Nuova Riveduta:

Filippesi 2:5-11

5 Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, 7 ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; 8 trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. 9 Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, 10 affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, 11 e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.

C.E.I.:

Filippesi 2:5-11

5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
6 il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
7 ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
8 umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
9 Per questo Dio l'ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
10 perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
11 e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

Nuova Diodati:

Filippesi 2:5-11

5 Abbiate in voi lo stesso sentimento che già è stato in Cristo Gesù, 6 il quale, essendo in forma di Dio, non considerò qualcosa a cui aggrapparsi tenacemente l'essere uguale a Dio, 7 ma svuotò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini; 8 e, trovato nell'esteriore simile ad un uomo, abbassò se stesso, divenendo ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce. 9 Perciò anche Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni nome, 10 affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio delle creature (o cose) celesti, terrestri e sotterranee, 11 e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.

Bibbia della Gioia:

Filippesi 2:5-11

5 Il vostro comportamento deve essere quello che ci ha insegnato Gesù Cristo 6 che, benché fosse Dio, non si fece forte dei suoi diritti divini, 7 ma mise da parte la sua straordinaria potenza e la sua gloria, assumendo l'aspetto di un servo e diventando simile agli uomini, tanto da sembrare tale e quale a loro. 8 Egli si abbassò talmente, da ubbidire fino al punto di morire sulla croce come un criminale.
9 Per questo Dio lo ha innalzato fino al cielo e gli ha dato un nome che è al di sopra di tutti gli altri, 10 perché nel nome di Gesù ognuno, sia in cielo sia sulla terra che sotto la terra, pieghi le ginocchia, 11 ed ogni lingua dichiari che Gesù Cristo è il Signore, per la gloria di Dio Padre.

La Parola è Vita
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Riveduta:

Filippesi 2:5-11

5 Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù; 6 il quale, essendo in forma di Dio non riputò rapina l'essere uguale a Dio, 7 ma annichilì se stesso, prendendo forma di servo e divenendo simile agli uomini; 8 ed essendo trovato nell'esteriore come un uomo, abbassò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte della croce. 9 Ed è perciò che Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al disopra d'ogni nome, 10 affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto la terra, 11 e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.

Diodati:

Filippesi 2:5-11

5 Perciocchè conviene che in voi sia il medesimo sentimento, il quale ancora è stato in Cristo Gesù. 6 Il quale, essendo in forma di Dio, non reputò rapina l'essere uguale a Dio. 7 E pure annichilò sè stesso, presa forma di servo, fatto alla somiglianza degli uomini; 8 e trovato nell'esteriore simile ad un uomo, abbassò sè stesso, essendosi fatto ubbidiente infino alla morte, e la morte della croce. 9 Per la qual cosa ancora Iddio lo ha sovranamente innalzato, e gli ha donato un nome, che è sopra ogni nome; 10 acciocchè nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio delle creature celesti, e terrestri, e sotterranee; 11 e che ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.

Commentario:

Filippesi 2:5-11

5 c) L'esempio di Gesù Cristo: Filippesi 2:5-11.

L'esempio di Gesù che Paolo propone in modo così grafico alla imitazione dei suoi lettori, eccolo qui riassunto. Gesù, che si trovava in un modo d'essere divino, e che avrebbe quindi potuto apparir quaggiù circonfuso d'una gloria simile a quella di Dio, non reputò buono il ritenere con avidità cotesta gloria; e s'è invece spogliato di cotesto suo divino modo d'essere, di cotesta sua condizione divina; ha preso la condizione d'un servo, è venuto quaggiù come un semplice uomo, ed ha vissuto all'umana; e come uomo, s'è abbassato ancora di più, perchè ha spinto la sua dipendenza volontaria fino a morire, ed a morir sopra una croce. Ed è appunto per questo che, quanto più profondamente egli s'era abbassato, Iddio tanto più l'ha sovranamente innalzato; lo ha coronato della corona gloriosa della signoria messianica, gli ha dato il nome ch'è superiore ad ogni altro nome, affinchè nel nome di Gesù si genufletta ogni creatura fra i glorificati, sulla terra, nel soggiorno dei morti; ed ogni lingua renda omaggio a lui come al Signore, a gloria di Dio Padre.

Abbiate in voi lo steso sentimento che Gesù Cristo ha avuto.

Qualcuno traduce: «Abbiate fra voi...» È un errore: l'apostolo dice: in voi, nei più intimi recessi del pensiero e del sentimento.

6 Lui, che, essendo in forma di Dio, non ritenne con avidità il suo esser uguale a Dio ma annichilò se stesso, prendendo forma di servo e divenendo simile agli uomini.

«Lui che, esistendo in forma di Dio... εν μορφη θεου, in forma di Dio». Forma, diciam noi, in mancanza di meglio; ma la μορφη non designa la forma qualunque che un essere può assumere; designa la forma organica, nella quale l'essenza, la vita intima di cotest'essere si manifesta al di fuori. Non così invece lo σχημα della frase: «prendendo la forma ( σχημα) d'un servo», ch'è più sotto, e che esprime la parvenza esterna d'un essere; parvenza, che è il risultato di circostanze più o meno accidentali. La μορφη, insomma, si connette intimamente ed organicamente con la essenza, con la natura permanente della cosa a cui ella serve d'involucro o di estrinsecazione; lo σχημα, invece, non è che la configurazione esterna, transitoria della cosa, senz'alcuna relazione con l'essenza, con la natura permanente della cosa stessa. E la distinzione la facciamo anche noi quando parliamo, per esempio, di «morfologia», e non intendiamo parlare soltanto di «forme», ma di «forme organiche» e delle loro leggi; di «metamorfosi», e non intendiamo parlar soltanto di cambiamenti di «forma», ma dei cambiamenti di farina e di struttura, che alcuni animali ed alcune piante fanno, sviluppandosi. Mentre, per converso, quando parliamo dello «schema» d'un sermone, d'un discorso qualunque, d'una lezione, noi intendiam parlare del disegno, dell'ossatura, della forma esterna della cosa, senz'alcuna relazione con la sostanza della cosa stessa. «Esistendo in forma di Dio», dico, invece di «essendo in forma di Dio; l'esistendo rende meglio dell'essendo lo ὑπαρχων del testo.

Non ritenne con avidità il suo essere eguale a Dio; così io rendo col Revel la frase del testo. La qual frase è molto variamente tradotta, secondo che lo ἁρπαγμον della frase ἁρπαγμον ἡγησατο è presa in senso attivo o in senso passivo. Se preso in senso attivo, si ha l'idea di «un atto di rapina», di un «afferrare», e quindi il «non riputò rapina l'essere uguale a Dio» del Diodati, e il «non credette che fosse una rapina quel suo essere uguale a Dio» del Martini. Se preso in senso passivo, si ha l'idea di un «premio, di un qualcosa da essere afferrato, ritenuto con ansia, con avidità, e quindi la traduzione di quasi tutti i moderni (Reuss, Stapfer, Revis. franc., Revised Vers, Weymouth, Crampon). E quest'ultimo modo di tradurre è evidentemente più d'ogni altro in armonia col pensiero generale dell'apostolo. «Questo suo esser uguale a Dio, Gesù non lo ritenne con avidità, quantunque si trattasse di cosa legittimamente sua, ma vi rinunziò spontaneamente. Ed è quest'atto d'abnegazione, la cui descrizione l'apostolo continuerà a darci adesso, che è proposta come ideale all'abnegazione dei fratelli di Filippi.

Il suo essere uguale a Dio equivale esattamente all'essere in forma di Dio. Sono due espressioni che scolpiscono la divinità di Cristo.

7 Ma annichilò se steso;

letteralm. «vuotò se stesso». E qui, dice egregiamente il Vincent: «Questa frase non è intesa qui a definire in un senso metafisico le limitazioni del Cristo nella sua condizione incarnata; ella non è altro che una espressione grafica e forte del suo atto di rinunciamento. Ella include tutti i dettagli della umiliazione che seguono, ed è da cotesti dettagli definita. Le definizioni ulteriori appartengono alla teologia speculativa». Cercare sotto il velame di questo «vuotò se stesso» delle precise affermazioni relative ai limiti della umanità di Cristo, è un voler cercare l'introvabile. Lo εκενωσεν del passo non ad altro mira che a questo: ad esprimere scultoriamente l'ineffabile atto di abnegazione di Gesù, e ad accentuare il contrasto fra la gloria da lui posseduta anteriormente alla incarnazione, e la sua umiliazione posteriore. Il commentario più eloquente di questo passo è in 2Corinzi 8:9: «Voi conoscete la grazia del Signor Gesù Cristo il quale, essendo ricco, s'è fatto povero, affinchè per la sua povertà voi siate arricchiti,». E in armonia col passo nostro sono parecchie parole del Vangelo gioannico, come questa, per esempio: «Padre, glorificami della gloria ch'io ho avuta presso di te, prima che il mondo fosse» Giovanni 17:5. Tutto questo è nel passo, ma nulla di più.

Prendendo forma di servo e divenendo simile agli uomini.

Anche qui: « μορφη di servo»: non soltanto l'apparenza esterna d'un servo; ma «entrando nella condizione d'un servo vero e proprio». E questo δουλος non vuol dire che Gesù diventasse «uno schiavo». Il «servo» accentua qui l'idea del servizio, della sottomissione, della subordinazione di Gesù a Dio, in contrasto con l'idea della sua uguaglianza con Lui. Il contrasto è dunque fra Gesù «vero Dio» ed «uguale a Dio» e Gesù «vero servo di Dio» «subordinato a Dio».

E divenendo simile agli uomini.

L'apostolo dice «simile agli uomini», e chi dice «somiglianza» non vuol significare «identità completa». La manifestazione di Gesù, in terra fu tale, ch'egli apparve «simile agli umani». E codesta sua «somiglianza» non fu fittizia, fantasmagorica; fu vera, reale; ma cotesta somiglianza, che agli occhi dei mortali diceva eloquentemente quel ch'egli era per gli uomini, non esprimeva tutto Gesù; esprimeva solo quel tanto che di Gesù appariva agli umani; e dietro il velame di cotesta parvenza umana, stavan tutti i non investigabili tesori di quella μορφη divina, di cui l'apostolo ci ha parlato poc'anzi.

Divenendo simile agli uomini. Il testo ha: γενομενος che sta a contrasto con lo ὑπαρχων. Lo ὑπαρχων è l'essere (essendo, esistendo in forma di Dio Filippesi 2:6); il γενομενος è il diventare: (essendo diventato, essendo stato fatto simile agli uomini).

8 Ed essendo apparso come un semplice uomo, abbassò se stesso, facendosi ubbidiente sino alla morte, ed alla morte della croce.

Letteralm. «Ed essendo trovato, quant'è alla sua forma esteriore, siccome un uomo...» Quindi, il Diodati: «E trovato nell'esteriore simile ad un uomo»; e il Martini: «E per condizione riconosciuto uomo..:.» Il greco ha: «Ed essendo trovato, quant'è allo σχημα come un uomo...» Se riandiamo a quel che abbiam detto più sopra relativamente alla, differenza che passa tra μορφη e σχημα, il senso è chiaro: «E trovato (dagli uomini), vale a dire; e riconosciuto dagli uomini, o: apparso agli occhi degli uomini come uno di loro, come un uomo..., abbassò se steso; umiliò se stesso. In qual modo? «Facendosi ubbidiente sino alla morte, ed alla morte della croce». La differenza che passa fra la κενωσις di Filippesi 2:7 e la ταπεινωσις del nostro passo, è questa: «Lui, che era Dio, vuotò se stesso diventando uomo; e diventato uomo umiliò se stesso, facendosi ubbidiente ecc.

Il sino alla morte ( μεχρι) va inteso com'esprimendo il grado e non il tempo. Ubbidiente, cioè, non fino al momento alla morte; ma ubbidiente sempre, e fino a costo della vita».

Ed alla morte della croce.

Il greco ha una grandissima espressione ed efficacia. «Ubbidiente fino alla morte... ed alla più ignominiosa delle morti: la morte della croce!».

9 Per questo, Dio pure lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome ch'è al di sopra, d'ogni nome.

Per questo (διο ): perciò... Questo che l'apostolo dice della, sovrana esaltazione di Gesù, sta dunque con quel che precede e che descrive la, umiliazione di lui, in relazione di effetto a causa. L'umiliazione, la causa; l'esaltazione, l'effetto. L'umiliazione, l'atto; l'esaltazione, il premio, la corona dell'atto. «Chi s'abbassa, sarà innalzato» avea detto Gesù ai suoi; e lui che s'è abbassato ineffabilmente, Iddio ha dal canto suo ineffabilmente innalzato. Dico dal canto suo perchè tale è veramente il senso del διο del testo: Per questo, Dio pure lo ha innalzato... o: «anche Dio...» o: «Dio, dal canto suo...» ecc. Lo ὑπερυψωσεν che si traduce per «sovranamente innalzato» non si trova che qui in tutto il N. T. Letteralm. vuol dire: «lo ha innalzato in modo superlativo (ὑπερ ). E come Dio lo abbia innalzato, è spiegato da quel che segue: E gli ha dato il nome che è al di sopra d'ogni nome. Il Vincent nota qui che forse non e estranea al passo l'allusione al modo di dare dei nuovi nomi alle persone, nelle crisi più importanti della loro vita (Cfr. Genesi 17:5; 32:23; Apocalisse 2:17; 3:12). Di che nome si tratta qui? Notisi la lezione che seguiamo, perchè è la più attendibile: «E gli ha dato il nome» e non «un nome...» «Il nome» dunque per eccellenza; e questo nome è: GESÙ CRISTO; la combinazione del nome umano col nome messianico. Gesù (Salvazione di Jahveh) è il nome umano del Signore: il nome che sintetizza il programma della sua vita terrena: «ricondurre l'umanità salvata nelle braccia di Jahveh». Cristo, «l'Unto», «l'Unto per eccellenza», «l'Unto da Dio», è il suo nome messianico. Quello che Gesù ricevette come premio della sua umiliazione, fu qualcosa ch'egli non aveva prima della sua incarnazione, e che non avrebbe potuto arrivare ad avere senza la incarnazione. Come premio, non ricevette l'uguaglianza con Dio; cotesta uguaglianza egli la possedeva di già prima della incarnazione Filippesi 1:6. Come premio, ricevette quella divinità messianica, ch'egli non potea conseguire che per il tramite della incarnazione e della umiliazione. Il nome che quindi Iddio gli dona come premio della umiliazione che ha subita, non è Signore, come vogliono il Lipsius ed il Weiss: cotesto nome egli l'avea di diritto e di fatto anche prima; non è Gesù, come vogliono lo Ellicott e lo Eadie; cotesto nome è il nonne umano di lui, e nient'altro; ma è Gesù Cristo; il nome che ricorda la missione terrena del Salvatore e che lui corona di quella dignità messianica, alla quale è assorto per la via dell'abnegazione e dell'ubbidienza, fino al sacrificio.

10 Affinchè nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto la terra.

È lo scopo di cotesta sovrana esaltazione.

Nel nome di Gesù;

vale a dire: rendendo omaggio a Gesù; pienamente riconoscendo la maestà, la legittima autorità di colui, dinanzi al quale il ginocchio è piegato. Gli επουρανιοι sono gli «esseri celesti»; quindi, gli angeli, gli arcangeli, tutte le intelligenze celesti, insomma Efesini 1:21; 3:10; Ebrei 1:4-6; 1Pietro 3:23; gli επιγειοι sono gli «esseri terrestri» 1Corinzi 15:40; i καταχθονιοι sono «quelli che stanno sotterra». E chi son dessi? I morti in genere (Alford, Ellicott)? Gli abitanti dello Hades (Teodoreto, Grozio, Mever, De Wette)? I demoni (Crisostomo, Teofitatto, ed altri)? Io intendo i dipartiti, gli abitanti nelle misteriose regioni degli spiriti, senza distinzione di carattere; gli abitanti dello Hades, direi; se a questa parola rivolesse qui dare quel senso generico di abitazione degli spiriti buoni o cattivi, che è senso scritturale: se si volesse insomma considerar lo Hades come una personificazione degli effetti della morte, nel modo che fecero Paolo, in 1Corinzi 15:55, e Giovanni, in Apocalisse 20:13-14. E qui sta bene una idea dello Eadie. «L'apostolo sembra voler qui designare ogni ordine di esseri nell'universo; vale a dire, ogni forma di esistenza nazionale, che è nell'universo. Quel che l'apostolo accentua qui, è la idea della universalità - il nome sopra ogni altro nome - ogni ginocchio si pieghi - ogni lingua confessi Isaia 45:23. Il nome ch'è sopra ogni altro nome, domanda una sottomissione universale. Niun ambito se ne può esimere; niun ordine di creatore sta oltre i limiti della sua giurisdizione. Tutti hanno da piegare, il ginocchio: gli angeli e gli spiriti umani felici; tutti quelli che hanno vissuto o che vivranno sulla terra; le anime che nella loro condizione finale si troveranno impenitenti, e Satana stesso».

11 Ed ogni lingua confessi, alla gloria di Dio Padre, che Gesù Cristo è il Signore.

Confessi che colui il quale «vuotò se stesso» facendosi uomo, e che fatto uomo si umiliò fino alla morte ed alla morte ignominiosa della croce, è stato coronato della corona gloriosa della dignità messianica ed è adesso il Signor dei Signori, il Signore di una universal Signoria. L'inciso alla gloria di Dio padre va riferito alla «confessione» e, non al fatto che «Gesù Cristo è il Signore». Dice il Crisostomo: «Dovunque il Figlio è glorificato, anche il Padre è glorificato; dovunque il Figlio è disonorato, anche il Padre è disonorato» Luca 10:16; Giovanni 2:23. E qui mi piace concludere lo studio analitico di questo passo classico, con una giustissima osservazione del Vincent: «Buona parte della difficoltà che presenta questo passo, dipende dall'immaginarsi che molti fanno questo che Paolo abbia qui avuto per iscopo di formulare una dottrina circa la natura del modo di esistere di Cristo prima e durante la incarnazione. Or questo urta col tono piano e familiare della lettera e col carattere evidentemente pratico del passo intero, che ha per oggetto principale di inculcare il dovere dell'umiltà. Come suprema illustrazione di codesta virtù, l'apostolo cita l'esempio di Gesù Cristo, che volontariamente rinunciò alla sua, maestà preincarnata e s'identificò con le condizioni della umanità. I vari punti della illustrazione son fatti passar dinanzi agli occhi del lettore, in rapida successione; son semplicemente affermati, e non elaborati; e tutti quanti son fatti convergere verso il centro comune della esortazione: «Ognuno abbia riguardo non al suo proprio interesse, ma anche all'interesse d'altrui». «Paolo, sicuro, si eleva qui al di sopra del livello ordinario del piano stile epistolare, ma l'impulso che lo fa assorgere così in alto, non è filosofico; è piuttosto l'impulso della emozione, è impulso affettivo».

Riflessioni

1. «Ciascun di voi, in tutta umiltà, consideri gli altri come superiori a se stesso» Filippesi 2:3. La parola dell'originale che traduciamo per «umiltà», ταπεινοφροσυνη è una creazione dell'evangelo. Non la si trova prima del cristianesimo. Il greco classico ha ταπεινος «tapino, di squallida condizione»; tutt'al più, la si trova nel senso di «modestia». Qui, il termine nostro implica una virtù che si fonda sul giusto apprezzamento che l'io in cui è viva la coscienza del peccato, fa di se stesso nelle sue relazioni con Dio e col prossimo. Questo spirito di umiltà che l'apostolo contrappone allo spirito della «rivalità» e della «vanagloria», è quello che ci deve animare in tutte le nostre relazioni coi fratelli e col prossimo. Il programma di chi è animato dallo spirito di rivalità e di vanagloria si riassume tutto in questa formula: «il primo di tutti, o nulla!» Il sentimento di chi ha il cuore pieno di «umiltà» cristiana dice invece con l'apostolo: «Io son da meno del minimo fra i santi» Efesini 3:8. (Eadie).

2. «Non il nostro proprio interesse, ma anche l'altrui» Filippesi 2:4. Non che abbiamo a negligere il nostro proprio interesse. Ve ne sono di quelli che trascurano il proprio interesse per occuparsi unicamente dell'interesse altrui. Cotesta è la esagerazione virtù cristiana che qui l'apostolo inculca. E una delle tante forme morbose di sentire, che screditano il cristianesimo. È vero che l'amor cristiano «non cerca le cose sue proprie» 1Corinzi 13:5; ma ha un qualcosa «in proprio» che ha il dovere di curare e conservare; e niuno è più atto a prendere a cuore l'interesse altrui, di colui che ha cristianamente imparato a prendere a cuore l'interesse proprio. Va da sè che quando l'apostolo parla d'«interesse altrui» non vuol parlare dell'immischiarsi nei fatti altrui, delizia di quei ficcanasi che son la peste delle nostre chiese. Qui si tratta della calda, vivente simpatia, della santa sollecitudine per il vero bene spirituale degli altri. E qui mi piace citare una buona e savia riflessione del Martini: «L'amore di se stesso, del proprio comodo, del proprio onore, unito al disprezzo di altrui, è la sorgente delle divisioni e delle discordie. Per questo l'apostolo vuole che nissuno preferisca, il suo privato vantaggio alla comune utilità ed alla salute di tutti».

3. Ed eccoci al passo classico, che ha dato e dà tanto da fare agli interpreti. La nostra esegesi mena dritto dritto alle conclusioni del Reuss, ch'io fo mie, e trascrivo qui tali e quali «La teologia della Chiesa s'è impossessata di questo passo per basarvi su il dogma del duplice stato (status duplex) di Cristo, lo stato d'inanizione e lo stato di esaltazione (status exinanitionis et exaltationis), com'ella li chiama; ma gli esegeti, calvinisti e luterani non hanno potuto intendersi sulla vera portata dei diversi elementi del testo; per non parlare delle numerose interpretazioni date dai commentatori antichi e moderni, i quali, divisi per quel che concerne la sostanza del dogma, hanno cercato di appoggiare le loro opinioni particolari sul valore vero o immaginario di questo o di quest'altro termine. Ma quando si esamini il passo senza preoccupazione dogmatica, e soprattutto senza pretendere di estorcere dall'apostolo delle risposte a delle domande sottili e scolastiche di cui il suo secolo non aveva la menoma idea, sarà facile toccar con nano che il senso del brano è semplicissimo e perfettamente adatto alle circostanze. Quel che Paolo domanda ai filippesi è che non prendano esclusivamente in considerazione i loro propri interessi; che non pensino a far di preferenza valere i loro diritti personali, ma che subordinino e gli uni e gli altri agli interessi ed ai bisogni dei loro fratelli. Egli non contesta neppur per sogno ne la legittimità di codesti diritti personali, nè la realtà del merito o del valore di qualsiasi membro della Chiesa; ma afferma che, dal punto di vista cristiano, non è su cotesta base che si debbono costituire le relazioni sociali; che non è da cotesto punto di vista che si deve misurare il dovere. Ognuno, al contrario, deve agire come se l'altro gli fosse superiore, quello che merita di più, che è più degno di maggiore interesse. Ed è precisamente così che ha fatto anche il Cristo; e non l'ha fatto soltanto come un uomo lo farebbe di fronte ad altri uomini, come un uomo che si trova con gli altri uomini in relazioni di naturale uguaglianza; l'ha fatto, quantunque e per natura, e per origine, e per condizione, egli si trovasse a una immensa distanza dai mortali e immensamente a loro superiore. Tuttociò non gli ha impedito di consacrarsi al loro servizio, di rinunciare volontariamente a tutte le sue prerogative (prerogative che niuno poteva contestargli, mentre quelle degli uomini sono talvolta di molto contestabili); di spingersi nella pratica di cotest'abnegazione fino al limite estremo non soltanto di quel che si può domandare, ma fino al limite estremo di quel ch'è materialmente possibile; vale a dire, fino alla morte, e fino alla morte più orribile e più ignominiosa che si possa immaginare... Ecco tutto quello che Paolo dice. Il testo non ha che codesto. Egli non dice nulla nè del problema metafisico dell'unione delle due nature, nè della questione della consustanzialità, nè dell'altra: se il figliuol di Dio, facendosi uomo, abbia soltanto nascosto i suoi attributi divini, o v'abbia momentaneamente rinunziato. Tutti cotesti problemi, e tanti altri analoghi, sono stati lungamente discussi e variamente risoluti nelle scuole cristiane di tutte le età e di tutti i partiti. Son dei problemi che hanno tutti la loro ragion d'essere, da che la premessa è posta; e noi non disconosciamo che l'una soluzione possa esser più logica dell'altra; ma quel che affermiamo si è, che Paolo a cotesti problemi non ha pensato, e che ad ogni modo egli non li ha qui risoluti». E basti questo per la fisonomia e per la portata generale del passo. E se Paolo non pensa a cotesti problemi, nè ad ogni modo dà loro soluzione di sorta, tratterebbe davvero troppo superficialmente il passo, chi negligesse di tesoreggiare tutte le importanti affermazioni cristiane, ch'esso contiene. E coteste affermazioni sono cinque.

La prima concerne la preesistenza di Cristo. Delle affermazioni come questa del Filippesi 2:6 e come quelle di 1Corinzi 1:24; 8:6; 11:3; 10:3-4; 2Corinzi 8:9, dimostrano chiaramente che Paolo concepiva la preesistenza del Figliuol di Dio, come una preesistenza reale, e non semplicemente ideale. Per Paolo, Gesù, prima della incarnazione, non esisteva soltanto nella mente di Dio, come i giudei pensavano che avvenisse di tutte le persone e le cose di qualche importanza; non esisteva soltanto in cielo a mo' di un ideale a cui non corrispondesse in terra che una realtà imperfetta, come i greci immaginavano; ma esisteva come personalità morale capace di consciamente concepire un piano, un disegno, un proposito.

La seconda concerne la divinità di Gesù. L'esegesi che abbiam fatto della espressione «forma di Dio» esige che consideriamo il passo come un'affermazione della divinità di Cristo. La scuola di Tubinga riduceva il senso di cotesta espressione all'idea di un corpo etereo, luminoso, del quale Cristo, l'uomo celeste sarebbe stato rivestito. Il Beyschlag, il Sabatier ed altri intendono invece, per cotesta «forma di Dio», «una virtù divina», «una capacità di ricevere la pienezza della vita divina», «un'idea divina»; insomma, un qualcosa di divino. Ma come può «vuotarsi» «ritenere con avidità» ecc. un qualcosa che non è persona, e che quindi non riflette e non ha libertà? Sono tutte delle fantasie codeste. Chi legge il testo com'è, e non a traverso alle lenti del preconcetto teologico, ragiona come fa il Reuss: «Questa esposizione ha per premessa la convinzione che Gesù, il Cristo, non è stato un semplice mortale come gli altri; poichè è detto chiaramente ch'egli ha dovuto umiliarsi, abbassarsi, per diventar simile agli uomini; che ha dovuto spogliarsi di qualcosa, per mettersi sullo stesso livello degli uomini; che ha dovuto lasciare una condizione (letteralm. una forma d'esistenza,) divina, vale a dire anteriore alla sua vita terrestre e superiore alla vita dell'umanità, per accettare una condizione di schiavo; vale a dire, la condizione più infima che il mondo conosca. E soltanto a codesto modo che ha potuto fare quello che ha fatto; egli non ha indietreggiato dinanzi ad un cotanto sacrificio.

La terza concerne l'annichilamento, o per dir la cosa con la parola greca che l'apostolo usa in Filippesi 2:7 e che in teologia è diventata parola tecnica, la Kénosi di Cristo. Che cosa significhi per l'apostolo codesta «Kenosi», l'ho già detto e ridetto; e non ci tornerò più sopra. Soltanto, non foss'altro che per non aver l'aria di girar di bordo quando si tratta d'una questione scottante, farò qui una digressione dogmatica, e la chiamerò appunto: «digressione kenótica». Il problema fondamentale, a cui la «kenosi» ha dato e dà origine in Dogmatica, è questo: Il Figliuol di Dio, venendo in terra, lasciò egli letteralmente da parte la sua gloria divina? Cessando d'essere «in forma di Dio», entrò egli per via di nascita umana nelle condizioni di terrena povertà e debolezza? Sì, rispondono il Thomasius, il Gess, lo Ebrard, il Kahnis, il Luthardt e tanti altri, in Germania: il De Pressensé, il Gretillat e il Godet, fra i teologi di lingua francese. Sì, rispondono col Prof. F. Godet: «Il Logos divino, letteralmente rinunziò, mise da parte i suoi attributi divini alla incarnazione ed entrò nell'ambito del finito come un neonato incosciente». (Vedi Comm. su Giovanni 1:14). L'oggetto di questa teoria è evidentemente quello di assicurare la realtà della umanità di Cristo ed il fatto del vero sviluppo umano della vita terrena di Gesù; cose, che pareano compromesse dalla teoria «kenotica» più antica, secondo la quale Cristo non avrebbe potuto rinunziare alla sua divinità, ma l'avrebbe tenuta nascosta per qualche tempo, in guisa che non apparisse sotto l'infermità della carne. Egli si sarebbe così «spogliato» della sua gloria dinanzi agli uomini, non già menomandola, ma tenendola coperta. Malgrado il favore con cui la teoria «kenotica» moderna è accolta nel campo dogmatico, è molto dubbio s'ella sia destinata ad aver lunga vita nel seno della Chiesa. È una teoria che implica una impossibilità.; in questo senso, che ci chiede di ammettere la sospensione momentanea della coscienza e la cessazione da ogni funzione divina del Cristo di Dio. E tutto questo è ben lungi dall'armonizzare con quel che la Scrittura ci dice. La S. Scrittura insegna che il Cristo sapea ch'era venuto da Dio e che a Dio se ne andava; che fin prima della fondazione del mondo avea presso il Padre una gloria, che gli sarebbe poi stata restituita; che non soltanto tutte le cose furon create per mezzo di lui, ma che in lui tutte le cose consistono, e ch'egli porta tutte le cose con la sua potente parola. E questa sua relazione con l'universo, che è una relazione essenziale, in codesta teoria kenotica moderna, è ridotta ad una relazione completamente non essenziale e contingente. No, la «kénosi» non consiste in quel che il Sabatier descrive come «l'eresia ad un tempo moderna e semipagana, secondo la quale la divinità preesistente ed eterna si suicida, incarnandosi, per rinascer poi gradualmente e ritrovarsi Dio di nuovo alla fine della sua vita umana». Questo «suicidio» non esiste che nella mente del Sabatier. L' εν μορφη θεου ὑπαρχων, come il Gifford ha dimostrato conclusivamente, significa «esistendo originalmente, e continuando ad esistere nella forma essenziale di Dio». Il possesso personale degli attributi divini in Cristo, non scompare con la «kénosi»; rimane inalterato nello stesso modo ch'egli rimane il Logos; quel che nella «kenosi» si modifica, è la manifestazione e l'esercizio di codesti attributi. Il Figliuol di Dio, in sè, era senza dubbio onniscente ed onnipresente Giovanni 5:19-21; ma il Figliuol di Dio incarnato mostra col fatto di non conoscere ogni circostanza contingente Marco 7:24; 11:13; Giovanni 11:34, e di esser limitato, in modo speciale, non certo nel possesso ma nell'esercizio del potere miracoloso. E tant'è vero che codesto «suicidio» non esiste, che, quando l'opera sua di servo è completa, egli diventa o torna ad essere non Dio, che tale non cessò d'esser mai, ma «Signore». Nel suo stato prekenotico, Gesù è «Signore» per essenza; nello stato-kenotico ch'egli ha assunto volontariamente, egli non è «Signore» che di diritto; nello stato postkenotico, è «Signore» di diritto e di fatto. Definire più profondamente e più esattamente la cosa, è per ora impossibile. La psicologia moderna pero, che, ci parla di differenti strati della coscienza in un medesimo essere personale, è lei che ci prepara, senza dubbio la via, la quale ci menerà alla soluzione, ch'io m'auguro definitiva, dello spinoso problema kenotico.

La quarta concerne il premio o la retribuzione della «kénosi». «Perciò, per questo, Iddio pure lo ha sovranamente innalzato» Filippesi 2:9 (cfr. Ebrei 2:9; 12:2). I teologi riformati fecero il viso dell'arme a questo concetto dell'apostolo; e il Calvino fece degli sforzi erculei per dare a quel del testo un altro senso. Ma il testo è chiaro, e non ammette tergiversazioni: la esaltazione messianica di Gesù fu il premio ch'egli ricevette da Dio per l'atto d'ineffabile abnegazione da lui compiuto. E il Reuss dice benissimo: «Gli è in ricompensa di quel che Egli ha compiuto sottomettendosi, che il Cristo è stato innalzato; che occupa oramai un posto, più in alto d'ogni altro posto; che è stato elevato a una dignità, dinanzi alla quale s'inchina l'universo intero: i morti ed i vivi, gli angeli ed i mortali; e al di sopra della quale 1Corinzi 3:23; 11:3. non v'è che la dignità di Dio, il Padre... I teologi scolastici faranno bene a meditare su codesta idea di una ricompensa, aggiudicata a colui che è stato il Salvatore della umanità».

La quinta concerne la dignità messianica di Gesù. E qui il Vincent dà forma mirabile ed esatta alla mia riflessione. «Dalla vita umana, dalla morte e dalla risurrezione di Cristo sgorga un tipo di sovranità che non potea diventar suo che per il tramite del suo trionfo sul peccato Ebrei 1:3, che per il tramite ciel suo identificarsi con gli uomini come loro fratello. La sovranità messianica egli non la potea possedere nel suo stato precedente alla incarnazione. Signore, nel senso messianico egli non poteva diventare che dopo la sua esperienza umana Atti 2:36. La signoria messianica è una funzione; non è una qualche potenza o maestà essenziale o inerente alla natura stessa d'un io. La frase «seduto alla destra di Dio» è frase messianica, ed esprime il trionfo messianico di Cristo, ma non a detrimento d'ogni dignità essenziale ch'egli possedeva anteriormente alla sua incarnazione. Ma l'incarnazione lo colloca, in un senso nuovo, in relazioni attuali, reali, con la vita collettiva dell'universo. Finchè il Cristo rimane un essere «in forma di Dio», l'inginocchiarsi d'ogni creatura e la confessione d'ogni lingua non è possibile; perchè siano possibili, convien ch'egli abbia fatto la purificazione dei peccati, che abbia redento la creazione, e che sia stata manifestato alla terra, al cielo, allo hades, come il Salvatore degli uomini».

Riferimenti incrociati:

Filippesi 2:5-11

5 Mat 11:29; 20:26-28; Lu 22:27; Giov 13:14,15; At 10:38; 20:35; Rom 14:15; 15:3,5; 1Co 10:33; 11:1; Ef 5:2; 1P 2:21; 4:1; 1G 2:6

6 Is 7:14; 8:8; 9:6; Ger 23:6; Mic 5:2; Mat 1:23; Giov 1:1,2,18; 17:5; Rom 9:5; 2Co 4:4; Col 1:15,16; 1Ti 1:17; 3:16; Tit 2:13; Eb 1:3,6,8; 13:8
Ge 32:24-30; 48:15,16; Ez 8:2-6; Gios 5:13-15; Os 12:3-5; Zac 13:7; Giov 5:18,23; 8:58,59; 10:30,33,38; 14:9; 20:28; Ap 1:17,18; 21:6

7 Sal 22:6; Is 49:7; 50:5,6; 52:14; 53:2,3; Dan 9:26; Zac 9:9; Mar 9:12; Rom 15:3; 2Co 8:9; Eb 2:9-18; 12:2; 13:3
Is 42:1; 49:3,6; 52:13; 53:11; Ez 34:23,24; Zac 3:8; Mat 12:18; 20:28; Mar 10:44,45; Lu 22:27; Giov 13:3-14; Rom 15:8
Fili 2:6; Giov 1:14; Rom 1:3; 8:3; Ga 4:4; Eb 2:14-17; 4:15

8 Mat 17:2; Mar 9:2,3; Lu 9:29
Prov 15:33; At 8:33; Eb 5:5-7; 12:2
Sal 40:6-8; Is 50:5,6; Mat 26:39,42; Giov 4:34; 15:10; Eb 5:8,9; 10:7-9
De 21:23; Sal 22:16; Giov 10:18; 12:28-32; 14:31; Ga 3:13; Tit 2:14; Eb 12:2; 1P 2:24; 3:18

9 Ge 3:15; Sal 2:6-12; 8:5-8; 45:6,7; 69:29,30; 72:17-19; 91:14; 110:1,5; Is 9:7; 49:6-8; 52:13; 53:12; Dan 2:44,45; 7:14; Mat 11:27; 28:18; Lu 10:22; Giov 3:35,36; 5:22-27; 13:3; 17:1-3,5; At 2:32-36; 5:31; Rom 14:9-11; 1Co 15:24-27; Eb 2:9; 12:2; 2P 1:17; Ap 1:5; 3:21; 5:12; 11:15; 19:16
Sal 89:27; Ef 1:20-23; Col 1:18; Eb 1:4; 1P 3:22

10 Ge 41:43; Is 45:23-25; Mat 27:29; 28:18; Rom 11:4; 14:10,11; Ef 3:14; Eb 1:6; Ap 4:10; 5:13,14
Mat 12:40; Giov 5:28,29; Ef 4:9; Ap 20:13

11 Sal 18:49; Mat 10:32; Giov 9:22; 12:42; Rom 10:9; 15:9; 1G 4:2,15; 2G 1:7; Ap 3:5
Sal 110:1; Ger 23:6; Lu 2:11; Giov 13:13; 20:28; At 2:36; 10:36; Rom 10:9-12; 14:9,11; 1Co 8:6; 12:3; 15:47
Giov 5:23; 13:31,32; 14:13,23; 16:14,15; 17:1; 1P 1:21


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