Nuova Riveduta:

Romani 15:13

Or il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nella fede, affinché abbondiate nella speranza, per la potenza dello Spirito Santo.

C.E.I.:

Romani 15:13

Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo.

Nuova Diodati:

Romani 15:13

Ora il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nel credere, affinché abbondiate nella speranza, per la potenza dello Spirito Santo.

Riveduta:

Romani 15:13

Or l'Iddio della speranza vi riempia d'ogni allegrezza e d'ogni pace nel vostro credere, onde abbondiate nella speranza, mediante la potenza dello Spirito Santo.

Diodati:

Romani 15:13

Or l'Iddio della speranza vi riempia d'ogni allegrezza e pace, credendo; acciocchè abbondiate nella speranza, per la forza dello Spirito Santo.

Commentario:

Romani 15:13

Di fronte al quadro profetico di una umanità retta dallo scettro di Cristo, e celebrante le lodi del Dio della salvazione, l'Apostolo termina questa esortazione, e con essa la parte morale dell'Epistola, col voto che l'Iddio della speranza ne inondi il cuore dei credenti di Roma.

Or, l'Iddio della speranza,

che la dà e che l'accresce,

vi riempia d'ogni allegrezza e pace nel vostro credere,

Essi credono in Cristo; questa è la radice di ogni benedizione spirituale: dell'allegrezza della salvezza, della pace con Dio Romani 5:1, come pure delle dolcezze dell'amor fraterno. Dice infatti: ogni allegrezza e pace. E quando il cuore è ricolmo di quei frutti della fede, abbonda la speranza

affinchè abbondiate nella speranza

che si fonda sulle gloriose promesse di Dio in Cristo,

mediante la potenza dello Spirito Santo.

Non la energia dell'uomo, ma la potenza dello Spirito di Dio può alimentare nel cristiano la fiamma della speranza, sicchè nessuna tempesta valga a spegnerla o a diminuirla (cfr. Romani 5:5).

RIFLESSIONI

1. Quanto diverso l'atteggiamento di Paolo verso i Galati che, essi pure, «osservavano giorni e mesi e stagioni ed anni», e praticavano la circoncisione, da quello che tiene verso i Romani «deboli nella fede»! Nel caso dei primi, egli si mostra assolutamente intransigente: «Se alcuno vi annunzia un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema». «Se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla». «O Galati insensati, chi vi ha ammaliati...?». Nel caso dei secondi l'Apostolo si mostra pieno di riguardi ed esorta i forti a trattarli con tolleranza piena d'amore fraterno. Perchè una tale diversità di condotta? Il perchè sta in questo: che le pratiche inculcate ai Galati dai dottori giudaizzanti erano presentate come necessarie a salvezza («se voi non siete circoncisi, non potete esser salvati» Atti 15:1), e quindi sovvertivano dalla base l'evangelo della salvazione per grazia predicato da Paolo; mentre le astinenze dei deboli romani provenivano da scrupoli infondati sì, ma che non intaccavano l'essenza del Vangelo. I «deboli», infatti, erano credenti genuini nel Signor Gesù, professavano la loro fede e intendevano vivere per il Signore; ma la loro fede non era ancora abbastanza illuminata da liberarli dai loro scrupoli relativi a certi cibi e a certi giorni.

C'è per ogni cristiano una santa e doverosa, intransigenza quando si tratta di ritenere e difendere le verità fondamentali dell'evangelo. S. Giovanni, l'apostolo dell'amore, mette in guardia contro i «molti seduttori usciti per il mondo i quali non confessano, Gesù Cristo esser venuto in carne», ed esorta a «non ricevere in casa e a non salutare chi non reca la dottrina di Cristo» 2Giovanni. Ma tutto non è essenziale nelle dottrine e nelle pratiche cristiane ed abbiam bisogno d'implorar da Dio lo spirito di discernimento che ci faccia capaci di distinguere tra quel ch'è essenziale da quel ch'è secondario, onde non attribuire a cose per sè indifferenti un'importanza che non hanno e non trascurare come indifferenti le cose che hanno un valore supremo per la salvezza e per la vita cristiana.

2. Non c'è nel Nuovo Testamento uno scritto che meglio dell'Epistola ai Romani possa darci un'idea esatta di quello ch'è essenziale nel cristianesimo. Essa ci presenta Cristo il Figliuol di Dio e il Figliuol dell'uomo come la nostra sapienza mediante il suo insegnamento ed il suo esempio, come la nostra giustizia mediante la sua morte propiziatoria, come la nostra santificazione mediante la vita nuova che infonde nei credenti col suo Spirito, come la nostra redenzione finale, coronamento glorioso della salvazione. Siamo salvati per grazia, mediante la fede e non per meriti nostri. Il dovere fondamentale dei redenti è la consacrazione dell'intero essere loro a Dio per compiere la sua volontà nelle varie sfere ove son chiamati a vivere una vita di pietà, di giustizia di pace e d'amore, irradiata dalla speranza della gloria.

Di fronte a queste grandi realtà spirituali ed a queste alte direttive morali, quale importanza possono avere il mangiare o no di certi cibi o l'astenersi da certe bevande, o l'osservanza di certi giorni o il modo d'amministrare il battesimo e di celebrar la Santa Cena, o tante oltre questioni, opinioni e speculazioni che tengono tuttora separati da credenti che Cristo ha accolti e che gli appartengono nella vita e nella morte? Di fronte al sublime ideale del lodare Iddio d'un solo animo e d'una stessa bocca, le minuzie liturgiche passano in second'ordine. Ed a proposito delle divergenze in materia di ordinamenti ecclesiastici, è stato notato che l'Epistola ai Romani non parla della Chiesa e solo al cap. 16 mentova la chiesa di Cenerca, la chiesa che si raduna in casa di Aquila e Priscilla, e le chiese di Cristo che mandano i loro saluti ai fratelli romani. I cristiani formano un sol corpo in Cristo e quelli di Roma hanno fra loro diversi doni in piena attività; ma è pur sempre significativo il silenzio dell'Epistola riguardo alla Chiesa quando si pensi che, nel corso dei secoli, dovea svolgersi in Roma la, più formidabile organizzazione accentratrice, che fa della, Chiesa, anzi del suo clero sotto l'assoluta dipendenza del Pontefice il dispensatore di tutte le grazie, il regolatore di tutta la vita dei fedeli, il creatore inesausto di riti e di pratiche inceppanti le coscienze dei fedeli che devono tutto credere ciecamente e tutto praticare servilmente. Il silenzio dell'Epistola ci avverte che la farragine delle dottrine e dei comandamenti umani sono cose di secondaria importanza e vanno sottoposte al severo controllo della Parola di Dio che sola ha l'autorità di legar le coscienze.

3. La reazione contro la tirannia dell'assolutismo papale che schiaccia l'individuo, ha spinto la Riforma ad accentuare l'individualismo in modo eccessivo, e n'è nata quella molteplicità di chiese o di sette inalberanti ciascuna, accanto alle dottrine cardinali del Vangelo, una qualche particolarità secondaria o di dottrina o di liturgia o di organizzazione. «Com'è triste, scrive un anonimo francese, il vedere ai nostri giorni i veri cristiani divisi in un si gran numero di sette le quali, troppo spesso, difettano di mutua tolleranza e di amore! Com'è immensa la misericordia di Dio che, per amor di Cristo, sopporta i peccatori sebbene non si sopportino a vicenda e radunerà presso di sè nella beata immortalità coloro che non seppero vivere quaggiù nei legami dell'amor fraterno»!

4. A correggere lo sminuzzamento della cristianità evangelica, pur tenendosi lontani dall'assolutismo papale, si va delineando, ai giorni nostri ed in varie guise, un movimento verso una maggiore unione e una più efficace collaborazione tra le varie chiese. Esso ha condotto alla formazione di associazioni come l'Alleanza evangelica, universale e le Federazioni di Chiese cristiane; esso», ha portato anche alla fusione di grandi chiese presbiteriane, metodiste e battiste; ed esso mira ad affratellare sempre più quanti adorano lo stesso Padre, invocano lo stesso Salvatore e Signore e sono guidati dallo stesso Spirito secondo le Scritture. A raggiungere l'ideale di questa unità spirituale se non esterna gioverà tener presenti le direttive che stanno alla base dell'esortazione di Paolo a mutua tolleranza.

a) Conviene, anzitutto, adattarsi alla coesistenza legittima nella Chiesa di Cristo dei deboli e dei forti nella fede, di credenti che differiscono su cose secondarie. Essa è una realtà inevitabile giacchè non si può pretendere lo stesso grado di conoscenza e di esperienza cristiana nei «fanciulli pur ora nati» e negli «uomini fatti». Certo, l'ideale cui tutti devono tendere è l'arrivare «all'unità della fede e della piena conoscenza del Figliuol di Dio, allo stato d'uomini fatti, all'altezza della statura perfetta di Cristo» Efesini 4:13; ma a cotesto ideale non si giunge d'un tratto nè per imposizione d'autorità, bensì gradatamente e lentamente. Intanto il bambino, il giovanetto, il giovane hanno il loro posto legittimo nella famiglia, il pari dell'uomo maturo e del vegliardo. L'ignoranza, i pregiudizi, le vecchie abitudini non spariscono di colpo nei nuovi convertiti, e la chiesa, non ha il diritto di respingere coloro che Cristo ha accolti.

b) Convien recare, nelle relazioni coi fratelli, uno spirito di umiltà che rifugga dal criticare con asprezza chi non pensa ed agisce esattamente come noi, che si astenga dal giudicare e dal condannare chi al postutto appartiene a Cristo, che si preoccupi piuttosto della propria responsabilità di fronte al Signore e si sforzi di comprendere la mentalità dei fratelli e di riconoscerne le benemerenze.

c) Sopra tutto, non bisogna dimenticare la legge suprema dell'amore di cui Cristo ci ha dato così sublime esempio; di quell'amore che mira non a soddisfare le proprie ambizioni e vanità personali od ecclesiastiche, i propri interessi e piaceri, ma mira ad illuminare chi erra, a fortificare chi è debole, a non scandalizzare alcuno, a non distruggere l'opera di Dio nè ad ostacolarla, ma a favorirla e consolidarla colle parole e colla condotta. Per molti, il frazionamento dei credenti in base a dottrine o pratiche d'importanza secondaria è stato un intoppo che li ha tenuti lontani dal Vangelo.

d) Al di sopra di ogni ideale particolare, ecclesiastico o nazionale, convien che sia tenuto sempre presente il supremo ideale d'un popolo cristiano che d'un sol animo e d'una bocca sola glorifichi Iddio, d'un popolo di credenti realmente uno, formante il gregge dell'unico Pastore Cristo, il quale ha dato la vita per tutti ed ha pregato perchè «fossero tutti uno».

e) Conviene imitare anche l'esempio di Paolo. Mentre dà i suoi, consigli e le sue istruzioni, egli non trascura d'innalzare il suo cuore in preghiera al Datore d'ogni grazia, che solo può creare negli animi l'umiltà e l'amore necessari. «L'Iddio della pazienza e della consolazione vi dia d'aver fra voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù... L'Iddio della speranza vi riempia d'ogni allegrezza e d'ogni pace nel vostro credere» Romani 15:5,13. Nel Marzo 1928, si riuniva a Gerusalemme una conferenza intermissionaria cui presero parte 240 delegati rappresentanti più di 50 nazioni e appartenenti a quasi tutte le chiese evangeliche. La conferenza si chiuse con la celebrazione della Santa Cena in comune, sotto la presidenza di un vescovo metodista, assistito da un canonico anglicano, da un pastore presbiteriano cinese e da un pastore battista indiano. «Cercammo, in quel servizio, scrive un delegato, di dare forma visibile alla nostra unità e ci fu data l'unità che sorpassa tutte le barriere ecclesiastiche innalzate nel corso dei secoli... Non possiamo organizzare l'unità nè crearla per legge; ma mentre insieme cercavamo come estendere fra gli uomini il Regno di Dio, ci fu sopraggiunto questo maraviglioso dono di una unità che fece sparire ogni divisione di razza, di coltura, di chiesa, e ci tenne uniti dal principio alla fine».

5. «Nessun despota spirituale, nessuno che pretenda alla direzione autocratica delle coscienze, avrebbe potuto scrivere parole come queste: «Sia ciascuno pienamente congiunto nella propria mente...». «Chi sei tu che giudichi il domestico altrui»? Cotali Parole affermano non tanto il diritto, quanto il dovere, per il cristiano individuale, di riflettere con ogni riverenza, per proprio conto. Esse mantengono un vero e nobile individualismo sempre necessario per il bene stesso della chiesa. Guai alla chiesa in cui l'individuo è sommerso, in cui la chiesa tende a prendere il posto dell'individuo nella conoscenza di Dio, nell'amor di Cristo, nella potenza dello Spirito... La comunità non può esser forte che là dove le coscienze individuali sono delicate ed illuminate, dove le anime conoscono personalmente Dio in Cristo, dove ogni singola volontà è pronta, se chiamata da Dio, a sostener la verità conosciuta anche contro la società religiosa, spintavi non da un vanitoso spirito di contradizione, ma dal senso profondo di responsabilità personale verso il suo Signore, e rispettosa delle e convinizioni altrui» (Da Moule).

6. «Tutto ciò che non si fa con fede è peccato». «Fa male l'uomo che mangia contro coscienza». La coscienza è l'occhio col quale scorgiamo il bene ed il male. L'occhio può essere imperfetto e la coscienza può errare perchè non abbastanza illuminata, ma l'agire contro di essa, il resistere ai suoi avvertimenti è sempre colpevole, sia che lo facciamo per compiacere a noi stessi: ai nostri piaceri, vanità, interessi, sia che lo facciamo per compiacere agli altri o per far come loro. Un tal procedere, non solo toglie ogni pace all'anima, ma affievolisce la voce divina in noi, e, se non interviene, il pentimento, ci avvia sulla china che scende verso la perdizione. «La via, della perdizione è lastricata di coscienze calpestate». Da ciò la responsabilità di chi induce altri a mettersi sulla via pericolosa. Piuttosto cerchiamo di recar luce divina nelle coscienze ancora incerte, e ciò con amore e pazienza, giacchè nessuna costrizione otterrebbe lo scopo.

7. «Nello stato naturale, l'uomo ha un padrone: l'io. In vista di esso egli agisce o si astiene in ogni caso particolare. In vista di esso egli giudica le circostanze della vita e i rischi di morte. Ma la fede ha sostituito a quella dominazione dell'io quella di un nuovo padrone: il Cristo 2Corinzi 5:15; talchè non solo in ogni godimento o astensione particolare, ma nel lavoro della vita intera e nelle rinunzie estreme della morte, egli ha di mira, non la propria persona, ma Cristo stesso. Per lui vivere è servir Cristo e morire è l'andar con Cristo... In virtù, della sua consacrazione interiore, il cristiano è e rimane proprietà inalienabile del Signore nella vita e nella morte» (Godet). «Nell'antichità, l'individuo dovea vivere per lo Stato; ma l'orizzonte era sempre terreno. Quando il pensiero della morte si affaccia, il pagano se l'augura dolce quanto più si possa; lo stoico la sfida, ma troppo spesso si preoccupa anche allora di sè, coll'esagerata cura della propria dignità e gloria. Il cristiano consacra la sua vita al servizio del Signore e gli consacra pure la propria morte, non sempre nè di solito col martirio, ma perchè, anche nella morte, egli appartiene al Signore, perchè quegli ultimi istanti gli son dovuti come gli altri e non mutano per nulla le sue relazioni col suo Signore» (Lagrange).

8. «Il passo Romani 15:4 e l'altro classico 2Timoteo 3:16 stabiliscono in modo chiaro ed, esplicito la fede di Paolo nel valore permanente dell'Antico Testamento, fede su cui poggia l'uso che l'Apostolo ne fa. Però, mentre proclamano questo valore, vi assegnano dei limiti. Dobbiamo leggere le Scritture per la nostra educazione morale, giacché sono state scritte «per nostro ammaestramento» e sono «utili ad insegnare, a riprendere a correggere, a educare alla giustizia, affinchè l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona»; e dobbiamo leggerle pure perchè rendon salda la speranza cristiana fondata in Cristo. Paolo insegna pertanto qui due cose: il valore permanente delle grandi verità morali e spirituali dell'Antico Testamento, e la testimonianza che l'Antico Testamento rende a Cristo» (Sanday-Hd.). Esso inculca pazienza perseverante ed è fonte di consolazione e d'incoraggiamento per tutti i tempi, sia colle esortazioni, sia cogli esempi, sia colle profezie gloriose che contiene. Paolo ne parla per propria esperienza come dimostra l'uso che ne fa di continuo. E se ciò è vero dell'Antico Testamento, lo è a fortiori delle Scritture del Nuovo Testamento. Il proibire la lettura della Bibbia e l'ostacolarne la circolazione è uno dei segni più evidenti dell'apostasia della chiesa che si rende colpevole di quel peccato.

Riferimenti incrociati:

Romani 15:13

Rom 15:5; Ger 14:8; Gioe 3:16; 1Ti 1:1
Rom 14:17; Is 55:12; Giov 14:1,27; Ga 5:22; Ef 1:2; 5:18,19; 2Te 2:16,17; 1P 1:8
Rom 5:4,5; 12:12; 2Co 9:8; Eb 6:11


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