente è unito con Cristo; quindi per la sua coscienza religiosa quel che Cristo fece per lui, vale come se l'avesse compiuto egli stesso. La morte che Cristo sofferse per soddisfare ai requisiti della legge e della giustizia di Dio, è la morte del credente che a Cristo si unisce. Quando Cristo portò sulla croce la maledizione, il credente la portò con lui. La legge fu quindi soddisfatta e non ha più nulla da ripetere da chi portò in Cristo la pena dei propri falli. «Se uno è morto per tutti, tutti dunque morirono» 2Corinzi 5:14. La vita che vive ora, dopo aver creduto in Cristo, nella carne cioè nel corpo terreno (Cfr. Filippesi 1:22; 2Corinzi 10:3), appartiene tutta a Dio che l'ha salvato, al Cristo che l'ha riscattato col suo sangue da ogni condannazione e da ogni schiavitù. Per quanto non siano mutate le condizioni esterne della vita, poichè egli è sempre nella carne e nel mondo, la sua vita non è più quella del Saulo fariseo legalista, ma è vita nuova, è la vita del Paolo risorto con Cristo, vivificato dal suo Spirito e da esso condotto. L'orientamento e l'ispirazione della vita sono stati radicalmente mutati. Non son più io che vivo ossia non è più l'io di prima che vive, è l'io rigenerato, nato dall'alto, unito spiritualmente a Cristo: Cristo vive in me. «Coll'unirsi a Cristo, Paolo è morto a se stesso; Cristo ha preso nel suo cuore il posto del suo io, come l'avea preso sulla croce» (Godet). Cristo vive in lui per mezzo del suo Spirito che guida, anima e governa tutta la di lui vita. Egli vive in Cristo per fede. Dicendo: nella fede nel Figliuol di Dio intende parlare della fede che ha per oggetto il Figliuol di Dio, partecipe dell'essenza di Dio, rivelatore ed agente del Dio invisibile, che non ha reputato rapina l'essere eguale a Dio, eppure ha amato gli uomini, si è spogliato della propria gloria e fatto servo per darsi in sacrificio per loro. Se Gesù non fosse il Figliuol di Dio fatto carne non potrebbe esser l'autore dell'espiazione dei peccati nè di una nuova vita per chi si unisce a lui, nè vivere in loro. Col dire: «mi ha amato e ha dato se stesso per me», Paolo mostra quanto personale sia la sua fede in Cristo e con quanto amore ardente egli consacri la vita a Colui che non ha sdegnato di salvare! l'antico persecutore. Lutero leggeva così Giovanni 3:16: «Dio ha tanto amato Martin Lutero ch'Egli ha dato il suo Unigenito Figliuolo, affinchè M. L. credendo in lui non perisse, ma avesse vita eterna». Una variante dei Codd. B. D. F. G. e accettata da Lachmann, Tregelles, B. Weiss porta: nella fede di Dio e di Cristo che mi ha amato... Allo spirito servile, l'evangelo sostituisce come movente della vita nuova la fiducia in Cristo e l'amore devoto per Colui che ci ha amato fino al sacrificio. Il cuore rigenerato e ripieno di amore è la fonte da cui fluisce tutta la vita. «Il legalismo bada alla bocca, alle mani, ai sensi, ed immagina che con tal mezzo potrà addestrar l'uomo all'ordine divino. Una simile teoria fa della religione un sistema meccanico, mentre il Vangelo la concepisce come una vita interna, organica» (Findlay).

21 lo non annullo la grazia di Dio; perchè ne la giustizia si ottiene per mezzo della legge, ne segue che Cristo è morto inutilmente.

Legge e grazia in Cristo stanno agli antipodi come vie di salvezza; si escludono a vicenda (Cfr. Romani 4). Non è dunque possibile il poggiare in parte su Cristo e in parte sulle proprie opere. Chi cerca di ridonare o di riconoscere qualche valore per la salvazione alle osservanze legali, annulla la grazia e proclama inutile la morte di Cristo. È questa la tendenza, per quanto inconscia, e sarebbe questo il risultato ultimo, per quanto non voluto, della condotta di Pietro e dei giudeo-cristiani. Perciò Paolo la censura e, per conto suo protesta di non volere, in nessun modo anche indiretto, annullare la grazia di Dio cioè tenerla come insufficiente a salvare, o come non necessaria e quindi trascurabile. «lo non attento all'eccellenza della grazia colla pretesa di completare la salvezza ch'essa mi arreca, con dei mezzi tolti ad imprestito dalla legge» (Godet). Alla grazia Paolo riconosce il suo pieno ed assoluto valore e ad essa sola affida ha propria salvazione. Se infatti la giustizia, ossia il mezzo d'essere in regola col Dio giusto e santo, si potesse ottenere per mezzo dell'osservanza della legge, vorrebbe dire che la morte di Cristo ch'è la suprema manifestazione della grazia, non era necessaria, che Cristo è quindi morto per nulla (δωρεαν ), senza necessità e senza un risultato utile. A tali conseguenze, ripugnanti ad ogni coscienza cristiana, conduce il procedere al quale Pietro si è lasciato indurre per timore di gretti settarii. Sui pensieri espressi nel v. Galati 2:21 Paolo ritornerà al principio del Cap. 5.

Come sia stata accolta la sua rimostranza, l'apostolo non dice, perché non importa per lo scopo cui mira. La indipendenza e la legittimità del suo apostolato egli le ha oramai stabilite con dei fatti; e le considerazioni svolte in Antiochia davanti a Pietro lo hanno portato nel cuore della verità alla quale vuol ricondurre i Galati. Perciò si rivolge subito a loro direttamente col suo «O Galati insensati!» Tutto però ci porta a credere che la rimostranza fu ricevuta da Pietro con umiltà e ch'egli rese nuovamente omaggio alla libertà cristiana. Nulla ci autorizza a pensare che dal fatto sia risultata una alienazione duratura tra i due apostoli. Pietro avea le stesse convinzioni di Paolo e se vacillò fu per poco e per debolezza. Il partito che da lui prendeva nome in Corinto era, sì, attaccato a certi scrupoli giudaici, ma non appare opposto a Paolo come il partito che si chiamava «di Cristo». Quanto a Barnaba, Paolo lo invitò poco dopo ad accompagnarlo nel suo secondo viaggio missionario. Nella sua prima Epistola Pietro è paolino nella dottrina e nella seconda Epistola parla con stima ed affetto di Paolo. La tradizione poi li riunisce da ultimo a Roma, nel martirio.

AMMAESTRAMENTI

1. Pietro era da condannare. Non errava nella dottrina: la verità gli era stata rivelata da Cristo nel suo insegnamento, per quanto concerneva specialmente i pagani che si convertivano a. Cristo, gli era stata rivelata nella visione di Ioppe, tanto che egli, a più riprese, l'avea difesa in Gerusalemme. Non errava neppur nella pratica quando seguiva gli impulsi del suo cuore generoso e la direttiva tracciatagli dalla propria esperienza religiosa. Ma errò praticamente quando cedette al suo vecchio difetto: la paura degli uomini, che fu davvero un laccio teso davanti ai suoi passi. La paura delle critiche lo trae a rinnegare le sue dolci relazioni con fratelli a lui cari; lo porta a indurre in errore colla sua simulazione coloro ch'egli doveva edificare, a sanzionare col suo esempio una divisione provocata in seno alla chiesa da gente settaria e gretta. Le conseguenze del suo fallo non furon lasciate maturare dalla Provvidenza, ma anche ai nostri giorni la critica razionalistica si è avidamente impadronita dell'incidente d'Antiochi a per edificare tutto un castello di errori sul proteso dissenso dottrinale fra i due grandi apostoli.

Un cristiano può aver ricevuto grandi privilegi, coprire alti uffici, aver uno stato di servizio lodevole, e ciò nonostante cadere in fallo quando meno se l'aspetta e meritar d'esser ripreso. Il vecchio uomo, non muore d'un colpo e ogni cristiano ha da vegliare affin di non ricadere nei peccati che più facilmente lo avvolgono.

Le cadute degli uomini influenti sono tanto più gravi che essi trascinano nel fallo molti altri. «Impariamo da questo passo l'importanza di una condotta conforme ai nostri principii, il pericolo della sapienza mondana nel maneggio degli affari ecclesiastici, la prudenza colla quale devono agire gli uomini distinti per il loro ufficio o pei loro talenti, e il sommo pericolo di fare delle opinioni e della condotta d'un uomo la regola della nostra propria condotta». (Brown).

2. Paolo riconosceva Pietro non come suo superiore, ma come una delle colonne della Chiesa, come l'apostolo cui il Signor Gesù aveva dato l'onore di evangelizzar e battezzar per il primo Giudei e pagani. Paolo l'aveva avuto al suo fianco per sostener la verità evangelica nella Conferenza di Gerusalemme; era stato perfino suo ospite durante un 15 giorni; ma quando vede che, colla sua condotta inconseguente, Pietro mette in pericolo la verità centrale del Vangelo della grazia, nessun riguardo personale lo trattiene, egli resiste in faccia a Pietro, mostrandogli le conseguenze alle quali la sua condotta contradittoria condurrebbe la Chiesa. Amicus Plato, sed magis amica veritas. «Noi facciamo bene quando portiam rispetto ai nostri genitori, quando onoriamo i magistrati, quando abbiam riverenza per S. Pietro e per gli altri ministri della Parola; ma qui non si tratta della causa di S. Pietro, nè del principe, nè dei nostri genitori, nè del mondo, nè di una creatura qualsiasi; bensì della causa di Dio. In questa causa, faccio bene di non accordarmi nè coi genitori, nè coi magistrati e neppur con un angelo del cielo, quando questi la volessero opprimere... Che cos'è Pietro, cosa è Paolo, che cosa un angelo del cielo, che cosa sono tutte le creature a petto dell'articolo della giustificazione? Se vediamo che lo si corrompe, non temiamo di resistere nè a Pietro, nè ad un angelo del cielo...» (Lutero).

Paolo, abbandonato anche dal suo compagno Barnaba, resta, quantunque solo, saldo nella difesa del Vangelo della grazia e della libertà. Egli sa che esso è divino e non può tacere quando i traviamenti umani ne oscurano il puro splendore. La sua coraggiosa fedeltà è stata in benedizione a tutte le età posteriori ed è per tutti i cristiani un esempio da imitare.

3. Principiis obsta. L'errore s'introduce di solito nella Chiesa in modo graduale, misto alla verità, sotto apparenze innocenti e plausibili. Smascherato e cacciato via da un lato, ricompare da un altro sotto altra forma. La Chiesa (e per essa particolarmente i suoi conduttori) deve quindi vegliare del continuo se vuole conservare e trasmettere fedelmente il deposito della verità. Era ben lungi dall'intenzione di Pietro il proposito di annullare la grazia di Dio, di dichiarare inutile la morte di Cristo. Perfino gli zelato ri giudeo-cristiani venuti in Antiochia non avevano un tal fine. Ma la tendenza del movimento cui Pietro inconsciamente prestò l'autorità del suo esempio ora quella di ricondurre la Chiesa poco per volta sotto il giogo della legge, poggiando la salvezza, in parte sulla grazia di Dio e in parte sul fare dell'uomo.

Ora, siccome legge e grazia si escludono a vicenda, la storia insegna come si arrivi presto su quella via ad annullar la grazia, a fare a meno dell'espiazione compiuta dal Cristo colla sua morte, ad attribuir la salvezza al merito dell'uomo, alle sue pratiche, alla sua autorigenerazione, al suo carattere, ecc.

Ogni tendenza a trasformar l'evangelo in un sistema di pratiche meritorie, ogni tendenza a diminuire la necessità della grazia e ad esaltar le forze dell'uomo, ogni tendenza a ridurre il Figliuol di Dio alla misura di un semplice uomo e l'opera sua ad un esempio e ad una influenza, dev'esser combattuta anche se si copre dell'autorità della tradizione, o si veste di bei ragionamenti filosofici, o s'insinua sotto l'etichetta di teologia moderna.

4. Vivo nella fede. La vita religiosa di Paolo è vita cristiana nel senso più vero e più profondo. Essa ha per fondamento, non la legge ma la grazia di Dio, non l'illusione che l'uomo possa praticando la legge ottenere il perdono ed essere in regola con Dio. Una tale illusione Paolo l'ha nudrita da Fariseo, ma essa è svanita completamente quando ha voluto seriamente ubbidire alla legge di Dio colle opere, colle parole, coi pensieri e cogli affetti del cuore. Ha provato allora, come tutte le coscienze rette ed illuminate, la propria impotenza ad ottener la pace con Dio e a vincere le male inclinazioni. Ha lasciato la via impossibile della legge e si è abban donato alla grazia di Dio.

La vita religiosa di Paolo ha per anima la fede. Fede che ha per oggetto il Figliuol di Dio, l'amor suo infinito per i peccatori, il suo sacrificio espiatorio sulla croce, la sua costante azione sull'anima credente per santificarla. «Il Figliuol di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me». Una cotal fede non è cosa dell'intelletto che abbraccia una dottrina, ma è l'atto di fiducia dell'essere intero che abbraccia il Cristo intero e unisce il credente a lui: in una unione ineffabile: tanto che Paolo può dire: «Sono stato crocifisso con Cristo; non son più io che vivo, è Cristo che vive in me».

Niuna meraviglia che una tal vita sia un vivere per Dio, perchè a Lui del tutto consacrata. Ideale mirabile posto dinanzi ai credenti di tutti i tempi!

Riferimenti incrociati:

Galati 2

1 Ga 1:18
At 15:2-4
Ga 2:13; At 4:36,37; 11:25,30; 12:25; 13:2,50; 14:12; 15:25,36-39; 1Co 9:6; Col 4:10
Ga 2:3; 2Co 8:16,23; Tit 1:4

2 At 16:9,10; 18:9; 23:11
Ga 2:9; 1:16; At 15:4,12; 1Co 1:23; 2:2
Ga 2:6,9; Ec 10:1; At 5:34; Fili 2:29
Mat 10:16; 1Co 9:26; Fili 2:16; 1Te 3:5

3 Ga 5:2-6; At 15:24; 16:3; 1Co 9:20,21

4 Ga 5:10,12; At 15:1,24; 20:30; 2Co 11:13,17,26; 1G 4:1
2Ti 3:6; 2P 2:1,2; Giuda 1:4
Ga 3:23-26; 5:1,13; Sal 51:12; 119:45; Giov 8:31-36; 2Co 3:17; 1P 2:16; 2P 2:19
Ga 4:3,9,10,25; Is 51:23; 2Co 11:20

5 Ga 3:1,2; At 15:2; Col 2:4-8; Giuda 1:3
Ga 2:14; 4:16; Ef 1:13; Col 1:5; 1Te 2:13

6 Ga 2:2,9; 6:3; 2Co 11:5,21-23; 12:11; Eb 13:7,17
Ga 2:11-14; Giob 32:6,7,17-22; Mat 22:16; Mar 6:17-20; 12:14; Lu 20:21; 2Co 5:16
Giob 34:19; At 10:34; Rom 2:11; 1P 1:17
Ga 2:10; At 15:6-29; 2Co 12:11

7 Ga 2:9; At 15:12,25,26; 2P 3:15
Ga 1:16; At 13:46-48; 18:6; 28:28; Rom 1:5; 11:13; 1Te 2:4; 1Ti 2:7; 2Ti 1:11

8 At 1:8; 2:14-41; 3:12-26; 4:4; 5:12-16; 8:17
Ga 3:5; At 9:15; 13:2-11; 14:3-11; 15:12; 19:11,12,26; 21:19; 22:21; 26:17,18; 1Co 1:5-7; 9:2; 15:10; 2Co 11:4,5; Col 1:29

9 At 15:7,13,22-29
Ga 2:2,6,12-14; Mat 16:18; Ef 2:20; Ap 3:12; 21:14-20
Rom 1:5; 12:3,5,6; 15:15; 1Co 15:10; Ef 3:8; Col 1:29; 1P 4:10,11
2Co 8:4; 1G 1:3
At 15:23-30

10 At 11:29,30; 24:17; Rom 15:25-27; 1Co 16:1,2; 2Co 8:1-9:15; Eb 13:16; Giac 2:15,16; 1G 3:17

11 At 15:30-35
Ga 2:5; 2Co 5:16; 11:5,21-28; 12:11; 1Ti 5:20; Giuda 1:3
Eso 32:21,22; Nu 20:12; Ger 1:17; Gion 1:3; 4:3,4,9; Mat 16:17,18,23; At 15:37-39; 23:1-5; Giac 3:2; 1G 1:8-10

12 Ga 2:9; At 21:18-25
At 10:28; 11:3; Ef 2:15,19-22; 3:6
Is 65:5; Lu 15:2; 1Te 5:22
Prov 29:25; Is 57:11; Mat 26:69-75

13 Ge 12:11-13; 26:6,7; 27:24; Ec 7:20; 10:1; 1Co 5:6; 8:9; 15:33
Giob 15:12; 1Co 12:2; Ef 4:14; Eb 13:9

14 Sal 15:2; 58:1; 84:11; Prov 2:7; 10:9
Ga 2:5; Rom 14:14; 1Ti 4:3-5; Eb 9:10
Ga 2:11; Lev 19:17; Sal 141:5; Prov 27:5,6; 1Ti 5:20
Ga 2:12,13; At 10:28; 11:3-18
Ga 2:3; 6:12; At 15:10,11,19-21,24,28,29

15 Mat 3:7-9; Giov 8:39-41; Rom 4:16; Ef 2:3
Mat 9:11; Mar 7:26-28; At 22:21; Rom 3:9; Ef 2:11,12; Tit 3:3

16 Ga 2:19; 3:10-12; 5:4; Giob 9:2,3,29; 25:4; Sal 130:3,4; Lu 10:25-29; At 13:38,39; Rom 3:19,20,27,28; 4:2,13-15; Fili 3:9
Ga 3:13,14,22-24; 4:5; Rom 1:17; 3:21-26,28,30; 4:5,6,24,25; 5:1,2,8,9; 8:3,30-34; 1Co 6:11; 2Co 5:19-21; Fili 3:9; Eb 7:18,19
Ga 2:20; Giov 6:68,69; 20:31; At 4:12; 1P 1:2,8,9,18-21; 2:24; 3:18; 2P 1:1; 1G 1:7; 2:1,2; Ap 7:9,14
Ga 3:11; Sal 143:2

17 Rom 9:30-33; 11:7
Ga 2:11; Rom 6:1,2; 1G 3:8-10
Mat 1:21; Rom 15:8; 2Co 3:7-9; Eb 7:24-28; 8:2; 1G 3:5
Rom 3:4,6

18 Ga 2:4,5,12-16,21; 4:9-12; 5:11; Rom 14:15; 1Co 8:11,12

19 Ga 3:10,24; Rom 3:19,20; 4:15; 5:20; 7:7-11,14,22,23; 8:2; 10:4,5
Rom 6:2,11,14; 7:4,6,9; Col 2:20; 3:3; 1P 2:24
Ga 2:20; Rom 14:7,8; 1Co 10:31; 2Co 5:15; 1Te 5:10; Tit 2:14; Eb 9:14; 1P 4:1,2,6

20 Ga 5:24; 6:14; Rom 6:4-6; 8:3,4; Col 2:11-14
Rom 6:8,13; 8:2; Ef 2:4,5; Col 2:13; 3:3,4
Giov 14:19,20; 17:21; 2Co 4:10,11; 13:3,5; Ef 3:17; Col 1:27; 1Te 5:10; 1P 4:2; Ap 3:20
2Co 4:11; 10:3; 1P 4:1,2
Ga 2:16; 3:11; Giov 6:57; Rom 1:17; 5:2; 2Co 1:24; 5:7,15; Fili 4:13; 1Te 5:10; 1P 1:8; 4:2
Giov 1:49; 3:16,35; 6:69; 9:35-38; At 8:37; 9:20; 1Te 1:10; 1G 1:7; 4:9,10,14; 5:10-13,20
Ga 1:4; Mat 20:28; Giov 10:11; 15:13; Rom 8:37; Ef 5:2,25; Tit 2:14; Ap 1:5

21 Ga 2:18; Sal 33:10; Mar 7:9; Rom 8:31
Ga 2:16; 3:21; 5:2-4; Rom 10:3; 11:6; Eb 7:11
Is 49:4; Ger 8:8; 1Co 15:2,14,17


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