Matteo 5

1 CAPO 5 - ANALISI

1. Il Sermone sul monte. Questo è il nome generalmente dato al discorso del nostro Signore contenuto in questo e nei due seguenti capitoli. Un discorso che sotto molti riguardi rassomiglia a questo, ma che sotto altri ne differisce, è riportato da Luca 6:17-49 sorse da ciò una grande controversia circa l'identità e l'indipendenza dei due discorsi. Le due opinioni sono sostenute da scrittori eruditi ed autorevoli. Stanno in favore dell'identità il fatto che nei due Vangeli il discorso è stato pronunziato al N.O. del lago, sopra un poggio in luogo pianeggiante (Luca) , è stato pronunziato nei primi tempi del ministero galileo: comincia in ambedue i sunti che ne abbiamo colle beatitudini e termina con la similitudine della casa edificata sulla rena. Se in Luca è più breve, ciò si deve in parte al fatto che taluni degli insegnamenti dati in quell'occasione, sono connessi in Luca con altre circostanze. Però gli argomenti in favore della indipendenza dei due discorsi Vedi Nota Luca 6:17, sembrano a noi decisivi. I discorsi di Cristo non erano pronunziati sempre davanti ai medesimi uditori, ma innanzi a moltitudini diverse, le quali avevano tutte ugualmente bisogno della stessa istruzione. Perciò non occorreva che egli pronunziasse nuovi discorsi in ogni nuova occasione; bastava che dispensasse quella stessa verità sostanziale, ora ripetendo letteralmente i suoi discorsi, ora dando loro una forma nuova; come sogliono fare anche gl'insegnanti non ispirati.

Il vero scopo di questo sermone ci sembra essere, non già di presentare un completo sistema di dottrina, o un codice di moralità, ma piuttosto di mostrare la vera natura del regno del Messia. Sotto questo punto di vista, esso occupa precisamente il suo vero posto, ed è una più completa esposizione di quanto Gesù e Giovanni Battista già avevano insegnato col predicare: «Ravvedetevi, poiché il regno dei cieli è vicino». In opposizione a vari errori relativi alla natura di quel regno, e più discorso, specialmente all'errore antinomiano, secondo il quale i requisiti morali si dovevano porre in disparte e la regola del dovere essere abbassata nel regno del Messia. Il Signore insegna qui che tale regola deve essere, invece elevata, cosicché nessuno possa illudersi supponendo, che entrando nel regno del Messia, gli sarà lecito di peccare, altre aspirazioni illusorie combattute in questo discorso, sono quello del Giudeo ipocrita che pensava che i Gentili non potessero essere salvati; del moralista censuratore la cui pietà consisteva nello scoprire e condannare i difetti degli altri e del formalista che confidava in una rettitudine rituale ed esteriore.

2 Le Beatitudini. In questi primi versetti di questo discorso, il Signore indica le qualità che, debbono aver coloro che, conseguiranno la, vera felicità nel regno del Messia. Così facendo, egli rettifica non solo le erronee nazioni ed aspirazioni dei Giudei ma anche le false idee di eccellenza, onore e felicità che, sono comuni agli uomini di tutte le età, e di tutte le nazioni. Ogni uomo cerca la felicità, ma niuno, ad eccezione di colui che viene ammaestrato dallo Spirito di Dio, secondo la sua parola, conosce in che essa consista o come possa ottenersi e godersi. Le Beatitudini possono venire considerate come dei paradossi cristiani poiché esse ripongono la felicità in certe disposizioni e circostanze che generalmente gli uomini reputano incompatibili con essa. Si può osservare in generale che le Beatitudini non si riferiscono all'indole naturale ma bensì a disposizioni sante prodotte dalla grazia divina, che rettificano le obliquità della natura decaduta; e che dove una tale disposizione esiste realmente tutte le altre esistono pure, benché non egualmente preminenti Matteo 5:1-12.

3 La posizione dei credenti dirimpetto al mondo, e l'influenza che dovrebbero esercitare sopra di esso. In seguito figurate dal sale e dalla luce, quindi viene una calda esortazione a vivere in modo che gli altri possano, dal nostro esempio, essere spinti a glorificare il Padre, nostro che è nei cieli Matteo 5:13-16.

4 La morale del Nuovo Testamento paragonata con quella dell'Antico. Il nostro Signore stabilisce chiaramente che i doveri morali nel regno del Messia sono rigorosi ed elevati quanto quelli che impone l'Antico Testamento, e che non vi è alcun posto in quel regno per coloro che vogliono continuare «a vivere nel peccato affinché la grazia abbondi». L'idea che l'Evangelo ci dispensi da ogni obbedienza alla legge morale, trova qui la più completa confutazione. La moralità dei Farisei è tanto bassa e talmente si allontana dalla regola divina della perfezione, che se essa non viene di molto sorpassata da coloro i quali vivono sotto la luce del Vangelo, essi non potranno mai entrare nel regno dei cieli Matteo 5:17-20.

5 Contrasto fra l'insegnamento morale dei Farisei e quello di Cristo. Avendo fatto menzione dei Farisei e della loro giustizia, il Signore continua ad indicare, con alcuni notevoli esempi, quanto sia più elevata, spirituale, ed estesa nella sua influenza e nei suoi requisiti la legge morale, sotto il Nuovo Testamento che non lo fesse sotto l'economia preparatoria. I peccati qui esemplificati sono: l'omicidio Matteo 5:21-26, l'adulterio Matteo 5:27-30, il divorzio, eccettuato in caso di adulterio Matteo 5:31-32, il giuramento illecito Matteo 5:33-37, la vendetta Matteo 5:38-42, e l'odio Matteo 5:43-47. Il contrasto fra l'interpretazione della legge divina data dai Farisei e quella data, da Gesù è sempre espresso colla formula: «Voi avete udito che è stato detto agli antichi ma io vi dico».

Si osservi che non solamente nostro Signore dimostra l'affermazione di Davide: «Il tuo comandamento è d'una grandissima distesa» Salmo 119:96, ma che egli parla con la sapienza e l'autorità di un legislatore Matteo 5:21-47. Quindi egli presenta ai suoi uditori la divina perfezione come il prototipo della moralità, ed il modello da imitarsi nel regno del Messia Matteo 5:48.

Matteo 5:1-12. LE BEATITUDINI Luca 6:20-23

Ed egli, vedendo le folle, salì sul monte; e, postosi a sedere,

Circondato dalla moltitudine, di cui è parlato nel capitolo precedente, Gesù avrebbe potuto farsi udire da coloro soltanto che si trovavano più dappresso a lui, se, per evitare quell'inconveniente, egli non fosse salito sopra il monte, ove, «postosi a sedere», egli assunse l'atteggiamento dei dottori giudaici quando ammaestravano il popolo. L'articolo aggiunto a monte, indica che quella collina ora familiarmente nominata «la Montagna», e non era a grande distanza da Capernaum. Vi è una collina di strana configurazione tra il Tabor ed il lago di Galilea, chiamata Kurun Hattin Corni di Hattin, alla quale la Chiesa latina dà il nome di Montagna delle Beatitudini. Ma quella tradizione, che risale soltanto al tempo delle Crociate, è interamente sconosciuta alla Chiesa greca, e non è degna di alcuna fede. Secondo ogni probabilità, Gesù pronunziò il suo discorso sopra una delle numerose colline che si trovano alla estremità settentrionale del lago, vicino a Capernaum.

i suoi discepoli si accostarono a lui.

Le parole «i suoi discepoli» non significano qui, come spesso in seguito, soltanto i dodici apostoli, che egli non aveva ancora eletti, ma hanno il senso più largo di scolari, che lo ascoltavano come un Maestro mandato da Dio. I suoi più costanti uditori si affollavano vicino a lui, mentre le moltitudini stavano sedute all'intorno.

PASSI PARALLELI

Matteo 4:25; 13:2; Marco 4:1

Matteo 15:29; Marco 3:13,20; Giovanni 6:2-3

Matteo 4:18-22; 10:2-4; Luca 6:13-16

2 2. Ed egli aperta la bocca, li ammaestrava, dicendo:

«Aperta la bocca» non è una mera perifrasi per significare cominciare a parlare, ma una formula, secondo l'uso ebraico, che indica il principio di un discorso solenne ed autorevole. In questa circostanza il discorso aveva per soggetto la giustizia del Regno ed era pronunziato dal Messia stesso.

PASSI PARALLELI

Matteo 13:35; Giobbe 3:1; Salmo 78:1-2; Proverbi 8:6; 31:8-9; Luca 6:20-26; Atti 8:35

Atti 10:34; 18:14; Efesini 6:19

3 3. Beati i poveri in ispirito,

Gesù comincia con una descrizione del carattere di coloro che troveranno posto nel regno dei cieli, ed afferma che essi saranno veramente felici. In ogni caso, è un grande divario tra il concetto della felicità, secondo il mondo, e secondo Iddio. beati, è parola sovente usata nel Nuovo Testamento per rappresentare la felicità od il benessere degli uomini in questa vita, sempre però dipendentemente dal favore divino. Le parole colle quali il signore descrive il carattere dei beati sono espressamente tolte dal Vecchio Testamento, per dimostrare che il nuovo regno di Dio non è altro che l'antico sotto una nuova forma; ed esse esprimono in diverse guise le disposizioni spirituali, che erano quasi affatto scomparse per effetto delle corrotte dottrine di quel tempo. Il mondo, stimando felici i ricchi, i potenti ed i superbi, invidia il loro stato; ma Gesù dichiara che la beatitudine appartiene a coloro che sono in una condizione diametralmente opposta a quella che il mondo invidia. Essa appartiene «ai poveri», non però a tutti quelli che sono poveri esternamente, perché essi possono essere tali e nonostante superbi nei loro cuori, ma a quelli che sono poveri in ispirito. Questi sono umili, perché sanno che dipendono interamente da Dio, conoscono le loro miserie spirituali, e sentono del continuo il bisogno di combattere contro l'orgoglio inerente alla natura umana. Gesù Cristo non parla in questo passo della povertà volontaria, quale essa è professata dagli ordini religiosi della Chiesa di Roma, come vorrebbero i commentatori romani,

perché di loro è il regno dei cieli.

Le espressioni «il regno dei cieli» in Matteo, e «il regno di Dio» negli altri Evangelisti, sono sinonimi, e significano il regno della grazia in sulla terra, ed il regno della gloria al di là del sepolcro. Ma riguardo ai poveri in ispirito, «il regno dei cieli» significa le ricchezze spirituali delle quali essi abbisognano, e che sono concesse loro in parte già sulla terra e pienamente soltanto dopo la morte. Quelle ricchezze spirituali consistono nella comunione con la Santissima Trinità nella stima dei fedeli quaggiù, nella fede, nella speranza, nella carità, nelle buone opere, nello zelo per la gloria di Dio, e nella certezza del futuro godimento dell'«eredità incorruttibile, immacolata ed immarcescibile» 1Pietro 1:4.

PASSI PARALLELI

Matteo 5:4-11; 11:6; 13:16; 24:46; Salmo 1:1; 2:12; 32:1-2; 41:1; 84:12; 112:1

Salmo 119:1-2; 128:1; 146:5; Proverbi 8:32; Isaia 30:18; Luca 6:20,21-26; 11:28

Giovanni 20:29; Romani 4:6-9; Giacomo 1:12; Apocalisse 19:9; 22:14

Matteo 11:25; 18:1-3; Levitico 26:41-42; Deuteronomio 8:2; 2Cronache 7:14; 33:12,19,23; 34:27

Giobbe 42:6; Salmo 34:18; 51:17; Proverbi 16:19; 29:23; Isaia 57:15; 61:1; 66:2

Geremia 31:18-20; Daniele 5:21-22; Michea 6:8; Luca 4:18; 6:20; 18:14; Giacomo 1:10

Giacomo 4:9-10

Matteo 3:2; 8:11; Marco 10:14; Giacomo 2:5

4 4. Beati quelli che fanno cordoglio,

Dopo aver detti «beati», al vers. 3, i poveri, il Signore proclama qui «beati» nel medesimo senso coloro che fanno cordoglio. Qui nuovamente s'incontra un grande divario fra la felicità del regno di Dio e la felicità mondana. Più un uomo è spensierato ed impetuoso nello sfogo delle sue passioni animali, più è audace nelle idee e nelle azioni, e più, dimentico dell'avvenire, s'ingolfa nei piaceri sensuali, tanto maggiormente egli è dai suoi simili invidiato e reputato felice. Gesù, invece, dichiara che coloro che fanno cordoglio, sono veramente beati; ma il senso di questa dichiarazione è puramente spirituale. Le prove e le afflizioni sono spesso i mezzi di cui si serve Iddio per distogliere gli uomini dall'amore del mondo, e per condurli a se; e quello che ha fatto una tale esperienza, può a ragione esclamare con Davide: «È stato un bene per me, l'essere afflitto» Salmo 119:71. Ma un dolore eccessivo per la perdita di parenti, di amici o di possessioni Mondane, un dolore egoista che rende l'uomo incapace di compiere il suo dovere, un dolore ribelle ai voleri di Dio un querulo che tedia persino i più compiacenti amici, non può essere mitigato da nessuna «consolazione».

perché essi saranno consolati.

La misericordia di Dio in Cristo, l'amore del Salvatore, la gioia prodotta dallo Spirito Santo, la pace che deriva dalla speranza di un mondo migliore dove non vi sarà più né peccato né cordoglio, ecco le vere sorgenti di consolazione; ma esse sono aperte per quelli soltanto che menano cordoglio a cagione del peccato, o dei mali che ne derivano Salmo 51:19. Per tali è vicino il giorno in cui essi «saranno consolati».

PASSI PARALLELI

Salmo 6:1-9; 13:1-5; 30:7-11; 32:3-7; 40:1-3; 69:29-30; 116:3-7

Salmo 126:5-6; Isaia 12:1; 25:8; 30:19; 35:10; 38:14-19; 51:11-12; 57:18

Isaia 61:2-3; 66:10; Geremia 31:9-12,16-17; Ezechiele 7:16; 9:4; Zaccaria 12:10-14

Zaccaria 13:1; Luca 6:21,25; 7:38,50; 16:25; Giovanni 16:20-22; 2Corinzi 1:4-7

2Corinzi 7:9-10; Giacomo 1:12; Apocalisse 7:14-17; 21:4

5 5. Beati i mansueti,

Un altro errore popolare da rettificare circa il regno del Messia era l'idea che i suoi onori od i suoi vantaggi fossero riservati a coloro che potrebbero reclamarli, come una conquista o come un diritto; cioè alla classe ambiziosa, arrogante ed audace, che comunemente ha il monopolio dei vantaggi dei regni terrestri. In opposizione a questa erronea aspirazione, Cristo dichiara che la terza beatitudine appartiene ad uomini di un carattere affatto opposto. La mansuetudine è la pazienza nel sopportare le ingiurie. Non è bassezza, né abbandono dei nostri diritti, né vigliaccheria; ma è l'opposto della malizia, del furore e dell'amore della vendetta. V'è una mansuetudine che consiste in una abituale bontà e gentilezza, i difetti della quale si palesano nella debolezza di carattere e nell'indolenza. Tale fu la soverchia bontà del sacerdote Eli. Ma v'è pur anco una mansuetudine compagna del vigore e della fermezza, e possiamo considerarla come uno dei più bei frutti della grazia di Dio; poiché essa ha sempre per principio, nell'uomo, il sentimento vero della sua miseria, e della abituale presenza del Signore. Tale fu il nobile carattere d'Abrahamo, e del suo pronipote Giuseppe. L'uomo, che non si adira per le ingiurie ricevute, è salvo dai tormenti derivanti da una lotta continua. Un uomo che si offende di ogni affronto avrà sempre nuove occasioni di offendersi. Egli sarà sempre infelice Proverbi 15:1;22:24-25;25:8.

perché essi erederanno la terra.

La medesima promessa si trova nel Salmo 37:11. Paese sarebbe più propriamente la traduzione del vocabolo. Era stato promesso al popolo d'Israele ch'egli avrebbe ereditato la terra di Canaan, e quelle espressioni, divenute quindi proverbiali denotavano ogni grande benedizione, e forse l'insieme di tutte le benedizioni Salmo 37:22; Isaia 40:21. I Giudei consideravano anche la terra di Canaan come il tipo del cielo, e delle benedizioni di cui essi speravano di godere sotto il regno del Messia. Il nostro Salvatore usò probabilmente qui la parola «terra» in questo senso e dichiarò che i mansueti saranno ammessi in quel regno, parteciperanno alle sue benedizioni quaggiù, e poi alle glorie della celeste Canaan. La parola «terra» adunque non significa in questo passo, come vogliono taluni né il mondo intero convertito a Cristo, né «la terra rinnovata», la quale, secondo altri interpreti, sarebbe l'eredità dei veri cristiani.

PASSI PARALLELI

Matteo 11:29; 21:5; Numeri 12:3; Salmo 22:26; 25:9; 69:32

Salmo 147:6; 149:4; Isaia 11:4; 29:19; 61:1; Sofonia 2:3; Galati 5:23; Efesini 4:2

Colossesi 3:12; 1Timoteo 6:11; 2Timoteo 2:25; Tito 3:2; Giacomo 1:21; 3:13; 1Pietro 3:4,15

Salmo 25:13; 37:9,11,22,29,34; Isaia 60:21; Romani 4:13

6 6. Beati quelli che sono affamati e assetati della giustizia,

Le persone delle quali è qui parlato, sono quelle che bramano ardentemente le benedizioni spirituali. La parola «giustizia», nella Scrittura, indica ora la giustificazione davanti a Dio, ed ora la santità della vita. La giustificazione per la fede in Cristo è la nostra sola speranza, e la santità la nostra sola felicità vera. «Giustizia», in questo versetto, ha specialmente il secondo dei due accennati significati, cioè quello di perfetta conformità al santo volere di Dio. Gli individui accennati in questo versetto bramano anzitutto di esser santi. Il loro vivo desiderio della santità è qui figurato dalla fame e dalla sete, non essendovi nella nostra natura bisogno più forte e più imperioso di quelli. Niuna immagine poteva meglio di queste rappresentare le ardenti brame di santificazione progressiva di un'anima rinnovata. Davide esprime queste brame in parecchi dei suoi Salmo, ma specialmente nei Salmo 42:2-3; 63:2-3.

perché essi saranno saziati.

Questo è lo scopo della dispensazione del Vangelo. Il verbo greco saranno saziati, fu adoperato dagli antichi classici solo per significare il satollarsi degli animali; ma, negli scrittori greci posteriori, si applica pure alle creature umane; in ambo i casi significa nutrimento appieno sufficiente. Esso è qui adoperato figurativamente, per indicare la soddisfazione di un appetito morale e spirituale. Questa sazietà consiste nella rivelazione che Iddio fa di se stesso al cuore dei credenti, comunicandosi a loro come la loro «porzione» di già in questa vita, quantunque la sazietà perfetta si ottenga soltanto nella vita avvenire. Davide ben comprese una cotal cosa, quando disse: «Quant'è a me, per la mia giustizia contemplerò la tua faccia; mi sazierò al mio risveglio della tua sembianza» Salmo 17:15.

Queste quattro prime beatitudini ci rappresentano i santi come uomini profondamente convinti della necessità della salvazione, e che ansiosamente la ricercano, piuttosto che come uomini che di già ne siano possessori. Le tre seguenti sono di un altro genere; ci raffigurano i santi che hanno ottenuta la salute, e che vivono in, modo ad essa consentaneo.

PASSI PARALLELI

Salmo 42:1-2; 63:1-2; 84:2; 107:9; Amos 8:11-13; Luca 1:53; 6:21,25

Giovanni 6:27

Salmo 4:6-7; 17:15; 63:5; 65:4; 145:19; Cantici 5:1; Isaia 25:6; 41:17; 44:3

Isaia 49:9-10; 55:1-3; 65:13; 66:11; Giovanni 4:14; 6:48-58; 7:37; Apocalisse 7:16

7 7. Beati i misericordiosi,

I misericordiosi sono coloro che sono pieni di compassione per le altrui sofferenze, e con ogni mezzo si sforzano di alleviarle, se pur non possono affatto rimuoverle. Il mondo ammira l'uomo che, mosso da insaziabile, ambizione, si è creato un dominio quasi universale colla spada alla mano, spargendo fiumi di sangue, portando ovunque guerra e desolazione, gettando nella miseria migliaia di vedove di orfani. Ma nel regno di Dio viene esaltata la condotta opposta, quella di coloro che non solo rifuggono dal gettare i loro simili nella desolazione e nella miseria, ma che li compatiscono, prendono parte alle loro afflizioni, alleviano i loro mali: questi sono i beati. Tal misericordia si preoccupa delle anime non meno che dei corpi degli uomini.

perché a loro misericordia sarà fatta.

Sia dai loro simili per qualche provvidenziale disposizione di Dio, sia dal Signore nel giorno delle loro angustie. «Tu ti mostri pietoso verso il pio» Salmo 18:25. Non è già che la nostra misericordia nasca la prima e spontaneamente nei nostri cuori; al contrario, il Signore ci insegna espressamente che il metodo di Dio è di destare in noi compassione verso i nostri simili, coll'esercitarla egli stesso verso di noi, in una maniera ammirabile. Secondo l'idea della Scrittura, il cristiano si trova fra la misericordia ricevuta, e quella di cui ancora abbisogna. Talvolta è eccitato alla misericordia dalla rimembranza della prima: «perdonandovi gli uni gli altri, come Cristo perdonò a voi» Colossesi 3:13; Efesini 4:32; talvolta dalla speranza della seconda: «beati i misericordiosi, perché misericordia sarà loro fatta»; «perdonate e vi sarà perdonato» Luca 6:37; Giacomo 5:9. E così, mentre il cristiano riguarda sempre addietro alla misericordia che ha ricevuta, come alla sorgente ed al motivo della misericordia che egli esercita, egli guarda pure all'avvenire, alla misericordia della quale ancora ha d'uopo, e che egli è certo di ottenere, come ad un nuovo incentivo al ben fare.

PASSI PARALLELI

Matteo 6:14-15; 18:33-35; 2Samuele 22:26; Giobbe 31:16-22; Salmo 18:25; 37:26

Salmo 41:1-4; 112:4,9; Proverbi 11:17; 14:21; 19:17; Isaia 57:1; 58:6-12

Daniele 4:27; Michea 6:8; Marco 11:25; Luca 6:35; Efesini 4:32; 5:1; Colossesi 3:12

Giacomo 3:17

Osea 1:6; 2:1,23; Romani 11:30; 1Corinzi 7:25; 2Corinzi 4:1; 1Timoteo 1:13,16

2Timoteo 1:16-18; Ebrei 4:16; 6:10; Giacomo 2:13; 1Pietro 2:10

8 8. Beati i puri di cuore,

Nel regno di Cristo la purificazione cerimoniale non ha nessun valore Gesù richiede quella purità interna, quella santità di cuore che ha, per necessaria conseguenza, la purità e la rettitudine della condotta esteriore. La domanda di Dio è sempre: «Figlio mio dammi il tuo cuore», perché, secondo il principio esposto dal Salvatore Matteo 12:33-35, il cuore è la fonte della vita e la sorgente delle azioni. Quanto è contrario tale insegnamento a quello che era allora in voga e nel quale non si badava che le purificazioni cerimoniali ed alla moralità esterna! e possiamo aggiungere: quanto è contrario agl'insegnamenti della Chiesa di Roma nei nostri tempi! Questa purità di cuore consiste non solo nell'astenersi da ogni sorta di sensualità, di libertinaggio, e di impurità, anche nel più profondo del cuore 2Corinzi 7:1; Giacomo 1:21, ma quanto anche nell'aborrire l'ipocrisia, l'inganno, la menzogna nell'essere sincero e senza intoppo Filippesi 1:10, e nel, progredire nella santificazione, operata nei credenti dallo Spirito Santo Proverbi 4:18; Giobbe 17:9; 2Corinzi 3:18, per il quale siamo «fatti degni di partecipare la sorte dei santi nella luce» Colossesi 1:12. Cristo «ha dato se stesso per noi, acciocché ci purificasse per essergli un popolo acquistato in proprio, zelante di buone opere» Tito 2:14. Può darsi che un uomo sia puro nella sua condotta agli occhi del mondo e non sia puro di cuore al cospetto di Dio; da un altro lato, un uomo può essere relativamente puro di cuore, e ciò nonostante cadere all'improvviso nel peccato; ma è impossibile che egli sia nel medesimo tempo puro di cuore e malvagio nella sua condotta. «Voi adunque li riconoscerete da' loro frutti» Matteo 7:20.

perché essi vedranno Iddio.

Nei tempi antichi, in Oriente, ove di rado si vedevano i monarchi, e più di rado ancora erano questi avvicinati dai loro sudditi, lo stare avanti i re e vederne le sembianze, era considerato quale un grande onore, per cui non è da meravigliarsi se la presentazione al re è figura adoperata qui da Gesù per significare l'onore e la felicità di cui godranno i credenti. Siccome il peccato ha accecato l'intelletto e indurito il cuore dell'uomo a segno di fargli perdere la conoscenza del carattere di Dio, l'opera dello Spirito Santo, dal momento che il peccatore è chiamato efficacemente, fino a quello della sua introduzione nella gloria, consiste nell'aprire gli occhi del suo intelletto, affinché egli possa vedere, collo sguardo della fede, Dio riconciliato con lui. Essa consiste inoltre nello scolpire nuovamente nel suo cuore l'immagine di Dio conoscenza, rettitudine e santità, Efesini 4:24; Colossesi 3:10, che ne era stata cancellata dal peccato. «Vedere Iddio» significa la gioia e la beatitudine di pervenire alla sua presenza per mezzo della fede, finché non lo vediamo come Egli è; ed indica l'accrescimento della conoscenza e della purità, finché i puri di cuore sieno saziati della sua sembianza, quando essi si sveglieranno per essere sempre con Lui Salmo 18:15; 2Tessalonicesi 4:17. Gli occhi di Dio sono troppo puri per sopportare la vista del male» Abacuc 1:13, e perciò coloro che bramano vedere Iddio devono necessariamente studiarsi di raggiungere la purità perfetta. Le parole di 1Giovanni 3:2-3, sono il miglior commento di questo versetto.

PASSI PARALLELI

Matteo 23:25-28; 1Cronache 29:17-19; Salmo 15:2; 18:26; 24:4; 51:6,10; 73:1

Proverbi 22:11; Ezechiele 36:25-27; Atti 15:9; 2Corinzi 7:1; Tito 1:15; Ebrei 9:14; 10:22

Giacomo 3:17; 4:8; 1Pietro 1:22

Genesi 32:30; Giobbe 19:26-27; 1Corinzi 13:12; Ebrei 12:14; 1Giovanni 3:2-3

9 9. Beati quelli che s'adoperano alla pace,

«Pacifici» è un'espressione tolta dalla Volgata; ma egli è dubbio se mai la parola abbia avuto un tal senso. In questo caso certamente essa ne ha un altro. Coloro ai quali si riferisce questa beatitudine non sono semplicemente quelli che, per disposizione naturale, sono contrari alle dispute, ai litigi, alle lotte, ma quegli uomini eziandio che fanno i loro più grandi sforzi per riconciliare coloro che sono nemici, o per prevenire i dissidi fra gli amici. Questa beatitudine si deve intendere pure in modo affatto speciale di tutti i membri del corpo spirituale di Cristo, qualunque sia la loro posizione, i quali si studiano di condurre i peccatori a Dio, indicando loro «il sangue della croce» per mezzo del quale Cristo procacciò loro la pace Colossesi 1,20. Nei giorni del Salvatore, quando i Giudei aspettavano un Messia guerriero che non deporrebbe mai la spada finché tutti i suoi nemici non fossero vinti, e quando un odio inestinguibile contro i nemici d'Israele e di Jehova era considerato come la più nobile delle virtù, una tale dottrina doveva produrre nelle moltitudini un'impressione strana e poco piacevole. Benché gli uomini del mondo, nel segreto del loro cuore, sieno convinti che i loro sentimenti sono ingiusti, essi continuano però anche oggi a disprezzare i pacieri, considerandoli come vili ed intriganti; ma il Signore, e coloro che sono ammaestrati dal suo Spirito li chiamano invece «figli di Dio».

perché essi saranno chiamati figliuoli di Dio.

Il senso enfatico della parola «chiamati» è, che non solamente essi sono realmente figli di Dio, ma che saranno apertamente riconosciuti e considerati come tali. Dio si è rivelato per mezzo del suo Figliuolo Gesù Cristo, come il Dio della pace, «riconciliando il mondo a se, non imputando loro i loro falli» 2Corinzi 5,19. Il Signore Gesù Cristo fu annunziato come «il Principe della Pace» Isaia 9:6, per mezzo del quale coloro che erano lontani sono stati approssimati a Dio Efesini 2:13; Colossesi 1:21; e coloro che bramano e cercano di far regnare la pace fra uomo ed uomo, e fra l'uomo ed il suo Dio, manifestano casi che essi sono partecipi dello spirito del loro Maestro, che essi sono una stessa cosa col Figlio, e per conseguenza hanno diritto ad esser chiamati «figliuoli di Dio». Questa beatitudine non era proclamata sotto l'antica alleanza così chiaramente come sotto la nuova. Iddio si manifestò come «Dio della pace», solo allorquando Gesù ebbe «fatta la pace col sangue della sua croce». Rammentiamoci che, secondo l'ordine delle beatitudini, e l'asserzione di Giacomo 3:17, «la sapienza da alto prima è pura», escludendo qualsiasi compromesso col male, quindi pacifica».

PASSI PARALLELI

1Cronache 12:17; Salmo 34:12; 120:6; 122:6-8; Atti 7:26; Romani 12:18; 14:1-7

Romani 14:17-19; 1Corinzi 6:6; 2Corinzi 5:20; 13:11; Galati 5:22; Efesini 4:1; Filippesi 2:1-3

Filippesi 4:2; Colossesi 3:13; 2Timoteo 2:22-24; Ebrei 12:14; Giacomo 1:19-20; 3:16-18

Matteo 5:45,48; Salmo 82:6-7; Luca 6:35; 20:36; Efesini 5:1-2; Filippesi 2:15-16

1Pietro 1:14-16

10 10. Beati i perseguitati per cagione di giustizia,

Il carattere dei santi è stato descritto già nelle sette beatitudini precedenti. L'ottava indica quali trattamenti saranno inflitti dal mondo ai possessori di quel santo carattere. «Perseguitare», qui vuol dire persistere con malevolenza a far loro guerra, e trasferire l'inimicizia contro la giustizia di Dio ai suoi possessori, e, specialmente a quelli che l'annunziano. La persecuzione comprende una lunga catena di sofferenze, che si estende dalla derisione e dall'insulto fino alla privazione delle possessioni terrene all'imprigionamento, ed al martirio. La benedizione non è promessa a quelli che soffrono persecuzione per qualsiasi causa, ma a coloro soltanto che sono perseguitati per cagione di giustizia, cioè per la loro rettitudine o conformità al volere divino Vedi Matteo 5:6. Non si tratta qui né della giustificazione davanti a Dio, né della giustizia in astratto, ma bensì di quanto è giusto nell'uomo in opposizione a quanto è ingiusto.

Ma si può domandare: Come mai tali caratteri possono essi provocare la persecuzione? Perché il cuore naturale dell'uomo, è «inimicizia contro Dio». Esso odia la sua santità, la sua purezza, la sua giustizia, e la sua rettitudine, si manifestino in lui medesimo, o in coloro che sono rinnovati alla sua immagina. Nella prima promessa Genesi 3:15, fatta all'uomo decaduto, e contenuta nella maledizione del serpente, Iddio disse: «Ed io metterò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di essa» Cristo ed i fedeli; e quella inimicizia regna tuttora negli uomini non convertiti, perché essi sono progenie di Satana Vedi Galati 4:29. La vita e la conversazione santa del popolo di Dio sono come una luce che rende, per così dire, visibili le tenebre che li circondano, e gli uomini del mondo si adirano perché le loro tenebre sono manifestate. Nostro Signore spiega chiaramente questo fatto a Nicodemo Giovanni 3:19-20. I caratteri descritti nelle sette precedenti beatitudini sono tutti opposti allo spirito del mondo; laonde coloro che per grazia divina sono chiamati a manifestarli, devono essere pronti a sopportare le sue persecuzioni. Gesù lo predisse ai suoi discepoli, e gli apostoli alla loro volta l'annunziarono ai credenti.

perché di loro è il regno dei cieli.

Se qualcuno è perseguitato, non a cagione delle sue false dottrine o delle sue ipocrite pretensioni, ma unicamente a cagione della sua fede in Gesù Cristo, le persecuzioni stesse che egli soffre sono una prova del cambiamento operato in lui dallo Spirito Santo. Il regno di Dio è in lui, e verrà il tempo in cui, per fede e pazienza, egli erederà il regno della gloria. Quest'ultima promessa è identica colla prima Matteo 5:3, ed il nostro Signore termina le beatitudini come egli le aveva cominciate.

Fin qui abbiamo avuto una descrizione del carattere di coloro che appartengono al regno del Messia; ora Gesù prende occasione da quest'ultima beatitudine per trattare della posizione che i membri del corpo spirituale di Cristo occupano di faccia al mondo.

PASSI PARALLELI

Matteo 10:23; Salmo 37:12; Marco 10:30; Luca 6:22; 21:12; Giovanni 15:20; Atti 5:40

Atti 8:1; Romani 8:35-39; 1Corinzi 4:9-13; 2Corinzi 4:8-12,17; Filippesi 1:28; 2Timoteo 2:12

2Timoteo 3:11; Giacomo 1:2-5; 1Pietro 3:13-14; 4:12-16; 1Giovanni 3:12; Apocalisse 2:10

Matteo 5:3; 2Tessalonicesi 1:4-7; Giacomo 1:12

11 11. Beati voi, quando vi oltraggeranno e vi perseguiteranno, e, mentendo, diranno contro a voi ogni sorta di male

Fino a questo punto, Gesù aveva ragionato delle beatitudini in modo astratto, e senza farne direttamente l'applicazione ai suoi uditori. Adoperando ora la seconda persona plurale, egli dichiara ai suoi uditori che essi godranno di quelle beatitudini, se continueranno a servirlo, nonostante le persecuzioni. Le espressioni usate per indicare le sofferenze che i discepoli di Cristo devono sopportare sono le seguenti: persecuzioni colla lingua, invettive, oltraggi, contumelie rivolte espressamente a loro; violenze personali inflitte colla mano, come battiture, carcerazioni, multe, bando, tortura e morte questa parola non si applica mai ai processi legati nel Nuovo Testamento; poi discorsi atti ad eccitare l'odio contro i cristiani come, a cagione d'esempio, false invenzioni, menzogne e rapporti calunniosi mentendo.

per cagione mia.

Al vers. 10 Gesù parla di quelli che sono perseguitati «per cagione di giustizia»; qui dice: «per cagione mia», dimostrando così che quelle due cause sono identiche. Tale è il trattamento che, secondo Gesù, i suoi seguaci devono aspettarsi, e tale è la consolazione che egli dà loro. L'idea contenuta in questo versetto è la seguente: I discepoli di Cristo saranno maltrattati perché essi eseguiranno la sua volontà; ma precisamente per questo motivo essi sono proclamati beati.

PASSI PARALLELI

Matteo 10:25; 27:39; Salmo 35:11; Isaia 66:5; Luca 7:33-34; Giovanni 9:28; 1Pietro 2:23

1Pietro 4:14

Matteo 10:18,22,39; 19:29; 24:9; Salmo 44:22; Marco 4:17; 8:35; 13:9,13

Luca 6:22; 9:24; 21:12,17; Giovanni 15:21; Atti 9:16; Romani 8:36; 1Corinzi 4:10

2Corinzi 4:11; Apocalisse 2:3

12 12. Rallegratevi e giubilate.

L'annunzio delle sofferenze che devono sopportare per la sua causa, lungi dall'affliggerli, deve rallegrarli. C'è in questo versetto un'esortazione ed un incoraggiamento. giubilate, è un verbo ellenico spesso usato nella versione dei 70 per esprimere gioia o trionfo. Nel passo parallelo Luca 6:23, la parola è molto più energica. Essa significa: «saltate di letizia».

perché il vostro premio è grande ne' cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi.

Essi devono rallegrarsi per due ragioni:

1. Perché un grande e glorioso premio li attende. Premio significa qui compenso per ciò che si soffre, senza alcuna idea di merito. È una ricompensa non dovuta, ma data gratuitamente, come la parabola dei lavoratori della vigna Matteo 20:1 lo dimostra. La vita eterna è un dono spontaneo e gratuito di Dio, concesso per i meriti di Cristo a chiunque crede in lui; ma il tenore della Scrittura ci parta a credere che vi sieno nella vita eterna vari gradi di gloria, ai quali saranno innalzati i servi di Cristo, a seconda delle loro sofferente o del loro zelo per il progresso del regno di Dio, durante questa vita Matteo 25:30, ecc. I commentatori che ritengono come articolo di fede il regno personale di Cristo sopra la terra, durante il millennio, spiegano le parole nei cieli, come se indicassero, non il luogo, ma la natura spirituale dei godimenti ai quali i fedeli parteciperanno durante quel tempo. Ma le parole del nostro Signore sul medesimo soggetto in Marco 10:30; Luca 18:30, rendono impossibile una simile interpretazione, perché egli distingue fra la ricompensa che i suoi fedeli perseguitati riceveranno in «questo tempo», cioè durante la loro terrena esistenza, e la vita eterna di cui godranno nel «secolo a venire».

2. I cristiani perseguitati devono inoltre rallegrarsi, perché essi dividono le persecuzioni dei santi servi di Dio che li hanno preceduti, e sono gli eredi dei profeti che nei tempi passati resero testimonianza a Dio «in mezzo ad una malvagia e perversa generazione». Non soltanto riceviamo da questo passo incoraggiamenti, ma vi scorgiamo una prova della connessione fra il nuovo regno spirituale e l'antica teocrazia rappresentata dai profeti.

PASSI PARALLELI

Luca 6:23; Atti 5:41; 16:25; Romani 5:3; 2Corinzi 4:17; Filippesi 2:17; Colossesi 1:24

Giacomo 1:2; 1Pietro 4:13

Matteo 6:1-2,4-5,16; 10:41-42; 16:27; Genesi 15:1; Ruth 2:12; Salmo 19:11; 58:11

Proverbi 11:18; Isaia 3:10; Luca 6:23,35; 1Corinzi 3:8; Colossesi 3:24; Ebrei 11:6,26

Matteo 21:34-38; 23:31-37; 1Re 18:4,13; 19:2,10-14; 21:20; 22:8,26-27

2Re 1:9; 2Cronache 16:10; 24:20-22; 36:16; Nehemia 9:26; Geremia 2:30; 26:8,21-23

Luca 6:23; 11:47-51; 13:34; Atti 7:51; 1Tessalonicesi 2:15

13 13. Voi siete il sale della terra;

Nel vers. 11 Gesù aveva cominciato ad indicare le relazioni che passano fra i suoi discepoli ed il mondo, ed egli continua, qui a trattare il medesimo argomento. Là egli parlava dei trattamenti inflitti dal mondo ai suoi discepoli; qui egli parla dell'influenza dei suoi discepoli sul mondo. Egli desta una gran maraviglia nei suoi umili discepoli, dichiarando loro che essi occupano il primo posto fra i benefattori dell'umanità. Ciò è espresso con due belle metafore tratte dall'esperienza giornaliera, e mirabilmente atte ad illustrare questa importante verità Matteo 5:13,16. Il sale è fra le sostanze più comuni e necessarie. Il suo uso domestico è doppio: egli dà sapore a ciò che è insipido, ad impedisce la corruzione degli alimenti. In ambi i casi esiste un'analogia evidente fra gli effetti fisici del sale, e l'influenza morale esercitata dalla Chiesa, cioè dal corpo collettivo dei seguaci di Cristo. Essi danno, o dovrebbero dare un gusto ed un sapore spirituale alle occupazioni ed alle gioie dell'umanità, che senza la loro influenza sarebbero insipide e nocive. Così facendo, essi preservano la società dalla corruzione e dalla distruzione, alla quale naturalmente tende ogni umana cosa. Le parole «della terra» non vogliono dire che il sale sia impiegato nel coltivar la terra; esse indicano qui l'umanità, e corrispondono coll'espressione «il mondo» adoperata nel versetto seguente. Gesù, per impedire che i suoi discepoli diventino orgogliosi a cagione dell'alta posizione loro assegnata, continuando a servirsi della medesima metafora, li avverte della responsabilità e del pericolo inerenti al loro privilegio, se non saranno fedeli.

ora, se il sale diviene insipido,

Nella prima parte del versetto, Gesù suppone che il sale risponda al suo scopo; ma nella seconda, egli lascia travedere la possibilità che il sale perda la sua virtù, ed indica quale ne sarà l'inevitabile conseguenza. È un fatto ben noto in Palestina che il sale perde frequentemente le sue qualità saline, e diviene insipido. Se si ricava dal mare o da paludi salate, per mezzo dell'evaporazione, con esso si raccolgono molta terra e molte impurità, cagione per cui, posto in contatto colla terra, od esposto a molta pioggia, diventa insipido ed inservibile, o se è straordinariamente impuro, si scompone e si muta in polvere. Questo fatto, famigliare a tutti gli uditori del Signore, serve qui per spiegare la possibilità che coloro che devono condire e conservare la società siano privi della grazia necessaria per compiere la loro opera.

con che lo si salerà?

cioè: In qual modo potrà il sale riacquistare il suo sapore? Non si tratta qui della possibilità di perdere la grazia o di ritrovarla; ma il Signore, supponendo che la cristianità vivente, che è il vero sale della terra, possa fallire alla sua missione, domanda in qual guisa essa potrebbe rinascere,

non è più buono a nulla, se non ad esser gettato via,

espressione figurata per indicare l'esclusione dal regno di Dio.

e calpestato dagli uomini.

Espressione che indica il disprezzo e l'ignominia. L'americano Thomson, che è stato per più di venti anni missionario in Palestina, così descrive questo sale corrotto: Si cambia in polvere, ma non in terra fruttifera. Non soltanto è senza valore per se stesso, ma distrugge la fertilità del terreno in cui è gettato. Questo sale corrotto è talmente pernicioso, che è diligentemente spazzato, portato via, e gettato nella strada. Non v'ha luogo attorno alla casa cortile o giardino dove possa essere tollerato. Nessun Uomo permetterà che lo si getti nel suo campo, ed il sol posto dove lo si possa gettare è la strada dove è calpestato dagli uomini».

PASSI PARALLELI

Levitico 2:13; Colossesi 4:6

Marco 9:49-50; Luca 14:34-35; Ebrei 6:4-6; 2Pietro 2:20-21

14 14. Voi siete la luce del mondo;

Questa è la seconda metafora colla quale Cristo indica al suo popolo la posizione che esso occupa di faccia al mondo. La parola greca cosmos, che originalmente significa ordine simmetrico, è applicata alla struttura, ed all'armonioso sistema dell'universo come nei capitoli Matteo 13:38-39;16:26; poi a quella parte di esso abitata dall'uomo come in Matteo 4:8; e, per una naturale metonimia, agli uomini stessi, come nel nostro caso. Quello che il sole è relativamente, al globo terrestre, la è la Chiesa vivente di Cristo, di fronte alle «nazioni, tribù e lingue», che sono sulla terra. Con questa figura, Gesù dichiara al suoi discepoli che essi soltanto possono scacciare le tenebre dell'ignoranza, rettificare gli errori, e comunicare la conoscenza della verità al mondo. La luce è un titolo distintivo che appartiene a Gesù Cristo, e che fu rifiutato dal Battista come quello che non gli si addiceva Giovanni 1:4,8-9,20. Se in questo versetto, e in Efesini 5:8, i discepoli di Cristo sono chiamati luce è unicamente perché essi sono uniti con lui e risplendono della sua luce. Si osservi inoltre che mentre le figure del sale e della luce indicano ambedue la felice influenza dei cristiani esercitata sui loro simili, ciascuna di esse li rappresenta sotto un differente aspetto. Come il sale agisce interamente sulle sostanze colle quali è posto in contatto, così i cristiani esercitano nel seno della società in cui vivono una salutare influenza. Inoltre coi discorsi, cogli scritti e colle buone opere, essi illuminano esternamente l'umanità, come il sole illumina il nostro globo.

una città posta sopra un monte, non può rimaner nascosta.

Sia per ragioni di igiene, sia per maggior sicurezza contro i malfattori, le città e le borgate della Palestina sono ora, come nei tempi antichi, generalmente edificate sulla sommità, o sui fianchi delle montagne, ed a cagione della loro posizione elevata non possono esser nascoste. Spesso il viaggiatore ha in vista durante l'intera giornata la città elevata ove egli si riposerà la notte. Così la Chiesa di Cristo è destinata ad occupare nel mondo una posizione eminente per il compimento della sua nobile e gloriosa missione, e se essa non risplende nelle tenebre del mondo, non compie il suo dovere.

PASSI PARALLELI

Proverbi 4:18; Giovanni 5:35; 12:36; Romani 2:19-20; 2Corinzi 6:14; Efesini 5:8-14

Filippesi 2:15; 1Tessalonicesi 5:5; Apocalisse 1:20; 2:1

Genesi 11:4-8; Apocalisse 21:14-27

15 15. E non si accende una lampada per metterla sotto il moggio; anzi la si mette sul candeliere, ed ella fa lume a tutti quelli che sono in casa.

È questa una spiegazione più ampia della metafora della luce. Quando gli uomini accendono una lampada nelle loro case, essi la mettano sopra un candeliere, onde ognuno possa attendere alle proprie occupazioni, essi non sono tanto sciocchi da metterla sotto o dietro il moggio l'utensile di cui si servivano anticamente gli Ebrei per misurare il grano, rendendola così affatto inutile. Cristo esorta, in questo passo i suoi discepoli a vigilare, affinché la loro influenza cristiana non sia oscurata dagli oggetti mondani.

PASSI PARALLELI

Marco 4:21; Luca 8:16; 11:33

Esodo 25:37; Numeri 8:2

16 16. Così risplenda la vostra luce nel cospetto degli uomini,

Gesù aveva detto che il sale può perdere il suo sapore, ma non dice che la luce possa perdere il suo splendore. Egli insiste semplicemente sul dovere di farla risplendere con una vita santa e conforme al Vangelo, affinché gli uomini siano attratti a Cristo dall'esempio dei Cristiani. Si osservi però che Gesù non permette ai suoi discepoli di vantarsi delle loro buone opere davanti al mondo, come sogliono farla gl'ipocriti.

affinché veggano le vostre buone opere, e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.

«Padre» indica la nuova ed intima relazione che Gesù Cristo ha stabilita tra i suoi seguaci e quel Dio glorioso, il quale, senza la sua mediazione, non soltanto sarebbe inaccessibile all'uomo, ma gli farebbe sentire gli effetti della sua ira. Glorificare, quando è applicato a Dio, non significa che gli uomini possano aumentare la gloria inerente alla sua essenza, ma che essi devono, colla loro vita cristiana, onorarlo e costringere gli uomini a lodarla.

PASSI PARALLELI

Proverbi 4:18; Isaia 58:8; 60:1-3; Romani 13:11-14; Efesini 5:8; Filippesi 2:15-16

1Tessalonicesi 2:12; 5:6-8; 1Pietro 2:9; 1Giovanni 1:5-7

Matteo 6:1-5,16; 23:5; Atti 9:36; Efesini 2:10; 1Timoteo 2:10; 5:10,25; 6:18

Tito 2:7,14; 3:4,7-8,14; Ebrei 10:24; 1Pietro 2:12; 3:1,16

Isaia 61:3; Giovanni 15:8; 1Corinzi 14:25; 2Corinzi 9:13; Galati 1:24; 2Tessalonicesi 1:10-12

1Pietro 2:12; 4:11,14

Matteo 5:45; 6:9; 23:9; Luca 11:2

RIFLESSIONI

1. Impariamo da queste beatitudini quanto i credenti debbano essere santi e spirituali. Essi non devono rimanere al di sotto del livello morale indicato nel Sermone sul Monte. Il Cristianesimo è una religione eminentemente pratica la sana dottrina è la sua radice, ed una vita santa ne deve sempre essere il frutto. E se noi vogliamo conoscere in che consista una vita santa, meditiamo spesso sul carattere di quelli che Gesù chiama beati.

2. Certamente, se le parole hanno qualche significato, le due figure del sale e della luce c'insegnano che deve esistere nel vero cristiano un carattere spirituale, il quale lo distingua dagli altri uomini. Non basterà il traversare da pigro la vita, pensando e vivendo come gli altri, se noi intendiamo esser riconosciuti da Cristo come suoi discepoli. Abbiamo noi la grazia? Dunque manifestiamola. Abbiamo noi lo Spirito? Dunque portiamo i frutti che procedono da esso. Abbiamo noi una religione salvatrice? Dunque dimostriamo che il nostro modo di vedere, le nostre inclinazioni, ed i nostri costumi sono differenti da quelli del mondo. Egli è perfettamente chiaro che il vero Cristianesimo consiste in qualche cosa di più positivo che l'essere battezzati e l'andare in chiesa.

17 Matteo 5:17-48. IDENTITÀ DEI PRINCIPI PROCLAMATI PRECEDENTEMENTE CON QUELLI DELL'ANTICA LEGGE, E LORO CONTRASTO COLLE TRADIZIONI DEGLI ANTICHI

17. Non pensate ch'io sia venuto per abolire la legge od i profeti;

Nei versetti Matteo 5:17-20, il nostro Signore dimostra la identità dei principi che egli ha esposti, con quelli dell'antica legislazione, e la loro dissomiglianza dal tradizionale insegnamento, che era allora in voga. In questo versetto, «la legge ed i profeti» presi insieme, significano l'autorità ed i principi dell'Antico Testamento. Non importa distinguere qui la legge dai profeti, come fanno alcuni critici, né ricercare quali fossero le supposizioni degli avversari di Cristo relativamente all'intenzione che gli, attribuivano di rovesciarli.

Il nesso che collega questo versetto coi precedenti, si trova nelle parole «buone opere», contenuto in Matteo 5:16. Questa menzione delle buone opere come mezzo necessario per glorificare Iddio, tanto sotto la nuova come sotto l'antica economia, solleverebbe naturalmente una questione circa alla loro mutua relazione, e particolarmente circa alla autorità della legge Mosaica sotto il regno del Messia. Le parole contenute in questo versetto sono indirizzate a due classi di individui i quali, da due diversi punti di vista, consideravano Gesù come un sovvertitore della legge e dei profeti. Alcuni rispettavano la legge, non soltanto nel suo senso letterale, ma ancora nel senso spirituale; e temevano che Gesù avesse l'intenzione di rovesciare tutte le istituzioni stabilite da Dio fra loro. Per costoro, le parole di Gesù suonavano come s'egli avesse detto: Non temete che io venga ad abbattere la legge ed i profeti; anzi io vengo per compiere le cose ch'essi hanno dette. Altri acclamavano Gesù Cristo, sperando ch'egli abbatterebbe così la legge morale, come la cerimoniale. e concederebbe loro il permesso di vivere liberamente nel peccato. Per questi le parole di Gesù significavano: Non sperate che io sia venuto per mettermi alla testa di un movimento rivoluzionario, o per diminuire la santa autorità della legge di Dio.

«Non pensate». Questa proibizione indica che purtroppo alcuni fra i suoi uditori nutrivano simili errori. Siffatto spirito di libertinaggio che si manifestò nel secolo 16. fra gli anabattisti, e nel 18. nella rivoluzione francese, era il prodotto naturale dell'avversione che prova ogni uomo per qualsiasi freno; e derivava dalla confusione fra le leggi imposte dalla tirannia umana, e quelle emanate dall'autorità divina. Il medesimo spirito si manifesta eziandio sotto forma di antinomianismo fra alcuni sedicenti Cristiani, i quali credono che la legge morale non sia obbligatoria per i redenti, poiché Cristo ha soddisfatto alla legge per loro; e mentre essi menano rumore della loro fede in Cristo, non si fanno scrupolo di condurre una vita peccaminosa. Contro simili perniciose dottrine. Il Signore ci ammonisce con queste parole. La legge non è per i credenti, come per Adamo e i suoi discendenti non convertiti, un patto di vita o di morte, ma è semplicemente una regola di vita alla quale essi devono conformarsi sino alla fine della loro carriera.

io non sono venuto per abolire;

Gesù venne per glorificare la legge morale, che è la manifestazione degli attributi di Dio, e per compiere la sua volontà rivelata negli scritti dei profeti. Egli adunque, essendo l'avveramento delle figure tipiche contenute nella legge, e sottomettendosi alle sue esigenze, non l'annullò, anzi l'adempì.

anzi per compire.

significa riempire strabbocchevolmente, e indica qui il senso profondo e spirituale che Gesù Cristo diede alla legge ed ai profeti. Egli ne fu l'avveramento vivente, e li scolpì nelle coscienze e nei cuori degli uomini.

PASSI PARALLELI

Luca 16:17; Giovanni 8:5; Atti 6:13; 18:13; 21:28; Romani 3:31; 10:4; Galati 3:17-24

Matteo 3:15; Salmo 40:6-8; Isaia 42:21; Romani 8:4; Galati 4:4-5; Colossesi 2:16-17

Ebrei 10:3-12

18 18. Poiché io vi dico in verità

Qui per la prima volta troviamo nello insegnamento del nostro Signore questa formula colla quale siamo divenuti tanto famigliari, che purtroppo spesso la pronunziamo senza pensare al significato di essa. Questa frase manifesta chiaramente la suprema autorità legislativa di Gesù Cristo, ed è nel medesimo tempo una prova della divina autorità della legge. Ogni qual volta Gesù la pronunzia, egli ha per scopo di rammentare ai suoi uditori la loro posizione davanti a lui, come se egli dicesse: Io, Figlio di Dio, indirizzo la parola a voi mie creature,

che, finché non siano passati il cielo e la terra,

La immutabilità della legge di Dio è contrapposta alla caducità delle cose più stabili del mondo. Benché l'Antico Testamento annunzi la distruzione dei cieli e della terra per far meglio comprendere l'immutabilità di Jehova Salmo 102:25,27, ciò nonostante le Scritture Parlano ordinariamente del cielo e della terra come delle cose più stabili dell'universo. il Signore esprime così la stabilità delle grandi verità contenute nel Testamento Antico «Il minimo elemento di santità contenuto nella legge ha maggior realtà e durevolezza dell'intero universo visibile» Godet.

neppure un iota, o un'apice della legge passerà,

L'iota corrisponde allo iod, la più piccola lettera dell'alfabeto ebraico; apice o punta indica le piccole differenze che distinguono le une dalle altre le lettere ebraiche che più si rassomigliano fra loro, come per esempio il daleth, il resh, il beth, il kaff,

che tutto non sia adempiuto.

Queste parole non sono in contraddizione coll'abolizione della legge cerimoniale, che cessò precisamente perché Colui che era rappresentato dai tipi di essa, avverandoli, veniva necessariamente ad abolirli. Le ultime parole di questo versetto sono relative all'Antico Testamento tutto intiero, ed a tutti gli insegnamenti in esso contenuti riguardo alla divina missione di Gesù Cristo. Quest'osservazione è della massima importanza, perché il razionalismo, che travaglia la Chiesa, comincia col disprezzare l'Antico Testamento, negandone la verità storica, la teocrazia che egli ci rivela, le profezie ed i tipi che si riferiscono al Messia; cosicché, secondo quello, Gesù Cristo non aveva nulla da compiere, ma fu semplicemente un maestro popolare ed un martire; ed in tal modo la via è preparata per rigettare egualmente il Nuovo Testamento.

PASSI PARALLELI

Matteo 26; 6:2,16; 8:10; 10:15,23,42; 11:11; 13:17; 16:28; 17:20; 18:3,18

Matteo 19:23,28; 21:21,31; 23:36; 24:2,34,47; 25:12,40,45; 26:13-14

Marco 3:28; 6:11; 8:12; 9:1,41; 10:15,29; 11:23; 12:43; 13:30; 14:9

Marco 14:18,25,30; Luca 4:24; 11:51; 12:37; 13:35; 18:17,29; 21:32; 23:43

Giovanni 1:51; 3:3,5,11; 5:19,24-25; 6:26,32,47,53; 8:34,51,58; 10:1,7

Giovanni 12:24; 13:16,20-21,38; 14:12; 16:20,23; 21:18

Matteo 24:35; Salmo 102:26; Isaia 51:6; Luca 16:17; 21:33; Ebrei 1:11-12

2Pietro 3:10-13; Apocalisse 20:11

Salmo 119:89-90,152; Isaia 40:8; 1Pietro 1:25

19 19. Chi adunque avrà violato uno di questi minimi comandamenti,

Questi minimi comandamenti sono ai più importanti, come un iota od una punta della legge ad una pagina qualunque delle Sacre Scritture. Se Gesù Cristo non ne avesse fatto l'applicazione ai suoi uditori, i principi ora esposti avrebbero potuto essere considerati come meramente speculativi e senza influenza sul carattere e sulla vita degli individui. «Avrà rotto», è il medesimo verbo che si trova due volte nel vers. 17, ma senza la preposizione cosicché mentre là vale «abbattere», «annullare» ed «abrogare» l'intero sistema, qui ha il significato di indebolire, di violare, poiché si riferisce ad un solo comandamento e non a tutta la legge.

e avrà così insegnato agli uomini, sarà chiamato minimo nel regno dei cieli;

Queste parole possono riferirsi ai libertini sopraccennati, che cercavano di far credere agli uomini che certi precetti potevano essere violati impunemente, come quelli che non erano più obbligatori sotto il regno del Messia; ma il versetto seguente chiaramente dimostra che il nostro Signore aveva eziandio in vista i Farisei, i quali dividevano arbitrariamente i comandamenti in grandi e piccoli, e annullavano la legge di Dio colle loro tradizioni. Queste parole si riferiscono inoltre a chiunque propaga simili principi nella Chiesa cristiana. Più che di atti in contraddizione colla legge si tratta qui di spiegazioni erronee che l'affievoliscono; perciò la punizione minacciata da Cristo non consiste nell'esclusione dal cielo, ma nella posizione inferiore assegnata a quei traviati maestri nella vera Chiesa di Dio,

ma chi li avrà messi in pratica, ed insegnati sarà chiamato grande nel regno dei cieli.

L'antitesi che esiste fra questa clausola e quella che precede, rende più chiara e più solenne la dichiarazione di Cristo. Il Signore insegna in questo versetto, che sotto l'economia evangelica, colui che disprezza la legge sarà esso pure disprezzato, mentre colui che l'osserva sarà onorato da Dio.

PASSI PARALLELI

Deuteronomio 27:26; Salmo 119:6,128; Galati 3:10-13; Giacomo 2:10-11

Matteo 23:23; Deuteronomio 12:32; Luca 11:42

Matteo 15:3-6; 23:16-22; Malachia 2:8-9; Romani 3:8; 6:1,15; 1Timoteo 6:3-4

Apocalisse 2:14-15,20

Matteo 11:11; 1Samuele 2:30

Matteo 28:20; Atti 1:1; Romani 13:8-10; Galati 5:14-24; Filippesi 3:17-18; 4:8-9

1Tessalonicesi 2:10-12; 4:1-7; 1Timoteo 4:11-12; 6:11; Tito 2:8-10; 3:8

Matteo 19:28; 20:26; Daniele 12:3; Luca 1:15; 9:48; 22:24-26; 1Pietro 5:4

20 20. Perché io vi dico che, se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei Farisei,

Questo versetto contiene un corollario dedotto dai tre precedenti. Gli Scribi ed i Farisei non osservavano la legge, poiché essi l'annullavano colle loro tradizioni, e la mettevano in pratica soltanto esternamente. Perciò essi pretendevano invano di essere giusti; e Gesù Cristo dichiara che coloro i quali desiderano entrare nel regno dei cieli devono essere più santi di loro. Il nostro Signore diede così ai suoi uditori, che avevano fino a quel momento, creduto che gli Scribi ed i Farisei avessero «le chiavi della scienza» e fossero i più giusti degli uomini, una idea molto più elevata della santità della legge. La «giustizia» di cui si tratta qui, non è quella che ci è imputata per la fede, ma bensì una vita giusta e santa che è la conseguenza della prima. Perciò se vogliamo che la nostra giustizia superi quella degli Scribi e dei Farisei, conviene che essa abbia la sua sede nei nostri cuori, e si manifesti nella, nostra vita.

voi non entrerete punto nel regno dei cieli.

Gesù Cristo insegna in queste parole che senza una giustizia superiore a quella dei Farisei, noi non possiamo far parte della sua Chiesa, né in questo mondo, né nel mondo avvenire.

PASSI PARALLELI

Matteo 23:2-5,23-28; Luca 11:39-40,44; 12:1; 16:14-15; 18:10-14; 20:46-47

Romani 9:30-32; 10:2-3; 2Corinzi 5:17; Filippesi 3:9

Matteo 3:10; 7:21; 18:5; Marco 10:15,25; Luca 18:17,24-25; Giovanni 3:3-5; Ebrei 12:14

Apocalisse 21:27

RIFLESSIONI

1. Guai a chi disprezza la legge contenuta nel Decalogo! Essa è l'eterna misura del bene e del male. Per essa lo Spirito convince l'uomo di peccato, e gli fa sentire il bisogno di un Salvatore. Essa non può salvare nessuno: ma Gesù Cristo, confermandone l'autorità la presenta ai suoi seguaci, come la regola secondo la quale essi devono vivere. Nel posto che le viene assegnato essa è importante quanto l'Evangelo. «Or noi sappiamo,», dice S. Paolo, «che la legge è buona, se alcuno l'usa legittimamente» 1Timoteo 1:8.

2. Quando la legge è disprezzata è segno che la religione si trova in decadenza, ed i suoi detrattori sono sempre le vittime dell'ignoranza o dell'orgoglio spirituale. Il vero Cristiano «si diletta nella legge di Dio» Romani 7:22. Lungi da noi la supposizione che l'Evangelo abbia abbassato il livello della legge, e che il cristiano non abbia l'obbligo di vivere santamente guanto l'israelita. Anzi più egli è illuminato, più il suo amore per Dio deve essere grande; e più il sentimento del perdono è profondo nel suo cuore, più egli si dedicherà con zelo al servizio divino. Dal versetto 21 sino alla fine del capitolo, il nostro Signore, con parecchi esempi, dimostra il contrasto che esisteva fra le tradizioni degli Scribi e dei Farisei ed il suo insegnamento intorno alla legge. Egli espone in primo luogo l'interpretazione tradizionale di un comandamento; quindi stabilisce definitivamente la propria.

21 

Primo esempio; Sesto comandamento

21. Voi avete udito che fu detto agli antichi:

I critici disputano sul senso delle parole greche. Gli uni sostengono che esse significano agli, e gli altri dagli antichi. Ambi questi significati sono grammaticalmente accettabili, ma, secondo noi, si deve preferire la traduzione «fu detto dagli antichi». La prima infatti: «agli antichi» non si potrebbe intendere che della legge data da Mosè al popolo nel deserto, e dovrebbe parafrasarsi così: «Voi avete udito che fu detto da Mosè ai padri vostri». Una tale interpretazione stabilirebbe fra l'insegnamento di Gesù e quello di Mosè una opposizione che le dichiarazioni del Signore nei versetti precedenti escludono. Chi adunque vuol ritenere una tale interpretazione non manchi di fare osservare che il Signore in ogni caso non intese mai attribuire a Mosè le spiegazioni tradizionali che egli combatte, e lo prova la formula: «Voi avete udito», che non può riferirsi che ad insegnamenti dati al tempo in cui parlava il Signore.

Per contro la traduzione: «dagli antichi», ci sembra indicare che Gesù faceva allusione ad antichi interpreti o commentatori, i quali per i primi originarono le false spiegazioni distruggitrici della legge. Si obbietta che non si sa a chi applicare tale designazione in tutto il lungo periodo che corre fra Mosè e gli Scribi che Gesù combatte. Rispondiamo che dopo la cattività di Babilonia, numerosi furono i commentari della legge, scritti da dottori molto stimati, sopra i quali era basato l'insegnamento tradizionale degli Scribi e dei Farisei; prova ne sia che essi non erano liberi di spiegare a piacere loro la legge, ma dovevano confortare le loro asserzioni, citando i commentari degli anziani. Donde la meraviglia, cagionata al popolo, dal modo d'istruire di Gesù, il quale «insegnava come avente autorità, e non come gli Scribi» Matteo 7:29. Non era forse sufficiente un periodo di 300 anni per meritare agli autori della tradizione il nome di «antichi?»

Non uccidere;

I Farisei non cancellavano la lettera della legge, come ebbe l'audacia di fare la Chiesa romana, togliendo dal decalogo il secondo comandamento, ma essi l'annullavano colle loro false interpretazioni. Il sommario dei comandamenti è amore, ed il sesto particolarmente muove guerra a tutto ciò che all'amore è Opposto; non solo all'omicidio, ma ad ogni pensiero di vendetta contro il nostro prossimo. Ma le idee degli antichi relative a questo comandamento non andavano al di là di ciò che esprime l'aggiunta che vi fecero interpretandolo:

e chiunque avrà ucciso sarà sottoposto al tribunale.

Secondo, essi, si doveva punire come trasgressori di questo comandamento soltanto i micidiali; e la legge di Dio, che condanna persino i pensieri e i sentimenti dai quali scaturiscono gli omicidi, fu ridotta a non esser altro che una legge criminale, che si applicava unicamente ad atti esterni simili a quelli di cui trattasi in Esodo 21:12; Levitico 24:17. Il termine crisis si riferisce alle corti inferiori delle città di provincia, che erano costituite in conformità del Deuteronomio 16:18; e si componevano, secondo alcuni, di sette, e secondo altri, di ventitrè persone. Evidentemente non si tratta del «sinedrio», che aveva la sua sede in Gerusalemme, ed era il tribunale al quale si ricorreva in ultimo appello. Alcuni però dànno al vocabolo «crisi» il senso più generale di processo, senza specificazione di tempo, di luogo, o di forma di procedura. Secondo essi, le parole citate da Gesù significano: chiunque ucciderà sarà processato.

PASSI PARALLELI

Matteo 5:27,33,43; 2Samuele 20:18; Giobbe 8:8-10

Genesi 9:5-6; Esodo 20:13; Deuteronomio 5:17

Esodo 21:12-14; Numeri 35:12,16-21,30-34; Deuteronomio 21:7-9; 1Re 2:5-6,31-32

22 22. Ma io vi dico,

In opposizione ai commenti degli Scribi e dei Farisei «seduti sopra la sedia di Mosè», il Legislatore stesso, «DIO manifestato in carne», si accinge ad esporre il vero significato del comandamento; e chi al par di lui lo può spiegare? «IO vi dico»,

chiunque s'adira contro al suo fratello,

Gesù dimostra qui che la legge di Dio è «giudice dei pensieri e delle intenzioni del cuore»; che non è destinata a reprimere solo gli atti violenti, ma pur anche le malvagia disposizioni dalle quali essi procedono. Egli riconduce Patto alla sua origine, allo spirito che l'ha prodotto, e combatte il peccato nella sua sorgente, ipocritamente risparmiata dai Farisei. I più recenti critici escludono come di dubbia autorità, la parola senza cagione. Il Signore però non, ci proibisce in un modo assoluto di adirarci. L'ira, quando è diretta contro al peccato, è lecita. Gesù guardava gli ipocriti Farisei «con indignazione» Marco 3:5; e ci viene detto: «Adiratevi e non peccate» Efesini 4:26. Ma il Signore parla qui d'un'ira piena di odio contro al fratello. In questo caso l'ira è peccaminosa; è disubbidienza al sesto comandamento; è l'omicidio che sì svolge nel cuore, benché non sia ancora commesso colla mano. «Chiunque odia il suo fratello, è omicida» 1Giovanni 3:15.

sarà sottoposto al tribunale; e chi gli avrà detto: Raca, sarà sottoposto al Sinedrio e chi gli avrà detto: Pazzo, sarà condannato alla geenna

parola composta di due vocaboli ebraici che significano valle di Hinnom

del fuoco.

«Raca» è parola di disprezzo che significa privo di senso, stupido. «Pazzo» non denotava solo privazione di senno, ma vi si aggiungeva l'idea di depravazione e di iniquità: sciagurato, birbante! Siccome è difficile determinare la differenza che passa fra il senso. di «Raca» e quello di «Pazzo»», alcuni critici moderni negano l'esistenza d'una gradazione in questo versetto, sia riguardo alla colpa, sia relativamente alla punizione. In tal caso esso conterrebbe una inutile tautologia, e questo è inammissibile. Se fossimo vissuti nella Galilea in quel tempo, avremmo, senza dubbio, capito al par degli uditori di Cristo la gradazione indicata da questi epiteti, nella trasgressione del sesto comandamento. Ogni epoca, ogni paese ha i modi suoi propri per esprimere tali cose; e senza dubbio Gesù si servì delle espressioni aramaiche oltraggiose allora in voga, per dar maggior chiarezza al suo discorso.

Vi erano tre gradi di condanna tra gli Ebrei: quella inflitta dal «tribunale» che non poteva condannare alla morte; quella inflitta dal «sinedrio», che era investito di un tal potere; e quella inflitta dai magistrati di Gerusalemme ai cadaveri dei giustiziati, che non erano reclamati dai loro amici, facendoli gettare nella valle di Hinnom, al S. della città, ove erano arsi dai fuochi costantemente accesi per consumare ogni immondizia. Ma ciò che rendeva specialmente infame quella valle era la memoria del culto barbaro reso dal re Manasse a Moloc, in onore del quale egli fece ivi passare i suoi figli per il fuoco 2Cronache 33:6. Più tardi il re Giosia profanò quel luogo, affinché il popolo cessasse di sacrificarvi i suoi figli 2Re 23:10. Quando i profeti minacciavano il popolo dei castighi di Dio, essi annunziavano che questa valle chiamata anche Tofet, tamburo, perché si faceva ivi un gran rumore con tamburi, affinché non si sentissero le strida dei bambini che bruciavano, diventerebbe una specie di macello, dove sarebbero gettati i cadaveri dei difensori della città, e dove il fuoco dell'ira di Dio li consumerebbe Isaia 30:33;66:24; Geremia 7:32. Questa valle, di cui il nome era associato colle più nefande iniquità da una parte, e coi più tremendi giudizi di Dio dall'altra, era divenuta il tipo di quel luogo in cui gl'impenitenti saranno arsi nel fuoco dell'ira di Dio coll'andar del tempo la parola geenna venne generalmente adoperata per indicare l'inferno.

È evidente adunque che, colle espressioni famigliari contenute in questo versetto, Gesù intese parlare dei castighi inflitti non dalle leggi umane, bensì dalle divine. Egli manifestò la spiritualità della legge indicando che vi sono diversi gradi nella trasgressione di questo comandamento prima di giungere agli atti violenti ed all'omicidio, ognuno dei quali gradi merita la morte eterna. I commentatori romani commettono dunque un grave errore interpretando questo passo come se esso li autorizzasse a rimettere nelle mani dei tribunali civili, gli eretici ostinati, e quelli che non vogliono sottomettersi ai loro voleri; e sostenendo che la sola parola «geenna» ha in questo versetto, un senso spirituale, e significa la morte eterna.

PASSI PARALLELI

Matteo 5:28,34,44; 3:17; 17:5; Deuteronomio 18:18-19; Atti 3:20-23; 7:37; Ebrei 5:9; 12:25

Genesi 4:5-6; 37:4,8; 1Samuele 17:27-28; 18:8-9; 20:30-33; 22:12-23

1Re 21:4; 2Cronache 16:10; Ester 3:5-6; Salmo 37:8; Daniele 2:12-13; 3:13,19

Efesini 4:26-27

Matteo 5:23-24; 18:21,35; Deuteronomio 15:11; Nehemia 5:8; Abdia 1:10,12; Romani 12:10; 1Corinzi 6:6

1Tessalonicesi 4:6; 1Giovanni 2:9; 3:10,14-15; 4:20-21; 5:16

Salmo 7:4; 25:3; 35:19; 69:4; 109:3; Lamentazioni 3:52; Giovanni 15:25

Matteo 5:21

Matteo 5:11:18-19; 12:24; 1Samuele 20:30; 2Samuele 16:7; Giovanni 7:20; 8:48; Atti 17:18

1Corinzi 6:10; Efesini 4:31-32; Tito 3:2; 1Pietro 2:23; 3:9; Giuda 1:9

2Samuele 6:20; Giacomo 2:20

Matteo 10:17; 26:59; Marco 14:55; 15:1; Giovanni 11:47; Atti 5:27

Salmo 14:1; 49:10; 92:6; Proverbi 14:16; 18:6; Geremia 17:11

Matteo 5:29-30; 10:28; 18:8-9; 25:41; Marco 9:47; Luca 12:5; 16:23-24; Apocalisse 20:14

23 23. Se dunque tu stai per offerire la tua offerta sull'altare, e quivi ti ricordi che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te;

I quattro versetti seguenti Matteo 5:23-26, contengono un'applicazione pratica degli insegnamenti di Gesù relativi al sesto comandamento; applicazione che l'uso della seconda persona singolare rende più chiara e più diretta. Se la legge condanna sentimenti e parole apparentemente insignificanti, è chiaro che i dissidi, quantunque i Farisei li considerassero come poco importanti, saranno più severamente condannati di quelli, ed esigono pronta riconciliazione. Il Signore lo dimostra nei vers. Matteo 5:23-24, rammentando che gli atti religiosi di quelli che ricusano di riconciliarsi coi loro nemici non sono accettevoli a Dio. Tutti i sacrifici offerti al Signore dal popolo d'Israele, tanto gli espiatori, quanto gli eucaristici, dovevano essergli presentati sull'altare del tempio di Gerusalemme. Riferendosi a cotesto uso, noto ad ognuno nella folla, Gesù Cristo ha l'intenzione d'indicare la religione nel suo insieme. Quantunque il nostro primo dovere sia di rendere il nostro culto a Dio, Gesù Cristo, per dimostrare l'importanza e la necessità della riconciliazione, dichiara che l'offensore, anche se egli fosse in procinto di rendere il suo culto a Dio, dovrebbe sospenderlo, finché non avesse confessato il suo torto al suo avversario, e non si fosse riconciliato con lui. Sono dunque in un grave errore coloro i quali vorrebbero trovare in questo versetto e così fanno la Chiesa romana e le Chiese orientali, una sanzione qualunque dell'offerta di sacrifici sotto la nuova alleanza.

PASSI PARALLELI

Matteo 8:4; 23:19; Deuteronomio 16:16-17; 1Samuele 15:22; Isaia 1:10-17; Osea 6:6; Amos 5:21-24

Genesi 41:9; 42:21-22; 50:15-17; Levitico 6:2-6; 1Re 2:44; Lamentazioni 3:20; Ezechiele 16:63

24 24. lascia quivi la tua offerta dinanzi all'altare,

L'ordine di riconciliarsi col suo nemico non è dato da Cristo a quelli soltanto che si preparano ad offrire un sacrificio solenne, o a partecipare alla Santa Cena, ma a chiunque professa di essere cristiano,

e va' prima a riconciliarti col tuo fratello; e poi vieni ad offrir la tua offerta.

Chi vuol sinceramente riconciliarsi col suo avversario, non soltanto deve deporre ogni sentimento maligno, ed ogni rancore, ma deve pur fare tutto ciò che è in suo potere affinché l'offeso stesso deponga, per parte sua, quei medesimi sentimenti. S'egli non raggiunge il suo scopo, egli avrà almeno fatto il suo dovere.

PASSI PARALLELI

Matteo 18:15-17; Giobbe 42:8; Proverbi 25:9; Marco 9:50; Romani 12:17-18; 1Corinzi 6:7-8

1Timoteo 2:8; Giacomo 3:13-18; 5:16; 1Pietro 3:7-8

Matteo 23:23; 1Corinzi 11:28

25 25. Fa' presto amichevole accordo col tuo avversario,

cioè, in una lite, colla parte avversa,

mentre sei ancora per via con lui;

recandoti al tribunale. Secondo la usanza romana, l'offeso poteva costringere il suo avversario ad andare con lui dal pretore ammenoché gli piacesse, tra via, di aggiustare la vertenza.

ché talora il tuo avversario non ti dia in mano del giudice, e il giudice in mano delle guardie, e tu sii cacciato in prigione.

Il giudice pronunziava la sentenza contro l'offensore o il debitore, e lo consegnava al carceriere affinché fosse tenuto in prigione sino al pagamento del debito.

PASSI PARALLELI

Genesi 32:3-8,13-22; 33:3-11; 1Samuele 25:17-35; Proverbi 6:1-5; 25:8

Luca 12:58-59; 14:31-32

Giobbe 22:21; Salmo 32:6; Isaia 55:6-7; Luca 13:24-25; 2Corinzi 6:2; Ebrei 3:7,13

Ebrei 12:17

1Re 22:26-27

26 26. Io ti dico in verità, che tu non uscirai di là, finché tu non abbia pagato l'ultimo quattrino.

in latino quadrinus = la quarta parte di un as, = due lepte, circa due centesimi. Per mezzo di una naturale transizione, il Signore passa, in questi versetti, dal caso in cui un'offesa ha inimicato un fratello, senza che vi sia però antagonismo dichiarato, all'altro caso nel quale è tanto grave il torto, da indurre la parte offesa a ricorrere al tribunale; ed egli esorta qui, come nell'esempio precedente, l'offensore a riconciliarsi senza indugio col suo fratello, per evitare la condanna e le sue funeste conseguenze. Le ostilità, i litigi ed i processi costituiscono sempre violazioni del sesto comandamento, commesse ora dalle due parti avverse, ora da una sola. Molti commentatori credono che l'unico scopo di queste parole sia d'impedire i processi per debiti, essendo molto meglio, sia per il debitore, sia per il creditore, ma principalmente per il primo, di andar d'accordo fra loro, che di trattare l'affare giudizialmente. Altri vi vedono un senso allegorico più profondo. Secondo essi, l'offeso è la legge di Dio, la via è la vita presente, il giudice il Signore Gesù Cristo stesso, e la prigione l'inferno. Se così fosse, mentre Matteo 5:26 fa travedere la possibilità della liberazione dalla prigione terrena, poiché un debito può esser pagato, la condanna, nel senso spirituale, sarebbe la morte eterna, poiché il peccatore non potrà mai pagare da se il suo debito. I teologi romani però hanno trovato nelle parole «finché tu abbia pagato l'ultimo quattrino» e nel passo parallelo Matteo 18:34, un argomento in favore del Purgatorio, come se ivi fosse stabilito un limite al castigo futuro. Ma è chiaro come il giorno che è quello un modo di dire proverbiale per indicare che l'offensore sarà trattato con tutto il rigore della legge, e che anche pagando eternamente, colle sue sofferenze, egli non giungerebbe mai a saldare il suo debito. Ne risulta che il porre quel pagamento come condizione della liberazione dalla condanna è il modo più energico di negarne la possibilità.

PASSI PARALLELI

Matteo 18:34; 25:41,46; Luca 12:59; 16:26; 2Tessalonicesi 1:9; Giacomo 2:13

27 

Secondo esempio: Settimo comandamento

27. Voi avete udito che fu detto: Non commettere adulterio;

Il gran Legislatore prende quindi il settimo comandamento, e ne svolge, come aveva fatto per il sesto, il senso profondo e spirituale, in tutta la sua ampiezza; e ciò in opposizione all'interpretazione gretta e letterale che ne davano gli Scribi ed i Farisei, i quali non vi scorgevano altro che la proibizione di relazioni colpevoli col marito o colla moglie d'un altro, o tutt'al più quella dell'atto carnale della fornicazione. Sebbene questa volta il Salvatore non citi l'erroneo commento dei Farisei, la confutazione che segue ci rivela chiaramente le loro false idee.

PASSI PARALLELI

Esodo 20:14; Levitico 20:10; Deuteronomio 5:18; 22:22-24; Proverbi 6:32

28 28. Ma io vi dico che chiunque guarda una donna, per appetirla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.

Nessun esempio potrebbe mettere maggiormente in evidenza la natura spirituale della legge di Dio, poiché il peccato che secondo Cristo costituisce di già una violazione del settimo comandamento, è commesso soltanto colla mente e col cuore, mentre colei che ne è l'oggetto può esserne affatto inconsapevole. "Interpretato dal Signore, questo comandamento proibisce non solo gli atti colpevoli come insegnavano i Farisei, ma persino ogni sguardo lascivo, ogni desiderio impuro diretto non solo verso persone coniugate, ma anche verso nubili. Lo sguardo di cui parla Gesù non è prodotto da un pensiero fugace, immediatamente represso da una santa vigilanza, ma è uno sguardo diretto dalla volontà stessa dell'uomo collo scopo di fomentare in se stesso e negli altri passioni impure. Questo deve essere il significato seguito da un infinito. Vedi Matteo 6:1; col proposito deliberato di essere osservati dagli uomini. Colui che giunge a tanto ha di già trasgredito la legge. Noi non dobbiamo adunque supporre dalla parola «adulterio» qui usata, che il nostro Signore intenda restringere l'infrazione di questo comandamento alle relazioni colpevoli fra i coniugati. L'espressione «chiunque guarda una donna» indica che questo comandamento si riferisce ad ogni sorta di impurità, e le istruzioni che seguono, indirizzate indistintamente ai celibi ed ai coniugati, lo confermano.

PASSI PARALLELI

Matteo 5:22,39; 7:28-29

Genesi 34:2; 39:7-23

Esodo 20:17; 2Samuele 11:2; Giobbe 31:1,9; Proverbi 6:25; Giacomo 1:14-15; 2Pietro 2:14

1Giovanni 2:16

Salmo 119:96; Romani 7:7-8,14

29 29. Ora, se l'occhio tuo destro

Gesù Cristo applica qui il suo insegnamento all'individuo. I ministri di Cristo dovrebbero imitarlo, esponendo tutta la sana dottrina, senza trascurare l'applicazione pratica che l'avvalora, i consigli contenuti in questo versetto e nel vers. 30 sono pressoché identici. nella forma e nella sostanza ad un'esortazione posteriore del Signore Matteo 18:8-9; Marco 9:43-48. È questo un esempio notevole del metodo didattico adottato da Cristo, quello cioè di ripetere gli stessi insegnamenti più o meno modificati ad assemblee diverse. La mano destra essendo più abile ed utile della sinistra, la medesima distinzione, con ragione o senza, è stata conferita all'occhio e al piede destro.

ti fa cadere in peccato,

vale a dire, se ti è d'inciampo, se ti è occasione di caduta colle tentazioni, che ti dà, o per la licenza che tu gli concedi, cavalo, e gettalo via da te, vi sono di quando in quando dei fanatici, i quali interpretando quest'ordine nel suo senso letterale, credono far cosa grata a Dio, e mortificare il peccato, cavandosi l'occhio, o mozzandosi la mano destra. Tanto materiale e grossolano è il loro modo di vedere tanto sono estranei alle cose spirituali! La, Chiesa di Roma non dimostra un grado più alto d'intelligenza spirituale, quand'essa prescrive penitenze corporali, come i digiuni, lo star genuflessi per ore ed ore nell'atteggiamento medesimo, tracciare croci colla lingua sul pavimento delle chiese, e via discorrendo, a fine di mortificare peccati che hanno la loro sede nel cuore e nello spirito. Se gli schiavi del clero non fossero privi d'intendimento, in grazia dell'ignoranza nella quale la Santa Madre Chiesa si compiace di tenerli, essi dovrebbero vedere che il peccato può essere distrutto nell'uomo unicamente per mezzo di argomenti e di motivi i quali penetrino nel cuore, ove il male ha la sua sede, e in tal caso porrebbero presto fine alle imposture clericali. Gli Ebrei, come altri popoli, rappresentavano le affezioni dell'anima colle diverse parti del corpo. Così le viscere denotano compassione; il cuore l'affezione, il sentimento; le reni il desiderio, l'affetto impuro; l'occhio maligno indica l'inividia Matteo 20:15. In San Marco 7:21-22, il nostro Signore dice che «dal cuore procede... l'occhio maligno». In questo versetto, come in 2Pietro 2:14, il cuore è la sede degli affetti, dei desideri, delle, passioni. Naturalmente non è l'occhio, come organo corporale, quello che Cristo intende che debba esser cavato, ma la concupiscenza che si pasce e cresce per mezzo dell'occhio; e viene qui rappresentata dall'organo che si vuole strappare e gettar via Egli è chiaro che un uomo potrebbe coll'intenzione di dominare la sua passione cavarsi l'occhio destro, e nondimeno sentire più che mai il fuoco di quella concupiscenza nelle sue membra, mentre, senza mutilazione alcuna, egli potrebbe, per la grazia di Dio, vincere la passione nel cuore, adottando coraggiosamente e mettendo in opera il proponimento di Giobbe 31:1: «Io aveva stretto un patto con gli occhi miei; come adunque avrei fissati gli sguardi sopra una vergine?» A questo combattimento di una volontà rigenerata, che veglia perché i membri del corpo non diventino «servi del peccato» ci esorta il Salvatore in questo e nei seguenti versetti. In una parola egli dice ai suoi discepoli che se essi intendono il vero senso della legge, non indietreggeranno davanti ai più dolorosi sacrifici, alla più penosa abnegazione, affine di vivere nella purezza e nella santità,

poiché val meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, e non sia gettato l'intero tuo corpo nella geenna.

La metafora è probabilmente tolta dall'esperienza chirurgica, e in ogni caso è adattatissima come illustrazione del soggetto, poiché è noto ad ognuno che, quando la salute del corpo è compromessa da uno dei membri, non si esita a tagliarlo per evitare la morte. È meglio rifiutare la soddisfazione di una mala concupiscenza in questa vita, dice il Signore, che abbandonarsi in balìa del peccato il quale mena alla perdizione. Severe ma salutari parole, uscite dalle labbra di Colui che è amore!

PASSI PARALLELI

Matteo 18:8-9; Marco 9:43-48

Matteo 19:12; Romani 6:6; 8:13; 1Corinzi 9:27; Galati 5:24; Colossesi 3:5; 1Pietro 4:1-3

Matteo 16:26; Proverbi 5:8-14; Marco 8:36; Luca 9:24-25

30 30. E, se la tua man destra ti fa cadere in peccato, mozzala, e gettala via da te; poiché val meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, e non vada l'intero tuo corpo nella geenna.

La mano è l'organo dell'azione alla quale l'occhio incita Vedi Matteo 5:29. La ripetizione di queste austere verità è caratteristica del modo d'insegnare del nostro Signore, ed è intesa a imprimere incancellabilmente nei cuori nostri la tremenda lezione che l'impurità del desiderio, o la licenza delle opere, se non vengono con diligenza e con preghiere represse, si faranno abituali, e finiranno coi tormenti dell'inferno.

PASSI PARALLELI

Matteo 11:6; 13:21; 16:23; 18:6-7; 26:31; Luca 17:2; Romani 9:33; 14:20-21

1Corinzi 8:13; Galati 5:11; 1Pietro 2:8

Matteo 22:13; 25:20; Luca 12:5

31 

Terzo esempio: Il divorzio

31. Fu detto: Chiunque ripudia sua moglie, le dia l'atto del divorzio.

La formula abbreviata «fu detto» è forse destinata ad indicare una transizione dai comandamenti del Decalogo ad un decreto civile sul divorzio, citato dal Deuteronomio 24:1. La legge del divorzio, l'esattezza o la rilassatezza nell'osservarla, hanno una relazione così intima colla purità del consorzio matrimoniale, che era naturalissimo. Il passare dal settimo comandamento alle idee rilassate che avevano in allora corso sopra quella questione. Nell'istituire il matrimonio, allorché l'uomo era ancora innocente, l'intento di Dio era che l'uomo e la donna divenissero una sola carne, per tutta la vita. Ma dopo la caduta, la poligamia s'introdusse nel mondo per mezzo di Lamech Genesi 4:19, ed il suo esempio fu avidamente e quasi generalmente seguito dai popoli antediluviani Genesi 6:2. Nei, giorni dei patriarchi, di nuovo prevalse la poligamia. Si deduce dalle pitture e dalle sculture d'Egitto che la monogamia era in uso in cotesto paese, al tempo in cui Israele gemeva quivi nella schiavitù, ed è possibile che gl'Israeliti sieno tornati alla loro antica disciplina, seguendo l'uso degli Egiziani; ma se anche ciò fosse vero, sembra che la monogamia fosse dagli Israeliti praticata in modo da rovesciare la divina istituzione del matrimonio, e rendere la condizione della donna anche più insopportabile che sotto la poligamia, quando essa era tormentata dalla gelosia d'una moglie rivale. Sembra infatti che dominasse fra gli antichi Israeliti l'idea che il matrimonio dovesse durare soltanto finché il marito non fosse stanco della sua moglie, e si separasse da lei per prenderne un'altra; idea ch'essi spesso e volentieri mettevano in pratica. Così la divina istituzione del matrimonio fu cambiata in un sistema legale di prostituzione.

Questo esercizio di un potere arbitrario nell'allontanare da se o divorziare la moglie, era forse considerato come un diritto derivante dalla somma che il marito pagava ai genitori della sua moglie a titolo di dote, prima del matrimonio. Tale era la condizione in cui Mosè trovò il suo popolo; l'abitudine era di antica data, e sebbene egli vedesse chiaramente quanto fosse ingiusta verso la donna, e quanto dannosa spesso ad ambo le parti, lo stato della nazione era tale che riusciva impossibile di ricondurla d'un tratto all'osservanza della legge divina quale fu data in Eden. Le parole citate in questo versetto trovansi nel Deuteronomio 24:1; ma l'ingiunzione in esse contenuta, ben lungi dall'indebolire o postergare il comandamento originale di Dio, aveva invece per scopo di ricondurre gli uomini alla piena osservanza di esso; mentre, al tempo medesimo, somministrava, almeno una qualche tutela alle donne innocenti, crudelmente immolate sull'ara del libertinaggio Gesù stesso rese testimonianza alla fedeltà del suo servitore Mosè, allorché disse che egli fu costretto di accontentarsi di questo passo, fatto nella buona direzione. Invece di ritornare tutto ad un tratto alla: stretta osservanza della legge, «a cagione della durezza del loro cuore» Marco 10:5. La legge sul divorzio, quale la contemplava Mosè, non rendeva più dura la posizione della donna innocente, anzi era intesa a proteggerla, ottenendo per essa una dichiarazione che il suo marito la cacciava capricciosamente, e non a cagione della sua immoralità. Secondo il Deuteronomio 24:1, il solo motivo legittimo di divorzio era «ervath dabar» cioè qualche cosa di vergognoso: in altri termini, l'infedeltà coniugale. Ma mentre una scuola d'interpreti Shammai, spiegava il passo correttamente, come proibizione assoluta di divorzio, eccetto in caso di adulterio; un'altra scuola quella di Hillel, lo interpretava come se includesse ogni cosa che potesse dispiacere al marito od offenderlo; interpretazione troppo conforme al capriccio ed alle prave inclinazioni degli uomini, per non trovare ampio favore.

PASSI PARALLELI

Matteo 19:3,7; Deuteronomio 24:1-4; Geremia 3:1; Marco 10:2-9

32 32. Ma io vi dico: Chiunque manda via la moglie, salvo che per cagione di fornicazione, la fa essere adultera; e chiunque sposa colei ch'è mandata via commette adulterio.

Il nostro Signore trovò il precetto mosaico interpretato come una licenza di ripudiare a volontà; ma lungi dall'approvare quella interpretazione, egli dichiara che, nel suo regno, il divorzio è assolutamente proibito, come lo era dalla legge, eccettuato nel caso di adulterio; nel quale il contratto si può dire annullato di fatto dalla condotta di una delle parti. In questo versetto, il termine più generico di fornicazione, viene usato, invece di adulterio, perché esso propriamente significa impudicizia, che li include ambedue. Da un lato, nessun uomo o corpo d'uomini ha il diritto di opporsi alla legge divina, dichiarando che il divorzio può venir accordato per altri motivi che non per l'adulterio; e dall'altro lato, la Chiesa di Roma si mette manifestamente in opposizione coll'autorità di Cristo, quando essa proibisce il divorzio anche in quel caso. Essendo questo, secondo la legge di Dio, l'unica legittima causa del divorzio, ne consegue che il sistema del divorzio, praticato fra gli Ebrei, esponeva quattro individui al rischio di infrangere il settimo comandamento: il marito che ripudiava la moglie, in caso ch'egli si ammogliasse di nuovo, e la donna ch'egli sposava, la moglie che era stata così a torto ripudiata, se si maritava di nuovo, e l'uomo che sposava colei che era mandata via per qualsiasi causa che non fosse l'adulterio. La Chiesa di Roma considera questo versetto come una assoluta proibizione di nuove nozze, anche per l'innocente che ha ripudiato legalmente la sua moglie o il suo marito, a motivo della sua infedeltà. Le Chiese protestanti ed orientali ritengono essere legale il nuovo matrimonio in tutti quei casi ne' quali è legale il divorzio; e, in conformità di questa opinione, spiegano questo versetto. Importa osservare però, che la questione, se l'innocente possa legalmente unirsi di nuovo in matrimonio dopo essersi divorziato per adulterio, non è trattata affatto dal nostro Signore; e neppure il caso di matrimonio tra gli adulteri, quando il vimulum matrimonii sia stato legalmente infranto dal divorzio. La legalità del primo almeno sembra posta fuori di dubbio dal fatto che i coniugi innocenti, separandosi per divorzio dai colpevoli, si maritavano di nuovo, e il nostro Signore non dichiarava un siffatto matrimonio illegale in se; ma solamente restringeva ad un caso particolare la legalità del divorzio, che è il preliminare necessario del nuovo matrimonio. Come esempio scritturale del male che Cristo qui autorevolmente condanna, può citarsi la donna di Samaria che era di già stata moglie di cinque mariti, e viveva da ultimo in concubinato, quando il nostro Signore l'incontrò vicino al pozzo di Giacobbe Giovanni 4:18.

PASSI PARALLELI

Matteo 5:28; Luca 9:30,35

Matteo 19:8-9; Malachia 2:14-16; Marco 10:5-12; Luca 16:18; Romani 7:3; 1Corinzi 7:4,10-11

33 

Quarto Esempio. Terzo comandamento

33. Avete udito pure che fu detto agli antichi: Non ispergiurare; ma attieni al Signore i tuoi giuramenti.

Il Signore sceglie quindi il terzo comandamento per mostrare il contrasto fra le interpretazioni farisaiche della legge, ed il suo vero senso, ch'egli espone con autorità, essendo egli stesso il divino legislatore. Le parole di questo versetto non sono le ipsissima verba del terzo comandamento Esodo 20:7, ma un compendio dell'insegnamento della legge sul giuramento Levitico 19:12; Numeri 30:2, trasmesso dai Talmudisti, ed inculcato al popolo dai suoi dottori; e per comprendere esattamente il senso attribuito dai Farisei al terzo comandamento, converrebbe aggiungere a questo versetto: «Ma se giurerai per qualche altra cosa che per il nome del Signore, potrai spergiurare impunemente». I Farisei interpretavano il comandamento: «Non prendere il nome del Signore Iddio tuo in vano», nel senso letterale, e consideravano tutti i giuramenti presi in quel sacro nome come obbligatori, e chi trascurava di adempierli, come spergiuro; ma, secondo la tradizione dei padri, i giuramenti presi in ogni altro nome non eran proibiti; e chi mancava a quelli che non eran fatti nel santo nome di Jehova, non reputavasi spergiuro né peccatore Lightfoot ci dice che il giurare invano era strettamente proibito anche dai Farisei, ma essi restringevano talmente la cerchia dei vani giuramenti, che un uomo poteva giurare centomila volte, e nondimeno non farsene reo! E non è una della meno patenti rassomiglianze fra i Farisei ed i teologi gesuiti questa, che gli uni e gli altri hanno insegnato agli uomini come sciogliersi, in modo evasivo, da un giuramento prestato solennemente. Cfr. Matteo 23:16-22.

PASSI PARALLELI

Matteo 23:16

Esodo 20:7; Levitico 19:12; Numeri 30:2-16; Deuteronomio 5:11; 23:23; Salmo 50:14; 76:11

Ecclesiaste 5:4-6; Nahum 1:15

34 34. Ma io vi dico: Del tutto non giurate;

Fa d'uopo tenere presente la summentovata distinzione farisaica, fra i giuramenti sacri e quelli usati per far più animata ed enfatica la conversazione, so noi vogliamo intendere il senso di questa ingiunzione del nostro Signore. In Matteo 5:34-36, abbiamo qualche saggio dei vani giuramenti dei quali gli Ebrei facevano uso, rasentando quanto possibile fosse, senza mai pronunziarlo, il nome di Jehova. L'ingiunzione: «del tutto non giurate», viene fatta dal nostro Signore, evidentemente contro l'abitudine dei profani giuramenti nel conversare comune, e nelle più piccole occasioni. Ciò nonostante, i Quaccheri ed altri moralisti eccessivi, trovano in essa una proibizione positiva di giurare, anche in un tribunale o nelle più solenni circostanze, per la soddisfazione altrui. Ciò proviene dal badare solamente alla lettera della ingiunzione di Cristo, e trascurarne lo spirito; difetto dal quale dobbiamo guardarci come da un fariseismo contrario allo spirito dell'Evangelo. Guardiamo piuttosto all'esempio di Dio Padre Ebrei 6:13-17; a quello di Gesù Cristo il di cui in verità io vi dico, fu una solenne affermazione della verità, e che rispose senza scrupolo al terribile scongiuro di Caiafa Matteo 26:63-64; all'esempio degli apostoli, che scrivevano sotto la direzione dello Spirito Santo Romani 1:9; 2Corinzi 1:23; Galati 1,20; Filippesi 1:8; 1Tessalonicesi 2:5; e perfino a quello degli angeli Apocalisse 10:6. D'altronde, troviamo nel contesto l'esatta spiegazione di queste parole, poiché nostro Signore stesso aggiunge: «Né per lo cielo, né per la terra, né per Gerusalemme», e ciò affine di spiegare la prima clausola.

né per lo cielo, perché è il trono di Dio;

Questa bella figura, tolta dall'Antico Testamento Isaia 66:1, non ha qui per scopo di indicare che non si può giurare per il cielo a cagione della sua santità, ma che chiunque giura per esso, giura per Colui che ha il suo trono nei cieli Vedi Matteo 23:22; ove Gesù lo dice chiaramente.

PASSI PARALLELI

Deuteronomio 23:21-23; Ecclesiaste 9:2; Giacomo 5:12

Matteo 23:16-22; Isaia 57:15; 66:1

35 35. né per la terra perché è lo sgabello dei suoi piedi;

Questa descrizione della terra è pure tolta da Isaia 66:1, col medesimo scopo della prima, cioè per dimostrare che colui che giura per la terra, giura per Iddio che l'ha creata. Siccome i troni dei re sono rispettati, unicamente a cagione di quelli che vi siedono sopra, così il cielo e la terra, che sono considerati da Gesù come il trono e lo sgabello di Dio, non hanno altro valore che quello ch'essi ricevono da Lui, e chiunque giura per essi, giura per il Signore stesso.

né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re.

Qui pure, perché il giuramento abbia, qualche valore, bisogna considerare quella città come la capitale e la residenza di Jehova, capo della teocrazia; e, per conseguenza, giurando per essa, si giura per colui che ne è il Re, e si prende il suo nome in vano. Nel greco, invece della preposizione in, adoperata nei due casi precedenti e nel seguente, troviamo in questo congiunto con Gerusalemme. Quest'ultima proposizione, dopo i verbi di moto, significa propriamente dentro; spesso però, essa ha il significato più debole di verso, e serve ad indicare soltanto la direzione. Forse v'era qui un'allusione all'uso antico, fra gli Ebrei, di pregare volti verso la santa città Vedi 1Re 8:38,42,44; Daniele 6:10. Le parole di Gesù significherebbero in questo caso: «Non giurate voltandovi verso Gerusalemme». La circostanza che Gesù era allora in Galilea, rende questa interpretazione assai probabile.

PASSI PARALLELI

Salmo 99:5

2Cronache 6:6; Salmo 48:2; 87:2; Malachia 1:14; Apocalisse 21:2,10

36 36. Non giurare neppure per lo tuo capo,

Era questo un giuramento comunissimo fra gli Ebrei, e lo è tuttora fra gli Orientali. Equivale all'esclamazione: Per la mia vita! Per l'anima mia! cioè: Ch'io possa morire se ciò non è vero! Il nostro Signore proibisce di giurare così, e ne dà la ragione:

poiché tu non puoi fare un solo capello bianco, o nero.

La parola «fare» ha qui il senso di creare, o cambiare radicalmente il colore dei capelli, non di modificarli con tinte o con preparati chimici. Il senso del versetto è evidentemente che non avendo alcun potere sulla nostra vita rappresentata dal capo, la quale Iddio solo può abbreviare o prolungare, siamo colpevoli giurando per quella, come giurando per il Creatore nostro.

PASSI PARALLELI

Matteo 23:16-21

Matteo 6:27; Luca 12:25

37 37. Ma, sia il vostro parlare: Sì, sì; No, no;

Ciò non significa che non dobbiamo mai dire altre parole, ma che, nella nostra consueta conversazione dobbiamo contentarci di una semplice affermazione o negazione, senza aggiungervi imprecazioni o bestemmie. Quel giuramento di cui gli Ebrei si rendevano colpevoli, erano innocenti in paragone delle profanazioni e delle spaventevoli imprecazioni che si fanno lecite certi pretesi cristiani, nei nostri giorni. Essi non giuravano né nel nome di, Dio, né in quello del Diavolo, e, ogni volta, il nostro Signore condanna i loro giuramenti, col dimostrare che, in sostanza, ogni giuramento si riferisce a Dio. Non capite voi infatti come colui il quale, ad ogni proposito esclama: Mio Dio! Per Dio! In fede mia! ecc., tratta Iddio e la sua fede come cose vane e di nessun valore? E se egli, in luogo del nome di Dio, pone quello di Cristo, non si rende egli colpevole dello stesso peccato? Questo peccato è certamente fra i più gravi, perché pochi peccati mostrano più apertamente la nostra abbominevole tendenza ad offendere Iddio. Gli altri tutti si spiegano colla soddisfazione che procacciano a taluna delle nostre naturali inclinazioni; ma si cerca invano da qual passione questo proceda, se non da quella passione di peccare per peccare, che è il distintivo di Satana.

poiché il di più viene dal maligno.

«Maligno» secondo noi, indica qui la depravazione naturale dell'uomo, la quale si manifesta nella mancanza di veracità, e nel mettere in dubbio la sincerità del prossimo. Egli è questo difetto che c'induce a non fidarci di un semplice o no, ed a credere che la verità possa asseverarsi più sicuramente per mezzo di un giuramento. A mente però di autorevoli interpreti, il maligno va inteso in questo passo come in Matteo 6:13;13:19, di Satana da cui procede ogni male. «In poneròs, la positiva attività del male predomina... e il maligno per eccellenza è Satana, l'autore primo di ogni male nel mondo» Trench, Syn.

PASSI PARALLELI

2Corinzi 1:17-20; Colossesi 4:6; Giacomo 5:12

Matteo 13:19; 15:19; Giovanni 8:44; Efesini 4:25; Colossesi 3:9; Giacomo 5:12

38 

Quinto esempio: La legge del taglione

38. Voi avete udito che fu detto: Occhio per occhio, e dente per dente.

Il nostro Signore prende ora a considerare l'interpretazione data dai Farisei alla legge del taglione, quale essa si trova nel codice civile e criminale degli Ebrei, per dimostrare, una volta ancora, quanto i loro insegnamenti differiscono dai suoi. La legge del taglione era applicata fra gli Israeliti col massimo rigore, e probabilmente diventava spesso il pretesto delle più barbare ingiustizie, come accade tuttora fra i Beduini del deserto. Perciò conveniva, per, amore dell'ordine e dell'umanità, trasferire nelle mani di giudici responsabili, il diritto che ognuno reclamava di farsi giustizia da se. La legge scritta nel codice civile Esodo 21:22-26; Levitico 24:19-21; Deuteronomio 19:21, non differiva probabilmente in nulla dalla legge orale che era in vigore dal diluvio in poi; perché la barbarie del popolo era tale, in quel tempo, che sarebbe stato pericoloso di modificarla; ma come la lettera di divorzio stabilita da Mosè era destinata a modificare un sistema di prostituzione praticato sotto il nome di matrimonio. così il diritto di applicare la legge del taglione, trasferito, dagli individui ai magistrati pubblici, era un gran passo nella via del progresso e della civiltà. Siffatta legge, o fosse osservata alla lettera, o applicata più liberalmente seguendone solo lo spirito, certo come regola legale non è ingiusta. Certo è che Cristo non biasima l'applicazione di quella legge dai magistrati, e non la revoca. Gli «anziani» non pertanto, coi loro commenti, ne avevano pervertito il senso, in modo da far tornare precisamente quella pratica ch'essa era intesa a proibire. Invece di restringere l'esercizio di questa legge ai magistrati, essi la estesero agli individui, concedendo loro il diritto di farsi giustizia da se. Contro questo inveisce il nostro Signore.

PASSI PARALLELI

Esodo 21:22-27; Levitico 24:19-20; Deuteronomio 19:19

39 39. Ma io vi dico: Non contrastate al malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l'altra.

La medesima parola greca tradotta maligno, nel vers. 37, qui viene tradotta male, e può infatti significare o la mala azione neutro o l'uomo malvagio che la compie masc. Stando al contesto ove si tratta di uomini malvagi è da preferire quest'ultimo senso. Gesù dà il suo comando, non in opposizione alla lex talionis, ma all'abuso che se ne faceva nelle vendette personali. Qui si domanda: il dovere ingiunto in questo versetto è egli di non resistere affatto, in qualunque caso di oppressione e d'ingiuria? Dalla soluzione di questo dubbio dipende l'interpretazione dei tre versetti seguenti, che sono relativi a casi del medesimo genere, e richiedono l'applicazione della regola stessa, e del medesimo spirito. I letteralisti propugnano l'adempimento puntuale di siffatta ingiunzione; ma il contegno, per quanto longanime e dignitoso, del nostro Signore stesso, quando fu crudelmente percosso con una guanciata Giovanni 18:22, è il miglior commento a queste parole, poich'egli non presentò l'altra guancia. Il principio generale di «non contrastare al malvagio non deve intendersi in un senso troppo ristretto», poiché, spinto tropp'oltre, conforterebbe i malvagi, e metterebbe in pericolo l'ordine sociale. Gesù non volle dire che noi dobbiamo lasciar macellare le nostre famiglie, o farci massacrare noi medesimi, senza opporre veruna resistenza. Non esiste religione alcuna, naturale o rivelata che sia, la quale abbia mai insegnato, o possa insegnare, una simile dottrina. Conviene spiegare questo versetto seguendo la regola d'interpretazione che abbiamo applicata ai vers. Matteo 5:29-30, dove il linguaggio è anche più energico e paradossale Siccome nessun uomo di mente sana ha mai inteso, che i versetti 29 e 30 imponessero al peccatore il dovere di tagliarsi la mano, o di cavarsi l'occhio, appena che l'uno o l'altro fosse divenuto strumento di peccato, così nessun uomo di mente sana può insistere sulla interpretazione letterale del presente passo. Così non l'intese Paolo; anzi egli fece valere i suoi diritti di cittadino romano Atti 16:36-39;22:24-25;23:3. L'idea indicata in queste energiche parole è che, ricevendo un'offesa, non dobbiamo già chiederne un'altra, ma nel caso che ci fosse recata, star preparati a sopportarla pazientemente, e senza vendicarci. Se alcuno obbietta che questa interpretazione restringe arbitrariamente un precetto che ha forma generale, mettendo innanzi una applicazione speciale, noi rispondiamo, che l'intenzione del nostro Signore, in questo versetto, fu precisamente di modificare, o di restringere la lex talionis, citata nel versetto precedente, dal quale esso non deve essere mai separato.

PASSI PARALLELI

Levitico 19:18; 1Samuele 24:10-15; 25:31-34; 26:8-10; Giobbe 31:29-31; Proverbi 20:22

Proverbi 24:29; Luca 6:29; Romani 12:17-19; 1Corinzi 6:7; 1Tessalonicesi 5:15; Ebrei 12:4

Giacomo 5:6; 1Pietro 3:9

1Re 22:24; Giobbe 16:10; Isaia 50:6; Lamentazioni 3:30; Michea 5:1; Luca 6:29; 22:64

1Pietro 2:20-23

40 40. E a chi vuoi litigar ecco, e torti la tunica, lasciagli anche il mantello.

In Luca 6:29, l'ordine della spogliazione è invertito, e sembra infatti che, dei due vestiti, il primo ad essere strappato dal corpo dovrebbe essere il mantello, poi la tunica. La lezione che il nostro Signore dà in questo versetto, è stata già spiegata nelle osservazioni sul vers. 39. Piuttosto che cedere allo spirito di vendetta sii pronto a sopportare, non solo gli scapiti personali, ma eziandio i torti legali litigare, si riferisce alle corti legali, ed alle sentenze da loro pronunziate. La tunica era un vestito di sotto, come lo portano ancora sopra la camicia gli orientali. Il mantello è la sopravveste o cappotto, con larghe maniche, ch'essi indossano sopra la tunica, andando fuori, e nella fredda stagione, anche per casa. Spesso era per i poveri la sola coperta durante la notte, per cui nella legge mosaica, fu ordinato che, se veniva dato in pegno, la sera fosse reso al suo possessore Esodo 22:26-27. Il caso qui supposto dal nostro Signore, doveva produrre un grande effetto sopra un uditorio di Ebrei. Egli insegnava che, sebbene la legge di Mosè proibisse al creditore di ritenere il mantello del debitore durante la notte, questi però, piuttosto che litigare, si lasciasse prendere anche la tunica, onde non eccitare l'odio nel cuore del suo avversario. Tale ingiunzione del nostro Signore, condanna indubitatamente molti litigi difensivi, i quali sembrano provenire da un semplice sentimento di giustizia, ma in realtà provengono da uno spirito di vendetta.

PASSI PARALLELI

Luca 6:29; 1Corinzi 6:7

41 41. E se uno ti vuol costringere a far seco un miglio, fanne con lui due.

È questo il terzo esempio che il Signore ci dà del comandamento di soffrire il male, piuttosto che difendere o sostenere i propri diritti con uno spirito d'ira o di vendetta. Esso è tratto da una costumanza persiana, che i Greci, i Romani, ed i Maomettani, mentre dominarono l'Oriente, ritennero ognuno per conto suo, e per proprio comodo. L'uso era di requisire uomini e giumenti per il servizio pubblico, affine di portare notizie governative e specialmente ordini reali, colla maggior speditezza, per tutto l'impero Vedi Matteo 27:32; Ester 8:10-14. Coloro che oggi viaggiano per l'impero turco con un firmano, si servono di uomini e cavalli requisiti, ad ogni stazione, dal corriere in quella medesima maniera. I corrieri pubblici, o portatori di dispacci che avevano questa facoltà di requisire, si chiamava dal verbo che significa costringere alcuno a fare un viaggio, e che è conservato nel vocabolo italiano angariare. Gli Ebrei trovavano specialmente incomportabile l'obbligo di fornire le poste per il governo romano e Demetrio, della famiglia dei Seleucidi, re di Siria, volendo amicarseli, promise loro, fra altre cose, che le loro bestie da soma non sarebbero requisite, per lavori servili Flavio Giuseppe, Antiq. Lib. 13:2,3. Il «miglio» romano di cui trattasi in questo versetto, è di 1000 passi. Il punto importante, qui, è la proporzione fra due ed uno. Anziché ricusare con uno spirito iroso e vendicativo di andare per forza un miglio, va' pur due miglia, sebbene la fatica sia doppia.

PASSI PARALLELI

Matteo 27:32; Marco 15:21; Luca 23:26

42 42. Dà a chi ti chiede,

Ciò deve intendersi nel senso dei versetti precedenti. Se noi non dobbiamo resistere a chi ci fa torto; tanto più, quando il bisogno ci si mostra in faccia, nella persona di un fratello che chiede o vuole un imprestito da noi dovremo sollevarlo con spirito d'amore e di abnegazione. Questo passo può significare anche che quando ci vengono fatte irragionevoli richieste, noi dovremmo compiacere ad esse anziché permettere che si svegli dentro di noi uno spirito di vendetta. In ogni caso è evidente che non conviene spiegarlo nel senso letterale, poiché chi volesse metterlo in pratica, si ridurrebbe presto a limosinare, e incoraggerebbe un branco di vagabondi. Dar tutto a tutti: una spada ad un pazzo furioso, denaro all'impostore, compiacere alla rea tentatrice, sarebbe un operare da nemici degli altri e di noi medesimi. Checché ne sia, questo passo contiene una regola di larghissima benevolenza. Il cuore deve essere aperto al dare. Vi sono, è vero, molti impostori; ma varrà sempre meglio collocare male in uno di costoro il benefizio, che rigettare l'uomo degno d'aiuto.

e non voltar le spalle

espressione energica per significare il rifiuto spietato di soccorrere un fratello che si trova in urgente bisogno,

a chi desidera da te un imprestito.

Sebbene il vocabolo forma media, significhi classicamente ricevere in prestito da alcuno, pagando un frutto, pure, siccome questo non era il senso originale della parola, e siccome l'usura fra gli Ebrei era, proibita Esodo 22:25, quel che Gesù intende qui, è, senza dubbio, il semplice imprestare, e a questo induce anche tutto il contesto. I Cristiani dovrebbero essere generosi, considerando quanto grandi cose Iddio ha fatto per essi, e come sarebbero destituiti di ogni cosa, senza la sua infinita liberalità.

PASSI PARALLELI

Matteo 25:35-40; Deuteronomio 15:7-14; Giobbe 31:16-20; Salmo 37:21,25-26; 112:5-9

Proverbi 3:27-28; 11:24-25; 19:17; Ecclesiaste 11:1-2,6; Isaia 58:6-12; Daniele 4:27

Luca 6:30-36; 11:41; 14:12-14; Romani 12:20; 2Corinzi 9:6-15; 1Timoteo 6:17-19

Ebrei 6:10; 13:16; Giacomo 1:27; 2:15-16; 1Giovanni 3:16-18

43 

Sesto esempio: L'amore del prossimo

43. Voi avete udito che fu detto: Ama il tuo prossimo, e odia il tuo nemico.

Abbiam qui un altro e più forte contrasto fra gl'insegnamenti degli Scribi e Farisei ricavati dalle tradizioni dei loro antichi, e la legge morale del regno del Messia. Le parole «ama il tuo prossimo» non si trovano nel Decalogo, sebbene lo spirito di esse si contenga nel decimo comandamento; ma esse sono un sunto di Levitico 19:18: «Non ti vendicare contro i figliuoli e non serbare rancore del tuo popolo; ma ama il tuo prossimo come te stesso»; passo dal quale il nostro Signore trasse la seconda parte della sua replica alla domanda: «Quale è il primo e gran comandamento della legge?» Matteo 22:39. Egli è vero, che, come nazione teocratica, gli Ebrei se ne dovevano stare accuratamente separati dalle circostanti nazioni idolatre, e, serbare un odio speciale contro alcune di esse, perché esse erano nemiche di Dio Deuteronomio 23:3; ciononostante in quel cap. medesimo Deuteronomio 23:7-8, era loro comandato di amare i loro nemici; e nel Levitico 19:33-34, dove la legge dell'amor fraterno è esposta, gli stranieri sono espressamente inclusi in quella legge. Il principio di quello sciagurato malinteso che qui viene condannato negli Israeliti farisei era il restringere l'amore comandato verso il prossimo ai soli loro connazionali ed avendo così ristretto il senso di prossimo, gli antichi ne trassero la conseguenza ch'essi dovevano odiare, come nemico, chiunque non faceva parte del popolo d'Israele; e questo insegnamento, consentaneo alla corrotta natura dell'uomo, era praticato da loro in guisa tale che non è maraviglia se i Romani li accusavano di odio contro tutto il genere umano; odium humani generis! La parola greca come il latino hostis, significava primieramente uno che non fosse dello stesso popolo. Gli Ebrei dunque chiamavano nemici tutti i Gentili, e le loro massime sul modo di trattare i pagani, quali vengono citate da Lightfoot e da altri scrittori, possono veramente chiamarsi «maledette».

PASSI PARALLELI

Matteo 19:19; 22:39-40; Levitico 19:18; Marco 12:31-34; Luca 10:27-29; Romani 13:8-10

Galati 5:13-14; Giacomo 2:8

Esodo 17:14-16; Deuteronomio 23:6; 25:17; Salmo 41:10; 139:21-22

44 44. Ma io vi dico: Amate i vostri nemici,

Gesù, prendendo il vocabolo «nemici» nella sua applicazione più larga, dichiara che, giusta la morale del Vangelo, invece di odiarli, noi dobbiamo amarli tutti; non solamente i nemici nazionali, ma anche i personali. La parola qui usata, significa affetto morale, che non si deve confondere coll'affetto personale, il quale si esprime col vocabolo. Ordinariamente, la prima indica compiacenza nell'indole della persona amata, ma qui significa la benigna e pietosa manifestazione del desiderio del bene altrui. Ne abbiamo un esempio nel trattamento che Davide usò a Saul al quale cadde in suo potere, mentre andava in traccia di lui per ucciderlo, e nell'effetto che quel trattamento produsse sopra Saul 1Samuele 24:18. Un più alto esempio ne troviamo poi nell'amore che Dio ha mostrato verso gli uomini, suoi «nemici con la mente, nelle opere malvagie» Colossesi 1:21.

e pregate per quelli che vi perseguitano

Così il testo rettificato. Il miglior commento di questi consigli fa d'uopo cercarlo nei patimenti dei primi cristiani nella preghiera di Stefano per i suoi uccisori, e soprattutto nello splendido esempio di Colui che diede quei consigli medesimi 1Pietro 2:21-23. Ma sebbene tali precetti non fossero stati innanzi pubblicati, e forse neanche concepiti con tale ampiezza e precisione, il nostro Signore altro non è, in questo caso, che l'incomparabile interprete di una legge che era in forza sin dal principio; e questo è il solo aspetto in cui possa riguardarsi l'intero tenore di questo discorso.

PASSI PARALLELI

Esodo 23:4-5; 2Re 6:22; 2Cronache 28:9-15; Salmo 7:4; 35:13-14; Proverbi 25:21-22

Luca 6:27-28,34-35; 23:34; Atti 7:60; Romani 12:14,20-21; 1Corinzi 4:12-13

1Corinzi 13:4-8; 1Pietro 2:23; 3:9

45 45. Affinché state figliuoli del Padre vostro, che è nel cieli;

Sebbene la figliolanza per creazione o per adozione non sia esclusa, il significato della figliolanza di cui trattasi qui è specialmente quello della somiglianza dei nostri sentimenti con quelli di Dio.

poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni; e fa piovere sul giusti, e sopra gl'ingiusti.

La Vera legge d'amore essendo già stata stabilita in tutta la sua ampiezza, in contrasto colle regole e le pratiche grette dei Farisei, ne viene ora dimostrata la giustezza per analogia. L'amore di Dio mostrasi, non solo col conferire i benefizi della sua provvidenza al suo popolo diletto, ma anche col conferirli ai malvagi agli ingrati ai dispregiatori, della sua maestà, i quali ogni giorno lo provocano ad ira. La conclusione da trarre da questo insegnamento di Gesù si è che noi non dobbiamo regolare l'amor nostro dal merito di chi ne è l'oggetto, ma estenderlo a tutti. Più un uomo è dalla grazia divina fatto capace di mettere in pratica questo comandamento, più lo Spirito Santo renderà testimonianza allo spirito suo ch'egli è figliuolo di Dio Romani 8:16. «Il suo sole». Espressione magnifica! Iddio creò il sole, lo regola, e lo tiene esclusivamente in suo potere. Il nostro secolo tende a magnificare la potenza della natura, prescindendo dal suo Creatore, e ad attribuire l'esistenza del sole e della pioggia a cause secondarie, dimenticando intieramente la gran Causa di tutto. È questo uno dei segni degli ultimi tempi.

PASSI PARALLELI

Matteo 5:9; Luca 6:35; Giovanni 13:35; Efesini 5:1; 1Giovanni 3:9

Giobbe 25:3; Salmo 145:9; Atti 14:17

46 46. Se infatti amate coloro che vi amano, che premio ne avete? non fanno anche i pubblicani lo stesso?

Un'altra analogia viene ricavata dalla condotta di quelli che erano considerati come i peggiori fra gli uomini, cioè i pubblicani e i Gentili. Costoro pure potevano sentire ed operare cortesemente verso i loro amici e parenti, ma l'amore del cristiano deve estendersi fino ai suoi nemici. Le pubbliche tasse venivano prese in accollo da uomini doviziosi, Romani od Ebrei, ma i riscuotitori immediati di esse, erano ordinariamente pagani o ebrei poveri ed indifferenti in materia di religione, i quali agivano senza riguardo e senza pietà. Ecco perché i pubblicani erano universalmente odiati, e, nel conversare comune, messi alla pari colle prostitute. Né il nostro Signore si fa scrupolo di parlare di essi come ne parlavano gli altri, cosa che per certo egli non avrebbe fatto mai, se quel concetto comune fosse stato calunnioso. Il senso è questo: Se tu ami quelli che amano te, non mostri nulla di superiore agli altri: gli uomini più spregevoli fanno così; anche un pubblicano arriva a tanto.

PASSI PARALLELI

Matteo 6:1; Luca 6:32-35; 1Pietro 2:20-23

Matteo 9:10-11; 11:19; 18:17; 21:31-32; Luca 15:1; 18:13; 19:2,7

47 47. E, se fate accoglienza soltanto a' vostri fratelli, che fate di singolare? non fanno anche i pagani altrettanto?

La parola greca tradotta da Diodati «fate accoglienza», significa abbracciare o salutare qualcuno baciandolo, come fanno gli Orientali. Il saluto era ai giorni del nostro Signore, come è ancora oggi nell'Oriente, una lunga formalità e prendeva assai tempo; perciò i discepoli, mandati la prima volta in missione, furono esortati a non salutare alcuno per la via Luca 10:4. Consisteva il saluto primieramente nell'inchinare la persona, in secondo luogo nello stringere la mano, e finalmente nel baciare sopra ambe le gote. Tal saluto però i Giudei lo davano ai parenti, ai conoscenti, a quelli della religione medesima: ad altri, mai. Il ragionamento contenuto in questi versetti è che la benevolenza richiesta nel regno del Messia debba essere qualche cosa più di quella usualmente praticata, per motivi di amor proprio, o per naturale affezione, da quelle persone stesse che gli Ebrei riguardavano come le più pervertite. Chi segue Cristo è tenuto a fare più degli altri, perché la religione di Cristo sola è divina, e fa gli uomini migliori. Vero è che non è facile, né comune, l'amare veramente i propri nemici; per poterlo fare, è necessario avere un cuore rinnovato dalla grazia di Dio; in altre parole, solo il vero cristiano è in grado di adempiere cristianamente le sante obbligazioni della legge.

PASSI PARALLELI

Matteo 10:12; Luca 6:32; 10:4-5

Matteo 5:20; 1Pietro 2:20

48 48. Voi dunque siate perfetti,

non è propriamente l'imperativo siate; ma voi avete da essere, o dovete essere, per significare quello che Cristo richiedeva nel suo regno dai propri discepoli. «Perfetti» cioè compiuti nell'esercizio del vostro amore verso i vostri simili; il quale abbraccia tutti, e non esclude alcuno. Questo versetto però non implica che il credente possa raggiungere la perfezione già in questa vita. Chi l'intendesse così, contraddirebbe al contenuto intiero del discorso, il quale infatti viene a dire che la somiglianza con Dio nella purità interna, nell'amore e nella santità, deve esser il continuo scopo del cristiano, in tutte le circostanze della sua vita. Ma quanto lungi noi siamo dall'esser giunti a tale somiglianza, ce lo mostra Paolo in Filippesi 3:12; e ben lo sente ogni cristiano che faccia strenui sforzi per arrivarci! Paolo adopera sempre la parola per denotare una pietà avanzata e matura, distinguendola da che significa l'infanzia in Cristo. Manifestamente il nostro Signore qui parla non già dei gradi di eccellenza, ma dell'indole della eccellenza, la quale doveva distinguere i suoi discepoli,

come è perfetto il Padre vostro celeste.

Il nostro Signore pone il Padre celeste innanzi a noi come il modello che dobbiamo imitare, specialmente nel nostro amore, che si deve estendere a tutti gli uomini, anche ai nostri nemici.

PASSI PARALLELI

Genesi 17:1; Levitico 11:44; 19:2; 20:26; Deuteronomio 18:13; Giobbe 1:1-3; Salmo 37:37

Luca 6:36,40; 2Corinzi 7:1; 13:9,11; Filippesi 3:12-15; Colossesi 1:28; 4:12; Giacomo 1:4

1Pietro 1:15-16

Matteo 5:16,45; Efesini 3:1; 5:1-2; 1Giovanni 3:3

RIFLESSIONI

1. Con qual forza deve operare sopra ogni coscienza risvegliata la penetrante esposizione della legge contenuta nei vers. Matteo 5:21-38, convincendola che l'apostolo ha veramente ragione di dire: «Niuna carne sarà giustificata dinanzi a lui per mezzo delle opere della legge, poiché per la legge è data conoscenza del peccato!» Romani 3:20.

2. Questi versetti ci fanno conoscere la perfetta santità di Dio. Egli è un essere purissimo e perfetto, il quale vede errori ed imperfezioni dove l'occhio dell'uomo non ne scorge alcuna; egli legge gl'interni motivi nostri, e al pari delle azioni, conosce le parole e i pensieri. Ben sarebbe che gli uomini considerassero meglio di quel ch'essi non facciano questo aspetto del carattere di Dio.

3. Questi versetti ci rivelano l'ignoranza dell'uomo in quanto alle cose spirituali. Purtroppo v'è da temere che vi siano migliaia e diecine di migliaia di sedicenti cristiani, i quali nulla sanno della estensione e potenza spirituale della legge di Dio. La lettera dei dieci comandamenti, essi la conoscono. Simili al giovane ricco Matteo 19:20, si figurano di averli osservati tutti fin dalla giovinezza. Non credono di aver mai violato il sesto ed il settimo comandamento, se non vi abbiano mai mancato con atti esterni, e così vivono contenti di se medesimi, e paghi di quel poco di religione che posseggono.

4. Questi versetti ci fan conoscere il bisogno che abbiamo di esser giustificati mediante la morte espiatoria di Cristo, l'ignoranza del vero significato della legge è la causa per cui tanti e tanti non apprezzano il Vangelo, e si contentano d'un cristianesimo formale. Essi non comprendono il, rigore e la santità dei dieci comandamenti di Dio; se li conoscessero, non riposerebbero mai finché non fossero salvi in Cristo.

5. Finalmente questi versetti ci insegnano che se vogliamo evitare il peccato, dobbiamo fuggire tutte le occasioni che a quello ci inducono. Se desideriamo davvero di essere santi, dobbiamo «fare attenzione alle nostre vie, per non peccare colla nostra lingua» Salmo 39:1. Dobbiamo cessare dalle contese e dai dissapori, per tema che non ci conducano passo passo a mali più gravi. «Cominciare una contesa è dar la stura all'acqua» Proverbi 17:14. Noi dobbiamo adoprarci a crocifiggere e mortificare le nostre membra, a fare qualunque sacrificio, a sopportare qualunque danno personale, piuttosto che peccare. Questa ovvia regola scioglie una grande quantità di questioni casistiche, come, per esempio, fino a qual punto i cristiani possano frequentare questo o quel luogo pubblico, o prendere parte a tale o tal altro divertimento. Mostrare che non c'è proibizione espressa contro di essi non basta. Se c'è da temere che quello che l'occhio vede, o la mano tocca, ci spinga nel vortice del peccato, dobbiamo abbandonarlo, quand'anche questo abbandono ci dovesse costare la perdita, di un occhio o l'amputazione di una mano. Queste parole sono dure, dirà taluno; ma sarebbe peggio ancora, potrebbe, rispondere il nostro Signore, se io vi dicessi: Quegli occhi e quelle mani vi condurremo all'inferno!

6. Dai vers. Matteo 5:38-48 noi abbiamo le regole del Signore sulla, condotta che dobbiamo tenere gli uni verso gli altri. Egli condanna tutto ciò che rassomiglia al rancore o alla vendetta. La prontezza nel risentirsi delle ingiurie e nell'offendersi, una disposizione a litigare e contendere, a sostenere senza mai cedere i propri diritti, sono tutte cose contrarie allo spirito di Cristo. Il mondo può ben riguardare tali disposizioni come innocenti, ma esse non si addicono al carattere d'un cristiano. Il nostro Maestro dice: «Non contrastate al malvagio». Egli ci ingiunge uno spirito d'amore e di carità universale. Noi dobbiamo deporre ogni malevolenza; amare non «di parola, né della lingua, ma d'opera e in verità» 1Giovanni 3:18; sforzarci di essere cortesi con tutti; ed in ogni cosa rinunziare a noi stessi. Il nostro pensiero non deve già essere: Come si contengono gli altri con me? ma bensì: Come vorrebbe Cristo che mi contenessi con loro?

7. Queste regole del nostro Maestro vengono fiancheggiate da due potenti argomentazioni. Egli ci dichiara in primo luogo, che se noi non miriamo ad ottenere lo spirito e la tempra di carattere che qui si raccomanda, noi non siamo figli di Dio, poiché il nostro Padre celeste fa «levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni». Egli ci rammenta in secondo luogo, che quegli stessi che non hanno religione amano coloro dai quali sono amati; ne risulta che, per distinguersi da loro, i cristiani devono amare persino i loro nemici. Se di questo i veri credenti si rammentassero più spesso, quanto più commendevole riuscirebbe al mondo la religione cristiana, e quanto più felice di quello che ora non sia sarebbe l'umanità? Ma qui domanderà forse alcuno: in che modo si può ottenere un carattere simile? La risposta viene dalle labbra medesime del nostro Signore: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto. Se voi dunque, che siete malvagi, sapete dar buoni doni al vostri figliuoli, quanto più il vostro Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo domandano?» Luca 11:9,13.


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