Nuova Riveduta:

Luca 15:7

Vi dico che, allo stesso modo, ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento.

C.E.I.:

Luca 15:7

Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.

Nuova Diodati:

Luca 15:7

Io vi dico che allo stesso modo vi sarà in cielo più gioia per un solo peccatore che si ravvede, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento.

Bibbia della Gioia:

Luca 15:7

Allo stesso modo si fa più festa in cielo per un solo peccatore che torna a Dio, che per novantanove altri che non si sono smarriti!

La Parola è Vita
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Riveduta:

Luca 15:7

Io vi dico che così vi sarà in cielo più allegrezza per un solo peccatore che si ravvede, che per novantanove giusti i quali non han bisogno di ravvedimento.

Diodati:

Luca 15:7

Io vi dico, che così vi sarà letizia in cielo per un peccatore ravveduto, più che per novantanove giusti, che non hanno bisogno di ravvedimento.

Commentario:

Luca 15:7

7. lo vi dico, che così vi sarà letizia in cielo per un peccatore penitente,

Benché la forma di questa parabola non permetta di descrivere l'effetto prodotto sul peccatore dalla carità del buon pastore verso di lui, quell'effetto è chiaramente indicato dalla parola penitente, e corrisponde a quanto vien detto più appieno del figlio prodigo. Di questo peccatore penitente Gesù dice, come gli amici e i vicini del pastore dividono la sua gioia, così la gioia del Salvatore è divisa da tutti gli abitanti del cielo, dalle gloriose persone della Trinità, dagli angeli, e dagli spiriti dei giusti fatti perfetti. Al ver. 10 Gesù varia così l'espressione: «Vi sarà allegrezza appo gli angeli di Dio ecc.». Che l'Iddio trino ed uno prenda diletto della conversione del peccatore è conseguenza naturale del piano maraviglioso che egli stesso ideò per effettuarla Giovanni 3:16; ma ne abbiamo prove dirette dalle sue stesse parole in Ezechiele 33:11; Geremia 31:18-20, ed altri passi consimili. Che il passaggio di un peccatore dalla morte alla vita diffonda allegrezza fra gli eserciti angelici non può maggiormente esser messo in quistione, quando ci ricordiamo che essi sono tutti «spiriti ministratori, mandati a servire per amor di coloro che hanno ad eredar la salute» Ebrei 1:14. E siccome i santi glorificati sono «sempre col Signore», non può esser temerario il credere che essi partecipano alla gioia che una tale notizia diffonde nei cortili celesti. Le parole essendo in tempi diversi al ver. 7 e al 10 dànno qualche ragione di supporre che vi sono due occasioni in cui questa gioia è sentita in cielo, cioè al momento in cui accade nel peccatore il grande cambiamento salutare, mediante la sua unione con Cristo, e novamente quando, terminata la guerra terrena, egli «entra nella gioia del suo Signore». Si desume generalmente dalle espressioni di questi due versetti che gli angeli nell'esercizio delle loro inerenti facoltà conoscono in qualche modo le conversioni delle anime umane in terra, e la Chiesa Romana ha fatto capitale di questi versetti in favore delle preghiere indirizzate agli angeli e ad altri spiriti creati. Ma le parole del Salvatore Luca 15:10 non dànno appoggio alcuno a tali idee. La gioia degli angeli ben lungi dall'originare in una loro specie di onniscienza subordinata, è, nella sua origine, interamente indipendente da casi, e solo mostrata nella loro presenza, perché essi possano essere partecipi. Così nel caso della pecora, come in quello della dramma, questa gioia ebbe la sua prima origine in colui che ritrovò le cose perdute, il quale poi chiamò gli amici e i vicini a prendervi parte. E siccome l'applicazione nei versetti 7 e 10 comincia con così, nello stesso modo, è chiaro che questa gioia divina ebbe la sua origine nel trono di Dio e di là si sparse fra gli eserciti celesti. Colui che ha salvato il peccatore se ne rallegra e lo fa noto ai suoi servitori, invitandoli a dividere la sua gioia. L'abituale solenne affermazione colla quale Gesù annunzia l'effetto prodotto in cielo dalla conversione di un peccatore ci dimostra che egli parla come testimone oculare di cose che conosce, e come interprete dei pensieri di Dio.

più che per novantanove giusti che non han bisogno di penitenza.

Il sapere chi sieno questi novantanove giusti ha dato luogo a molte supposizioni. Chi vede in essi gli angeli che non han mai peccato; chi gli abitanti di altri mondi rimasti immuni di caduta; chi i santi ora in gloria, che non peccano più. Trench ci vede i membri della Chiesa dell'Antico Testamento, i quali possedevano giustizia legale, benché non fossero arrivati alla giustizia dell'evangelo, come se questi non avessero bisogno di penitenza dinanzi a Dio! Diodati nelle sue Annotazioni li definisce «i fedeli perseverati nella lor santificazione, senza alienarsi da Dio per alcun grave peccato, che richieda speciale riconciliazione e conversione». Secondo altri, le novantanove pecore rappresentano i veri figli di Dio in terra, i quali non hanno bisogno di conversione, perché già hanno sperimentato quel cambiamento e son salvi dalla condanna per Cristo, benché abbisognino di pentimento per i loro errori giornalieri. Ma è stata messa avanti un'interpretazione di queste parole, assai preferibile secondo noi a tutte l'altre, perché consuona esattamente coi sentimenti di quelli cui esse erano rivolte, cioè che il nostro Signore non parla qui di gente assolutamente giusta, ma allude ironicamente a quelli che, come i Farisei ed altri Giudei, sicuri della propria giustizia, si lusingano di esser senza colpa agli occhi di Dio, epperciò una sorgente per lui di gioia e di allegrezza. La credenza, il contegno, il carattere di quei Farisei sono esattamente dipinti in queste parole di Gesù. Essi «confidavano in loro stessi d'esser giusti e sprezzavano gli altri» Luca 18:9; consideravano se stessi come non avendo bisogno di pentimento; «giustificavano se stessi davanti agli uomini», e si credevano tanto perfetti che gli occhi di Dio non potessero scoprire colpa alcuna in loro Luca 18:11-12; in una parola erano appieno convinti di essere per l'Altissimo speciali oggetti di compiacimento e di gioia. Gesù li accerta che sbagliano, che, se anche la loro giustizia fosse completa e perfetta come se la figuravano, essa ecciterebbe in cielo minore entusiasmo di gioia che non il ritorno a Dio di un solo di quei peccatori da, essi messi al bando della società. La ragione della grandezza di questa gioia per un peccatore salvato nasce dall'esser stata la sua salvezza in apparenza inaspettata, difficilissima, disperata, epperciò eccitante la più viva ansietà. Così il cuore di un parente sente maggiore allegrezza per i primi sintomi di guarigione che egli osserva in un bambino malato a morte, che per tutti gli altri che stanno in buona salute. Questa parabola risponde direttamente alla obiezione: «Costui riceve i peccatori». I Farisei tendevano ad insinuare che il Messia doveva associarsi solo coi buoni ed evitare i malvagi; ma egli insegna loro che la salvazione dei malvagi cagiona la maggior gioia in cielo e che se essi fossero veramente giusti, se i loro cuori cioè battessero all'unisono con quello di Dio, essi non sarebbero meno di lui ardenti nel ricercare «le pecore perdute della casa d'Israele».

PASSI PARALLELI

Luca 15:32; 5:32; Matteo 18:13

Luca 15:29; 16:15; 18:9-11; Proverbi 30:12; Romani 7:9; Filippesi 3:6-7

Riferimenti incrociati:

Luca 15:7

Lu 15:32; 5:32; Mat 18:13
Lu 15:29; 16:15; 18:9-11; Prov 30:12; Rom 7:9; Fili 3:6,7

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