Nuova Riveduta:

Luca 12:5

Io vi mostrerò chi dovete temere. Temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella geenna. Sì, vi dico, temete lui.

Luca 12:28

Ora se Dio riveste così l'erba che oggi è nel campo e domani è gettata nel forno, quanto più vestirà voi, gente di poca fede!

Luca 16:26

Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perché quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, né di là si passi da noi".

Giuda 6

Egli ha pure custodito nelle tenebre e in catene eterne, per il gran giorno del giudizio, gli angeli che non conservarono la loro dignità e abbandonarono la loro dimora.

C.E.I.:

Luca 12:5

Vi mostrerò invece chi dovete temere: temete Colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna. Sì, ve lo dico, temete Costui.

Luca 12:28

Se dunque Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, quanto più voi, gente di poca fede?

Luca 16:26

Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi.

Giuda 6

e che gli angeli che non conservarono la loro dignità ma lasciarono la propria dimora, egli li tiene in catene eterne, nelle tenebre, per il giudizio del gran giorno.

Nuova Diodati:

Luca 12:5

Io vi mostrerò chi dovete temere: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna; sì, vi dico, temete lui.

Luca 12:28

Ora se Dio riveste così l'erba che oggi è nel campo e domani è gettata nel forno, quanto maggiormente rivestirà voi, o gente di poca fede?

Luca 16:26

Oltre a tutto ciò, fra noi e voi è posto un grande baratro, in modo tale che coloro che vorrebbero da qui passare a voi non possono; così pure nessuno può passare di là a noi".

Giuda 6

Egli ha pure rinchiuso nelle tenebre dell'inferno con catene eterne, per il giudizio del gran giorno, gli angeli che non conservarono il loro primiero stato ma che lasciarono la loro propria dimora.

Bibbia della Gioia:

Luca 12:5

Ma vi dico io di chi dovete aver paura: temete Dio che ha il potere di dare la morte e poi di gettare all'inferno!

Luca 12:28

Ora, se Dio provvede a rivestire i fiori, che sono qui oggi e domani non ci saranno più, a maggior ragione provvederà anche ai vostri vestiti, gente di poca fede!

Luca 16:26

Per di più, tra noi e voi v'è un grande abisso, e chi volesse venire da te non potrebbe, come pure nessuno di voi può venire da questa parte!"

Giuda 6

Voglio ricordarvi anche quegli angeli che non rimasero nei limiti della loro giusta autorità, ma abbandonarono la propria dimora. Dio li incatenò nelle prigioni delle tenebre, ed è là che li tiene in attesa del giorno del giudizio.

La Parola è Vita
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Riveduta:

Luca 12:5

ma io vi mostrerò chi dovete temere: Temete colui che, dopo aver ucciso, ha potestà di gettar nella geenna. Sì, vi dico, temete Lui.

Luca 12:28

Or se Dio riveste così l'erba che oggi è nel campo e domani è gettata nel forno, quanto più vestirà voi, o gente di poca fede?

Luca 16:26

E oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una gran voragine, perché quelli che vorrebbero passar di qui a voi non possano, né di là si passi da noi.

Giuda 6

e che Egli ha serbato in catene eterne, nelle tenebre, per il giudicio del gran giorno, gli angeli che non serbarono la loro dignità primiera, ma lasciarono la loro propria dimora.

Diodati:

Luca 12:5

Ma io vi mostrerò chi dovete temere: temete colui, il quale, dopo aver ucciso, ha la podestà di gettar nella geenna; certo, io vi dico, temete lui.

Luca 12:28

Ora, se Iddio riveste così l'erba che oggi è nel campo, e domani è gettata nel forno, quanto maggiormente rivestirà egli voi, o uomini di poca fede?

Luca 16:26

Ed oltre a tutto ciò, fra noi e voi è posta una gran voragine, talchè coloro che vorrebbero di qui passare a voi non possono; parimente coloro che son di là non passano a noi.

Giuda 6

Ed ha messi in guardia sotto caligine, con legami eterni, per il giudicio del gran giorno, gli angeli che non hanno guardata la loro origine, ma hanno lasciata la lor propria stanza.

Commentario:

Luca 12:5

CAPO 12 - ANALISI

1. Gesù ammonisce i suoi discepoli contro l'ipocrisia, e la mancanza di coraggio nel predicare l'evangelo. I Farisei erano tali maestri di ipocrisia che tutte le loro azioni e i loro discorsi ne erano compenetrati, come il pane o la farina dal lievito che vi è stato introdotto, epperciò Gesù, mettendo in guardia i suoi discepoli contro l'ipocrisia, la chiama «il lievito dei Farisei». La loro ipocrisia non consisteva solo nel pretendere di essere quel che non erano, ma nel nascondere al pubblico quello che erano veramente nel cuore e nella vita. Giudicando dal tenore dei versetti seguenti, Gesù sembra mettere i suoi discepoli in guardia specialmente contro quest'ultima forma di ipocrisia farisaica. Dopo la sua partenza, essi si avvedrebbero presto di essere «odiati da tutti gli uomini, per amor del suo nome», e di predicar la dottrina della croce a rischio della propria vita. Gesù sapeva che allora li assalirebbe fortemente la tentazione di nascondere il loro nome di discepoli, e di evitar nella loro predicazione «lo scandalo della croce»; perciò li ammonisce che, cedendo a quella tentazione, si renderebbero colpevoli di una ipocrisia non meno colpevole di quella dei Farisei. Egli richiedeva da loro coraggio, per «soffrire afflizione, come buoni soldati di Gesù Cristo», e nei versetti seguenti egli ne enumera parecchie ragioni. Prima. L'ipocrisia vien tosto o tardi smascherata, facciano pur uso di qualsivoglia stratagemma od equivoco; ricorran pure alle menzogne ed agli inganni più astuti, per quanto operino con segreto e prudenza, gli ipocriti saranno scoperti e proclamati fin sui tetti. Seconda. Il potere dei nemici loro e nostri è molto limitato, possono al più toglierei la vita del corpo, perciò il timore di dispiacer loro non deve, neppur per un momento, bilanciare quello di incorrere l'ira dell'altissimo, «il quale, dopo avere ucciso, ha la podestà di gettar nella geenna». Terza. Dio, nella sua santa provvidenza, veglia con cura speciale sul popolo suo credente. «I capelli del loro capo son tutti annoverati». Quarta. Al giorno del giudizio, Cristo li riconoscerà o no, secondo che essi stessi lo avranno o no confessato dinanzi agli uomini. Quinta. Il rinnegare Cristo sarebbe un bestemmiare lo Spirito Santo, disconoscendo la sua protezione: mentre la sua saviezza, la sua assistenza ed il suo potere venivan loro specialmente promossi quando sarebbero accusati dinanzi alle sinagoghe ed ai magistrati. Or chi avrà bestemmiato a quel modo «non sarà perdonato» Luca 12:1-12.

2. Avvertimenti contro la cupidigia, appoggiati da una parabola. L'occasione di questo discorso del Signore sulla cupidigia fu la domanda rivoltagli da uno che era o suo discepolo, o fratello di uno fra i discepoli, affinché usasse la sua influenza ed autorità sul suo fratello che si era impadronito della maggior parte del loro patrimonio comune (forse la doppia porzione del primogenito), affinché la eredità venisse divisa ugualmente fra di loro. Questo il Signore ricusò subito di fare, perché non era parte del suo mandato invadere la provincia dei governi e dei tribunali terrestri, e perché eranvi dei giudici e delle corti scelti espressamente dalle autorità giudaiche per far giustizia fra gli uomini. D'altronde dall'avvertimento dato da Gesù dopo quel rifiuto: «Avvisate, e guardatevi dall'avarizia», par probabile che egli riconosce nel postulante uno spirito cupido, che domandava più di quanto gli si competesse, o ricusava al fratello la parte che era legalmente sua. Per illustrare la sua dichiarazione: «Benché alcuno abbondi, egli non ha però la vita per i suoi beni», Gesù aggiunge una parabola, lo scopo della quale è di mostrare la follia di uomini carnali e mondani mentre vivono, e la loro rovina quando li coglie la morte. Narra loro la storia di un uomo ricco ed avaro, lasciando ad essi di conchiudere se era pure un uomo felice, ma non senza aggiungere la significante conclusione: «Così avviene a chi fa tesoro a se stesso, e non è ricco in Dio» Luca 12:13-21.

3. Ammonizioni ed incoraggiamenti relativi alla soverchia sollecitudine per le cose necessarie alla vita. Sono dati con parole quasi identiche a quelle che troviamo già nel discorso in sul Monte Matteo 5-7. Lo spirito cupido può manifestarsi così nei poveri che desiderano cibo, vestiario ed alloggio migliori, come nei ricchi che bramano ricchezze sempre più grandi. Or siccome i discepoli nella loro povertà erano maggiormente esposti a quella prima forma di tentazione, egli li ammonisce contro di essa accertandoli che se pur cercano il regno di Dio il loro Padre celeste, il quale ha cura dei gigli dei campi, degli uccelli dell'aria, della crescenza dei corpi, e della conservazione della loro vita, dar loro altresì cibo, vestire ed ogni cosa utile e necessaria. Li mette in guardia contro una rodente ansietà a questo riguardo, perché così facendo, invece di dare un esempio al mondo col glorificare Iddio, mettendo in lui tutta la lor fiducia, starebbero sul livello medesimo che i poveri pagani, che non conoscevano il vero Iddio, quale Dio di provvidenza, e quindi vivevano in costante ansietà, per il loro sostentamento terreno. Li incoraggia inoltre a cacciare in bando le soverchie cure, perché hanno in prospettiva cose migliori di quelle che la terra può dare, cioè il regno del cielo, che al Padre è piaciuto dar loro, ed in anticipazione di questo, essi vengono esortati a prepararsi tesori in cielo col crescere i n grazia e coll'esercitare una benevolenza attiva nella vita Luca 12:22-34.

4. La vigilanza raccomandata a motivo della certezza del ritorno del Signore, e delle ricompense che egli recherà con sé. Il più potente antidoto contro la troppa ansietà per le cose della vita è senza dubbio l'avere il cuore preoccupato dalla vigilante aspettazione di un evento di straordinario interesse, e che può accadere quando meno è aspettato; e, seguendo tal nesso di idee, il Signore passa a parlare del dovere di vegliare e di star preparati per il suo ritorno. Le parabole dei servi che aspettano il ritorno del loro Signore, e son da lui ricompensati per la loro fedeltà; del ladro che giunge inaspettato; e dei due economi, cadono tutte sotto il titolo della vigilanza. Nella prima, vien ricompensata la vigilanza fedele; nella seconda, son castigate la falsa sicurezza e l'inattenzione; e nella terza (in risposta ad una domanda di Pietro), vengon delineati i destini diversi dell'economo attivo, diligente e vigilante, e dell'economo negligente, egoista e ubbriacone. Gesù lascia che Pietro e gli altri concludano essi stessi, coll'aiuto della propria coscienza, quale di queste tre descrizioni meglio convenga al loro carattere. La ricompensa e la punizione seguono naturalmente l'osservanza o la trasgressione del dovere, ed il principio dietro al quale sì l'una che l'altra vengono accordate è chiaramente indicato. Maggiori cose si richiedono da quelli che hanno responsabilità maggiori e maggiori occasioni che gli altri di conoscere la volontà del Signore; e, quando egli verrà, la loro punizione sarà proporzionatamente più severa, se essi avranno trascurato di dare il cibo spirituale ai loro conservi, e di aspettare quel grande evento. «Tal servitore sarà battuto di molto battiture», perché il giudizio sarà fatto dietro al principio: «a chiunque è stato dato assai sarà ridomandato assai» Luca 12:35-48.

5. Divisioni provenienti dall'introduzione della vita spirituale, mediante la predicazione del vangelo. Non è molto apparente il nesso fra questa porzione del capitolo e quel che precede; ma può darsi che Gesù volesse inculcare sempre più nei suoi discepoli la necessità di vegliare, di operare e di esser fedeli, a motivo delle divisioni che non potrebbero mancar di sorgere nelle comunità e nelle famiglie, in seguito alla predicazione del vangelo. «Il «fuoco» che Gesù dice esser venuto a portare in sulla terra non è, come suppongono alcuni, quello della contenzione e dell'odio, ma l'elemento superiore della vita spirituale, il quale, coi suoi potenti effetti, risveglia tutto ciò che è della stessa sua natura, e distrugge tutto ciò che gli è contrario. È chiaro che Gesù desidera che già fosse acceso; ma prima che esso potesse bruciare in tutto il suo potere purificante, toccavagli sopportare il battesimo della morte in croce, ed un peso gravava sul suo spirito, finché ciò non fosse fatto. Ma egli ammonisce i suoi discepoli di non ingannar se stessi col supporre che il risultato dei loro lavori nel predicare il suo regno sarebbe l'introduzione della pace universale. Al contrario, in contatto coll'irreligione e col vizio, col paganesimo e col Giudaismo, il primo risultato ne sarebbe confusione, guerra, e persecuzione atroce, per parte del mondo, dei suoi pacifici seguaci, da rompere perfino i legami di famiglia e di parentela. La storia dei tre primi secoli della Chiesa prova la verità di questa predizione del Signore, e neppur ora può dirsi cessato «lo scandalo della croce», quando i membri di una famiglia mondana nascono a nuova vita; per opera dello Spirito di Dio. Il contatto del Dio santissimo col mondo peccatore produce inevitabilmente resistenza e lotta, non solo contro Dio stesso, ma pure contro gli uomini che si dichiarano sudditi del suo regno Luca 12:49-53.

6. Del discernimento dei segni dei tempi. Prima di conchiudere il suo discorso, Gesù rivolge un'ammonizione speciale alla spensierata moltitudine. Essi sono astuti abbastanza per indovinare i cambiamenti di tempo; osservando le nuvole che s'alzavano a Ovest, cioè dal Mediterraneo, prevedevano la pioggia, e se il vento saltava a mezzogiorno, da dove giungeva loro attraverso il deserto, potevano subito predire il caldo soffocante che egli portava invariabilmente seco; ma egli li accusa di ipocrisia, perché, quantunque fossero osservatori perspicaci nelle cose del mondo, fingevano di non vedere segni molto più notevoli dei tempi, quali l'universale aspettativa del Messia, la testimonianza del Battista, e i suoi propri miracoli. Li rimprovera perché si lasciano sedurre dai loro istruttori spirituali, invece di esercitare il proprio giudizio, per riconoscere che «l'Oriente dall'alto li avea visitati», e termina coll'esortarli a far pace con Dio, che è loro avversario a motivo del peccato, e ciò subito «mentre sono per via», come certo stimerebbero prudente accordarsi con quelli coi quali non possono contendere, e di fare i patti migliori possibili con un avversario terreno, anziché esporsi ai rigori della legge Luca 12:54-59.

Luca 12:1-12. ESORTAZIONI RIVOLTE AI DISCEPOLI CONTRO L'IPOCRISIA E LA CODARDAGGINE Matteo 10:26-33; 16:6-12; Marco 3:22

Per l'esposizione vedi Matteo 10:26-33.

1. Intanto, essendosi raunata la moltitudine a migliaia, talché si calpestavano gli uni gli altri, Gesù prese a dire a' suoi discepoli: Guardatevi imprima dal lievito de' Farisei ch'è ipocrisia.

Questo discorso consiste specialmente di detti ripetuti in altre occasioni, e trovati quasi parola per parola in Matteo. Mentre il Signore era in casa del Fariseo, la moltitudine si era riunita fuori ad aspettarlo, ed egli uscì tutto pieno del discorso che avea pronunziato, ammonendo i suoi discepoli contro quel tratto del carattere dei Farisei che era più pericoloso per loro. Non è la prima volta che li avesse avvertiti a quel modo. Matteo 16:6-12 narra che, attraversando essi un giorno il lago, l'ipocrisia dei Farisei era stato il soggetto dei loro discorsi, e allora Gesù, accorgendosi di essere stato frainteso dai discepoli, si era spiegato molto chiaramente. Come il lievito vien nascosto nella massa sulla quale opera, eppure la travaglia tutta intera e irresistibilmente, così è della ipocrisia. «L'ipocrisia è di due specie: pretender di esser quel che non siamo, e nascondere quel che siamo. Benché sieno connesse al punto di confondersi spesso l'una nell'altra, è contro l'ultima di questo due forme che il Signore mette in guardia i suoi discepoli. Quando non si poteva confessare il suo nome che arrischiando riputazione, libertà, beni e la stessa vita, la tentazione di nascondere codardamente quello che erano dovea naturalmente essere molto forte, ed il Signore addita loro le conseguenze di un nascondimento così traditore e vigliacco» (Brown).

Ma io vi mostrerò chi dovete temere; temete Colui, il quale, dopo aver ucciso, ha la podestà di gittar nella geenna;

Il razionalismo e l'incredulità si dàn la mano per rigettare la dottrina delle pene eterne, chiamando la geenna un mito, di cui ridono gli spiriti forti; ma noi osserviamo che Colui che è la VERITÀ, che scese dal cielo, e che conosce il fine di tutte le cose sin dal loro principio, dichiara solennemente qui ed altrove che esiste un luogo di eterni castighi, e che il Dio santo e giusto vi manderà tutti quelli che fanno il male, vedi Note Luca 16:23-26. Lettore, quale di queste due testimonianze ti par più degna di fede? Solo il timore di Colui che è maggiore può scacciare efficacemente dal nostro cuore quello di colui che è minore, cioè di coloro le cui crudeltà e persecuzioni non possono colpir che la vita terrena.

PASSI PARALLELI

Luca 5:1,15; 6:17; Atti 21:20

2Re 7:17

1Corinzi 15:3; Giacomo 3:17

Matteo 16:6-12; Marco 8:15-21; 1Corinzi 5:7-8

Luca 12:56; 11:44; Giobbe 20:5; 27:8; 36:13; Isaia 33:14; Giacomo 3:17; 1Pietro 2:1

Luca 12:28

22 Luca 12:22-34. AMMONIZIONI ED INCORAGGIAMENTI CONTRO LA SOVERCHIA SOLLECITUDINE PER LE COSE NECESSARIE ALLA VITA Matteo 6:25-34

Per l'esposizione, Vedi Matteo 6:25-34.

22. Poi disse a' suoi discepoli: Perciò, io vi dico: Non siate solleciti per la vita vostra, che mangerete; né per lo corpo vostro, di che sarete vestiti.

Dopo aver condannato la cupidigia, ossia la sete di beni temporali, il Signore si accinge con bontà a dissipare l'ansietà naturale dei discepoli, i quali vivevano precariamente, relativamente al futuro loro sostentamento, accertandoli che essi saranno sempre oggetto di cure speciali per parte del loro Padre celeste. Questo ci fa ripetendo, con alcune variazioni di poca importanza, una porzione del sermone in sul Monte Matteo 6:25-34. Egli appoggia la sua esortazione alla fiducia filiale nella onnipotenza e nella provvidenza di Dio su tre considerazioni:

l. la cura che Dio si prende delle piante, rivestendo i gigli del campo di risplendente bellezza.

2. quella che stendo sulle creature inferiori, poiché provvede al nutrimento degli uccelli dell'aria.

3. quella che ha di essi stessi, non dipendendo dal proprio loro volere, ma dalla cura benigna di Dio, la crescenza del loro corpo; e se egli così si dà pensiero delle cose minori, quanto più se ne darà egli delle più importanti, come il sostentamento e la conservazione delle loro vite?

Il dovere loro adunque, è di cercare il regno di Dio, e se così fanno, Gesù li accerta che Dio avrà cura dei loro interessi temporali, e provvederà ad ogni loro bisogno.

PASSI PARALLELI

Luca 12:29; Matteo 6:25-34; 1Corinzi 7:32; Filippesi 4:6; Ebrei 13:5

Luca 16:26

26. Ed, oltre a tutto ciò, tra noi e voi è posta una gran voragine;

È sempre Abrahamo che parla ed egli ora addita l'assoluta impossibilità di accordare al ricco la sua domanda, significa propriamente uno strappo profondo, una fessura che separa due luoghi, come un torrente, o un avvallamento del suolo; diguisaché si frappongono fra di loro una profondità od uno spazio immensurabili. Quel golfo od abisso troppo profondo per venir colmato, troppo largo perché vi si possa fare un ponte, è «posto», per immutabile decreto di Dio, in modo da separare la dimora dei beati dal luogo dei tormenti. I rabbini insegnavano che quei due luoghi sono separati nell'hades da una semplice muraglia, cosicché si poteva forse sperare di sfuggire ai tormenti ma ben diverso è l'insegnamento di Cristo: questa aperta voragine dà l'idea di un incarceramento senza speranza. "Ogni comunicazione è impossibile, Lazaro non potrebbe passar da te, per quanto fossimo disposti a servirti in questa tua estremità".

talché

La parola greca fa risaltare anche meglio questa separazione assoluta, perché non suona solamente dimodoché, ma pure affinché, cioè, Dio ha posto, per eterno decreto, quella voragine espressamente per impedire ogni comunicazione.

coloro che vorrebbero di quì passare a voi non possono;

per opere cioè di misericordia, come quella per cui domandavano i servizii di Lazaro; che non si potrebbe per alcun altro motivo imaginare, un tal passaggio.

parimente coloro che son di là non passano a noi.

Mettendo le due forme di quì e di là in bocca ad Abrahamo, Gesù toglie ogni dubbio relativamente alla impossibilità di attraversar quella voragine. Questo taglia dalla radice la dottrina del Purgatorio, ed il sogno vano ed antiscritturale di quelli che insegnano un finale ristabilimento o meglio esaltazione dei dannati in cielo. Una tal dottrina infatti esige che la voragine possa venir varcata, mentre il Signore in questa parabola c'insegna molto chiaramente che essa non lo sarà mai: «Questi andranno alle pene eterne» Matteo 25:46.

PASSI PARALLELI

1Samuele 25:36; Salmi 49:14; Ezechiele 28:24; Malachia 3:18; 2Tessalonicesi 1:4-10; Giacomo 1:11-12

Giacomo 5:1-7

Luca 12:59; Salmi 50:22; Matteo 25:46; Giovanni 3:36; 2Tessalonicesi 1:9; Apocalisse 20:10; 22:11

Giuda 6

e ch'Egli ha serbato in catene eterne, nelle tenebre (lett. sotto tenebre), per il giudicio del gran giorno, gli angeli che non serbarono la loro dignità primiera, ma lasciarono la loro propria dimora.

Parlando degli angeli ribelli Pietro dice semplicemente: "gli angeli che peccarono", senza specificar la natura del loro peccato. Esistevano in proposito due opinioni fra i rabbini. Secondo gli uni gli angeli s'erano ribellati per orgoglio; secondo altri erano caduti perchè avevano lasciato la loro celeste dimora per unirsi alle figliuole degli uomini dalle quali, secondo la strana interpretazione rabbinica di Genesi 6:2, avrebbero perfino avuto dei figliuoli. È questa l'opinione che trovasi qua e là espressa nel libro apocrifo di Enoc. E siccome quel libro è citato più oltre da Giuda, si ritiene da molti che a quella tradizione alluda l'autore quando dice degli angeli caduti che non serbarono la loro dignità primiera ( αρχην), cioè la pura nobiltà della loro origine, ovvero, il principato loro assegnato da Dio in qualche parte dell'universo, ma lasciarono la lor propria dimora gloriosa nel cielo, per scender sulla terra. Vero è che Giuda non parla esplicitamente di fornicazione angelica, ma le parole del verso seguente, intese in un dato modo, e il fatto che in Enoc si parla pure di prigione tenebrosa e di catene per gli angeli che sono custoditi per il gran giorno del giudicio finale, si considera come prova che Giuda abbia accettato le idee espresse nel libro apocrifo. Non per nulla, si aggiunge, la Chiesa antica esitò nell'accogliere nel canone del N.T. uno scritto che, da parecchi segni, dimostra nel suo autore un grado minore d'ispirazione. Queste considerazioni hanno il loro valore; ma va pure notato che non è del tutto sicura la riferenza agli angeli in Giuda 7, che i fasi dottori sono colpevoli non solo di peccati carnali, ma anche di orgoglio e di ribellione ad ogni autorità e che, come notammo 2Pietro 2:4, è difficile ammettere che un uomo apostolico come San Giuda, ignorasse che gli angeli sono spiriti e non hanno carne. Cfr. Ebrei 1:14; Luca 24:39; Marco 12:25; Atti 23:8. Calvino fa notare che non è il caso d'insistere sulla nozione di luogo a proposito degli spiriti ribelli, nè su quella di catene materiali. «Dovunque vadano, ei dice, si traggon dietro le lor catene, e sono avvolti nelle loro tenebre». Il giudicio sugli angeli ammonisce i cristiani a non decadere dalla loro alta dignità spirituale col ribellarsi al loro Signore e Padrone.

Riferimenti incrociati:

Luca 12:5

Mar 13:23; 1Te 4:6
Prov 14:26; Ger 5:22; 10:7; Ap 14:7; 15:4
Sal 9:17; Mat 10:28; 25:41,46; 2P 2:4; Ap 20:14

Luca 12:28

Is 40:6; 1P 1:24
Lu 8:25; Mat 8:26; 14:31; 16:8; 17:17,20

Luca 16:26

1Sa 25:36; Sal 49:14; Ez 28:24; Mal 3:18; 2Te 1:4-10; Giac 1:11,12; 5:1-7
Lu 12:59; Sal 50:22; Mat 25:46; Giov 3:36; 2Te 1:9; Ap 20:10; 22:11

Giuda 6

Giov 8:44
Ef 6:12
Mat 25:41; 2P 2:4
Mat 8:29; Eb 10:27; Ap 20:10

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