Nuova Riveduta:

Romani 5:21

affinché, come il peccato regnò mediante la morte, così pure la grazia regni mediante la giustizia a vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore.

C.E.I.:

Romani 5:21

perché come il peccato aveva regnato con la morte, così regni anche la grazia con la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.

Nuova Diodati:

Romani 5:21

affinché come il peccato ha regnato nella morte, così anche la grazia regni per la giustizia a vita eterna per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore.

Bibbia della Gioia:

Romani 5:21

Come il peccato regnava su tutti gli uomini, portandoli alla morte, ora è la grazia di Dio che regna per mezzo della giustizia di Cristo, la grazia che ci dà il diritto alla vita eterna.

La Parola è Vita
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Riveduta:

Romani 5:21

affinché, come il peccato regnò nella morte, così anche la grazia regni, mediante la giustizia, a vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore.

Diodati:

Romani 5:21

acciocchè, siccome il peccato ha regnato nella morte, così ancora la grazia regni per la giustizia, a vita eterna, per Gesù Cristo, nostro Signore.

Commentario:

Romani 5:21

affinchè come il peccato ha regnato nella morte...

S'intende: ha spiegato e mantenuto la sua infernale potenza sul mondo intero da esso sottoposto alla morte. «Il peccato regna a dir così, su di un carnaio; i sudditi del suo impero sono dei morti, morti in ogni senso: morti moralmente e spiritualmente e quindi condannati a morir fisicamente» (Sanday).

così anche la grazia regnasse, mediante la giustizia

di Cristo imputata ai peccatori, la quale cancella la condannazione e costituisce giusti i credenti,

a vita eterna.

per far capo alla vita eterna che principia quaggiù coll'unione del credente con Cristo, e raggiungerà la sua perfezione nel cielo. La grazia è la fonte della salvazione, la giustizia di fede, il mezzo, la vita eterna, il fine ultimo. Non c'è vita eterna senza che siano soddisfatte le esigenze della legge; ma non c'è per il peccatore giustizia valevole innanzi a Dio, all'infuori di quella procurata dalla grazia.

per [mediante] Gesù Cristo nostro Signore.

L'Apostolo non può terminare il suo inno sul trionfo della grazia che giustifica, senza proclamare ancora una volta il nome del secondo Adamo vittorioso dell'opera del primo. Il nome del trionfatore ha da suonare l'ultimo nell'inno del trionfo. Gesù è il dono della grazia, l'autore della giustizia e la fonte della vita.

RIFLESSIONI

1. Paolo non parla solo teoricamente della giustificazione per fede e delle sue felici conseguenze. Quando dice; Siamo stati giustificati.; abbiamo ricevuta la riconciliazione; abbiamo pace con Dio; abbiamo avuto introduzione nello stato di grazia; ci gloriamo della speranza della gloria; ci gloriamo nelle afflizioni; ci gloriamo in Dio stesso, - egli parla di esperienze fatte e adoperando il plurale, lascia intendere che tali esperienze sono il patrimonio comune di tutti i credenti in Cristo. A ciascuno di esaminare fino a qual punto sono sue.

2. Il parallelo tra il primo ed il secondo Adamo col quale Paolo chiude la parte dell'Epistola relativa alla giustificazione dei colpevoli, ci pone in presenza di due grandi leggi stabilite per l'uomo: la, legge morale colle relative sanzioni e la legge di solidarietà che unisce i discendenti al loro primo padre, i rappresentati al loro capo e rappresentante; per modo che gli atti del capostipite sono in certa guisa gli atti dei discendenti, le sanzioni penali in cui incorre il padre, si estendono alla sua progenie, i meriti del capo si estendono a quelli che gli sono uniti.

Adamo ha peccato, è caduto, ha disubbidito; in lui «hanno peccato» tutti i suoi discendenti uniti a lui dai legami del sangue, tutti «sono stati costituiti peccatori». Adamo ha meritato, la morte, è incorso nella «condanna» divina, e tutti i suoi discendenti sono morti come lui, «la morte è passata su tutti», «ha regnato su tutti», «la condanna si è estesa a tutti gli uomini».

Il secondo Adamo che è dono della grazia dì Dio, si è reso solidale cogli uomini assumendo la loro natura; Dio lo ha dato qual secondo Adamo per salvar l'umanità perduta; ma l'efficacia dell'opera sua riparatrice è fatta dipendere dall'atto individuale che crea una solidarietà spirituale con lui, e quest'atto è la fede del cuore che si abbandona a lui e lo abbraccia come Salvatore. In virtù di questa solidarietà, l'opera salutare compiuta dal secondo Adamo è imputata ai credenti come se fosse opera loro. L'ubbidienza di Cristo, la sua giustizia è ubbidienza e giustizia dei suoi; la sua morte qual propiziazione per i peccati, è morte loro: uno morì, tutti morirono. Talchè la condanna che pesava su loro è tolta ed essi sono dichiarati giusti di fronte alla legge; sono «costituiti giusti» e Dio può esser ad un tempo «giusto e giustificante colui ch'è unito a Gesù».

Non si tratta di una finzione legale. La legge di Dio, la sua giustizia, il peccato dell'uomo, la condanna meritata sono tremende realtà; ma sia ringraziato Iddio, la sua grazia è anch'essa una grande, superiore realtà; l'opera di Cristo anch'essa è una realtà che ebbe il suo lato tragico sulla croce; e l'atto della giustificazione del colpevole, in virtù del sangue del Cristo nel quale ha creduto, è anch'essa una realtà garantita dalla promessa divina e attestata al cuore dallo Spirito di Dio che lo inonda della gioia dell'avvenuta riconciliazione e della sicura speranza della finale salvezza. La giustificazione che ristabilisce la relazione normale con Dio qual Padre, chiude il passato del credente e inaugura lo stato di grazia. Paolo ne parla perciò come di un atto passato che ha segnato l'inizio della vita cristiana.

Secondo il Concilio di Trento «la giustificazione non è soltanto la remissione dei peccati, ma ancora, la santificazione e il rinnovamento dell'uomo intorno mediante la volontaria accettazione della grazia e dei doni». Ma se l'esser giustificati includesse l'esser resi moralmente giusti e santi, chi potrebbe mai dire: «Essendo stati resi moralmente giusti abbiam pace con Dio»? La giustizia infusa nel credente e che lo renderebbe moralmente giusto e santo, nell'atto del suo battesimo, è ella cosa che risponda alla realtà dell'esperienza religiosa? L'uomo vecchio è egli proprio morto nel battezzato? Certo, la fede che unisce il credente al Salvatore (non la semplice «adesione al cristianesimo»), segna il principio in lui di una vita nuova di cui l'apostolo parlerà nei capitoli seguenti, accennando all'opera progressiva dello Spirito della vita. Ma nei capitoli studiati finora è questione del come l'uomo colpevole, condannato, possa essere assolto e ricevuto in grazia. È questo un atto che può essere od è compiuto una volta per sempre, mentre il rinnovamento morale dell'uomo non avviene in un attimo, in modo quasi magico, nè si compie per, mezzo di un rito esterno qual'è il battesimo.

Se giustificazione e santificazione fossero una sola cosa, perchè mai l'Apostolo contrapporrebbe egli, in tanti passi, la giustificazione alla condannazione? Perchè sarebbe la giustificazione così strettamente connessa col sacrificio di Cristo? Perchè, nei passi ove sono indicate nel loro ordine cronologico le varie fasi della salvazione, dice egli che Cristo ci è stato fatto da Dio «sapienza, giustizia, santificazione e redenzione»? 1Corinzi 1:30. Il pericolo della dottrina cattolica sta non soltanto nel privare il credente che sente le sue imperfezioni, della certezza e della gioia del perdono divino, ma più ancora nell'insinuare, accanto alla grazia e ai meriti di Cristo, una parte di merito umano. Ed un tal pericolo non è illusorio, come dimostrano le credenze popolari circa il modo di esser salvati. Si parla comunemente di «salvarsi» di «far la propria salute» di «espiare, i propri peccati», di «espiare i peccati degli altri», di «lucrare il perdono», di «meriti» che si acquistano anche in sovrabbondanza, di «indulgenze» che assicurano il perdono divino, ecc. Cose tutte che sono la negazione dell'insegnamento apostolico.

3. Per un'anima d'uomo, quali tesori sono mai questi: la pace con Dio, l'esultanza nella gloria di Dio, il gloriarsi perfino nelle afflizioni, il gloriarsi in Dio! È misero chi è ricco di oro, di onori, di scienza, di gioie terrene, e non possiede questi beni. Che cosa impedisce ai più il godimento di ciò che Dio dà gratuitamente a chi crede in Cristo? - L'orgoglio.

4. Il mondo considera i dolori della vita presente come una fatalità e li subisce con sordo mormorio o con fiero stoicismo. Altri considera come sufficiente espiazione dei propri peccati. Non così il cristiano ammaestrato dal Vangelo. Le afflizioni sono dolorose anche per lui Ebrei 12:11; ma egli sa, per le dichiarazioni della Scrittura, e per la propria esperienza, il fine benefico cui sono dirette da un Dio d'amore (cfr. Ebrei 12) perciò le può accettare con sottomissione come una disciplina paterna, trionfando per la sua fede di quello che in esse ripugna alla carne. È il caso per ognuno di ricercare come ha considerato o considera le sue personali afflizioni e qual frutto hanno portato.

5. La speranza del cristiano non poggia sulle nuvole; bensì sopra dei fatti: sopra l'amor di Dio che ha dato il suo Figlio, sopra l'amor di Cristo che ha dato sè stesso alla morte, sopra l'interna esperienza che lo Spirito ci dà di fare, quando inonda il cuore nostro dell'amore di cui Dio ci ha amati.

6. Paolo guarda a Cristo come a colui che visse quaggiù una vita di perfetta ubbidienza, che morì sulla croce per noi; guarda altresì al Cristo risorto, intercedente nel cielo ed operante a favor dei suoi. Un Cristo morto per non rivivere più non sarebbe un Salvatore.

7. Vi è in questa pagina dell'Epistola ai Romani più verità e filosofia profonda circa il peccato che non in tutte le speculazioni della sapienza umana.

Per la sua natura esso riceve diversi nomi che lo dipingono sotto vari aspetti. Considerato come atto della volontà in opposizione a quella di Dio rivelata all'uomo, è chiamato «disubbidienza», «trasgressione» e mette il ribelle in istato di guerra con Dio. Considerato come negazione dell'omaggio dovuto dalla creatura al suo Creatore, è caratterizzato come «empietà» Romani 5:6, (cfr. Romani 1:18; 3:18). Rispetto all'alta meta assegnata da Dio all'uomo ed alla quale ha fallito, è un «fallire il segno» ( αμαρτια, tradotto di solito peccato); rispetto allo stato d'innocenza, è «fallo» o caduta; e di fronte all'ideale di una creatura moralmente sana, che consacra volonterosamente le sue svariate energie, al servizio del suo Dio, il peccato è «debolezza», anemia.

Riguardo all'origine della sua dominazione sull'umanità, essa deve ricercarsi nella volontaria trasgressione di un esplicito ordine divino per parte del primo uomo, allorquando la specie era tutta racchiusa in colui che fu ad un tempo suo padre e suo rappresentante. In Adamo, cadde e peccò l'umanità che viene qui considerata, non come aggregazione d'individui senza legame tra di loro, ma come una famiglia, un tutto organico le cui parti sono tra loro legate da una profonda solidarietà. Il peccato non è dunque, come insegnano i panteisti, una necessaria imperfezione o limitazione della natura umana, nè sono gl'individui indipendenti dal capo della specie da cui eredano la mala inclinazione e la morte. L'antica idea pelagiana che i bambini nascono nello, stato in cui si trovava Adamo nell'Eden, è oggi battuta in breccia dagli studi accurati sulla legge dell'eredità. Solo, l'esagerazione di quest'ultima tende ad offuscare quell'altro lato, della verità, ch'è la responsabilità individuale. L'Evangelo riconosce questa come riconosce la responsabilità collettiva. Parla di falli individuali Romani 5:16 come parla del fallo di tutti in Adamo; e di fronte alla grazia offerta, fa pesare sull'individuo la responsabilità dell'accettazione o del rifiuto che decide della eterna sorte di ognuno. Se la libertà individuale è materia d'esperienza lo è del pari la solidarietà umana tanto nel male come nel bene. Non serve ribellarsi contro a questa legge. Piuttosto dobbiamo benedire la grazia di Dio che in Cristo, ha dato all'umanità un nuovo capo, per la cui opera sono salvati tutti coloro che con lui vogliono essere uniti per fede. La stessa legge di solidarietà che ci ha costituiti peccatori in Adamo, se credenti, ci costituisce giusti in Cristo.

8. La legge della solidarietà, se da un lato attenua la responsabilità dei singoli individui, dall'altro l'accresce. Il padre è responsabile per sè, ma lo è pure in misura notevole, per la salute fisica e morale dei propri figli. Ogni membro di chiesa può essere un onore o un disonore, una benedizione o una maledizione per i suoi fratelli; e così dicasi del cittadino rispetto al suo popolo.

9. La legge non giustifica e non rigenera l'uomo; gli rivela tutta la virulenza del peccato ch'è in esso, come lo specchio rivela le macchie. Quel che la legge di Dio non potè fare non lo può l'istruzione, nè un insegnamento morale per quanto elevato. Più è chiara, davanti alla coscienza la visione del dovere umano e più si allarga la visione del peccato umano e della sua potenza. Ben altra leva è necessaria a dar vita nuova all'individuo ed alla società.

10. La sovrabbondanza della grazia deve persuadere i più indegni fra i peccatori a gettarsi con fiducia nelle braccia del Padre che accoglie anche il figliuol prodigo.

11. Paolo celebra il trionfo della grazia recata dal secondo Adamo. Il suo inno è sostanzialmente quello di tutti i redenti sulla terra Apocalisse 1:5-6 e nel cielo Apocalisse 5:9-10. Sia d'esso il nostro quaggiù, per esserlo appieno lassù.

Riferimenti incrociati:

Romani 5:21

Rom 5:14; 6:12,14,16
Giov 1:16,17; Tit 2:11; Eb 4:16; 1P 5:10
Rom 5:17; 4:13; 8:10; 2P 1:1
Rom 6:23; Giov 10:28; 1G 2:25; 5:11-13

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