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Proverbi 71:1-6

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Abacuc 12:18-29

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Luca 13:10-17:4

Guarigione di una donna paralitica
(Mt 12:9-13; Lu 14:1-6) Sl 146:8
13:10 Gesù stava insegnando di sabato in una sinagoga. 11 Ecco una donna, che da diciotto anni aveva uno spirito che la rendeva inferma, ed era tutta curva e assolutamente incapace di raddrizzarsi. 12 Gesù, vedutala, la chiamò a sé e le disse: «Donna, tu sei liberata dalla tua infermità». 13 Pose le mani su di lei, e nello stesso momento ella fu raddrizzata e glorificava Dio. 14 Or il capo della sinagoga, indignato che Gesù avesse fatto una guarigione di sabato, disse alla folla: «Ci sono sei giorni nei quali si deve lavorare; venite dunque in quelli a farvi guarire, e non in giorno di sabato». 15 Ma il Signore gli rispose: «Ipocriti, ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere? 16 E questa, che è figlia di Abraamo, e che Satana aveva tenuto legata per ben diciotto anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?» 17 Mentre diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, e la moltitudine si rallegrava di tutte le opere gloriose da lui compiute.

Parabole del granello di senape e del lievito
=(Mt 13:31-33; Mr 4:30-32)
18 Diceva ancora: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo paragonerò? 19 È simile a un granello di senape che un uomo ha preso e gettato nel suo orto; ed è cresciuto ed è divenuto albero; e gli uccelli del cielo si sono riparati sui suoi rami».
20 E di nuovo disse: «A che cosa paragonerò il regno di Dio? 21 Esso è simile al lievito che una donna ha preso e mescolato in tre misure di farina, finché sia tutta lievitata».

Insegnamento di Gesù lungo la via per Gerusalemme
=(Mt 7:13-14, 21-23; 8:11-12; 19:30)
22 Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme.
23 Un tale gli disse: «Signore, sono pochi i salvati?» Ed egli disse loro: 24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno. 25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, stando di fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: "Signore, aprici". Ed egli vi risponderà: "Io non so da dove venite". 26 Allora comincerete a dire: "Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze!" 27 Ed egli dirà: "Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori". 28 Là ci sarà pianto e stridor di denti, quando vedrete Abraamo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi ne sarete buttati fuori. 29 E ne verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e staranno a tavola nel regno di Dio. 30 Ecco, vi sono degli ultimi che saranno primi e dei primi che saranno ultimi».

(Mt 23:34-39; Lu 19:41-44) Gr 6:6-15, 27-30
31 In quello stesso momento vennero alcuni farisei a dirgli: «Parti, e vattene di qui, perché Erode vuol farti morire». 32 Ed egli disse loro: «Andate a dire a quella volpe: "Ecco, io scaccio i demòni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato". 33 Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.
34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore!"»

Gesù guarisce un idropico
Lu 6:6-11; 13:10-17; Mt 12:9-13
14:1 Gesù entrò di sabato in casa di uno dei principali farisei per prendere cibo, ed essi lo stavano osservando, 2 quando si presentò davanti a lui un idropico. 3 Gesù prese a dire ai dottori della legge e ai farisei: «È lecito o no fare guarigioni in giorno di sabato?» Ma essi tacquero. 4 Allora egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. 5 Poi disse loro: «Chi di voi, se gli cade nel pozzo un figlio o un bue, non lo tira subito fuori in giorno di sabato?» 6 Ed essi non potevano risponder nulla in contrario.

Lezioni di umiltà e di carità
Mt 23:5-12; Ro 12:3, 16; Fl 2:3
7 Notando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro questa parabola: 8 «Quando sarai invitato a nozze da qualcuno, non ti mettere a tavola al primo posto, perché può darsi che sia stato invitato da lui qualcuno più importante di te, 9 e chi ha invitato te e lui venga a dirti: "Cedi il posto a questo!" e tu debba con tua vergogna andare allora a occupare l'ultimo posto. 10 Ma quando sarai invitato, va' a metterti all'ultimo posto, affinché quando verrà colui che ti ha invitato, ti dica: "Amico, vieni più avanti". Allora ne avrai onore davanti a tutti quelli che saranno a tavola con te. 11 Poiché chiunque si innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato».

(De 14:28-29; Ne 8:10, 12)
12 Diceva pure a colui che lo aveva invitato: «Quando fai un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i vicini ricchi; perché essi potrebbero a loro volta invitare te, e così ti sarebbe reso il contraccambio; 13 ma quando fai un convito, chiama poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14 e sarai beato, perché non hanno modo di contraccambiare; infatti il contraccambio ti sarà reso alla risurrezione dei giusti».

Parabola del gran convito
Mt 22:2-14
15 Uno degli invitati, udite queste cose, gli disse: «Beato chi mangerà pane nel regno di Dio!» 16 Gesù gli disse: «Un uomo preparò una gran cena e invitò molti; 17 e all'ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: "Venite, perché tutto è già pronto". 18 Tutti insieme cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: "Ho comprato un campo e ho necessità di andarlo a vedere; ti prego di scusarmi". 19 Un altro disse: "Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi". 20 Un altro disse: "Ho preso moglie, e perciò non posso venire". 21 Il servo tornò e riferì queste cose al suo signore. Allora il padrone di casa si adirò e disse al suo servo: "Va' presto per le piazze e per le vie della città, e conduci qua poveri, storpi, ciechi e zoppi". 22 Poi il servo disse: "Signore, si è fatto come hai comandato e c'è ancora posto". 23 Il signore disse al servo: "Va' fuori per le strade e lungo le siepi e costringili a entrare, affinché la mia casa sia piena. 24 Perché io vi dico che nessuno di quegli uomini che erano stati invitati, assaggerà la mia cena"».

Il vero discepolo di Gesù
Mt 10:37-39; 16:24-26; Mr 9:49-50
25 Or molta gente andava con lui; ed egli, rivolto verso la folla disse:
26 «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo. 27 E chi non porta la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
28 Chi di voi, infatti, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolare la spesa per vedere se ha abbastanza per poterla finire? 29 Perché non succeda che, quando ne abbia posto le fondamenta e non la possa finire, tutti quelli che la vedranno comincino a beffarsi di lui, dicendo: 30 "Quest'uomo ha cominciato a costruire e non ha potuto terminare".
31 Oppure, qual è il re che, partendo per muovere guerra a un altro re, non si sieda prima a esaminare se con diecimila uomini può affrontare colui che gli viene contro con ventimila? 32 Se no, mentre quello è ancora lontano, gli manda un'ambasciata e chiede di trattare la pace.
33 Così dunque ognuno di voi, che non rinuncia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo.
34 Il sale, certo, è buono; ma se anche il sale diventa insipido, con che cosa gli si darà sapore? 35 Non serve né per il terreno, né per il concime; lo si butta via. Chi ha orecchi per udire oda».

La pecora smarrita
Mt 9:10-13; =18:11-14
15:1 Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. 2 Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
3 Ed egli disse loro questa parabola: 4 «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? 5 E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; 6 e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta". 7 Vi dico che, allo stesso modo, ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento.

La dramma perduta
8 «Oppure, qual è la donna che se ha dieci dramme e ne perde una, non accende un lume e non spazza la casa e non cerca con cura finché non la ritrova? 9 Quando l'ha trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta". 10 Così, vi dico, v'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede».

Il figlio prodigo
v. 1-10; 19:1-10; Mt 21:18-32; Os 14; 1Gv 3:1; Mi 7:7-8
11 Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane di loro disse al padre: "Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta". Ed egli divise fra loro i beni. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, messa insieme ogni cosa, partì per un paese lontano e vi sperperò i suoi beni, vivendo dissolutamente. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i maiali. 16 Ed egli avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gliene dava. 17 Allora, rientrato in sé, disse: "Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Io mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: 'Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi'". 20 Egli dunque si alzò e tornò da suo padre. Ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 E il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". 22 Ma il padre disse ai suoi servi: "Presto, portate qui la veste più bella e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; 23 portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato". E si misero a fare gran festa. 25 Or il figlio maggiore si trovava nei campi, e mentre tornava, come fu vicino a casa, udì la musica e le danze. 26 Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa succedesse. 27 Quello gli disse: "È tornato tuo fratello e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e salvo". 28 Egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare. 29 Ma egli rispose al padre: "Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici; 30 ma quando è venuto questo tuo figlio che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato". 31 Il padre gli disse: "Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato"».

Parabola del fattore infedele
(1Ti 6:17-19; Lu 12:33) Mt 25:14-30; 6:19-20, 24
16:1 Gesù diceva ancora ai suoi discepoli: «Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni. 2 Egli lo chiamò e gli disse: "Che cos'è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore". 3 Il fattore disse fra sé: "Che farò, ora che il padrone mi toglie l'amministrazione? Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno. 4 So quello che farò, perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l'amministrazione". 5 Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: "Quanto devi al mio padrone?" 6 Quello rispose: "Cento bati d'olio". Egli disse: "Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta". 7 Poi disse a un altro: "E tu, quanto devi?" Quello rispose: "Cento cori di grano". Egli disse: "Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta". 8 E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza; poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce.
9 E io vi dico: fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; perché quando esse verranno a mancare, quelli vi ricevano nelle dimore eterne. 10 Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi. 11 Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere? 12 E, se non siete stati fedeli nei beni altrui, chi vi darà i vostri? 13 Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l'uno e amerà l'altro, o avrà riguardo per l'uno e disprezzo per l'altro. Voi non potete servire Dio e Mammona».

Gesù condanna l'avarizia
Mt 23:23-28; 5:17-20
14 I farisei, che amavano il denaro, udivano tutte queste cose e si beffavano di lui. 15 Ed egli disse loro: «Voi vi proclamate giusti davanti agli uomini; ma Dio conosce i vostri cuori; perché quello che è eccelso tra gli uomini, è abominevole davanti a Dio.
16 La legge e i profeti hanno durato fino a Giovanni; da quel tempo è annunciata la buona notizia del regno di Dio, e ciascuno vi entra a forza. 17 È più facile che passino cielo e terra, anziché cada un solo apice della legge.

Il ripudio
Mt 5:31-32; 19:1-9; Mr 10:2-12; cfr. Ro 7:1-3; 1Co 7:10-16
18 «Chiunque manda via la moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio; e chiunque sposa una donna mandata via dal marito, commette adulterio.

Il ricco e Lazzaro
v. 9-12; Sl 49; 73; Pr 19:6-7 (Lu 12:15-21; 6:20-21, 24-25)
19 «C'era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente; 20 e c'era un mendicante, chiamato Lazzaro, che stava alla porta di lui, pieno di ulceri, 21 e bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; e perfino i cani venivano a leccargli le ulceri. 22 Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abraamo; morì anche il ricco, e fu sepolto. 23 E nell'Ades, essendo nei tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abraamo, e Lazzaro nel suo seno; 24 ed esclamò: "Padre Abraamo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell'acqua per rinfrescarmi la lingua, perché sono tormentato in questa fiamma". 25 Ma Abraamo disse: "Figlio, ricòrdati che tu nella tua vita hai ricevuto i tuoi beni e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. 26 Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perché quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, né di là si passi da noi". 27 Ed egli disse: "Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, 28 perché ho cinque fratelli, affinché attesti loro queste cose, e non vengano anche loro in questo luogo di tormento". 29 Abraamo disse: "Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli". 30 Ed egli: "No, padre Abraamo; ma se qualcuno dai morti va a loro, si ravvedranno". 31 Abraamo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita"».

Il perdono e la fede
=Mt 18:6-9, 21-35 (1Co 8:9-13; 10:32); Mr 11:22-26
17:1 Gesù disse ai suoi discepoli: «È impossibile che non avvengano scandali, ma guai a colui per colpa del quale avvengono! 2 Sarebbe meglio per lui che una macina da mulino gli fosse messa al collo e fosse gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno solo di questi piccoli. 3 State attenti a voi stessi! Se tuo fratello pecca, riprendilo; e se si ravvede, perdonalo. 4 Se ha peccato contro di te sette volte al giorno, e sette volte torna da te e ti dice: "Mi pento", perdonalo».

Ebrei 13:1-8

Esortazioni varie; saluti
(1P 1:22; Ro 12:10, 13, 15)(Mt 19:4-6; 1Te 4:3-7) 1Ti 6:6-10
1 L'amor fraterno rimanga tra di voi. 2 Non dimenticate l'ospitalità; perché alcuni praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli.
3 Ricordatevi dei carcerati, come se foste in carcere con loro; e di quelli che sono maltrattati, come se anche voi lo foste!
4 Il matrimonio sia tenuto in onore da tutti e il letto coniugale non sia macchiato da infedeltà; poiché Dio giudicherà i fornicatori e gli adùlteri.
5 La vostra condotta non sia dominata dall'amore del denaro; siate contenti delle cose che avete; perché Dio stesso ha detto: «Io non ti lascerò e non ti abbandonerò». 6 Così noi possiamo dire con piena fiducia:
«Il Signore è il mio aiuto; non temerò.
Che cosa potrà farmi l'uomo

(Fl 3:17; Sl 37:37)(Ef 4:14; Ga 5:1-5) 1P 4:12-16 (Sl 50:14, 23; Fl 4:18) 1Te 5:12-13
7 Ricordatevi dei vostri conduttori, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio; e considerando quale sia stata la fine della loro vita, imitate la loro fede.
8 Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno.

Ebrei 13:15-16

15 Per mezzo di Gesù, dunque, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome. 16 Non dimenticate poi di esercitare la beneficenza e di mettere in comune ciò che avete; perché è di tali sacrifici che Dio si compiace.

C.E.I.:

Proverbi 71:1-6

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Abacuc 12:18-29

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Luca 13:10-17:4

13:10 Una volta stava insegnando in una sinagoga il giorno di sabato. 11 C'era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. 12 Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei libera dalla tua infermità», 13 e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
14 Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, rivolgendosi alla folla disse: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato». 15 Il Signore replicò: «Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l'asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? 16 E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciott'anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?». 17 Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.
18 Diceva dunque: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo rassomiglierò? 19 È simile a un granellino di senapa, che un uomo ha preso e gettato nell'orto; poi è cresciuto e diventato un arbusto, e gli uccelli del cielo si sono posati tra i suoi rami».
20 E ancora: «A che cosa rassomiglierò il regno di Dio? 21 È simile al lievito che una donna ha preso e nascosto in tre staia di farina, finché sia tutta fermentata».
22 Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme. 23 Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Rispose: 24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. 25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. 26 Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. 27 Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d'iniquità! 28 Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori. 29 Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. 30 Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi».
31 In quel momento si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere». 32 Egli rispose: «Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. 33 Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.
34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa vi viene lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!».

14:1 Un sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. 2 Davanti a lui stava un idropico. 3 Rivolgendosi ai dottori della legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no curare di sabato?». 4 Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. 5 Poi disse: «Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?». 6 E non potevano rispondere nulla a queste parole.
7 Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola: 8 «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te 9 e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. 10 Invece quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. 11 Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
12 Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch'essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. 13 Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14 e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
15 Uno dei commensali, avendo udito ciò, gli disse: «Beato chi mangerà il pane nel regno di Dio!». 16 Gesù rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. 17 All'ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: Venite, è pronto. 18 Ma tutti, all'unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato. 19 Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato. 20 Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire. 21 Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al padrone. Allora il padrone di casa, irritato, disse al servo: Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui poveri, storpi, ciechi e zoppi. 22 Il servo disse: Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c'è ancora posto. 23 Il padrone allora disse al servo: Esci per le strade e lungo le siepi, spingili a entrare, perché la mia casa si riempia. 24 Perché vi dico: Nessuno di quegli uomini che erano stati invitati assaggerà la mia cena».
25 Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: 26 «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27 Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
28 Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? 29 Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: 30 Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. 31 Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32 Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasceria per la pace. 33 Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.
34 Il sale è buono, ma se anche il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si salerà? 35 Non serve né per la terra né per il concime e così lo buttano via. Chi ha orecchi per intendere, intenda».

15:1 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». 3 Allora egli disse loro questa parabola:
4 «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? 5 Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, 6 va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. 7 Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
8 O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? 9 E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. 10 Così, vi dico, c'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
11 Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. 17 Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 19 non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. 20 Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. 22 Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. 23 Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. 27 Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28 Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. 29 Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 31 Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

16:1 Diceva anche ai discepoli: «C'era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2 Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. 3 L'amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. 4 So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. 5 Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: 6 Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d'olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. 7 Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. 8 Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
9 Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.
10 Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto.
11 Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera? 12 E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
13 Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire a Dio e a mammona».
14 I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui. 15 Egli disse: «Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio.
16 La Legge e i Profeti fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi.
17 È più facile che abbiano fine il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino della Legge.
18 Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio; chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio.
19 C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. 20 Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, 21 bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. 22 Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23 Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. 24 Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. 25 Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. 26 Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. 27 E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, 28 perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. 29 Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. 30 E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. 31 Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».

17:1 Disse ancora ai suoi discepoli: «È inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono. 2 È meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. 3 State attenti a voi stessi!
Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. 4 E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai».

Ebrei 13:1-8

1 Perseverate nell'amore fraterno. 2 Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo. 3 Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che soffrono, essendo anche voi in un corpo mortale. 4 Il matrimonio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia. I fornicatori e gli adùlteri saranno giudicati da Dio.
5 La vostra condotta sia senza avarizia; accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò. 6 Così possiamo dire con fiducia:
Il Signore è il mio aiuto, non temerò.
Che mi potrà fare l'uomo
?
7 Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l'esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. 8 Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!

Ebrei 13:15-16

15 Per mezzo di lui dunque offriamo continuamente un sacrificio di lode a Dio, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome.
16 Non scordatevi della beneficenza e di far parte dei vostri beni agli altri, perché di tali sacrifici il Signore si compiace.

Nuova Diodati:

Proverbi 71:1-6

Non ci sono versetti che hanno questo riferimento.

Abacuc 12:18-29

Non ci sono versetti che hanno questo riferimento.

Luca 13:10-17:4

Guarigione di una donna paralitica
13:10 Or egli insegnava in una delle sinagoghe in giorno di sabato. 11 Ed ecco vi era una donna, che da diciotto anni aveva uno spirito di infermità, ed era tutta curva e non poteva in alcun modo raddrizzarsi. 12 Or Gesù, vedutala, la chiamò a sé e le disse: «Donna, tu sei liberata dalla tua infermità». 13 E pose le mani su di lei ed ella fu subito raddrizzata, e glorificava Dio. 14 Ma il capo della sinagoga, indignato che Gesù avesse guarito in giorno di sabato, si rivolse alla folla e disse: «Vi sono sei giorni in cui si deve lavorare; venite dunque in quelli a farvi guarire e non in giorno di sabato». 15 Allora il Signore gli rispose e disse: «Ipocriti! Ciascun di voi non slega forse di sabato dalla mangiatoia, il suo bue o il suo asino per condurlo a bere? 16 Non doveva quindi essere sciolta da questo legame, in giorno di sabato, costei che è figlia di Abrahamo e che Satana aveva tenuta legata per ben diciotto anni?». 17 E mentre egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari erano svergognati; tutta la folla invece si rallegrava di tutte le opere gloriose da lui compiute.

Parabola del granel di senape e del lievito
18 Quindi egli disse: «A cosa è simile il regno di Dio, e a che lo paragonerò? 19 È simile a un granel di senape che un uomo ha preso e gettato nel suo orto; poi è cresciuto ed è diventato un grande albero, e gli uccelli del cielo sono venuti a cercar riparo tra i suoi rami». 20 Poi disse di nuovo: «A che paragonerò il regno di Dio? 21 Esso è simile al lievito che una donna prende e ripone in tre staia di farina, finché sia tutta lievitata».

La porta stretta
22 Ed egli andava in giro per città e villaggi insegnando, e intanto si avvicinava a Gerusalemme. 23 Or un tale gli chiese: «Signore, sono pochi coloro che si salvano?». Egli disse loro: 24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno. 25 Una volta che il padrone di casa si è alzato ed ha chiuso la porta, voi allora, stando di fuori, comincerete a bussare alla porta dicendo: "Signore, Signore, aprici". Ma egli, rispondendo, vi dirà: "Io non so da dove venite". 26 Allora comincerete a dire: "Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze". 27 Ma egli dirà: "Io vi dico che non so da dove venite; via da me voi tutti operatori d'iniquità". 28 Lì sarà pianto e stridor di denti, quando vedrete Abrahamo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, mentre voi ne sarete cacciati fuori. 29 Ne verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e sederanno a tavola nel regno di Dio. 30 Ed ecco, vi sono alcuni fra gli ultimi che saranno i primi, e alcuni fra i primi che saranno gli ultimi».

Gesù messo in guardia nei confronti di Erode
31 In quello stesso giorno alcuni farisei vennero a dirgli: «Parti e vattene da qui, perché Erode vuole ucciderti». 32 Ed egli disse loro: «Andate a dire a quella volpe: "Ecco, oggi e domani io scaccio i demoni e compio guarigioni, e il terzo giorno giungo al termine della mia corsa". 33 Ma oggi, domani e dopodomani devo camminare, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. 34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati! Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, ma voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa vi è lasciata deserta. Or io vi dico che non mi vedrete più finché venga il tempo in cui direte: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore"».

Guarigione di un uomo idropico
14:1 Or avvenne che, come egli entrò in casa di uno dei capi dei farisei in giorno di sabato per mangiare, essi lo osservavano; 2 ed ecco, davanti a lui c'era un uomo idropico. 3 E Gesù, rispondendo ai dottori della legge e ai farisei, disse: «È lecito guarire in giorno di sabato?». 4 Ma essi tacquero. Allora egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. 5 Poi, rispondendo loro disse: «Chi di voi se il suo asino o bue cade in un pozzo, non lo tira subito fuori in giorno di sabato?». 6 Ma essi non gli potevano rispondere nulla in merito a queste cose.

Parabola dei primi posti e degli inviti
7 Ora, notando come essi sceglievano i primi posti a tavola, propose agli invitati questa parabola, dicendo: 8 «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché quel tale potrebbe aver invitato un altro più importante di te, 9 e chi ha invitato te e lui non venga a dirti: "Cedi il posto a questi". E allora tu, pieno di vergogna, non vada ad occupare l'ultimo posto. 10 Ma quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto affinché, venendo chi ti ha invitato, ti dica: "Amico, sali più su". Allora ne avrai onore davanti a coloro che sono a tavola con te. 11 Perché chiunque si innalza sarà abbassato, e chi si abbassa sarà innalzato». 12 Or egli disse a colui che lo aveva invitato: «Quando fai un pranzo o una cena, non chiamare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i vicini ricchi, affinché essi non invitino a loro volta te, e ti sia reso il contraccambio. 13 Ma quando fai un banchetto, chiama i mendicanti, i mutilati, gli zoppi, i ciechi; 14 e sarai beato, perché essi non hanno modo di contraccambiarti; ma il contraccambio ti sarà reso alla risurrezione dei giusti».

Parabola del gran convito
15 Or uno dei commensali, udite queste cose, gli disse: «Beato chi mangerà del pane nel regno di Dio». 16 Allora Gesù gli disse: «Un uomo fece una gran cena e invitò molti; 17 e, all'ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: "Venite, perché è già tutto pronto". 18 Ma tutti allo stesso modo cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: "Ho comprato un podere e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi". 19 E un altro disse: "Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi". 20 Un altro ancora disse: "Ho preso moglie e perciò non posso venire". 21 Così quel servo tornò e riferì queste cose al suo signore. Allora il padrone di casa, pieno di sdegno, disse al suo servo: "Presto, va' per le piazze e per le strade della città, conduci qua i mendicanti, i mutilati, gli zoppi e i ciechi". 22 Poi il servo gli disse: "Signore, è stato fatto come hai comandato, ma c'è ancora posto". 23 Allora il signore disse al servo: "Va' fuori per le vie e lungo le siepi e costringili ad entrare, affinché la mia casa sia piena. 24 Perché io vi dico che nessuno di quegli uomini che erano stati invitati gusterà la mia cena"».

Il vero discepolo; la previdenza
25 Or grandi folle andavano a lui, ed egli si rivolse loro e disse: 26 «Se uno viene a me e non odia suo padre e sua madre, moglie e figli, fratelli e sorelle e perfino la sua propria vita, non può essere mio discepolo. 27 E chiunque non porta la sua croce e mi segue, non può essere mio discepolo. 28 Chi di voi infatti, volendo edificare una torre, non si siede prima a calcolarne il costo, per vedere se ha abbastanza per portarla a termine? 29 Che talora, avendo posto il fondamento e non potendola finire, tutti coloro che la vedono non comincino a beffarsi di lui, 30 dicendo: "Quest'uomo ha cominciato a costruire e non è stato capace di terminare". 31 Ovvero quale re, andando a far guerra contro un altro re, non si siede prima a determinare se può con diecimila affrontare colui che gli viene contro con ventimila? 32 Se no, mentre quello è ancora lontano, gli manda un'ambasciata per trattar la pace. 33 Così dunque, ognuno di voi che non rinunzia a tutto ciò che ha, non può essere mio discepolo. 34 Il sale è buono, ma se il sale diviene insipido, con che cosa gli si renderà il sapore? 35 Esso non serve né per la terra, né per il concime, ma è gettato via. Chi ha orecchi da udire oda».

Parabola della pecora e della dramma smarrite
15:1 Or tutti i pubblicani e i peccatori, si accostavano a lui per udirlo. 2 E i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3 Allora egli disse loro questa parabola: 4 «Qual uomo fra voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro alla perduta finché non la ritrova? 5 E quando la ritrova, se la mette sulle spalle tutto contento; 6 e, giunto a casa, convoca gli amici e i vicini e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta". 7 Io vi dico che allo stesso modo vi sarà in cielo più gioia per un solo peccatore che si ravvede, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento. 8 O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lampada, non spazza la casa e non cerca accuratamente finché non la ritrova? 9 E quando l'ha trovata, chiama insieme le amiche e le vicine, dicendo: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta". 10 Allo stesso modo vi dico, vi sarà gioia presso gli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede».

Parabole del figlio prodigo
11 Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane di loro disse al padre: "Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta". E il padre divise fra loro i beni. 13 Pochi giorni dopo il figlio più giovane, raccolta ogni cosa, se ne andò in un paese lontano e là dissipò le sue sostanze vivendo dissolutamente. 14 Ma quando ebbe speso tutto, in quel paese sopraggiunse una grave carestia, ed egli cominciò ad essere nel bisogno. 15 Allora andò a mettersi con uno degli abitanti di quel paese, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16 Ed egli desiderava riempire il ventre con le carrube che i porci mangiavano, ma nessuno gliene dava. 17 Allora, rientrato in sé, disse: "Quanti lavoratori salariati di mio padre hanno pane in abbondanza, io invece muoio di fame! 18 Mi leverò e andrò da mio padre, e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e davanti a te; 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi lavoratori salariati". 20 Egli dunque si levò e andò da suo padre. Ma mentre era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 E il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e davanti a te e non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". 22 Ma il padre disse ai suoi servi: "Portate qui la veste più bella e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei sandali ai piedi. 23 Portate fuori il vitello ingrassato e ammazzatelo; mangiamo e rallegriamoci, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". E si misero a fare grande festa. 25 Or il suo figlio maggiore era nei campi; e come ritornava e giunse vicino a casa, udì la musica e le danze. 26 Chiamato allora un servo, gli domandò cosa fosse tutto ciò. 27 E quello gli disse: "È tornato tuo fratello e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e salvo". 28 Udito ciò, egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare. 29 Ma egli, rispose al padre e disse: "Ecco, son già tanti anni che io ti servo e non ho mai trasgredito alcun tuo comandamento, eppure non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma quando è tornato questo tuo figlio, che ha divorato i tuoi beni con le meretrici, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato". 31 Allora il padre gli disse: "Figlio, tu sei sempre con me, e ogni cosa mia è tua. 32 Ma si doveva fare festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato"».

Parabola del fattore infedele
16:1 Or egli disse ancora ai suoi discepoli: «Vi era un uomo ricco che aveva un fattore; e questi fu accusato davanti a lui di dissipare i suoi beni. 2 Allora egli lo chiamò e gli disse: "Che cosa è questo che sento dire di te? Rendi ragione della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore". 3 E il fattore disse fra se stesso: "Che farò ora, dato che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? A zappare non son capace, e a mendicare mi vergogno. 4 Io so cosa fare affinché, quando io sarò rimosso dall'amministrazione, mi accolgano nelle loro case". 5 Chiamati dunque ad uno ad uno i debitori del suo padrone, disse al primo: "Quanto devi al mio padrone?". 6 Quello rispose: "Cento bati di olio". Allora egli gli disse: "Prendi la tua ricevuta, siedi e scrivi subito cinquanta". 7 Poi disse ad un altro: "E tu quanto devi?". Ed egli disse: "Cento cori di grano". Allora egli gli disse: "Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta". 8 Il padrone lodò il fattore disonesto, perché aveva agito con avvedutezza, poiché i figli di questo mondo, nella loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce. 9 Or io vi dico: Fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste perché, quando esse verranno a mancare, vi ricevano nelle dimore eterne. 10 Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è ingiusto nel poco, è ingiusto anche nel molto. 11 Se dunque voi non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà le vere? 12 E se non siete stati fedeli nelle ricchezze altrui, chi vi darà le vostre? 13 Nessun servo può servire a due padroni; perché o odierà l'uno e amerà l'altro, o si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro; voi non potete servire a Dio e a mammona».

L'autorità della legge
14 Or i farisei, che erano amanti del denaro, udivano tutte queste cose e si beffavano di lui. 15 Ed egli disse loro: «Voi siete quelli che giustificate voi stessi davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori; poiché ciò che è grandemente stimato tra gli uomini è cosa abominevole davanti a Dio. 16 La legge e i profeti arrivano fino a Giovanni; da allora in poi il regno di Dio è annunziato e ognuno si sforza di entrarvi. 17 Ma è più facile che passino il cielo e la terra, piuttosto che cada un sol apice della legge. 18 Chiunque manda via la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio; e chiunque sposa una donna mandata via dal marito, commette adulterio».

Il ricco e il mendicante Lazzaro
19 «Or vi era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e bisso, e ogni giorno se la godeva splendidamente. 20 Vi era anche un mendicante chiamato Lazzaro, che giaceva alla sua porta tutto coperto di piaghe ulcerose, 21 e desiderava saziarsi delle briciole che cadevano dalla tavola del ricco; e perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. 22 Or avvenne che il mendicante morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abrahamo; morì anche il ricco e fu sepolto. 23 E, essendo tra i tormenti nell'inferno, alzò gli occhi e vide da lontano Abrahamo e Lazzaro nel suo seno. 24 Allora, gridando, disse: "Padre Abrahamo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito per rinfrescarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma". 25 Ma Abrahamo disse: "Figlio, ricordati che tu hai ricevuto i tuoi beni durante la tua vita e Lazzaro similmente i mali; ora invece egli è consolato e tu soffri. 26 Oltre a tutto ciò, fra noi e voi è posto un grande baratro, in modo tale che coloro che vorrebbero da qui passare a voi non possono; così pure nessuno può passare di là a noi". 27 Ma quello disse: "Ti prego dunque, o padre, di mandarlo a casa di mio padre, 28 perché io ho cinque fratelli, affinché li avverta severamente, e così non vengano anch'essi in questo luogo di tormento". 29 Abrahamo rispose: "Hanno Mosè e i profeti, ascoltino quelli". 30 Quello disse: "No, padre Abrahamo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno". 31 Allora egli gli disse: "Se non ascoltano Mosè e i profeti, non crederanno neppure se uno risuscitasse dai morti"».

Gli scandali; il perdono; la potenza della fede; i servi inutili
17:1 Or egli disse ai suoi discepoli: «È impossibile che non avvengano scandali; ma guai a colui per colpa del quale avvengono! 2 Sarebbe meglio per lui che gli fosse messa al collo una macina da mulino e fosse gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno solo di questi piccoli. 3 State attenti a voi stessi! Se tuo fratello pecca contro di te, riprendilo; e se si pente, perdonagli. 4 E se anche peccasse sette volte al giorno contro di te, e sette volte al giorno ritorna a te, dicendo: "Mi pento", perdonagli».

Ebrei 13:1-8

1 Continuate nell'amore fraterno. 2 Non dimenticate l'ospitalità, perché alcuni, praticandola, hanno ospitato senza saperlo degli angeli. 3 Ricordatevi dei carcerati come se foste loro compagni e di quelli che sono maltrattati, sapendo che anche voi siete nel corpo. 4 Sia il matrimonio tenuto in onore da tutti e il letto coniugale sia incontaminato, poiché Dio giudicherà i fornicatori e gli adulteri. 5 Nel vostro comportamento non siate amanti del denaro e accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: «Io non ti lascerò e non ti abbandonerò». 6 Così possiamo dire con fiducia: «Il Signore è il mio aiuto, e io non temerò. Che cosa mi potrà fare l'uomo?». 7 Ricordatevi dei vostri conduttori, che vi hanno annunziato la parola di Dio e, considerando il risultato della loro condotta, imitate la loro fede. 8 Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno.

Ebrei 13:15-16

15 Per mezzo di lui dunque, offriamo del continuo a Dio un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome. 16 E non dimenticate la beneficenza e di far parte dei vostri beni agli altri, perché Dio si compiace di tali sacrifici.

Bibbia della Gioia:

Proverbi 71:1-6

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Abacuc 12:18-29

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Luca 13

10 Un sabato, Gesù stava insegnando in una sinagoga, 11 quando vide una donna paralitica che da diciotto anni stava piegata in due e non riusciva a raddrizzarsi.
12 Gesù la chiamò e le disse: «Donna, sei guarita dalla tua malattia!» 13 La toccò e, immediatamente, ella poté raddrizzarsi. Immaginate quanto lodò e ringraziò Dio quella poveretta!
14 Ma il capo della sinagoga rimase scandalizzato, perché Gesù aveva guarito la donna di sabato. Perciò si rivolse alla folla e gridò: «Ci sono sei giorni alla settimana per lavorare! Venite dunque in uno di quei giorni per farvi guarire, non di sabato!»
15 Ma il Signore gli rispose: «Ipocriti, non lavorate anche voi di sabato? Non è, forse, di sabato che slegate il vostro bestiame e lo portate fuori dalla stalla ad abbeverarsi? 16 È dunque sbagliato soltanto perché è sabato, liberare questa donna giudea dalla schiavitù in cui Satana l'ha tenuta per diciotto anni?»
17 Queste parole confusero i nemici di Gesù, mentre tutta la gente era alle stelle dalla gioia per le meravigliose cose che Gesù aveva fatto.
18 Di nuovo Gesù incominciò a parlare del Regno di Dio: «A che cosa rassomiglia il Regno?» diceva. «Come posso illustrarvelo? 19 È come un piccolo granello di senape seminato in un orto: ben presto diventa un albero tanto alto, che gli uccelli vanno a vivere fra i suoi rami». 20 Poi disse ancora: «Il Regno di Dio è come il lievito nella farina, che lavora di nascosto finché non ha reso la pasta gonfia e leggera».
21  22 Gesù andava di città in città, di villaggio in villaggio, e strada facendo insegnava alla gente. Intanto s'avvicinava sempre più a Gerusalemme.
23 Un tale gli chiese: «Saranno soltanto pochi i salvati?»
Ed egli rispose: 24 «La porta per il cielo è stretta. Datevi da fare per entrarvi, perché sono tanti davvero quelli che cercano di entrare, ma quando il capo di casa avrà chiuso la porta, allora sarà troppo tardi! E se allora vi troverete fuori a bussare e a pregare: "Signore, aprici la porta!" egli vi risponderà: "Io non vi conosco!"
25  26 Allora voi direte: "Ma noi abbiamo mangiato e bevuto con te e tu hai insegnato per le nostre strade..."
27 Ed egli replicherà: "Ve lo ripeto, non vi conosco. Non potete entrare qui, colpevoli come siete. Andatevene!"
28 Allora piangerete, digrignando i denti, perché vedrete Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel Regno di Dio, mentre voi ve ne starete fuori. 29 Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel Regno di Dio. 30 Tenete in mente questo: alcuni che sono disprezzati ora, saranno molto onorati dopo; ed alcuni che adesso sono tenuti in grande considerazione, in seguito saranno i meno importanti».
31 Poco dopo alcuni Farisei gli dissero: «Va' via di qui, se vuoi salvare la pelle, perché Erode vuole ucciderti!»
32 Gesù rispose: «Andate a dire a quella volpe che continuerò a cacciare i demòni e a compiere miracoli di guarigione oggi e domani; e il terzo giorno raggiungerò la mia destinazione. 33 Certo, devo camminare oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta di Dio sia ucciso, se non a Gerusalemme!
34 Gerusalemme, Gerusalemme, città che uccidi i profeti e lapidi tutti quelli che Dio ti manda per aiutarti. Quante volte ho voluto riunire i tuoi figli, come la chioccia protegge la covata sotto le ali! Ma tu non hai voluto! 35 Ebbene, ora la vostra casa vi sarà lasciata deserta. E non mi rivedrete più, finché non direte: "Benvenuto colui che viene nel nome del Signore"».

Ebrei 13:1-8

Ultime disposizioni e saluti.
1 Continuate ad amarvi come fratelli. 2 E non dimenticate di essere ospitali verso gli stranieri, perché alcuni, facendo così, hanno accolto senza saperlo degli angeli! 3 Ricordatevi dei carcerati. Soffrite con loro, come se anche voi foste in carcere. Non dimenticate quelli che sono maltrattati, perché ben sapete che cosa provano.
4 Rispettate il matrimonio e siate fedeli, perché Dio sicuramente punirà gli immorali e gli adulteri.
5 Non agite spinti dall'amore per il denaro. Accontentatevi di ciò che avete, perché Dio stesso ha detto:
«Io non ti lascerò,
né ti abbandonerò mai».
6 Questa è la ragione per cui possiamo dire senza dubbi, né timori:
«Il Signore è il mio aiuto, non avrò paura di niente.
Che mi potrebbero fare gli uomini?»
7 Ricordatevi di quelli che vi hanno guidato e vi hanno insegnato la Parola di Dio. Guardate come sono vissuti e come sono morti, e imitate la loro fede.
8 Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre!

Ebrei 13:15-16

15 Con l'aiuto di Gesù, offriamo dunque, continuamente a Dio il nostro sacrificio di lode, cioè il frutto delle nostre labbra che confessano pubblicamente il suo nome. 16 Non dimenticate di fare beneficenza e di dividere ciò che avete con quelli che ne hanno bisogno, perché sono questi i sacrifici che piacciono molto al Signore.

La Parola è Vita
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Riveduta:

Proverbi 71:1-6

Non ci sono versetti che hanno questo riferimento.

Abacuc 12:18-29

Non ci sono versetti che hanno questo riferimento.

Luca 13:10-17:4

Guarigione di una donna paralitica
13:10 Or egli stava insegnando in una delle sinagoghe in giorno di sabato. 11 Ed ecco una donna, che da diciotto anni aveva uno spirito d'infermità, ed era tutta curvata e incapace di raddrizzarsi in alcun modo. 12 E Gesù, vedutala, la chiamò a sé e le disse: Donna, tu sei liberata dalla tua infermità. 13 E pose le mani su lei, ed ella in quell'istante fu raddrizzata e glorificava Iddio. 14 Or il capo della sinagoga, sdegnato che Gesù avesse fatta una guarigione in giorno di sabato, prese a dire alla moltitudine: Ci son sei giorni ne' quali s'ha da lavorare; venite dunque in quelli a farvi guarire, e non in giorno di sabato. 15 Ma il Signore gli rispose e disse: Ipocriti, non scioglie ciascun di voi, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per menarlo a bere? 16 E costei, ch'è figliuola d'Abramo, e che Satana avea tenuta legata per ben diciott'anni, non doveva esser sciolta da questo legame in giorno di sabato? 17 E mentre diceva queste cose, tutti i suoi avversari erano confusi, e tutta la moltitudine si rallegrava di tutte le opere gloriose da lui compiute.

Parabole del granel di senapa e del lievito
(Matteo 13:31-33; Marco 4:30-32)
18 Diceva dunque: A che è simile il regno di Dio, e a che l'assomiglierò io? 19 Esso è simile ad un granel di senapa che un uomo ha preso e gettato nel suo orto; ed è cresciuto ed è divenuto albero; e gli uccelli del cielo si son riparati sui suoi rami. 20 E di nuovo disse: A che assomiglierò il regno di Dio? 21 Esso è simile al lievito che una donna ha preso e nascosto in tre staia di farina, finché tutta sia lievitata.

La porta stretta
(Matteo 7:13-23; 8:11,12)
22 Ed egli attraversava man mano le città ed i villaggi, insegnando, e facendo cammino verso Gerusalemme. 23 E un tale gli disse: Signore, son pochi i salvati? 24 Ed egli disse loro: Sforzatevi d'entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno d'entrare e non potranno. 25 Da che il padron di casa si sarà alzato ed avrà serrata la porta, e voi, stando di fuori, comincerete a picchiare alla porta, dicendo: Signore, aprici, egli, rispondendo, vi dirà: Io non so d'onde voi siate. 26 Allora comincerete a dire: Noi abbiam mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze! 27 Ed egli dirà: Io vi dico che non so d'onde voi siate; dipartitevi da me voi tutti operatori d'iniquità. 28 Quivi sarà il pianto e lo stridor de' denti, quando vedrete Abramo e Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, e che voi ne sarete cacciati fuori. 29 E ne verranno d'oriente e d'occidente, e da settentrione e da mezzogiorno, che si porranno a mensa nel regno di Dio. 30 Ed ecco, ve ne son degli ultimi che saranno primi, e de' primi che saranno ultimi.

Erode vuol far morire Gesù
(Matteo 23:37-39)
31 In quello stesso momento vennero alcuni Farisei a dirgli: Parti, e vattene di qui, perché Erode ti vuol far morire. 32 Ed egli disse loro: Andate a dire a quella volpe: Ecco, io caccio i demonî e compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno giungo al mio termine. 33 D'altronde, bisogna ch'io cammini oggi e domani e posdomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. 34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti son mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. E io vi dico che non mi vedrete più, finché venga il giorno che diciate: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

L'idropico guarito di sabato
14:1 E avvenne che, essendo egli entrato in casa di uno de' principali Farisei in giorno di sabato per prender cibo, essi lo stavano osservando. 2 Ed ecco, gli stava dinanzi un uomo idropico. 3 E Gesù prese a dire ai dottori della legge ed ai Farisei: È egli lecito o no far guarigioni in giorno di sabato? Ma essi tacquero. 4 Allora egli, presolo, lo guarì e lo licenziò. 5 Poi disse loro: Chi di voi, se un figliuolo od un bue cade in un pozzo, non lo trae subito fuori in giorno di sabato? 6 Ed essi non potevano risponder nulla in contrario.

Lezioni di umiltà e di carità
7 Notando poi come gl'invitati sceglievano i primi posti, disse loro questa parabola: 8 Quando sarai invitato a nozze da qualcuno, non ti mettere a tavola al primo posto, che talora non sia stato invitato da lui qualcuno più ragguardevole di te, 9 e chi ha invitato te e lui non venga a dirti: Cedi il posto a questo! e tu debba con tua vergogna cominciare allora ad occupare l'ultimo posto. 10 Ma quando sarai invitato, va a metterti all'ultimo posto, affinché quando colui che t'ha invitato verrà, ti dica: Amico, sali più in su. Allora ne avrai onore dinanzi a tutti quelli che saran teco a tavola. 11 Poiché chiunque s'innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato. 12 E diceva pure a colui che lo aveva invitato: Quando fai un desinare o una cena, non chiamare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i vicini ricchi; che talora anch'essi non t'invitino, e ti sia reso il contraccambio; 13 ma quando fai un convito, chiama i poveri, gli storpi, gli zoppi, i ciechi; 14 e sarai beato, perché non hanno modo di rendertene il contraccambio; ma il contraccambio ti sarà reso alla risurrezione de' giusti.

Parabola del gran convito
(Cfr. Matteo 22:1-14)
15 Or uno de' commensali, udite queste cose, gli disse: Beato chi mangerà del pane nel regno di Dio! 16 Ma Gesù gli disse: Un uomo fece una gran cena e invitò molti; 17 e all'ora della cena, mandò il suo servitore a dire agl'invitati: Venite, perché tutto è già pronto. 18 E tutti, ad una voce, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: Ho comprato un campo e ho necessità d'andarlo a vedere; ti prego, abbimi per iscusato. 19 E un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi, e vado a provarli; ti prego, abbimi per iscusato. 20 E un altro disse: Ho preso moglie, e perciò non posso venire. 21 E il servitore, tornato, riferì queste cose al suo signore. Allora il padron di casa, adiratosi, disse al suo servitore: Va' presto per le piazze e per le vie della città, e mena qua i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi. 22 Poi il servitore disse: Signore, s'è fatto come hai comandato, e ancora c'è posto. 23 E il signore disse al servitore: Va' fuori per le strade e lungo le siepi, e costringili ad entrare, affinché la mia casa sia piena. 24 Perché io vi dico che nessuno di quegli uomini ch'erano stati invitati assaggerà la mia cena.

Il vero discepolo di Gesù
(Matteo 10:37,38; 5:13; Marco 9:50)
25 Or molte turbe andavano con lui; ed egli, rivoltosi, disse loro: 26 Se uno viene a me e non odia suo padre, e sua madre, e la moglie, e i fratelli, e le sorelle, e finanche la sua propria vita, non può esser mio discepolo. 27 E chi non porta la sua croce e non vien dietro a me, non può esser mio discepolo. 28 Infatti chi è fra voi colui che, volendo edificare una torre, non si metta prima a sedere e calcoli la spesa per vedere se ha da poterla finire? 29 Che talora, quando ne abbia posto il fondamento e non la possa finire, tutti quelli che la vedranno prendano a beffarsi di lui, dicendo: 30 Quest'uomo ha cominciato a edificare e non ha potuto finire. 31 Ovvero, qual è il re che, partendo per muover guerra ad un altro re, non si metta prima a sedere ed esamini se possa con diecimila uomini affrontare colui che gli vien contro con ventimila? 32 Se no, mentre quello è ancora lontano, gli manda un'ambasciata e chiede di trattar la pace. 33 Così dunque ognun di voi che non rinunzi a tutto quello che ha, non può esser mio discepolo. 34 Il sale, certo, è buono; ma se anche il sale diventa insipido, con che gli si darà sapore? 35 Non serve né per terra, né per concime; lo si butta via. Chi ha orecchi da udire, oda.

Parabole della pecora smarrita, della dramma perduta e del figliuol prodigo
(Matteo 18:12-14)
15:1 Or tutti i pubblicani e i peccatori s'accostavano a lui per udirlo. 2 E così i Farisei come gli scribi mormoravano, dicendo: Costui accoglie i peccatori e mangia con loro. 3 Ed egli disse loro questa parabola: 4 Chi è l'uomo fra voi, che, avendo cento pecore, se ne perde una, non lasci le novantanove nel deserto e non vada dietro alla perduta finché non l'abbia ritrovata? 5 E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; 6 e giunto a casa, chiama assieme gli amici e i vicini, e dice loro: Rallegratevi meco, perché ho ritrovato la mia pecora ch'era perduta. 7 Io vi dico che così vi sarà in cielo più allegrezza per un solo peccatore che si ravvede, che per novantanove giusti i quali non han bisogno di ravvedimento. 8 Ovvero, qual è la donna che avendo dieci dramme, se ne perde una, non accenda un lume e non spazzi la casa e non cerchi con cura finché non l'abbia ritrovata? 9 E quando l'ha trovata, chiama assieme le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi meco, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. 10 Così, vi dico, v'è allegrezza dinanzi agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede. 11 Disse ancora: Un uomo avea due figliuoli; 12 e il più giovane di loro disse al padre: Padre, dammi la parte de' beni che mi tocca. Ed egli spartì fra loro i beni. 13 E di lì a poco, il figliuolo più giovane, messa insieme ogni cosa, se ne partì per un paese lontano, e quivi dissipò la sostanza, vivendo dissolutamente. 14 E quand'ebbe speso ogni cosa, una gran carestia sopravvenne in quel paese, sicché egli cominciò ad esser nel bisogno. 15 E andò, e si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi, a pasturare i porci. 16 Ed egli avrebbe bramato empirsi il corpo de' baccelli che i porci mangiavano, ma nessuno gliene dava. 17 Ma rientrato in sé, disse: Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza, ed io qui mi muoio di fame! 18 Io mi leverò e me n'andrò a mio padre, e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro te: 19 non son più degno d'esser chiamato tuo figliuolo; trattami come uno de' tuoi servi. 20 Egli dunque si levò e venne a suo padre; ma mentr'egli era ancora lontano, suo padre lo vide e fu mosso a compassione, e corse, e gli si gettò al collo, e lo baciò e ribaciò. 21 E il figliuolo gli disse: Padre, ho peccato contro il cielo e contro te; non son più degno d'esser chiamato tuo figliuolo. 22 Ma il padre disse ai suoi servitori: Presto, portate qua la veste più bella e rivestitelo, e mettetegli un anello al dito e de' calzari a' piedi; 23 e menate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, e mangiamo e rallegriamoci, 24 perché questo mio figliuolo era morto, ed è tornato a vita; era perduto, ed è stato ritrovato. E si misero a far gran festa. 25 Or il figliuolo maggiore era a' campi; e come tornando fu vicino alla casa, udì la musica e le danze. 26 E chiamato a sé uno de' servitori, gli domandò che cosa ciò volesse dire. 27 Quello gli disse: È giunto tuo fratello, e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché l'ha riavuto sano e salvo. 28 Ma egli si adirò e non volle entrare; onde suo padre uscì fuori e lo pregava d'entrare. 29 Ma egli, rispondendo, disse al padre: Ecco, da tanti anni ti servo, e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto da far festa con i miei amici; 30 ma quando è venuto questo tuo figliuolo che ha divorato i tuoi beni con le meretrici, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato. 31 E il padre gli disse: Figliuolo, tu sei sempre meco, ed ogni cosa mia è tua; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto, ed è tornato a vita; era perduto, ed è stato ritrovato.

Parabola del fattore infedele. Esortazioni diverse
(Matteo 11:12-13; 6:24; 5:18,32)
16:1 Gesù diceva ancora ai suoi discepoli: V'era un uomo ricco che avea un fattore, il quale fu accusato dinanzi a lui di dissipare i suoi beni. 2 Ed egli lo chiamò e gli disse: Che cos'è questo che odo di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più esser mio fattore. 3 E il fattore disse fra sé: Che farò io, dacché il padrone mi toglie l'amministrazione? A zappare non son buono: a mendicare mi vergogno. 4 So bene quel che farò, affinché, quando dovrò lasciare l'amministrazione, ci sia chi mi riceva in casa sua. 5 Chiamati quindi a sé ad uno ad uno i debitori del suo padrone, disse al primo: 6 Quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento bati d'olio. Egli disse: Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: Cinquanta. 7 Poi disse ad un altro: E tu, quanto devi? Quello rispose: Cento cori di grano. Egli disse: Prendi la tua scritta, e scrivi: Ottanta. 8 E il padrone lodò il fattore infedele perché aveva operato con avvedutezza; poiché i figliuoli di questo secolo, nelle relazioni con que' della loro generazione, sono più accorti dei figliuoli della luce. 9 Ed io vi dico: Fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; affinché, quand'esse verranno meno, quelli vi ricevano ne' tabernacoli eterni. 10 Chi è fedele nelle cose minime, è pur fedele nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è pure ingiusto nelle grandi. 11 Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà le vere? 12 E se non siete stati fedeli nell'altrui, chi vi darà il vostro? 13 Nessun domestico può servire a due padroni: perché o odierà l'uno e amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro. Voi non potete servire a Dio ed a Mammona. 14 Or i Farisei, che amavano il danaro, udivano tutte queste cose e si facean beffe di lui. 15 Ed egli disse loro: Voi siete quelli che vi proclamate giusti dinanzi agli uomini; ma Dio conosce i vostri cuori; poiché quel che è eccelso fra gli uomini, è abominazione dinanzi a Dio. 16 La legge ed i profeti hanno durato fino a Giovanni; da quel tempo è annunziata la buona novella del regno di Dio, ed ognuno v'entra a forza. 17 Più facile è che passino cielo e terra, che un apice solo della legge cada. 18 Chiunque manda via la moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio; e chiunque sposa una donna mandata via dal marito, commette adulterio.

Il ricco e Lazzaro
19 Or v'era un uomo ricco, il quale vestiva porpora e bisso, ed ogni giorno godeva splendidamente; 20 e v'era un pover'uomo chiamato Lazzaro, che giaceva alla porta di lui, pieno d'ulceri, 21 e bramoso di sfamarsi con le briciole che cadevano dalla tavola del ricco; anzi perfino venivano i cani a leccargli le ulceri. 22 Or avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno d'Abramo; morì anche il ricco, e fu seppellito. 23 E nell'Ades, essendo ne' tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abramo, e Lazzaro nel suo seno; 24 ed esclamò: Padre Abramo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell'acqua per rinfrescarmi la lingua, perché son tormentato in questa fiamma. 25 Ma Abramo disse: Figliuolo, ricordati che tu ricevesti i tuoi beni in vita tua, e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. 26 E oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una gran voragine, perché quelli che vorrebbero passar di qui a voi non possano, né di là si passi da noi. 27 Ed egli disse: Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, 28 perché ho cinque fratelli, affinché attesti loro queste cose, onde non abbiano anch'essi a venire in questo luogo di tormento. 29 Abramo disse: Hanno Mosè e i profeti; ascoltin quelli. 30 Ed egli: No, padre Abramo; ma se uno va a loro dai morti, si ravvedranno. 31 Ma Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscitasse.

Gli scandali; il perdono; la potenza della fede; i servi inutili
(Matteo 18:6,7,15,21,22; 21:21)
17:1 Disse poi ai suoi discepoli: È impossibile che non avvengano scandali: ma guai a colui per cui avvengono! 2 Meglio per lui sarebbe che una macina da mulino gli fosse messa al collo e fosse gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare un solo di questi piccoli. 3 Badate a voi stessi! Se il tuo fratello pecca, riprendilo; e se si pente, perdonagli. 4 E se ha peccato contro te sette volte al giorno, e sette volte torna a te e ti dice: Mi pento, perdonagli.

Ebrei 13:1-8

Esortazioni. Saluti
1 L'amor fraterno continui fra voi. Non dimenticate l'ospitalità; 2 perché, praticandola, alcuni, senza saperlo, hanno albergato degli angeli. 3 Ricordatevi de' carcerati, come se foste in carcere con loro; di quelli che sono maltrattati, ricordando che anche voi siete nel corpo. 4 Sia il matrimonio tenuto in onore da tutti, e sia il talamo incontaminato; poiché Iddio giudicherà i fornicatori e gli adulteri. 5 Non siate amanti del danaro, siate contenti delle cose che avete; poiché Egli stesso ha detto: Io non ti lascerò, e non ti abbandonerò. 6 Talché possiam dire con piena fiducia: Il Signore è il mio aiuto; non temerò. Che mi potrà far l'uomo? 7 Ricordatevi dei vostri conduttori, i quali v'hanno annunziato la parola di Dio; e considerando com'hanno finito la loro carriera, imitate la loro fede. 8 Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi, e in eterno.

Ebrei 13:15-16

15 Per mezzo di lui, dunque, offriam del continuo a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra confessanti il suo nome! 16 E non dimenticate di esercitar la beneficenza e di far parte agli altri de' vostri beni; perché è di tali sacrificî che Dio si compiace.

Diodati:

Proverbi 71:1-6

Non ci sono versetti che hanno questo riferimento.

Abacuc 12:18-29

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Luca 13:10-17:4

13:10 OR egli insegnava in una delle sinagoghe, in giorno di sabato. 11 Ed ecco, quivi era una donna che avea uno spirito d'infermità già per ispazio di diciotto anni, ed era tutta piegata, e non poteva in alcun modo ridirizzarsi. 12 E Gesù, vedutala, la chiamò a sè, e le disse: Donna, tu sei liberata dalla tua infermità. 13 E pose le mani sopra lei, ed ella in quello stante fu ridirizzata, e glorificava Iddio. 14 Ma il capo della sinagoga, sdegnato che Gesù avesse fatta guarigione in giorno di sabato, prese a dire alla moltitudine: Vi son sei giorni, ne' quali convien lavorare; venite adunque in que' giorni, e siate guariti; e non nel giorno del sabato. 15 Laonde il Signore gli rispose, e disse: Ipocriti! ciascun di voi non iscioglie egli dalla mangiatoia, in giorno di sabato, il suo bue, o il suo asino, e li mena a bere? 16 E non conveniva egli scioglier da questo legame, in giorno di sabato, costei, ch'è figliuola d'Abrahamo, la qual Satana avea tenuta legata lo spazio di diciotto anni? 17 E mentre egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari erano confusi; ma tutta la moltitudine si rallegrava di tutte le opere gloriose che si facevano da lui.
18 OR egli disse: A che è simile il regno di Dio, ed a che l'assomiglierò io? 19 Egli è simile ad un granel di senape, il quale un uomo ha preso, e l'ha gettato nel suo orto; e poi è cresciuto, ed è divenuto albero grande; e gli uccelli del cielo si son ridotti al coperto ne' suoi rami. 20 E di nuovo disse: A che assomiglierò il regno di Dio? 21 Egli è simile al lievito, il quale una donna prende, e lo ripone in tre staia di farina, finchè tutta sia levitata. 22 POI egli andava attorno per le città, e per le castella, insegnando, e facendo cammino verso Gerusalemme.
23 Or alcuno gli disse: Signore, sono eglino pochi coloro che son salvati? 24 Ed egli disse loro: Sforzatevi d'entrar per la porta stretta, perciocchè io vi dico che molti cercheranno d'entrare, e non potranno. 25 Ora, da che il padron della casa si sarà levato, ed avrà serrato l'uscio, voi allora, stando difuori, comincerete a picchiare alla porta, dicendo: Signore, Signore, aprici. Ed egli, rispondendo, vi dirà: Io non so d'onde voi siate. 26 Allora prenderete a dire: Noi abbiam mangiato, e bevuto in tua presenza; e tu hai insegnato nelle nostre piazze. 27 Ma egli dirà: Io vi dico che non so d'onde voi siate; dipartitevi da me, voi tutti gli operatori d'iniquità. 28 Quivi sarà il pianto e lo stridor de' denti, quando vedrete Abrahamo, Isacco, e Giacobbe, e tutti i profeti, nel regno di Dio; e che voi ne sarete cacciati fuori. 29 E che ne verranno d'Oriente, e d'Occidente, e di Settentrione, e di Mezzodì, i quali sederanno a tavola nel regno di Dio. 30 Ed ecco, ve ne son degli ultimi che saranno i primi, e de' primi che saranno gli ultimi.
31 IN quello stesso giorno vennero alcuni Farisei, dicendogli: Partiti, e vattene di qui, perciocchè Erode ti vuol far morire. 32 Ed egli disse loro: Andate, e dite a quella volpe: Ecco, io caccio i demoni, e compio di far guarigioni oggi, e domani, e nel terzo giorno perverrò al mio fine. 33 Ma pure, mi convien camminare oggi, domani, e posdomani; poichè non conviene che alcun profeta muoia fuor di Gerusalemme. 34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti, e lapidi coloro che ti son mandati! quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ale, e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa vi è lasciata deserta. Or io vi dico, che voi non mi vedrete più, finchè venga il tempo che diciate: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

14:1 OR avvenne che, essendo egli entrato in casa d'uno de' principali de' Farisei, in giorno di sabato, a mangiare, essi l'osservavano. 2 Ed ecco, un certo uomo idropico era quivi davanti a lui. 3 E Gesù prese a dire a' dottori della legge, ed a' Farisei: È egli lecito di guarire alcuno in giorno di sabato? 4 Ed essi tacquero. Allora, preso colui per la mano, lo guarì, e lo licenziò. 5 Poi fece lor motto, e disse: Chi è colui di voi, che, se il suo asino, o bue, cade in un pozzo, non lo ritragga prontamente fuori nel giorno del sabato? 6 Ed essi non gli potevan risponder nulla in contrario a queste cose.
7 ORA, considerando come essi eleggevano i primi luoghi a tavola, propose questa parabola agl'invitati, dicendo: 8 Quando tu sarai invitato da alcuno a nozze, non metterti a tavola nel primo luogo, che talora alcuno più onorato di te non sia stato invitato dal medesimo. 9 E che colui che avrà invitato te e lui, non venga, e ti dica: Fa' luogo a costui; e che allora tu venga con vergogna a tener l'ultimo luogo. 10 Ma, quando tu sarai invitato, va', mettiti nell'ultimo luogo, acciocchè, quando colui che t'avrà invitato verrà, ti dica: Amico, sali più in su. Allora tu ne avrai onore appresso coloro che saranno teco a tavola. 11 Perciocchè chiunque s'innalza sarà abbassato, e chi si abbassa sarà innalzato. 12 Or egli disse a colui che l'avea invitato: Quando tu farai un desinare, o una cena, non chiamare i tuoi amici, nè i tuoi fratelli, nè i tuoi parenti, nè i tuoi vicini ricchi; che talora essi a vicenda non t'invitino, e ti sia reso il contraccambio. 13 Anzi, quando fai un convito, chiama i mendici, i monchi, gli zoppi, i ciechi. 14 E sarai beato; perciocchè essi non hanno il modo di rendertene il contraccambio; ma la retribuzione te ne sarà resa nella risurrezion dei giusti.
15 OR alcun di coloro ch'erano insieme a tavola, udite queste cose, disse: Beato chi mangerà del pane nel regno di Dio. 16 E Gesù gli disse: Un uomo fece una gran cena, e v'invitò molti. 17 Ed all'ora della cena, mandò il suo servitore a dire agl'invitati: Venite, perciocchè ogni cosa è già apparecchiata. 18 Ma in quel medesimo punto tutti cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: Io ho comperata una possessione, e di necessità mi conviene andar fuori a vederla; io ti prego abbimi per iscusato. 19 Ed un altro disse: Io ho comperate cinque paia di buoi, e vo a provarli; io ti prego abbimi per iscusato. 20 Ed un altro disse: Io ho sposata moglie, e perciò non posso venire. 21 E quel servitore venne e rapportò queste cose al suo signore. Allora il padron di casa, adiratosi, disse al suo servitore: Vattene prestamente per le piazze, e per le strade della città, e mena qua i mendici, ed i monchi, e gli zoppi, ed i ciechi. 22 Poi il servitore gli disse: Signore, egli è stato fatto come tu ordinasti, ed ancora vi è luogo. 23 E il signore disse al servitore: Va' fuori per le vie, e per le siepi, e costringili ad entrare, acciocchè la mia casa sia ripiena. 24 Perciocchè io vi dico che niuno di quegli uomini ch'erano stati invitati assaggerà della mia cena.
25 OR molte turbe andavano con lui; ed egli, rivoltosi, disse loro: 26 Se alcuno viene a me, e non odia suo padre, e sua madre, e la moglie, e i figliuoli, e i fratelli, e le sorelle, anzi ancora la sua propria vita, non può esser mio discepolo. 27 E chiunque non porta la sua croce, e non vien dietro a me, non può esser mio discepolo. 28 Perciocchè, chi è colui d'infra voi, il quale, volendo edificare una torre, non si assetti prima, e non faccia ragion della spesa, se egli ha da poterla finire? 29 Che talora, avendo posto il fondamento, e non potendola finire, tutti coloro che la vedranno non prendano a beffarlo, dicendo: 30 Quest'uomo cominciò ad edificare, e non ha potuto finire. 31 Ovvero, qual re, andando ad affrontarsi in battaglia con un altro re, non si assetta prima, e prende consiglio, se può con diecimila incontrarsi con quell'altro, che vien contro a lui con ventimila? 32 Se no, mentre quel l'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasciata, e lo richiede di pace. 33 Così adunque, niun di voi, il qual non rinunzia a tutto ciò ch'egli ha, può esser mio discepolo. 34 Il sale è buono, ma se il sale diviene insipido, con che lo si condirà egli? 35 Egli non è atto nè per terra, nè per letame; egli è gettato via. Chi ha orecchie da udire, oda.

15:1 OR tutti i pubblicani e peccatori, si accostavano a lui, per udirlo. 2 Ed i Farisei e gli Scribi ne mormoravano, dicendo: Costui accoglie i peccatori, e mangia con loro. 3 Ed egli disse loro questa parabola. 4 Chi è l'uomo d'infra voi, il quale, avendo cento pecore, se ne perde una, non lasci le novantanove nel deserto, e non vada dietro alla perduta, finchè l'abbia trovata? 5 Ed avendola trovata, non se la metta sopra le spalle tutto allegro? 6 E venuto a casa, non chiami insieme gli amici, e i vicini, dicendo: Rallegratevi meco, perciocchè io ho trovata la mia pecora, ch'era perduta? 7 Io vi dico, che così vi sarà letizia in cielo per un peccatore ravveduto, più che per novantanove giusti, che non hanno bisogno di ravvedimento. 8 Ovvero, qual'è la donna, che, avendo dieci dramme, se ne perde una, non accenda la lampana, e non ispazzi la casa, e non cerchi studiosamente, finchè l'abbia trovata? 9 E quando l'ha trovata, non chiami insieme le amiche, e le vicine, dicendo: Rallegratevi meco, perciocchè io ho trovata la dramma, la quale io avea perduta? 10 Così, vi dico, vi sarà allegrezza fra gli angeli di Dio, per un peccatore ravveduto.
11 DISSE ancora: Un uomo avea due figliuoli. 12 E il più giovane di loro disse al padre: Padre, dammi la parte de' beni che mi tocca. E il padre spartì loro i beni. 13 E, pochi giorni appresso, il figliuol più giovane, raccolto ogni cosa, se ne andò in viaggio in paese lontano, e quivi dissipò le sue facoltà, vivendo dissolutamente. 14 E, dopo ch'egli ebbe speso ogni cosa, una grave carestia venne in quel paese, talchè egli cominciò ad aver bisogno. 15 E andò, e si mise con uno degli abitatori di quella contrada, il qual lo mandò a' suoi campi, a pasturare i porci. 16 Ed egli desiderava d'empiersi il corpo delle silique, che i porci mangiavano, ma niuno gliene dava. 17 Ora, ritornato a sè medesimo, disse: Quanti mercenari di mio padre hanno del pane largamente, ed io mi muoio di fame! 18 Io mi leverò, e me ne andrò a mio padre, e gli dirò: Padre, io ho peccato contro al cielo, e davanti a te; 19 e non son più degno d'esser chiamato tuo figliuolo; fammi come uno de' tuoi mercenari. 20 Egli adunque si levò, e venne a suo padre; ed essendo egli ancora lontano, suo padre lo vide, e n'ebbe pietà; e corse, e gli si gettò al collo, e lo baciò. 21 E il figliuolo gli disse: Padre, io ho peccato contro al cielo, e davanti a te, e non son più degno d'esser chiamato tuo figliuolo. 22 Ma il padre disse a' suoi servitori: Portate qua la più bella vesta, e vestitelo, e mettetegli un anello in dito, e delle scarpe ne' piedi. 23 E menate fuori il vitello ingrassato, ed ammazzatelo, e mangiamo, e rallegriamoci; 24 perciocchè questo mio figliuolo era morto, ed è tornato a vita; era perduto, ed è stato ritrovato. E si misero a far gran festa. 25 Or il figliuol maggiore di esso era a' campi; e come egli se ne veniva, essendo presso della casa, udì il concento e le danze. 26 E, chiamato uno de' servitori, domandò che si volesser dire quelle cose. 27 Ed egli gli disse: Il tuo fratello è venuto, e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perciocchè l'ha ricoverato sano e salvo. 28 Ma egli si adirò, e non volle entrare; laonde suo padre uscì, e lo pregava d'entrare. 29 Ma egli, rispondendo, disse al padre: Ecco, già tanti anni io ti servo, e non ho giammai trapassato alcun tuo comandamento; e pur giammai tu non mi hai dato un capretto, per rallegrarmi co' miei amici. 30 Ma, quando questo tuo figliuolo, che ha mangiati i tuoi beni con le meretrici, è venuto, tu gli hai ammazzato il vitello ingrassato. 31 Ed egli gli disse: Figliuolo, tu sei sempre meco, e ogni cosa mia è tua. 32 Or conveniva far festa, e rallegrarsi, perciocchè questo tuo fratello era morto, ed è tornato a vita, era perduto, ed è stato ritrovato.

16:1 OR egli disse ancora a' suoi discepoli: Vi era un uomo ricco, che avea un fattore; ed esso fu accusato dinanzi a lui, come dissipando i suoi beni. 2 Ed egli lo chiamò, e gli disse: Che cosa è questo che io odo di te? rendi ragione del tuo governo, perciocchè tu non puoi più essere mio fattore. 3 E il fattore disse fra sè medesimo: Che farò? poichè il mio signore mi toglie il governo; io non posso zappare, e di mendicar mi vergogno. 4 Io so ciò che io farò, acciocchè, quando io sarò rimosso dal governo, altri mi riceva in casa sua. 5 Chiamati adunque ad uno ad uno i debitori del suo signore, disse al primo: 6 Quanto devi al mio signore? Ed egli disse: Cento bati d'olio. Ed egli gli disse: Prendi la tua scritta, e siedi, e scrivine prestamente cinquanta. 7 Poi disse ad un altro: E tu, quanto devi? Ed egli disse: Cento cori di grano. Ed egli gli disse: Prendi la tua scritta, e scrivine ottanta. 8 E il signore lodò l'ingiusto fattore, perciocchè avea fatto avvedutamente; poichè i figliuoli di questo secolo sono più avveduti, nella lor generazione, che i figliuoli della luce. 9 Io altresì vi dico: Fatevi degli amici delle ricchezze ingiuste; acciocchè quando verrete meno, vi ricevano ne' tabernacoli eterni. 10 Chi è leale nel poco, è anche leale nell'assai; e chi è ingiusto nel poco, è anche ingiusto nell'assai. 11 Se dunque voi non siete stati leali nelle ricchezze ingiuste, chi vi fiderà le vere? 12 E se non siete stati leali nell'altrui, chi vi darà il vostro? 13 Niun famiglio può servire a due signori; perciocchè, o ne odierà l'uno, ed amerà l'altro; ovvero, si atterrà all'uno, e sprezzerà l'altro; voi non potete servire a Dio, ed a Mammona. 14 OR i Farisei, ch'erano avari, udivano anch'essi tutte queste cose, e lo beffavano. 15 Ed egli disse loro: Voi siete que' che giustificate voi stessi davanti agli uomini, ma Iddio conosce i vostri cuori; perciocchè quel ch'è eccelso appo gli uomini è cosa abominevole nel cospetto di Dio. 16 La legge e i profeti sono stati infino a Giovanni; da quel tempo il regno di Dio è evangelizzato, ed ognuno vi entra per forza. 17 Or egli è più agevole che il cielo e la terra passino, che non che un sol punto della legge cada. 18 Chiunque manda via la sua moglie, e ne sposa un'altra, commette adulterio; e chiunque sposa la donna mandata via dal marito commette adulterio.
19 OR vi era un uomo ricco, il qual si vestiva di porpora e di bisso, ed ogni giorno godeva splendidamente. 20 Vi era altresì un mendico, chiamato Lazaro, il quale giaceva alla porta d'esso, pieno d'ulceri. 21 E desiderava saziarsi delle miche che cadevano dalla tavola del ricco; anzi ancora i cani venivano, e leccavano le sue ulceri. 22 Or avvenne che il mendico morì, e fu portato dagli angeli nel seno d'Abrahamo; e il ricco morì anch'egli, e fu seppellito. 23 Ed essendo ne' tormenti nell'inferno, alzò gli occhi, e vide da lungi Abrahamo, e Lazaro nel seno d'esso. 24 Ed egli, gridando, disse: Padre Abrahamo, abbi pietà di me, e manda Lazaro, acciocchè intinga la punta del dito nell'acqua; e mi rinfreschi la lingua; perciocchè io son tormentato in questa fiamma. 25 Ma Abrahamo disse: Figliuolo, ricordati che tu hai ricevuti i tuoi beni in vita tua, e Lazaro altresì i mali; ma ora egli è consolato, e tu sei tormentato. 26 Ed oltre a tutto ciò, fra noi e voi è posta una gran voragine, talchè coloro che vorrebbero di qui passare a voi non possono; parimente coloro che son di là non passano a noi. 27 Ed egli disse: Ti prego adunque, o padre, che tu lo mandi in casa di mio padre; 28 perciocchè io ho cinque fratelli; acciocchè testifichi loro; che talora anch'essi non vengano in questo luogo di tormento. 29 Abrahamo gli disse: Hanno Mosè e i profeti, ascoltin quelli. 30 Ed egli disse: No, padre Abrahamo; ma, se alcun de' morti va a loro, si ravvedranno. 31 Ed egli gli disse: Se non ascoltano Mosè e i profeti, non pur crederanno, avvegnachè alcun de' morti risusciti.

17:1 OR egli disse a' suoi discepoli: Egli è impossibile che non avvengano scandali; ma, guai a colui per cui avvengono! 2 Meglio per lui sarebbe che una macina d'asino gli fosse appiccata al collo, e che fosse gettato nel mare, che di scandalezzare uno di questi piccoli. 3 Prendete guardia a voi. Ora, se il tuo fratello ha peccato contro a te, riprendilo; e se si pente, perdonagli. 4 E benchè sette volte il dì pecchi contro a te, se sette volte il dì ritorna a te, dicendo: Io mi pento, perdonagli.

Ebrei 13:1-8

1 L'amor fraterno dimori fra voi. Non dimenticate l'ospitalità; 2 perciocchè per essa alcuni albergarono già degli angeli, senza saperlo. 3 Ricordatevi de' prigioni, come essendo lor compagni di prigione; di quelli che sono afflitti, come essendo ancora voi nel corpo. 4 Il matrimonio e il letto immacolato sia onorevole fra tutti; ma Iddio giudicherà i fornicatori e gli adulteri. 5 Sieno i costumi vostri senza avarizia, essendo contenti delle cose presenti; perciocchè egli stesso ha detto: Io non ti lascerò, e non ti abbandonerò. 6 Talchè possiam dire in confidanza: Il Signore è il mio aiuto; ed io non temerò ciò che mi può far l'uomo. 7 Ricordatevi de' vostri conduttori, i quali vi hanno annunziata la parola di Dio; la cui fede imitate, considerando la fine della loro condotta. 8 Gesù Cristo è lo stesso ieri, ed oggi, e in eterno.

Ebrei 13:15-16

15 Per lui adunque offeriamo del continuo a Dio sacrificii di lode, cioè: il frutto delle labbra confessanti il suo nome. 16 E non dimenticate la beneficenza, e di far parte agli altri dei vostri beni; poichè per tali sacrificii si rende servigio grato a Dio.

Commentario:

Proverbi 71:1-6

Non ci sono versetti che hanno questo riferimento.

Abacuc 12:18-29

Non ci sono versetti che hanno questo riferimento.

Luca 13:10-17:4

13:10 Luca 13:10-17. GUARIGIONE DI UNA DONNA IN GIORNO DI SABATO. DISCORSO CHE NE SEGUE

10. Or egli insegnava in una delle sinagoghe, in giorno di sabato.

Questo miracolo è narrato solo da Luca. Il tempo ed il luogo non vengono indicati; ma l'insolenza con cui il capo della sinagoga espresse la sua opposizione a Gesù fa supporre che questo fatto accadesse nell'ultimo periodo del ministero di Gesù, in Perea, o nelle vicinanze di Efraim. Il miracolo fu fatto in una sinagoga, in giorno di Sabato, in presenza della ordinaria congregazione riunita per il culto.

PASSI PARALLELI

Luca 4:15-16,44

11 11. Ed ecco, quivi era una donna che avea uno spirito d'infermità già per ispazio di diciott'anni,

Le parole spirito d'infermità, insieme a quelle del Signore al ver. 16: «la quale Satana avea tenuta legata», han condotto molti scrittori a credere essere stato questo un caso di vera, quantunque mite, ossessione demoniaca; mentre altri ritengono che la debolezza di quella, donna fosse solo l'effetto del potere che al maligno veniva permesso di esercitare sul suo corpo, non per castigo, ma per disciplina, per prova misericordiosa, come già gli era stato concesso di tormentar Giobbe. In appoggio a quest'ultima teoria ci vien detto che essa era nella sinagoga dove a nessun indemoniato era lecito entrare; ma questo è contradetto dal fatto ricordato in Marco 1:23-27. Però siccome non v'ha nulla nelle parole rivoltele dal Signore che implichi una possessione, siccome egli non pose mai le mani sulle persone in tali casi, ma solo quando si trattava di malattie ed infermità corporali, siamo disposti a credere che la debolezza o la malattia di questa donna fosse prodotta da uno spirito malvagio che agiva in sul suo corpo, senza avere influenza alcuna sul suo spirito. Checché si creda della gravità della, sua malattia, non v'ha dubbio che essa fu opera di Satana, perché lo dice Gesù Luca 13:16. Fino a qual punto sia lecito a Satana di esercitare un tal potere, ancora in questi nostri tempi, è cosa impossibile a dirsi. I passi 1Corinzi 5:5; 2Corinzi 12:7; 1Tessalonicesi 2:18; 1Timoteo 1:20 sembrano indicare che egli lo possiede; ad ogni modo l'infallibile ispirazione ce lo rivela in questo ed in molti altri casi accaduti mentre Gesù abitava in terra. Il degno di esser imitato da chiunque si professa cristiano, il desiderio di questa povera donna di approfittarsi dei pubblici servigi della religione. Per quanto la sua deformità la esponesse al dileggio degli stolti, per quanto dovesse riuscirle penoso ogni movimento, né la falsa vergogna, né la debolezza né le sofferenze fisiche, la tratt enevano dal recarsi nella sinagoga nel giorno di Sabato. Come sono spesso leggiere e spregiovoli le scuse che consideriamo bastevoli per trascurare i servigi della casa di Dio, ai quali pure egli ha promesso la sua benedizione!

ed era tutta piegata, e non poteva in alcun modo rid i rizzarsi.

In seguito a deviazione della spina dorsale o a contrazione dei nervi, il suo corpo erasi quasi piegato in due, dimodoché più non poteva star ritta. Era questo una aggravazione dolorosa del male di questa meschina, e il fatto che trovavasi in tale stato da diciotto anni prova che, umanamente parlando, la sua infermità era incurabile.

PASSI PARALLELI

Luca 13:16; 8:2; Giobbe 2:7; Salmi 6:2; Matteo 9:32-33

Luca 8:27,43; Marco 9:21; Giovanni 5:5-6; 9:19-21; Atti 3:2; 4:22; 14:8-10

Salmi 38:6; 42:5

Salmi 145:14; 146:8

12 12. E Gesù, vedutala, la chiamò a sé, e le disse: Donna, tu sei liberata dalla tua infermità 13. E pose le mani sopra di lei; ed ella in quello stante fu ridirizzata.

Molte guarigioni miracolose di Gesù venner fatte dietro alla domanda degli infermi, o dei loro amici; ma in altre egli esercitò spontaneamente il suo potere di guarire, senza esserne richiesto; così nel caso del morto di Nain Luca 7:11, dell'infermo della piscina di Betesda Giovanni 5:6, e di questa donna. L'occhio suo compassionevole si fermò su quella povera impotente; il suo cuore fu commosso, e chiamatala a sé, dove egli stava o sedeva, in presenza di tutta la sinagoga, la guarì colla sua parola, accompagnata dalla imposizione delle mani. La guarigione fu istantanea, completa, permanente. Essa si ridirizzò, e tornò a essa camminando eretta, come se non avesse mai conosciuto quei diciotto anni di sofferenza e di umiliazione.

13 e glorificava Iddio.

Gesù la chiama una «figliuola d'Abrahamo», e dalla sua condotta inferiamo che un tal titolo le venne dato in un senso spirituale, come è chiamato «figlio d'Abrahamo» Zaccheo convertito. Entrò nella sinagoga, cercandovi il bene dell'anima sua, senza pensare ad una cura corporea; ma mentre anelava la grazia maggiore, ottenne pure la minore. Il Signore non le domandò se credesse; scrutò il suo cuore e vi trovò la fede pronta a far sua ogni parola che cadrebbe dalle sue labbra, e quando quella parola giunse fino al suo cuore la guarì, la sua lingua si sciolse e dinanzi a tutta l'assemblea essa ringraziò Iddio per l'accordatale liberazione. Qual contrasto fra la sua condotta e quella degli ingrati lebbrosi guariti essi pure da Gesù! Luca 17:11-19.

PASSI PARALLELI

Luca 6:8-10; Salmi 107:20; Isaia 65:1; Matteo 8:16

Luca 13:16; Gioele 3:10

Luca 4:40; Marco 6:5; 8:25; 16:18; Atti 9:17

Luca 17:14-17; 18:43; Salmi 103:1-5; 107:20-22; 116:16-17

14 14. ma il capo della sinagoga sdegnato che Gesù avesse fatta guarigione In giorno di sabato, prese a dire alla moltitudine (Per i titoli e le occupazioni dei ministri della sinagoga, vedi Luca 4:20). Vi son sei giorni nei quali convien lavorare; venite adunque in que' giorni, e siate guariti; e non nel giorno del sabato.

Come i Farisei alla casa di Levi Luca 5:30, così quest'uomo arde di rabbia contro a Gesù per il notevole miracolo che egli avea compiuto, eppure non ardisce attaccarlo in faccia, rivolgendo a lui i suoi rimproveri; è troppo codardo per questo, ma nell'iroso ammonimento che egli rivolge al popolo di rispettare il Sabato e di venire in cerca di guarigione nei sei giorni di lavoro, parla indirettamente a Gesù. Chiunque conosce il comandamento di Dio relativamente al Sabato, nel Esodo 20, deve riconoscere, in quanto al principio generale, che egli è nel vero. Dio ha dato all'uomo sei giorni per il suo lavoro e per le sue ricreazioni; ma proibisce nel modo più positivo ogni occupazione di questo genere nel giorno del Sabato, perché è il giorno che egli ha consecrato al proprio suo servizio. La Chiesa romana ha posto il giorno del Signore fra le sue feste ordinarie, e siccome esso ricorre 52 volte all'anno, mentre ogni altra festa non torna che una volta, ne viene che esso è tenuto in minor stima che qualunque altra solennità, in tutti quei paesi dove quella è la Chiesa dominante. Nel suo seno il «santificare il giorno del Signore» è cosa sconosciuta. Si smetterà fino ad un certo punto di lavorare, ma si stimerebbe pazzia il conservar quel giorno all'esercizio pubblico o privato del culto di Dio. Ma benché il capo della sinagoga avesse ragione nel principio, egli ne fa una applicazione affatto erronea. Quello che Cristo avea fatto era un'opera di misericordia, e non poteva in modo alcuno venir rinchiuso sotto il titolo di opera servile. Nessuno lo sapeva meglio del capo della sinagoga; ma la pretesa trasgressione di un comandamento era una occasione troppo favorevole di sfogare il suo odio contro a Gesù, perché egli non se ne approfittasse. Il suo scopo era evidentemente di eccitar gli astanti a metter la mano sopra Gesù. Stier nota la contradizione che v'ha nelle sue parole quando egli fa di che è un ricevere la grazia ed il soccorso divino una specie di opera.

PASSI PARALLELI

Luca 8:41; Atti 13:15; 18:8,17

Luca 6:11; Giovanni 5:15-16; Romani 10:2

Esodo 20:9; 23:12; Levitico 23:3; Ezechiele 20:12

Luca 6:7; 14:3-6; Matteo 12:10-12; Marco 3:2-6; Giovanni 9:14-16

15 15. Laonde il Signore gli rispose e disse: Ipocriti,

Quì Luca chiama enfaticamente Gesù «il Signore», perché egli parlò qual Signore del Sabato. Egli parlò al capo della sinagoga: ma il suo rimprovero colpiva tutti quelli lì presenti che erano animati dei medesimi suoi sentimenti, come lo prova, la parola ipocriti al plurale. Egli strappa senza alcun riguardo la maschera sotto la quale essi cercavano di nascondersi. Ipocriti erano veramente, perché a lui imputavano a delitto quello che essi stessi facevano ogni giorno.

ciascun di voi non scioglie egli dalla mangiatoia, in giorno di sabato il suo bue, o il suo asino, e li mena a bere? 16. E non conveniva egli scioglier da questo legame il giorno di sabato, costei, ch'è figliuola d'Abrahamo, la qual Satana avea tenuto legata lo spazio di diciott'anni?

Niente poteva esser più concludente ed inconfutabile di questa risposta. Gesù ricorda l'uso universale di sciogliere il bestiame dalla stalla per abbeverarlo in giorno di sabato, come in qualsiasi altro giorno, e lo trova giusto, perché è opera di misericordia che la legge di Dio non condanna ma se, così facendo, essi non trasgredivano la legge, come ardivano accusarlo di esser egli un violatore del comandamento, per quanto avea fatto in favore di questa donna? Notinsi i punti di contrasto che son tutti in suo favore. Quella donna era una «figliuola di Abrahamo», ed avea diritto a tutti i benefizii del patto fatto da Dio col Patriarca, mentre gli oggetti delle loro cure non eran che animali privi di ragione. Questi erano stati legati nelle loro stalle dai loro stessi padroni e per sole 24 ore; quella invece da 18 anni era tenuta in dura catena da Satana. I Giudei agivano per proprio interesse; Gesù era ispirato da compassione per una povera sofferente, e dal desiderio di dar gloria a Dio.

PASSI PARALLELI

Luca 6:42; 12:1; Giobbe 34:30; Proverbi 11:9; Isaia 29:20; Matteo 7:5; 15:7,14; 23:13,28

Atti 8:20-23; 13:9-10

Luca 14:5; Giovanni 7:21-24

Luca 3:8; 16:24; 19:9; Atti 13:26; Romani 4:12-16

Luca 13:11; Giovanni 8:44; 2Timoteo 2:26

Luca 13:12; Marco 2:27

17 17. E mentre egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari eran confusi; ma tutta la moltitudine si rallegrava di tutte, l'opere gloriose che si facevan da lui.

Bastò questo a confondere ed a coprir di vergogna i suoi oppositori. Non solo furono ridotti al silenzio il capo della sinagoga e i suoi fautori; ma tutti gli astanti rimasero convinti che, senza un motivo nascosto ed indegno, un uomo non avrebbe mai condannato un'opera di misericordia, così ragionevole e conforme agli usi stabiliti. Perciò l'entusiasmo, che era stato per un momento arrestato dal rimprovero del loro capo spirituale, scoppiò in dimostrazioni più vivaci del solito in favore di Gesù. La parola del Signore colpì le loro coscienze, come il suo miracolo avea colpito il loro cuore. Queste lodi date a suo Padre, furon per il Figlio una prova che il suo soggiorno nella Perea, non era stato interamente vano.

PASSI PARALLELI

Luca 14:6; 20:40; Salmi 40:14; 109:29; 132:18; Isaia 45:24; 2Timoteo 3:9; 1Pietro 3:16

Luca 19:37-40,48; Esodo 15:11; Salmi 111:3; Isaia 4:2; Giovanni 12:17,18; Atti 3:9-11

Atti 4:21

RIFLESSIONI

1. Né in questo, né in alcun altro momento della sua vita, il Signore incoraggia ti rilassatezza nell'osservanza del quarto comandamento. Benché trasmutato dall'ultimo al primo giorno della settimana, il giorno del riposo è sempre obbligatorio, e continuerà ad esserlo, finché durerà il mondo. Non si può, senza colpa, fare in quel giorno qualsiasi lavoro non necessario. Non si può, senza colpa, distoglierne parte alcuna dai doveri che in esso si devon compiere, così nella famiglia, come nella casa di Dio. Ma opere di necessità e di misericordia, ben lungi dall'essere contrarie alla sua osservanza, vanno annoverate fra i doveri che a quel giorno si appartengono. Segua ognuno fedelmente la risposta della sua coscienza. Se questa o quell'opera è di così assoluta necessità che si possa rispondere affermativamente al giorno del giudizio, la si faccia pure senza timore, confidando in Dio che investiga i cuori. Ma stiamo in guardia contro le false pretese; lavori fatti di Domenica, che avrebbero potuto esser condotti a termine il Sabato, o rimandati al Lunedì, saran da Dio ritenuti come evidenti trasgressioni della sua legge.

2. Per derivare da questo miracolo tutti i benefizii che esso ci può dare, dobbiamo ricordarci che fu fatto affin di dare speranza e conforto alle anime rese inferme dal peccato. Niente è impossibile a Cristo, Egli può ammollire i cuori che sembrano duri come una macina; può ridirizzare la volontà che per «diciotto anni» è stata inclinata all'egoismo ed al peccato; e i peccatori i cui sguardi erano sempre abbassati sulle cose terrene ricevono da lui forza di alzarli al cielo e di scorgere il regno di Dio. Niente è troppo difficile per lui! Egli può creare e trasformare; soggiogare e liberare; vivificare e rialzare, con potere irresistibile. Facciamo tesoro di questa verità e non disperiamo mai, né della nostra salvezza, né di quella delle persone che ci son care. Per quanto grande sia quella parte della vostra vita che è stata spesa in follie, in mondanità ed in eccessi nocivi all'anima, v'è ancora speranza per voi, se solo andate a Cristo.

3. Com'è terribile per l'ipocrita la descrizione data della onniscienza di Dio in Salmi 139:1-12! Né inganni, né tenebre posson nascondergli i nostri pensieri. In questa occasione Gesù diede a vedere di possedere quella onniscienza. Mentre ascoltava le parole del capo della sinagoga, leggeva gli amari sentimenti che agitavano il suo cuore, poi confuse la sua ipocrisia, mostrando che le sue vere intenzioni dovean esser ben diverse dalle sue parole, poiché queste così poco si applicavano al caso presente. Così confonderà il Signore tutti i suoi nemici all'ultimo giudizio. Essi si «risveglieranno a vituperi, ed a infamia eterna» Daniele 12:2; Salmi 2:1-5.

18 Luca 13:18-30. PARABOLE DEL GRANEL DI SENAPE E DEL LIEVITO. RISPOSTA AD UNA DOMANDA SUL NUMERO DEI SALVATI Matteo 13:31-33; Marco 4:31-34

Parabole del granel di senape e del lievito, Luca 13:18-21

Per la esposizione di questa porzione vedi Matteo 13:31-33.

22 

Risposta ad una domanda sul numero dei salvati, Luca 13:22-30

22. Poi egli andava attorno per le città, e per le castella, insegnando, e facendo cammino verso Gerusalemme.

L'Evangelista ci dà così pochi dettagli di tempo e di luogo relativamente a, quest'ultimo viaggio di Gesù a Gerusalemme, che è impossibile discorrerne a lungo. Le parole di questo versetto sembrano indicare che dopo un breve soggiorno in qualche luogo, Gesù ne era ripartito per proseguire il suo viaggio, vedi nota Luca 9:51.

PASSI PARALLELI

Luca 4:43-44; Matteo 9:35; Marco 6:6; Atti 10:38

Luca 9:51; Marco 10:32-34

23 23. or alcuno gli disse: Signore, sono eglin pochi coloro che son salvati?

Se fosse questi uno della folla che seguiva Gesù, o qualcuno che a lui si accostasse per via, l'evangelista nol dice; nemmanco sappiamo in quali circostanze o con quali disposizioni venisse fatta una tal domanda. Può darsi che avesse udita o gli fosse stata riportata la parola di Gesù in sul Monte «che pochi sono coloro che trovano la via angusta che mena alla vita» Matteo 7:14, o quell'altra da lui anche più spesso ripetuta che «molti sono chiamati, ma pochi eletti» Matteo 20:16, epperciò desiderasse metterlo alla prova perché quelle sue parole erano contrarie alla credenza nazionale, secondo la quale tutti i Giudei, quali discendenti dei Patriarchi, erano fuori di pericolo. In questo caso, il senso della sua questione sarebbe, come lo indica Lutero: "Signore, vuoi tu dire proprio sul serio che pochi saranno salvati?" O può essere stata una di quelle quistioni speculative dettate da mera curiosità, le quali si presentano alla mente degli uomini, in tempi di eccitamento religioso, e li distolgono da verità assai più importanti. Così la donna di Samaria eludeva le domande colle quali Cristo scandagliava la sua coscienza, mettendo in questione i meriti comparativi delle religioni giudaica e samaritana Giovanni 4:20.

PASSI PARALLELI

Matteo 7:14; 19:25; 20:16; 22:14

Luca 12:13-15; 21:7-8; Matteo 24:3-5; Marco 13:4-5; Giovanni 21:21-22; Atti 1:7-8

24 24. Ed egli disse loro: Sforzatevi d'entrar per la porta stretta; perciocché io vi dico che motti cercheranno d'entrare, e non potranno.

In quel che segue, il Signore, invece di parlare a chi lo avea interrogato, si rivolge alla folla. Distoglie l'attenzione dei suoi uditori dal lato curioso o speculativo di questo soggetto, e la chiama sul suo lato profondamente pratico, secondo il quale la felicità eterna dei peccatori che periscono dipende dalla ricerca immediata ed ardente, per parte loro, della salute. Benché Gesù non dica nulla del numero dei salvati, non esita a proclamare che grande sarà quello dei perduti. Notisi l'antitesi fra i pochi, del vers. 23, e i molti, del ver. 24. Un'altra più marcata ancora è nel ver. 24, quella fra sforzatevi, e cercheranno, poiché egli è dal differente modo di cercare, indicato da questi verbi, che dipende il successo o la ruina. La «porta stretta» deve intendersi dell'usciolino che trovasi accanto al portone e pel quale s'entrava nel cortile di un palazzo, o di qualsiasi pubblico edifizio. Per quest'usciolino si facevan passare nelle grandi feste i convitati, affin di esser certi che non entrava nessuno all'infuori di essi. Questa porticina rappresenta Cristo, mediante il quale solo noi possiamo entrare ad abitare in sicurtà, primieramente nella Chiesa spirituale in sulla terra, quindi nelle stanze gloriose del santuario celeste. Nel suo ministero terreno, Cristo ha dichiarato non solo di essere la porta», ma pure di esser venuto «per cercare e per salvare ciò ch'era perito» Luca 19:10; Matteo 9:13; 15:24; Giovanni 14:6. La stessa verità egli tuttora proclama a quanti vivono sotto la dispensazione del Nuovo Testamento. L'«entrare per la porta» deve intendersi del vero pentimento e della fede Salutare in Cristo, come per l'unico e sufficiente Salvatore, che costituiscono la conversione del peccatore, la sua riconciliazione con Dio, e la sua fuga dalla «via spaziosa che mena alla perdizione». Il vocabolo sforzatevi, letteralmente agonizzate, indica uno sforzo continuo, intenso, e doloroso, come quello dei concorrenti nei giuochi atletici della Grecia, o quello che uno farebbe per aprirsi il passo fra una gran calca di gente, fino a quella porticina, cui tutti tendevano ansiosamente. Non è difficile immaginarsi il pigio, la confusione, il caldo, la violenza, l'animosità di una tal scena; il Signore ci dice che da consimile lotta deve esser marcato pel peccatore il suo «passaggio dalla morte alla vita». Tutto il contesto mostra che non si tratta qui di salvezza temporale, bensì di «liberazione dall'ira avvenire», e dell'eredare la vita eterna ed il Signore stesso ce ne dà una prova indubitabile, dicendo altrove: «Il regno dei cieli è sforzato, ed i violenti lo rapiscono» Matteo 11:12. S'incontrano grandi difficoltà per entrare per «la porta stretta»; devonsi vincer nemici che la circondano e ci contendono a palmo a palmo il terreno; sacrificare abitudini oziose e fors'anche viziose; molto occorre abbandonare e lasciare indietro; imparare ed acquistar molte cose contro le quali il cuore carnale lungamente si ribella. Il subir questa disciplina, sotto l'insegnamento dello Spirito Santo, con ferma determinazione di non lasciarsi vincere o stancare, è cosa indispensabile per entrar nella vita. «Se adunque alcuno è in Cristo, egli è nuova creatura, le cose vecchie son passate; ecco, tutte le cose son fatte nuove» 2Corinzi 5:17. L'insegnamento speciale, però, di questo passo ci par essere il contrasto fra i due modi di cercar, l'entrata nella vita, contrasto che è espresso dai due verbi e il Signore ci comanda di «agonizzare», perché il semplice, «cercare» è uno sforzo troppo debole, ed intere moltitudini periscono per esserne accontentate. Alcuni cercano il favore di Dio e la felicità eterna, senza la conversione o la fede in un divino Salvatore; altri li cercano con indolenza, posponendoli alle attrazioni mondane; altri sperano ottenerli con mezzi che Dio non ha mai indicati; altri ancora li vorrebbero, ma facendo delle riserve per i loro interessi mondani, per certi piaceri peccaminosi, o per non perdere l'amicizia del mondo. In questi e in altri simili modi molti rimangono privi della salute, benché abbiano avuto chiare convinzioni, momenti di serietà e di zelo, cambiamenti parziali di condotta. In una parola, il «non potranno» col quale termina questo versetto indica impossibilità morale di entrare nel regno di Dio, per qualsiasi altra strada che per la porta stretta, cioè per l'unica ed appieno sufficiente giustizia di Cristo.

25 25. ora, da che il padron della casa si sarà levato, ed avrà serrato l'uscio, voi allora, stando di fuori, comincerete a picchiare alla porta, Dicendo: Signore, Signore, aprici.

Il più grande di tutti gli ostacoli per entrar per la porta stretta è la procrastinazione. Gli uomini indugiano di cercare, finché non è troppo tardi, ed il momento opportuno è passato per sempre. Cristo qui ci mette soprattutto in guardia contro la procrastinazione. La similitudine usata qui è la continuazione di quella del versetto precedente. Il padrone di casa aspetta con pazienza che tutti giungano, finché non sia scoccata l'ora fissata, ed allora va in persona a chiudere la porticina, per la quale gl'invitati sono stati ammessi. Quando poi quelli che per tutto quel tempo si erano pigramente cullati coll'idea che sarebbe sempre tempo di entrare, si trovano l'uscio in faccia, la loro energia si risveglia; essi allora cominciano ad «agonizzare», a picchiare, a supplicare il padron di casa di aprire e di riceverli; ma oimè! egli è troppo tardi! Il padrone di casa è il Signor Gesù stesso, come lo si vede dall'allusione che a lui vien fatta al ver. 26 e il giorno in cui «l'uscio sarà serrato», può esser quello della morte di un uomo, quando cioè cessano per sempre le occasioni e i mezzi di grazia, dei quali egli era circondato o ancora l'ultimo giudizio, quando i malvagi verranno precipitati nell'eterna perdizione. In un senso generale, tutto il passo può esser preso come indicante figurativamente la risoluzione di Cristo di escludere dalla sua presenza tutti gl'increduli, nonché il disinganno e la disperazione di quanti si vedranno all'ultimo inclusi in quella categoria.

Ed egli, rispondendo, vi dirà io non so d'onde voi siate.

Il Signore, dice questo non già delle loro persone, bensì delle loro professioni religiose. Sono essi Israeliti per, nascita? egli li dichiara affatto alieni dalla fede e dalla pietà di Abrahamo. Sono essi Cristiani? non hanno quella fede e quell'amore cui si riconoscono i veri discepoli; egli li tratta, come se provenissero da un paese a lui affatto ignoto; sieno essi quel che vogliono, egli sa e proclama che non sono membri della sua famiglia, non sono tralci della «vera vite», e questo egli ripete anche più enfaticamente al ver. 27, conchiudendo col respingerli per sempre.

PASSI PARALLELI

Salmi 32:6; Isaia 55:6; 2Corinzi 6:2; Ebrei 3:7-8; 12:17

Genesi 7:16; Matteo 25:10

Luca 6:46; Matteo 7:21-22; 25:11-12

Luca 13:27; Matteo 7:23; 25:41

26 26. Allora prenderete a dire: Noi abbiam mangiato e bevuto in tua presenza; e tu hai insegnato nelle nostre piazze. 27. Ma egli dirà: io vi dico che non so d'onde voi siate; dipartitevi da me, voi tutti gli operatori d'iniquità.

Continuando la stessa similitudine, Gesù mette in bocca degli esclusi dalla festa, parole che saranno letteralmente applicabili ai Giudei quando verranno esclusi dal regno messianico. In questi versetti, li vediamo divenire importuni; asseriscono che il Maestro ha cattiva memoria quando dice di non conoscerli, e citano varii fatti destinati a svegliar le sue ricordanze. Notiamo che per venir diversamente trattati da lui, non si fondano che sui privilegi esterni di cui hanno già goduto; non dicono che il loro cuore sia mutato non professano amore o gratitudine per lui, né pretendono che sia cambiato il loro tenor di vita, ma solo gli ricordano che avean mangiato e bevuto nella sua presenza, e perciò credono di aver diritto alla Sua ospitalità; che egli avea predicato nelle loro piazze; che essi avean goduto il privilegio del suo pubblico insegnamento, epperciò non gli erano estranei. Queste ragioni non valsero loro nulla; perché il solo attendere alle cerimonie esterne della religione non può far entrare nell'alleanza di Cristo chi vi è stato fino allora estraneo. Gesù novamente dichiara che non li conosce affatto, che essi non han diritto alcuno alla sua compassione ed alla sua bontà, e li scaccia dalla sua presenza. Negli argomenti messi avanti dagli esclusi. vediamo illustrata e svelata la vanità delle ragioni colle quali molti inconvertiti si illudono che verranno finalmente ricevuti nei cieli. Alcuni si fondano sull'aver mangiato e bevuto la, santa Cena in presenza di Cristo, benché abbiano unicamente «mangiato e bevuto giudizio a se stessi, non discernendo il corpo del Signore». Altri si fondano sull'aver avuto migliori occasioni di venire istruiti nella parola, da pii genitori o da fedeli ministri e maestri, nonché sulla loro esterna professione di religione, dimenticando che i privilegi dei quali non abbiam fatto buon uso accrescono la nostra responsabilità, e che le false professioni sono un insulto solenne a Dio. Nessun tale argomento sarà tenuto per valido.

PASSI PARALLELI

Isaia 58:2; 2Timoteo 3:5; Tito 1:16

Luca 13:25; Salmi 1:6; Matteo 7:22-23; 25:12,41; 1Corinzi 8:3; Galati 4:9; 2Timoteo 2:19

Salmi 5:6; 6:8; 28:3; 101:8; 119:115; 125:5; Osea 9:12; Matteo 25:41

28 28. quivi sarà Il pianto e lo stridor de' denti; quando vedrete Abrahamo, Isacco, e Giacobbe, e tutti i profeti, nel regno di Dio; e che voi ne sarete cacciata fuori; 29. E che ne verranno d'Oriente, e d'Occidente, e di Settentrione, e di Mezzodì, i quali sederanno a tavola nel regno di Dio.

Questi versetti son paralleli a Matteo 8:11-12, su cui vedi le note.

Il vocabolo «quivi», designando in questo passo il luogo di esclusione dalla presenza di Dio, corrisponde alle «tenebre di fuori» di Matteo, ed in entrambi l'effetto prodotto sugli esclusi è figurato dal «pianto e dallo stridor dei denti», pianto per quel che han perduto, rabbia per la propria loro follia nel non aver approfittato dell'occasione loro offerta di salvarsi, ed invidia di quelli che hanno avuto la fortuna di entrare. Non v'ha dubbio che questi versetti aveano la loro applicazione immediata nello stato in cui si troverebbero i Giudei, se lasciavano trascorrere senza pentirsi il tempo di grazia loro benignamente accordato da Dio. L'insegnamento figurativo della Parabola dei malvagi vignaiuoli Luca 21:9-16, secondo la quale essi saranno cacciati dalla vigna, per far posto ad altri che sapranno fare un uso migliore dei loro privilegi, si trova pur qui, ma con maggiore enfasi e chiarezza; i Patriarchi ed i Profeti rappresentando la chiesa o il regno di Dio, dal quale i Giudei rimarranno all'infuori; e quei venuti da ogni parte del mondo per sedere a mensa con Abrahamo, Isacco e Giacobbe, i Gentili, il cui posto (a giudizio dei Farisei), doveva essere nelle «tenebre di fuori» per sempre. Questo cambiamento nella posizione, rispettiva dei Gentili e dei Giudei, dopo che Cristo sarebbe stato «innalzato», e Gerusalemme ridotta un mucchio di rovine, getta ampia luce sul significato delle parole colle quali Gesù chiude questo suo discorso: «Ve ne sono degli ultimi, che saranno i primi, e dei primi che saranno gli ultimi», Confr. Romani 11:15-25. Ma il significato spirituale di questi versetti, e la loro applicazione ad ogni individuo ci trasportano al giudizio finale, fors'anche più in là di quello (come nel caso dell'uomo ricco della parabola Luca 16): vale a dire nel luogo dell'eterno castigo. Queste stesse terribili parole colle quali Gesù scaccia da sé gli impenitenti, le vediamo da lui ripetute in Matteo 25, dove si tratta evidentemente dell'ultimo giudizio; è dunque probabile che Gesù avesse in vista anche qui la medesima scena. In quel giorno, quando sarà stata pronunziata dal Giudice supremo la terribile sentenza, quanti rimarranno sorpresi e disillusi fra quelli che si stimavano sicuri delle gioie dei cieli, e si vedranno invece gittati nelle tenebre di fuori, preparate per il diavolo e i suoi angeli! In questi versetti abbiamo una risposta indiretta alla domanda del ver. 23. Molti saranno salvati, ma essi no; i loro profeti, ma essi no; gli stranieri, i pubblicani, i Gentili entreranno, ma mi saranno cacciati fuori!

PASSI PARALLELI

Salmi 112:10; Matteo 8:12; 13:42,50; 22:13; 24:51; 25:30

Luca 16:23; Matteo 8:11

Luca 14:15; 23:42-43; 2Tessalonicesi 1:5; 2Pietro 1:11

Luca 10:15; Apocalisse 21:8; 22:15

Genesi 28:14; Isaia 43:6; 49:6; 54:2-3; 66:18-20; Malachia 1:11; Marco 13:27

Atti 28:28; Efesini 3:6-8; Colossesi 1:6,23; Apocalisse 7:9-10

30 30. Ed ecco, ve ne sono degli ultimi che saranno i primi, e de' primi che saran gli ultimi.

In unione ai versetti precedenti, questo ci insegna che all'ultimo giorno si vedrà che l'essere ammessi nella gloria od esclusi da essa, non corrisponderà a quelle apparenze esterne dietro alle quali gli uomini giudicano di queste cose, imperocché molti che il mondo e la chiesa tenevan certi di entrare verranno lasciati fuori; molti invece che davano quaggiù a vista umana pochissima promessa, entreranno. Più di uno che avrà fatto tutta la vita professione di religione, all'ultimo sarà «salvato come per lo fuoco», mentre ad altri, i quali come il ladrone in sulla croce, avranno abbracciato il Salvatore all'ultimo momento della vita, sarà concessa l'entrata all'eterno regno del Signor nostro Gesù Cristo. Questa espressione proverbiale ammette una applicazione molto più generale; come, per esempio, per quel che riguarda la prosperità mondana, i privilegi religiosi, il tempo della conversione, lo zelo nell'opere di Cristo; ma Gesù l'usa qui per indurre ognuno ad esaminare il proprio cuore, e ad accertarsi della sua vera posizione. Ci accordi il Signore di farne uso a questo scopo.

PASSI PARALLELI

Matteo 3:9-10; 8:11-12; 19:30; 20:16; 21:28-31; Marco 10:31

RIFLESSIONI

1. In questo passo Gesù c'insegna che v'ha una grande opera dinanzi a noi; che la porta per la quale conviene entrare nel regno è stretta; che molti sono i nemici i quali ci impediscono di arrivarvi; e che siamo responsabili per l'adempimento o la trascuranza di questo dovere. Non dobbiamo rimanercene neghittosi nel peccato e nella mondanità, aspettando che agisca la grazia di Dio; non dobbiamo continuare nel male, sotto la vana scusa che non possiamo far nulla, finché Dio non ci attira a sé. Dobbiamo avvicinarci a lui, mediante i mezzi di grazia; se ne facciamo uso, Dio opererà efficacemente su noi per lo santo suo Spirito. Pecchiamo contro le anime nostre trascurando di servirci ogni giorno di quei mezzi che egli ci ha dati, e dei quali ci ha ordinato di servirci come di gradini per salire a lui.

2. V'ha qualcosa di specialmente notevole nel linguaggio del Signore in questa profezia. Essa ci rivela questo terribile fatto che cioè egli è possibile all'uomo di conoscere la verità, e di non esser più in tempo per venir salvato. Miriadi di uomini si sveglieranno nel mondo avvenire, per esser convinti di verità che non hanno voluto credere in questo. La terra è la sola parte della creazione di Dio, dove si trovi qualche incredulità; nell'inferno stesso, «i demoni credono e temono».

3. Quel che dà all'insegnamento del Signore in questo passo la sua più alta importanza per tutti i secoli avvenire è la grave sua dichiarazione, che nessuna mera partecipazione esterna nelle benedizioni del regno del Messia, può darci un diritto alla eredità della gloria, se non abbiamo avuto in cuore quella vera penitenza e fede che Dio domanda.

4. Bengel suggerisce l'idea che nel ver. 29; I quattro punti cardinali sieno con intenzione disposti nell'ordine nel quale i Gentili verrebbero chiamati in tutto il mondo nella Chiesa di Cristo. Senza dar troppa importanza a questa idea, è però una curiosa coincidenza che il vangelo prima prese radice nella Siria e nell'Asia Minore, per spargersi quindi lungo le sponde del Mediterraneo nell'Occidente dell'Europa, poi nella Brettagna e fra le nazioni scandinave, e finalmente nell'Africa meridionale e nelle isole dell'Oceano Pacifico. La storia individuale di non poche fra quelle chiese potrebbe di più suggerire al lettore un commento istruttivo sul proverbio col quale si chiude questo discorso.

31 Luca 13:31-35. MESSAGGIO AD ERODE, E LAMENTAZIONE SU GERUSALEMME SUGGERITA DA QUELLO

Messaggio ad Erode Luca 13:31-33

31. in quell'istesso giorno vennero alcuni Farisei, dicendogli: Partiti e vattene di qui; perciocché Erode ti vuoi far morire.

Conoscendo l'odio di tutta la setta Farisaica verso Cristo, non è possibile credere che questo consiglio fosse dettato dall'amicizia. Alcuni vi ravvisano una pura e semplice invenzione dei Farisei, per ridurre Gesù al silenzio; Erode non vi sarebbe entrato per nulla; ma Gesù, che leggeva nei cuori e conosceva i pensieri degli uomini, avrebbe subito svelato la ipocrisia dei suoi interlocutori, se questo fosse stato un semplice loro tranello. La risposta che, per mezzo loro, egli manda ad Erode rende una tal teoria insostenibile. Il fatto che l'assassinio di Giovanni Battista pesava sulla coscienza di Erode c'impedisce però di credere che egli volesse accrescere quel peso, uccidendo un altro profeta, la cui fama tanto superava quella di Giovanni. Dall'altra parte il sapere che ora in Perea, e vicino a quel castello di Macheronte dal quale egli dirigeva la guerra contro l'Arabia, quel Gesù che aveva pubblicamente proclamato Giovanni il più grande di tutti i profeti, e la cui influenza egli tanto temeva doveva essere per Erode causa di grande ansietà, e fargli desiderare di potersi liberare dalla sua presenza. Formò adunque un piano che ben si accorda colla sua nota ed astuta poltroneria. Indusse certi Farisei ad aiutarlo a liberare il Suo territorio della presenza di uno che temeva, sapendo bene che sarebbe cascato nelle mani di nemici meno scrupolosi ancora dall'altra parte del Giordano. Questo piano doveva piacere ai Farisei, e non li esponeva a pericolo alcuno. Sotto il velo dell'amicizia, essi doveano avvisare Gesù che la sua vita era in imminente pericolo, perché Erode cercava di farlo morire, e consigliargli una fuga immediata. Non è questa la sola occasione in cui Farisei ed Erodiani si unirono per complottare insieme contro Gesù.

PASSI PARALLELI

Nehemia 6:9-11; Salmi 11:1-2; Amos 7:12-13

32 32. Ed egli disse loro: Andate, e dite a quella volpe:

Gesù non si perde ti cercar migliori informazioni o prove più sicure riguardo alla comunicazione che gli vien fatta. Scuopre subito l'intrigo e indovina la parte che ciascuno vi avea preso. Trattando questi uomini come agenti di Erode, a lui personalmente manda la sua risposta. Deve essere stato per Erode causa di grande rabbia il vedere la sua astuzia mutata in follia. Il nome che Gesù gli dà: «quella volpe», mentre descrive molto accuratamente l'ipocrita sua astuzia, la sua codardia e la sua crudeltà, era pure inteso a far conoscere a quelli che gli avean portato quel messaggio, che Gesù conosceva che da Erode originava quello stratagemma, non essendo essi se non ispregevoli strumenti nelle sue mani Si è rimproverato a, Gesù di aver parlato con così poco rispetto del capo dello Stato, poiché così facendo egli avrebbe violato il precetto: «Non dir male dei rettori; e non maledire colui che è principe del tuo popolo» Esodo 22:28; ma quelli che parlano così, dimenticano che in questo luogo Gesù parla come profeta, ed è in virtù di questo suo ufficio che egli dà a quel tiranno il nome che le sue azioni si meritano Geremia 1:10. Di più, come nota Godet, dobbiamo ricordare! che Erode era la creatura di Cesare, e non già l'erede legittimo del trono di Davide. Quello che il Signore disse con autorità uffiziale come profeta non potrà mai scusare i sudditi che parlano con disprezzo o con amarezza dei loro governanti, né permette ai cristiani di usare un linguaggio violento e spregiativo nel parlare dei malvagi.

Ecco, io caccio i demoni, e compio di far guarigione oggi. e domane; e nel terzo giorno perverrò al mio fine.

La prima parte di questa risposta è una sfida all'odio di Erode, cui Gesù risponde che, senza lasciarsi impaurire dalle sue minaccie, egli proseguirà fino alla fine la sua grande e benefica opera. Ma v'ha pure in essa qualche cosa che dovea calmare i timori del re; l'opera di Gesù consisteva nel cacciare i demoni e nel guarire gli ammalati; egli non minacciava in modo alcuno la sovranità di Erode; di più, il suo soggiorno in Perea dovea esser di breve durata. «Oggi e domani e il terzo giorno», era una espressione proverbiale per indicare un tempo assai breve, e questo senso pare preferibile qui a quello voluto da Meyer ed altri, i quali la prendono come indicante letteralmente tre giorni, in capo ai quali la sua partenza toglierebbe ogni motivo ai timori di Erode. Col verbo perverrò al mio fine, Cristo non parla solamente della fine del suo ministero pubblico in Giudea, Galilea e Perea, poiché quello ebbe termine quando egli varcò il Giordano (il suo tempo in Gerusalemme essendo impiegato sia a dare istruzioni ai suoi discepoli, sia a confutar le accuse dei suoi nemici), ma pure della sua morte, che avvenne una settimana dopo la sua partenza dalla Perea, colla quale fu compiuta l'opera sua mediatrice in sulla terra, ed egli entrò in pieno possesso della sua gloria come Mediatore celeste.

PASSI PARALLELI

Luca 3:19-20; 9:7-9; 23:8-11; Ezechiele 13:4; Michea 3:1-3; Sofonia 3:3; Marco 6:26-28

Luca 9:7; Marco 6:14; Giovanni 10:32; 11:8-10

Giovanni 17:4-5; 19:30

Ebrei 2:10; 5:9

33 33. Ma pure, mi convien camminare oggi, domane, e posdomane; conciossiaché non accada che alcun profeta muoia fuor di Gerusalemme.

Questo par che sia il senso: "Ma quantunque il fine sia così prossimo, è dovere mio, in adempimento della volontà di mio Padre, perseverare oggi, domane ed il giorno dopo, nell'insegnare e nel guarire come prima, senza mutar nulla ai miei piani, poiché, minacci pure Erode quanto vuole, egli non ha potere alcuno sulla mia vita; della morte mia devono rendersi colpevoli i rettori della mia nazione perché un profeta non può morire fuori di Gerusalemme". Era questa una regola generale, ma che ebbe pure le sue eccezioni. Giovanni Battista non fu messo a morte in Gerusalemme. Le parole non si ritrovano altrove in tutto il Nuovo Testamento: significano letteralmente «non è possibile», ma qui il loro senso evidente è: non e sarebbe conveniente sarebbe contrario all'uso; i rettori non si acconcerebbero a vedere un profeta morire altrove che in Gerusalemme. V'è in quest'ultime parole una ironia severa. Ben poteva esser crudele Erode, ma la sua crudeltà non s'agguaglia a quella della «Santa Città», rossa del sangue dei profeti! Son parole che abbracciano il passato, il presente e l'avvenire della storia di quella città. Oltre al caso di Zaccaria figliuolo di Gioiada 2Cronache 24:20,22, o di Barachia, come lo chiama Gesù Matteo 23:35, e di Uria Geremia 26:23, dei quali è detto espressamente che furono uccisi in Gerusalemme, Geremia rende contro a Giuda questa solenne testimonianza: «La vostra spada ha divorato i vostri profeti, a guisa d'un leone guastatore»; e l'abituale crudeltà con cui venivan trattati i profeti è indicata come una delle ragioni per cui i Giudei vennero trasportati in cattività a Babilonia 2Cronache 36:15-16. Il Signore dichiara che lo stesso odio contro i messaggeri di Dio tuttor viveva nel cuore dei rettori giudaici del suo tempo (benché pretendessero di onorarne la memoria, adornando le tombe degli antichi martiri Matteo 23:29-35), e la sua morte e quella di Stefano presto ne doveano dare la prova. I Farisei, ai quali Gesù avea affidato il suo messaggio, potevano ora giudicare quanta poca importanza egli dava alle minaccie di Erode.

34 

Lamentazione sopra Gerusalemme. Luca 13:34-35

34. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti, e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto l'ale, e voi non avete voluto: 35. Ecco, la vostra casa vi è lanciata deserta. Or io vi dico, che voi non mi vedrete più, finché venga il tempo che diciate: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore.

La menzione della sua morte a Gerusalemme richiama alla memoria di Gesù il destino tremendo che egli sapeva impendere sopra i suoi abitanti, dopoché essi avrebbero con quel fatto «empiuta la misura dei loro padri», e alle ultime ironiche sue parole presto tennero dietro altre in cui si uniscono in modo commovente la sua compassione per aver essi trascurata la grazia, ed il suo dolore per la calamità che li minacciava. Egli era venuto espressamente per «le pecore perdute della casa d'Israele», ed era sempre stato ansioso di salvarlo, e pronto a coprirlo ed a proteggerle, come la gallina la sua nidiata senza difesa, ma essi «non vollero venire a lui, acciocché avessero vita». Ed ora era troppo tardi! La «casa desolata», indica senza dubbio la loro città devastata dai Romani; ma i Giudei chiamavano enfaticamente il tempio la loro casa («La casa della nostra santità, e della nostra gloria dove già ti lodarono i nostri padri, è stata arsa col fuoco» ecc. Isaia 64:11), e questo pure è qui indicato, forse in modo tutto speciale. «Desolato» davvero sarebbe il tempio, quando la presenza del Signore se ne sarebbe ritirata per sempre, quella presenza di cui era stato predetto che per essa «maggiore sarà la gloria di questa seconda casa che la gloria della primiera» Aggeo 2:9. Alcuni scrittori credono che questa sia, la stessa lamentazione che quella riportata in Matteo 23:37-39, da Luca messa in un altro posto; ma essi appartengono generalmente a quella classe di scrittori, i quali non ammetton che Cristo abbia mai ripetuto i suoi insegnamenti. Per quanto si rassomiglino molto, vi sono però, nel greco, differenze che indicano esser esso stato pronunziato in occasioni differenti, e la, perfetta consonanza di questa colla cieca crudeltà colla quale i rettori del popolo desideravano la morte di Cristo, grandemente conferma l'ordine in cui la riferisce Luca. Tre sono le lamentazioni di Gesù sopra Gerusalemme Luca 23:34; 19:41-44; Matteo 23:37-39, e chi le considera seriamente deve convincersi che ciascuna fu perfettamente appropriata al tempo ed al luogo in cui venne pronunziata. Abbiam notato più sopra che questa era una dichiarazione profetica, e per ogni maniera opportuna, di quello che seguirebbe a Gerusalemme dopo che i suoi abitanti avrebbero ucciso il Signor della gloria: la seconda, pronunziata quando Gesù, nel mezzo del suo trionfo, contemplava dall'alto del Monte degli Ulivi la magnificenza del tempio e piangeva su di esso, colpisce la mente di ogni viaggiatore per la sua perfetta convenienza in quel luogo ed in quel momento: mentre l'ultima, come l'immediata conseguenza del suo ritiro definitivo dal tempio, è il degno e solenne culmine di tutte le tre, il canto di morte di Gerusalemme nella desolazione del suo tempio. Per la esposizione vedi Matteo 23:37-39; e le riflessioni 5,6,7.

14:1 CAPO 14 - ANALISI

1. Convito nella casca del Fariseo e guarigione di un idropico in giorno di Sabato. Durante il suo viaggio, Gesù fu nuovamente, invitato da un Fariseo, che forse era il capo della sinagoga di quel paese, a desinare in casa sua, in giorno di Sabato, e i detti di Cristo ricordati in questo capitolo, fino al vers. 24, furono tutti pronunziati in quella casa. Per quanto fosse amaro l'odio che aveano per lui, i Farisei continuarono ad invitare qualche volta Gesù ai loro conviti, e lo stesso amore per le anime, che lo spinse a mangiar coi peccatori e coi pubblicani, lo costrinse ad accettare pure tali inviti, nella speranza di farvi del bene a qualcuno. Dalle spiegazioni già date, Note Luca 7:37; Matteo 9:10, della presenza in tale occasione di persone non invitate, non deve stupirci se un uomo affetto di idropisia si trovasse vicino alla porta del Fariseo, o nel cortile interno della casa. Sia che vi fosse venuto da sé per curiosità o nella speranza di esser guarito, Gesù s'accorse, che la brigata stava spiando se lo guarirebbe o no in giorno di sabato; e senza aspettare che alcuno ne parlasse, domandò egli stesso ai dottori della legge ed ai Farisei presenti se fosse lecito guarire in tal giorno. Nessuno arrischiandosi a rispondere, Gesù guarì subito quell'uomo e lo rimandò a casa sua. Quindi rivoltosi agli astanti, li attaccò coll'argomento stesso di cui già si era servito dopo aver guarito il paralitico. Essi che, senza esitazione e senza credersi trasgressori della legge divina, correvano a ritirare il loro asino o il loro mulo dal fosso se vi fosse caduto in giorno di sabato, potevano essi dire che la miracolosa guarigione da lui operata era un atto meno misericordioso o meno legittimo che il trar dalla fossa un animale domestico? Era un argomento inconfutabile, e tutti tacquero Luca 14:1-6.

2. Una lezione d'umiltà. L'orgoglio dei Farisei manifestavasi segretamente nel rivendicare gelosamente i loro diritti alle distinzioni ed alla precedenza così nelle pubbliche adunanze, come nei convegni privati. Di loro già avea detto Gesù: «Amano i primi luoghi a tavola nei conviti e i primi seggi nelle raunanze» Matteo 23:6, e lo dimostrò in questo caso il correre di ognuno per occupare il più alto triclinio intorno alla tavola del Fariseo. Qui ammiriamo di nuovo il coraggio e la fedeltà di Gesù nel riprendere il peccato favorito degli ostili suoi uditori, benché non ci fosse nessuno per secondarlo. Presenta loro in parabola, una mensa i cui primi posti erano stati presi al assalto dai convitati che si credevano meritevoli delle più alte distinzioni; quando il padrone di casa entra, accompagnato da un invitato cui voleva specialmente onorare, si avanza per farlo sedere nel più alto triclinio e trovatolo occupato da uno che avea di sé migliore opinione che non ne avesse il suo ospite, impone a questi di abbandonare il posto usurpato, e lo manda tutto vergognoso a seder in un posto più umile. Per evitar tale umiliazione, Gesù consiglia loro in tali circostanze di cercar modestamente gli ultimi posti aspettando che il padron di casa, se crede, li faccia salire in luogo più eccelso. Tale umiltà nel giudicar dei proprii meriti, tal prontezza a preferir gli altri a se stessi, col tempo otterranno per chi li pratica, maggiori onori per parte degli uomini e s'accordano col principio del governo morale di Dio «che chiunque s'inalza sarà abbassato, e chiunque s'abbassa sarà inalzato» Luca 14:7-11.

3. I ricchi esortati a convitare i poveri. Osservando Gesù che alla mensa del Fariseo sedevano, secondo l'uso, i suoi congiunti o ricchi vicini che gli renderebbero l'invito, si volge ora a lui, ed esorta così lui come i suoi convitati a non seguir più una regola conducente solo ad uno scambio di consimili cortesie, bensì ad invitare alle loro feste i poveri, i disgraziati, i bisognosi, dai quali non potevano sperar ricompensa terrena; così facendo mostrerebbero un disinteresse ed una prontezza, ad osservar la legge: «Ama il tuo prossimo come te stesso», che verranno certamente ricompensati nel gran giorno in che il Giudice darà a ciascuno secondo le sue opere Luca 14:12-14.

4. La Parabola della Gran Cena. Questa pure fu detta a tavola in casa del Fariseo, e fu suggerita dal detto di uno dei convitati, il quale, udendo parlare delle ricompense dell'ultimo giorno, e adottando la nozione popolare, secondo la quale lo stato celeste dovrà essere un continuo convito, aveva esclamato: "Beato chi mangerà del pane nel regno di Dio!" tenendo per sicuro, che come Israeliti e Farisei, quella beatitudine era loro assicurata. In questa parabola il Signore sviluppa l'idea di una festa, suggerita da colui che avea, parlato, e mostra che il grande convito (cioè il regno di Dio), già era preparato, ma che per la mondanità e l'indifferenza dei primi convitati, i quali si erano scusati sotto varii pretesti, i posti erano vuoti, e il Padrone avea mandati i suoi servi nelle strade e nelle piazze, ad invitar persone di una classe affatto diversa, che sarebbero contentissimo di accettare, dimodoché non rimarrebbe più posto per quelli cui era stato prima riserbato l'onor dell'invito. Il convito rappresenta il regno della grazia quaggiù, e della gloria più tardi: gli sprezzatori dell'invito sono i Giudei, i discendenti dei Patriarchi; i poveri e gli storpi usciti dalle dimore della miseria nelle viuzze della città, o di sotto alle siepi lungo le strade, i pubblicani, le donne di mala vita ed i Gentili i quali, per la penitenza, stavano per entrare nel regno di Cristo Luca 14:15-24.

5. L'esser discepoli involve sacrifizii. Bisogna contare il costo. Avvicinandosi la festa di Pasqua, la comitiva che accompagnava Gesù s'accrebbe di molte persone provenienti da tutti i distretti al N. della Samaria, e dalle parti settentrionali della Perea, per esservi presente, e presto divenne una moltitudine. Molti di questi lo aveano probabilmente seguito quando predicava in Galilea, e gli erano favorevoli; raggiungendolo ora per istrada, si misero della sua compagnia, dichiarandosi discepoli suoi. A prevenire ogni allusione ed ogni sbaglio, il Signore immediatamente dichiara loro quali disposizioni egli richiedesse da quelli che allora o poi gli volevano divenir discepoli. Per esser tale non bastano le rumorose professioni, o il portare in pubblico una divisa od emblemi speciali: occorre una divozione per lui così assorbente ed uno zelo per onorarlo e per fare avanzare il suo regno in sulla terra così grande, da non indietreggiar dinanzi a qualsiasi sacrifizio, e neppur dinanzi al martirio. Una professione che domanda tali sacrifizii ed espone a tanti rischi non deve venir fatta temerariamente e in ignoranza; se ne devon pesare i vantaggi e i pericoli e le prove, prima di farne la scelta, perché è impossibile servire a due signori. Gesù illustra la necessità di pensarci seriamente prima di divenire i suoi discepoli con due esempi tratti dalla vita comune: quello di un costruttore il quale prudentemente si diede a calcolare l'intero costo di una torre che egli vuol costruire, prima di dare un solo colpo di piccone a scavarne le fondamenta, per timor di dovere abbandonare l'impresa a metà, per mancanza di mezzi, colle beffe di tutti; e quello di un re, il quale, in procinto di dichiarare la guerra, esamina la sua situazione, e avvedendosi che l'esercito nemico è più poderoso del suo, intavola subito trattative di pace. Così conviene a chiunque vuol divenir discepolo di Cristo, sedersi e considerare se è pronto, coll'aiuto della grazia che gli viene offerta, a sottomettersi fino all'ultimo rigore alla condizione: «Niuno di voi, il quale non rinunzia a tutto ciò che egli ha, può esser mio discepolo». Il Signore chiude questo discorso, ammonendo i suoi uditori, che come il sale, benché di gran valore, in sé, diviene inutile e atto solo ad esser buttato via, se perde le sue qualità pungenti ed antisettiche, così l'uomo che si è dichiarato suo discepolo, diviene cosa di niun valore, spregevole e nocivo, quando egli «perde il suo sapore», vale a dire quando vien tiepido, timido, formale, e simile «al mondo che giace nel maligno» Luca 14:25-35.

Luca 14:1-24. CONVITO IN CASA DI UN FARISEO, IN GIORNO DI SABATO. INSEGNAMENTI DI CRISTO IN TALE CIRCOSTANZA

Guarigione di un idropico, Luca 14:1-6

1. or avvenne che, essendo egli entrato la casa d'uno de' principali de' Farisei,

Il greco dice: uno dei rettori che erano Farisei, ossia che appartenevano alla setta dei Farisei. La parola rettore, nel Nuovo Testamento indica ugualmente un membro del Sinedrio, il capo di una sinagoga, ed un magistrato civile, e si applica a quest'uomo nell'uno o nell'altro di questi sensi. Come setta, i Farisei non avevan capi uffiziali, e se vien preferita la versione di Diodati, essa può significare unicamente che il suo rango, il suo sapere, e la sua influenza gli davano, come a Gamaliele ed altri, una superiorità morale sul comune dei Farisei.

in giorno di sabato, a mangiare,

a mangiar pane, era la formola solita di un invito ad una festa grande o piccina. Siccome i Farisei proibivano rigorosamente di cucinar qualsiasi cosa in giorno di Sabato, il convito dovette esser molto semplice, benché fossero parecchi i convitati. Secondo il loro codice di morale, il passare dell'ore in vane conversazioni, nella casa gli uni degli altri, non costituiva una violazione, del Sabato; ma far bollire una pignatta, infornar del pane, o arrostir, della carne, avrebbe messo in pericolo le anime loro. Non ci maravigliamo dunque se Gesù li chiama ipocriti!

essi l'osservavano.

Questi «essi» erano evidentemente parenti, amici ed altri membri della sua setta che il Fariseo aveva invitati, ed il loro contegno verso Gesù subito che egli compare, mostra che quell'invito non era stato fatto per un fine amichevole, ma nella speranza che, fra tante spie, qualcuna scoprirebbe in lui qualche parola od atto per cui lo si potesse condannare.

PASSI PARALLELI

Luca 7:34-36; 11:37; 1Corinzi 9:19-22

Giovanni 3:1; Atti 5:34

Luca 6:7; 11:53-54; 20:20; Salmi 37:32; 41:6; 62:4; 64:5-6; Proverbi 23:7; Isaia 29:20

Isaia 29:21; Geremia 20:10-11; Marco 3:2

2 2. Ed ecco, un certo uomo Idropico era quivi davanti a lui.

La curiosità o qualche speranza di guarigione possono aver condotto costui in casa del Fariseo, poiché tutti vi aveano accesso durante i pasti; ma potrebbe anche essere che ve l'avessero fatto venire i nemici di Gesù, nella speranza di trovare, per mezzo di esso, una qualche accusa contro a lui.

3 3. E Gesù prese a dire a' dottori della legge, ed a' Farisei: È egli lecito di guarire alcuno in giorno di sabato? 4. Ed essi tacquero.

Gesù vedendosi spiato e leggendo nei loro cuori la speranza che nutrivano di fargli del male, si rivolse pel primo ai Farisei, e sopratutto ai Dottori, il cui dovere uffiziale era di spiegar la legge, domandando loro di dire chiaramente se, secondo la legge mosaica, era lecito guarire in giorno di Sabato, o di citare un testo che lo proibisse. Sorpresi da questo attacco, né potendo citare un passo della legge che proibisse un'opera di tanta misericordia, rimangono silenziosi, per quanto si rodano di rabbia in cuore.

4 Allora, preso colui per la mano, lo guarì, e lo licenziò 5. Poi fece lor motto, e disse: Chi è colui di voi, che, se il suo asino, o bue, cade in un pozzo, non lo ritragga prontamente fuori nel giorno del sabato? 6. Ed essi non gli potevano rispondere nulla in contrario a queste cose.

Dopo aver miracolosamente guarito l'infermo, ed averlo rimandato tutto giulivo a casa sua, Gesù confonde anche maggiormente i suoi avversari, mostrando loro che, accadendo di Sabato qualche disgrazia ai loro animali domestici, si credevan lecito di liberarli, anche a costo di fatiche cento volte più grandi del semplice toccare col quale egli guariva un ammalato. In molti MSS trovasi figlio, invece di asino, ed Alford, Godet ed altri critici moderni l'adottano come la vera lezione: ma sono contrari ad essa il Codice Sinaitico. ed altri MSS, ed insieme a Stier, Olshausen e Oosterzee, la rigettiamo come quella che introduce un elemento estraneo nel discorso, perché v'ha qui evidentemente una conclusio a minori ad majus che quasi sarebbe distrutta se al «bue» si unisse il «figlio». L'analogia di Matteo 12:11, è pure favorevole al testo ricevuto. «La lezione», dice Oosterzee, «par doverci attribuire ad un copista ignorante desioso di mettere in bocca al Signore una parola più forte di quella che gli attribuiva il testo ricevuto; e volendo in tal guisa rinforzar la parola, egli in realtà l'indebolì». Lo stesso convincentissimo argomento Gesù lo avea già usato nella guarigione dell'uomo dalla mano secca. Per la esposizione vedi note Matteo 12:11-12.

PASSI PARALLELI

Luca 11:44-45

Luca 6:9; 13:14-16; Matteo 12:10; Marco 3:4; Giovanni 7:23

Matteo 21:25-27; 22:46

Luca 13:15; Esodo 23:4-5; Daniele 4:24; Matteo 12:11-12

Luca 13:17; 20:26,40; 21:15; Atti 6:10

7 

Una lezione di umiltà, Luca 14:7-11

7. Ora, considerando come essi eleggevano i primi luoghi a tavola, propone questa parabola agl'invitati, dicendo:

Nei conviti, i commensali giacevano su letti o materassi disposti intorno ad una tavola che trovavasi nel mezzo della stanza. Si chiamavan quei letti triclinii perché ciascuno poteva dar luogo a tre persone, il posto di mezzo in ognuno essendo il più onorevole. Fra i Giudei il primissimo posto era quello di mezzo nel triclinio posto in capo alla mensa, e questo era occupato dal padron di casa, o dal capo della festa. Naturalmente la vicinanza degli altri letti a quello indicava il rango delle persone che occupavano il posto di mezzo in ognuno, Vedi Nota Matteo 23:6. Il veder tutti precipitarsi per occupare quei posti d'onore alla mensa del Fariseo, indusse il Signore a pronunziare l'esortazione che segue. Il nostro evangelista la chiama parabola, non già nel senso ristretto di un paragone di un caso immaginario riferito come accaduto, ma, in quello più generico di una grave istruzione fondata in sul fatto allora occorso, essendo intenzione sua, non di inculcare la cortesia o le buone maniere, bensì la vera umiltà, come appare dal ver. 11. Bengel osserva: «È una lezione presa dai modi esterni, ma si riferisce ai principii interni». Non v'ha luogo di supporre che il Signore abbia qui in vista il convito nel regno di Dio, del quale parla più avanti, ma solo la grazia della vera umiltà, di cui tanto difettavano gli astanti, L'idea che il Signore così parlasse perché si aspettava che a lui, ed ai suoi discepoli verrebbero offerti i primi posti alla mensa, è troppo sconveniente per fermarvisi.

PASSI PARALLELI

Giudici 14:12; Proverbi 8:1; Ezechiele 17:2; Matteo 13:34

Luca 11:43; 20:46; Matteo 23:6; Marco 12:38-39; Atti 8:18-19; Filippesi 2:3; 3Giovanni 9

8 8. Quando tu sarai invitato da alcuno a nozze,

Con molta delicatezza, Gesù evita ogni apparenza di personalità, scegliendo come illustrazione una festa differente da quella cui erano allora invitati, cioè un convito a nozze, nella quale si darebbe molta importanza all'etichetta.

non metterti a tavola nel primo luogo; che talora alcuno più onorato di te non sia stato invitato dal medesimo; 9. E che colui che avrà invitato te e lui, non venga, e ti dica: Fa' luogo a costui e che allora tu venga con vergogna, a tener l'ultimo luogo.

Il verbo qui tradotto venga è differente dal precedente, e significa letteralmente «cominci a prendere», e, come osserva Mayer, esprime un moto esitante di ritirata cagionato da un sentimento di vergogna.

PASSI PARALLELI

Proverbi 25:6-7

Ester 6:6-12; Proverbi 3:35; 11:2; 16:18; Ezechiele 28:2-10; Daniele 4:30-34

10 10. Ma, quando tu sarai invitato, va' mettiti nell'ultimo luogo; acciocché, quando colui che ti avrà invitato verrà, ti dica: Amico, sali più in su. Allora tu ne avrai onore appresso coloro che saran teco a tavola.

La parabola è così vivente che non ha d'uopo di spiegazioni. Ognuno può figurarsi l'umiliazione dell'uomo, il quale avendo stimato sé stesso troppo alto, deve ritirarsi, e il rispetto e l'attenzione accordate dalla brigata all'uomo modesto forse sconosciuto fino allora, che il padrone di casa sceglie per onorarlo in modo così segnalato. La sostanza di questa parabola si trova in Proverbi 25:6-7; ma si apparteneva a «Colui che è maggiore di Salomone», l'applicarla come regola obbligatoria del suo regno ad ognuno qualunque sia il suo rango nel mondo.

PASSI PARALLELI

1Samuele 15:17; Proverbi 15:33; 25:6-7

Isaia 60:14; Apocalisse 3:9

11 11. Perciocché chiunque s'innalza sarà abbassato, e chi si abbassa sarà innalzato.

V'ha nel cuore umano una tendenza naturale ad umiliar l'uomo arrogante ed imperioso; ma non vi si trova la tendenza corrispondente ad esaltare chi è modesto e meritevole; da questo ci distolgono la gelosia e l'alta stima che abbiamo di noi stessi. Ma Gesù, il quale nel suo ministero terreno, insistette talmente sul dovere dell'umiltà, dichiara che il principio contenuto in questo versetto egli lo impone in tutta la sua estensione a tutti i suoi seguaci, e che egli stesso lo applica nel suo governo morale, confondendo gli orgogliosi, ma «avendo riguardo agli umili». Questo fatto c'insegna che la religione di Gesù deve regolare la nostra condotta esterna, non meno che la nostra vita spirituale. Con tali precetti, il Signore aumenta il numero delle occasioni che abbiamo di ubbidirgli, e rende sempre più necessaria la sua giornaliera presenza al nostro fianco.

PASSI PARALLELI

Luca 1:51; 18:14; 1Samuele 15:17; Giobbe 22:29; 40:10-12; Salmi 18:27; 138:6

Proverbi 15:33; 18:12; 29:23; Isaia 2:11,17; 57:15; Matteo 23:12; Giacomo 4:6

1Pietro 5:5

12 

I ricchi esortati a festeggiare i poveri, Luca 14:12-14

12. Or egli disse a colui che l'avea invitato

L'esortazione precedente, Gesù l'avea rivolta a tutti, questa specialmente al suo ospite, come rappresentante di quelli che avean l'abitudine di far dei conviti in casa loro. Probabilmente questo Fariseo, nel fare i suoi inviti, era mosso dal vano desiderio di avere in casa sua gli uomini più ricchi e più notevoli, anziché da franca e cordiale ospitalità, perciò egli avea particolarmente bisogno di essere ammonito a questo riguardo; il che non toglie che l'ammonizione qui data domandi l'attenzione di tutti.

Quando tu farai un desinare, o una cena, non chiamare i tuoi amici, né i tuoi vicini ricchi; che talora essi a vicenda non t'invitino, e ti sia renduto un contracambio.

Queste parole del Signore non van prese in senso assoluto. A parer nostro, vanno applicate solo a quelle grandi feste in cui si rivaleggia nello scialacquare il denaro, per brillar maggiormente, per eccitare l'ammirazione, per salire nella scala sociale, per essere invitati a cosimili piaceri. Il vocabolo farai, indica un convito in forma, perché tale espressione non si userebbe mai dei pasti ordinarii di famiglia. L'affetto verso i congiunti e gli intimi amici inculcato nel vangelo, l'esempio di Cristo stesso quando Marta e Maria e Simone il lebbroso lo festeggiarono in casa loro, insieme ai suoi discepoli, non ci permettono di credere che egli proibisca quelle cortesie reciproche fra vicini che rendono più piacevole la vita, o le relazioni anche più intime fra prossimi parenti, più che intendere letteralmente l'odiare il padre e la madre Luca 5:26, come una condizione indispensabile per esser veri discepoli di Cristo. Secondo questa spiegazione, le riunioni amichevoli e private di amici e di parenti sono affatto escluse dalla categoria di cui parla qui Gesù, e non c'è contradizione fra questa sua ingiunzione e la regola apostolica: «Siate volonterosi albergatori gli uni degli altri, senza, mormorii» 1Pietro 4:9. Gl'invitati del Fariseo erano probabilmente ricchi suoi congiunti, o vicini, od anche uomini la cui alta posizione sociale faceva onore a chi li riceveva in casa sua. Per vanità, orgoglio ed ambizione, per comparire uguali ai primi nello stato, per essere invitati ad altre consimili feste, i ricchi Giudei usavano far frequenti e costosi festini, scemando così la loro inclinazione ed il loro potere di mostrarsi caritatevoli ai poveri. L'osservanza puntigliosa delle regole dell'etichetta, il ricevere invito per invito, l'esser tenuti pari ai più illustri fra i loro concittadini, ecco tutta la ricompensa che potevano mai aspettare per tante spese; ma nel mondo avvenire ben diversamente staranno i conti, ed essi non devono sperare che l'opere fatte per egoismo e per ostentazione verranno loro calcolate come opere di carità. Le feste date tuttodì dai grandi, hanno per causa gli stessi ambiziosi motivi ed importa ricordarsi, come di un utile ammaestramento, la poca stima che ne fa il Signore.

PASSI PARALLELI

Luca 1:53; Proverbi 14:20; 22:16; Giacomo 2:1-6

Luca 6:32-36; Zaccaria 7:5-7; Matteo 5:46; 6:1-4,16-18

13 13. Anzi, quando fai un convito, chiama i mendici, i monchi, gli zoppi, i ciechi; 14. E sarai beato; perciocché essi non hanno il modo di rendertene il contracambio;

Come la prima, così questa seconda parte della ingiunzione di Gesù va presa in senso ristretto. Egli non voleva punto inculcare doversi invitare ai festini solo i poveri, i monchi ecc., bensì che in regola generale, i Cristiani devono ricordarsi la parola biblica «ricordatevi dei poveri», nella loro miseria, come essendo quelli a pro dei quali essi spenderanno in modo più conveniente quello che ad essi stessi soprabbonda. Il mantenere indiscriminatamente i poveri, come S. Luigi di Francia, che ne nudriva 120 al giorno, o la duchessa Edwige di Polonia che ne manteneva 900, anziché un benefizio fa e sarà sempre un fomite di pigrizia e di vizio. Gesù non poté mai aver nulla di simile in vista. Egli c'ingegna invece a rinunziare ai piaceri egoisti, affin di aver maggiormente da dare a quelli che sono realmente bisognosi e meritevoli di soccorsi. Ogni uomo insegnato dallo Spirito di Dio seguirà questa regola, e la sua ricompensa sarà ben diversa di quella del caso precedente. Essa non procede dall'uomo, perché i poveri non possono rendere i benefizii che ricevono; non è una ricompensa terrena, eccetto in quanto riguarda la testimonianza della coscienza, ma verrà concessa dal Giudice di tutti all'ultimo giorno. «In quanto l'avete fatto ad uno di questi minimi fratelli, voi l'avete fatto a me» Matteo 25:40.

14 ma la retribuzione te ne sarà renduta nella risurrezione de' giusti

Quelli che adottando il senso letterale delle parole: «questa, e la prima risurrezione» Apocalisse 20:5, mantengono la teoria delle due risurrezioni (una prima del millennio per i giusti, l'altra dopo per gli ingiusti), citano questo passo come un argomento senza risposta. Ma noi lo neghiamo, non solo perché questa teoria non ha fondamento solido nella Bibbia, anzi contradice quello che è insegnato in Apocalisse 20:11-15, ma pure perché le parole di Gesù in questo passo dicono solo che questa ricompensa aspetta i giusti nel giorno del giudizio finale, quando «ciascuno sarà giudicato secondo le sue opere» Matteo 25:31-46; 2Corinzi 5:10; Apocalisse 20:11-15.

PASSI PARALLELI

Luca 14:21; 11:41; Deuteronomio 14:29; 16:11,14; 26:12-13; 2Samuele 6:19; 2Cronache 30:24

Nehemia 8:10,12; Giobbe 29:13,15-16; 31:16-20; Proverbi 3:9-10; 14:31; 31:6-7

Isaia 58:7,10; Matteo 14:14-21; 15:32-39; 22:10; Atti 2:44-45; 4:34-35; 9:39

Romani 12:13-16; 1Timoteo 3:2; 5:10; Tito 1:8; Filemone 7; Ebrei 13:2

Proverbi 19:17; Matteo 6:4; 10:41-42; 25:34-40; Filippesi 4:18-19

Luca 20:35-36; Daniele 12:2-3; Giovanni 5:29; Atti 24:15

15 

La Parabola della gran cena, Luca 14:15-24

15. Ora alcun, di coloro ch'erano insieme a tavola, udite queste come, disse: Beato chi mangerà del pane nel regno di Dio.

A prima vista, questa sembra l'esclamazione di uno che godeva delle cose spirituali; ma la parabola colla quale Cristo rispose, distrugge quella impressione. Probabilmente costui, veggendo che l'insegnamento di Cristo diveniva troppo personale e poteva turbare l'armonia della festa, tentò di trar d'imbarazzo il padron di casa e i suoi convitati, mutando il soggetto della conversazione, dando a questa una direzione puramente accademica. Le parole di Cristo sulla risurrezione dei morti gliene fornivano la occasione, e servendosi dell'imagine di una festa (sotto la quale i Giudei generalmente parlavano della felicità futura, e cui erano certi che tutti gl'israeliti che osservavan la legge sarebbero ammessi, in forza del patto fatto con Abrahamo), venne fuori colla esclamazione: «Beato chi mangerà del pane nel regno di Dio». L'errore di questo Fariseo nel supporre il regno di Dio limitato alla felicità dei cieli, è quello di molti ai nostri dì: ma il Signore si affretta a correggerlo, mostrando che quel regno è già stabilito in sulla terra, e che gli uomini ne devono divenir membri, per la fede durante il corso di questa vita, se ne vogliono godere le benedizioni nella eternità. Indica poi nella parabola come fossero poco disposti ad entrarvi quelli che aveano avuto il privilegio di venirvi invitati i primi.

PASSI PARALLELI

Luca 12:37; 13:29; 22:30; Matteo 8:11; 25:10; Giovanni 6:27-59; Apocalisse 19:9

16 16. E Gesù gli disse: Un uomo fece una gran cena, e v'invitò molti.

Gesù prende per questa parabola la immagine suggerita dal Fariseo, benché altrove ne faccia uso di proprio moto, parlando del regno di Dio. Questa figura, invero appartiene all'antico Testamento, ed Isaia 25:6, così predice la dispensazione del vangelo: «E il Signore degli eserciti farà a tutti i popoli, ivi questo monte un convito di vivande grasse, un convito d'ottimi vini; di vivande grasse piene di midolla, d'ottimi e finissimi vini». La parabola delle nozze Matteo 22:1-10, rassomiglia in alcuni punti a questa; però le due sono indipendenti l'una dall'altra. L'uomo che fece la cena rappresenta senza dubbio il Signore dei cieli e della terra, dal quale origina la salvezza dei peccatori, e che ha mandato sin dalla caduta i suoi servi ad invitarli a fuggir dall'ira a venire, benché, al ver. 24, Gesù, identificandosi col Padre, parli della, cena come sua. I «molti», primieramente invitati, non sono solamente, come credono alcuni, quelli che rifiutarono alla fine, ma racchiudono tutta la nazione giudaica; poiché i profeti ed il Battista, i quali fecer nota, attraverso i secoli, la gran festa che si avvicinava, invitandovi la gente, non confinarono i loro inviti a nessuna condizione o rango speciale del popolo. Chiunque udiva «la legge ed i profeti», ricco o povero, dotto od ignorante, giusto o peccatore, rimaneva invitato a prepararsi per il regno di Dio e ad accettarlo, quando verrebbe rivelato. Ma i dottori d'Israele a' dì di Cristo aveano scacciato dalla sinagoga e scomunicato i pubblicani e quanti vivevano sregolatamente e nel vizio, dimodoché dal primo invito costoro restavano esclusi, e vi era compresa solo la chiesa o la comunità d'Israele, i membri della quale erano una classe privilegiata, che, per grazia di Dio, godeva di un invito perpetuo. Consimile privilegio hanno ora quelli che sono esternamente uniti alla Chiesa di Cristo. Ma in quella parabola, il Signore accusa tali privilegiati di contentarsi dell'onore dell'invito, senza aver desiderio alcuno di andare alla cena sicché finiscono col ricusare.

PASSI PARALLELI

Proverbi 9:1-2; Isaia 25:6-7; Geremia 31:12-14; Zaccaria 10:7; Matteo 22:2-14

Cantici 5:1; Isaia 55:1-7; Marco 16:15-16; Apocalisse 3:20; 22:17

17 17. Ed all'ora della cena, mandò Il suo servitore a dire agl'invitati:

La cena era il pasto principale degli Ebrei, preso in qualunque ora del giorno, ma per lo più di sera. In questo caso, l'ora ne doveva essere assai mattutina poiché gli invitati erano sul punto di andare a visitare i loro campi e i loro buoi, quando vennero chiamati a recarsi alla festa. Si dice essere stato uso fra gli Israeliti, dopo fatti gl'inviti ad una festa, di mandare attorno un servo, giunta l'ora di sedere a mensa, per invitar la gente ad affrettarsi. Un tal uso è chiaramente presunto in questa parabola. Il «servitore» è il Signore Gesù Cristo stesso, in adempimento della profezia di Isaia: «Ecco il mio Servitore, io lo sosterrò; il mio Eletto, del quale l'anima mia si è compiaciuta; io ho messo il mio Spirito sopra lui, egli recherà, fuori giudizio alle genti» Isaia 42:1, ed in giustificazione delle parole di Paolo: «Prese la forma d'un servo, ecc.» Filippesi 2:7; e «avendo Iddio variamente e in molte maniere parlato già anticamente ai padri nei profeti: in quest'ultimi giorni ha parlato a noi nel suo Figliuolo» Ebrei 1:1-2. «L'ora della cena» corrisponde al «compimento del tempo, quando Iddio mandò il suo Figliuol, fatto di donna, sottoposto alla legge, ecc.» Galati 4:4.

Venite; perciocché ogni cosa è già apparecchiata.

Nell'«ogni cosa» vengono rinchiuse tutte le grazie abbondanti e le benedizioni dell'evangelo così per questo mondo come per il mondo avvenire. I fini della Divinità, rispetto alla salvazione dell'uomo, gradatamente rivelati attraverso i secoli, sono ora appieno adempiuti, poiché Gesù stava per esser «menato all'uccisione come un agnello», per metter «l'anima sua per la colpa, affin di giustificarne molti, caricandosi delle loro iniquità» Isaia 53:11. L'enfasi di questo messaggio sta sulla parola ora. Siccome tutto è pronto, venite ora, subito, con pentimento e vera fede, perché «ora è il tempo accettevole, ora è il giorno della salute». Se indugiate, anche di poco, potrà esser troppo tardi, perché chi sa che non venga chiusa la porta? Paolo giustifica l'enfasi di Gesù sull'ora, dicendo agli Ateniesi ansiosi di novità: «Avendo Iddio dunque dissimulati i tempi della ignoranza, al presente dinunzia per tutto a tutti gli uomini che si ravveggano» Atti 18:30. Lettore, a te pure lo stesso paziente e misericordioso Iddio rivolge l'invito: «Vieni ora, perciocché ogni cosa è apparecchiata». Quasi l'ultime parole della Santa Scrittura lo ripetono: «E lo Spirito e la sposa dicono: Vieni. Chi ode dica parimente: Vieni. Chi ha sete venga, e chi vuole, prenda in dono dell'acqua della vita» Apocalisse 22:17.

PASSI PARALLELI

Luca 3:4-6; 9:1-5; 10:1-12; Proverbi 9:1-5; Matteo 3:1-12; 10:1-4; Atti 2:38-39

Atti 3:24-26; 13:26,38-39

Matteo 11:27-29; 22:3-4; Giovanni 7:37; 2Corinzi 5:18-21; 6:1

18 18. Ma in quel medesimo punto

Manca qui una parola; altre versioni e i più fra, i critici han riempito il vuoto con o «ma con un sol sentimento, o con una sola voce», ciascuno dei quali pare più giusto della traduzione di Diodati, poiché non erano tutti i convitati riuniti nello stesso luogo, ma tutti furono unanimi nel dare una risposta negativa. Le scuse, benché provenienti da varie persone, ed informate a circostanze differenti, sono però tutte del medesimo tipo.

tutti cominciarono a scusarsi.

In questo versetto e nei due seguenti, il Signore dà tre esempi delle scuse messe avanti dagli nomini per rigettar l'evangelo; due di esse basate sulle ricchezze o sulle occupazioni della vita presente, e la terza sui piaceri. Stier ricordando la distinzione che fa Gesù stesso Matteo 22:5, fra possessione, e mercatanzia, l'applica giustamente qui pure, per segnare la differenza fra quelli che mettono avanti le due prime scuse, cioè fra i possessori di terreni, e i commercianti.

Il primo gli disse: lo ho comperata una possessione, e di necessità mi conviene andar fuori a vederla; io ti prego, abbimi per iscusato.

Pare che costui avesse fatto una compra condizionale, riserbandosi di ratificarla o di annullarla dopo conveniente ispezione. Tal visita poteva farsi ad ogni tempo; ma nel desiderio di sfuggire alla festa poco gradita, egli ne fa un dovere imperioso e pressantissimo. Quanti dànno ad inezie, che in altre occasioni avrebbero lasciato stare, una importanza grandissima, quando desiderano sfuggire ad un dovere religioso, ed agli ammonimenti dello Spirito di Dio, che parla alle loro coscienze.

PASSI PARALLELI

Luca 20:4-5; Isaia 28:12-13; 29:11-12; Geremia 5:4-5; 6:10,16-17; Matteo 22:5-6

Giovanni 1:11; 5:40; Atti 13:45-46; 18:5-6; 28:25-27

Luca 8:14; 17:26-31; 18:24; Matteo 24:38-39; 1Timoteo 6:9-10; 2Timoteo 4:4,10

Ebrei 12:16; 1Giovanni 2:15-16

19 19. Ed un altro disse: lo ho comperate cinque paia di buoi, e vo' a provarli; io ti prego, abbimi per iscusato.

È inutile supporre, come fanno alcuni, che costui dovesse necessariamente possedere dei terreni. Come mercante, o allevator di bestiame, o speculatore, egli poteva anche in quei giorni fare grossi profitti nel comprare e vendere buoi o bestie da soma, senza trascurare altri rami di commercio; sicché avendo comprato dei buoi, era naturale che desiderasse provarli al lavoro, per venderli dopo con profitto. In ambo i casi erano perfettamente legittime le occupazioni allegate, la colpa stava nel dare ad esse soverchia importanza. Né l'uno né l'altro ricusano con rozzezza; anzi, quasi si sentissero nel torto, entrambi domandano al servo di far le scuse, e ciò con parole esprimenti la speranza di qualche futura occasione per mostrarsi più civili. Alcuni rigettano con aperta audacia l'evangelo, senza dare spiegazioni o scuse; ma il maggior numero ricusano l'invito in modo più civile e decoroso. Anziché ricusarlo apertamente, rimandano a più tardi di accettarlo, benché la loro condotta equivalga ad un rifiuto reciso e positivo. Mostrano per l'evangelo un certo tal qual rispetto, si dànno per convinti del suo valore; ma rincresce loro di non poterlo accettare, a motivo di certi impegni che richiedono la prima loro attenzione.

20 20. Ed un altro disse: lo ho sposata moglie, e perciò non posso venire.

Ecco il terzo esempio delle scuse che gli uomini mettono innanzi per ricusare l'evangelo, cioè i piaceri legittimi e la gratificazione dei sensi, in questa vita. Sia che quest'uomo si fondasse sulla legge levitica che esentava ogni Israelita dal servizio militare, durante il primo anno di matrimonio, per riguardo alla sua giovane moglie Deuteronomio 24:5, sia semplicemente che la gioia delle sue nozze avesse talmente ripieno il suo cuore da non lasciar posto ad alcun'altra, fatto sta che la sua risposta è più breve, più decisa, più finale, che quella degli altri due, invece del loro cortese, ma ipocrita: «Ti prego, abbimi per iscusato», egli ricusa con un asciutto: «Non posso» I piaceri, anche più legittimi in sé, di questa vita, sono spesso più potenti ostacoli all'accettazione dell'evangelo, che il lavoro faticoso ed incessante di quelli che devono «mangiare il loro pane col sudor del loro volto». La Chiesa romana com'era da aspettarsi, vede in questo versetto un fortissimo argomento contro il matrimonio, dimenticando che lo stesso ragionamento condannerebbe pure l'agricoltura ed il commercio. Ma, come osserva Stier, «quest'uomo rappresenta gli uomini dati interamente al mondo, dal più alto nella scala sociale, ai più meschini, che impiegano tutta la loro energia per afferrare il piacere del momento». Abbiam notato già in modo generico che questo scuse si riferiscono agli affari ed ai piaceri di questa vita; ma è pure importante osservare come corrispondano alle tre cose di cui Gesù ci dice nella parabola del seminatore che esso «affogano la parola», cioè «le sollecitudini di questo mondo, l'inganno delle ricchezze, ed i piaceri di questa vita», Confr. Matteo 13:22; Luca 8:14. Ognuna differisce dall'altra, ognuna è legittima in sé; ma tutte arrivano al medesimo risultato: "Abbiamo ora cose più importanti da fare". La lezione (spesso dimenticata), da impararsi da questa parte della parabola si è che nella maggioranza dei casi, non è tanto la trasgressione aperta della legge di Dio quella che rovina le anime, quanto l'eccessiva attenzione data a come legittime ed innocenti. Invero perderemmo la metà della lezione dataci qui dal Salvatore, se ci scordassimo che tutte le transazioni avvenute, secondo questa parabola, fra il peccatore ed il suo Salvatore, sono legittime in sé.

PASSI PARALLELI

Luca 14:26-28; 18:29-30; 1Corinzi 7:29-31,33

21 21. E quel servitore venne, e rapportò queste cose al suo signore.

Chi può dubitare che durante le, notti passate da Gesù in preghiera solitaria sul monte o nei luoghi deserti, Jehova ed il suo «Servitore» non parlassero solo di cose che dovevano incoraggiare la santa anima umana di Gesù nell'opera sua, ma pure di quell'opera medesima, e dei rifiuti e degli scoraggiamenti che egli incontrava ogni giorno per parte di quelli che, per le loro posizioni e le loro conoscenze, avrebbero dovuto essere i primi a riceverlo? Così Gesù insegna ad ogni ministro a riferire al celeste suo Padrone i successi o gli scoraggiamenti che incontra nell'opera sua.

Allora il padron di casa, adiratosi,

Fra gli uomini, l'ira spesso prende la forma di vendetta o di rappresaglia contro l'offensore, e ciò perché è stato ferito il nostro orgoglio, o crediamo aver ricevuto qualche torto. In questo senso sarebbe derogare alla natura di Dio ascrivergli dell'ira. Ma la dottrina ora alla moda, secondo la quale Dio non è che carità, sicché tutti gli altri suoi attributi sono assorbiti in questo, non è meno erronea e disonorevole per lui. Viene espressamente dichiarato che Iddio è giusto giudice, e un Dio che si adira ogni giorno Salmi 7:12, e la sua giusta indegnazione si sveglia specialmente contro quelli che rigettano deliberatamente l'offerta dell'evangelo, e perseverano volonterosamente nella incredulità. La grazia, e la pazienza di Dio nel non ritirare le sprezzate benedizioni dell'evangelo, ad onta della giusta sua indegnazione, son distinte in modo molto bella nel contegno e nelle parole, del padrone di casa adirato contro gli sprezzatori della sua grazia, ma perseverante, nei suoi disegni di misericordia e di bontà, egli dimostra, mediante gli ordini che dà al suo servitore, quanto fosse sincero nel fare i suoi inviti Ezechiele 33:11.

disse al suo servitore: Vattene prestamente per le piazze e per le strade della città (strade larghe conducenti a piazze aperte; strade strette e traverse o sentieri), e mena qua i mendici, e i monchi e gli zoppi, e i ciechi.

Il servo vien novamente mandato attorno per invitare ben altre persone a prendere il posto di quelle che aveano ricusato: si noti però che egli non vien mandato fuori delle mura della città in cui dimoravano i primi convitati. I secondi, essi pure, dimorano nella «città del gran Apocalisse», e benché poveri e storpi e sprezzati dagli orgogliosi loro fratelli, hanno in virtù della loro discendenza da Abrahamo, i diritti di cittadinanza. La menzione delle piazze e delle strade della città mette questo fuori di dubbio, e concorda esattamente con quello che Cristo dice della propria missione: «Io non son mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele» Matteo 15:24. I mendici e i monchi, gli zoppi e i ciechi che vivono nelle parti più povere e meno salubri della città rappresentano i pubblicani e i peccatori, Giudei tuttora di nome, ma sprezzati dai Farisei, e scacciati dalle sinagoghe, come non avendo parte alcuna nelle benedizioni di Abrahamo loro padre. A costoro viene ora mandato il servo, ed essi, sentendo quanto son poveri, bisognosi e disprezzati, accettano con giubbilo l'invito. Uno dei più aspri rimproveri che i sacerdoti, gli Scribi ed i Farisei facevano a Gesù era: «Quest'uomo riceve i peccatori e mangia con loro», e la loro malizia raggiungeva il suo colmo nel chiamarlo: «L'amico dei pubblicani e dei peccatori». I «mendici, i monchi ecc.» non rappresentano esclusivamente i pubblicani e i peccatori fra i Giudei, ma come osserva Brown, «le classi consimili in generale, le quali vengono ordinariamente dimenticate in sulle prime da quelli che distribuiscono i mezzi di grazia ad una comunità, semi-pagani in mezzo alla luce rivelata, miserabili in ogni senso».

PASSI PARALLELI

Luca 9:10; 1Samuele 25:12; Matteo 15:12; 18:31; Ebrei 13:17

Luca 14:24; Salmi 2:12; Matteo 22:7-8; Ebrei 2:3; 12:25-26; Apocalisse 15:1-8; 19:15

Luca 24:47; Proverbi 1:20-25; 8:2-4; 9:3-4; Geremia 5:1; Zaccaria 11:7,11; Matteo 21:28-31

Giovanni 4:39-42; 7:47-49; 9:39; Atti 8:4-7; Giacomo 2:5; Apocalisse 22:17

Luca 14:13; 7:22-23; 1Samuele 2:8; Salmi 113:7-8; Matteo 11:5,28

Salmi 38:7; Isaia 33:23; 35:6

22 22. Poi, il servitore gli disse: Signore, egli è stato fatto come tu ordinasti, ed ancora vi è luogo.

Il rapporto del servo implica che questa volta la sua missione era riuscita, che l'invito era stato accolto, Confr. Matteo 21:31-32; Marco 12:37; Giovanni 7:43,48-49, mentre le sue ultime parole indicano che egli capiva perfettamente il desiderio del suo Maestro di vedere ogni posto occupato, nonché il proprio zelo per raggiungere un tal risultato. Sotto le vesti del servo, è Gesù stesso che si presenta a noi nel suo zelo per fare la volontà di suo Padre.

PASSI PARALLELI

Atti 1:1-9:43

Salmi 103:6; 130:7; Giovanni 14:2; Efesini 3:8; Colossesi 2:9; 1Timoteo 2:5-6; 1Giovanni 2:2

Apocalisse 7:4-9

23 23. E il Signore disse al servitore: Va' fuori per le vie, e per le siepi,

Questa volta egli è mandato «fuori» delle mura della città, là dove i mendicanti, i vagabondi, gli «estranei alla repubblica d'Israele» si vedevano camminare faticosamente, sulla strada, o cercare un misero ricovero sotto le siepi, classe questa più misera e disperata ancora di quelli che vivevano nelle squallide viuzze della città. Questi rappresentano il mondo pagano giacente «nelle tenebre e nell'ombra della morte», cui ora deve essere rivolto l'invito della grazia Isaia 42:1; 49:9. Se quei Greci Giovanni 12:20 che vennero in cerca di Gesù alla festa erano dei proseliti pagani (cosa assai probabile), il Signore avrebbe cominciato a riempiere questo nuovo suo mandato, quando proclamò dinanzi a loro: «Ed io, quando sarò levato in su dalla terra, trarrò tutti a me». In procinto di tornar dal suo Padre, egli lo affidò poi solennemente ai suoi apostoli: «Come il Padre mi ha mandato, così vi mando io» Giovanni 20:21. «Andate dunque, o ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli, ecc.» Matteo 28:19. «E che nel suo nome si predicasse penitenza e remissione dei peccati fra tutte le genti, cominciando da Gerusalemme» Luca 24:47. La morte non permise agli apostoli di adempiere il compito loro affidato, perciò quest'ordine del Padre e del Figlio è tuttora imposto a tutti i ministri dell'evangelo, perché «ancora vi è luogo» 2Corinzi 5:20-21.

e costringili ad entrare; acciocché la mia casa sia ripiena.

Chiunque conosce la storia della Inquisizione e delle persecuzioni che per tanti secoli la Chiesa romana ha esercitate, sotto pretesto di zelo per salvar le anime, ben sa qual significato crudele e sanguinario è stato dato a quest'ordine: «Costringili ad entrare». Nessun uomo di buon senso può dubitare che, per far entrare la gente nel regno di Dio, un tal metodo non sia meno pazzo che ingiusto e maledetto. Col fuoco, colla spada, colla prigionia e le catene, i timidi, gli incerti, gli increduli sono stati resi in massa spregevoli ipocriti; ma la vera Chiesa di Dio non ha mai ricevuto incremento alcuno dal costringimento sotto quella o qualsiasi altra forma. Questa ingiunzione non sanziona l'uso di qualsiasi forza e costringimento per condurre gli uomini ad accettare l'evangelo, né nulla che rassomigli ad intolleranza o persecuzione per opinioni religiose. Paolo ci dice espressamente che «l'armi della nostra guerra non sono carnali» 2Corinzi 10:4, ed esorta «ciascuno ad essere appieno accertato nella sua mente» Romani 14:5. La classe di cui è qui parlato, ben lungi dal rifiutare come i primi convitati, vorrebbero entrare, ma son trattenuti da una falsa timidità. Il servo deve costringerli, vincendo i loro scrupoli, e facendoli un popolo volonteroso, mediante tutti quegli argomenti della Sacra Scrittura, i quali, sotto l'influenza dello Spirito Santo, sono atti ad agire sulla mente e sul cuore degli nomini. Dice Brown: «Due sono le difficoltà per questa classe di persone: Primo: "Noi meschini, senza tetto, contenti di accovacciarci sotto qualche siepe, non siamo degni di una tal festa". Secondo: "Noi che abitiamo le strade polverose, non siamo vestiti come si conviene, per una tal circostanza, né possiamo presentarci dinanzi a quel potente signore". Come sono ben rappresentate qui le difficoltà ed i timori del peccatore! Or bene, come vi si risponde? "Non accettate scusa alcuna, ribattete tutte le loro difficoltà e i loro scrupoli, sbandite ogni lor timore. Dite loro che dovete condurli alla festa così quali sono"».

PASSI PARALLELI

Salmi 98:3; Isaia 11:10; 19:24-25; 27:13; 49:5-6; 66:19-20; Zaccaria 14:8-9

Malachia 1:11; Matteo 21:43; 22:9-10; 28:19-20; Atti 9:15; 10:44-48; 11:18-21

Atti 13:47-48; 18:6; 22:21-22; 26:18-20; 28:28; Romani 10:18; 15:9-12

Efesini 2:11-22; Colossesi 1:23

Luca 24:29; Genesi 19:2-3; Salmi 110:3; Atti 16:15; Romani 11:13-14; 1Corinzi 9:19-23

2Corinzi 5:11,20; 6:1; Colossesi 1:28; 2Timoteo 4:2

24 24. Perciocché io vi dico che niuno di quegli uomini ch'erano stati invitati assaggerà della mia cena.

Si disputa fra i critici se queste parole, come parte della parabola, furono rivolte dal padrone al suo servo, o se Gesù avendo terminato la sua parabola al ver. 23, coll'invito rivolto ai Gentili, parla qui in nome proprio per far conoscere ai convitati del Fariseo, che, essendo uguale con Dio, egli è al tempo stesso il padrone ed il servo della parabola, e che suo è il gran convito. La solenne osservazione: «io vi dico», colla quale Gesù tanto spesso introduce i suoi insegnamenti più importanti; la sostituzione del voi, all'unico servo cui parlava il padrone; ed il fatto che il Signore spesso conclude le sue parabole passando alla loro interpretazione, favoriscono quest'ultima ipotesi. Gittando lungi da sé il velo della parabola, egli proclama che la cena è sua; e non lasciando nella mente dei suoi uditori dubbio alcuno su chi erano quegli uomini che erano stati invitati, egli annunzia che il giorno di grazia per tali sprezzatori è oramai passato per sempre, e quando pur desidereranno un giorno sedersi al convito nella sua forma più gloriosa, «non troveranno luogo di pentimento, benché richiedano quello, con lagrime» Ebrei 12:17. «Vedete, o sprezzatori, e maravigliatevi e riguardate e siate smarriti» Atti 13:41. Questo severo ammonimento fu rivolto primieramente agli increduli conduttori della nazione giudaica ai tempi di Cristo, ma né quello, né alcuna delle lezioni di questa parabola è limitata ad essi. Essa illustra una lacrimevole verità relativamente a quelli che fra noi rigettano l'evangelo, perché spesso essi pur vengono abbandonati alla reproba loro mente. Il rigettare deliberatamente la verità attira sull'uomo il più alto dispiacere di Dio.

PASSI PARALLELI

Proverbi 1:24-32; Matteo 21:43; 22:8; 23:38-39; Giovanni 3:19,36; 8:21,24; Atti 13:46

Ebrei 12:25-26

RIFLESSIONI

1. È di grande importanza per Cristo la condotta giornaliera del suo popolo. Il suo vangelo, quando viene sinceramente ricevuto, non solo produce un cambiamento completo delle disposizioni morali, negli intenti e nei sentimenti del credente, ma affina pure ed eleva il suo contegno verso i suoi simili. Non trasmuta in cortigiano l'uomo di bassa estrazione che nacque e venne educato in una capanna, ma eleva i suoi pensieri toglie la natìa sua rozzezza, gl'insegna umiltà senza avvilimento, gentilezza e considerazione per altrui, senza adulazione o ipocrisia, in breve fa di lui in ogni cosa essenziale quello che dovrebbe essere ogni persona educata. Questo effetto il vangelo lo produrrà a fortiori in quelli che nacquero in una condizione sociale più elevata, i quali così per disposizione naturale, come in forza delle loro circostanze, eran fieri, litigiosi, egoisti e pieni dei loro vantaggi esterni, ma dopo aver rivestito Cristo», hanno imparato la mansuetudine, l'umiltà, il preferir gli altri a sé stessi. Osservate l'uomo orgoglioso, insolente nel parlare, arrogante nel contegno, l'egoista che vuol per sé i primi posti dovunque egli va, ed è sempre pronto ai litigii alla più leggiera provocazione, e troverete come regola invariabile, che, egli si conforma in ogni cosa al presente secolo malvagio o se fa professione di religione, egli è unicamente per ipocrisia, e per qualche interesse personale. Il rimprovero di Cristo ai Farisei per il loro egoismo ed il loro orgoglio, nel disputarsi i posti più onorevoli a tavola, ci insegna che egli non è indifferente ai modi ed al contegno esterno dei suoi; ma aspetta che lo glorifichino con questi non meno che colla confessione delle labbra. Negli scritti apostolici troviamo molti precetti relativi al nostro portamento giornaliero, e primo fra quelli è la esortazione di S. Paolo in Romani 12:3,10.

2. L'orgoglio è cosa del tutto disdicevole all'uomo caduto; in sé stesso è odioso e criminale, ma è poi sommamente assurdo, quando se lo permettono degli esseri quali noi siamo. Molte cose concorrono ad insegnarci l'umiltà. Se ci ricordiamo la nostra origine, la nostra dipendenza dalla provvidenza divina, la nostra debolezza, il nostro stato di peccato e di caduta, vi troviamo ampli motivi di umiliazione. Tutto lo spirito del vangelo è mirabilmente calcolato a promuovere tal disposizione; ma la lezione più importante se ne trova nell'esempio del nostro caro Redentore. Si mediti questa breve descrizione della sua umiliazione: «Eppure annichilò sé stesso, prese forma di servo, fatto alla somiglianza degli uomini: e, trovato nell'esteriore simile ad un uomo, abbassò sé stesso, essendosi fatto ubbidiente infino alla morte, e la morte della croce» Filippesi 2:7-8.

3. L'annunzio di Deuteronomio 15:11, che «i bisognosi non verranno giammai meno nel paese», unito al comando: «Ama il tuo prossimo come te stesso», c'insegnano chiaramente, chi il Signore vuole che invitiamo alle nostre feste. È certo da un lato che egli non intende proibire agli uomini di esercitare l'ospitalità verso i loro parenti ed i loro amici influenti; ed è certo dall'altro che non incoraggia lo splendore profusamente e senza criterio a pro' dei poveri. Il Signore vuole che abbiamo cura dei poveri e dei bisognosi, specialmente di quelli che sono doppiamente fratelli nostri, essendo «domestici della fede», e ci comanda di astenerci nei nostri conviti e nel nostro modo di vivere da spese eccessive ed inutili, che potrebbero toglierci il mezzo di venir loro in soccorso, perché questo è un solenne dovere. Se lo adempiamo in uno spirito di fede e di carità «facendolo come al Signore, e non come agli uomini», esso sarà accettevole agli occhi del Signore, e quello che egli ora accetta, certamente lo premierà alla «risurrezione dei giusti» Matteo 25:34-40.

4. Non dimentichiamo mai la risurrezione dei morti, così giusti come ingiusti. La nostra esistenza non è limitata alla vita che viviamo nella carne quaggiù, né, il mondo visibile è il solo col quale abbiamo da fare. Tutto non è finito per noi quando abbiam dato l'ultimo respiro, e i nostri corpi sono stati adagiati nella tomba. Al di là della morte c'è un'altra vita. Gesù stesso ce lo dice: «L'ora viene che tutti coloro che sono nei monumenti udiranno la voce del Figliuol dell'uomo; ed usciranno, coloro che avran fatto bene, in resurrezion di vita; e coloro che avran fatto male, in resurrezion di condannazione» Giovanni 5:28-29. È questa una delle verità fondamentali della nostra santa religione, che non dobbiamo mai dimenticare. Sforziamoci di vivere come quelli che credono nella risurrezione e nella, vita avvenire, e che desiderano di esser sempre pronti per il mondo avvenire, così non temeremo la morte. Ma in che modo possiamo giungere a pensare alla risurrezione ed al giudizio finale, senza timore? PER FEDE IN CRISTO. Se crediamo in lui, non abbiam nulla da temere; egli ha tolto i nostri peccati, ha soddisfatto in vece nostra alle esigenze della legge di Dio, dimodoché nessuno potrà portare accusa alcuna contro di noi; ed ha vinto la morte Romani 8:32-34; 1Corinzi 15:55-57; Colossesi 2:14-15.

5. Nella condotta dei primi invitati alla cena, abbiamo una vivace pittura dell'accoglienza che il vangelo riceve del continuo, dovunque è annunziato; gli uomini sono invitati a venire a Cristo, e non vogliono venire. Non è l'ignoranza della religione (almeno nei paesi protestanti) quella che rovina le anime degli uomini, bensì la mancanza di volontà di servirsi di quella conoscenza che ne hanno, e l'amore del mondo presente. Il libertinaggio aperto fornisce all'inferno meno vittime che una soverchia preoccupazione di cose lecite in sé. Non dobbiam temer tanto l'odio aperto e manifesto per l'evangelo, quanto quella disposizione all'indugio che ci fornisce sempre qualche scusa per non servir Cristo oggi. Lo posson dire le nostre coscienze quanto siamo pronti a rimandare ogni serio pensiero di Cristo, con iscuse tolte dalle nostre occupazioni giornaliere. Vegliamo adunque e preghiamo. «Quando la materia della tentazione è legittima ed onorevole, la tentazione è meno sospettata, e colui che è tentato vien più facilmente sorpreso. Il campo e i buoi vanno comprati, e messi alla prova; gli affetti di famiglia devono essere coltivati; ma guai a noi se permettiamo a quelle belle piante di crescere così rigogliose, da schiacciar sotto il loro peso la vita dell'anima» (Arnot).

6. «Questa parabola contiene importanti istruzioni per tutti i messaggeri dell'evangelo. Essi devono invitare con tutta l'urgenza dell'amore, non escludendo che quelli che escludono sé medesimi. Devono prepararsi ad obbiezioni di ogni sorta: ma si comportino, in ogni caso, secondo le direzioni del loro Signore. Se sono respinti, possono liberamente lagnarcene a lui, né devono mai credere che non vi sia più posto alla mensa. Se solo sentono, che nel loro urgente appello d'amore, non fanno uso di nessun mezzo che non sia legittimo, non temano mai di andar troppo lontano» (Oosterzee).

25 Luca 14:25-35. DISCORSO ALLA FOLLA SUL DOVERE DI CALCOLARE IL COSTO, PRIMA DI DICHIARARSI DISCEPOLI SUOI Matteo 10:37-38; 5:13; Marco 4:9

25. Or molte turbe andavan con lui; ed egli rivoltosi disse loro:

Dopo la sua visita alla casa del Fariseo, Gesù si rimise per via, e se, come lo indica il suo messaggio ad Erode, alla fine del cap. 13. il suo ministero pubblico traeva a suo fine, l'accrescimento della moltitudine che lo seguiva si spiega dal continuo aggiungersi alla sua comitiva di viaggiatori che salivano essi pure a Gerusalemme, per farvi la Pasqua.

PASSI PARALLELI

Luca 12:1; Giovanni 6:24-27

26 26. Se alcuno viene a me, e non odia suo padre, e sua madre, e la moglie e i figliuoli e fratelli, e le sorelle; anzi ancora la sua propria, vita non può esser mio discepolo. 27. E chiunque non porta la sua croce, e non viene dietro a me, non può esser mio discepolo.

Per la esposizione Vedi Matteo 10:37-38. In questi versetti, il Signore dichiara nel modo più esplicito, che la vita di ogni vero discepolo dev'essere dal principio alla fine, una vita di abnegazione e di sofferenze; e perciò non si deve fare temerariamente e senza serie riflessioni professione di Cristianesimo, bensì solo dopo lunghe riflessioni, accompagnate di preghiere, sulle sue prove, ed una risoluta decisione di sopportarle tutte, colla forza di Dio. Il Cercator dei cuori ben vedeva che anche quella moltitudine, che pure era realmente disposta a riconoscerlo per il Messia, lo seguiva solo perché sperava di veder realizzate le sue aspettazioni terrene relative al regno temporale del Messia, e che il maggior numero di quei suoi seguaci non guardavano più in alto che ai godimenti carnali, alla prosperità temporale, al potere ed agli onori mondani. Egli li avverte che sperando queste cose s'ingannano a partito, e che l'abnegazione (indicata dall'«odiar padre e madre... e ancor la sua propria vita») e la sofferenza, così per lotte interne come per persecuzioni dal di fuori (espresse nel «prendere la sua croce»), dovranno esser l'esperienza di tutta quanta la loro vita. L'odiare i genitori in un senso letterale sarebbe una violazione del quinto comandamento, e non meno contrario allo spirito dell'evangelo sarebbe l'odiare, in quel modo, qualsiasi dei congiunti qui mentovati. L'odiare la propria vita sarebbe una sfida al sesto Comandamento; ma questo ci dà la chiave del vero senso del verbo odiare in questo passo. L'amore e la divozione che veri discepoli portano a Cristo sono tali che gli oggetti più vicini ai loro cuori, se si frappongono fra essi ed il loro dovere inverso Cristo, devono venire abbandonati, anzi odiati ove occorra, come pietre d'inciampo, che impediscono la loro via. La vita è preziosa. «L'uomo darà tutto ciò che egli ha per la sua vita», dice Satana di Giobbe 2:4; e quando il servizio di Cristo mette l'anima in pericolo, l'amor di questa è così forte che spesso Cristo vien rinnegato. L'odiar la propria vita è uno stimarla così che il timor di perderla non sia mai un impedimento per noi quando il servire a Cristo ne richiede il sacrifizio. Tale è pure il significato di questa parola relativamente a tutti gli altri oggetti delle nostre affezioni. «Oltre la prova di Matteo 10:37 che la parola odiare significa amar meno, ne abbiamo un'altra in Matteo 6:24, dove quel vocabolo è usato nello stesso senso. Così pure, quando leggiamo in Romani 9:13: "Io ho amato Giacobbe e odiato Esaù", questo vuol dire: Ho amato Giacobbe più di Esaù. Che tale interpretazione della parola "odiare" non sia arbitraria. ma conforme all'indole dell'idioma ebraico, appare da quanto è detto in Genesi 29:30-31, dove l'espressione "Lea era odiata", viene spiegata col dire che Giacobbe "amò Rachele più che Lea"» (Pearson sul Credo).

PASSI PARALLELI

Deuteronomio 13:6-8; 33:9; Salmi 73:25-26; Matteo 10:37; Filippesi 3:8

Genesi 29:30-31; Deuteronomio 21:15; Giobbe 7:15-16; Ecclesiaste 2:17-19; Malachia 1:2-3

Giovanni 12:25; Romani 9:13

Atti 20:24; Apocalisse 12:11

Luca 9:23-25; Matteo 10:38; 16:24-26; Marco 8:34-37; 10:21; 15:21; Giovanni 19:17

2Timoteo 3:12

Matteo 13:21; Atti 14:22; 2Timoteo 1:12

28 28. perciocché chi è colui d'infra voi, il quale volendo edificare una torre, non si assetti prima, e non faccia ragion della spesa, ne egli ha da poterla finire? 29. Che talora, avendo posto il fondamento, e non potendola finire, tutti coloro che la vedranno non prendano a beffarlo, 30. Dicendo: Quest'uomo cominciò ad edificare, e non ha potuto finire. 31. Ovvero, qual re, andando ad affrontarsi in battaglia con un altro re, non si assetta, prima, e prende consiglio, se può con diecimila incontrarsi con quell'altro che vien contro a lui con ventimila? 32. Se no, mentre quell'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasciata e lo richiede di pace.

La prudenza più volgare impone ad un uomo di mondo la necessità, se non vuole esporsi al ridicolo, di esaminar bene se ha le risorse necessarie per compiere un'opera prima di accingervisi. Un uomo di buon senso non comincierebbe mai a edificare una torre senza prima esser sicuro di aver quanto gli basta per metterci il tetto. Un re prudente, tenendo conto della piccolezza del suo esercito, non entrerà in guerra con un nemico due volte più numeroso, anzi cercherà pace. La stessa previdente prudenza, riguardo alla lunghezza ed alle vicissitudini del servizio che gli sarà imposto, è assolutamente richiesta da chiunque vuol far professione di esser discepolo di Cristo, per timore che, abbandonandolo più tardi, egli non diventi una pietra di scandalo sulla via di altri e un disonore al nome di Cristo, attirando così maggior rovina sull'anima sua Ebrei 6:4-6. Nell'ultima di queste parabole, alcuni considerano il re come l'emblema del credente, e l'altro re che vien contro a lui con ventimila come rappresentante Satana con tutte le sue tentazioni. Non possiamo considerar la cosa da questo punto di vista. A parer nostro, così in questo come nei versetti precedenti, il Signore toglie semplicemente ad imprestito, da soggetti familiari, degli esempi di previdenza, e non dobbiamo guardare più in là.

PASSI PARALLELI

Genesi 11:4-9; Proverbi 24:27

Luca 14:33; Giosuè 24:19-24; Matteo 8:20; 10:22; 20:22-23; Atti 21:13; 1Tessalonicesi 3:4-5

2Pietro 1:13-14

Matteo 7:27; 27:3-8; Atti 1:18-19; 1Corinzi 3:11-14; Ebrei 6:4-8,11; 10:38

2Pietro 2:19-22; 2Giovanni 8

1Re 20:11; 2Re 18:20-22; Proverbi 20:18; 25:8

Luca 12:58; 1Re 20:31-34; 2Re 10:4-5; Giobbe 40:9; Matteo 5:25; Atti 12:20

Giacomo 4:6-10

33 33. Così adunque, niun di voi, il qual non rinunzia a tutto ciò che egli ha, può esser mio discepolo.

È questo il risultato cui deve condurre la solenne deliberazione raccomandata nelle precedenti parabole. Il vocabolo Greco rinunzia è più comunemente tradotto per «dire addio», «prendere congedo», Il senso evidente è che un uomo non può esser discepolo di Cristo, se non è perfettamente deciso ad abbandonare ogni cosa, ove occorra, per amore di lui, ad incontrar qualsiasi nemico, a far quantunque sacrificio.

PASSI PARALLELI

Luca 14:26; 5:11,28; 18:22-23,28-30; Atti 5:1-5; 8:19-22; Filippesi 3:7-8; 2Timoteo 4:10

1Giovanni 2:15-16

34 34. Il sale è buono; ma se il sale diviene insipido, con che sarà egli condito? 35; Egli non è atto né per terra, né per letame; egli è gittato via. Chi ha orecchie da udire, oda.

Per la esposizione vedi Matteo 5:13; Marco 9:50. Il sale corregge l'insipidità e preserva dalla corruzione le sostanze cui viene congiunto. Il vero discepolo di Cristo è qui paragonato al sale, a motivo della sua influenza sulla società, così nel trattenere dal male, come nel condurre al bene quelli coi quali viene in contatto, e questa similitudine forma una conclusione particolarmente appropriata alle esortazioni che precedono. È vero che chi è stato realmente convertito più non può ritornare indietro interamente, poiché Dio stesso preserva quei tali: essi sono «nella virtù di Dio, per la fede, guardati per la salute» 1Pietro 1:5, e se vi è stata una così completa decadenza, è questo prova che vi era originalmente qualche cosa di radicalmente difettoso, che essi «non avevano radice in sé stessi». È purtroppo vero che molti, dopo aver fatto altosonanti professioni di esser discepoli di Gesù Cristo, ricadono indietro, e divengono aperti nemici della religione, e Cristo paragona tali persone al «sale che è divenuto insipido». Siccome, in tal condizione, il sale non solo è incapace di produrre qualsiasi benefico effetto sulle altre sostanze, ma non ha più nessuna virtù in sé e perciò non può che venir buttato via, così questi spostati non solo sono nocivi alla causa della religione nel mondo a motivo delle loro dottrine erronee, della loro profanità, e della loro immoralità; ma la loro condotta è oltre ogni dire dannosa a loro stessi, perché il loro ritorno a qualsiasi buon pensiero, e specialmente la completa loro conversione, sono cose molto difficili, per non dire impossibili. Se la verità non li può cambiare, quale altra cosa lo potrà? Se il vangelo è rimasto inefficace per mantenerli fedeli a Dio, qual altra potenza potrassi mai provare? E v'ha egli da sperare che il vangelo sia più potente alla fine che non al principio? Per tali rimane «una spaventevole aspettazione di giudizio, e un'infocata gelosia, che divorerà gli avversari» Ebrei 10:27. Quanto sarà terribile la sorte di quelli che verranno gettati fuori, come sale insipido! S. Paolo ce lo dichiara in Ebrei 6:4-8. Colle gravi parole: «Chi ha orecchie da udire oda», Gesù chiama tutti quelli che udiranno o leggeranno questo grave ammonimento a riflettere seriamente all'ultimo fine di tutti quelli che, dopo essersi professati suoi discepoli, hanno di poi violato le loro promesse, e sono ritornati al mondo.

PASSI PARALLELI

Matteo 5:13; Marco 9:49-50; Colossesi 4:6; Ebrei 2:4-8

Giovanni 15:6

Luca 8:8; 9:44; Matteo 11:15; 13:9; Apocalisse 2:7,11,17,29

RIFLESSIONI

1. Val meglio non avviarsi nella carriera cristiana, che mettervi il piede e non percorrerla fino alla fine. La mancanza di fedeltà è cosa che offende anche fra gli uomini, ed in materia di religione attira ridicolo e disprezzo; ma per Colui, i cui occhi sono una fiamma di fuoco, essa è cosa abbominevole. «Oh fossi tu pur freddo o fervente! Così, perciocché tu sei tiepido, e non sei né freddo, né fervente, io ti vomiterò fuori della mia bocca» Apocalisse 3:15-16.

2. L'insegnamento spirituale, che dal sale vien tolto, ed è ripetuto tre volte nei Sinottici, è troppo spesso dimenticato. I predicatori non insistono abbastanza sulla gravità dei peccati commessi contro la luce e contro la conoscenza, e la possibilità di essere abbandonati ad una mente reproba, e gli uditori non lo mettono a cuore. La Bibbia c'insegna che nessun peccatore sarà così difficilmente salvato come l'uomo che dopo aver fatto alte professioni di religione, ritorna al mondo, e che nessun cuore ha minori probabilità di venir mutato di quello che una volta dimostrava di amar l'evangelo, ma poi è divenuto freddo e indifferente ad esso 2Pietro 2:21-22.

3. È però necessaria una parola di avvertimento, affinché queste considerazioni, intese a spingere i lettori nella via della salute, non li scoraggiscano. Perché questa descrizione delle difficoltà della via, se non per eccitarvi a vincerle, e per fare appello a tutto il vostro coraggio per sfidarlo? Non è per trattenervi dal cominciar edifizio che siete qui esortati a calcolarne il costo, bensì per indurvi a edificare in modo da poter finire. Siete chiamati a tener consiglio, non per dissuadervi dall'entrare in campagna, ma piuttosto acciocché possiate condurre la guerra in modo da camminare alla vittoria. È della più alta importanza che siate appieno convinti del potere di Satana, e della completa vostra debolezza, non perché vi caschino le braccia, e ve ne restiate inoperosi, ma perché impariate a fidar nella grazia e nella forza delle braccia eterne che vi sono distese per sostenervi. «Io non ti lascerò, e non ti abbandonerò»; «Io posso ogni cosa in Cristo che mi fortifica»; «Io mi rammemorerò le opere del Signore, perciocché io mi riduco a memoria le tue maraviglie antiche» Ebrei 13:5; Filippesi 4:13; Salmi 77:12.

15:1 CAPO 15 - ANALISI

1. L'udienza dinanzi alla quale vennero dette le seguenti parabole. Essa era composta in modo molto marcato di due elementi: gli orgogliosi Farisei, pieni della loro propria giustizia; e gli odiati e sprezzati pubblicani, insieme ai più vili rifiuti della società. L'ignominia universale in cui venivan tenuti i pubblicani, la loro completa esclusione da ogni società all'infuori della propria, li spingeva ad affollarsi intorno ad uno che non fu mai troppo orgoglioso per riceverli e dar loro istruzione; la sua presenza e i suoi insegnamenti svegliavano poi il bisogno e la speranza del perdono, anche nel cuore di quelli la cui vita era stata più viziosa ed impura. Nell'occasione qui ricordata, un numero considerevole di questi proscritti dalla società stavano riuniti intorno a Gesù, e da lui venivano istruiti con tutta la serietà, e tutta la compassione di uno che sempre avea presente alla memoria il suo mandato di «cercare e salvare ciò che era perito». Una violazione più grande delle convenienze sociali degli Ebrei, un maggiore insulto al loro amor proprio, una più forte condannazione del loro sistema religioso, morale e giudiziario, ed in conseguenza, a giudizio dei Farisei, una prova più diretta che egli non era un profeta, ma un reprobo indegno, non poteva darsi di questa sua benevola accoglienza dei pubblicani e dei peccatori, e dello zelo col quale egli li insegnava, quasiché l'anima loro avesse valore alcuno. Il loro scontento si manifestò in lagnanze brontolato sottovoce gli uni agli altri: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Egli è dinanzi a queste due classi che furono dette le seguenti parabole. Esse aveano per iscopo di recar maggior conforto a quella classe proscritta, facendo vedere quanto sia ansioso Iddio di salvare i peccatori, e con qual bontà egli riceva quelli che si rivolgono a lui; come pare di far risaltare il contrasto fra i «mormorii» di quelli che si credevano i più santi sulla terra, nel veder Gesù sforzarsi di condurre un pubblicano alla conoscenza della grazia di Dio, colla gioia che riempie i cieli in presenza di Dio e dei suoi santi angeli, per ogni peccatore penitente Luca 15:l-2.

2. Parabole della pecora e della dramma perdute. Il punto importante di entrambe queste parabole sembra essere lo zelo e la perseveranza con cui venne fatta la ricerca degli oggetti perduti e la gioia esuberante prodotta dal ritrovarli. Lasciando il resto della greggia, nel deserto di Giudea, racchiuso nell'ovile, e in vicinanza delle tende, il pastore sen va in cerca della pecora smarrita, e conoscendo i rischi che corre di venir divorata dalle bestie feroci, o di cadere nei precipizii, non cessa di cercarla, per quanto sia lunga e faticosa la via, finché non l'abbia ritrovata e riportata in trionfo nell'ovile. E quando è riuscito nell'intento, la sua gioia è così grande che egli non la può tenere in petto, la vuol divisa dai suoi parenti e vicini, spesso esposti essi pure a consimili rischi; perciò li chiama a festeggiar nella sua tenda, e a prender parte alla sua contentezza. Il pastore di questa parabola rappresenta Cristo medesimo, il quale è spontaneamente sceso a ricercare i perduti figliuoli degli uomini, per condurli nell'ovile dell'evangelo. Quell'ardore nel cercare, quella gioia nel trovare la pecora smarrita, il Salvatore se ne serve qui per dipingere l'ardente brama di Dio per la salute del peccatore, la compassione sovrana e spontanea di Dio nostro Salvatore, e l'alta gioia delle gloriose persone della Trinità e dei santi angeli, quando un peccatore in procinto di perire è stato riscattato e ricondotto all'ovile dal «gran Pastore delle pecore». È affatto simile nello scopo la parabola delle dieci dramme. Se quella somma era quanto la donna possedeva in quel momento, essa ne doveva venir tanto più stimolata a ricercare la dramma perduta e a rallegrarsi, e ad invitare i vicini a rallegrarsi con lei, per averla ritrovata. Il Figlio di Dio, che ben sa come stieno le cose in cielo, novamente dichiara, per fissarlo più profondamente nella memoria dei Farisei, dei pubblicani e di tutti i lettori di queste parabole, che assai più di questa donna si rallegrano le persone della Divinità, e gli angeli che sono «spiriti ministratori, mandati a servire, per amor di coloro che hanno ad eredar la salute», quando un peccatore si pente, si converte ed è salvato. Che contrasto fra l'odio dei Farisei verso i pubblicani e i peccatori che essi avrebbero veduti con piacere precipitare nella perdizione, e la gioia dei cieli, quando un ribelle, un errante è stato «convertito dalle tenebre alla luce, e dalla podestà di Satana a Dio» Luca 15:3-10.

3. La parabola del figliuol prodigo. Appartiene allo stesso soggetto che le precedenti, anzi è necessaria per completarle. Nelle parabole della pecora e della dramma smarrite, si vede solo la parte di Dio nella salvezza delle anime; in questa, l'efficacia della grazia divina sul peccatore per cambiare il suo cuore e svegliare in lui il desiderio di tornare a Dio, nonché l'amorevole accoglienza che gli fa il Signore, vengono a completare il quadro. Il figliuol prodigo, che abbandona la casa paterna, e si rovina col vivere dissolutamente, corrisponde alla pecora smarrita e ricercata dal pastore, e rappresenta lo stato miserabile di tutti gli inconvertiti in generale, ma specialmente di quella classe che includeva i pubblicani e i peccatori; però questa parabola rappresenta pure, quel che non fanno le altre, gli effetti prodotti sul cuore dei peccatori dall'amore di Dio nel far ricerca di lui. Dalla profonda sua miseria il prodigo è condotto a pentimento; si opera in lui un completo mutamento di cuore; ed egli decide di tornar da suo padre per impetrarne il perdono ed il più umile uffizio nella sua casa. In breve, la prima parte della parabola ci espone il principio, il progresso ed il risultato del pentimento nel cuore del peccatore, mediante l'azione efficace dello Spirito Santo. La gioia del cuore del padre e la calda accoglienza che egli fa al figlio prodigo, nella seconda parte, contrastano colla scontentezza e la mancanza di carità del fratello maggiore che rappresenta gli orgogliosi ed inflessibili Farisei, il cui cuore duro e vendicativo fa schifoso contrasto colla tenera compassione e l'amore sovrabbondante di Dio verso i peccatori. Trench osserva che le due prime parabole mostrano l'amor di Dio che ricerca i peccatori; l'ultima, quello stesso amore che li riceve. Gioverà forse a far meglio scorgere il parallelismo di queste tre parabole, l'ordinarle una accanto all'altra nella seguente tabella:

La Pecora

  • Smarrita dall'ovile. Rappresenta il peccatore caduto. Ricercata dal pastore

  • Trovata e riposta all'ovile.

  • Gioia del pastore divisa da tutti i suoi amici, simbolo della gioia dei cieli per la conversione di un peccatore. Contrasto non espresso da sottinteso.

La dramma

  • Smarrita dalla borsa. Rappresenta il peccatore caduto. Ricercata dalla donna.

  • Trovata e rimessa nella borsa.

  • Gioia della donna, divisa dalle sue amiche, simbolo della gioia del cielo, per la conversione di un peccatore. Contrasto non espresso, ma sottinteso.

Il Figliuol Prodigo

  • Smarrito dalla casa paterna. Rappresenta il peccatore caduto. Ricercato dallo Spirito di Dio che conduce il pentimento.

  • Convertito e spinto a ritornare alla casa paterna, e ricevuto con grandissimo amore.

  • Gioia del padre al ritorno del Figliuol prodigo, divisa da tutta la sua famiglia, simbolo della gioia del cielo, ecc. Contrasto fra i sentimenti dei Farisei e quelli dei gloriosi abitanti dei cieli, riguardo al peccatore penitente, espresso da quello fra la gioia del padre a della sua casa, e lo scontento disprezzante del figlio maggiore.

Luca 15:1-3. I PUBBLICANI E I PECCATORI RICEVUTI DA GESÙ. PARABOLE ILLUSTRATIVE DEL PRINCIPIO SECONDO IL QUALE EGLI AGIVA

L'udienza mista, Luca 15:1-2

1. Or tutti i pubblicani, e peccatori, s'accostavano a lui, per udirlo.

Luca non fa precedere queste parabole da qualsiasi indicazione di tempo o di luogo. Alcuni le considerano come la continuazione del discorso cominciato negli ultimi versetti del capitolo precedente; altri le ritengono pronunziato in occasione diversa: basti per noi che Luca, colla breve sua introduzione storica, ci mette subito al vero punto di vista per comprendere tutto il susseguente discorso. Le parole propriamente significano che i pubblicani e i peccatori usavano avvicinarsi in ogni occasion propizia, a Gesù per udire le sue parole, implicano pure che molti fecero così nel caso presente, poiché quello fu lo spettacolo che eccitò l'indegnazione dei Farisei. La parola (tutti i pubblicani), omessa dalla Volgata, non significa di tutte le specie o da ogni parte; ma è una espressione popolare per dire tutti quelli che erano lì presenti. Verso Colui che era «santo, immacolato, separato dai peccatori», sentivansi potentemente attratti i meschini che l'orgoglioso Fariseo sbandiva dalle sinagoghe e consegnava ad una eterna perdizione, perché aveano scoperta in lui quella compassione per il miserando loro stato che ovunque veniva loro negata, e perché i benigni suoi insegnamenti coincidevano appieno coi loro bisogni, e facevano cadere un balsamo soave sui loro cuori feriti. Persino quelli che non erano ancora stanchi delle loro vie malvagie, non potevano resistere al fascino di colui che «ammaestrava come avendo autorità e non come gli Scribi»; mentre che i cuori che lo Spirito Santo già aveva svegliati cercavano e trovavano in lui la vita eterna. Notisi che nessun evangelista ricorda tanti esempi della misericordia del Signore verso i peccatori quanto Luca, vedi Luca 7:37; 13:34; 18:10. Si suppone, e con ragione, che così egli facesse per incoraggire i convertiti d'infra i Gentili ai quali questo Vangelo era specialmente destinato.

PASSI PARALLELI

Luca 5:29-32; 7:29; 13:30; Ezechiele 18:27; Matteo 9:10-13; 21:28-31; Romani 5:20

1Timoteo 1:15

2 2. E i Farisei e gli scribi ne mormoravano (il vocabolo greco significa: mormorare ad alta voce in crocchi, fra di loro), dicendo: Costui accoglie i peccatori, e mangia con loro.

Il segreto dell'ira dei Farisei in questo caso, oltre alla loro generale inimicizia contro a Gesù, sta nel fatto che, dal loro punto di vista, il suo modo di trattare i peccatori tra un diretto insulto per essi come maestri di religione, ed una pubblica accusa contro il loro sistema di disciplina religiosa, poiché egli trattava la loro scomunica come non avendo peso alcuno, e incoraggiva i contumaci, mangiando con loro. Anziché riconoscere in Gesù uno che capiva i fini di misericordia di Dio verso i peccatori, essi preferirono spiegare la compassione colla quale li accoglieva accusandolo di nutrir segreta simpatia per il peccato, secondo il principio: "Dimmi chi frequenti e ti dirò chi sei". I Vangeli ricordano due, soli casi in cui Gesù mangiò in compagnia dei pubblicani in casa di Levi e in quella di Zaccheo Luca 5:29; 19:5: è perfettamente possibile che egli abbia seguito la stessa regola anche in altre occasioni che non sono mentovate; ma dall'altra parte non è punto improbabile che quest'accusa generica, portata contro di lui dai suoi poco scrupolosi avversari, non ebbe altro fondamento che la sua visita alla casa di Levi, poiché, il convito in casa di Zaccheo, accadde solo dopo questo discorso. Ma come è ineffabilmente preziosa la verità alla quale, senza volerlo, essi rendono testimonianza: «Egli riceve i peccatori!» Per questo scopo appunto aveva egli assunto l'uffizio suo mediatorio prima della fondazione del mondo, e per questo apparve in terra sotto forma umana, «nel compimento dei tempi». Queste parole dei Farisei sono la chiave di tutto il capitolo; perché le tre parabole in esso contenute illustrano il principio dietro al quale egli chiamava a sé quelli che la società bandiva dal suo seno, e salutava con gioia i più piccoli sintomi del loro ritorno a Dio. Il grande scopo di tutte queste parabole è lo stesso; tutto e tre mostrano l'amore e la misericordia di Dio in Cristo verso i peccatori ma sotto aspetti differenti, ed esse contengono le risposte di Gesù ai mormorii dei Farisei.

PASSI PARALLELI

Luca 15:29-30; 5:30; 7:34,39; 19:7; Matteo 9:11; Atti 11:3; 1Corinzi 5:9-11; Galati 2:12

3 

Parabola della pecora smarrita, Luca 15:3-7

3. Ed egli disse loro questa parabola. 4. Chi è l'uomo d'infra voi, Il quale avendo cento pecore,

Matteo riporta egli pure questa parabola; ma la lezione che essa era destinata ad insegnare non è esattamente la stessa nei due vangeli. In Matteo è usata per far conoscere quanto sono preziosi i credenti agli occhi di Dio, poiché essi sono come pecore cui Dio ha dato per pastore il proprio Figlio, e che non possono perciò venir lasciate a perire; qui par piuttosto intesa a giustificare la perseveranza ed il successo del divino Pastore nella sua ricerca degli smarriti, rivelandoci la gioia che la loro salvezza eccita nei cortili celesti, il suo scopo è di manifestare il carattere e l'opera del Figlio di Dio nella salvezza dei peccatori. Colle parole colle quali cominciano così questa parabola, come quella della dramma smarrita, il Signore fa appello a quell'impulso umano universale che spinge uomini e donne ugualmente a cercar le cose che hanno perdute, ed a rallegrarsi se le ritrovano. È come se dicesse: "Non v'ha un solo fra voi che mi accusato, che non farebbe lo stesso in analoghe circostanze. La diversità fra noi giace in questo che voi ricercate le vostre possessioni terrene; mentre io, cerco le anime perdute che a me appartengono". Le cento pecore sono la fortuna di un uomo relativamente povero, non le greggie immense di qualche ricco proprietario che le avesse affidate alle cure di un mercenario. Le pecore appartengono a colui che le pasce, egli ne ha cura, e ciascuna di loro individualmente gli è preziosa.

4 se ne perde una,

La perdita di una pecora su cento non poteva impoverir molto il pecoraio se anche la lasciava andar dove voleva; egli è l'affetto che egli le porta il quale lo spinge a seguirla. Le relazioni fra la greggia ed il suo pastore sono in Palestina tutt'altre che nei nostri paesi. Il pastore ivi ama le sue pecore, come se fossero figli suoi. La descrizione che ne dà Gesù in Giovanni 10:3-5, rimane la stessa oggidì: «Le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama le sue pecore per nome... e quando ha messo fuori le sue pecore, va davanti a loro, e le pecore lo seguitano, perciocché conoscono la sua voce». È dunque l'affetto per la pecora, la compassione per le sue sofferenze e i suoi pericoli che principalmente spingono il pastore a ricercarla. Gesù, che questo pastore rappresenta, ci fa questo evidente nella sua preghiera intercessoria Giovanni 17:12: «Io ho guardati coloro che tu mi hai dati, e niun di loro è perito, se non il figliuolo della perdizione».

non lasci le novantanove nel deserto, e non vada dietro alla perduta,

Si accuserebbe ingiustamente il pastore di negligenza, per aver egli lasciato le novantanove pecore senza protezione nel deserto. Probabilmente il Signore pensava al deserto di Giudea, lungo tratto di terra incolta, ondulata come i flutti dell'oceano con valli e monti, scarsamente popolato ma ricco di pasture naturali, fuorché nei mesi più caldi dell'estate. Secondo gli usi invariabili dell'oriente, i Beduini ed i fellachin della Palestina conducono le loro gregge in questo deserto, dopo le prime pioggie autunnali, e vi rizzano dei parchi nei quali stan rinchiuse le pecore giorno e notte, eccetto le ore in cui i pastori le conducono al pascolo. In un tal recinto, custodito dalle proprie tende, a breve distanza di quelle dei suoi compagni, quell'uomo lasciò la maggior parte del suo gregge in perfetta sicurezza, per andare in traccia della pecora smarrita. Le novantanove pecore rappresentano in primo luogo il popolo d'Israele, che viveva nell'osservanza esterna della legge levitica, quindi, in modo più generico, quanti fanno professione di fede in Cristo; mentre la pecora smarrita rappresentava i pubblicani di quel giorno, e nel nostro, gli eletti prima della loro conversione, non meno che i mondani e gli irreligiosi in generale, i quali vivono «senza Dio, e senza speranza».

finché l'abbia trovata?

Non permette a qualsiasi ostacolo di interrompere le sue ricerche; prova ogni mezzo che possa condurlo al successo. Questo indica spiritualmente i varii mezzi che Dio mette in opera per richiamare a sé i peccatori, e la pazienza e la perseveranza con cui continua a farne uso. Nel caso di ogni peccatore convertito, se Gesù avesse abbandonato la ricerca, non ci sarebbe stata salvazione.

PASSI PARALLELI

Luca 13:15; Matteo 12:11; 18:12; Romani 2:1

Salmi 119:176; Isaia 53:6; Geremia 50:6; Ezechiele 34:8,11-12,16,31; Matteo 18:12-13

Giovanni 10:15-16,26-28; 1Pietro 2:25

5 5. E, avendola trovata, non se la metta sopra le spalle tutto allegro? 6. E, venuto a casa, non chiami insieme gli amici e i vicini, dicendo: Rallegratevi meco; perciocché io ho trovata la mia pecora, ch'era perduta?

Stanca di errare, fiaccata forse dalle cadute, la pecora non può venir condotta all'ovile; ma il pastore anziché affidarla alle cure di un servo, la prende in ispalla; non la sgrida per aver essa errato; non si lagna del suo peso; ma contento di riaver quella che «era vicina a perire», la riporta a casa e invita tutti a dividere la sua gioia. Stier mette grande enfasi sulla parola la casa stessa del pastore, ver. 6, come usata in opposizione a l'ovile Giovanni 10:11, dove erano rinchiuse le altre pecore, e insiste che questa casa è il cielo dove Cristo porta direttamente ogni anima da lui salvata. Sia benedetto Iddio, Cristo adempirà un giorno tutto ciò che egli ha promesso a questo riguardo Giovanni 14:2. Ma se si considera che la tenda o la capanna del pastore era sempre rizzata nel deserto accanto all'ovile, rimarrà evidente che questa, e non già la sua distante abitazione, viene indicata nella parabola come la sua casa, tanto più che l'ovile, nella Scrittura, rappresenta la Chiesa visibile di Cristo in sulla terra, nella quale, alla loro conversione, egli introduce tutti quelli che ha riscossi da un mondo che giace nelle tenebre. Egli è dalle tende sparse all'intorno che il pastore chiama gli amici e i vicini a rallegrarsi con lui per la riuscita delle sue ricerche. È un bel principio della nostra natura che ogni profondo sentimento così di tristizia come di gioia è superiore alle forze nostre individuali, che ci sentiamo sollevati nel dividerlo con altri. Questo principio il Signore lo proclama qui in opera anche nel modo di procedere di Dio.

PASSI PARALLELI

Luca 19:9; 23:43; Isaia 62:12; Giovanni 4:34-35; Atti 9:1-16; Romani 10:20-21

Efesini 2:3-6; Tito 3:3-7

Isaia 40:10-11; 46:3-4; 63:9; Michea 5:4; Efesini 1:19-20; 2:10; 3:7; 1Tessalonicesi 1:5

2Timoteo 2:26; 1Pietro 1:5

Luca 15:23-24,32; Isaia 53:10-11; 62:5; Geremia 32:41-42; Ezechiele 18:23; 33:11

Michea 7:18; Sofonia 3:17; Giovanni 15:11; Ebrei 12:2

Luca 15:7,10,24; 2:13-14; Isaia 66:10-11; Giovanni 3:29; 15:14; Atti 11:23; 15:3

Filippesi 1:4; 2:17; 4:1; 1Tessalonicesi 2:19; 3:7-9

Salmi 119:176; 1Pietro 2:10,25

7 7. lo vi dico, che così vi sarà letizia in cielo per un peccatore penitente,

Benché la forma di questa parabola non permetta di descrivere l'effetto prodotto sul peccatore dalla carità del buon pastore verso di lui, quell'effetto è chiaramente indicato dalla parola penitente, e corrisponde a quanto vien detto più appieno del figlio prodigo. Di questo peccatore penitente Gesù dice, come gli amici e i vicini del pastore dividono la sua gioia, così la gioia del Salvatore è divisa da tutti gli abitanti del cielo, dalle gloriose persone della Trinità, dagli angeli, e dagli spiriti dei giusti fatti perfetti. Al ver. 10 Gesù varia così l'espressione: «Vi sarà allegrezza appo gli angeli di Dio ecc.». Che l'Iddio trino ed uno prenda diletto della conversione del peccatore è conseguenza naturale del piano maraviglioso che egli stesso ideò per effettuarla Giovanni 3:16; ma ne abbiamo prove dirette dalle sue stesse parole in Ezechiele 33:11; Geremia 31:18-20, ed altri passi consimili. Che il passaggio di un peccatore dalla morte alla vita diffonda allegrezza fra gli eserciti angelici non può maggiormente esser messo in quistione, quando ci ricordiamo che essi sono tutti «spiriti ministratori, mandati a servire per amor di coloro che hanno ad eredar la salute» Ebrei 1:14. E siccome i santi glorificati sono «sempre col Signore», non può esser temerario il credere che essi partecipano alla gioia che una tale notizia diffonde nei cortili celesti. Le parole essendo in tempi diversi al ver. 7 e al 10 dànno qualche ragione di supporre che vi sono due occasioni in cui questa gioia è sentita in cielo, cioè al momento in cui accade nel peccatore il grande cambiamento salutare, mediante la sua unione con Cristo, e novamente quando, terminata la guerra terrena, egli «entra nella gioia del suo Signore». Si desume generalmente dalle espressioni di questi due versetti che gli angeli nell'esercizio delle loro inerenti facoltà conoscono in qualche modo le conversioni delle anime umane in terra, e la Chiesa Romana ha fatto capitale di questi versetti in favore delle preghiere indirizzate agli angeli e ad altri spiriti creati. Ma le parole del Salvatore Luca 15:10 non dànno appoggio alcuno a tali idee. La gioia degli angeli ben lungi dall'originare in una loro specie di onniscienza subordinata, è, nella sua origine, interamente indipendente da casi, e solo mostrata nella loro presenza, perché essi possano essere partecipi. Così nel caso della pecora, come in quello della dramma, questa gioia ebbe la sua prima origine in colui che ritrovò le cose perdute, il quale poi chiamò gli amici e i vicini a prendervi parte. E siccome l'applicazione nei versetti 7 e 10 comincia con così, nello stesso modo, è chiaro che questa gioia divina ebbe la sua origine nel trono di Dio e di là si sparse fra gli eserciti celesti. Colui che ha salvato il peccatore se ne rallegra e lo fa noto ai suoi servitori, invitandoli a dividere la sua gioia. L'abituale solenne affermazione colla quale Gesù annunzia l'effetto prodotto in cielo dalla conversione di un peccatore ci dimostra che egli parla come testimone oculare di cose che conosce, e come interprete dei pensieri di Dio.

più che per novantanove giusti che non han bisogno di penitenza.

Il sapere chi sieno questi novantanove giusti ha dato luogo a molte supposizioni. Chi vede in essi gli angeli che non han mai peccato; chi gli abitanti di altri mondi rimasti immuni di caduta; chi i santi ora in gloria, che non peccano più. Trench ci vede i membri della Chiesa dell'Antico Testamento, i quali possedevano giustizia legale, benché non fossero arrivati alla giustizia dell'evangelo, come se questi non avessero bisogno di penitenza dinanzi a Dio! Diodati nelle sue Annotazioni li definisce «i fedeli perseverati nella lor santificazione, senza alienarsi da Dio per alcun grave peccato, che richieda speciale riconciliazione e conversione». Secondo altri, le novantanove pecore rappresentano i veri figli di Dio in terra, i quali non hanno bisogno di conversione, perché già hanno sperimentato quel cambiamento e son salvi dalla condanna per Cristo, benché abbisognino di pentimento per i loro errori giornalieri. Ma è stata messa avanti un'interpretazione di queste parole, assai preferibile secondo noi a tutte l'altre, perché consuona esattamente coi sentimenti di quelli cui esse erano rivolte, cioè che il nostro Signore non parla qui di gente assolutamente giusta, ma allude ironicamente a quelli che, come i Farisei ed altri Giudei, sicuri della propria giustizia, si lusingano di esser senza colpa agli occhi di Dio, epperciò una sorgente per lui di gioia e di allegrezza. La credenza, il contegno, il carattere di quei Farisei sono esattamente dipinti in queste parole di Gesù. Essi «confidavano in loro stessi d'esser giusti e sprezzavano gli altri» Luca 18:9; consideravano se stessi come non avendo bisogno di pentimento; «giustificavano se stessi davanti agli uomini», e si credevano tanto perfetti che gli occhi di Dio non potessero scoprire colpa alcuna in loro Luca 18:11-12; in una parola erano appieno convinti di essere per l'Altissimo speciali oggetti di compiacimento e di gioia. Gesù li accerta che sbagliano, che, se anche la loro giustizia fosse completa e perfetta come se la figuravano, essa ecciterebbe in cielo minore entusiasmo di gioia che non il ritorno a Dio di un solo di quei peccatori da, essi messi al bando della società. La ragione della grandezza di questa gioia per un peccatore salvato nasce dall'esser stata la sua salvezza in apparenza inaspettata, difficilissima, disperata, epperciò eccitante la più viva ansietà. Così il cuore di un parente sente maggiore allegrezza per i primi sintomi di guarigione che egli osserva in un bambino malato a morte, che per tutti gli altri che stanno in buona salute. Questa parabola risponde direttamente alla obiezione: «Costui riceve i peccatori». I Farisei tendevano ad insinuare che il Messia doveva associarsi solo coi buoni ed evitare i malvagi; ma egli insegna loro che la salvazione dei malvagi cagiona la maggior gioia in cielo e che se essi fossero veramente giusti, se i loro cuori cioè battessero all'unisono con quello di Dio, essi non sarebbero meno di lui ardenti nel ricercare «le pecore perdute della casa d'Israele».

PASSI PARALLELI

Luca 15:32; 5:32; Matteo 18:13

Luca 15:29; 16:15; 18:9-11; Proverbi 30:12; Romani 7:9; Filippesi 3:6-7

8 Parabola della dramma perduta, Luca 15:8-10

8. Ovvero, qual'è la donna, che avendo dieci dramme, se ne perde una, non accenda la lampana, e non ispazzi in casa, e non cerchi studiosamente, finché l'abbia trovata? 9. E, quando l'ha trovata, non chiami insieme le amiche, e le vicine dicendo: Rallegratevi meco; perciocchè io ho trovata la dramma, la quale io avea perduta? 10. Così, vi dico, vi sarà allegrezza appo gli angeli di Dio per un peccatore penitente.

Le dieci dramme che costituivano tutti i risparmi di quella donna erano uguali a dieci denari romani ossia L.it. 8, una dramma valeva dunque 80 centesimi. Col cambiamento del sesso della persona che cerca, e della natura della roba perduta, questa parabola è la stessa che l'altra; ed ai Farisei inculcava la stessa grande lezione del valore delle anime che periscono, e della gioia provata nei cieli per la loro salvezza. Per molti scrittori la donna rappresenta lo Spirito Santo o la Chiesa; ma la somiglianza di costruzione e l'intenzionale ripetizione delle stesse parole in questa e nella precedente parabola ci conduce a concludere che le persone che in entrambe ricercano e ritrovano le cose perdute, rappresentano tutte e due lo stesso cercatore degli uomini perduti, il Signor Gesù Cristo. Non possiamo trovare, come fanno alcuni, un senso allegorico alla donna, al numero dieci, alla lampada accesa, allo spazzar la casa, ecc. Crediamo che queste non sono se non le circostanze accessorie di un racconto, inteso ad imprimere più fortemente e sotto nuova forma, nella memoria, la grande verità che Cristo ha cura dei peccatori e si diletta nel salvarli. Due valenti critici moderni hanno indicato due tratti che distinguono questa parabola dalla precedente, val la pena di notarli, benchè sieno più ingegnosi che di peso.

1. Godet suggerisce che siccome non è la compassione ma l'interesse che anima questa donna nella sua ricerca, così l'amor di Dio vien qui rivelato sotto una forma tutta nuova. Il peccatore non è più solamente ai suoi occhi un essere sofferente come la pecora, ma è una creatura preziosa, fatta alla sua imagine, una sua proprietà la cui perdita fa un voto nel suo tesoro. Egli lo ama, perchè prezioso al suo cospetto.

2. Coll'idea che la ripetizione della lezione contenuta nella prima parabola deve essere stata necessaria per introdurvi qualche insegnamento che quella non poteva presentare, Arnot lo scuopre nella diversa natura della cosa perduta e ritrovata in ciascuna. «Siccome la pecora», dice egli, «è perduta per il proprio atto e volere, e la moneta per il proprio peso ed inerzia, così, negli uomini caduti, il peccato è al tempo stesso attivo e progressivo. I peccatori scelgono il proprio corso, e vanno errando per propria decisione; essi pure gravitano verso il male in virtù di una corruzione innata, che agisce come legge nelle loro membra».

Però, lo scopo principale della parabola si è, col rifondere la forma del racconto, di fissar maggiormente nel cuore degli uditori lo zelo di Cristo per la salvezza dei peccatori, nonchè il notevole contrasto fra la gioia di Dio e dei suoi angeli per un peccatore salvato, e l'avversione crudele dei Farisei che non avrebbero mosso un dito per ritirarlo dall'inferno.

PASSI PARALLELI

Luca 19:10; Ezechiele 34:12; Giovanni 10:16; 11:52; Efesini 2:17

Luca 15:6-7

Luca 2:1-14; Ezechiele 18:23,32; 33:11; Matteo 18:10-11; 28:5-7; Atti 5:19; 10:3-5

Ebrei 1:14; Apocalisse 5:11-14

Luca 7:47; 13:5; 2Cronache 33:13-19; Matteo 18:14; Atti 11:18; 2Corinzi 7:10; Filemone 15

11 

Parabola del Figliuol Prodigo, Luca 15:11-32

11. Disse ancora: Un uomo avea due figliuoli.

Questa parabola, per la sua sublimità, completezza e beltà suprema, venne a ragione, chiamata la perla e la corona di tutte le parabole della Scrittura. Sola quella del «Seminatore» può venirle paragonata per la comprensiva completezza del disegno, e la chiara finitezza dei dettagli. Completa, le precedenti. In quelle vengono specialmente dipinti l'amore e lo zelo del Salvatore nel cercare e salvare il peccatore perduto; questa ci presenta l'effetto prodotto dallo Spirito Santo sul peccatore medesimo, facendogli comprendere che così maravigliosa carità è destinata anche a lui; come pure il contrasto fra l'accoglienza che riceve da Dio e quella che gli fanno i Farisei. Il padre qui rappresenta Dio, nostro padre celeste, non Cristo, che sempre si presenta a noi come Figlio, benché spesso pure come un padrone od un signore. I due figli non rappresentano, come suppongono alcuni, gli angeli e gli uomini. I sentimenti del fratello maggiore sono in sì flagrante contradizione con quelli attribuiti agli angeli Luca 15:10, che è incredibile come mai una tal supposizione sia venuta in mente a persone ragionevoli. Né possono rappresentare, come altri sostengono, i Giudei ed i Gentili, classificazione che includeva tutti gli abitanti della terra ai tempi di Cristo; perché a quel tempo l'ammissione dei Gentili nella Chiesa di Dio, per formare una sola famiglia coi Giudei, era un mistero che neppure i discepoli potevano ancora intendere. «Di più adottata una tale interpretazione», dice Alford «i Gentili, a rigor di termini, sarebbero il fratello maggiore, i Giudei non essendo fatti superiori agli altri popoli che 2000 anni dopo la creazione». I due figli rappresentano esattamente i due partiti che Cristo avea di fronte, entrambi appartenenti alla stessa famiglia, come figliuoli di Abrahamo, e queste parabole ebbero in vista prima di tutto la loro istruzione. Il figlio maggiore sta pei Farisei, gonfi di propria giustizia, il minore pei pubblicani e pei peccatori. Questo non toglie punto che il figlio minore sia pure il tipo di tutti i peccatori non convertiti, ed il suo ritorno alla casa paterna l'emblema del vero pentimento; anzi di necessità ne viene una tale conclusione. Oosterzee osserva giustamente che «a rigor di termini, entrambi erano figli prodighi: uno rovinato dal peccato che lo avvilisce, l'altro dalla propria giustizia che lo acceca».

PASSI PARALLELI

Matteo 21:23-31

12 12. E il più giovane di loro disse al padre: Padre, dammi la parte de' beni che mi tocca. E il padre spartì loro i beni.

Dai Luca 15:12-19 abbiamo la prima parte della storia del figliuol prodigo, e la si può dividere in tre,

1. suo peccato;

2. la sua miseria;

3. il suo pentimento.

La legge Giudaica non permetteva ad un padre di disporre del suo patrimonio a capriccio: ne dovea far porzioni uguali, di cui due per il primogenito, ed una per ciascuno degli altri suoi figli Deuteronomio 21:16-17. Niente però nel codice civile degli Ebrei dava ad un figlio il diritto di chieder la sua porzione, mentre viveva tuttora il genitore. In questo caso, il padre, con singolare abnegazione, sacrificò sé stesso per amor di suo figlio (il che rende tanto più vile la condotta di questi), e dividendo i suoi beni a norma di legge, ritenne in poter suo la parte che dovea spettare un giorno al primogenito, dando fin d'allora al più giovane quella che toccava a lui. La sua domanda rivela nel fratello minore egoismo non solo, ma pure mancanza di amore pel padre, impazienza dei ritegni della casa paterna, e smodato amore di indipendenza. In senso spirituale, quella domanda esprime il desiderio dell'uomo carnale di scuotere il giogo di Dio, di divenir Dio a sé stesso, e di disporre della vita sua a proprio piacere e pel proprio conto. Questo è il peccato per eccellenza, da cui vengon tutti gli altri. Come il padre accordò al figlio la sua richiesta, così Iddio abbandona il peccatore ai desiderii del proprio cuore Salmi 81:13; Romani 1:28, finché egli non sia condotto in sull'orlo della distruzione, avendo già fin dal principio stabilito di ricondurlo a pentimento ed a vita. «Quando il servizio di Dio più non gli pare libertà perfetta, e l'uomo si promette qualcosa di meglio altrove, gli vien concesso di farne la prova, ed una dura sperienza lo convincerà tosto che la sola vera libertà è quella che si trova nel servire a Dio; che l'allontanamento da lui non è un liberarsi da ogni giogo, bensì scambiarne un leggiero per un pesantissimo; lasciare, un dolce Signore per mille tiranni imperiosi» (Trench).

PASSI PARALLELI

Deuteronomio 21:16-17; Salmi 16:5-6; 17:14

Marco 12:44

13 13. E, pochi giorni appresso, il figliuol più giovane raccolta ogni cosa, se ne andò in viaggio in paese lontano;

Per quanto sospetta la sua domanda, il padre doveva sperare che egli si stabilisse poco lontano dalla casa paterna, e cominciasse a lavorar per proprio conto, ma presto fu disingannato. Non era sotto gli occhi del padre che poteva viver la vita che sospirava; altra alternativa non gli rimaneva che di convertire in denaro o in gioie la sua parte di beni, e andarsene lontano per poter fare il piacer suo senza tema di interruzioni e di rimproveri, e così ei fece.

e quivi dissipò tutte le sue facoltà, vivendo dissolutamente

L'avverbio dissolutamente, non si trova altrove nel N. T.; ma che significhi nella lussuria, o nella deboscia lo sappiamo non solo dalla definizione datane dal fratello maggiore Luca 15:30, ma pure dai passi nei quali il nome è usato, Vedi Efesini 5:18; Tito 1:6; 1Pietro 4:4. Denaro e salute presto si consumano nella fiamma della lussuria. La completa dissipazione dei suoi beni rappresenta la libertà umana spinta ai suoi limiti più estremi, ed il «paese lontano» ove fuggì è l'emblema dello stato dell'anima che è andata errando sì lungi, che non le si affaccia neppur più il pensiero di Dio. Egli è solo quando uno è o si crede lontano da Dio, che ardisce dar libero corso ai suoi vizii; e per conseguenza quelli che sono decisi a vivere nel peccato allontanano da sé il pensiero di Dio, per non venire interrotti nei loro piaceri.

PASSI PARALLELI

2Cronache 33:1-10; Giobbe 21:13-15; 22:17-18; Salmi 10:4-6; 73:27; Proverbi 27:8

Isaia 1:4; 30:11; Geremia 2:5,13,17-19,31; Michea 6:3; Efesini 2:13,17

Luca 15:30; 16:1,19; Proverbi 5:8-14; 6:26; 18:9; 21:17,20; 23:19-22; 28:7; 29:3

Ecclesiaste 11:9-10; Isaia 22:13; 56:12; Amos 6:3-7; Romani 13:13-14; 1Pietro 4:3-4

2Pietro 2:13

14 14. E, dopo che ebbe spesa ogni cosa, una grave carestia venne in quel paese, talché egli cominciò ad aver bisogno.

Dio manda, nella sua provvidenza, la fame in quel lontano paese, appunto quando il figlio prodigo maggiormente ne doveva sentire il rigore, avendo speso ogni soldo che aveva; era questo un primo appello a tornare a casa! Ma il suo orgoglio ancora non è vinto; la sua fiducia nelle proprie risorse non è esaurita. I rimproveri e i terrori della coscienza di rado conducono subito il peccatore alla porta del perdono; troppo spesso indurano il suo cuore, facendovi nascere amari sentimenti verso Dio, e lo spingono a provare successivamente varii altri modi per ottener sollievo.

PASSI PARALLELI

2Cronache 33:11; Ezechiele 16:27; Osea 2:9-14; Amos 8:9-12

15 15. E andò, e si mise con uno degli abitatori di quella contrada, il quale lo mandò a' suoi campi, a pasturare i porci.

La parola si accostò, si allogò, sembra indicare che l'uomo cui si rivolse non lo voleva ricevere, e solo in seguito alla urgente sua preghiera lo mise al più vile uffizio della, sua casa, quello di porcaro. Anche i Gentili disprezzavano tali persone per il loro impiego. Erodoto ci dice che i soli porcai venivano esclusi dai templi egiziani, e che anche i più vili fra il popolo ricusavano di imparentarsi con loro. Siccome poi la legge mosaica dichiarava i porci immondi, e malediva chiunque si dava ad allevarli, il Signore non poteva presentare ai suoi uditori una caduta più terribile, una degradazione più profonda, che quella del figlio minore di una ricca ed onorata casa israelitica ridotto a custodire i porci per un incirconciso. Or siccome le cose spirituali eccedono di gran lunga quelle carnali, la degradazione del figlio prodigo simboleggia una caduta ben più grande e ben più terribile, quando cioè colui che fu creato ad immagine di Dio, e trattato come suo figlio, è incatenato dalle proprie, passioni e fatto schiavo di Satana. In questo degradante asservimento di un giovane Israelita sotto un Gentile, non possiamo se non vedere, insieme con Godet, un'allusione ai pubblicani giudei al servizio del potere romano.

PASSI PARALLELI

Luca 15:13; Esodo 10:3; 2Cronache 28:22; Isaia 1:5,9,10-13; 57:17; Geremia 5:3; 8:4-6

Geremia 31:18-19; 2Timoteo 2:25-26; Apocalisse 2:21-22

Luca 8:32-34; Ezechiele 16:52,63; Nahum 3:6; Malachia 2:9; Romani 1:24-26; 6:22; 1Corinzi 6:9-11

Efesini 2:2-3; 4:17-19; 5:11-12; Colossesi 3:5-7; Tito 3:3

16 16. Ed egli desiderava d'empiersi li corpo delle silique, che i porci mangiavano; ma niuno gliene dava.

silique erano i baccelli del carrubo, Ceretonia siliqua di Linneo, così chiamati perché somiglianti ad un corno, Quest'albero abbonda nell'Europa meridionale e nell'oriente. Divien molto grosso e produce baccelli piatti e sottili lunghi da 15 a 20 centimetri, con una polpa dolcigna, e dei semi che l'uomo non può mangiare. I baccelli stessi vengon talvolta mangiati dai più poveri abitanti della Palestina e della Siria, ma servono generalmente a ingrassare i maiali. È pur chiamato l'albero delle locuste, e pane di S. Giovanni, a motivo della tradizione fratesca che Giovanni Battista non viveva veramente di locuste, bensì del frutto di quest'albero. Mandato ai campi o nei boschi dove i porci dovean campar di quel che trovavano, interamente negletto dal suo padrone, che non gli provvedeva nemmanco il cibo più meschino, né trovando alcuno che, avesse un po' più compassione di lui, altra alternativa, non gli restava che di mangiare il cibo dei porci (che poteva bensì attutire, ma non saziare la sua fame), o morir d'inedia. Secondo Oosterzee, indicherebbe che la crudeltà del padrone trattenevalo dal riempiersi il corpo di silique: ma questo non è probabile, poiché egli era nei campi fuori dalla vista di lui. In questo suo vano conato di riempirsi il corpo colle silique, vediamo l'immagine del peccatore che cerca indarno di dissetar l'anima, sua, sciogliendo la briglia ai suoi appetiti carnali. «Niuno glie ne dava». Nessuno dei suoi compagni di prima, che lo avean corteggiato ed eran vissuti a spese sue, al tempo della sua spensieratezza, gli stese una mano soccorritrice in quella dura estremità. Come son vere le parole di Salomone: «Chi va, dietro agli uomini da nulla sarà saziato di povertà». «Non esser dei bevitori di vino, né dei ghiotti mangiatori di carne. Perciocché l'ubriaco ed il ghiotto impoveriranno, e il sonnecchiare farà vestire stracci» Proverbi 38:19; 23:20-21. Il prodigo è ora rovinato al fondo d'ogni miseria; perisce senza che alcuno ne abbia compassione; è solo nel mondo, e sta per sparirne senza lasciar traccia di sé; vero tipo del peccatore, che raccoglie come conseguenze del peccato la vergogna e la più completa miseria. Ma gli è quando, maggiore il bisogno dell'uomo, che vien per Dio il momento di agire. Ci vollero le carceri di Babilonia per rompere lo spirito altero di Manasse, e condurlo a pentimento 2Cronache 33:11-12, e per molti peccatori occorre la perdita della salute o dei beni terreni per convincerli che «il procedere dei perfidi è duro» Proverbi 13:15, e che nessuno «si è mai indurato contro a Dio ed è prosperato» Giobbe 9:4.

PASSI PARALLELI

Isaia 44:20; 55:2; Lamentazioni 4:5; Osea 12:1; Romani 6:19-21

Salmi 73:22

Salmi 142:4; Isaia 57:3; Giona 2:2-8

17 17. ora, ritornato a se medesimo,

Fin qui il Signore ha messo dinanzi ai suoi uditori il peccato e la miseria del figliuol prodigo, ora comincia a descrivere il suo pentimento. L'ora più nera della notte è quella che precede l'aurora. Fu lo stato suo disperato che lo condusse a pensare alla casa che avea abbandonata. «La tua malvagità ti castigherà, e i tuoi sviamenti ti condanneranno, e tu saprai e vedrai che egli è una mala ed amara cosa che tu abbia lasciato il Signore Iddio degli eserciti» Geremia 2:19. Tutto il tempo che visse dissolutamente, era stato trasportato da una specie di follia che impediva ogni seria riflessione; ora è tornato in sé, come chi è stato inebriato, o svenuto, o insano, o posseduto dal diavolo. «È un tratto distintivo della follia», dice Arnot, «che la sua, vittima non conosce e non confessa la sua insanità, finché quella non sia passata; solo quando è "ritornata a se medesima" scuopre di essere stata fuori di sé». Così fu di questo giovane; il primo suo atto, una volta guarito della sua follia, fu di riflettere, sotto l'influenza di una coscienza risvegliata, sulla sua vita passata, sull'abbandono della casa paterna, sulla susseguente vita d'infamia, e sulla disperata condizione cui quella l'avea ridotto. Questa rivista del passato lo riempì di disgusto e di vero pentimento; per grazia di Dio non era troppo tardi per lui. Il più terribile tormento dei dannati, quello che invero costituirà il loro stato di tormento sarà di ritornare a, se, medesimi quando l'ora del pentimento sarà passata per sempre.

disse: quanti mercenari di mio padre han del pane largamente, ed io mi muoio di fame:

A misura che costata la fame, la nudità, la vergogna della presente sua posizione, gli torna, per contrasto, in mente la sorte felice di quelli che tengono anche i posti più umili in casa di suo padre; essi non si cibavano di silique come lui; v'era pane a sufficienza per tutti; anzi sarebbe bastato all'occorrenza anche per altri servi. Qual follia era stata la sua di abbandonare una tal casa! E perché morrebbe egli ora d'inedia, mentre c'era anche pei più umili tanta abbondanza in casa di suo padre? Questo suo tornare in sé indica quel salutare convincimento di peccato che è la prima operazione dello Spirito Santo nella conversione del peccatore, e lo conduce all'odiare le sue vie passate al vero pentimento. Finché, questo non sia stato fatto, non si può sperare che ritorni a Dio, mediante la fede nella propiziazione del gran Mediatore.

PASSI PARALLELI

Luca 8:35; 16:23; Salmi 73:20; Ecclesiaste 9:3; Geremia 31:19; Ezechiele 18:28; Atti 2:37; 16:29

Atti 16:30; 26:11-19; Efesini 2:4-5; 5:14; Tito 3:4-6; Giacomo 1:16-18

Luca 15:18-19; Lamentazioni 1:7

18 18. io mi leverò, e me ne andrà a mio padre, e gli dirò: Padre, io ho peccato contro al cielo, e davanti a te; 19. E non sono più degno d'esser chiamato tuo figliuolo; fammi come uno de' tuoi mercenari. 20. Egli adunque si levò, e venne a suo padre;

In molti casi, oimè! il pentimento non va più in là del rimorso per il passato, e di un indefinito desiderio di vivere un vita migliore, che Satana presto «toglie via», perché non lo si mette subito in pratica. Ma pel figliuol prodigo la cosa prese tutt'altro aspetto; il contrasto fra la propria miseria e l'abbondanza della casa paterna lo condusse ad una pronta risoluzione. Il suo pentimento era genuino, senza tentativo di palliare la mala sua vita. Era pronto a confessare di avere oltraggiato non solo il padre, ma Iddio stesso, colla sua condotta. Il suo orgoglio era vinto; servire uno straniero! perché non cercare un posto consimile nella casa paterna? Era nata in lui la vera umiltà, ed egli sentivasi indegno di riempire anche il posto di un servo; aveva al tempo stesso preso possesso del cuor suo la fede nella compassione di suo padre e nella prontezza ad accordargli la sua domanda. Risolvette dunque di ribatter la strada della casa che avea abbandonata, e senza un momento d'indugio, mette la sua risoluzione in pratica e parte. Non solo parte subito, ma parte qual'era: macilente, nudo, cencioso, affamato! Non indugia (come per ignoranza sono tentati di fare tanti peccatori risvegliati) finché abbia potuto rendersi in qualche modo degno di riprendere in famiglia il suo posto di prima; ma viene dal padre, bisognoso di ogni cosa, affinché dalla pienezza di lui possano venire soddisfatti tutti i suoi bisogni. In breve, il suo pentimento è qui descritto nei suoi tratti caratteristici come una completa rivoluzione in conoscenza, sentimenti, volontà, e susseguente condotta. Nella descrizione dataci in questi versetti della condotta del figliuol prodigo, vediamo i varii stadii in cui si divide la conversione dei peccatori, e sono: il sentimento profondo ed invincibile del peccato in tutte le sue forme, in tutti i suoi pericoli; il vero dolore di averlo commesso; la certezza della misericordia di Dio in Cristo; e la fede che prende possesso di Cristo come di un Salvatore perfetto, e di Dio come un Dio riconciliato in lui. Gli è questo sapere e comprendere che Dio è disposto a mostrar misericordia, che costituisce la differenza fra il rimorso di Giuda ed il pentimento a vita di Pietro. Per qual segreto e soprannaturale potenza sul cuore venga operato questo cambiamento nelle vedute e nei sentimenti del peccatore, questa parabola non lo dice, né potrebbe dirlo senza un'incongrua e confusa mistura della similitudine e della cosa figurata, della storia esterna e della realtà nascosta sotto di essa, ma noi lo sappiamo da 1Corinzi 15:10; Filippesi 2:13. Lo scopo principale della parabola è di presentarci l'accoglienza affettuosa nella casa paterna del più grande dei peccatori.

20 ed essendo egli ancora lontano, suo padre lo vide, e n'ebbe pietà; e corse, e gli si gittò al collo, e io baciò.

I versetti 20-24 ricordano la gioia e, la bontà con cui il povero prodigo fu ricevuto dal suo padre, il quale non solo lo aspettava ansiosamente, ma stava spiando il suo ritorno. Egli era ancora lontano quando l'occhio del padre lo scorse e lo riconobbe. La compassione, la gratitudine, la, gioia erano troppo potenti in quel cuore di padre, perché aspettasse l'arrivo, le preghiere, le confessioni del figlio; affinché non rimanesse indietro per timore, corre ad incontrarlo, e col caldo suo abbraccio gli dà piena certezza di completo perdono, prima ancora che egli abbia pronunziato una sola parola. Nelle parole di Cristo si versa il cuore di Dio! Con quale esattezza questo quadro corrisponde con quello che Dio stesso ha detto di Efraim penitente! Geremia 31:20. Dice Godet: «Dio ode il più debole sospiro verso il bene, che sfugge al cuore dell'errante; e se questi fa un passo verso di lui, Dio ne fa dieci per incontrarlo, per mostrargli qualche cosa del suo amore». In tal guisa, Dio si avvicinava mediante il suo Figliuolo Gesù Cristo, ai pubblicani lì presenti. Questi pegni di profonda affezione paterna rivelano la verità che Dio, il quale discerne le più intime emozioni del cuore del peccatore verso il pentimento, le incorona e le benedice, svegliandovi il sentimento e la coscienza della sua grazia e del suo buon volere; cosicché il peccatore possiede una esperienza benedetta della affezione di suo Padre, e da quella vien confermato nella sua fede e nella sua speranza.

PASSI PARALLELI

1Re 20:30-31; 2Re 7:3-4; 2Cronache 33:12-13,19; Salmi 32:5; 116:3-7

Geremia 31:6-9; 50:4-5; Lamentazioni 3:18-22,29,40; Osea 2:6-7; 14:1-3; Giona 2:4; 3:9

Luca 11:2; Isaia 63:16; Geremia 3:19; 31:20; Matteo 6:9,14; 7:11

Luca 18:13; Levitico 26:40-41; 1Re 8:47-48; Giobbe 33:27-28; 36:8-10; Salmi 25:11

Salmi 32:3-5; 51:3-5; Proverbi 23:13; Matteo 3:6; 1Giovanni 1:8-10

Luca 15:21; Daniele 4:26

Luca 5:8; 7:6-7; Genesi 32:10; Giobbe 42:6; 1Corinzi 15:9; 1Timoteo 1:13-16

Giosuè 9:24-25; Salmi 84:10; Matteo 15:26-27; Giacomo 4:8-10; 1Pietro 5:6

Deuteronomio 30:2-4; Giobbe 33:27-28; Salmi 86:5,15; 103:10-13; Isaia 49:15; 55:6-9

Isaia 57:18; Geremia 31:20; Ezechiele 16:6-8; Osea 11:8; Michea 7:18-19; Atti 2:39

Efesini 2:13,17

Genesi 33:4; 45:14; 46:29; Atti 20:37

21 21. E il figliuolo gli disse: Padre, io ho peccato contro al cielo, e davanti a te, e non sono più degno d'esser chiamato tuo figliuolo.

Benché già conscio del perdono paterno, il figliuolo non si ristà dal confessare il suo peccato; anzi lo riconosce tanto più volentieri che più si sente amato. Di quel peccato il Padre non avea detto verbo; ma egli lo vuol confessare, come ora lo vede, in tutta la sua laidezza, dinanzi a Dio e dinanzi a suo padre. Più il peccatore prova e gusta l'amor di Dio, più gli duole di averlo offeso Ezechiele 36:25-31. Nella sua confessione, il figliuol prodigo segue esattamente il piano che si era fissato quando avea deciso di alzarsi e di andar da lui, eccetto in un punto solo. Non dice nulla del suo desiderio di venire impiegato come mercenario, benché in alcuni MSS. questo sia stato copiato dal ver. 19, i copiati non comprendendo evidentemente il bel significato dell'omissione. Qual ne può esser la causa? Dobbiamo cercarla nella esuberante tenerezza del padre, che lo interruppe nel modo più benigno, non lasciando tempo al figlio di dir tutto ciò che voleva dire. Altri però la trovano nel fatto che lo spirito di servitù, che era nel suo cuore quando si risolse a far quella domanda, ne era stato bandito dalla esperienza dell'amore paterno, ed avea dato luogo allo spirito di adozione, sicché egli più non poté finire il discorso che avea cominciato. «La compiuta carità caccia fuori la paura!» Egli non poteva più chiedere il posto di un servo, perché, reclinando sul seno del padre, egli già occupava quello di un figlio.

PASSI PARALLELI

Luca 15:18-19; Geremia 3:13; Ezechiele 16:63; Romani 2:4

Salmi 51:4; 143:2; 1Corinzi 8:12

22 22. Ma il padre disse a' suoi servitori:

Questa parabola ha tre parole per dinotare i servi: misthioi ver. 17, servi presi e pagati a giornata Matteo 20:1 ecc., fra i quali il figliuol prodigo voleva essere annoverato; douloi, ver. 22, schiavi domestici che dimoravano nella casa per un tempo più o meno lungo; e paides, vers. 26, che erano forse impiegati nelle stalle, in sull'aia ecc. La menzione indiretta di queste varie specie di servi indica la ricchezza di quel padre.

portate quà la più bella vesta, e vestitelo, e mettetegli un anello in dito, e delle scarpe ne' piedi. 23. E menate fuori il vitello ingrassato, e ammazzatelo; e mangiamo, e rallegriamoci;

La profonda ed esuberante gioia del padre, presto si converte in atti; i servi son chiamati, al prodigo si toglie ogni vestigio della passata sua degradazione, egli indossa vesti ed onori conformi al rango di figlio di un ricco proprietario (letteralmente la prima veste, non vuol dire, come credono taluni, quella che egli portava prima di abbandonare la casa paterna, né il posto che essa occupava nel guardaroba, ma, come è chiaro dal testo, la più bella, la più preziosa di quelle che eran tenute in serbo per gli ospiti, vedi Note Matteo 6:19; Matteo 22:11). Sin dai primi tempi, le persone di rango usavano anche in Palestina degli anelli, come lo si vede nel caso di Giuda, Genesi 38:18; ma in quelli di Giuseppe, di Jezebel, di Aman, e di Mardocheo, l'anello o sigillo reale, loro affidato, era un emblema di autorità Genesi 41:42; 1Re 21:8; Ester 3:10; 8:2. L'anello posto in dito al figliuol prodigo può esser stato simbolo non solo della restituzione del suo rango, ma pure dell'autorità che egli dovea ricominciare ad avere in casa insieme al padre ed al fratello maggiore. Le scarpe non erano portate dai servi o dagli schiavi, il riceverne era dunque una nuova prova che egli ritornava ad occupare la sua posizione di prima. L'articolo prima del vitello ingrassato indica, non già che non ci fosse che quello nella stalla, ma che quello lo si ingrassava specialmente per qualche sacrifizio o qualche festa. Quasi tutti i commentatori antichi e moderni dànno un significato spirituale a ciascuno di questi doni conferiti al figliuol prodigo. La veste rappresenterebbe la giustizia di Cristo, di cui deve esser coperto il peccatore per ottenere il suo perdono da Dio. Qui la dottrina è senza dubbio ortodossa, ma la interpretazione è erronea, perché, in quanto al tempo, il peccatore deve già esser vestito di quella giustizia prima di avventurarsi alla presenza di Dio; ed è precisamente, perché egli è rivestito di quella giustizia per fede, che il Padre lo riceve amorevolmente. Se deve darsi alle vesti un senso spirituale, dovrebb'esser piuttosto quello della santificazione, il rivestire per parte dell'anima perdonata e accettata da Dio, delle varie grazie della vita divina, i frutti dello Spirito, i quali essi pure vengono paragonati a dei vestimenti Romani 13:12; Efesini 4:24; Colossesi 3:10. In tal caso troviamo un passo parallelo in Zaccaria 3:1-5. L'anello secondo questa interpretazione spirituale significa il suggello dello Spirito, e le scarpe sono una indicazione che il perdonato peccatore cammina in novità di vita; mentre l'ammazzare il vitello ingrassato, Origene, Girolamo ed Agostino (contradicendo in modo strano le summentovate spiegazioni), lo ritengono come un simbolo del sacrifizio di Cristo! Tali interpretazioni sono ingegnosissime, ma a parer nostro, non sono conformi alla mente di Cristo. Nessun significato simbolico dev'essere assegnato a ciascuno di questi articoli di vestiario o di ornamento: sono semplici accessorii del racconto, destinati a dare una più viva impressione del completo ristabilimento del figliuol prodigo nella sua posizione primiera, e della attività esuberante della gioia del padre. L'espressione della gioia del padre raggiunge il suo apice e si diffonde nella festa cui prendon parte con lui e col figlio minore tutti i servi della casa. Come il pastore e la donna nelle precedenti parabole, chiamarono i loro amici e vicini a rallegrarsi seco loro per aver essi trovato quello che avean perduto, così in questa il padre chiama tutti i membri della sua famiglia a dividere la gioia del suo cuore.

PASSI PARALLELI

Salmi 45:13; 132:9,16; Isaia 61:10; Ezechiele 16:9-13; Zaccaria 3:3-5; Matteo 22:11-12

Romani 3:22; 13:14; Galati 3:27; Efesini 4:22-24; Apocalisse 3:4-5,18; 6:11; 7:9,13-14

Apocalisse 19:8

Genesi 41:42; Ester 3:10; 8:2; Romani 8:15; Galati 4:5-6; Efesini 1:13-14; Apocalisse 2:17

Deuteronomio 33:25; Salmi 18:33; Cantici 7:1; Ezechiele 16:10; Efesini 6:15

Genesi 18:7; Salmi 63:5; Proverbi 9:2; Isaia 25:6; 65:13-14; Matteo 22:2-14

24 24. Perciocché questo mio figliuolo era morto, ed è tornato a vita; era perduto, ed è stato ritrovato. E si misero a far gran festa.

Qui vien letta, la raggione per cui il padre desidera che la sua gioia sia divisa da tutta la sua famiglia: egli avea considerato suo figlio come morto; il suo ritorno era dunque come una risurrezione dai morti; lo riteneva perduto per sempre, ed ecco, quando meno lo si aspettava, egli ricomparve! Non possiamo scoprire con certi scrittori un parallelismo fra le parole «egli era morto ed è tornato a vita», e la dramma perduta, cui né, vita né morte possono applicarsi; più naturale è quello fra le parole «era perduto ed è ritrovato», e la parabola della pecora smarrita. Tali parole corrispondono in modo molto calzante colla descrizione dataci in altre parti della Scrittura dello stato del peccatore prima e dopo la conversione. Lo stato di peccato è sempre considerato come uno stato di morte, e la conversione come un ritorno alla vita Matteo 8:22; Efesini 2:1; 1Timoteo 5:6; 1Pietro 2:25; 1Giovanni 3:14. La festa giuliva celebrata dal padrone e dalla sua famiglia ci riporta alla descrizione contenuta nei ver. 7 e 10 perché la gioia provata in quella casa corrisponde all'«allegrezza appo gli angeli di Dio per un peccatore ravveduto». Importa, sommamente ricordarci che chiunque, da questa parabola, conchiude che Dio accoglie i peccatori senza propiziazione, erra grandemente. L'idea che un mediatore non è necessario, perché non lo si trova specificamente rappresentato in questa parabola, proviene dall'erroneo concetto che ogni parabola deve contenere tutta quanta la verità evangelica. Nell'opera della grazia v'ha un lato divino ed un lato umano, ed entrambi non potevano venire al tempo stesso delineati in ciascuna delle parabole contenute in questo capitolo; perciò nelle due prime abbiamo rappresentato il lato divino di quell'opera, mentre in questa ne troviamo il lato umano, cosicché esse si completano a vicenda.

25 25. or, il figliuol maggiore di esso era, a' campi;

Nei vers. 25-30, troviamo un ritratto somigliantissimo degli Scribi e dei Farisei. Oosterzee suggerisce «che il visibile dispiacere dei Farisei per questa triplice ripetizione della stessa idea principale possa avere spinto il Signore a sviluppare l'allusione già fatta nei ver. 7 e 10, dipingendo nella condotta del figlio maggiore il loro proprio egoismo»; ma la menzione fatta fin dal ver. 11 di due fratelli dovea naturalmente destar fin dal principio l'aspettazione che a suo tempo anche il fratello maggiore verrebbe introdotto in sulla scena, ed eccolo infatti che viene a far la parte degli Scribi e dei Farisei. Sembra che fosse stato occupato nei campi, lontano dalla casa. Se fosse pel servizio del padre, o pel proprio piacere, non sappiamo; ma è probabile che seguisse i proprii piaceri ed interessi, pur persuadendosi che erano anche quelli del padre. «Ecco», dice Godet, «l'immagine del Fariseo, affaccendato nei suoi riti, mentre i peccatori penitenti si rallegrano nella luce della grazia. Ogni libero ed allegro impulso è abborrito dallo spirito formale del Farisaismo»

e, come egli se ne veniva, essendo presso della casa, udì il concerto, e le danze. 26. E chiamato uno de' servitori, domandò che si volesser dire quelle cose.

Non era pervenuta fino a lui nei campi notizia alcuna del mutamento avvenuto in casa a cagione del ritorno del penitente fratello, grande dunque fu la sua sorpresa, quando, avvicinandosi alla sua dimora, udì il canto e le danze ed altri evidenti segni di gioia. Danze miste dei due sessi erano, a quel tempo, come oggidì, cose ignote, nell'oriente; la figlia di Erodiade è una eccezione. I ballerini doveano essere, in questa occasione, o i servi della casa, o più probabilmente donne pagate, come se ne trovavano in ogni villaggio, pronte così a danzar nelle feste, come a piangere ai funerali Isaia 5:12; Matteo 9:23. Invece di entrar subito nella sala del festino, pronto a dividere di cuore la gioia di suo padre, qualunque ne potesse essere la causa, il figlio maggiore s'adombrò e chiamò uno dei servì per saper di che si trattasse.

PASSI PARALLELI

Luca 15:11-12

Luca 7:32; Esodo 15:20; 2Samuele 6:14; Salmi 30:11; 126:1; 149:3; 150:4; Ecclesiaste 3:4

Geremia 31:4

27 27. Ed egli gli disse: il tuo fratello è venuto, e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato; perciocché l'ha ricoverato sano e salvo. 28. Ed egli si adirò, e non volle entrare;

Notisi, nella risposta del servo, la squisita delicatezza del quadro. Non apparteneva ad uno nella sua posizione di esprimere i sentimenti del suo padrone in tale emergenza; semplicemente dice che il fratello più giovane è tornato sano e salvo e, quello che forse avea fatto maggiore impressione sulla sua mente, che il vitello ingrassato era stato ucciso in onore di quel fatto. Ben lungi dal simpatizzare con questa dimostrazione, l'invidia e la durezza, di cuore verso il fratello, l'indegnazione per il tenero amore di suo padre, la sorpresa e il dispiacere che una così gran festa fosse stata organizzata a sua insaputa, preser possesso del suo cuore, e pieno di egoismo egli voltò sdegnosamente le spalle alla casa paterna. Questa parte della parabola rappresenta l'accoglienza che il peccatore penitente riceve dai suoi simili, in contrasto con quella che riceve da suo Padre Matteo 18:27,30.

28 laonde suo padre uscì e lo pregava d'entrare.

Ben avrebbe potuto il padre adirarsi per tal condotta del figlio maggiore, come per un insulto fatto a lui stesso; ma, ben lungi da ciò, la stessa paterna compassione che lo spinse ad abbracciare il prodigo, lo conduce ora a rivolgere al fratello maggiore parole di affettuosa esortazione. Il figlio non voleva venire; il padre dunque si alza e va da lui. Così spiccano l'amore ed il perdono del padre, in contrasto colla completa mancanza di amore e di umiltà del figlio. L'atto del padre nell'uscire ad esortare suo figlio, è realizzato nella conversazione che il figlio di Dio, mandato dal Padre, teneva quell'ora stessa coi Farisei.

PASSI PARALLELI

Luca 15:30; Atti 9:17; 22:13; Filemone 16

Luca 15:23; 5:30; 7:39; 1Samuele 17:28; 18:8; Isaia 65:5; 66:5; Giona 4:1-3; Matteo 20:11

Atti 13:45,50; 14:2,19; 22:21-22; Romani 10:19; 1Tessalonicesi 2:16

Luca 13:34; 24:47; Genesi 4:5-7; Giona 4:4,9; 2Corinzi 5:20

29 29. Ma egli, rispondendo, disse al padre: Ecco, già tanti anni io ti servo, e non ho giammai trapassato alcun tuo comandamento;

Anziché cedere alle preghiere paterne, quest'uomo mette avanti duramente e senza rossore i motivi della sua ira. Il caro nome di padre, pronunziato con tanta emozione del figliuol prodigo, non gli esce dalle labbra. I due punti principali della sua risposta sono la sua inattaccabile giustizia, che merita le più alte ricompense, ed una accusa di ingiusta parzialità contro a suo padre. L'orgogliosa sua giustizia propria si manifesta nel fare il conto di tutti gli anni durante i quali egli avea fedelmente servito suo padre e nella sua pretesa di avergli prestato sempre perfetta ubbidienza. Così facendo, egli ci rivela che la sua è stata la vita di uno schiavo, non di un figlio; che l'osservanza dei comandamenti di suo padre non era scaturita da un cuore pieno di amore per lui, ma dal desiderio della ricompensa. Che fedele ritratto è questo del perfetto Fariseo! Lo schiavo, fino a quell'ora nascosto nel figlio, si tradisce col lamentarsi delle fatiche che ha dovuto sopportare; mentre che il suo criterio di perfetta ubbidienza si accorda perfettamente col vanto del Fariseo nel tempio: «O Dio, io ti ringrazio che non sono come, gli altri uomini». Tale è pure il concetto che si fanno tutti gli uomini irrigenerati della giustizia secondo la legge, sulla quale riposano le loro speranze di salute; essa è un lavoro nel quale chi faticosamente persevera meriterà una ricompensa. Per la propria sua natura, essa è totalmente priva delle delizie che appartengono unicamente alla sfera del gratuito amore di Dio: anzi lo scandalizzano le prove di quella delizia che vede nella condotta dei peccatori riconciliati con Dio. È degno di nota che la vanità del vanto di quest'uomo, che egli non aveva «giammai trapassato alcun comandamento» di suo padre, si vede dalla sua condotta in questa circostanza, perché se fosse stato fino a quell'ora così ubbidiente come pretendeva, sarebbe egli ora divenuto iracondo, ostinato, e colpevole di tali accuse contro suo padre?

e pur giammai tu non mi hai dato un capretto, per rallegrarmi co' miei amici;

Qui confessa apertamente che in tutti i suoi lavori è stato guidato non dall'affetto o dalla gratitudine, ma dalla speranza di una ricompensa che non ha mai ottenuta. Lo stare allegro cogli amici dev'esser considerato come un mero complemento della parabola, non già come un indizio che non gli piacesse stare in compagnia di suo padre, e perché i Farisei che egli rappresenta, pretendevano che tutti i loro amici erano amici di Dio. Egli s'inganna però sul senso di quella festa; essa non era data per far piacere al figlio prodigo; bensì per esprimere la gioia del padre, a motivo del suo ritorno.

PASSI PARALLELI

Luca 17:10; 18:9,11-12,20-21; 1Samuele 15:13-14; Isaia 58:2-3; 65:5; Zaccaria 7:3

Matteo 20:12; Romani 3:20,27; 7:9; 10:3; Filippesi 3:4-6; 1Giovanni 1:8-10; Apocalisse 3:17

Luca 15:7; 19:21; Malachia 1:12-13; 3:14; Apocalisse 2:17

30 30. Ma quando questo tuo figliuolo,

Niente potrebbe esprimere al pari di queste parole il supremo disprezzo ed odio pel suo fratello, e maraviglia per la pusillanimità del padre. "Sarà vostro figlio, se volete; ma io non lo riconoscerò mai come fratello". Tali erano precisamente i sentimenti ed il linguaggio dei Farisei verso i pubblicani e i peccatori» Luca 18:11.

che ha mangiati i tuoi beni colle meretrici,

Opposto sin dal principio alla cessione di una parte del patrimonio al fratello minore, protesta ora retrospettivamente contro questo fatto, esagerando la cosa, come, se il figlio prodigo avesse scialacquato tutta quanta la fortuna di suo padre, anziché la sola sua porzione Luca 15:12-13, e con malizia propensa, egli mette la cosa nel suo più brutto aspetto, svelando tutta la profligatezza del fratello. È probabile assai che il prodigo avesse mangiato il suo insieme a delle meretrici, però questo è una gratuita supposizione per parte di suo fratello; poiché egli non poteva aver conoscenza alcuna di quanto era accaduto in si lontano paese, ed ora la mette avanti, da figlio ribelle, per far comparire suo padre infatuato e pazzo.

e venuto, tu gli hai ammazzato il vitello ingrassato.

Qui abbiamo il secondo tratto della sua risposta, cioè l'accusa di parzialità e di ingiustizia portata contro a suo padre, e questa egli esprime sotto due forme; egli avea preferito il figlio prodigo, ritornato nella casa paterna al figlio che era sempre stato ubbidiente, attivo, e coscienzioso, e per il primo avea ucciso il vitello ingrassato, mentre al secondo non avea dato neppure un capretto, che però costava tanto meno in paragone. All'occhio suo invidioso parea che il padre desse molto a quest'altro che meritava poco, e poco a lui che meritava molto; che non solo trattava il figlio prodigo sul piede dell'uguaglianza con lui (il che era già un'ingiustizia), ma lo metteva al disopra di quel figlio che stimava se stesso modello di ogni virtù. V'era molta ingratitudine in questa accusa contro suo padre; perché non gli avea il padre assegnata la sua porzione al tempo stesso che a quell'altro? Non aveva egli sempre continuato a vivere lautamente nella casa paterna? non aveva egli diviso tutte le gioie di suo padre? Ci sia di ammonimento la condotta di quest'uomo. Siamo grati a Dio per i molti ed immeritati favori da lui, ricevuti, e non li troviamo piccoli, perché maggior grazia è stata mostrata ad altri.

PASSI PARALLELI

Luca 15:32; 18:11; Esodo 32:7,11

Luca 15:13,22-23

31 31. Ed egli gli disse: Figliuolo (teknon, parola più affettuosa di huios), tu sei sempre meco, ed ogni cosa mia è tua.

Ad onta del contegno poco rispettoso e dell'accusa indegna di un figlio ricordati nei precedenti versetti, il padre non se ne torna in casa adirato, ma continua a ragionare col figlio, respingendo la sua accusa di parzialità. Gli mostra che non c'era occasione di fare una festa speciale per lui, né di dargli qualche regalo particolare, poiché, tutto quanto il padre possedeva ancora era suo di diritto; egli dimorava di continuo nella casa come l'erede legittimo, sicché la sua vita era una festa perpetua ed ininterrotta. Ma ben altro era il caso quando il fare o il non fare una tal festa: doveva indicare al figliuol prodigo la natura della sua accoglienza. Ammesso che il figlio maggiore rappresenta gli Scribi e i Farisei ai cui mormorii il Signore risponde in questa parabola, come fossero applicate ad essi queste parole del padre? Solo riguardo al loro patto con Dio, quali discendenti di Abrahamo ed ai privilegi religiosi che erano allora i soli a godere. Erano sempre con Dio, poiché avevano in ogni tempo entrata appo lui, mediante i servizii del tempio; tutto quello che il Signore possedeva, per quanto spetta almeno ai privilegi esterni, apparteneva ad essi soli, poiché nessun altro popolo divideva tali privilegi con loro. Nel senso spirituale, il maggior numero di essi non erano figli di Dio, e, mediante le rimostranze del padre a suo figlio, il Signore mostra loro che se fossero stati giusti quanto pretendevano, si sarebbero rallegrati della conversione e della riconciliazione di altri con Dio, che non poteva recar loro danno alcuno. Lungi dal concedere che non abbiano bisogno di pentimento, col ritratto che fa di loro, li dichiara essi pure peccatori, e diversi dai pubblicani solo in quanto che non si pentivano e non abbandonavano i loro peccati Coll'irritarsi orgogliosamente per l'ammissione di altri nel regno di Dio, dimostravano senza saperlo, ma in modo evidente, di non esservi entrati essi per i primi. «Lo spirito che è soddisfatto di se stesso, che non si è umiliato dinanzi a Dio, e non sente amore per gli uomini, non ha parte con Cristo. È questo l'orgoglioso che Dio conosce da lontano, non l'umile che egli si diletta di onorare». (Arnot).

PASSI PARALLELI

Luca 19:22-23; Matteo 20:13-16; Marco 7:27-28; Romani 9:4; 11:1,35

32 32. or conveniva far festa, e rallegrarsi; perciocché questo tuo fratello era morto, ed è tornato a vita; era perduto, ed è stato ritrovato.

Quivi il padre chiaramente e pienamente dichiara al figlio maggiore, come già avea dichiarato alla sua casa, i motivi pei quali si rallegrava in quel, giorno per il prodigo ritornato nella casa paterna più che per quello che non l'avea mai abbandonata. «È una regola universale costatata e ricevuta nella esperienza umana, che quantunque un figlio che non è mai stato perduto non sia meno prezioso di quello che fu perduto eppoi ritrovato, i genitori provano una gioia più viva nel ricevere il figlio perduto, che nel continuo possesso di quello che essi non hanno mai perduto di vista». Egli è a questa regola che si riferisce (conveniva), di questo versetto; perché sarebbe stato interamente contrario alla natura umana, se al figlio perduto si fosse semplicemente detto di riprendere il suo posto, da tanto tempo vuoto nel cerchio della famiglia, senza alcun segno speciale di gioia per il suo ritorno. La parabola non ci dice qual sia stato il risultato delle esortazioni del padre né se il figlio maggiore si sia lasciato vincere da quelle o no. Questo è lasciato incerto di proposito deliberato. Siccome egli rappresentava una classe di individui che avrebbero potuto esser vinti essi stessi dal pentimento, Gesù la interrompe qui, e lascia che ognuno risponda pel proprio conto.

PASSI PARALLELI

Luca 7:34; Salmi 51:8; Isaia 35:10; Osea 14:9; Giona 4:10-11; Romani 3:4,19; 15:9-13

Luca 15:24; Efesini 2:1-10

RIFLESSIONI

1. Benché fermamente convinti che la retta esposizione di questa terza parabola trovasi nei rapporti reciproci dei Farisei e dei pubblicani, quali rappresentanti di due classi diverse di uomini, e non in quelli delle nazioni fra di loro, concediamo che vi sono alcuni punti di rassomiglianza fra la posizione e il portamento dei due fratelli, e quelli dei Giudei e dei Gentili. Ammesso per un momento, che la nazione giudaica è rappresentata dal fratello maggiore e i Gentili dal minore, è verissimo che questi ultimi si sono allontanati da Dio dopo il diluvio, e ne hanno raccolto tenebre, miseria e dura schiavitù sotto il giogo di Satana; è verissimo pure che incontrarono per parte dei Giudei una dimenticanza biasimevole per tutto il tempo che continuarono nel loro stato di degradazione pagana e disprezzo ed amarissimo odio quando cominciarono ad entrar nel regno di Dio per la fede, trattamento che contrasta colla gioia provata in cielo per ogni peccatore penitente. Oltre a questo, la rassomiglianza non va, perché storicamente i Gentili erano il fratello maggiore, i Giudei il minore; poiché Abrahamo, Gentile, fu dalla provvidenza di Dio scelto d'infra i suoi fratelli per divenir lo stipite di una nuova nazione, almeno 430 anni dopo il diluvio.

2. Il completo allontanamento del cuore umano da Dio, come vien dipinto sotto le figure della pecora errante, della dramma smarrita, e del figliuol prodigo, è la più profonda e la più universale infermità della nostra natura. Nella descrizione del figlio minore abbiamo un ritratto fedelissimo del cuore naturale, dello stato di mente in cui tutti siamo nati. Siamo per natura orgogliosi, amanti di fare il proprio volere, e ci allontaniamo da Dio, perché non troviamo piacere alcuno nella comunione con lui. Spendiamo il tempo e le forze, le facoltà e gli affetti in cose di nessun profitto. L'avaro lo fa in un modo; lo schiavo della lussuria e delle passioni carnali, in un altro; il ricercatore dei piaceri, in un altro ancora. I nostri cuori dicono a Dio: «Dipartiti da noi, perciocché noi non prendiamo piacere nella conoscenza delle tue vie». La sperienza prova che l'inconvertito fa consistere la sua felicità nello starsene più lontano che sia possibile dalla sorgente e dal centro di ogni vero bene; ma non vi può essere errore più grossolano e più fatale. Che cosa è la felicità del cielo, se non l'immediata ed eterna presenza di Dio? Che cos'è la miseria dell'inferno, se non l'esilio e l'allontanamento eterno dal suo cospetto? Più persistiamo a starcene lontani da Dio, e più ci avviciniamo alla miseria che non avrà mai fine, «al verme che non muore, al fuoco che non si spegne».

3. «L'estensione in cui prevale questo allontanamento da Dio varia, come variano gli uomini fra di loro. Può prendere la forma di impazienza o di ribellione contro l'autorità divina, o semplicemente quella, di antipatia per le cose nelle quali egli si compiace. Ma per quanto importi distinguere fra queste varie forme di allontanamento da Dio, esse si compenetrano e sono inseparabili. Nelle nature placide e tranquille si vede soprattutto il poco amore alle cose spirituali. Questo non assume talvolta nessuna forma esterna; lo si vede solo nella completa contentezza del cuore senza Dio. In altri, e specialmente nei giovani, questo allontanamento da Dio si manifesta nell'impazienza dei ritegni che impone l'autorità divina, e nel desiderio di liberarsene». (Brown),

4. La prima volta che egli s'avvede della follia e del pericolo di tal sua condotta, il peccatore, invece di ritornare a Dio, si sente spesso mosso a fuggir più lontano ancora nei sentieri del peccato, cercandovi invano un contento che non vi si può trovare. Gl'inconvertiti non sono mai veramente felici. Sotto un sembiante di allegria e di vivacità, nascondono il più delle volte vera infelicità; col cuore vuoto, scontenti di se medesimi, stanchi dei loro piaceri, essi domandano sempre: «Chi ci farà veder qualche bene?» ma lo ricercano dove non lo si può trovare. Per quanto si sforzino di nasconderlo, le loro anime sono tormentate dalla fame.

5. Nel cambiamento che avvenne nel caso del figliuol prodigo e nelle risoluzioni che prese ed eseguì in seguito, vediamo vivamente dipinti i vari stadii della conversione e del ritorno a Dio del peccatore. Egli prima «aveva delle follie al cuore»; ed i suoi atti erano contrari alla ragione ed ai suoi interessi spirituali, ma è restituito «in buon senno», quando lo Spirito del Signore opera efficacemente sopra lui, mediante la sua parola e le dispensazioni della sua provvidenza, e lo risveglia per fargli dolorosamente sentire il suo peccato e la sua miseria. Questo non è ancora un cambiamento di cuore, ma ne può essere il principio; l'esser convinto non è ancora l'esser convertito, ma è un primo passo sul retto sentiero. Stiamo però in guardia contro il fermarci ad un semplice convincimento del nostro peccato, o anche ad un pentimento parziale; imperocché molti dopo avere avuto una passeggiera esperienza di tali cose sono tornati ai loro peccati, come «il cane al suo vomito» 2Pietro 2:22. Il peccatore nel quale lo Spirito ha cominciato ad operare convincendolo di peccato, non si ferma a quel punto; non appena ha preso una risoluzione, la mette in pratica, e ritorna con fede e preghiera dal Padre suo celeste.

6. Il perdono del peccato è assolutamente gratuito per parte di Dio, per i meriti del nostro divino Redentore. Perciò è del tutto erronea la conclusione che i Pelagiani ed i Razionalisti derivano da questa terza parabola, che cioè i peccatori possano tornare a Dio senza l'intervento di un mediatore. Essa non solo è contraria all'insegnamento diretto della Scrittura, ma è basata sulla ipotesi interamente gratuita che il Signore abbia descritta in una sola parabola tutta quanta la via della salute, e che questa non abbia nulla che fare colle precedenti. Al contrario, la conversione del peccatore viene rappresentata in questo gruppo di parabole in due quadri distinti. Nel primo, il Redentore esce spontaneamente per ricercare e condurre indietro gli smarriti; nell'altra, l'errante peccatore si pente, si alza, e ritorna a suo padre. Ma entrambi riproducono lo stesso evento. Nel primo, lo consideriamo, per così dire, dall'alto, e contempliamo la divina compassione all'opera; nel secondo, dal basso, e vediamo la lotta del convincimento nella coscienza del peccatore e il ritorno spontaneo del penitente.

7. Il sentimento della riconciliazione con Dio, anziché attutire il dolore del credente per il fallo che gli è stato rimesso, non fa che ravvivarlo. È questo il naturale impulso di un cuore veramente riconoscente; è altresì quello che Dio aspetta da coloro sovra i quali ha esteso il suo perdono, vedi Ezechiele 16:63; e Riflessioni N. 6 in Luca 7:50.

8. Com'è maravigliosa e commovente la conoscenza che Gesù ci comunica dell'amore del suo Padre Celeste per il peccatore, dipingendoci il desiderio ardente del cuore compassionevole del padre per il prodigo suo figlio, la vigilante aspettazione con cui ne spiava il ritorno, l'ardore col quale lo accoglie nelle sue braccia, l'affetto con cui dimentica tutte le passate sue offese, e gli rende quel rango di figlio che esso avea perduto a causa del suo peccato. Ma più maravigliosa ancora è la descrizione che il Salvatore ci dà dell'effetto prodotto in cielo dalla conversione di ogni peccatore, la gioia che ne risentono le persone della Divinità, ciascuna delle quali ebbe la sua parte in quell'opera, ed il diffondersi di quella lieta notizia fra tutti gli abitanti glorificati di quella regione gloriosa - angeli immacolati, e «spiriti dei giusti resi perfetti» - affinché essi pure sieno partecipi di quella gioia. È questo un misterio rimasto fino a quell'ora nascosto ai mortali, e la rivelazione del quale, finché durerà il mondo, sarà una prova cui nessuna mente spregiudicata potrà resistere che colui che l'ha dichiarata deve essere uscito dal seno stesso del Padre. «Noi parliamo ciò che sappiamo, e testimoniamo ciò che abbiamo veduto» Giovanni 3:11.

9. La condotta del fratello maggiore ritrae il disprezzo e l'odio degli Scribi e dei Farisei per i loro fratelli caduti, e contrasta colla gioia che sovrabbonda in cielo per la conversione di ogni peccatore. Ma tale descrizione si applica molto bene alla condotta ed ai sentimenti dei Farisei di tutti i tempi. Essi sono proclivi a deridere la conversione come il risultato di sentimenti esagerati o di nervi in disordine, e ne sparlano come di una superstizione che conviene reprimere. Ben lungi dall'accogl iere con gioia quelli che sono stati condotti all'ovile del Redentore, non cercano nemmeno di nascondere il disprezzo che nutrono verso di loro, e non si vergognano di perseguitarli quando se ne presenta la occasione. E quantunque per motivi farisaici, certi uomini si sforzino di nascondere il loro dispetto nel vedere accogliere con gioia un convertito, ed il loro odio verso i più che gli stendono le braccia, e ciò sotto pretesto di rispetto alla religione e alla moralità, questo non è però che una pretesa che aggrava tanto più la loro colpa. «Ascoltate la parola del Signore, voi che tremate alla sua parola. I vostri fratelli che v'odiano, e vi scacciano per cagion del mio nome, hanno detto: Apparisca pur glorioso il Signore. Certo egli apparirà in vostra letizia, ed essi saranno confusi» Isaia 66:5. Il contrasto fra i sentimenti dei Farisei e dei Formalisti di quaggiù e «l'allegrezza appo gli angeli di Dio» insegna una lezione che tutti dovrebbero imparare. Niente dovrebbe rallegrarci quanto la conversione delle anime. Si beffino pure i mondani delle conversioni, ne mormorino e le neghino quelli che si credono giusti in sé stessi; ogni vero cristiano peserà le parole di Gesù in questo capitolo, e si sentirà il cuore ripieno di gioia e di gratitudine ogni qual volta gli giungerà la nuova di un'altr'anima salvata, mediante la grazia; anzi si sforzerà di essere egli stesso lo strumento terreno per diffondere spesso una tal gioia in mezzo ai gloriosi abitanti del cielo.

16:1 CAPO 16 - ANALISI

1. Parabola dell'economo avveduto e lezioni che ne derivano. Le parabole di questo capitolo sono evidentemente unite insieme come parti della stessa grande lezione, ma non hanno legame apparente con quelle del capitolo 15, come lo sostengono taluni scrittori. Furono probabilmente pronunziate poco dopo, ed in presenza dello stesso genere di uditori; ma, anziché agli Scribi ed i Farisei, erano dirette a tutti i credenti lì presenti. La prima ci rappresenta la previdente prudenza di un disonesto fattore, che il suo padrone avea deciso di licenziare, avendolo trovato colpevole di malversazione. Vedendosi la ruina di fronte, esso si diede attorno per provvedersi per l'avvenire, mentre gli affari del padrone erano tuttora nelle sue mani, e scelse il metodo seguente: chiamati i debitori del suo padrone, e accertato il debito di ognuno, accordò a ciascuno una riduzione più o meno forte, accrescendo così la somma dei danni già, da lui recati al padrone, ma assicurandosi amici, i quali, o per gratitudine, o per timore di venire scoperti, lo riceverebbero in casa loro. Quel piano fu così bene concepito e messo in esecuzione, e dimostrava tanta accortezza, che, considerandolo da un punto di vista meramente mondano, lo stesso proprietario danneggiato non poté se non lodare l'abilità di quel briccone. Fin qui la parabola; vien quindi l'insegnamento che ne deriva Gesù. Primieramente egli si lagna che l'energica iniziativa, la previdente prudenza, e l'attività pratica dei figli di Dio, nel ricercare il loro proprio bene spirituale e l'avanzamento del suo regno e della sua gloria, rimangano tanto al disotto delle medesime qualità quando esse vengono spiegate nella realizzazione dei loro piani dagli uomini del mondo, i quali però non hanno più alti scopi che le speranze e gli ingrandimenti terreni. Vien quindi una esortazione, ai suoi discepoli in ogni età, ad imparare una lezione di avvedutezza e di previdenza nell'uso dei loro beni terreni, poco o molto che essi siano, anche da uno la cui disonestà è altamente condannabile. A questa applicazione diretta della parabola, tengon dietro altre esortazioni evidentemente derivanti da quella, e nelle quali si può notare che nella dispensazione delle cose terrene non vien raccomandata solamente la prudenza, ma pure la fedeltà, mettendoci così in guardia contro ogni possibile abuso della parabola stessa, come se la disonestà del fattore non fosse severamente biasimata da Cristo. La sostanza di tutto questo si è che se alcuno è infedele nell'amministrare le cose affidate alle sue cure per un tempo, e delle quali dovrà render conto un giorno, come può egli sperare che il Signore gli darà, alla fine, una eredità che sarà sua per sempre, e che niente potrà mai più rapirgli? Tal crediamo che sia la vera analisi di questa parabola, abbenché le numerose contradittorie e spesso grottesche spiegazioni offertene dai critici provino che in tutti i tempi la si è sempre considerata come irta di mille difficoltà. Eccone alcuni esempi: Il fattore iniquo, per certi critici ha rappresentato successivamente l'apostolo Paolo, Giuda Iscariot e Ponzio Pilato! Olshausen vede nell'«uomo ricco», il principe di questo mondo; nel fattore, i pubblicani; nei creditori, l'umanità. Meyer e Lange ritengono che questo ricco è Mammona, la personificazione delle ricchezze. Vitringa dice invece che esso è Dio; mentre il fattore raffigura i Farisei; le accuse, quelle dei profeti e di Cristo contro di loro; l'abbassare dei debiti, gli sforzi dei Farisei per ritenere la loro posizione, abbassando il livello della giustizia. Secondo Schleiermacher il ricco è il potere romano; il fattore, i pubblicani; i debitori, la nazione giudaica; poi egli riassume la parabola così: «Voi, buoni pubblicani, favorite il più che potete il popolo contro i suoi ingiusti e capricciosi tiranni, in quelle cose che appartengono alla vostra, provincia, affinché essi pure vi aiutino quando sorgerà un nuovo stato di cose. Se così saprete, saviamente e prudentemente disporre i vostri affari, non sarete recisi da Israele, quando verrà introdotto il regno del Messia!» Ireneo, Agostino, Atanasio, Calvino, Lutero ed altri considerano questa parabola semplicemente come una esortaz ione ad esser generosi nelle elemosine Luca 16:1-13.

2. Un avvertimento agli avari e schernitori Farisei. I Farisei, noti per cupidigia ed avarizia, rimasero profondamente irritati dalla parabola pure allora detta da Gesù; ma sentendo che ogni tentativo di difendersi colla discussione avrebbe solo fatto scoprir maggiormente le loro magagne, dimostrarono il loro odio beffandosi di lui, e volgendo in ridicolo le cose che egli avea dette. Gesù interrompe per un istante il suo discorso, affin di rivolgere loro alcuni rimproveri ed avvertimenti, e se ci ricordiamo che le parole che seguono formano una parentesi la teoria che Luca ha qui riuniti, senz'ordine, alcuni detti isolati di Cristo, pei quali non poteva trovar posto altrove, cade subito in un ben meritato obblio, e divengono inutili gli sforzi faticosi e poco soddisfacenti tentati per spiegarli in modo da farli servire di introduzione alla parabola che segue. In risposta alle loro risa schernitrici, Gesù espone alla moltitudine l'ipocrisia? dei conduttori religiosi della nazione, dichiarando che unico scopo loro era di acquistarsi una riputazione di giustizia legale, che potesse passare per mostra ed esaltarli dinanzi ai loro concittadini, mentre accumulavano sordidamente le ricchezze di cui erano meri dispensatori, trascuravano i poveri, e non si curavano minimamente di esser giusti dinanzi a Dio. Potevano così facendo ingannare gli uomini, non già l'Investigatore dei cuori, ai cui occhi tale ipocrisia è abbominevole. Pretendevano ad alta stima come dottori della mera lettera della legge e dei profeti, ma era quasi finito il loro tempo; fin dalla comparsa del Battista, veniva predicato il regno di Dio, il quale avea detronizzato le loro morte istruzioni legali, ed eccitata tanta ammirazione e tanto interesse che uomini di ogni classe si sforzavano di entrarvi, però, «la dottrina del regno» ben lungi dall'abolire la legge di Dio, la stabilirà e confermerà siffattamente che passerà tutta la creazione materiale prima che un sol iota di quella venga abolito. La legge non era mai stata sostenuta con sì santa vigilanza, tutto il tempo che essi erano rimasti seduti nella cattedra, di Mosè, come lo sarà da ora in poi. Con singolo esempio tratto dal flagrante abuso della legge del divorzio qual'era sanzionato e probabilmente praticato da questi Farisei, il Signore ricorda loro in che modo segnalato essi usavano «annullare la legge di Dio» Luca 16:14-18.

3. La parabola del ricco e di Lazaro. Dopo aver rampognato i Farisei per lo sconveniente loro contegno, il Signore riprende il suo discorso dove lo avea lasciato in tronco, e completa il suo insegnamento sul retto uso delle ricchezze, mediante un'altra parabola, complemento della precedente; poiché addita tremende conseguenze nella vita avvenire dell'incredulità manifestantesi nello scialacquare «le ricchezze ingiuste» in piaceri o godimenti equivoci, invece, di farle servire alla gloria di Dio ed al bene del prossimo. Senza l'interruzione dei Farisei, il ver. 19 sarebbe probabilmente venuto subito dopo il 13, ed il nesso fra le due, parabole si trova nella esortazione del ver. 9, e non già nelle parole rivolte ai Farisei. La parabola non è un'allegoria, ma, fin dove almeno si estende la sua storia terrena, una lezione desunta dalla vita reale. Il Salvatore ci presenta un uomo che possiede abbondanti ricchezze terrene, ma è spensierato, egoista, lussurioso, dimentico della sua responsabilità inverso Dio, avvezzo a considerare i suoi beni come assolutamente suoi ed il proprio piacere come lo scopo legittimo cui essi doveano servire. Alla sua porta, giaceva un mendicante detto Lazaro, cencioso, coperto di piaghe, impotente a guadagnarsi il pane quotidiano. Una piccolissima parte dell'abbondanza del ricco sarebbe bastata per rivestirlo e per sanar le sue piaghe, ma quegli entrava ed usciva senza por mente a lui o senza sentirne pietà; Lazaro desiderava, ma invano, i bricioli che cadevano dalla mensa del ricco. Sollevando il velo che separa il mondo attuale dall'invisibile, Gesù ci presenta le conseguenze fatali di una tal trascuranza. Importa grandemente, per capire il nesso di questa prima parte della parabola, colle parole di Abr ahamo nella seconda, non perdere di vista che l'essenza del peccato di quest'uomo fu l'incredulità, e che la sua durezza di cuore verso gli altri e la sua prodigalità verso di sé stesso erano le forme sotto le quali quella incredulità si manifestava. Col tempo, entrambi morirono: il povero, ricco in fede, passò nella gloria eterna; mentre il ricco entrò subito nel mezzo dell'eterno tormento. Sotto forma di una conversazione fra il ricco ed Abrahamo, il Signore ci dà una veduta, tuttora indistinta è vero, ma però più estesa che in qualsiasi altra scrittura, delle realtà del mondo al di là della tomba, e termina con un profetico avvertimento che quelli che non si pentiranno sotto l'insegnamento delle Scritture dell'Antico Testamento, non saranno convertiti neppure dalla risurrezione di un morto. Molte strane interpretazioni allegoriche sono state date di questa parabola; a mo' d'esempio: il ricco sarebbe il tipo della orgogliosa nazione giudaica tutta piena del sentimento della propria giustizia. Lazaro quello del mondo gentile ecc.; ma son tutte spiegazioni da rigettarsi, perché tutt'altro che soddi sfacenti Luca 16:19-31.

Luca 16:1-13. PARABOLA DEL FATTORE INGIUSTO, MA PRUDENTE

1. Or egli disse ancora a' suoi discepoli.

Le parabole del capitolo precedente erano state da Gesù indirizzate agli Scribi ed ai Farisei; questa e la seguente, ai suoi discepoli, non ai dodici apostoli solamente, ma all'insieme dei suoi discepoli lì presenti; il che indica che la materia del suo discorso riflette la condotta che Gesù richiede dai suoi discepoli in ogni tempo.

Vi era un uomo ricco, che avea un fattore;

Nell'analisi N. 1 di questo capitolo, abbiamo ricordati alcuni dei sensi strani che sono stati dati all'«uomo ricco» di questa parabola, ma non ci può esser dubbio che sotto quel nome Gesù ci presenta il Signore di tutte le cose: l'«Iddio altissimo, possessore dei cieli e della terra», e il padrone primo di tutto ciò che all'uomo viene imprestato in sulla, terra colla sua infinita potenza e saviezza, Dio stesso ordina e dirige tutte le cose. Egli non delega a nessuna creatura la sorveglianza o la esecuz ione dei suoi disegni provvidenziali Isaia 40:13. Ma non faceva così il tipo terrestre qui messo sotto gli occhi nostri; forse egli non avea né il tempo né la capacità necessaria per sorvegliare i vasti suoi averi, ed era perciò costretto di impiegare un fattore. L'oikonomos non era semplicemente un villicus (fattore di campagna), come traduce la volgata, o dispensatore (tesoriere), ma il ciambellano, e controllava tutto l'avere del suo padrone. Girolamo (citato da Trench) così ne descrive le attribuzioni: «Villicus proprie villae gubernator est, unde nomen accepit; autemtam pecuniae quam frugum et omnium quae dominus possidet dispensator». Nei dipinti scoperti nelle tombe egiziane, trovasi spesso l'economo, con carta e penna in mano, prendendo nota esatta dell'aumentar del raccolto che a lui toccava conservare e distribuire. Credendolo fedele, il suo padrone riponeva in lui implicita fiducia, e trascurò di esaminare, regolarmente il suo operare. Quante volte la facilità d'ingannare a motivo della mancanza di sorveglianza, o di falsa fiducia per parte del superiore è stato il primo passo verso la ruina, per persone poste come questo economo, in situazioni di grande fiducia e responsabilità! «Nessun ritegno umano gli era imposto. Non aveva timore alcuno di Dio davanti agli occhi», quel più alto di tutti i principii difensivi; perciò, cedendo alla tentazione, sistematicamente faceva sua, molta parte della roba del padrone.

ed esso fu accusato appo lui, come dissipando i suoi beni.

La parola dissipando fa credere che la sua, disonestà consistesse nello spendere in modo stravagante per sé, pei suoi piaceri e pei suoi vizii, anziché nell'ammassare una fortuna per servirsene più tardi, e lo conferma la sua confessione che egli era ridotto alla povertà, quando il padrone gli tolse l'impiego. La prodiga disonestà di questo economo non venne scoperta in seguito a nessuna ricerca fatta dal facile suo padrone; furono degli estranei quelli che lo accusarono appo lui, forse per malignità e per vendetta, ed aprirono i suoi occhi al vero stato di cose. Questo dettaglio d'altronde non riguarda che, lo scheletro della parabola, non c'è nulla di simile nel nostro Padrone, perché. «Iddio investiga i cuori», e «i suoi occhi sono in ogni luogo, riguardando i malvagi ed i buoni». L'accusa può essere stata maliziosa (e l'analogia sembra indicarlo), ma non era né falsa, né calunniosa, e l'accusato non cercò minimamente di difendersi. In senso spirituale, Siccome tutti gli averi di un uomo appartengono a Dio, e sono affidati ad un padrone terreno, come ad un semplice economo che deve farne uso per la sua gloria, l'accusa di dissipare i suoi beni giace alla porta di quanti dopo aver preso dalle loro entrate quanto occorre per un mantenimento, spendono il resto nella lussuria, nei piaceri, anziché consecrarlo al servizio di Dio.

2 2. Ed egli lo chiamò, e gli disse: Che cosa è questo che io odo di te? rendi ragione del tuo governo; perciocché tu non puoi più essere mio fattore.

Questa domanda implica manifestamente, benché la cosa non sia detta in altrettante parole, che il delitto è provato, e che il padrone ne è pienamente convinto benché dia al fattore ogni facilità di scolparsi se la cosa gli sarà possibile. Fu solo quando il suo silenzio lo proclamò inescusabile, che venne pronunziata la sentenza del suo rinvio, e che egli ricevette l'ordine di fare una, esposizione ed un inventario dei suoi affari, affinché il suo posto venisse dato ad un altro. Questa spiegazione par preferibile alla teoria di Oosterzee che la sentenza non fosse ancora definitivamente pronunziata, ma solo minacciata, pel caso che, nel fare i suoi conti, il fattore non si potesse giustificare. Il solo argomento in favore di questa teoria, che cioè sarebbe ingiusto rimandare un servo semplicemente perché è accusato, senza dargli l'occasione di giustificarsi, vien distrutto dal fatto che, essendo già stato informato delle sue frodi, il padrone gli avea dato tale occasione, rivolgendogli la domanda: «Che cosa è questo che io odo di te?» Il fattore sembra essersi riconosciuto colpevole, non appena si sentì accusare. Simile domanda Dio la fa spesso agli uomini in mezzo alla loro vanità e mondanità, ora mediante dispensazioni maravigliose della sua provvidenza, ora mediante i segreti avvertimenti della coscienza, che rimprovera loro l'abuso che essi fanno dei suoi doni e i molti loro peccati, rammentando loro al tempo stesso, che alla morte tutti dovranno render conto della loro amministrazione.

PASSI PARALLELI

Genesi 3:9-11; 4:9-10; 18:20-21; 1Samuele 2:23-24; 1Corinzi 1:11; 1Timoteo 5:24

Luca 12:42; Ecclesiaste 11:9-10; 12:14; Matteo 12:36; Romani 14:12; 1Corinzi 4:2,5; 2Corinzi 5:10

1Pietro 4:5,10; 1Timoteo 4:14; Apocalisse 20:12

Luca 12:20; 19:21-26

3 3. E il fattore disse fra se medesimo: Che farò? conciossiaché Il mio signore mi tolga il governo; io non posso zappare, e di mendicar mi vergogno.

Qui troviamo il primo tratto di quella prudenza e previdenza riguardo all'avvenire, che il Signore ci vuole insegnare mediante questa parabola. Alcuni credono che ora l'economo sia un uomo cambiato, e nel diminuire le somme dovutegli da varii agisca conformemente alle istruzioni del padrone: notiamo però che non c'è nulla nel consiglio che quest'uomo tiene con se medesimo che dinoti il minimo cambiamento di cuore in lui, il minimo segno di pentimento. Non riconosce la sua colpa, non confessa di aver abusato della fiducia che era stata riposta in lui, non esprime il minimo desiderio di esser più fedele in avvenire. Nelle sue parole vediamo solo un'ansietà egoistica relativamente al suo futuro, ed un terrore molto sincero della povertà. Egli era vissuto alla giornata, spendendo senza ritegno pei proprii piaceri; nulla avea risparmiato, ed ora, perduto l'impiego, si vede minacciato di morir di fame. Gli resta però un pò di tempo, mentre fa i conti, e messa da parte la pigrizia, si domanda risolutamente: «Che farò?» Come provvederò all'avvenire? Ora ormai deve pensare a sé stesso. Passa rapidamente in rivista i soli mezzi che gli restino di campar la vita, zappare o mendicare: entrambi rigetta come intollerabili. Colle abitudini materiali ed intellettuali tanto diverse, egli non può guadagnarsi il pane come, semplice, manovale; l'orgoglio suo si ribella all'idea di accattare il suo pane in quel paese dove tutti lo aveano visto signore.

PASSI PARALLELI

Luca 18:4; Ester 6:6

Luca 12:17; Isaia 10:3; Geremia 5:31; Osea 9:5; Atti 9:6

Proverbi 13:4; 15:19; 18:9; 19:15; 21:25-26; 24:30-34; 26:13-16; 27:23-27

Proverbi 29:21; 2Tessalonicesi 3:11

Luca 16:20,22; Proverbi 20:4; Marco 10:46; Giovanni 9:8; Atti 3:2

4 4. lo so ciò che farò, acciocché quando io sarò rimosso dal governo altri mi riceva in casa sua.

Come risultato delle sue deliberazioni, gli occorre in mente un piano che gli par soddisfacentissimo. Con perfetta fiducia esclama: «Ho trovato, so quello che farò!» Accomoderò le cose in modo che, quando sarò stato scacciato di qui, altre porte mi vengano aperte, se non volonterosamente, almeno per prudenza. Il suo scopo è dunque di assicurarsi un'altra dimora, quando sarà stato scacciato da quella che occupa attualmente. La sua prudenza nel far questo sarà, come vedremo, la grande lezione della parabola.

PASSI PARALLELI

Proverbi 30:9; Geremia 4:22; Giacomo 3:15

5 5. Chiamati adunque ad uno ad uno i debitori del suo signore, disse al primo: Quanto devi al mio signore?

Il piano adottato da questo fattore porta l'impronta di «una sapienza che non discende da alto, anzi è terrena, animale, diabolica» Giacomo 3:15. Egli risolve, senza rimorso alcuno, di derubare anche maggiormente il suo padrone, rendendo complici della sua disonestà degli innocenti, e ciò affin di raggiungere il suo fine, e di non permetter loro di rivelar le sue turpitudini. Agli espositori che lo ritengono per un uomo cambiato deve certamente essere sfuggita la doppia villania del suo piano. Per eseguirlo, chiama subito a sé tutti quelli coi quali avea avuto da fare, mercanti o affittuari, insomma tutti quelli che dovevano all'asse, del padrone per roba loro fornita e non pagata, e ciò sotto pretesto di accertare da ognuno l'ammontare del suo debito. Se fossero stati tenuti accuratamente i suoi conti, egli dovea essere il primo a sapere l'esatta posizione di ognuno; ma comincia col permettere a ciascuno di fissare da sé il totale del suo debito, e lo accetta come giusto, senz'altra investigazione. Se le somme dichiarate erano false, quelli che le aveano date sarebbero doppiamente in potere suo, quando egli domanderebbe, sotto forma di mantenimento, l'equivalente del valore rubato. Gesù ci presenta le sue negoziazioni con due soli debitori, come esempi; ve ne possono essere stati delle dozzine trattati allo stesso modo.

PASSI PARALLELI

Luca 7:41-42; Matteo 18:24

6 6. Ed egli disse: Cento bati d'olio. Ed egli gli disse: Prendi la tua scritta, e siedi, e scrivine prestamente cinquanta.

Con questo primo contratto, egli rubò al padrone il valore di 50 bati di olio, e rese il mercante suo obbligato per altrettanto. Il bato vale litri 34,10, dimodoché la quantità tolta dal conto di quel primo debitore sarebbe litri 1705, e la perdita del padrone ammonterebbe a parecchie migliaia di lire. Che la frode si adempiesse falsificando le cifre della scritta, o facendone una nuova lì per lì, poco importa; la somma corrisponderebbe con quella segnata sui libri del fattore a nome di ciascheduno, semmai tutto l'affare venisse novamente esaminato.

PASSI PARALLELI

Luca 15:9,12; Tito 2:10

7 7. Poi disse ad un altro: e tu quanto devi ? Ed egli disse: Cento cori di grano. Ed egli gli disse: Prendi la tua scritta, e scrivine ottanta.

Il Cor o Omer era quasi dieci Bati cioè litri 341, dimodoché dei 34,100 litri dovuti da questo secondo debitore, ne furono tolti litri 7820. Il modo di procedere fu lo stesso che nel primo caso e fu seguito pure in tutti gli altri che seguirono; ma la differenza nell'ammontar della riduzione in questi due casi è una prova notevole dell'astuzia del fattore. Da molto tempo conosceva quegli uomini, e poteva calcolare esattamente la somma di ospitalità che il suo dono gli otterrebbe da ciascuno; secondo questo apprezzamento, accresce o scema la riduzione. Così, mediante disoneste ma abilissime manipolazioni dei beni del suo padrone, prima che gliene sia tolta l'amministrazione, si assicura il vitto per l'avvenire. Il fattore mise questi debitori sotto tanta maggiore obbligazione che probabilmente nell'avvenire né il padrone, né il futuro suo fattore potrebbero domandar loro somme maggiori di quelle che erano state convenute fra essi e lui.

PASSI PARALLELI

Luca 20:9,12; Cantici 8:11-12

8 8. E il signore lodò l'ingiusto fattore, perciocché avea fatto avvedutamente;

Il Signore in questo versetto e nei versetti 3 e 5 è il padrone del fattore ingiusto, non già il Signor Gesù Cristo. La lode non fu data alla sua disonestà nel rubare (nessun uomo di senno loderebbe mai una cosa simile), bensì alla prudenza, sottigliezza e rapidità colla quale avea saputo escogitare ed eseguire il suo piano, della cui completa esecuzione il padrone si accorse solo quando vide ricevuto nelle case dei suoi debitori il fattore che avea rimandato. Non è punto raro che chi è stato dirubato, pur lagnandosi vivamente della disonestà del ladro, si senta costretto di ammettere la furberia e l'abilità di cui è stato vittima. Le lodi del padrone lo proclamano semplicemente un furfante abilissimo e che è riuscito nel suo intento. Gli uomini «ti lodano se tu dài piacere e buon tempo» Salmi 49:19.

conciossiaché i figliuoli di questo secolo sien più avveduti, nella lor generazione, che i figliuoli della luce.

Colle parole di ammirazione strappate al padrone, ha termine la parabola nella clausola precedente. In questa abbiamo parole di Gesù, che sono il suo commento sul procedere così del padrone, come del servo. Egli divide tutta quanta la razza umana a norma della Scrittura, in due grandi classi. La prima si chiama: «i figliuoli di questo secolo», quelli cioè che concentrano in questo mondo, tempo, forze, ambizioni tutte, sieno alti o bassi i fini cui mirano, e non si curano di nulla al di là di esso. Così pure li descrive il Salmista: «Gli uomini del mondo, la cui parte è in questa vita» Salmi 17:14; e Paolo, quelli «i quali hanno il pensiero e l'affetto alle cose terrene» Filippesi 3:19; o ancora: «coloro che son secondo la carne e pensano ed han l'animo alle cose della carne» Romani 8:5. L'altra classe Gesù chiama: «i figliuoli della luce», perché sono nati di nuovo per lo Spirito Santo, e sono stati «chiamati dalle tenebre alla sua maravigliosa luce» 1Pietro 2:9, cosicché ora sono uniti per la fede a Gesù «che è la vera luce, la quale illumina ogni uomo che viene al mondo» Giovanni 1:9. Paolo seguendo l'esempio di Cristo, chiama tutti i credenti «figliuoli di luce e figliuoli giorno» Efesini 5:8; 1Tessalonicesi 5:5 e così descrive il modo in cui acquistano quel titolo benedetto: «Iddio che disse che la luce risplendesse dalle tenebre, è quel che ha fatto schiarire il suo splendore ne' cuori nostri, per illuminarci nella conoscenza della gloria di Dio, nella faccia di Gesù Cristo» 2Corinzi 4:6. A tali è comandato di «camminar nella luce», affinché «siccome Iddio è nella luce, abbiamo così comunione egli e noi insieme» 1Giovanni 1:7. È indubitato che «i figli della luce», come figli di Dio, sono infinitamente più savii, e più meritevoli di venir proposti a modello, in tutte le cose essenziali che «i figliuoli di questo secolo»; ma c'è un punto in cui questi superano quelli, in prudenza cioè ed in saviezza, e da questo solo punto di vista, il Signore ce li presenta, con alla testa il fattore iniquo, quali oggetti di attenzione e di imitazione. La saviezza consiste di due cose: scegliere il fine migliore e cercarne il conseguimento coi fini più adatti. Riguardo alla, prima, i figli della luce hanno di gran lunga il vantaggio; ma per la seconda, cioè per la scelta dei mezzi più acconci e per lo zelo nel farne uso, sono spesso sorpassati dai figli di questo secolo. La parola generazione ha varii sensi. Alcuni la spiegano qui del modo di vivere o di condurre i loro affari, ed in questo senso la superiore saviezza degli uomini di questo mondo è facile a riconoscere; poiché nella sfera della loro vita peritura spiegano, nell'adattare i mezzi allo scopo, una sagacità alla quale non arrivano i figliuoli della luce. Con qual fermezza afferrano l'oggetto cui mirano, con quale instancabile energia, determinazione e preseveranza proseguono i loro disegni! Ma la proposizione che è congiunta nel greco alla parola «generazione» significa a, verso, sicché il vero senso delle parole sarebbe che essi sono più savi verso o fra gli uomini della loro generazione, il che è una allusione evidente all'operato del fattore coi creditori. Fu stabilito fra di loro un accordo perfetto; i secondi divennero complici della frode del primo, ognuno procurò vantaggi disonesti all'altro, ed in tale unità di azione si mostrarono più abili dei figliuoli della luce. Il Signore non vuol già dire che tutti i figliuoli di questo secolo sieno, come questi, disonesti nel carattere e nelle azioni, il suo insegnamento si è che essi ricavano dalle loro relazioni reciproche maggior profitto, per i loro interessi mondani, di quel che facciano i figliuoli della luce, della loro fraterna comunione. Notisi che il paragone non vien fatto fra la maggior prudenza ed il maggior successo dei mondani, e quelli dei figliuoli della luce nei loro affari spirituali, ossia nel far volgere i loro rapporti reciproci alla salute delle anime dei loro simili per la gloria di Dio, e per guadagnarsi la ricompensa finale di «quelli che avranno giustificati molti». In quanto al saper trar vantaggio dalle occasioni che vengon porte a ciascun di loro, il Signore qui ci dice che i secondi superano i primi.

Per molti è una pietra di scandalo, per altri una sorpresa, che il Signore, il quale avea dinanzi a sé l'intero mondo per scegliersi un esempio di prudenza mondana atto a stimolarci a prudenza spirituale nel ricercare gli interessi dell'anima nostra, abbia fissato la sua scelta sopra un uomo tutto quanto penetrato dell'ignobile vizio della disonestà e della menzogna. Invero l'imperatore Giuliano si prevalse di questo fatto per sostenere che le dottrine di Cristo sono contrarie alla sana morale, e per giustificare in questo modo la sua apostasia. Non è questo però il solo caso in cui il Signore abbia inculcato i suoi insegnamenti mediante oggetti vili e repulsivi. Niente è più schifoso del serpente, eppure egli lo propone all'imitazione dei suoi discepoli, non per il male che può fare, ma per la sua prudenza! «Siate prudenti come serpenti, e semplici come colombe». L'avvedutezza e la disonestà non sono meno strettamente uniti nel carattere del fattore frodolente, che nel serpente la prudenza ed il potere di nuocere. Il Signore vuole che venga imitata nella sola qualità che è lodevole, pur tenendo il resto in abbominazione. Di più, se teniamo in mente che la chiave della parabola si trova nelle parole: «i figliuoli di questo secolo» ecc., si troverà che «la disonestà mista con prudenza del fattore, ben lungi dal rendere il caso suo disadatto allo scopo del Signore, lo ha tanto più appropriato a quello, perché il suo scopo non era solamente di dare, ai suoi discepoli un esempio generico di prudenza, bensì un esempio specifico della prudenza di questo mondo che «non teme Iddio e non ha riguardo ad alcun uomo». «Egli ci mostra un uomo mondano nelle sue vedute e nelle sue massime, il quale prosegue senza scrupolo il suo scopo colla massima energia ed abilità, e l'insegnamento è: Il cristiano che è guidato da una luce più pura, prosegue lo scopo più elevato della vita sua, con zelo ed energia consimili. Un esempio di prudenza, tolto dalla vita di un uomo buono e praticato per sottomissione alla volontà di Dio, non avrebbe convenuto allo scopo del Maestro, così bene come quello che egli ha scelto» (Arnot).

PASSI PARALLELI

Luca 16:10; 18:6

Luca 16:4; Genesi 3:1; Esodo 1:10; 2Samuele 13:3; 2Re 10:19; Proverbi 6:6-8

Luca 20:34; Salmi 17:14; 1Corinzi 3:18; Filippesi 3:19

Salmi 49:10-19; Matteo 17:26

Giovanni 12:36; Efesini 5:8; 1Tessalonicesi 5:5; 1Pietro 2:9; 1Giovanni 3:10

9 9. lo altresì vi dico: Fatevi degli amici delle ricchezze ingiuste;

Qui abbiamo espressa, pur sempre in linguaggio parabolico, l'applicazione che Cristo fa di questa parabola ai suoi discepoli in ogni tempo. La posizione del fattore, riguardo al suo padrone, è quella d'ogni uomo in generale, ma specialmente del vero credente, inverso Dio. Di quanto essi posseggono in sulla terra, Dio è il padrone, egli lo ha loro affidato come ad economi, col comando: «Trafficate, finché io venga» Luca 19:13. Il fattore lo fece disonestamente, prendendo quello che non era suo, per beneficare i suoi amici, e ciò per i secondi fini che avea in vista; i credenti lo possono fare onestamente e liberamente, imperocché il Signore ha dato loro ricchezze, rango, talenti, non per farne tesoro a se stessi, ma per ispenderli a benefizio di altri (specialmente dei poveri e dei bisognosi), affin di vincere i loro cuori a Cristo, cosicché per le mutue loro relazioni la gloria di Dio sia avanzata ed a, loro sia «copiosamente porta l'entrata all'eterno regno del nostro Signore Gesù Cristo» 2Pietro 1:5-11. Gli amici, secondo gli uni, sono gli angeli; secondo altri, Iddio stesso; ma l'analogia dell'esempio del fattore prova che si tratta evidentemente di uomini della nostra generazione: i miseri gli afflitti, «i poveri del mondo, ricchi in fede» Giacomo 2:5, i quali hanno bisogno di venire soccorsi e la cui affettuosa riconoscenza ripagherà ampiamente anche in questa vita, tutto ciò che avremo fatto per loro. «La benedizione di chi periva», dice Giobbe, «veniva sopra a me, ed io faceva cantare il cuore della vedova» Giobbe 29:13. I mezzi coi quali devono esser fatti quegli amici sono «le ricchezze ingiuste», mammona di ingiustizia. Mammona è parola di origine Siriaca od aramaica (punica, secondo Agostino), di cui si dice, ma con dubbia autorità, che era il nome di un idolo adorato dagli Assirii, come Dio della ricchezza. Tutti concordano che significa ricchezza o guadagno, non necessariamente acquistato in modo ingiusto, ma sovrabbondante. L'espressione (ingiustizia), qui unita alla ricchezza non significa, come suppongono alcuni, guadagno acquistato disonestamente, perché il Signore ne avrebbe subito ordinato la restituzione (Zaccheo dopo la sua conversione ce ne dà un esempio Luca 19:8), ma si riferisce forse al peccato spesso commesso per acquistarlo, o agli abusi che a motivo della umana infermità, derivano dalla sua possessione, e soprattutto a mettere ad esso il nostro cuore 1Timoteo 6:3,10. Però paragonando con quella le parole «le vere ricchezze» del ver. 11, pare che «ingiuste» voglia qui significare ricchezze incerte, «instabili» che sono false, perché «ingannatrici»; infatti sembrano promettere al loro possessore una felicità ininterrotta, mentre non possono rimanere di continuo con lui. «L'uso di ingiusto, per falso», dice Trench, «si trova in tutta la LXX; cosicché quì il Mammona, di iniquità è il Mammona ingannatore, quello che tradirà la fiducia riposta in lui». Il comando sarebbe dunque questo: «Volgete a maggior vostro vantaggio soccorrendo generosamente i vostri fratelli poveri, quelle ricchezze delle quali gli ingiusti abusano in modo tanto iniquo, e ciò nello stesso spirito di previdente sagacità che fu, dimostrato dal disonesto fattore».

acciocché, quando verrete meno,

Secondo il testo ricevuto, la lezione greca è voi mancate; ma, il codice Alessandrino, ed uno o due altri MSS. leggono esso manca, che si riferirebbe a Mammona. Oosterze sostiene fortemente questa lezione, fondandosi sull'analogia delle ricchezze che erano venute meno al fattore; ma quell'analogia, non regge, perché esse rimanevano al padrone; il fattore era quello che avea mancato, o, in altre parole era stato scacciato, e privato dell'uso di quelle. L'analogia tende dunque dal lato opposto, ed in forza di ciò, come pure del peso delle autorità in suo favore, la vera, lezione ci par quella, del testo ordinario. Il senso è: «quando morrete». «Le ricchezze possono farsi dell'ale e volare in aria», molto prima che il loro padrone venga a morire, e gli amici che egli si è procurati col loro mezzo possono allora riceverlo in abitazioni terrene; ma egli è solo alla morte che egli può venir ricevuto nei «tabernacoli eterni», dei quali Gesù parla in questo luogo.

vi ricevono ne' tabernacoli eterni.

Questi eterni tabernacoli, trovansi solo in cielo, sono le «molte stanze nella casa del Padre mio» di cui Gesù parla in Giovanni 14:2, il «tempio di Dio, dal quale il vincitore non verrà mai più fuori» Apocalisse 3:12. Alla parola ricevano alcuni scrittori dànno un senso impersonale o indefinito equivalente a potrete esser ricevuti, probabilmente per evitare la difficoltà che sembra presentare essere ricevuti in cielo da amici fatti colle ricchezze ingiuste; ma l'analogia della parabola (ver. 4), vuole che questo ricevimento sia preso in un senso personale; fatto non da Dio, da Gesù o dagli angeli, come credono alcuni, ma dai santi poveri che essi hanno amorevolmente soccorsi durante la terrestre miseria e che li hanno preceduti nella gloria. La parola quì usata è ricevere, cioè incontrare ed accogliere, non far entrare o condurre nelle abitazioni. Cristo solo può, mediante l'assoluta giustizia imputata a noi per fede, aprirci le porte del cielo Atti 4:12. Non per merito nostro, come insegna la Chiesa di Roma, non per intercessione dei Santi. ai quali possiamo forse aver fatto del bene in questa vita, saremo noi ammessi in cielo, ma semplicemente per la libera grazia di Dio Efesini 2:8; ma questo non toglie minimamente che possiamo esser ricevuti, quando Cristo avrà aperta per noi la, porta del cielo, con acclamazioni di gioia, da quelli che abbiam fatti in terra amici nostri, mediante un uso liberale delle ricchezze ingiuste. Invero, tenendo conto di quello che Gesù ci dice nel capitolo precedente, cioè della «letizia in cielo per un peccatore penitente», ci appare molto probabile che una consimile gioia sarà sentita da, quelli che si ricorderanno con amore di noi, quando saremo introdotti «nella gioia del nostro Signore», e che essi si avanzeranno come testimoni in favor nostro, in quel giorno del giudizio finale, in cui ciascuno sarà giudicato «secondo le sue opere» Matteo 25:34-46. Brown domanda: «Come ci riceveranno quegli amici nei tabernacoli celesti? Alzandosi come testimoni di quanto avrem fatto per loro per amor di Gesù. Così la sola differenza fra questa descrizione dell'ammissione dei santi nel cielo, e quella nella grandiosa veduta che il Signore ci dà dell'ultimo giudizio Matteo 25 consiste in ciò che in Matteo, Cristo stesso come Giudice parla per essi, come onnisciente spettatore di tutti i loro atti di beneficenza verso «i suoi fratelli», mentre qui questi fratelli di Gesù parlerebbero per il proprio conto». La lezione da impararsi da questa parabola, è in breve questa, che, mentre vivono sulla terra, gli uomini devono fare tale un uso dei loro beni terreni, che questi stessi beni alla fine sieno riconosciuti come avendoli aiutati a camminare verso il loro eterno riposo. Quelle ricchezze terrene, che sono nemici dai quali molti restano vinti, fatene degli amici usandone con coscienza e liberalità.

PASSI PARALLELI

Luca 11:41; 14:14; Proverbi 19:17; Ecclesiaste 11:1; Isaia 58:7-8; Daniele 4:27; Matteo 6:19; 19:21

Matteo 25:35-40; Atti 10:4,31; 2Corinzi 9:12-15; 1Timoteo 6:17-19; 2Timoteo 1:16-18

Luca 16:11,13

Proverbi 23:5; 1Timoteo 6:9-10,17

Salmi 73:26; Ecclesiaste 12:3-7; Isaia 57:16

2Corinzi 4:17-18; 5:1; 1Timoteo 6:18; Giuda 21

10 10. Chi è leale nel poco, è anche leale nell'assai; e chi è ingiusto nel poco, è anche ingiusto nell'assai.

In questo versetto, Gesù passa dalla prudenza dimostrata dal fattore alla fedeltà di cui mancava e pone un principio universale di cui fa l'applicazione nei seguenti. Questo principio si è: egli è impossibile rimanere fedeli nelle grandi cose, essendo infedeli nelle piccole. È verità incontestata che la condotta di un uomo nelle cose piccole è un criterio sicuro di quanto egli farà nelle grandi: se lo sappiamo infedele nelle cose di minore importanza, non gli affideremo certo quelle di maggior momento. Alcuni scrittori non sanno vedere il nesso che unisce questa massima alla precedente parabola, eppure non ci par tanto lontano a trovare. Molti che posseggono poca parte delle «ricchezze ingiuste», potrebbero essere disposti a dire che quella parabola non li riguarda; ma a detta, di Cristo, questo è un errore, perché la fedeltà non dipende dall'ammontare affidato ad uno, bensì dal sentimento di responsabilità che, egli nutre in cuore. L'uomo cui era stato affidato un talento fu tenuto responsabile dell'uso che ne fece, al par di quello che ne avea ricevuto dieci. È altrettanto possibile per un povero di essere infedele nel disporre dei suoi pochi mezzi, che per il ricco nello spendere una grande fortuna. V'è qui una lezione che anche i mondani, nelle loro varie carriere, farebbero bene di tenere in mente. Chi vuol conservarsi fedele nelle grandi imprese che possono un giorno venirgli affidate, si studii sopra ogni altra cosa e con perseveranza di esser tale nei piccoli dettagli della vita giornaliera, perché il permettersi di mancare nelle piccole cose, col tempo incallisce la coscienza e distrugge la distinzione fra il bene ed il male.

PASSI PARALLELI

Luca 16:11-12; 19:17; Matteo 25:21; Ebrei 3:2

Giovanni 12:6; 13:2,27

11 11. se adunque voi non siete stati leali nelle ricchezze ingiuste.

cioè nelle incerte ed ingannatrici ricchezze di questa terra,

chi vi fiderà le vere?

Le vere ricchezze indicano le grazie del vangelo, la influenza dello Spirito, la vita eterna ed il tesoro nei cieli, che sono tutte cose reali, durature immancabili. In questo vers. e nel seguente, il Signore applica il principio posto nel ver. 10. Quelli che sono disonesti nel governo dei loro beni terreni, non possono esser partecipi della grazia quaggiù, né della gloria nei cieli; perché tal disonestà è precisamente il culto di Mammona, il quale presto soffocherà nel cuore loro ogni impressione religiosa.

PASSI PARALLELI

Luca 16:9

Luca 12:33; 18:22; Proverbi 8:18-19; Efesini 3:8; Giacomo 2:5; Apocalisse 3:18

12 12. E, se non siete stati leali nell'altrui, chi vi darà il vostro?

Fra questo ed il versetto precedente, corre uno di quei parallelismi che occorrono frequentemente nella Scrittura, le clausole corrispondenti di ogni versetto illustrandosi a vicenda. Nei ver. 11,12, «le ricchezze ingiuste» corrispondono alle ricchezze «altrui»; e le «ricchezze vere», al «vostro». L'«altrui» qui è Dio, e Gesù c'insegna che la ricchezza del mondo, per quanto inegualmente divisa fra gli uomini, è di Dio, e a noi viene affidata solo come a suoi economi. È incerta, fallace, ne possiamo venir privi ad ogni istante, ma è sempre sua: ad ognuno egli domanderà conto dell'uso che avrà fatto della parte assegnatagli, e se saremo trovati economi infedeli, come potremo sperare che Dio ci accordi ricchezze in nostra proprietà assoluta?, Se si potesse provare con certezza, come suppongono alcuni, che i padroni usavano talvolta ricompensare i loro fattori, dando loro una parte delle loro terre, questo spiegherebbe esattamente l'espressione analoga di questo versetto. Le «vere ricchezze» sono le benedizioni spirituali di cui vengono messi in possesso duraturo quelli che sono uniti a Cristo; in questa vita esse ci sono applicate dallo Spirito, e ne godremo eternamente nei cieli. Messe in contrasto colle «ricchezze ingiuste», esse sono la proprietà di ciascun credente («il vostro»). Esse costituiscono il suo carattere, sono il suo tesoro permanente e speciale, di cui il volere di nessuno può mai più privarlo. La grazia e la pace una volta date sono una possessione eterna. «I doni e la vocazione di Dio son senza pentimento» Romani 11:29. Fin da ora, i credenti posseggono come proprie le «ricchezze ininvestigabili di Cristo»; queste son loro conservate nel cielo come una «eredità incorruttibile ed immacolata e che non può appassare». Il senso è dunque: "Se siete infedeli e disonesti riguardo a quelle cose che sono la proprietà di Dio, non potete sperare quella vita eterna che Dio accorda ai credenti, e la quale una volta data sarebbe vostra per sempre". La disonestà nelle cose che Dio ci ha affidate, sotto la nostra responsabilità, è una prova che il cuore ancora non è rigenerato e «se alcuno non è nato di nuovo non può entrare nel regno di Dio».

PASSI PARALLELI

Luca 19:13-26; 1Cronache 29:14-16; Giobbe 1:21; Ezechiele 16:16-21; Osea 2:8; Matteo 25:14-29

Luca 10:42; Colossesi 3:3-4; 1Pietro 1:4-5

13 13. Niun famiglio può servire a due signori; perciocché, o ne odierà l'uno, ed amerà l'altro; Ovvero, si atterrà all'uno, e sprezzerà l'altro; voi non potete servire a Dio, ed a Mammona.

Da alcuni questo vien considerato come un detto proverbiale; ma esso si rannoda qui in modo evidente al soggetto che precede. Non c'è vero servizio se il cuore non vi è impegnato Matteo 6:21, e gli affetti del cuore, in un senso assoluto, non possono venir dati che ad un oggetto solo; indi l'impossibilità di render servizio ugualmente sincero ed amorevole a due padroni opposti e nemici. Il fattore della parabola avea due padroni: il ricco signore del quale amministrava i beni, e l'oro di cui si era fatto un dio; ed egli trovò che era impossibile di servire ad entrambi, perché i suoi affetti erano tutti concentrati nell'amor dell'oro, mediante il quale egli poteva, soddisfare le sue voglie peccaminose. Parimente colui che non è fedele nelle «piccole cose», che non spende quello che il Signore gli ha affidato come un economo, nel modo indicato al ver. 9, prova con questo fatto istesso che egli è un misero schiavo di Mammona, che il suo affetto per quello è idolatria e che perciò non può servire a Dio. Questa «avarizia», come idolo accarezzato nel cuor dell'uomo, lo impedisce di servirsene giustamente per la gloria di Dio. Leggasi la descrizione fatta da Paolo degli effetti dell'avarizia in 1Timoteo 6:9-10, come una illustrazione del detto di Cristo che egli è impossibile di servire al tempo stesso Dio e Mammona, vedi Nota Matteo 6:24.

PASSI PARALLELI

Luca 9:50; 11:23; Giosuè 24:15; Matteo 4:10; 6:24; Romani 6:16-22; 8:5-8; Giacomo 4:4

1Giovanni 2:15-16

Luca 14:26

14 Luca 16:14-18. UN AMMONIMENTO AGLI AVARI E SCHERNITORI FARISEI

14. Or i Farisei, ch'erano avari, odivano anch'essi tutte queste cose, e lo beffavano.

È sogghignare, letteralmente arricciare il naso, parola che si ritrova in un sol altro posto del Nuovo Testamento Luca 23:35, per indicare il modo in cui questi stessi Farisei insultavano Gesù in croce. Luca dice qui dei Farisei in massa che essi erano «avari», e già altrove il Signore avea severamente rampognato questo loro difetto Matteo 23:14. Il grande scopo cui miravano, anche nelle loro esterne osservanze religiose, ora il proprio interesse, e così poco scrupolosi erano essi a questo riguardo, che non esitavano ad impiegar la frode e l'oppressione, coprendosi però sempre col manto di una religione ipocrita. L'ultime parole di Gesù, sull'impossibilità di unire il servizio di Dio e quello di Manimona, erano dunque rivolte direttamente a loro, e svegliarono un'eco nella loro coscienza. Per nascondere il loro dispetto, il loro turbamento e la loro indegnazione, ebbero ricorso a parole sarcastiche, a gesti e sguardi insolenti. In questo sono tipo dei peccatori inconvertiti in generale, nei quali la fedele predicazione della verità sveglia lo scherno e la rabbia, soprattutto quando si toccano in sul vivo i loro errori e peccati favoriti. Questi trattano i servitori di Gesù, come i Farisei trattarono Gesù medesimo, chiamandoli ipocriti o visionari deboli e fanatici.

PASSI PARALLELI

Luca 12:15; 20:47; Isaia 56:11; Geremia 6:13; 8:10; Ezechiele 22:25-29; 33:31

Matteo 23:14

Luca 8:53; 23:35; Salmi 35:15-16; 119:51; Isaia 53:3; Geremia 20:7-8; Ebrei 11:36

Ebrei 12:2-3

15 15. Ed egli disse loro: Voi siete que' che giustificate voi stessi davanti agli uomini; ma Iddio conosce i vostri cuori;

Affinché gli effetti dei suoi insegnamenti non fossero cancellati dai cuori della moltitudine, a motivo del contegno violento dei suoi dottori abituali, Gesù si rivolge a questi ultimi, svelando con severe parole il loro carattere, e dichiara che, perfettamente indifferenti all'opinione di Dio sul conto loro, non si preoccupavano se non di non compromettersi davanti agli uomini e di conservare la loro riputazione di integrità, pur continuando nell'avarizia e nella rapina. Badino però a non ingannar se stessi. Se scordano Iddio, egli tien però conto della loro ipocrisia, perché conosce i recessi più intimi dei loro cuori, i moventi delle loro azioni, ed il vero valore di quella giustizia formale di cui menavano sì gran vanto. «Il Signore non riguarderà a ciò a che l'uomo riguarda» 1Samuele 16:7; epperciò essi, benché esaltati come modelli di pietà, dai loro concittadini ignorati, erano abbominevoli dinanzi ai suoi purissimi sguardi per la loro interna corruzione ed ipocrisia.

perciocché quel ch'è eccelso appo gli uomini è cosa abbominevole nel cospetto di Dio.

La parola abbominazione, è l'equivalente di shekutz, che è generalmente usata nell'Antico Testamento, per designare gli idoli dei pagani, tenuti dall'Onnipotente in abbominazione. Queste parole sono usate dal Signore con riferenza speciale ai Farisei ed alla loro ingiustizia, e non devono venire universalmente applicate, perché molte sono le cose onorate dagli uomini, le quali non sono, però in abbominazione dinanzi al Signore.

PASSI PARALLELI

Luca 10:29; 11:39; 18:11,21; 20:20,47; Proverbi 20:6; Matteo 6:2,5,16; 23:5,25-27

Romani 3:20; Giacomo 2:21-25

1Samuele 16:7; 1Cronache 29:17; 2Cronache 6:30; Salmi 7:9; 139:1-2; Geremia 17:10; Giovanni 2:25

Giovanni 21:17; Atti 1:18; 15:8; 1Corinzi 4:5; Apocalisse 2:23

Salmi 10:3; 49:13,18; Proverbi 16:5; Isaia 1:10-14; Amos 5:21-22; Malachia 3:15

1Pietro 3:4; 5:5

16 16. La legge e i profeti sono stati infino a Giovanni; da quel tempo al regno di Dio è evangelizzato,

Sin dai primi secoli del Cristianesimo, sono stati divisi gli interpreti sulla quistione di sapere se c'è o no un nesso fra i ver. 16-18 e quelli che li precedono. Per ispiegare l'apparente isolamento dei soggetti trattati in questi versetti, Arnot suggerisce, con molta probabilità, che i Farisei avranno più di una volta interrotto il Signore colle loro esclamazioni e colle loro domande, le risposte alle quali solo ci sono stato conservate da Luca. Godet adotta evidentemente questo modo di vedere, poiché, dopo aver notato il carattere frammentario di questo racconto di Luca, egli osserva: «Quello che ci rimane di questo discorso si assomiglia alle vette di una catena di monti, la cui base sarebbe nascosta agli occhi nostri e dovrebb'essere ricostruita mediante la riflessione. Il compilatore stesso si astenne dal riempire, colle proprie mani, i vuoti di questo documento. Il carattere frammentario di questo paragrafo ha dato luogo ad una accusa contro di lui: ma dovrebbe al contrario venir considerato come una prova della sua coscienziosa fedeltà». Dobbiamo riconoscere che questo versetto è elittico; però ci pare poter scoprire fra esso e quello che lo precede e quello che lo segue, press'a poco il nesso seguente: "Vi vantate della legge e dei profeti; ma scordate che la dispensazione legale e profetica avea per unico scopo di preparare la dispensazione migliore del regno di Dio, la quale è stata inaugurata da Giovanni Battista. Il regno di Dio è fra voi; i pubblicani ed i peccatori fanno ressa per entrarvi, mentre voi, incapaci di discernere «i segni dei tempi», e cecamente attaccati alle mere forme di una economia che sta per iscomparire, lasciate sfuggire il giorno opportuno, e, correte rischio di venirne esclusi per sempre".

ed ognuno vi entra per forza.

Il vocabolo si trova una sola altra volta nel Nuovo Testamento Matteo 11:12. Ognuno, non è letteralmente ogni uomo, ma molti uomini, o moltitudini. Tal uso di quella parola è frequente, come quando si dice che tutti fanno la tal cosa, o parlano di un dato fatto, per indicare che quello occupa l'attenzione generale. Vedi note Matteo 11:12.

PASSI PARALLELI

Luca 16:29,31; Matteo 11:9-14; Giovanni 1:45; Atti 3:18,24-25

Luca 9:2; 10:9,11; Matteo 3:2; 4:17; 10:7; Marco 1:14

Luca 7:26-29; Matteo 21:32; Marco 1:45; Giovanni 11:48; 12:19

17 17. Or egli è più agevole che il cielo e la terra passino, che non che un sol punto della legge caggia.

Vedi nota Matteo 5:17-18. Non è improbabile che questa fosse una espressione proverbiale, per indicare la dignità e l'obbligatorietà perpetua della legge di Dio, e se così è, deve cessare la stolta disputa di Luca o Matteo l'han posta nel suo vero luogo, come se il Signore non potesse ripetere un detto già da lui pronunziato. Il nesso colle parole precedenti sembra esser quello di una solenne protesta contro l'accusa spesso portata contro a Cristo e ripetuta probabilmente in questa occasione, che il regno da lui annunziato dovesse abolire «la legge ed i profeti». Benché risultato della sua venuta in sulla terra dovesse essere l'abolizione della economia levitica, la legge morale di Dio che è una rivelazione delle sue perfezioni morali, doveva venire osservata in una maniera più rigorosa e più spirituale di prima, e nemmanco un punto di essa doveva venir meno. Sbaglia Oosterzee quando limita questa dichiarazione di Cristo col dire che «fino all'alba della nuova dispensazione, le esigenze morali della legge rimanevano in pieno vigore». Ma la citazione anonima colla quale appoggia questo suo pensiero va assai più in là nella via dell'errore: «Nel mondo della perfezione, più non sarà necessaria la legge, poiché ognuno sarà legge a sé stesso. Siccome non c'è legge per Dio, così non vi sarà legge per un mondo perfetto; perché, come Dio, quel mondo sarà legge a sé medesimo». La nostra natura resti perfetta potrà in quella sublime dimora non sentire i vincoli della legge morale, a motivo della perfetta conformità dei nostri voleri con quelli di Dio; ma siccome in quella legge s'incorporano le perfezioni adorabili di Dio, l'Essere supremo istesso non potrà mai cancellarla in eterno, né potranno mai gli uomini o gli angeli credersi esenti dall'obbligo di osservarla. «La legge del Signore è perfetta, siccome egli è perfetto», e «dura in eterno».

PASSI PARALLELI

Luca 21:33; Salmi 102:25-27; Isaia 51:6; Matteo 5:18; 2Pietro 3:10; Apocalisse 20:11; 21:1,4

Isaia 40:8; Romani 3:31; 1Pietro 1:25

18 18. Chiunque manda via la sua moglie, e ne sposa un'altra commette adulterio; e chiunque sposa la donna mandata via dal marito commette adulterio.

In prova di quanto era asserito al ver. 17 sulla più rigorosa e più spirituale, osservanza della legge morale in quel regno di cui Giovanni era stato il precursore, ed in contrasto alla osservanza farisaica della medesima, il Salvatore cita qui l'esempio del loro modo di fare nei casi di divorzio, nel quale i Farisei stessi dovevano riconoscere che essi annullavano la legge. «Nel regno di Dio» che Cristo è venuto a fondare, l'istituzione del matrimonio quale fu data da Dio a Adamo e ad Eva in Eden, è solennemente confermata come quella che deve venire osservata da tutti i suoi seguaci fino alla fine dei tempi. Confr. Genesi 2:24; Matteo 19:5-6; Marco 10:5-9. Quella legge divina non fu mai abrogata durante le due economie patriarcale e levitica, e non v'era che una causa legittima di divorzio, quando cioè l'infedeltà dell'una o dell'altra delle parti separava novamente quelli che erano divenuti una stessa carne. Ma questa legge divina veniva siffattamente trascurata in pratica, e il divorzio era divenuto così comune, che Mosè dovette contentarsi di frenare alquanto i danni inflitti alle donne israelite da questo stato di cose, coll'obbligare il marito, che rimandava sua moglie, a darle una scritta di divorzio, nella quale veniva dichiarata la sua innocenza. L'abuso di questo permesso era giunto ai tempi di Cristo a tal segno, che gli Ebrei rimandavano le loro mogli, benché di condotta irriprensibile, solo perché desideravano possedere un'altra donna, o per motivi più frivoli ancora. Di questo crudele e riprovevole traffico di donne, ne fornisce un esempio il caso della donna di Samaria Giovanni 4:18. Gesù dice ai Farisei che essi stessi ne sono colpevoli e lo consentono ad altri; mentre nel suo regno il divorzio sarà assolutamente proibito, fuorché nel caso di adulterio. "Voi, Farisei, con tutta la decantata vostra riverenza per la legge, siete trasgressori di quella fondamentale del matrimonio. Avete abbassato il livello della legge del divorzio, e mentre vi vantate della legge, incoraggite l'adulterio". Da questo solo esempio, adunque, potevano essi giudicare con qual maggior rigore la legge di Dio sarebbe osservata, sotto la dispensazione evangelica, che non sotto la levitica. Vedi note sul divorzio levitico Matteo 5:31-32; Matteo 19:5-9. Badiamo di non interpretar male quello che è detto in questo versetto relativamente al divorzio e ad un secondo matrimonio, quasiché entrambi fossero proibiti; perché è chiaro da un altro passo Matteo 5:32, che il Signore permette, in casi di adulterio, il divorzio ed il susseguente matrimonio con altra persona. Né in questo, né in alcun altro passo, il Signore chiama adultero il matrimonio di uno che sia stato divorziato per causa di fornicazione. Egli è il divorzio per cause frivole ed insussistenti che egli condanna; ed il matrimonio che seguisse un tal divorzio egli lo dichiara macchiato di adulterio.

PASSI PARALLELI

Matteo 5:32; 19:9; Marco 10:11-12; 1Corinzi 7:4,10-12

19 Luca 16:19-31. PARABOLA DELL'UOMO RICCO E DI LAZARO

19. Or vi era un uomo ricco, il quale si vestiva di porpora e di bisso, ed ogni giorno godeva splendidamente

Siccome questa parabola è il seguito di quella dell'economo previdente, il nesso fra le due si trova nel ver. 9, e questa avrebbe probabilmente tenuto dietro all'applicazione pratica di quella, quale la troviamo al ver. 13, senza le interruzioni dei Farisei, come credono molti commentatori. La lezione che essa inculca è di applicazione universale. Alcuni considerano tutto questo passo come un'allegoria e già abbiamo indicato nell'Analisi (Numero 3) di questo capitolo alcuni dei sensi che gli vengono attribuiti. Tale però non è l'opinione generale. La parabola del Seminatore è allegorica, cose spirituali venendo in essa figurate da oggetti materiali mentre in quella del buon Samaritano non si connette ai personaggi significato allegorico alcuno, essi sono semplicemente un Samaritano compassionevole, ed un viaggiatore ferito; e col loro esempio il Signore inculca una lezione importantissima cioè il vero amor del prossimo. A quella stessa classe, non già a quella del Seminatore, appartiene la presente parabola. Non è impossibile che i fatti sui quali è fondata fossero reali, che Gesù conoscesse un caso di questo genere; ma poco importa che la storia sia vera o fittizia, la sua importanza è derivata dalla solenne lezione che essa contiene. Il Signore avendo insegnato ai suoi discepoli e a tutti gli altri suoi uditori, coll'esempio del fattore prudente, a fare un retto uso delle ricchezze di questo mondo, a motivo del loro valore relativamente alla vita avvenire, completa ora quell'insegnamento, facendo loro vedere, con un terribile esempio, le conseguenze della incredulità quali si manifestano nell'induramento del cuore, nella sensualità e nell'assoluta dimenticanza della vita avvenire. Del protagonista di questa parabola non ci è nemmanco detto il nome, ma solo la condizione sociale: egli era «un uomo ricco». Niente è detto che possa farci credere aver egli guadagnato la sua fortuna, mediante frode, oppressione, furto o false accuse; non ci vien rappresentato come un oppressore delle vedove e degli orfani; nessuna accusa di ubbriachezza o di condotta immorale vien portata contro di lui; la prova della divina saviezza del Maestro consiste nel far passare tutto il suo rimprovero sopra un punto solo, cioè sull'affetto egoista ed assorbente di quest'uomo per i beni e i piaceri di questa vita. Non s'insiste sopra il male che senza dubbio avea commesso nella sua vita; ma il bene che avea trascurato di fare ci vien presentato come la causa della sua condanna dinanzi al Signore. La sensualità nel vestire e nel mangiare, descritta in questo versetto, non era una cosa eccezionale, ma il tenore giornaliero della sua vita. Il verbo indica la gioia epicurea che egli provava nel sontuoso suo vivere, mentre la porpora ed il bisso ci dicono l'orgoglio che provava nell'andar splendidamente vestito. La tintura di porpora che si otteneva da una specie di conchiglia di mare (Murex), anticamente abbondante nei dintorni di Tiro, ma ora perduta, era costosissima, perché ogni pesce non dava che alcune gocciole di liquido, e pochi, salvo personaggi reali, o quelli cui i re conferivano un tanto onore, potevano andare adorni di un vestimento così costoso Ester 8:15; Daniele 5:7. Questo formava il vestito esterno dell'uomo ricco; l'intorno o tunica consisteva di lino finissimo, notevole per la bianchezza e la morbidezza del tessuto. Questa combinazione di porpora e di bianco del vestire era molto pregiata. Del bisso dell'alto Egitto, Plinio dice: «Nec alla sunt ces candore, mollitiave praeferenda, vestis inde sacerdotibus Egypti gratissima» (St. Nat. Lib. 19:2).

PASSI PARALLELI

Luca 12:16-21; 18:24-25; Giacomo 5:1-5

Luca 16:1; 15:13; Giobbe 21:11-15; Salmi 73:3-7; Ezechiele 16:49; Amos 6:4-6; Apocalisse 17:4

Apocalisse 18:7,16

Giudici 8:26; Ester 8:15; Ezechiele 16:13; 27:7; Marco 15:17,20

20 20. Vi era altresì un mendico chiamato Lazaro,

Notisi che questo è il solo caso in cui Gesù introduca un nome proprio in una parabola, e siccome Lazaro è una contrazione di Eleazar (Dio aiuta) è possibile che egli lo abbia introdotto per descrivere il carattere di quell'uomo, come uno di quei poveri pii che mettono tutta la loro fiducia in Dio.

Il quale giaceva (letteralmente era stato gettato) alla porta d'esso,

È dubbioso se questa parola implica, come suppongono alcuni il totale abbandono in cui egli era stato lasciato da quelli per i quali era divenuto un peso insopportabile. Come i malati poveri venivano portati alla porta del tempio o in altri luoghi frequentati dal pubblico, per mendicarvi durante il giorno, ed erano quindi riportati per la notte nei loro covili, par più probabile che questo fosse il caso di questo mendico, e che la parola «gettato» indichi il modo, trascurato e senza riguardi, col quale egli veniva messo alla porta del ricco, da quelli che lo portavano.

pieno d'ulcere; 21. E desiderava saziarsi delle miche che cadevano dalla tavola del ricco;

La miseria di Lazaro è indicata dal suo corpo coperto di ulcere, e dalla fame che gli faceva bramare quegli avanzi della tavola del ricco che ordinariamente si davano ai cani. Alcuni critici dànno alle parole il senso di «egli mangiava volentieri», cioè era felice di poter ottenere anche solo gli avanzi; mentre altri le considerano come indicanti un desiderio che non poteva essere soddisfatto. Il contesto par più conforme a questo secondo modo di vedere. Non si potrebbe immaginare un contrasto più completo di quello che esiste fra la condizione esterna di quei due uomini; uno sopraccarico delle superfluità della vita, l'altro morente ogni giorno di fame e di malattia. Ogni volta che entrava in casa o ne veniva fuori, il ricco avea sotto gli occhi uno spettacolo che avrebbe dovuto muovere a compassione il cuore più indurito; ma passava oltre col capo volto altrove ed il cuore corazzato dall'egoismo.

21 anzi ancora i cani venivano, e leccavano se sue ulcere.

I più fra gli scrittori considerano questo come un alleviamento dei suoi dolori, mantenendo che il leccamento di un cane ha, delle proprietà sanatorie; poiché essi leccano tutte le piaghe che possono avere sul proprio corpo. Da questo essi derivano un paragone fra la compassione che gli stessi bruti dimostravano verso di Lazaro, e la crudele indifferenza di colui che, senza patirne danno alcuno per se stesso, avrebbe potuto, col dargli un po' di cibo ogni giorno, ricondurlo novamente in salute. Ma Godet, Oostorzee ed altri hanno ragione nel considerare questo atto dei cani come l'ultimo colpo della miseria di quel meschino, non solo a motivo delle parole (anzi ancora), le quali indicano evidentemente qualche cosa da aggiungersi a quanto di già pativa, ma pure perché le Scritture non vi parlano in modo favorevole del cane, il quale era, per i Giudei e per gli Orientali in genere, un animale impuro.

PASSI PARALLELI

Luca 18:35-43; 1Samuele 2:8; Giacomo 1:9; 2:5

Giovanni 11:1

Atti 3:2

Luca 16:21; Giobbe 2:7; Salmi 34:19; 73:14; Isaia 1:6; Geremia 8:22

1Corinzi 4:11; 2Corinzi 11:27

Matteo 15:27; Marco 7:28; Giovanni 6:12

22 22. Or avvenne che il mendico morì

In questo versetto il Signore aggiunge un altro tratto al contrasto che già regnava fra questi due uomini: entrambi morirono, ma il cadavere del mendico fu gettato via segretamente ed ignominiosamente in una di quelle caverne che servivano di fossa comune per i poveri; al ricco invece vennero concessi gli onori di uno splendido funerale. Così si chiude la storia terrena di questi due uomini, e subito ci vien presentato lo stato di entrambi nel mondo eterno. Qui il contrasto è più evidente ancora, ed è t utto in favore di Lazaro.

e fu portato dagli angeli nel seno d'A b rahamo;

Fin qui il Signore avea parlato di cose che a ciascuno dei suoi uditori erano famigliari, per la propria esperienza; egli entra ora in una regione a lui ben nota, ma della quale la Scrittura (pur rivelandone l'esistenza), nasconde agli uomini i particolari; perciò dobbiam camminar con prudenza nell'interpretar le sue parole. Una cosa certa si è che egli ha rivestito l'istruzione che ci voleva dare relativamente al nostro stato futuro di un linguaggio famigliare, adattato alla misura delle nostre deboli capacità mentali, dimodoché egli è spesso difficile distinguere fra quello che vi ha in esso di figurativo e quello che è strettamente letterale. Accettando alla lettera e con gratitudine la descrizione che ci dà Paolo del ministero degli angeli in favore dei redenti, quando ci dice che «eglino sono tutti spiriti ministratori mandati a servire a coloro che hanno ad eredare la salute» Ebrei 1:14, prendiamo anche letteralmente e non figurativamente, la dichiarazione di Gesù che alla morte gli angeli trasportano le anime dei credenti nelle regioni della gloria. Il «seno di Abrahamo» ed il «Paradiso» erano espressioni sinonime, molto in uso fra i Giudei, per indicare il cielo, il luogo del riposo e della felicità, verso il quale le anime dei buoni prendevano il loro volo subito dopo la morte, e Gesù naturalmente si serve della espressione che i suoi uditori ben conoscevano, affin di render più chiare per essi le sue istruzioni. Non è dunque necessario supporre che questa espressione indichi qualche preeminenza speciale di Lazaro.

e il ricco morì anch'egli, e fu seppellito. 23. Ed essendo ne' tormenti nell'inferno,

L'orgoglio e la vanità di cui la porpora ed il bisso erano stati i segni esterni, lo accompagnarono fino alla tomba, e in quella, per quanto concerneva i suoi simili, vien sepolta ogni memoria di lui. Il Signore ricorda questo come l'ultimo dei «beni» ai quali egli avea messo il suo cuore, e che il mondo gli poteva dare. Come nel caso del mendicante, il Signore passa subito alla sua condizione nella vita eterna. La risurrezione del corpo e la immortalità dell'anima erano dommi accettati da tutti i Giudei, ad eccezione della piccola setta dei Sadducei; ma le loro vedute sulla vita avvenire erano assai nuvolose, se si trattava di andar più in là della fede nelle ricompense e nei castighi eterni. Parrebbe che essi credessero in uno stato intermediario fra la morte e la risurrezione, e, lo chiamassero, Sheol, o Hades diviso in due parti: l'una, abitazione dei giusti, Paradiso, l'altra quella dei dannati, Geenna; e questa teoria è stata ammessa da non pochi scrittori moderni, i quali sostengono che Gesù parla, in questa parabola, di un tale stato intermediario. Importa notare però che «dovunque occorre nel Nuovo Testamento, questo termine di hades sembra essere applicato al luogo degli eterni castighi, fuorché nei passi citati direttamente dal Testamento Antico». L'insegnamento di Gesù ai suoi apostoli nel Nuovo Testamento non dà nessun sostegno alla teoria di un luogo intermediario. Paolo ci dice molto esplicitamente: «Sappiamo che mentre abitiamo nel corpo, siamo assenti dal Signore; ma noi abbiamo molto più caro di partire dal corpo, e di abitare col Signore» 2Corinzi 5:6,8; ed ancora: «avendo il desiderio di partire da questo albergo, e di essere con Cristo, il che è di gran lunga migliore» Filippesi 1:23. In questi passi non v'è stato intermediario possibile, dove Cristo è alla destra di Dio, qui è il cielo e la gloria. Il Signore stesso c'insegna la stessa dottrina, quando dice al ladrone morente: «Io ti dico in verità che oggi tu sarai meco in Paradiso» Luca 23:43. Qui pure il morire e l'entrare nel riposo sono nel caso di Lazaro espressi nella medesima proposizione, unita da una congiunzione copulativa, e con questo Gesù c'insegna che per i suoi non corre intervallo alcuno fra il partire dal corpo e l'essere con lui in gloria, come pure, per parità di ragionamento, devesi concludere non osservi intervallo alcuno fra la morte dei malvagi ed i tormenti dell'inferno. Qualunque sia il punto di vista dal quale consideriamo questa parte della parabola, la interpretazione di essa offre delle difficoltà. È impossibile intendere letteralmente la sete del ricco, la sua lingua, il dito di Lazaro, ecc., trattandosi di spiriti spogli dei loro corpi; dall'altra parte se il ricco e Lazaro erano letteralmente nel corpo, ciò ci riporta fin dopo il giudizio finale, quando cioè la preghiera del ricco per i suoi fratelli tornerebbe oramai inutile, poiché già sarebbe stato deciso il loro fato. Ma ricordandoci la natura parabolica di questa porzione degli insegnamenti del Signore, e lasciando da parte tutti i particolari figurativi, necessari per rendere il soggetto comprensibile a menti umane; usciremo chiaramente da questa difficoltà, se riteniamo che Cristo ci mette qui dinanzi agli occhi lo stato finale ed irrevocabile di questi due uomini, così di felicità in cielo, o di tormento in inferno, così nel corpo, come nello spirito, come già egli ci avea presentato la completa ed irrevocabile storia delle loro vite terrene. Il contrasto sarebbe rimasto incompleto se in confronto delle gioie e delle sofferenze di tutto l'uomo anima e corpo in sulla terra, Gesù ci avesse presentato la felicità e la gioia dell'anima solamente nello stato futuro; a rendere il quadro completo occorreva la descrizione dei godimenti e delle sofferenze dell'uomo tutto intero corpo e spirito, nella vita eterna.

23 alzò gli occhi, e vide da lungi Abrahamo, e Lazaro nel seno di esso

Secondo gli Ebrei, il Paradiso e la Geenna stanno l'uno accanto all'altro; qui il Signore descrive il soggiorno della felicità come «molto lontano»; il ricco poteva bensì vederlo, ma non giungervi. Il Signore descrive qui ed altrove i tormenti fisici che i malvagi patiranno nell'inferno, sotto la figura dell'agonia di un fuoco perpetuo applicato al corpo, mentre quelli dello spirito consisteranno nella violenza raddoppiata e non mai soddisfatta di tutte le malvagie passioni della terra, insieme ad un rodente rimorso, al sentimento incessante della perdita fatta nell'esser per sempre banditi dalla presenza di Dio. Aggravava questi dolori, il contemplare ogni qual volta ch'egli alzava lo sguardo, nel godimento di una perfetta ed eterna felicità, il meschino mendicante che in terra giaceva alla sua porta. La natura della parabola non ci permette di decidere con certezza se questa visione si debba prendere alla lettera. Ma da Luca 13:28 pare che sia possibile qualche conoscenza simile a quella che questo vedere implica; in ogni caso è indubitato che i dannati nell'inferno non devono esser meno certi della felicità dei giusti, che se la vedessero coi proprii occhi in cielo, e la coscienza di questo fatto, aggiunta alla loro rovina nell'essere esclusi dal soggiorno della felicità, dove accrescere di gran lunga la loro miseria

PASSI PARALLELI

Giobbe 3:13-19; Isaia 57:1-2; Apocalisse 14:13

Salmi 91:11-12; Matteo 13:38-43; 24:31; Ebrei 2:14

Matteo 8:11; Giovanni 13:23; 21:20

Luca 12:20; Giobbe 21:13,30-32; Salmi 49:6-12,16-19; 73:18-20; Proverbi 14:32

Marco 8:36; Giacomo 1:11; 1Pietro 2:24

2Re 9:34-35; Ecclesiaste 8:10; Isaia 14:18; 22:16

Salmi 9:17; 16:10; 49:15; 86:13; Proverbi 5:5; 7:27; 9:18; 15:24; Isaia 14:9,15

Matteo 5:22,29; 18:9; 23:33; 1Corinzi 15:55

2Pietro 2:4; Apocalisse 20:13-14

Luca 16:28; 8:28; Matteo 8:29; Apocalisse 14:10-11; 20:10

Luca 13:28-29; Matteo 8:11-12

24 24. Ed egli, gridando (che corrisponde al da lungi, del vers. 23, applicato ad Abrahamo), disse: Padre Abrahamo,

Abbiamo spesso osservato nel corso di queste note sui Vangeli, che vengono introdotte nelle parabole molte cose che appartengono all'insieme drammatico della storia, senza che dobbiamo dar loro un senso letterale. Tale è qui il caso. Il dialogo col quale si chiude la parabola, non ebbe, non poté aver luogo; ma si deve considerare come incorporante, sotto forma di conversazione, certe idee che esistono nella mente di non pochi abitanti dell'altro mondo, e ciò affin di rendere tali idee più intelligibili ed impressive ai viventi, e di far meglio risaltare i tormenti dell'inferno. I Giudei considerano come un onore segnalato il discendere da Abrahamo, ed il nome di «padre Abrahamo» veniva pronunziato in ogni occasione come un vanto, o come una protezione Matteo 3:9; Giovanni 8:33,39,53; Atti 7:2. Benché quell'uomo si trovasse in uno stato di miseria irremediabile, egli sembra aggrapparsi a questa sua parentela col padre dei fedeli, quasiché essa svegliasse ancora un raggio di speranza nel suo cuore. «Chi è circonciso è salvo», diceano i rabbini, perché la circoncisione era segno di parentela con Abrahamo col quale Iddio avea stretto il suo patto, per lui stesso e per i suoi discendenti Genesi 17:7. Che terribile colpo deve essere stato per la fiducia dei Farisei, il vedere che Gesù metteva fra i dannati questo figlio di Abrahamo! Notisi, questo è il solo esempio in tutta la Scrittura, di una preghiera rivolta ai SANTI, ed esso deve dare pochissimo incoraggiamento a quelli che di tali preghiere fanno uso. La Chiesa romana nei suoi servizii rivolge preghiere ed invocazioni ai santi defunti, e raccomanda a tutti i suoi seguaci di fare altrettanto. Per una Chiesa che si pretende fondata sulla Scrittura, è cattivo segno che il solo esempio di una pratica da lei tanto raccomandata sia partito dall'inferno, e sia stata perentoriamente respinta dal Santo cui era diretta.

abbi pietà di me, e manda Lazaro,

Il completo egoismo di costui si vede dalle due preghiere che egli fa: una relativa a Lazaro, l'altra ai suoi fratelli; la prima per esser sollevato nei suoi patimenti corporei, l'altra per evitare addizionali angoscie dell'anima. La vista di Lazaro svegliò forse nel suo cuore invidia e sorpresa; ma non destò in lui né rimorso né vergogna per averlo così crudelmente trascurato in terra: egli lo considera tuttora, come il miserabile mendicante che usava giacere alla porta del suo palazzo, meritevole solo di venir mandato attorno in servizio degli altri, quand'anche egli sia entrato nei cieli; perciò suggerisce ad Abrahamo che in lui certamente troverà un messaggiero che non ardirà disubbidire ai suoi comandamenti. Tanto è vero che neppure le pene dell'inferno varranno a soggiogare l'orgoglio che abbiamo nutrito in cuore, mentre eravamo in sulla terra.

acciocché intinga la punta del dito nell'acqua, e mi rinfreschi la lingua; perciocché io son tormentato in questa fiamma.

Non ardisce chiedere di venir liberato dal suo tormento: così grande è la sua miseria, che si dichiara soddisfatto anche del più piccolo sollievo, ma supplica invano. Le sofferenze che lo tormentano ci vengono rappresentate come producenti una sete così ardente che anche solo una gocciola d'acqua sulla sua lingua sarebbe un refrigerio. Veramente «di qual misura egli avea misurato era stato ora misurato a lui» Luca 6:38. Le gocciole d'acqua cadenti dal dito corrispondono alle miche da lui negate a Lazaro. La ragione che dà della sua domanda è: «io sono tormentato in questa fiamma». I dannati ci vengono spesso rappresentati come sofferendo in mezzo alle fiamme, perché il fuoco è l'immagine del più crudo dolore che conosciamo. Le dichiarazioni del Signore e dei suoi apostoli relativamente alle fiamme dell'inferno devonsi riferire ai corpi non meno che alle anime, benché al di là di questo, il soggetto rimanga avvolto nella più completa oscurità. Siccome il Signore rivelò queste cose per esser di ammonimento a quelli che vivono tuttora in sulla terra, si può con certezza affermare che tutto ciò che è realmente penoso, farà parte dell'inesprimibile tormento di quelli cui non potrà più venire esteso il perdono. Neghino e deridano quanto vogliono gli increduli e gli scettici la dottrina, delle pene future. Il Signore, che tutto creò e tutto conosce, non solo l'asserisce ripetutamente, ma qui solleva un canto del velo che nasconde quel soggetto, cosicché il gran fatto è accertato fuor di ogni dubbio, benché i particolari ne sieno riserbati per il giorno della vendetta. Niente può esservi di più chiaro e di più forte del linguaggio di Gesù Cristo relativamente ai tormenti infocati dei malvagi in Matteo 13:42,50; 25:46.

PASSI PARALLELI

Luca 16:30; 3:8; Matteo 3:9; Giovanni 8:33-39,53-56; Romani 4:12; 9:7-8

1Samuele 28:16; Isaia 27:11; Giacomo 2:13

Isaia 41:17-18; 65:13-14; Giovanni 4:10,14; 7:37; Apocalisse 7:16-17; 22:1

Zaccaria 14:12; Giacomo 3:6

Isaia 66:24; Matteo 25:41; Marco 9:43-49; 2Tessalonicesi 1:8; Apocalisse 14:10-11; 19:20; 20:15

25 25. Ma Abrahamo disse: Figliuolo, ricordati che tu hai ricevuti i tuoi beni in vita tua, e Lazaro altresì i mali; ma ora egli è consolato, e tu sei tormentato

Benché il ricco domandasse il più piccolo sollievo immaginabile ai suoi tormenti, glielo si ricusa per due motivi; perché era sragionevole, e perché era impossibile. In questo versetto vien dimostrata la sragionevolezza della sua domanda. Chiamandolo Figliuolo, Abrahamo riconosce la parentela naturale che passava fra di loro, benché, spiritualmente parlando, il ricco fosse figlio del Diavolo. Gli parla con calma, con verità, con rettitudine, togliendogli ogni speranza di sollievo che fosse potuta nascere nel cuor suo, nel vedersi riconosciuto dal padre del suo popolo. La parola «ricordati» ha in questo discorso un senso pungente; essa chiama il ricco a riandare alla sua vita terrena e le gioie che in essa avea godute, perché quelle, come formavano la sua porzione. La memoria sarà un verme che non muore. Spendere l'eternità nel ricordarsi amaramente del tempo male speso, delle occasioni perdute, delle grazie rigettate dovrà essere un tormento indicibile. Una tal rivista del passato dovea convincere il ricco della sragionevolezza della sua domanda; poiché, conoscendo il rischio che correva di andare eternamente perduto se si scordava di Dio, egli avea deliberatamente messo l'affetto suo alle cose della terra, ne avea fatto la sua porzione, e durante la sua vita ne avea derivato tutti i maggiori godimenti che esso potean dare, mettendo in pratica la massima epicurea: «Mangiamo e beviamo, imperocché domani morremo». Dopo tutto ciò, era impossibile che potesse venire ammesso al godimento dei beni celesti; poiché mancavagli la preparazione di cuore a ciò necessaria, il gusto delle cose spirituali, che un tale godimento presuppone e richiede. Avea goduto i suoi «beni» in terra, e tutta la sua vita quaggiù era stata una preparazione per la perdizione. Ora gli tocca «mangiare quello che ha seminato», e nel suo presente tormento mietere il frutto da lui stesso scelto in sulla terra. Di più Abrahamo dichiara che, mentre egli godeva i suoi «beni», Lazaro avea i suoi «mali», a lui assegnati dalla savia provvidenza di Dio, cioè una vita dura e provata dalla povertà, la malattia e l'ignominia, le quali cose però aveano svegliato in lui l'aspirazione verso le cose celesti, e fortificato la sua fede in Dio. Con tali abitudini e disposizioni già in lui prodotte dal suo genere di vita, la morte lo avea condotto a godere i beni che la sua fede avea anticipati nei luoghi celesti. «Siccome è una grande legge del regno di Dio, che la natura dei presenti nostri desiderii regolerà quella della nostra felicità avvenire, così, per quella stessa legge, colui i cui beni ricercati e goduti erano tutti limitati dal tempo, non poteva sperarne alcuno dopo che sarebbe giunta al suo termine la sua connessione col tempo, vedi Luca 6:24. Ma per la stessa legge, colui che i molti mali patiti nella vita presente avranno spinto a cercar la consolazione in una vita al di là della tomba, vien dalla morte liberato da ogni pena, ed introdotto in un bene purissimo ed eterno» (Brown).

PASSI PARALLELI

Luca 16:24

Luca 16:23; Lamentazioni 1:7; Daniele 5:22-23,30; Marco 9:46

Luca 6:24; Giobbe 21:13-14; 22:18; Salmi 17:14; 37:35-36; 49:11; 73:7,12-19

Romani 8:7; Filippesi 3:19; 1Giovanni 2:15

Luca 16:20; Giovanni 16:33; Atti 14:22; 1Tessalonicesi 3:3; Ebrei 11:25; Apocalisse 7:14

26 26. Ed, oltre a tutto ciò, tra noi e voi è posta una gran voragine;

È sempre Abrahamo che parla ed egli ora addita l'assoluta impossibilità di accordare al ricco la sua domanda, significa propriamente uno strappo profondo, una fessura che separa due luoghi, come un torrente, o un avvallamento del suolo; diguisaché si frappongono fra di loro una profondità od uno spazio immensurabili. Quel golfo od abisso troppo profondo per venir colmato, troppo largo perché vi si possa fare un ponte, è «posto», per immutabile decreto di Dio, in modo da separare la dimora dei beati dal luogo dei tormenti. I rabbini insegnavano che quei due luoghi sono separati nell'hades da una semplice muraglia, cosicché si poteva forse sperare di sfuggire ai tormenti ma ben diverso è l'insegnamento di Cristo: questa aperta voragine dà l'idea di un incarceramento senza speranza. "Ogni comunicazione è impossibile, Lazaro non potrebbe passar da te, per quanto fossimo disposti a servirti in questa tua estremità".

talché

La parola greca fa risaltare anche meglio questa separazione assoluta, perché non suona solamente dimodoché, ma pure affinché, cioè, Dio ha posto, per eterno decreto, quella voragine espressamente per impedire ogni comunicazione.

coloro che vorrebbero di quì passare a voi non possono;

per opere cioè di misericordia, come quella per cui domandavano i servizii di Lazaro; che non si potrebbe per alcun altro motivo imaginare, un tal passaggio.

parimente coloro che son di là non passano a noi.

Mettendo le due forme di quì e di là in bocca ad Abrahamo, Gesù toglie ogni dubbio relativamente alla impossibilità di attraversar quella voragine. Questo taglia dalla radice la dottrina del Purgatorio, ed il sogno vano ed antiscritturale di quelli che insegnano un finale ristabilimento o meglio esaltazione dei dannati in cielo. Una tal dottrina infatti esige che la voragine possa venir varcata, mentre il Signore in questa parabola c'insegna molto chiaramente che essa non lo sarà mai: «Questi andranno alle pene eterne» Matteo 25:46.

PASSI PARALLELI

1Samuele 25:36; Salmi 49:14; Ezechiele 28:24; Malachia 3:18; 2Tessalonicesi 1:4-10; Giacomo 1:11-12

Giacomo 5:1-7

Luca 12:59; Salmi 50:22; Matteo 25:46; Giovanni 3:36; 2Tessalonicesi 1:9; Apocalisse 20:10; 22:11

27 27. Ed egli disse: Ti prego adunque, o padre, che tu lo mandi a casa del mio padre; 28. Perciocché io ho cinque fratelli; acciocché testifichi loro; che talora anch'essi non vengano in questo luogo di tormento.

Il ricco più non ripete la sua domanda di esser sollevato nei suoi dolori, poiché nulla poteva rispondere alle ragioni messe avanti da Abrahamo; ma ne fa subito un'altra, non meno egoista della prima. La «casa di suo padre» indica semplicemente la dimora dei suoi fratelli; niente fa supporre che suo padre fosse tuttora in vita, come suppongono alcuni; se no, egli lo avrebbe mentovato insieme a quei fratelli a pro' dei quali vien fatta la sua domanda. Benché l'abisso di separazione impedisce a Lazaro di andare a lui, egli sa che è tuttora possibile la comunicazione fra il cielo e la terra, epperciò domanda che Lazaro sia mandato a loro acciocché testifichi loro. I fratelli al pari di lui, benché forse Farisei di professione, erano praticamente Sadducei, nella loro completa dimenticanza di una vita futura; ed egli desiderava che Lazaro li ammonisse così della miseria che della felicità che in quella possono trovarsi, perché di entrambe era Stato testimone oculare. Alcuni scrittori della scuola razionalistica, i quali considerano questa parabola come soltanto una condanna della ricchezza, trovando che l'ultima parte di essa non risponde alle loro vedute (poiché gli è l'impenitenza dei cinque fratelli di faccia alla legge ed ai profeti, non già le loro ricchezze, che son qui presentate come causa del loro pericolo), han tentato di disfarsi di questa difficoltà, asserendo, senza l'ombra di prova, che Luca l'aggiunse di propria testa. Alcuni han sostenuto che l'ansietà del ricco pei suoi cinque fratelli proveniva da simpatia spirituale per loro, ed ora in lui un segno di emendamento, un segno che il suo cuore già andava purificandosi sotto l'influenza del castigo, così da far sperare un ristabilimento finale. Ma questa è un'asserzione gratuita. Il vero motivo che lo spinse a far questa domanda sembra essere stato piuttosto un timore egoista che essi lo seguissero nel luogo dei tormenti dove la lor presenza e i loro rimproveri avrebbero senza dubbio accresciuto i suoi tormenti. Ben lungi dall'essere un segno che il bene cominciava ad operare nel suo cuore, questa domanda è fondata sopra un sentimento di ingiustizia fatta a lui stesso, di torto di cui egli era stato vittima; poiché, come sagacemente osserva Trench, essa contiene un amaro rimprovero contro Dio e l'economia antica, quasiché la sua rovina provenisse dal non aver egli avuto insegnamenti abbastanza chiari sulla vita futura, torto che voleva far evitare ai suoi fratelli, mandando loro uno che proveniva dal mondo degli spiriti.

PASSI PARALLELI

Salmi 49:12-13

29 29. Abrahamo gli disse: Hanno Mosè e i profeti; ascoltin quelli.

Qui abbiamo la testimonianza espressa di Gesù alla piena sufficenza delle Scritture dell'antico Testamento per la salvezza dei Giudei, a suo tempo; quanto più adunque dobbiamo noi ritenere come sufficiente per noi l'intera Parola di Dio contenuta nel Nuovo e nell'antico Testamento Queste sue parole contradicono appieno l'idea, da molti ricevuta, che nel Pentateuco non si trovino le dottrine della vita eterna e dei castighi a venire. Il comandamento: «Ascoltin Mosè» detto qui dei cinque fratelli è decisivo su questo punto, anche lasciando da parte l'insegnamento diretto di Matteo 22:31-32.

30 30. Ed egli disse: No, padre Abrahamo; ma, se alcuno de' morti va a loro, si ravvedranno.

Il ricco insiste sulla sua domanda, come se fosse miglior giudice che Abrahamo di quello che potrebbe condurre i suoi fratelli a pentimento. Per tanto tempo aveano ascoltato Mosè e i profeti senza profitto, che c'era poca speranza che essi ne ricevessero ora il messaggio; mentre che la novità di un messaggiero venuto dal mondo eterno non potrebbe mancare di svegliare la loro attenzione, e di condurli a por mente a quello che egli annunzierebbe loro. È questo il modo di ragionare dell'uomo naturale, il quale, nella sua ignoranza, non conosce né la difficoltà del pentimento, né la follia di sperare da visioni miracolose dei risultati che la Parola di Dio non ha prodotti. È questa l'idea di molti, i quali si figurano che sarebbe loro più facile di credere se vedessero qualche spirito tornato d'infra i morti. È notevole che ai nostri dì, quando le comunicazioni spiritistiche son tanto alla moda e tanta gente ciecamente ci crede, gli impostori che le praticano non abbiano mai rivolte le loro trame nel senso indicato da questo ricco, né vi sia una sola reale conversione operata coi mezzi da essi tanto decantati. Godet osserva che «mettendo questa preghiera in bocca al ricco, Gesù evidentemente allude a quella sete di miracoli, di esterne e palpabili manifestazioni di potenza divina dirette a contentare la curiosità, che egli incontrò spesso fra i suoi avversari, e sempre ricusò di soddisfare» Matteo 12:38; 16:1, Marco 8:11; Luca 11:16; Giovanni 6:30.

PASSI PARALLELI

Salmi 49:12-13

31 31. Ed egli gli disse Se non ascoltano Mosè e i profeti, non pur crederanno, avvegnaché alcun de' morti risusciti.

Nella risposta che mette in bocca ad Abrahamo, Gesù svela la completa illusione di quelli che sperano conversioni mediante miracoli. La paura e le apparizioni non produrranno mai vero pentimento. Chi rigetta la testimonianza delle Scritture, anziché ammetter quella di uno spirito, non si persuaderebbero nemmeno vedendo qualcuno risorgere dai morti. «Questa parola ha un gran peso per quello che essa ci rivela della natura della fede come atto morale, come atto della volontà e del cuore, non meno che della mente, che non può dunque esser prodotto da segni e da miracoli, imperocché laddove esiste una resistenza determinata della volontà e del cuore contro al vero, l'impressione che tali fatti potrebbero produrre, anche se fosse genuina, non sarebbe mai, se non transitoria» (Trench). Press'a poco al tempo stesso in cui fu pronunziata questa parabola, Lazaro di Betania venne risuscitato dai morti; ma i Farisei, pur confessando che quello era un miracolo notevole Giovanni 11:47, non ne rimasero punto persuasi della divina missione di Colui che lo avea operato; e quando venne predicata loro la risurrezione dai morti del Signor Gesù medesimo, provata da molti e fede degni testimoni, essi, con unanime accordo, ricusarono di riconoscerlo come Figlio di Dio, come il promesso Messia. Supposto che Lazaro fosse stato mandato a quei cinque fratelli, che accoglienza avrebbe egli ricevuta da loro? Non lo avrebbero essi accusato di insultare alla memoria del loro fratello, dicendo che egli era dannato? Non lo avrebbero essi perseguitato con ogni mezzo in poter loro? E se a noi comparisse innanzi uno dei morti, chi accerterebbe se egli è un demonio, od un messaggero celeste degno di venir creduto? se dice il vero o il falso? Questa parola del Signore accresca in ogni cuore il rispetto per le Scritture. Esse sole, mediante l'operazione dello Spirito, possono convincere il cuore di peccato, ed illuminar la mente riguardo all'unico modo di salvezza, per la fede nella espiazione di Cristo. Non ci stupisca dunque se Gesù altrove ci dà questo comandamento universale: «Investigate le Scritture, perciocché voi pensate per esse aver vita eterna; ed esse son quelle che testimoniano di me» Giovanni 5:39.

PASSI PARALLELI

Giovanni 5:45-47

Giovanni 11:43-53; 12:10-11; 2Corinzi 4:3

Genesi 9:27

Atti 19:8; 26:28; 28:23; 2Corinzi 5:11

RIFLESSIONI

1. Alcuni hanno empiamente affermato che, mediante la parabola dell'economo infedele, Gesù permetteva la pratica della immoralità; ma, col qualificativo di «ingiusto» che egli dà a quell'uomo, il Signore, chiaramente ci ammonisce contro qualsiasi frode e disonestà nelle nostre relazioni coi nostri simili. E questo ammonimento è necessarissimo ai nostri dì, essendo troppo comune la disonestà in commercio ed in tutte le relazioni della vita, mentre che è divenuta così rara la rettitudine fra gli uomini. Questo avvertimento dovrebbero prenderlo specialmente a cuore quelli che occupano dei posti di fiducia sotto padroni terreni, poiché da tali, cose la legge come il vangelo, richiedono che essi si astengano coscienziosamente di far torto alcuno ai loro padroni, per disonestà, per trascuranza, per mancanza di attenzione, o per istravaganza nello spendere. Ma esso è pure applicabile a chiunque, in qualsiasi rango della società. Tutti dobbiamo star sempre in guardia contro qualsiasi violazione delle regole dell'onestà e della integrità. Se qualcuno ha peccato in questo modo, si affretti a far restituzione per quanto può, e ne domandi umilmente perdono a Dio. Che solenne ammonimento contro alla disonestà ci dà Paolo nelle seguenti parole: «Né i ladri, né gli avari, né gli ubriachi, né gli oltraggiosi, né i rapaci non erederanno il regno di Dio!» 1Corinzi 6:10. Studiamoci sempre di conservare «la testimonianza della nostra coscienza, che in semplicità e sincerità di Dio, siamo conversati nel mondo» 2Corinzi 1:12.

2. Lo zelo e la pertinacia degli uomini d'affari, nell'attraversare mari e continenti allo scopo di accumulare tesori terreni, ben può servire a rampognare la lentezza e l'indolenza dei credenti relativamente ai tesori del cielo. Le parole del Signore sono invero gravi e solenni: «i figliuoli di questo secolo sono più avveduti nella loro generazione che i figliuoli della luce». «Quello che abbiamo bisogno di imparare dagli uomini del mondo, non è tanto l'abilità nel condurre i loro affari, come quel vivo sentimento della nostra propria sfera di doveri e di responsabilità che cambierà per noi il mondo della fede, in uno di sostanza sensibile; allora avremo abbastanza fermezza ed energia, perché questa è la vittoria che vince il mondo, cioè la fede nostra'. Pure, insieme con questo, le abitudini di ferma vigilanza e di attività hanno molta importanza per assicurare il successo nelle cose spirituali, e questa parabola non porterà i veri suoi frutti, finché i figli della luce, vergognosi di essere sopravanzati dai figli di questo mondo in ciò che si riferisce alla eternità, si sforzeranno di sorgere superiori ad essi in tutte quelle cose, vincendo così il loro rispetto e la loro ammirazione» (Brown).

3. Questa e consimili porzioni della Sacra Scrittura sono stato siffattamente scontorte per ricavarne un appoggio alla dottrina della salvazione per le buone opere, e Specialmente per le elemosine ai poveri, che non pochi Cristiani le lasciano colpevolmente da parte e non considerano qual criterio di carattere, nel gran giorno, sarà l'uso che avranno fatto dei mezzi pecuniari a loro affidati. «Ben lungi dal sanzionare un sordido desiderio di guadagno, egli è solo come stimolo e non già come motivo che Gesù mette avanti ciò che l'amore può sperare come benigno compenso del mondo a venire» (Oosterzee).

4. Se i pii infra i poveri sono talvolta lasciati morire in mezzo alla trascuranza universale, come morì Lazaro, questo non è punto prova che Dio non li ami e non si prenda cura di loro. Son per noi inscrutitabili i disegni della sua santa provvidenza; ma nel giudicare delle miserie esterne di tali persone, non dobbiamo dimenticare come egli tratti i loro spiriti, né qual sottomissione, forza e conforto di animo accordi loro in compenso dei comodi terreni, di cui li priva. Se sapessimo di quali invisibili ministrazioni di angeli egli li circonda, quali tempi di intima comunione con sé accorda loro, di qual luce irradia il loro sentiero, con qual pazienza e speranza permette che posseggano l'anima loro Luca 21:19, potremmo forse mutar di parere ed invidiare Lazaro nella sua miseria.

5. Che prova consolante ci dà Gesù in questa parabola delle ministrazioni degli angeli, specialmente alla morte dei credenti, colle parole: «e fu portato dagli angoli nel seno di Abrahamo». Non è raro di udir Cristiani che si trovano in sulla soglia del mondo degli spiriti dichiarare con trionfo che già li vedono essi pure. «Chi potrà dire», scrive Brown su questo soggetto, «che essi non veggano quello che a noi è nascosto. Essi stanno per abbandonare il mondo sensibile che già quasi si è chiuso per loro; stanno sulla soglia del cielo, e poiché quello che essi veggono è solo quello che qui viene rappresentato come una realtà, chi prenderà su di sé di dire che tali vedute non sono che il frutto di una immaginazione sregolata, di un cervello indebolito, o acceso dalla febbre!»

6. Pochi passi vi sono in tutta la Bibbia più solenni di questo in cui il Signor Gesù ci rivela la realtà e l'eternità dell'inferno, specialmente se ci ricordiamo che tali parole procedono da Colui che si diletta nel perdonare. Dal giorno in cui Satana disse ad Eva: «Voi non morrete punto», non sono mai mancati gli uomini che hanno negato un luogo di castigo futuro, e forse il loro numero non è mai stato così grande, né la loro profanità così audace come nel tempo presente. Ma la questione è semplicemente questa: «Crederemo noi all'uomo o a Dio?» L'uomo mette in ridicolo, ma l'eterno Figlio di Dio, il quale conosce tutti i misteri del mondo avvenire, dichiara non solo qui, ma anche altrove, nel modo più solenne, la certezza e l'eterna durata del castigo dei malvagi. Non c'illudiamo se la testimonianza del Signor Gesù è degna di fede, il Purgatorio è una menzogna, ed è menzogna altresì la dottrina che insegna che, nei secoli a venire, tutti quelli che sono stati condannati all'inferno riceveranno il perdono. Ora è il tempo di sfuggire alla morte, cercando il nostro rifugio nelle braccia del Salvatore Isaia 32:2.

7. Il principio espresso nelle parole: «Se non ascoltano Mosè ed i profeti, non pur crederanno avvegnacché alcun dei morti risusciti», è della più grande importanza. Dio non impiega mai mezzi inutili o superflui per adempiere i suoi disegni. Dunque, le apparizioni della Vergine e dei santi che già sono entrati nei cieli, colle quali la Chiesa di Roma inganna i suoi segnaci, non sono mai i mezzi da Dio impiegati per la conversione delle anime, perché non sono punto necessari. Ma la parola dell'Iddio vivente, contenuta nelle Scritture, che Gesù dichiara indispensabili per i disegni della salute, quella Chiesa, ad eterna sua vergogna, essa proibisce e prescrive. Non è maggior copia di prove che occorre a condurre gli uomini a pentimento, bensì una miglior disposizione del cuore e della volontà, nel far uso di quelle che già posseggono. I morti non potrebbero dirci nulla di più di quello che la Bibbia contiene, se anche potessero tornare da oltre la tomba per istruirci. Noti ogni lettore che con questa sua dichiarazione il Signore ci rimanda in modo assoluto alla PAROLA RIVELATA, come al mezzo da lui provveduto per produrre ogni effetto salutare nel cuore e nella vita, vedi Giovanni 5:39,46-47; 17:17; 1Pietro 1:23; 2Pietro 1:19.

17:1 CAPO 17 - ANALISI

1. Discorso sulle offese, il perdono, la fede e l'umiltà. Molti scrittori mantengono che abbiamo qui la continuazione del discorso del capitolo precedente, ma son tutt'altro che ovvie le ragioni messe avanti per connettere con quello i soggetti trattati in questo. È probabile che questo secondo discorso venisse, pronunziato poco dopo il primo; introduce però una serie affatto diversa di pensieri. Anche considerandolo come indipendente, non riesce facile trovare un filo che riunisca come un tutto logico e ben connesso i vari oggetti di cui esso tratta. Fu rivolto all'intero corpo dei discepoli dai quali gli apostoli vengono distinti al ver. 5. Primo soggetto di questo discorso sono le offese date, o meglio gli scandali, o pietre d'intoppo gittate in sul sentiero dei credenti, e dalle quali possono venire impediti i loro progressi verso il cielo, ed essi stessi indotti a volgersi all'errore ed al peccato. Gesù dichiara che un mondo come l'attuale, ove abbondano la violenza, l'orrore e l'immoralità, è impossibile che tali scandali non s'incontrino sulla via dei suoi figliuoli, ma l'avvertimento del loro Maestro dovrebbe metterli in guardia contro ogni sorpresa, ed incoraggiarli, in casi simili, a cercar forza e soccorso dall'alto. Il Signore non mette i suoi discepoli in guardia solo contro gli scandali provenienti dal di fuori, ma più specialmente ancora contro quelli che provengono di dentro alla Chiesa di Cristo a motivo della condotta peccaminosa e indegna del vangelo, di quelli che pur si professano discepoli suoi. Avvisati quelli che potevano rimaner vittime, ammonisce pure gli aggressori, quelli cioè che dànno scandalo, o mettono pietre d'intoppo nella via dei suoi figliuoli, che grave è la responsabilità in cui incorrono, imperocché la morte più terribile che la crudeltà umana possa inventare è preferibile all'eterno castigo che li aspetta.

Il secondo soggetto di questo discorso è il dovere di perdonare i fratelli cristiani che ci hanno offesi. La transizione dalle offese ricevute al dovere del perdono è tanto bella quanto naturale; ma siccome tal perdono è contrario a tutte le inclinazioni del cuore naturale e non è facile neppure al cuore rigenerato, il Signore ci rende attenti a quel dovere colle parole: «Prendete guardia a voi». Come in Matteo 18:15, la via da seguire verso un fratello che ci ha offesi, è indicata nel modo seguente: «Se il tuo fratello ha peccato contro a te, va', e riprendilo fra te e lui solo», così qui pure Gesù comanda ai veri suoi seguaci di andare dall'offensore e di riprenderlo, non con ira ed alterigia, ma in uno spirito di amore e di perdono, per l'offesa di cui egli si è reso colpevole. Se non vien fatta riparazione alcuna, non ci vien domandato di mantenere la stessa intimità di prima, benché, anche in tal caso, l'offesa debba essere perdonata sinceramente e di cuore; ma se la rimostranza, produce pentimento nell'offensore, l'amore deve venirgli reso insieme al perdono. Questo perdono non deve essere limitato ad una sola offesa; bensì è dovere del cristiano nutrire uno spirito perdonatore a segno che ogni qualvolta un fratello, conscio di averci offesi, professa pentimento, il perdono gli deve venir concesso, sia pure sette volte, o settanta volto sette.

Terzo soggetto di questo discorso è la fede. Gesù non ne parla di proprio moto, ma in risposta all'unita domanda dei dodici: «Accrescici la fede». Che cosa li spinse a far quella preghiera? Si riferisce essa alla fede necessaria per operare miracoli, o a quella fede salutare che compenetra la vita di un credente? Niente giustifica l'idea che a questa preghiera abbia dato l'occasione qualche recente, o rimarchevole dimostrazione di potenza straordinaria, per parte di Gesù, e che essa debba perciò aver per oggetto un accrescimento di potenza miracolosa. È assai più probabile che quella domanda venne suggerita agli apostoli dall'impressione prodotta su di loro dai precetti pure allora inculcati da Gesù, e dalla difficoltà che sentirono di metterli in pratica, così nel non dare offesa agli altri, come nel perdonare quelle che verrebbero fatte a loro. Se poi aspettavansi a ricevere lì per lì, mediante il potere miracoloso di Cristo, un accrescimento sensibile della loro fede, la sua risposta li deve aver disillusi; ma essa dava loro la consolante assicurazione che, se il germe della fede vivente esisteva nel loro cuore, fosse esso pur piccolo come un granel di senape, possedeva in sé il potere di crescere; e col suo aiuto essi rovescerebbero ostacoli e riporterebbero vittorie spirituali più maravigliose che il trapiantare un sicomoro in mezzo al mare. Non pare che il Signore voglia dire che la fede può riportare simili vittorie quando è tuttora in quel debole incipiente stato in cui vien paragonata al granel di senape, bensì che il germe per quanto minuto, di una fede vivente ha in sé tali possibilità e tali promesse che chi lo possiede dove sentirsi capace di quanto di più sublime la fede può operare.

Il quarto soggetto di questo discorso è l'umiltà. È dubbio se la parabola che inculca questa dottrina venisse detta al tempo stesso che quella che precede; in ogni caso, essa fornisce una mirabile conclusione agli insegnamenti di questa prima parte del capitolo. Credono alcuni che si riferisca alle ricompense che i discepoli si aspettavano nel regno del Messia; altri che fosse detta purché non si gonfiassero all'idea di quella potenza della fede di cui Gesù avea loro parlato. Coll'esempio di uno schiavo, il quale, terminati i lavori esterni, si cinge per cucinare e servire in tavola, come essendo cose che il padrone ha diritto di esigere da lui, e per le quali egli non aspetta lode speciale alcuna, il Signore indica che chiunque è stato «comprato con prezzo», mediante le sofferenze di Cristo, è proprietà di Dio, e che, ben lungi dall'esservi merito qualsiasi nei servigii che caso gli rende, o nei patimenti che sopporta per la sua causa, egli deve considerar queste cose come il semplice suo dovere, il suo «razional servizio», benché col tempo debba pur venire ricompensato. Anziché vantarsi di quello che ha fatto, il cristiano deve sempre ricordarsi di essere un «servo disutile», perché non ha aggiunto nulla a quello che già possedeva Iddio: lo ha servito si, ma col suo, ed essendo assoluta sua proprietà, vuoi per creazione, vuoi per grazia; dopo che ha fatto quanto sta in suo potere, deve sempre dirsi in cuore: «Ho fatto ciò che io era obbligato di fare» Luca 17:1-10.

2. I dieci lebbrosi nettati. Dal ver. 11 par probabile che, dopo quei discorsi, il Signore rivisitasse rapidamente alcuni dei luoghi nei quali egli era già passato sulla frontiera della Galilea e della Samaria. Vicino ad un villaggio di quelle parti, una brigata di, lebbrosi, sbanditi dal civile consorzio, ma uniti dalla disgrazia comune, s'avvicinò sino a poter venire udita da lui, con ardenti preghiere per ottener guarigione. Mosso a pietà dello Stato di quei meschini, Gesù manifestò la sua intenzione di guarirli, ordinando loro di andarsi a mostrare ai loro sacerdoti rispettivi. Mentre essi erano per via, si operò in loro la guarigione; ma un solo fra tutti fu mosso da vera gratitudine a tornare a Gesù, ed egli era un Samaritano. Mentre i nove Giudei continuavano il loro viaggio, curandosi solo di ottenere il certificato del sacerdote, per ritornar nelle loro famiglie; questi, benché desioso quanto gli altri di cessar la sua vita solitaria, non appena si sentì guarito, si fermò, e spinto dalla riconoscenza, tornò indietro per deporre a' piedi del suo benefattore i più sentiti ringraziamenti. Gesù allora fa osservare agli astanti il contrasto fra l'egoismo e l'ingratitudine dei suoi concittadini, e la lodevole condotta di questo straniero, da essi ritenuto come un pagano, e lo accommiata colle parole di approvazione: «La tua fede ti ha Salvato» Luca 17:11-19.

3. La venuta del regno di Dio e del Figliuol dell'uomo. Abbiamo qui non pochi detti che il Signore ripetè più tardi nel suo discorso profetico sul monte degli Ulivi; ma vi si trovan pure molto cose che appartengono al solo Luca e son preziosissime. Il soggetto fu introdotto da una quistione probabilmente ironica fatta da uno dei Farisei relativamente al tempo in cui il regno di Dio (cioè il regno temporale del Messia, ché tal parola non recava altra idea alla loro mente), al quale avean già reso testimonianza Giovanni e Gesù, ma che rimaneva tuttora invisibile, sarebbe manifestato. Ci parrà probabile che la quistione fosse ironica, anziché diretta ad ottener vera istruzione, se teniamo in mente i sentimenti dei Farisei verso Gesù, e la loro complicità nelle congiure che già tramavansi a suo danno dai sacerdoti. Il Signore subito rispose che s'ingannavano a partito, se si figuravano che quel regno si presenterebbe con gran pompa e potere terreno, perché verrebbe in modo da non essere osservato dagli uomini, anzi già era venuto in quelli che lo aspettavano con disposizioni buone; già trovavasi nel mezzo di loro, fin dal tempo in cui egli avea cominciato il suo pubblico ministero. Le parole hanno questi due sensi, e forse il Signore li unì entrambi nella sua risposta. Avendo risposto alla domanda del Fariseo, Gesù rivolge ora ai suoi discepoli il resto del suo discorso sulla venuta del Figliuol dell'uomo. Parla qui di una venuta avente per iscopo di giudicare, di rovesciare primieramente la colpevole nazione giudaica, con una riferenza tipica al suo ritorno per giudicare i vivi e i morti. In questo senso il passo che ci occupa rassomiglia alla profezia di Matteo 24: e benché molto più breve, contiene parecchi detti che in quella non si ritrovano. Fu solo colla distruzione di Gerusalemme e coll'abolizione completa della economia teocratica, che il regno di Cristo venne ad essere appieno stabilito in sulla terra, senza rivale che pretendesse egli pure ad una divina origine. Non sarà necessaria investigazione o ricerca alcuna per riconoscere la venuta del Figliuol di Dio, sia per distruggere Gerusalemme, sia per giudicare definitivamente il mondo, perché quella venuta sarebbe manifesta come il lampo che illumina tutto il cielo, e sorprenderebbe gli uomini come il diluvio sorprese i contemporanei di Noè, o il fuoco del cielo gli abitanti della pianura di Sodoma Luca 17:20-37.

Luca 17:1-10. DISCORSO SUGLI SCANDALI, IL PERDONO, LA FEDE E L'UMILTÀ

Gli scandali, Luca 17:1-2

1. Or egli disse ai suoi discepoli:

Benché rivolto, come le precedenti parabole, all'insieme dei discepoli, il cambiamento totale di soggetto rende altamente improbabile che questo discorso fosse una continuazione di quelle; ma non v'ha neppur luogo di supporre, come fanno alcuni, che abbiamo qui meri frammenti degli insegnamenti del Signore, riuniti da Luca in questo luogo, come essendo il più adatto a conservarli. Anche quelli che negano ogni nesso intenzione fra uno di questi soggetti e l'altro, devono concedere che il passaggio dall'uno all'altro è naturale e non forzato.

Egli è impossibile

inammissibile, inevitabile. Questa impossibilità nasce dallo stato peccaminoso in cui è immerso il mondo, a motivo della depravazione della natura umana, delle tentazioni di Satana, e dei lacci del mondo.

che non avvengano scandali;

Benché questa parola sia capace del senso di offese, essa significa propriamente pietre d'intoppo o impedimenti messi in sulla via e che impediscono ad un uomo di avanzare o lo fanno cadere in terra. Gesù ci parla qui di quelli che impediscono agli uomini di entrar nel suo regno, o ne trattengono i progressi spirituali dopo che essi hanno creduto in lui. Questi scandali provengono da sorgenti diverse. Le inclinazioni peccaminose del proprio cuore sono spesso, nella sperienza del credente, assai d'intoppo nella via della santificazione, ed è del modo di rimuovere tali ostacoli che il Signore parla in Matteo 18:8. Il mondo pure è pronto a gittare i suoi sassi d'intoppo sulla via dei credenti, e questi sono molto pericolosi, perché li attaccano da lati tanto opposti al tempo stesso. Sono «la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, e la superbia della vita». 1Giovanni 2:16, coi quali il mondo seduce alla loro rovina molti che sembravano avere sfuggito ai lacci del diavolo, e se falliscono quei mezzi, egli li attacca col ridicolo, colla calunnia, colle persecuzioni, amareggiando loro in mille modi di vita. Tali pietre di scandalo i Farisei stavano gettandole in sulla via dei Giudei, per iscoraggire quelli che già si erano aggiunti a Gesù e ai suoi discepoli, o per impedire altri di farlo. Questi sono gli scandali che il Signore qui dichiara inevitabili e che i credenti devono affrontare con coraggio, aspettando la forza del loro Maestro. Ma, oimè! gli scandali si trovano pure nella Chiesa di Cristo, e sono le eresie e gli scismi, l'egoismo e la durezza di cuore, le dissenzioni e le lotte, la condotta inconseguente ed immorale di quelli che fanno professione di religione. Tutte queste cose paralizzano molti che sono deboli in fede, e fortificano i pregiudizi dei mondani e degli empii contro la religione. Egli è contro scandali consimili che il Signore alza qui specialmente, la voce, per ammonirne i suoi discepoli in ogni età.

ma, guai a colui per cui avvengono: 2. Meglio per lui sarebbe che una macina da asino

Il Codice Alessandrino invece di (macina così grande da dover esser girata da un asino), porta che è una macina più piccola da girarsi a mano, epperciò più facile a muoversi.

2 gli fosse appiccata al collo, e che fosse gittata nel mare, che di scandalizzare un di questi piccoli.

Quei piccoli sono in primo luogo alcuni dei presenti, discepoli giovani, non ancora confermati nella fede; poi generalmente tutti i credenti, e quelli soprattutto che sono più deboli in fede. Il Signore dichiara che più terribile della morte subitanea e violenta qui descritta sarà la morte di quelli che impediscono od arrestano nei suoi progressi il minimo credente. Per la esposizione, Vedi Marco 9:42.

PASSI PARALLELI

Matteo 16:23; 18:7; Romani 14:13,20-21; 16:17; 1Corinzi 8:13; 10:32; 11:19

2Tessalonicesi 2:10-12; Apocalisse 2:14,20; 13:14-18

Matteo 18:6; 26:24; Marco 9:42; 1Corinzi 9:15; 2Pietro 2:1-3

Isaia 40:11; Zaccaria 13:7; Matteo 18:3-5,10,14; Giovanni 21:15; 1Corinzi 8:11-12; 9:22

3 

Perdono, Luca 17:3-4

3. prendete guardia, a voi. Ora, se il tuo fratello ha peccato contro a te, riprendilo e, se si pente, perdonagli. 4. E benché sette volte il dì pecchi contro a te, se sette volte al dì ritorna a te, dicendo: io mi pento, perdonagli.

Il nesso fra questi versetti e i precedenti è ovvio. Gesù vuole ammonire i suoi discepoli in tutti i tempi di non perdersi d'animo per gli scandali di cui ha parlato, e di comportarsi, quando sono recati da un fratello, con uno spirito di perdono. Da tutto il contesto appare che Gesù non parla qui di offese in senso generico, bensì solo di quelle che un fratello può arrecare all'altro. Il precetto comincia con un ammonimento all'offeso di vegliare sul proprio spirito, di non perdere l'impero sopra se stesso, di non lasciarsi trasportare dalla passione, di non usare, parole violenti, di non far le proprie vendette e di non serbar rancore per l'avvenire. «Prendete guardia a voi». Il secondo passo consiste nel «riprendere» il fratello offensore. Questa espressione dinota il dovere cristiano di comportarci con franchezza, con fedeltà, ed al tempo stesso con benevolenza, verso quelli che ci fanno del torto. Dire di un fratello dietro alle sue spalle quello che non siamo pronti a dirgli in faccia, se occorre, non è atto degno di un servo di Cristo. La linea di condotta quì raccomandata, seguita con ispirito cristiano, condurrà probabilmente l'offensore a pentirsi. Il passo finale consiste in un perdono senza condizioni nel caso di pentimento È notevole l'espressione: «se si pente, perdonagli». Non può significare che non dobbiamo perdonare ai nostri nemici che non si pentono, perché in questo caso molta amaritudine sarebbe di continuo mantenuta viva. Ma vuol certo dire che laddove non c'è pentimento o dolore per l'offesa recata, benché in cuore la perdoniamo, non vi può essere cordiale e completa riconciliazione fra l'offeso e l'offensore. Gli uomini credono che la ripetizione di una offesa giustifichi il rifiuto di perdono; Gesù insegna, precisamente il contrario. Se un fratello ci offende sette volte al giorno ed altrettante volte ne viene a chiedere perdono, dobbiamo perdonargli! Non si supponga che questa è una misura di perdono inferiore a quella di «settanta volte sette» che il Signore, avea imposta a Pietro. In quel caso, Gesù avea così espresso la misura del perdono solo perché Pietro avea indicato un perdono «sette volte» concesso come una misura, a giudizio suo, delle più liberali; ma siccome sette era per i Giudei il numero della completezza, Gesù ne fa uso qui per indicare che il perdono dove esser così ripetuto come l'offesa. Per altra esposizione Vedi Note Matteo 28:21-22.

PASSI PARALLELI

Luca 21:34; Esodo 34:12; Deuteronomio 4:9,15,23; 2Cronache 19:6-7; Efesini 5:15; Ebrei 12:15

2Giovanni 8

Matteo 18:15-17,21

Levitico 19:17; Salmi 141:5; Proverbi 9:8; 17:10; 27:5; Galati 2:11-14; Giacomo 5:19

Matteo 18:21-22,35; 1Corinzi 13:4-7; Efesini 4:31-32; Colossesi 3:12-13

Matteo 5:44; 6:12,14-15; 18:16; Romani 12:20; 2Tessalonicesi 3:13-14

Ebrei 13:1-8

1 

§2. Raccomandazioni varie e chiusa della lettera. Ebrei 13.

Per quanto sieno varie le raccomandazioni contenute in quest'ultima pagina dell'Epistola, esse convengono tutte allo stato delle chiese cui è diretta la nostra Lettera-trattato. Ebrard, Westcott ed altri le raggruppano nel modo seguente:

A. Ebrei 13:1-6. Raccomandazioni relative alla vita morale.

B. Ebrei 13:7-17. Raccomandazioni relative alla dottrina ed alla professione della fede.

Alle raccomandazioni fa seguito:

C. Ebrei 13:18-25. La Chiusa della Lettera.

A. Ebrei 13:1-6. RACCOMANDAZIONI RELATIVI ALLA VITA MORALE

La prima di queste riguarda la relazione coi fratelli in fede; la seconda concerne la famiglia e propriamente il matrimonio che n'è la base: la terza si riferisce agli affari della vita. Nella cerchia della chiesa, l'amor fraterno; nella casa, la santità del matrimonio; negli affari della vita, la fiducia nella provvidenza di Dio, ecco tre virtù di somma importanza per l'influenza profonda che hanno sulla vita intera; ecco tre beni preziosissimi.

Ebrei 13:1-3. L'amor fraterno.

L'amor fraterno dimori [fra voi].

L'amore per i fratelli non nel senso carnale, e neppure nel senso meramente nazionale, ma nel senso religioso. Tutti i credenti in Cristo sono fratelli, hanno il medesimo Padre, la stessa fede, la stessa speranza; e la comunanza spirituale crea fra loro un legame più profondo e più duraturo di qualunque legame terreno, perchè unisce gli spiriti che sono l'elemento fondamentale della personalità umana (Giovanni 13:34; 1Pietro 1:22-23; 1Giovanni passim). Nella 2Pietro 1:7 l'amor fraterno è distinto dall'amore o carità come una parte dal tutto. I cristiani Ebrei avevano, in passato, dimostrato in modo cospicuo il loro amore reciproco di fratelli e tuttora lo dimostravano. (Cfr. Ebrei 6:10; 10:24,34). Perciò dice dimori cioè resti saldo, continui costante ed inalterato a regnare nei vostri cuori. Cf. 1Tessalonicesi 4:9-10.

2 Non dimenticate l'ospitalità; per essa infatti alcuni hanno, a loro insaputa, albergato degli angeli.

Il dovere dell'ospitalità verso i fratelli forestieri è raccomandato di frequente del N.T. e le circostanze dei tempi ne rendevano l'adempimento, più che opportuno, necessario 1Pietro 4:8; Tito 1:8; 1Timoteo 3:2; Romani 12:13. Dei fratelli, gli uni viaggiavano per evangelizzare 3Giovanni 5-10; altri per guadagnarsi il vitto, o per sfuggire alla persecuzione. Gli alberghi erano rari e per i giudeo-cristiani, in ispecie, si aggiungeva il fatto ch'essi non potevano più contare sull'ospitalità dei loro connazionali. La forma della raccomandazione: non dimenticate, mostra che il dovere si praticava, che si riconoscevano per validi i motivi su cui si fondava; ma che lo zelo di prima si affievoliva alquanto 1Pietro 4:9. All'esortazione affettuosa, l'autore aggiunge un incoraggiamento tratto da quanto capitò ad Abramo e a Lot Genesi 18:19 i quali nell'esercitare l'ospitalità verso i forestieri, albergarono, senza saperlo, degli angeli mandati da Dio. La pratica disinteressata di questo dovere trae seco delle benedizioni spesso grandi ed inaspettate. I figli di Dio sono agli occhi di lui qualcosa di più grande e di più importante di quanto paia agli occhi del mondo. Gesù stesso ha promesso che anche un bicchiere d'acqua dato nel suo nome non perderà la sua ricompensa. «Chi riceve voi riceve me». Quei che si fa a uno dei minimi fra i suoi, egli lo conta come fatto a sè stesso Matteo 25:40.

3 Un'altra manifestazione dell'amore per i fratelli dovrà consistere nella efficace simpatia per i prigioni e per i maltrattati.

Ricordatevi dei carcerati come essendo carcerati con loro; di quelli che sono maltrattati come essendo ancora voi nel corpo.

Dice lett. «Ricordatevi di quelli che son nei legami ( δεσμιων) come essendo legati con loro»; facendo forse allusione all'uso di legare insieme due carcerati, o a quello di legare il carcerato al soldato di guardia. I carcerati sono quelli che soffrono la prigione per cagion dell'Evangelo. La storia della chiesa primitiva parla spesso di cristiani nei legami Atti 9:2; 12:6-7; 16:24-26; 26:29 e le Epistole della cattività). Per quanto i prigioni siano tolti dalla società e rinchiusi, i fratelli in libertà devono tenerli presenti al loro cuore, ricordandosi di loro nelle preghiere e cercando di soccorrerli in ogni modo. Clemente romano, nella sua Epistola ai Corinti, insegna a pregare così: «Libera i nostri prigioni, guarisci gli ammalati, rinfranca i pusillanimi». Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme con esso. I maltrattati sono i fratelli che, senza esser posti in carcere, sono oggetto di mali trattamenti in altre guise per cagion della loro fede. Il motivo dato per eccitare la simpatia inverso loro è stato inteso da Calvino in senso spirituale: «come essendo ancora voi membri del corpo della Chiesa». Ma la locuzione esser nel corpo non può aver quel senso. Neppure può significare: «Come se voi foste nel corpo materiale di coloro che soffrono». Va intesa dell'essere ancor essi, finchè sono in questa vita terrena, corporale, esposti alle stesse sofferenze: alla fame, alla nudità, alle malattie, alle separazioni dolorose, alle ansietà ecc. Quel tanto di sofferenze, ch'essi hanno di già provato e quelle che ancora potranno provare li devono disporre a viva simpatia per quelli che ora subiscono mali trattamenti. L'esortazione relativa ai prigionie ai maltrattati rispondeva ad uno dei bisogni creati dalle circostanze in cui erano le chiese destinatarie della lettera.

4 Ebrei 13:4. La santità del matrimonio.

Sia il matrimonio tenuto in onore da tutti, e sia il letto coniugale incontaminato. Perocchè Dio giudicherà i fornicatori e gli adulteri.

La parola γαμος (matrimonio) di solito significa le nozze, ma per estensione il «matrimonio» di cui le nozze sono l'inaugurazione. L'agg. τιμιος (prezioso, onorato), vale talvolta «prezioso», es. «pietre preziose», «prezioso sangue»; tal'altra vale «degno di onore», «tenuto in onore», ch'è manifestamente il suo significato in questo luogo. La frase va intesa, non come affermazione: «il matrimonio è onorevole...»; ma come esortazione, al pari della seguente Ebrei 13:5 sottintendendo cioè un εστω (sia). L' εν πασιν (in tutti) potrebbe considerarsi come neutro: «in ogni cosa, per ogni verso»; ma s'intende meglio come mascolino: «in tutti», o meglio «fra tutti», ossia per parte di tutti. In due modi principalmente poteva il matrimonio essere tenuto a vile; per parte cioè di chi preferiva una vita dissoluta, libera da ogni vincolo matrimoniale (i fornicatori); o per parte di chi, entrato nei legami sacri del matrimonio, poi contaminava il letto coniugale coll'adulterio (gli adulteri). Non risulta che l'autore abbia di mira delle tendenze ascetiche come quelle accennate 1Timoteo 4:3: «vieteranno il maritarsi»; egli combatte piuttosto le relazioni colpevoli ch'erano una delle piaghe della società giudaica del tempo, così proclive ad adottare le teorie di rabbi Hillel circa la facilità dei divorzi. «L'autore, nota A. B. Davidson, desidera innalzare il matrimonio al suo vero posto e dare ai lettori un giusto concetto di esso facendolo considerare come base fondamentale della società e come istigazione divina». Già in Ebrei 12:16 ha detto: «che niuno sia fornicatore...» Anche nel secondo membro della frase va sottinteso un imperativo, «sia il letto...». Chi in un modo o nell'altro avvilisce o contamina la, istituzione divina, se anche sfugge a qualsiasi giudicio umano, incorre senza fallo nel giudicio di Dio 1Tessalonicesi 4:6. La lezione γαρ (perocchè) invece di δε (ma) è appoggiata dai più antichi ms. ed accettata dai critici.

5 Ebrei 13:5-6. Non avarizia, ma fiducia in Dio.

Siano senza avarizia i vostri cuori, essendo contenti di quel che avete al presente;

I costumi ( τροπος) sono la maniera di vita, il carattere e le abitudini che lo manifestano. L'avarizia è definita dal greco l'«amor del denaro» che si palesa tanto nella tenacità colla quale si conservano i beni materiali che già si hanno, quanto nell'ardore con cui si cerca di acquistarne degli altri. Cf. 1Timoteo 6:9-10. «Quelli che vogliono arricchire...» Poteva una tale tendenza riuscir fatale alla pietà sia coll'impedire il doveroso esercizio dell'amor fraterno, sia col tentare l'anima a sacrificare i beni spirituali per conservare i materiali minacciati dalle persecuzioni.

All'avarizia lo scrittore contrappone la disposizione cristiana a contentarsi di quel che uno ha presentemente 1Timoteo 6:6 senza preoccuparsi con soverchia ansietà del domani, e senza darsi con cupidigia irrequieta ad accumular ricchezze. Il motivo di tale serena contentezza del presente, sta nella promessa esplicita fatta da Dio ai suoi di non abbandonarli.

Egli stesso infatti ha detto: «Io non ti lascerò e non ti abbandonerò».

Tale promessa, sotto la forma in cui vien qui riprodotta, non si trova in alcun luogo della Scrittura. Le parole di Dio a Giosuè Giosuè 1:5 ne contengono una parte, ma la citazione pare derivata da Deuteronomio 31:6 o da 1Cronache 28:20. Nel primo passo (secondo il cod. A della LXX) Mosè dice a Giosuè: «[il Signore] non ti lascerà e non ti abbandonerà», cioè, non ritrarrà da te la mano che sostiene e guida chi è debole e non ti lascerà solo in mezzo alle difficoltà. La promessa è posta qui in bocca a Dio stesso e applicata a tutto il suo popolo, mentre nel Deuteronomio era rivolta al conduttore e al rappresentante d'Israele. La si ritrova di già in Filone alla persona. Fondato su quell'assicurazione del Dio fedele ed onnipotente, ogni membro del popolo di Dio può guardare senza timore all'avvenire ed ai pericoli che può nascondere.

6 Talchè possiamo dire con animo fiducioso: «Il Signore è il mio aiuto, io non temerò. Che cosa mi farebbe l'uomo?»

La citazione è tolta da Salmi 118:6 che spesso è ricordato nel N.T. perchè occupava una parte importante nella celebrazione delle feste giudaiche. Essa era particolarmente adatta alla situazione di cristiani perseguitati di cui alcuni avevano perduto di già, ed altri erano in pericolo di perdere, per la malvagità degli uomini, i loro beni materiali. Alle ansiose sollecitudini Gesù ha dato pure per rimedio la fiducia nella provvidenza di Dio il quale provvede il cibo perfino agli uccelletti della campagna Matteo 6:25-34.

Ammaestramenti

1. Si posson dir beate le chiese come quelle di Tessalonica cui Paolo non stima necessario scrivere circa l'amor fraterno; o quelle dei Giudeo-cristiani a cui è rivolta l'esortazione: «L'amor fraterno dimori» seguiti a regnare fra voi. Come non è in istato normale la famiglia i cui membri non nutrono affetto reciproco, così non lo è una chiesa particolare, nè la chiesa in genere qualora le divisioni, l'indifferenza, i giudici aspri ed ingiusti, i sospetti ed i rancori vengano a turbare la dolce e calda e benefica atmosfera della bontà, della mansuetudine, della longanimità, e ad affievolire o spegnere in essa l'amore fraterno. Gesù lo diede come il contrassegno dei suoi discepoli davanti al mondo; e S. Giovanni lo addita come prova necessaria della vita nuova, tanto che chi non lo possiede rimane nella morte e invano pretende di amare Iddio. «Chi ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Iddio, poichè Dio è amore». Il frutto dello Spirito è l'amore.

Le manifestazioni dell'amor fraterno variano a seconda delle circostanze morali e materiali in cui trovansi i fratelli. Se non sono oggidì così frequenti le occasioni in cui è necessaria l'ospitalità; se più raro è il caso di fratelli carcerati per la fede o maltrattati, non mancano nella fratellanza le necessità morali o materiali che mettono alla prova la carità fraterna. E si noti che è oggi assai più estesa la famiglia spirituale e la facilità delle comunicazioni ci mette a contatto con un maggior numero di fratelli. La regola dell'amare il prossimo come noi stessi, si ritrova in quelle due considerazioni colle quali lo scrittore eccita i lettori a simpatia, esortandoli a mettersi in ispirito nella condizione dei lor fratelli sofferenti.

2. Il matrimonio fu istituito da Dio prima del fallo; fu proclamato santo ed inviolabile nel VII comandamento del decalogo; fu onorato da Cristo colla sua presenza alle nozze di Cana e dagli Apostoli col precetto e coll'esempio. Esso è base della famiglia umana e dev'essere tenuto in alto onore dai cristiani. Lo avvilisce chi lo considera come un mero connubio carnale; chi insegna la superiore santità del celibato in sè; chi stabilisce come regola obbligatoria il celibato dei ministri della chiesa; chi fa voti di celibato perpetuo senza esser certo di aver il dono di continenza e senza esservi chiamato da circostanze speciali; chi rifugge dal matrimonio per viver vita disordinata od egoistica. Lo avvilisce chi viola il patto della sua gioventù e contamina il talamo nuziale. Lo onora, invece chiunque si applichi con costanza, con pazienza ed abnegazione ad adempiere tutti i doveri di quel santo stato quali sono tracciati dalla parola di Dio.

Tenere in onore il matrimonio è tanto più necessario, quando nella società in cui vivono i cristiani dominano al riguardo principii rilassati e abitudini immorali che traggono sugli individui, sulle famiglie e sulla società intera; sotto forme diverse, il giusto giudicio di Dio.

3. L'amor del denaro, che va di pari passo collo scontento ingrato di ciò che Dio ci ha dato, non va confuso coll'attività diligente che mette in esercizio le capacità del cristiano allo scopo di meglio servir Dio. Questo è dovere di tutti. Ma l'avidità che muove da invidia, da amor del mondo, da sfiducia in Dio, che di solito è poco scrupolosa nei mezzi adoprati, non si confà col carattere cristiano. Possiam cercare di migliorare la nostra condizione ed anche invocare per questo l'aiuto di Dio, ma senza essere scontenti ed ingrati per quel tanto che la provvidenza di Dio ci dà nel presente. La promessa dell'assistenza continua di Dio costituisce di per sè il più sicuro tesoro di un'anima pia. Ognuna delle parole. della promessa è preziosa: Io il Signore misericordioso, onnipotente, che governa tutte le cose, non abbandonerò alle tue proprie forze, al voler dei tuoi nemici in nessuna circostanza - te che ho riscattato, adottato per mio figlio e di cui conosco perfettamente la situazione ed i bisogni. La certezza d'aver l'Eterno per il nostro aiuto dà all'anima pace e sicurezza anche quando le circostanze sono più minacciose e par trionfante la, malvagità degli uomini.

7 B. Ebrei 13:7-17. RACCOMANDAZIONI RELATIVE ALLA VITA RELIGIOSA

Il coltivar l'amor fraterno, il tenere in onore la santa istituzione del matrimonio, il nutrire la fiducia in Dio, erano altrettanti antidoti pratici contro l'affievolirsi della fede, la quale non può mancare di intristire in un'atmosfera d'egoismo, d'impurità e di avarizia. Però, prima di congedarsi dai lettori, l'autore torna un'ultima vota ad esortarli a star saldi nella fede in Cristo insegnata loro dai loro primi conduttori, ora morti. Cristo non muta; la sua grazia è quella che può appagare i bisogni dell'anima; quindi non si lascino trascinar lungi da Cristo dal vento di dottrine che li ricondurrebbero sotto al regime delle vane ombre dell'antico Patto. Non si può tenere il piede in due staffe. Chi vuole attenersi per la salvezza agli oramai aboliti riti giudaici, rinunzia a Cristo. Per contro, chi vuol attenersi a Cristo convien che si decida ad uscire dal campo giudaico dividendo l'obbrobrio di cui fu coperto il Salvatore reietto dall'Israele incredulo. Tanto, non è la Gerusalemme terrestre la nostra città, bensì la celeste verso cui tendiamo. Tuttavia, rinunziando al giudaismo, non rinunziamo al culto in ispirito e verità. Avremo ancora i nostri sacrifici, ma saranno quelli della lode continua a Dio, per mezzo di Cristo, e della beneficenza inverso gli uomini. E siccome i conduttori attuali delle chiese sono uomini fedeli, che hanno cura del bene spirituale del gregge, i lettori devono ubbidire ad essi, che così facendo, procureranno allegrezza a chi li pasce e profitto a sè stessi.

Come si vede, le raccomandazioni di Ebrei 7:17 sono insieme collegate da un nesso che si potrebbe formulare in due sole parole: Attaccamento a Cristo.

Ricordatevi dei vostri conduttori, i quali vi hanno predicata la parola di Dio; e, considerando quali esito abbia avuto la loro condotta, imitate la loro fede.

La parola greca ἡγουμενοι (conduttori) adoperata altrove per indicare chi dirige Luca 22:26, chi occupa una posizione influente Atti 15:22, si trova solo in quest'epistola applicata ai conduttori delle chiese Ebrei 13:7,17,24. Paolo adopera ὁι προισταμενοι (coloro che son preposti) 1Tessalonicesi 5:12. Il tradurre, col Martini, prelati introduce una idea gerarchica estranea al testo ed ai tempi dell'autore. Il ricordare i loro primi conduttori rievocava i migliori tempi della loro vita religiosa, quando cioè erano stati evangelizzati da quei missionari che avevano udito il Signor Gesù Ebrei 2:3 e di lui rendevano testimonianza con potenza. Più d'una volta, l'autore ha ricordato i tempi del loro primo amore e zelo Ebrei 5:12; 6:10; 10:32-39. Quei missionari, dopo aver annunziata loro (lett. parlata) la parola di Dio, la rivelazione più completa e definitiva di Dio circa alla salvazione, erano divenuti conduttor delle chiese da loro fondate ed i lettori avevano potuto osservar da vicino la loro condotta, il loro tenor di vita ( αναστροφη), ed infine avevano potuto vedere l'uscita, l'esito ( εκβασις) ossia la fine d'una tale carriera. (Cfr. 1Corinzi 10:23; Luca 9:31; 2Pietro 1:15 ove abbiamo εξοδος uscita; Atti 20:29 ove troviamo il termine analogo αφιξις dipartenza). La lor morte era stata degna della loro vita. La fede che li aveva sostenuti in vita aveva reso serena e trionfante la loro dipartenza, tanto nel caso di quelli ch'erano morti di morte naturale, come nel caso di quelli che avevano suggellato la loro fede col martirio. Il fissare lo sguardo della mente sopra quei ricordi del passato, il riflettere su quelle vite, su quelle morti di conduttori, diletti, doveva spingere gli Ebrei ad imitare la fede sincera, franca, perseverante nel Signor Gesù, che aveva ispirato la lor vita santa e illuminata di celeste pace e speranza la loro morte.

8 Gesù Cristo [è] lo stesso ieri ed oggi ed in eterno.

Il pensiero dell'immutabilità di Cristo serve di nesso tra il v. 7 e l'8. Quel Gesù che fu creduto e predicato dai vostri conduttori, che fu da loro confessato per tutta la vita e li sostenne fino alla fine, è sempre lo stesso, non muta. «Ieri fu coi padri, oggi e con voi, ed egli stesso sarà anche coi posteri vostri in perpetuo» (Herveius). Egli è lo stesso come Rivelatore supremo di Dio; lo stesso come Sacerdote misericordioso ed eterno che, dopo aver offerto un unico e perfetto sacrificio, vive sempre per intercedere a favor del suo popolo; lo stesso come Re che veglia sui suoi sudditi e conduce al suo compimento il regno di Dio. Nell'ieri non è da vedere allusione alla preesistenza del Figlio prima dell'incarnazione, dottrina, che è d'altronde chiaramente insegnata in Ebrei 1 ed altrove. Gesù ch'è il Cristo è immutabile passano uomini e sistemi, egli resta lo stesso. Non c'è dunque che da star saldi in lui, roccia incrollabile, e non lasciarsi smuovere da alcun vento di contrarie dottrine.

Ebrei 13:15-16

15 D'altronde, rinunziando ai riti giudaici, i lettori rinunziano solo a delle forme invecchiate, ma resta loro il modo di rendere a Dio un culto più reale, dei sacrifici accettevoli quali la lode riconoscente e la beneficenza verso gli uomini.

Per mezzo di lui, adunque, offriamo del continuo a Dio un sacrificio di lode, cioè il frutto delle labbra celebranti il suo nome.

La Sinagoga ripeteva che cesserebbero tutti i sacrifici, ma il sacrificio di lode non cesserebbe mai. Sotto quest'immagine, è spesso nei Salmi, raffigurata la riconoscenza per un qualche segnalato beneficio. Ora, il beneficio che suscita la perenne gratitudine dei cristiani tutti, quali che siano d'altronde i dolori cui vanno incontro accettandolo, è la salvazione di Dio; perciò il sacrificio di lode non è limitato a certe forme, a certe circostanze ed epoche e luoghi fissi, ma è da loro offerto del continuo a Dio. Ed e offerto per mezzo di Cristo, cioè per la mediazione dell'unico ed eterno Sommo Sacerdote del popolo di Dio (cfr. Ebrei 7:25). Gesù stesso ha insegnato ai suoi a presentar le loro preghiere al Padre «nel nome» suo, fondandosi sul sacrificio e sulla intercessione di Lui. Il sacrificio di lode è chiamato con altra immagine, tolta da Osea 14:3 il frutto delle labbra. In quel passo la LXX ha letto peri (frutto) invece di parim (tori) del testo massoretico. La vers. Segond unisce le due idee traducendo: «Nous t'offrirons, au lieu de taureaug, l'hommage de nos lèvres». Il cuore è l'albero; il frutto sono le parole di lode a Dio profferite dalle labbra. Tuttavia la lode non è il solo sacrificio accettevole a Dio. Mentre lodiamo lui colle labbra, non dobbiamo, dimenticare i nostri simili bisognosi che sono, sulla terra, i rappresentanti del Signore.

16 E non dimenticate la beneficenza e la comunicazione [dei beni]; poichè Dio si compiace di cotali sacrifici.

Il δε potrebbe tradursi ma. Non accontentatevi delle parole, ma aggiungete ad esse gli atti della beneficenza. Beneficenza ( ευποια: il far del bene) è parola più generica che include ogni sorta di atti di misericordia, di bontà, di simpatia; mentre la comunicazione ( κοινωνια Romani 15:26; 2Corinzi 9:13) accenna ad uno dei modi più usuali di beneficare, quello cioè di far parte dei nostri beni materiali ai bisognosi, principalmente ai fratelli in fede. Cfr. Ebrei 13:2-3.

Riferimenti incrociati:

Proverbi 71:1-6

Non ci sono versetti che hanno questo riferimento.

Abacuc 12:18-29

Non ci sono versetti che hanno questo riferimento.

Luca 13:10-17:4

13:10 Lu 4:15,16,44

11 Lu 13:16; 8:2; Giob 2:7; Sal 6:2; Mat 9:32,33
Lu 8:27,43; Mar 9:21; Giov 5:5,6; 9:19-21; At 3:2; 4:22; 14:8-10
Sal 38:6; 42:5; 145:14; 146:8

12 Lu 6:8-10; Sal 107:20; Is 65:1; Mat 8:16
Lu 13:16; Gioe 3:10

13 Lu 4:40; Mar 6:5; 8:25; 16:18; At 9:17
Lu 17:14-17; 18:43; Sal 103:1-5; 107:20-22; 116:16,17

14 Lu 8:41; At 13:15; 18:8,17
Lu 6:11; Giov 5:15,16; Rom 10:2
Eso 20:9; 23:12; Lev 23:3; Ez 20:12
Lu 6:7; 14:3-6; Mat 12:10-12; Mar 3:2-6; Giov 9:14-16

15 Lu 6:42; 12:1; Giob 34:30; Prov 11:9; Is 29:20; Mat 7:5; 15:7,14; 23:13,28; At 8:20-23; 13:9,10
Lu 14:5; Giov 7:21-24

16 Lu 3:8; 16:24; 19:9; At 13:26; Rom 4:12-16
Lu 13:11; Giov 8:44; 2Ti 2:26
Lu 13:12; Mar 2:27

17 Lu 14:6; 20:40; Sal 40:14; 109:29; 132:18; Is 45:24; 2Ti 3:9; 1P 3:16
Lu 19:37-40,48; Eso 15:11; Sal 111:3; Is 4:2; Giov 12:17,18; At 3:9-11; 4:21

18 Lu 13:20; 7:31; Lam 2:13; Mat 13:31
Lu 17:21; Mar 4:26,30-34

19 Mat 13:31,32; 17:20; Mar 4:31,32
CC 4:12,16; 5:1; 6:2; 8:13; Is 58:11; 61:11; Ger 31:12
Sal 72:16,17; Is 2:2,3; 9:7; 49:20-25; 51:2,3; 53:1,10-12; 54:1-3; 60:15-22; Ez 17:22-24; 47:1-12; Dan 2:34,35,44,45; Mic 4:1,2; Zac 2:11; 8:20-23; 14:7-9; At 2:41; 4:4; 15:14-18; 21:20; Rom 15:19; Ap 11:15
Ez 31:6; Dan 4:12,21

21 Mat 13:33
Giob 17:9; Sal 92:13,14; Prov 4:18; Os 6:3; Giov 4:14; 15:2; 1Co 5:6; Fili 1:6,9-11; 1Te 5:23,24; Giac 1:21

22 Lu 4:43,44; Mat 9:35; Mar 6:6; At 10:38
Lu 9:51; Mar 10:32-34

23 Mat 7:14; 19:25; 20:16; 22:14
Lu 12:13-15; 21:7,8; Mat 24:3-5; Mar 13:4,5; Giov 21:21,22; At 1:7,8

24 Lu 21:36; Ge 32:25,26; Mat 11:12; Giov 6:27; 1Co 9:24-27; Fili 2:12,13; Col 1:29; Eb 4:11; 2P 1:10
Mat 7:13,14
Prov 1:24-28; 14:6; 21:25; Ec 10:15; Is 1:15; 58:2-4; Ez 33:31; Mar 6:18-20; Giov 7:34; 8:21; 13:33; Rom 9:31-33; 10:3

25 Sal 32:6; Is 55:6; 2Co 6:2; Eb 3:7,8; 12:17
Ge 7:16; Mat 25:10
Lu 6:46; Mat 7:21,22; 25:11,12
Lu 13:27; Mat 7:23; 25:41

26 Is 58:2; 2Ti 3:5; Tit 1:16

27 Lu 13:25; Sal 1:6; Mat 7:22,23; 25:12,41; 1Co 8:3; Ga 4:9; 2Ti 2:19
Sal 5:6; 6:8; 28:3; 101:8; 119:115; 125:5; Os 9:12; Mat 25:41

28 Sal 112:10; Mat 8:12; 13:42,50; 22:13; 24:51; 25:30
Lu 16:23; Mat 8:11
Lu 14:15; 23:42,43; 2Te 1:5; 2P 1:11
Lu 10:15; Ap 21:8; 22:15

29 Ge 28:14; Is 43:6; 49:6; 54:2,3; 66:18-20; Mal 1:11; Mar 13:27; At 28:28; Ef 3:6-8; Col 1:6,23; Ap 7:9,10

30 Mat 3:9,10; 8:11,12; 19:30; 20:16; 21:28-31; Mar 10:31

31 Ne 6:9-11; Sal 11:1,2; Am 7:12,13

32 Lu 3:19,20; 9:7-9; 23:8-11; Ez 13:4; Mic 3:1-3; Sof 3:3; Mar 6:26-28
Lu 9:7; Mar 6:14; Giov 10:32; 11:8-10
Giov 17:4,5; 19:30; Eb 2:10; 5:9

33 Giov 4:34; 9:4; 11:54; 12:35; At 10:38
Lu 9:53; Mat 20:18; At 13:27

34 Lu 19:41,42; Mat 23:37-39
2Cron 24:21,22; 36:15,16; Ne 9:26; Ger 2:30; 26:23; Lam 4:13; Mat 21:35,36; 22:6; At 7:52,59; 8:1; Ap 11:8
De 5:29; 32:29; Sal 81:10,13; Is 48:17-19; 50:2
Lu 19:44; 23:28; Sal 149:2; Lam 1:16; Gioe 2:23; Ga 4:25,26
De 32:11,12; Ru 2:12; Sal 17:8; 36:7; 57:1; 91:4
Lu 15:28; Ne 9:30; Sal 81:11; Prov 1:24-30; Is 30:15; Ger 6:16; 7:23,24; 35:14; 44:4-6; Os 11:2,7; Zac 1:4; Mat 22:3; At 3:14,15

35 Lu 21:5,6,24; Lev 26:31,32; Sal 69:25; Is 1:7,8; 5:5,6; 64:10,11; Dan 9:26,27; Mic 3:12; Zac 11:1,2; 14:2; At 6:13,14
Os 3:4,5; Giov 7:34-36; 8:22-24; 12:35,36; 14:19-23
Lu 19:38-40; Sal 118:26; Is 40:9-11; 52:7; Zac 12:10; Mat 21:9; Mar 11:9; 11:10; Giov 12:13; Rom 10:9-15; 2Co 3:15-18

14:1 Lu 7:34-36; 11:37; 1Co 9:19-22
Giov 3:1; At 5:34
Lu 6:7; 11:53,54; 20:20; Sal 37:32; 41:6; 62:4; 64:5,6; Prov 23:7; Is 29:20; 29:21; Ger 20:10,11; Mar 3:2

3 Lu 11:44,45
Lu 6:9; 13:14-16; Mat 12:10; Mar 3:4; Giov 7:23

4 Mat 21:25-27; 22:46

5 Lu 13:15; Eso 23:4,5; Dan 4:24; Mat 12:11,12

6 Lu 13:17; 20:26,40; 21:15; At 6:10

7 Giudic 14:12; Prov 8:1; Ez 17:2; Mat 13:34
Lu 11:43; 20:46; Mat 23:6; Mar 12:38,39; At 8:18,19; Fili 2:3; 3G 1:9

8 Prov 25:6,7

9 Est 6:6-12; Prov 3:35; 11:2; 16:18; Ez 28:2-10; Dan 4:30-34

10 1Sa 15:17; Prov 15:33; 25:6,7
Is 60:14; Ap 3:9

11 Lu 1:51; 18:14; 1Sa 15:17; Giob 22:29; 40:10-12; Sal 18:27; 138:6; Prov 15:33; 18:12; 29:23; Is 2:11,17; 57:15; Mat 23:12; Giac 4:6; 1P 5:5

12 Lu 1:53; Prov 14:20; 22:16; Giac 2:1-6
Lu 6:32-36; Zac 7:5-7; Mat 5:46; 6:1-4,16-18

13 Lu 14:21; 11:41; De 14:29; 16:11,14; 26:12,13; 2Sa 6:19; 2Cron 30:24; Ne 8:10,12; Giob 29:13,15,16; 31:16-20; Prov 3:9,10; 14:31; 31:6,7; Is 58:7,10; Mat 14:14-21; 15:32-39; 22:10; At 2:44,45; 4:34,35; 9:39; Rom 12:13-16; 1Ti 3:2; 5:10; Tit 1:8; File 1:7; Eb 13:2

14 Prov 19:17; Mat 6:4; 10:41,42; 25:34-40; Fili 4:18,19
Lu 20:35,36; Dan 12:2,3; Giov 5:29; At 24:15

15 Lu 12:37; 13:29; 22:30; Mat 8:11; 25:10; Giov 6:27-59; Ap 19:9

16 Prov 9:1,2; Is 25:6,7; Ger 31:12-14; Zac 10:7; Mat 22:2-14
CC 5:1; Is 55:1-7; Mar 16:15,16; Ap 3:20; 22:17

17 Lu 3:4-6; 9:1-5; 10:1-12; Prov 9:1-5; Mat 3:1-12; 10:1-4; At 2:38,39; 3:24-26; 13:26,38,39
Mat 11:27-29; 22:3,4; Giov 7:37; 2Co 5:18-21; 6:1

18 Lu 20:4,5; Is 28:12,13; 29:11,12; Ger 5:4,5; 6:10,16,17; Mat 22:5,6; Giov 1:11; 5:40; At 13:45,46; 18:5,6; 28:25-27
Lu 8:14; 17:26-31; 18:24; Mat 24:38,39; 1Ti 6:9,10; 2Ti 4:4,10; Eb 12:16; 1G 2:15,16

20 Lu 14:26-28; 18:29,30; 1Co 7:29-31,33

21 Lu 9:10; 1Sa 25:12; Mat 15:12; 18:31; Eb 13:17
Lu 14:24; Sal 2:12; Mat 22:7,8; Eb 2:3; 12:25,26; Ap 15:1-8; 19:15
Lu 24:47; Prov 1:20-25; 8:2-4; 9:3-4; Ger 5:1; Zac 11:7,11; Mat 21:28-31; Giov 4:39-42; 7:47-49; 9:39; At 8:4-7; Giac 2:5; Ap 22:17
Lu 14:13; 7:22,23; 1Sa 2:8; Sal 113:7,8; Mat 11:5,28
Sal 38:7; Is 33:23; 35:6

22 At 1:1-9:43
Sal 103:6; 130:7; Giov 14:2; Ef 3:8; Col 2:9; 1Ti 2:5,6; 1G 2:2; Ap 7:4-9

23 Sal 98:3; Is 11:10; 19:24,25; 27:13; 49:5,6; 66:19,20; Zac 14:8,9; Mal 1:11; Mat 21:43; 22:9,10; 28:19,20; At 9:15; 10:44-48; 11:18-21; 13:47,48; 18:6; 22:21,22; 26:18-20; 28:28; Rom 10:18; 15:9-12; Ef 2:11-22; Col 1:23
Lu 24:29; Ge 19:2,3; Sal 110:3; At 16:15; Rom 11:13,14; 1Co 9:19-23; 2Co 5:11,20; 6:1; Col 1:28; 2Ti 4:2

24 Prov 1:24-32; Mat 21:43; 22:8; 23:38,39; Giov 3:19,36; 8:21,24; At 13:46; Eb 12:25,26

25 Lu 12:1; Giov 6:24-27

26 De 13:6-8; 33:9; Sal 73:25,26; Mat 10:37; Fili 3:8
Ge 29:30,31; De 21:15; Giob 7:15,16; Ec 2:17-19; Mal 1:2,3; Giov 12:25; Rom 9:13
At 20:24; Ap 12:11

27 Lu 9:23-25; Mat 10:38; 16:24-26; Mar 8:34-37; 10:21; 15:21; Giov 19:17; 2Ti 3:12
Mat 13:21; At 14:22; 2Ti 1:12

28 Ge 11:4-9; Prov 24:27
Lu 14:33; Gios 24:19-24; Mat 8:20; 10:22; 20:22,23; At 21:13; 1Te 3:4,5; 2P 1:13,14

30 Mat 7:27; 27:3-8; At 1:18,19; 1Co 3:11-14; Eb 6:4-8,11; 10:38; 2P 2:19-22; 2G 1:8

31 1Re 20:11; 2Re 18:20-22; Prov 20:18; 25:8

32 Lu 12:58; 1Re 20:31-34; 2Re 10:4,5; Giob 40:9; Mat 5:25; At 12:20; Giac 4:6-10

33 Lu 14:26; 5:11,28; 18:22,23,28-30; At 5:1-5; 8:19-22; Fili 3:7,8; 2Ti 4:10; 1G 2:15,16

34 Mat 5:13; Mar 9:49,50; Col 4:6; Eb 2:4-8

35 Giov 15:6
Lu 8:8; 9:44; Mat 11:15; 13:9; Ap 2:7,11,17,29

15:1 Lu 5:29-32; 7:29; 13:30; Ez 18:27; Mat 9:10-13; 21:28-31; Rom 5:20; 1Ti 1:15

2 Lu 15:29,30; 5:30; 7:34,39; 19:7; Mat 9:11; At 11:3; 1Co 5:9-11; Ga 2:12

4 Lu 13:15; Mat 12:11; 18:12; Rom 2:1
Sal 119:176; Is 53:6; Ger 50:6; Ez 34:8,11,12,16,31; Mat 18:12,13; Giov 10:15,16,26-28; 1P 2:25

5 Lu 19:9; 23:43; Is 62:12; Giov 4:34,35; At 9:1-16; Rom 10:20,21; Ef 2:3-6; Tit 3:3-7
Is 40:10,11; 46:3,4; 63:9; Mic 5:4; Ef 1:19,20; 2:10; 3:7; 1Te 1:5; 2Ti 2:26; 1P 1:5
Lu 15:23,24,32; Is 53:10,11; 62:5; Ger 32:41,42; Ez 18:23; 33:11; Mic 7:18; Sof 3:17; Giov 15:11; Eb 12:2

6 Lu 15:7,10,24; 2:13,14; Is 66:10,11; Giov 3:29; 15:14; At 11:23; 15:3; Fili 1:4; 2:17; 4:1; 1Te 2:19; 3:7-9
Sal 119:176; 1P 2:10,25

7 Lu 15:32; 5:32; Mat 18:13
Lu 15:29; 16:15; 18:9-11; Prov 30:12; Rom 7:9; Fili 3:6,7

8 Lu 19:10; Ez 34:12; Giov 10:16; 11:52; Ef 2:17

9 Lu 15:6,7

10 Lu 2:1-14; Ez 18:23,32; 33:11; Mat 18:10,11; 28:5-7; At 5:19; 10:3-5; Eb 1:14; Ap 5:11-14
Lu 7:47; 13:5; 2Cron 33:13-19; Mat 18:14; At 11:18; 2Co 7:10; File 1:15

11 Mat 21:23-31

12 De 21:16,17; Sal 16:5,6; 17:14
Mar 12:44

13 2Cron 33:1-10; Giob 21:13-15; 22:17,18; Sal 10:4-6; 73:27; Prov 27:8; Is 1:4; 30:11; Ger 2:5,13,17-19,31; Mic 6:3; Ef 2:13,17
Lu 15:30; 16:1,19; Prov 5:8-14; 6:26; 18:9; 21:17,20; 23:19-22; 28:7; 29:3; Ec 11:9,10; Is 22:13; 56:12; Am 6:3-7; Rom 13:13,14; 1P 4:3,4; 2P 2:13

14 2Cron 33:11; Ez 16:27; Os 2:9-14; Am 8:9-12

15 Lu 15:13; Eso 10:3; 2Cron 28:22; Is 1:5,9,10-13; 57:17; Ger 5:3; 8:4-6; 31:18,19; 2Ti 2:25,26; Ap 2:21,22
Lu 8:32-34; Ez 16:52,63; Na 3:6; Mal 2:9; Rom 1:24-26; 6:22; 1Co 6:9-11; Ef 2:2,3; 4:17-19; 5:11,12; Col 3:5-7; Tit 3:3

16 Is 44:20; 55:2; Lam 4:5; Os 12:1; Rom 6:19-21
Sal 73:22
Sal 142:4; Is 57:3; Gion 2:2-8

17 Lu 8:35; 16:23; Sal 73:20; Ec 9:3; Ger 31:19; Ez 18:28; At 2:37; 16:29; 16:30; 26:11-19; Ef 2:4,5; 5:14; Tit 3:4-6; Giac 1:16-18
Lu 15:18,19; Lam 1:7

18 1Re 20:30,31; 2Re 7:3,4; 2Cron 33:12,13,19; Sal 32:5; 116:3-7; Ger 31:6-9; 50:4,5; Lam 3:18-22,29,40; Os 2:6,7; 14:1-3; Gion 2:4; 3:9
Lu 11:2; Is 63:16; Ger 3:19; 31:20; Mat 6:9,14; 7:11
Lu 18:13; Lev 26:40,41; 1Re 8:47,48; Giob 33:27,28; 36:8-10; Sal 25:11; 32:3-5; 51:3-5; Prov 23:13; Mat 3:6; 1G 1:8-10
Lu 15:21; Dan 4:26

19 Lu 5:8; 7:6,7; Ge 32:10; Giob 42:6; 1Co 15:9; 1Ti 1:13-16
Gios 9:24,25; Sal 84:10; Mat 15:26,27; Giac 4:8-10; 1P 5:6

20 De 30:2-4; Giob 33:27,28; Sal 86:5,15; 103:10-13; Is 49:15; 55:6-9; 57:18; Ger 31:20; Ez 16:6-8; Os 11:8; Mic 7:18,19; At 2:39; Ef 2:13,17
Ge 33:4; 45:14; 46:29; At 20:37

21 Lu 15:18,19; Ger 3:13; Ez 16:63; Rom 2:4
Sal 51:4; 143:2; 1Co 8:12

22 Sal 45:13; 132:9,16; Is 61:10; Ez 16:9-13; Zac 3:3-5; Mat 22:11,12; Rom 3:22; 13:14; Ga 3:27; Ef 4:22-24; Ap 3:4,5,18; 6:11; 7:9,13,14; 19:8
Ge 41:42; Est 3:10; 8:2; Rom 8:15; Ga 4:5,6; Ef 1:13,14; Ap 2:17
De 33:25; Sal 18:33; CC 7:1; Ez 16:10; Ef 6:15

23 Ge 18:7; Sal 63:5; Prov 9:2; Is 25:6; 65:13,14; Mat 22:2-14

24 Lu 15:32; Mar 8:22; Giov 5:21,24,25; 11:25; Rom 6:11,13; 8:2; 2Co 5:14,15; Ef 2:1,5; 5:14; Col 2:13; 1Ti 5:6; Giuda 1:12; Ap 3:1
Lu 15:4,8; 19:10; Ge 45:28; Ger 31:15-17; Ez 34:4,16; Mat 18:11-13
Lu 15:7,9; 10:19; Is 35:10; 66:11; Ger 31:12-14; Rom 12:15; 1Co 12:26

25 Lu 15:11,12
Lu 7:32; Eso 15:20; 2Sa 6:14; Sal 30:11; 126:1; 149:3; 150:4; Ec 3:4; Ger 31:4

27 Lu 15:30; At 9:17; 22:13; File 1:16
Lu 15:23

28 Lu 15:2; 5:30; 7:39; 1Sa 17:28; 18:8; Is 65:5; 66:5; Gion 4:1-3; Mat 20:11; At 13:45,50; 14:2,19; 22:21,22; Rom 10:19; 1Te 2:16
Lu 13:34; 24:47; Ge 4:5-7; Gion 4:4,9; 2Co 5:20

29 Lu 17:10; 18:9,11,12,20,21; 1Sa 15:13,14; Is 58:2,3; 65:5; Zac 7:3; Mat 20:12; Rom 3:20,27; 7:9; 10:3; Fili 3:4-6; 1G 1:8-10; Ap 3:17
Lu 15:7; 19:21; Mal 1:12,13; 3:14; Ap 2:17

30 Lu 15:32; 18:11; Eso 32:7,11
Lu 15:13,22,23

31 Lu 19:22,23; Mat 20:13-16; Mar 7:27,28; Rom 9:4; 11:1,35

32 Lu 7:34; Sal 51:8; Is 35:10; Os 14:9; Gion 4:10,11; Rom 3:4,19; 15:9-13
Lu 15:24; Ef 2:1-10

16:1 Mat 18:23,24; 25:14-30
Lu 8:3; 12:42; Ge 15:2; 43:19; 1Cron 28:1; 1Co 4:1,2; Tit 1:7; 1P 4:10
Lu 16:19; 15:13,30; 19:20; Prov 18:9; Os 2:8; Giac 4:3

2 Ge 3:9-11; 4:9,10; 18:20,21; 1Sa 2:23,24; 1Co 1:11; 1Ti 5:24
Lu 12:42; Ec 11:9,10; 12:14; Mat 12:36; Rom 14:12; 1Co 4:2,5; 2Co 5:10; 1P 4:5,10; 1Ti 4:14; Ap 20:12
Lu 12:20; 19:21-26

3 Lu 18:4; Est 6:6
Lu 12:17; Is 10:3; Ger 5:31; Os 9:5; At 9:6
Prov 13:4; 15:19; 18:9; 19:15; 21:25,26; 24:30-34; 26:13-16; 27:23-27; 29:21; 2Te 3:11
Lu 16:20,22; Prov 20:4; Mar 10:46; Giov 9:8; At 3:2

4 Prov 30:9; Ger 4:22; Giac 3:15

5 Lu 7:41,42; Mat 18:24

6 Lu 16:9,12; Tit 2:10

7 Lu 20:9,12; CC 8:11,12

8 Lu 16:10; 18:6
Lu 16:4; Ge 3:1; Eso 1:10; 2Sa 13:3; 2Re 10:19; Prov 6:6-8
Lu 20:34; Sal 17:14; 1Co 3:18; Fili 3:19
Sal 49:10-19; Mat 17:26
Giov 12:36; Ef 5:8; 1Te 5:5; 1P 2:9; 1G 3:10

9 Lu 11:41; 14:14; Prov 19:17; Ec 11:1; Is 58:7,8; Dan 4:27; Mat 6:19; 19:21; 25:35-40; At 10:4,31; 2Co 9:12-15; 1Ti 6:17-19; 2Ti 1:16-18
Lu 16:11,13
Prov 23:5; 1Ti 6:9,10,17
Sal 73:26; Ec 12:3-7; Is 57:16
2Co 4:17,18; 5:1; 1Ti 6:18; Giuda 1:21

10 Lu 16:11,12; 19:17; Mat 25:21; Eb 3:2
Giov 12:6; 13:2,27

11 Lu 16:9
Lu 12:33; 18:22; Prov 8:18,19; Ef 3:8; Giac 2:5; Ap 3:18

12 Lu 19:13-26; 1Cron 29:14-16; Giob 1:21; Ez 16:16-21; Os 2:8; Mat 25:14-29
Lu 10:42; Col 3:3,4; 1P 1:4,5

13 Lu 9:50; 11:23; Gios 24:15; Mat 4:10; 6:24; Rom 6:16-22; 8:5-8; Giac 4:4; 1G 2:15,16
Lu 14:26

14 Lu 12:15; 20:47; Is 56:11; Ger 6:13; 8:10; Ez 22:25-29; 33:31; Mat 23:14
Lu 8:53; 23:35; Sal 35:15,16; 119:51; Is 53:3; Ger 20:7,8; Eb 11:36; 12:2,3

15 Lu 10:29; 11:39; 18:11,21; 20:20,47; Prov 20:6; Mat 6:2,5,16; 23:5,25-27; Rom 3:20; Giac 2:21-25
1Sa 16:7; 1Cron 29:17; 2Cron 6:30; Sal 7:9; 139:1,2; Ger 17:10; Giov 2:25; 21:17; At 1:18; 15:8; 1Co 4:5; Ap 2:23
Sal 10:3; 49:13,18; Prov 16:5; Is 1:10-14; Am 5:21,22; Mal 3:15; 1P 3:4; 5:5

16 Lu 16:29,31; Mat 11:9-14; Giov 1:45; At 3:18,24,25
Lu 9:2; 10:9,11; Mat 3:2; 4:17; 10:7; Mar 1:14
Lu 7:26-29; Mat 21:32; Mar 1:45; Giov 11:48; 12:19

17 Lu 21:33; Sal 102:25-27; Is 51:6; Mat 5:18; 2P 3:10; Ap 20:11; 21:1,4
Is 40:8; Rom 3:31; 1P 1:25

18 Mat 5:32; 19:9; Mar 10:11,12; 1Co 7:4,10-12

19 Lu 12:16-21; 18:24,25; Giac 5:1-5
Lu 16:1; 15:13; Giob 21:11-15; Sal 73:3-7; Ez 16:49; Am 6:4-6; Ap 17:4; 18:7,16
Giudic 8:26; Est 8:15; Ez 16:13; 27:7; Mar 15:17,20

20 Lu 18:35-43; 1Sa 2:8; Giac 1:9; 2:5
Giov 11:1
At 3:2
Lu 16:21; Giob 2:7; Sal 34:19; 73:14; Is 1:6; Ger 8:22

21 1Co 4:11; 2Co 11:27
Mat 15:27; Mar 7:28; Giov 6:12

22 Giob 3:13-19; Is 57:1,2; Ap 14:13
Sal 91:11,12; Mat 13:38-43; 24:31; Eb 2:14
Mat 8:11; Giov 13:23; 21:20
Lu 12:20; Giob 21:13,30-32; Sal 49:6-12,16-19; 73:18-20; Prov 14:32; Mar 8:36; Giac 1:11; 1P 2:24
2Re 9:34,35; Ec 8:10; Is 14:18; 22:16

23 Sal 9:17; 16:10; 49:15; 86:13; Prov 5:5; 7:27; 9:18; 15:24; Is 14:9,15; Mat 5:22,29; 18:9; 23:33; 1Co 15:55; 2P 2:4; Ap 20:13,14
Lu 16:28; 8:28; Mat 8:29; Ap 14:10,11; 20:10
Lu 13:28,29; Mat 8:11,12

24 Lu 16:30; 3:8; Mat 3:9; Giov 8:33-39,53-56; Rom 4:12; 9:7,8
1Sa 28:16; Is 27:11; Giac 2:13
Is 41:17,18; 65:13,14; Giov 4:10,14; 7:37; Ap 7:16,17; 22:1
Zac 14:12; Giac 3:6
Is 66:24; Mat 25:41; Mar 9:43-49; 2Te 1:8; Ap 14:10,11; 19:20; 20:15

25 Lu 16:24
Lu 16:23; Lam 1:7; Dan 5:22,23,30; Mar 9:46
Lu 6:24; Giob 21:13,14; 22:18; Sal 17:14; 37:35,36; 49:11; 73:7,12-19; Rom 8:7; Fili 3:19; 1G 2:15
Lu 16:20; Giov 16:33; At 14:22; 1Te 3:3; Eb 11:25; Ap 7:14

26 1Sa 25:36; Sal 49:14; Ez 28:24; Mal 3:18; 2Te 1:4-10; Giac 1:11,12; 5:1-7
Lu 12:59; Sal 50:22; Mat 25:46; Giov 3:36; 2Te 1:9; Ap 20:10; 22:11

28 Sal 49:12,13

29 Lu 16:16; Is 8:20; 34:16; Mal 4:2-4; Giov 5:39-45; At 15:21; 17:11,12; 2Ti 3:15-17; 2P 1:19-21

30 Lu 13:3,5; Ap 16:9-11

31 Giov 5:45-47
Giov 11:43-53; 12:10,11; 2Co 4:3
Ge 9:27; At 19:8; 26:28; 28:23; 2Co 5:11

17:1 Mat 16:23; 18:7; Rom 14:13,20,21; 16:17; 1Co 8:13; 10:32; 11:19; 2Te 2:10-12; Ap 2:14,20; 13:14-18

2 Mat 18:6; 26:24; Mar 9:42; 1Co 9:15; 2P 2:1-3
Is 40:11; Zac 13:7; Mat 18:3-5,10,14; Giov 21:15; 1Co 8:11,12; 9:22

3 Lu 21:34; Eso 34:12; De 4:9,15,23; 2Cron 19:6,7; Ef 5:15; Eb 12:15; 2G 1:8
Mat 18:15-17,21
Lev 19:17; Sal 141:5; Prov 9:8; 17:10; 27:5; Ga 2:11-14; Giac 5:19

4 Mat 18:21,22,35; 1Co 13:4-7; Ef 4:31,32; Col 3:12,13
Mat 5:44; 6:12,14,15; 18:16; Rom 12:20; 2Te 3:13,14

Ebrei 13:1-8

1 Eb 6:10,11; 10:24; Giov 13:34,35; 15:17; At 2:1,44-46; 4:32; Rom 12:9,10; Ga 5:6,13,22; Ef 4:3; 5:2; Fili 2:1-3; 1Te 4:9,10; 2Te 1:3; 1P 1:22; 2:17; 3:8; 4:8; 2P 1:7; 1G 2:9,10; 3:10-18,23; 4:7-11,20,21; 5:1; 2G 1:5,6; Ap 2:4

2 Lev 19:34; De 10:18,19; 1Re 17:10-16; 2Re 4:8; Giob 31:19,32; Is 58:7; Mat 25:35,43; At 16:15; Rom 12:13; 16:23; 1Ti 3:2; 5:10; Tit 1:8; 1P 4:9
Ge 18:2-10; 19:1-3; Giudic 13:15-25; Mat 25:40

3 Eb 10:34; Ge 40:14,15,23; Ger 38:7-13; Mat 25:36,43; At 16:29-34; 24:23; 27:3; Ef 4:1; Fili 4:14-19; Col 4:18; 2Ti 1:16-18
Ne 1:3,4; Rom 12:15; 1Co 12:26; Ga 6:1,2; 1P 3:8

4 Ge 1:27,28; 2:21,24; Lev 21:13-15; 2Re 22:14; Prov 5:15-23; Is 8:3; 1Co 7:2-16; 9:5; 1Ti 3:2,4,12; 5:14; Tit 1:6
Eb 12:16; 1Co 6:9; Ga 5:19,21; Ef 5:5; Col 3:5,6; Ap 22:15
Sal 50:16-22; Mal 3:5; 1Co 5:13; 2Co 5:10

5 Eso 20:17; Gios 7:21; Sal 10:3; 119:36; Ger 6:13; Ez 33:31; Mar 7:22; Lu 8:14; 12:15-21; 16:13,14; Rom 1:29; 1Co 5:11; 6:10; Ef 5:3,5; Col 3:5; 1Ti 3:3; 6:9,10; 2P 2:3,14; Giuda 1:11
Eso 2:21; Mat 6:25,34; Lu 3:14; Fili 4:11,12; 1Ti 6:6-8
Ge 28:15; De 31:6,8; Gios 1:5; 1Sa 12:22; 1Cron 28:20; Sal 37:25,28; Is 41:10,17

6 Eb 4:16; 10:19; Ef 3:12
Ge 15:1; Eso 18:4; De 33:26,29; Sal 18:1,2; 27:1-3,9; 33:20; 40:17; 54:4; 63:7; 94:17; 115:9-11; 118:7-9; 124:8; 146:3; Is 41:10,14; Rom 8:31
Sal 56:4,11,12; 118:6; Dan 3:16-18; Mat 10:28; Lu 12:4,5

7 Eb 13:17,24; Mat 24:45; Lu 12:42; At 14:23; 1Te 5:12,13; 1Ti 3:5
Lu 8:11; At 4:31; 13:46; Rom 10:17; 1Te 2:13; Ap 1:9; 6:9; 20:4
Eb 6:12; CC 1:8; 1Co 4:16; 11:1; Fili 3:17; 1Te 1:6; 2Te 3:7,9
At 7:55-60
1Co 10:13

8 Eb 1:12; Sal 90:2,4; 102:27,28; 103:17; Is 41:4; 44:6; Mal 3:6; Giov 8:56-58; Giac 1:17; Ap 1:4,8,11,17,18

Ebrei 13:15-16

15 Eb 7:25; Giov 10:9; 14:6; Ef 2:18; Col 3:17; 1P 2:5
Lev 7:12; 2Cron 7:6; 29:31; 33:16; Esd 3:11; Ne 12:40,43; Sal 50:14,23; 69:30,31; 107:21,22; 116:17-19; 118:19; 136:1-26; 145:1-21; Is 12:1,2; Ef 5:19,20; Col 1:12; 3:16; 1P 4:11; Ap 4:8-11; 5:9-14; 7:9-12; 19:1-6
Ge 4:3,4; Os 14:2; Rom 6:19; 12:1
Sal 18:49; Mat 11:25; Lu 10:21

16 Eb 13:1,2; Sal 37:3; Mat 25:35-40; Lu 6:35,36; At 9:36; 10:38; Ga 6:10; 1Te 5:15; 2Te 3:13; 3G 1:11
Lu 18:22; Rom 12:13; 2Co 9:12,13; Ga 6:6; Ef 4:28; Fili 4:14; 1Ti 6:18; File 1:6
Eb 6:10; Sal 51:19; Mic 6:7,8; Fili 4:18

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