Nuova Riveduta:

Luca 15:32

ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato"».

C.E.I.:

Luca 15:32

ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Nuova Diodati:

Luca 15:32

Ma si doveva fare festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato"».

Bibbia della Gioia:

Luca 15:32

Ma è giusto festeggiare, perché questo tuo fratello era per me come morto ed è tornato in vita! Era perduto ed ora l'ho ritrovato!"»

La Parola è Vita
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Riveduta:

Luca 15:32

ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto, ed è tornato a vita; era perduto, ed è stato ritrovato.

Diodati:

Luca 15:32

Or conveniva far festa, e rallegrarsi, perciocchè questo tuo fratello era morto, ed è tornato a vita, era perduto, ed è stato ritrovato.

Commentario:

Luca 15:32

32. or conveniva far festa, e rallegrarsi; perciocché questo tuo fratello era morto, ed è tornato a vita; era perduto, ed è stato ritrovato.

Quivi il padre chiaramente e pienamente dichiara al figlio maggiore, come già avea dichiarato alla sua casa, i motivi pei quali si rallegrava in quel, giorno per il prodigo ritornato nella casa paterna più che per quello che non l'avea mai abbandonata. «È una regola universale costatata e ricevuta nella esperienza umana, che quantunque un figlio che non è mai stato perduto non sia meno prezioso di quello che fu perduto eppoi ritrovato, i genitori provano una gioia più viva nel ricevere il figlio perduto, che nel continuo possesso di quello che essi non hanno mai perduto di vista». Egli è a questa regola che si riferisce (conveniva), di questo versetto; perché sarebbe stato interamente contrario alla natura umana, se al figlio perduto si fosse semplicemente detto di riprendere il suo posto, da tanto tempo vuoto nel cerchio della famiglia, senza alcun segno speciale di gioia per il suo ritorno. La parabola non ci dice qual sia stato il risultato delle esortazioni del padre né se il figlio maggiore si sia lasciato vincere da quelle o no. Questo è lasciato incerto di proposito deliberato. Siccome egli rappresentava una classe di individui che avrebbero potuto esser vinti essi stessi dal pentimento, Gesù la interrompe qui, e lascia che ognuno risponda pel proprio conto.

PASSI PARALLELI

Luca 7:34; Salmi 51:8; Isaia 35:10; Osea 14:9; Giona 4:10-11; Romani 3:4,19; 15:9-13

Luca 15:24; Efesini 2:1-10

RIFLESSIONI

1. Benché fermamente convinti che la retta esposizione di questa terza parabola trovasi nei rapporti reciproci dei Farisei e dei pubblicani, quali rappresentanti di due classi diverse di uomini, e non in quelli delle nazioni fra di loro, concediamo che vi sono alcuni punti di rassomiglianza fra la posizione e il portamento dei due fratelli, e quelli dei Giudei e dei Gentili. Ammesso per un momento, che la nazione giudaica è rappresentata dal fratello maggiore e i Gentili dal minore, è verissimo che questi ultimi si sono allontanati da Dio dopo il diluvio, e ne hanno raccolto tenebre, miseria e dura schiavitù sotto il giogo di Satana; è verissimo pure che incontrarono per parte dei Giudei una dimenticanza biasimevole per tutto il tempo che continuarono nel loro stato di degradazione pagana e disprezzo ed amarissimo odio quando cominciarono ad entrar nel regno di Dio per la fede, trattamento che contrasta colla gioia provata in cielo per ogni peccatore penitente. Oltre a questo, la rassomiglianza non va, perché storicamente i Gentili erano il fratello maggiore, i Giudei il minore; poiché Abrahamo, Gentile, fu dalla provvidenza di Dio scelto d'infra i suoi fratelli per divenir lo stipite di una nuova nazione, almeno 430 anni dopo il diluvio.

2. Il completo allontanamento del cuore umano da Dio, come vien dipinto sotto le figure della pecora errante, della dramma smarrita, e del figliuol prodigo, è la più profonda e la più universale infermità della nostra natura. Nella descrizione del figlio minore abbiamo un ritratto fedelissimo del cuore naturale, dello stato di mente in cui tutti siamo nati. Siamo per natura orgogliosi, amanti di fare il proprio volere, e ci allontaniamo da Dio, perché non troviamo piacere alcuno nella comunione con lui. Spendiamo il tempo e le forze, le facoltà e gli affetti in cose di nessun profitto. L'avaro lo fa in un modo; lo schiavo della lussuria e delle passioni carnali, in un altro; il ricercatore dei piaceri, in un altro ancora. I nostri cuori dicono a Dio: «Dipartiti da noi, perciocché noi non prendiamo piacere nella conoscenza delle tue vie». La sperienza prova che l'inconvertito fa consistere la sua felicità nello starsene più lontano che sia possibile dalla sorgente e dal centro di ogni vero bene; ma non vi può essere errore più grossolano e più fatale. Che cosa è la felicità del cielo, se non l'immediata ed eterna presenza di Dio? Che cos'è la miseria dell'inferno, se non l'esilio e l'allontanamento eterno dal suo cospetto? Più persistiamo a starcene lontani da Dio, e più ci avviciniamo alla miseria che non avrà mai fine, «al verme che non muore, al fuoco che non si spegne».

3. «L'estensione in cui prevale questo allontanamento da Dio varia, come variano gli uomini fra di loro. Può prendere la forma di impazienza o di ribellione contro l'autorità divina, o semplicemente quella, di antipatia per le cose nelle quali egli si compiace. Ma per quanto importi distinguere fra queste varie forme di allontanamento da Dio, esse si compenetrano e sono inseparabili. Nelle nature placide e tranquille si vede soprattutto il poco amore alle cose spirituali. Questo non assume talvolta nessuna forma esterna; lo si vede solo nella completa contentezza del cuore senza Dio. In altri, e specialmente nei giovani, questo allontanamento da Dio si manifesta nell'impazienza dei ritegni che impone l'autorità divina, e nel desiderio di liberarsene». (Brown),

4. La prima volta che egli s'avvede della follia e del pericolo di tal sua condotta, il peccatore, invece di ritornare a Dio, si sente spesso mosso a fuggir più lontano ancora nei sentieri del peccato, cercandovi invano un contento che non vi si può trovare. Gl'inconvertiti non sono mai veramente felici. Sotto un sembiante di allegria e di vivacità, nascondono il più delle volte vera infelicità; col cuore vuoto, scontenti di se medesimi, stanchi dei loro piaceri, essi domandano sempre: «Chi ci farà veder qualche bene?» ma lo ricercano dove non lo si può trovare. Per quanto si sforzino di nasconderlo, le loro anime sono tormentate dalla fame.

5. Nel cambiamento che avvenne nel caso del figliuol prodigo e nelle risoluzioni che prese ed eseguì in seguito, vediamo vivamente dipinti i vari stadii della conversione e del ritorno a Dio del peccatore. Egli prima «aveva delle follie al cuore»; ed i suoi atti erano contrari alla ragione ed ai suoi interessi spirituali, ma è restituito «in buon senno», quando lo Spirito del Signore opera efficacemente sopra lui, mediante la sua parola e le dispensazioni della sua provvidenza, e lo risveglia per fargli dolorosamente sentire il suo peccato e la sua miseria. Questo non è ancora un cambiamento di cuore, ma ne può essere il principio; l'esser convinto non è ancora l'esser convertito, ma è un primo passo sul retto sentiero. Stiamo però in guardia contro il fermarci ad un semplice convincimento del nostro peccato, o anche ad un pentimento parziale; imperocché molti dopo avere avuto una passeggiera esperienza di tali cose sono tornati ai loro peccati, come «il cane al suo vomito» 2Pietro 2:22. Il peccatore nel quale lo Spirito ha cominciato ad operare convincendolo di peccato, non si ferma a quel punto; non appena ha preso una risoluzione, la mette in pratica, e ritorna con fede e preghiera dal Padre suo celeste.

6. Il perdono del peccato è assolutamente gratuito per parte di Dio, per i meriti del nostro divino Redentore. Perciò è del tutto erronea la conclusione che i Pelagiani ed i Razionalisti derivano da questa terza parabola, che cioè i peccatori possano tornare a Dio senza l'intervento di un mediatore. Essa non solo è contraria all'insegnamento diretto della Scrittura, ma è basata sulla ipotesi interamente gratuita che il Signore abbia descritta in una sola parabola tutta quanta la via della salute, e che questa non abbia nulla che fare colle precedenti. Al contrario, la conversione del peccatore viene rappresentata in questo gruppo di parabole in due quadri distinti. Nel primo, il Redentore esce spontaneamente per ricercare e condurre indietro gli smarriti; nell'altra, l'errante peccatore si pente, si alza, e ritorna a suo padre. Ma entrambi riproducono lo stesso evento. Nel primo, lo consideriamo, per così dire, dall'alto, e contempliamo la divina compassione all'opera; nel secondo, dal basso, e vediamo la lotta del convincimento nella coscienza del peccatore e il ritorno spontaneo del penitente.

7. Il sentimento della riconciliazione con Dio, anziché attutire il dolore del credente per il fallo che gli è stato rimesso, non fa che ravvivarlo. È questo il naturale impulso di un cuore veramente riconoscente; è altresì quello che Dio aspetta da coloro sovra i quali ha esteso il suo perdono, vedi Ezechiele 16:63; e Riflessioni N. 6 in Luca 7:50.

8. Com'è maravigliosa e commovente la conoscenza che Gesù ci comunica dell'amore del suo Padre Celeste per il peccatore, dipingendoci il desiderio ardente del cuore compassionevole del padre per il prodigo suo figlio, la vigilante aspettazione con cui ne spiava il ritorno, l'ardore col quale lo accoglie nelle sue braccia, l'affetto con cui dimentica tutte le passate sue offese, e gli rende quel rango di figlio che esso avea perduto a causa del suo peccato. Ma più maravigliosa ancora è la descrizione che il Salvatore ci dà dell'effetto prodotto in cielo dalla conversione di ogni peccatore, la gioia che ne risentono le persone della Divinità, ciascuna delle quali ebbe la sua parte in quell'opera, ed il diffondersi di quella lieta notizia fra tutti gli abitanti glorificati di quella regione gloriosa - angeli immacolati, e «spiriti dei giusti resi perfetti» - affinché essi pure sieno partecipi di quella gioia. È questo un misterio rimasto fino a quell'ora nascosto ai mortali, e la rivelazione del quale, finché durerà il mondo, sarà una prova cui nessuna mente spregiudicata potrà resistere che colui che l'ha dichiarata deve essere uscito dal seno stesso del Padre. «Noi parliamo ciò che sappiamo, e testimoniamo ciò che abbiamo veduto» Giovanni 3:11.

9. La condotta del fratello maggiore ritrae il disprezzo e l'odio degli Scribi e dei Farisei per i loro fratelli caduti, e contrasta colla gioia che sovrabbonda in cielo per la conversione di ogni peccatore. Ma tale descrizione si applica molto bene alla condotta ed ai sentimenti dei Farisei di tutti i tempi. Essi sono proclivi a deridere la conversione come il risultato di sentimenti esagerati o di nervi in disordine, e ne sparlano come di una superstizione che conviene reprimere. Ben lungi dall'accogl iere con gioia quelli che sono stati condotti all'ovile del Redentore, non cercano nemmeno di nascondere il disprezzo che nutrono verso di loro, e non si vergognano di perseguitarli quando se ne presenta la occasione. E quantunque per motivi farisaici, certi uomini si sforzino di nascondere il loro dispetto nel vedere accogliere con gioia un convertito, ed il loro odio verso i più che gli stendono le braccia, e ciò sotto pretesto di rispetto alla religione e alla moralità, questo non è però che una pretesa che aggrava tanto più la loro colpa. «Ascoltate la parola del Signore, voi che tremate alla sua parola. I vostri fratelli che v'odiano, e vi scacciano per cagion del mio nome, hanno detto: Apparisca pur glorioso il Signore. Certo egli apparirà in vostra letizia, ed essi saranno confusi» Isaia 66:5. Il contrasto fra i sentimenti dei Farisei e dei Formalisti di quaggiù e «l'allegrezza appo gli angeli di Dio» insegna una lezione che tutti dovrebbero imparare. Niente dovrebbe rallegrarci quanto la conversione delle anime. Si beffino pure i mondani delle conversioni, ne mormorino e le neghino quelli che si credono giusti in sé stessi; ogni vero cristiano peserà le parole di Gesù in questo capitolo, e si sentirà il cuore ripieno di gioia e di gratitudine ogni qual volta gli giungerà la nuova di un'altr'anima salvata, mediante la grazia; anzi si sforzerà di essere egli stesso lo strumento terreno per diffondere spesso una tal gioia in mezzo ai gloriosi abitanti del cielo.

Riferimenti incrociati:

Luca 15:32

Lu 7:34; Sal 51:8; Is 35:10; Os 14:9; Gion 4:10,11; Rom 3:4,19; 15:9-13
Lu 15:24; Ef 2:1-10

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