Luca 6:20

Luca 6:20-49. IL SERMONE NELLA PIANURA Matteo 5-7

Per l'esposizione Vedi Matteo 5:1-7:29.

Questo discorso rassomiglia notevolmente a quello contenuto in Matteo 5-7, comunemente chiamato il sermone sul monte; epperciò molti han chiesto a sé stessi se sono due discorsi pronunziati in occasioni diverse, o solamente due relazioni, fatte da due evangelisti diversi, dello stesso discorso. V'è stata a questo riguardo grandissima diversità d'opinione fra i critici ed i commentatori. I primi scrittori greci li considerarono come ripetizioni dello stesso discorso. Agostino, e gli scrittori latini posteriori a lui, li ritennero come affatto distinti. In tempi più moderni Kraff e Greswell, Stier, Alexander, Foote, Webster e Wilkinson ed altri sostengono quest'ultima teoria, mentre abbiamo in favore della identità Oldshausen, Oosterzee, Brown, Tholuck, Godet, fra i commentatori evangelici, oltre a tutta la scuola dei critici ed interpreti scettici moderni, i quali vi trovano una occasione ed un pretesto per attaccare l'ispirazione verbale degli evangelisti, mostrando quanto essi differiscono, anche quando raccontano lo stesso fatto. Vi è un'altra opinione messa innanzi da Calvino e sostenuta da un piccolo numero dei suoi seguaci, cioè «che il disegno di ambo gli evangelisti fu di raccogliere, in un sol luogo, i punti essenziali della dottrina di Cristo, i quali si riferiscono ad una vita santa e divota»; ed egli pensa che «i pii ed umili lettori devono stimarsi felici di avere un breve sommario della dottrina di Cristo, messo dinanzi agli occhi loro, dopo essere stati colti dai suoi molti e varii discorsi». Crediamo però che pochi lettori, studiando questi discorsi con attenzione, giungeranno a scoprirvi una collezione di parole frammentarie di Cristo, o saranno disposti ad accusare gli Evangelisti di inganno deliberato, nel presentar come discorsi continui pronunziati dal Signore stesso, in certe occasioni, un sunto fatto da ossi soli per indicare il senso generale della sua dottrina. Possiam dunque lasciar completamente da banda questa teoria. I principali argomenti in favore della identità dei due discorsi sono:

1. che il principio e la fine di entrambi sono quasi identici;

2. che i precetti ricordati da Luca si trovano nello stesso ordine generale che quelli di Matteo, e spesso con termini quasi identici.

3. che ambo gli evangelisti ricordano lo stesso miracolo, cioè la guarigione del servo del Centurione, come accaduto poco dopo il sermone, quando il Signore entrò in Capernaum.

Gli argomenti contro l'identità di questi due discorsi sorgono:

1. Dalla diversità di luogo. Quello di Matteo fu pronunziato sopra un monte, sul quale Cristo era salito apposta; quello che ci occupa fu invece pronunziato in pianura, o sul terreno ondulato sul quale Gesù era giunto, scendendo dal monte, alla folla dei discepoli, Conf. Matteo 5:l; Luca 6:17. È stato suggerito che Cristo può esser risalito sul monte, per parlare a sì vasto concorso di gente; ma mentre tal teoria non è appoggiata dalla più piccola prova, vi sono al N. di Capernaum, moltissimi poggi sorgenti dalla pianura stessa, e da uno dei quali Gesù avrebbe potuto esser udito e veduto da tutta la folla.

2. Dalla diversità di tempo. Matteo mentova la guarigione del lebbroso, come il primo evento dopo il sermone; Luca, quella del servo del Centurione, e fra quei due fatti corse tempo assai. Confr. Matteo 8: l; Luca 7:1. Se non ci fosse altra prova che questa della diversità di tempo, non le daremmo gran peso; essendo ben noto che nessuno degli evangelisti segue un ordine cronologico rigoroso nel narrare fatti della vita di Gesù. Ma v'ha per questo una prova molto più sostanziale nel fatto che, secondo Matteo, la chiamata di Levi a seguitar Cristo ebbe luogo molto tempo dopo il discorso in sul monte; mentreché, secondo Luca, essa accadde prima del discorso che questo evangelista riporta. Se avessimo qui due versioni dello stesso discorso, sembra incredibile che Matteo non solo ometta la ordinazione degli apostoli (che sarebbe succeduta prima), ma posponga persino la propria vocazione.

3. Dalla differenza di udienza. Oltre alla moltitudine di Giudea e di Galilea, Matteo parla di molti provenienti di Perea e Decapoli, i quali senza dubbio erano Giudei, poiché questi formavano la parte maggiore della popolazione. Ma Luca, a questi tutti, aggiunge dei pagani dalle coste di Tiro e Sidon, come presenti a questo sermone in pianura. La lor presenza si spiega dalla fama di Cristo crescente col suo ministero, e dalla diffusione del suo primo sermone e dei miracoli che lo seguirono, Confr. Matteo 4:25; Luca 6:17.

4. Dalla diversità di contenuto. Luca omette affatto la maggior parte del sermone di Matteo; non ripetendo che 30 dei 107 versetti che quello contiene. Delle 8 beatitudini Luca non ne dà che 4 (nessuna delle quali colle medesime parole), cui fan contrasto altrettanti guai non ricordati nel primo Vangelo. Luca altresì fa precedere certe parti del sermone da detti che non ci sono in Matteo, ma che si uniscono naturalmente a quelle.

Questi argomenti, a giudizio nostro, stabiliscono a sufficienza il fatto che Luca ci riferisce un secondo sermone, pronunziato assai dopo quello in sul monte, dinanzi ad una udienza più numerosa ed in parte almeno diversa; di più essi offrono a quelli che, come noi, ritengono la ispirazione verbale delle Scritture, l'immenso benefizio di lasciare non tocchi da mani temerarie, se non sacrileghe, i racconti dei «santi uomini di Dio», i quali «hanno parlato essendo sospinti dallo Spirito Santo». Nell'adottare questo modo di vedere, ci si rivela pure in parte il metodo del Signore per insegnare tanto la moltitudine come i discepoli. Non si curava egli di dir sempre cose nuove e brillanti, né temeva di ripetere sé stesso, ma promulgava sovente le medesime grandi verità, dando loro «insegnamento dopo insegnamento, linea dopo linea», finché i suoi precetti non rimanessero fissati nella loro memoria. Non essendo i discorsi di Gesù rivolti ad udienze fisse, anzi a moltitudini sempre nuove, non c'è ragione perché Gesù non abbia spesso ripetuto molte delle sue grandi massime, con parole pressoché identiche, durante il suo ministero, poiché a tutti i suoi uditori abbisognavano le stesse istruzioni. Paolo seguì, a questo riguardo, l'esempio del suo Maestro Filippesi 3:1. I commenti che seguono son limitati a quelle parti del testo che differiscono dal discorso di Matteo.

20,21. Beati voi, poveri... Beati voi, che ora avete fame... Beatiti voi, che ora piagnete, ecc.

Queste corrispondono alle beatitudini di Matteo 5:1,2,6, ma in quest'ultimo, le parole sono evidentemente usate in un senso spirituale, mentre qui Gesù le usa letteralmente e senza qualificazione. Si spiega usualmente questa divergenza col dire che, in ambo i Vangeli, Gesù vuol dir la stessa cosa; ma non possiam prender le parole che quali le troviamo, e certamente a queste non si darebbe un senso spirituale, se il Vangelo di Matteo non fosse lì a suggerirlo. Che una beatitudine speciale sia riserbata a tutti quelli che son poveri, affamati, od afflitti, è cosa contraria alla nostra esperienza quotidiana, e non può accettarsi come regola generale, più che si debba accettare come tale l'asserzione che un guaio si attacchi a quelli che sono ricchi, allegri di natura, e stimati dai loro vicini. Né dobbiam credere che, essendo temporali le condizioni qui descritte, temporali pure debbano essere le benedizioni connesse a quelle, e che per questi bisognosi ed afflitti stia in serbo un cambiamento così completo, come quello di Giobbe, delle loro fortune terrene Giobbe 42:12. Pure ci fu a quelli che trovavansi dinanzi a lui in quella deplorabile condizione - «che ora avete fame, che ora piangete» - che parlò il Signore. L'udienza era composta primieramente di una moltitudine dei propri suoi discepoli, i quali probabilmente ne formavano il circolo più interno, i quali avean dato prove non dubbio della loro fede in lui come nel Messia, ed il suo discorso è specialmente rivolto a quelli, quantunque destinato pure alla folla più grande che stava al di fuori. La roditrice ansietà che è prodotta dalla grande miseria in questa vita, mentre spinge taluni alla bestemmia ed al delitto, tende a trarre i cuori e le speranze di quelli che credono in Dio per Cristo, sempre più verso quel «regno di Dio» nel quale «essi non avranno più fame, né sete, e l'Agnello asciugherà ogni lagrima dagli occhi loro» Apocalisse 7:16-17. Quelli che si confidano nelle ricchezze hanno «la lor parte in questa vita»; quelli, la cui eredità quaggiù è la fame, la povertà e l'afflizione, sono animati a sperare una eredità migliore nel regno del loro Padre celeste. Giacomo 2:5 sembra esprimere esattamente il pensiero di Gesù, nelle parole: «i poveri di questo mondo ricchi in fede, ed eredi delle eredità ch'egli ha promesso a coloro che l'amano».

PASSI PARALLELI

Matteo 5:2-12; 12:49-50; Marco 3:34-35

Luca 6:24; 4:18; 16:25; 1Samuele 2:8; Salmi 37:16; 113:7-8; Proverbi 16:19; 19:1; Isaia 29:19

Isaia 57:15-16; 66:2; Sofonia 3:12; Zaccaria 11:11; Matteo 11:5; Giovanni 7:48-49

1Corinzi 1:26-29; 2Corinzi 6:10; 8:2,9; 1Tessalonicesi 1:6; Giacomo 1:9-10; 2:5; Apocalisse 2:9

Luca 12:32; 13:28; 14:15; Matteo 5:3,10; Atti 14:22; 1Corinzi 3:21-23; 2Tessalonicesi 1:5

Giacomo 1:12

Luca 6:25; 1:53; Salmi 42:1-2; 143:6; Isaia 55:1-2; 1Corinzi 4:11; 2Corinzi 11:27; 12:10

Salmi 17:15; 63:1-5; 65:4; 107:9; Isaia 25:6; 44:3-4; 49:9-10; 65:13; 66:10

Geremia 31:14,25; Matteo 5:6; Giovanni 4:10; 6:35; 7:37-38; Apocalisse 7:16

Luca 6:25; Salmi 6:6-8; 42:3; 119:136; 126:5-6; Ecclesiaste 7:2-3; Isaia 30:19; 57:17

Isaia 57:18; 61:1-3; Geremia 9:1; 13:17; 31:9,13,18-20; Ezechiele 7:16; 9:4

Matteo 5:4; Giovanni 11:35; 16:20-21; Romani 9:1-3; 2Corinzi 1:4-6; 6:10; 7:10-11

Giacomo 1:2-4,12; 1Pietro 1:6-8; Apocalisse 21:3

Genesi 17:17; 21:6; Salmi 28:7; 30:11-12; 126:1-2; Isaia 12:1-2; 65:14


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