Nuova Riveduta:

Luca 7:50

Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace».

C.E.I.:

Luca 7:50

Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace!».

Nuova Diodati:

Luca 7:50

Ma Gesù disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace!».

Bibbia della Gioia:

Luca 7:50

Ma Gesù disse alla donna: «La tua fede ti ha salvato. Va' in pace!»

La Parola è Vita
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Riveduta:

Luca 7:50

Ma egli disse alla donna: La tua fede t'ha salvata; vattene in pace.

Diodati:

Luca 7:50

Ma Gesù disse alla donna: La tua fede ti ha salvata; vattene in pace.

Commentario:

Luca 7:50

50. Ma Gesù disse alla donna: La tua fede ti ha salvata;

I mormori di Simone e dei suoi convitati non impedirono a Gesù di dire a quella donna quello che aveva da dirle. Al vers. 48 egli le avea autorevolmente dichiarato che «i suoi peccati le erano rimessi, ora egli le dà la ragione di quella grande grazia: «La tua fede ti ha salvata». Si noti quanto onore Gesù tributa qui alla fede! La povera donna aveva manifestato molte altre grazie, specialmente un pentimento sincero e coraggioso, una grande umiltà, una profonda contrizione, un amore ardente; ma nessuna di queste, né tutto questo riunite la salvarono. La fede sola la salvò; non già che ci fosse merito alcuno nell'aver fede; ma perché la fede fu lo strumento per il quale essa divenne unita a Cristo e partecipe dell'infinito suo merito come propiziazione del peccato

vattene in pace.

Può darsi che, come credono alcuni, il Signore si aspettasse per parte del Fariseo e dei suoi convitati ad uno scoppio d'indegnazione, la cui prima esplosione cadrebbe su di lei, e per questo motivo la rimandasse mentre regnava tuttora la calma. Ma le parole tradotte qui «in pace» significano pure «verso o in seno alla pace», e dovevano senza dubbio indicare qualcosa di più che una tranquilla dipartenza da quel luogo. Le parole dettele da Cristo erano atte a svegliare nel suo cuore tal misura di pace che tutta la vita, anzi tutta l'eternità non sarebbero bastanti per approfondirla, ed a queste parole daremo il senso di: «Va a godere di tutta la pace che può dare la certezza del perdono».

PASSI PARALLELI

Luca 8:18,42,48; 18:42; Habacuc 2:4; Matteo 9:22; Marco 5:34; 10:52; Efesini 2:8-10

Giacomo 2:14-26

Ecclesiaste 9:7; Romani 5:1-2

RIFLESSIONI

1. «La prontezza colla quale Gesù accettò un invito dato con disposizioni così poco amichevoli come quello di Simone, è certo una prova dell'abnegazione prodotta dal vero amore. Non voleva respingere i Farisei più che fosse assolutamente necessario, e sapeva di più che non pochi orecchi, inaccessibili alla sua predicazione ordinaria altrove, avrebbero forse ricevuto la parola della vita annunziata in mezzo alla conversazione di un convito e rivestita delle forme ordinarie della vita giornaliera. Pensava pure all'educazione dei suoi Apostoli, i quali, cresciuti in più umile situazione, non aveano conosciuto che da lontano il lato più tenebroso del Farisaismo. E finalmente, la sua presenza sarebbe il mezzo migliore di ridurre al silenzio le voci calunniatrici che correvano senza dubbio nella sua assenza, sul suo proprio conto e su quello dei discepoli» (Oosterzee).

2. Il discernimento degli spiriti 1Corinzi 12:10, ora tenuto come il segno di un vero profeta, e tal conoscenza da Gesù dimostrata al Giordano ed a Sichar lo aveva fatto riconoscere per il Messia, come lo provano le confessioni di Natanaele e della donna di Samaria. Giovanni 2:24-25, gli rende pure questa testimonianza: «Ma Gesù non fidava loro sé stesso, perciocché egli conosceva tutti; e perciocché egli non avea bisogno che alcuno gli testimoniasse dell'uomo, conciossiaché egli stesso conosceva quello ch'era nell'uomo». Il Fariseo era giunto nel suo spirito ad una conclusione ben diversa, perché il Signore permetteva alla donna che si era inginocchiata ai suoi piedi di toccarlo. Ma colla sua pubblica risposta ai pensieri nascosti di Simone, Gesù diede a vedere che egli conosceva non solo quello che la donna fosse, ma pure quello che si agitava nel cuore di Simone. Egli era dunque profeta nel senso più alto della parola.

3. Nella breve parabola proposta a Simone, lo stato di tutta la razza umana davanti a Dio è rappresentato dai due debitori: «Non avevano essi di che pagare». Se ci fosse possibile ubbidire perfettamente alla legge di Dio in avvenire, ciò non compenserebbe la nostra disubbidienza passata, più che il cessare di accrescere un debito giova a pagarlo. Ma non possiamo adempiere quello che Dio richiede da noi; anzi, anche dopo la conversione, siamo pur sempre imperfetti, ed ogni giorno commettiamo trasgressioni novelle, accrescendo così il nostro debito, invece di estinguerlo. Né possiamo, sotto la legge di Dio, più che sotto quella degli uomini, ottenere l'assoluzione dalla condanna del peccato per la sola penitenza. «Tutti abbian peccato e siamo privi della gloria di Dio» Romani 3:23. È verissimo che agli occhi di Dio alcuni sono più colpevoli di altri; il peccatore profano e scandaloso è senza dubbio peggiore di quello la cui condotta è decente e morale, ma non c'è fra un peccatore e l'altro tal differenza che dia ad uno di essi il diritto di esser accetto a Dio. Nessuno sarà, ricevuto da Dio, se non si presenta a lui, come interamente perduto; ma nessuno che si presenti come tale colla preghiera: «O Dio, sii placato inverso me peccatore» Luca 18:13, sarà respinto indietro.

4. Mirabili sono le grazie spiegate da questa donna; tuttavia il Signore sorvolò a tutte, e tenne conto sol di quella che era meno apparente, e che chiunque altro avrebbe passato sotto silenzio, cioè la sua FEDE. Sapeva esser questa la radice ed il principio di tutte l'altre. E qual cosa attribuisce il Signore alla fede di questa, donna? Nientemeno che la salvezza dell'anima sua. La fede vien così esaltata al disopra di tutte le altre grazie, perché ci unisce a Cristo in tutte le sue sofferenze, in tutti i benefizi che derivano da lui, ed in tutta la sua gloria. Domandiamo dunque cogli apostoli: «Signore, accrescici la fede».

5. Una delle definizioni della fede dataci dalla, Scrittura ci mostra: «la fede operante in carità» Galati 5:6, e l'operazione di questa grazia non risulta meno bene da questo pasco che la grazia stessa. Qui vediamo l'amore di questa donna per il divino Benefattore da cui ha ricevuto, per la fede, il perdono che la spinge a ricercarlo, e, trovatolo, a piangere nel suo cospetto, ad abbracciare i suoi piedi, ad esprimere nel modo più commovente i più intensi sentimenti del suo cuore. Così «l'amore ci costringe, non possegga come in Diodati; Confr. Luca 12:50, di non vivere più a noi stessi, ma a colui che è morto e risuscitato per noi» 2Corinzi 5:14-15.

6. I peccatori perdonati ritengono un vivo ricordo dei loro peccati. Così faceva Paolo, Vedi Efesini 3:8; 1Timoteo 1:12-16, e se questa povera donna avesse avuto l'occasione di parlare, essa si sarebbe proclamata peccatrice, anzi la prima delle peccatrici. Protendono alcuni che il peccato perdonato dev'essere dimenticato; ma tali persone non conoscono meglio delle pietre che cosa sia la vera pietà. Il peccato non può mai venir dimenticato. Non appena è egli cancellato nel cielo, che viene Scritto con penna di ferro nella memoria per sempre. Finché i redenti avranno menti capaci di pensare e cuori capaci di sentire, né tutti i dolori della vita, né tutte le gioie del cielo, né tutti i secoli della eternità potranno cancellare il ricordo della loro colpa, o attenuar la forza di questa rimembranza, il sentimento del perdono, la manterrà sempre viva. Un uomo non si sente veramente peccatore finché non guarda a Cristo, coll'occhio della fede, come al suo Salvatore; finché non comincia a sperare di avere sfuggito all'inferno e guadagnato il cielo.

7. In questo passo, finalmente, abbiamo una prova indiretta ma tanto più calzante, della divinità del nostro Signor Gesù Cristo. Non è il Padre, ma sé stesso che egli ci presenta qui come il gran creditore, cui eran dovuti il debito grande non meno che il piccolo, e che aveva il diritto di cancellare entrambi. Questi debiti, come lo dimostra il passo, sono le trasgressioni degli uomini contro l'Altissimo, e se Gesù non fosse, come dice di essere, uguale al Padre, egli non avrebbe ardito usurpare la prerogativa divina, dichiarando in proprio nome (io ti dico) prima al Fariseo, poi alla donna stessa che i suoi peccati le erano rimessi. Uno studio attento dell'evangelo servirà a confermare la fede dei credenti, facendo loro scoprire molte consimili prove indiretto della divinità di Cristo in conferma delle sue parole: «Io e il Padre siamo una stessa cosa».

Riferimenti incrociati:

Luca 7:50

Lu 8:18,42,48; 18:42; Abac 2:4; Mat 9:22; Mar 5:34; 10:52; Ef 2:8-10; Giac 2:14-26
Ec 9:7; Rom 5:1,2

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