Nuova Riveduta:

Luca 16:1-13

Parabola del fattore infedele
(1Ti 6:17-19; Lu 12:33) Mt 25:14-30; 6:19-20, 24
1 Gesù diceva ancora ai suoi discepoli: «Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni. 2 Egli lo chiamò e gli disse: "Che cos'è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore". 3 Il fattore disse fra sé: "Che farò, ora che il padrone mi toglie l'amministrazione? Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno. 4 So quello che farò, perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l'amministrazione". 5 Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: "Quanto devi al mio padrone?" 6 Quello rispose: "Cento bati d'olio". Egli disse: "Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta". 7 Poi disse a un altro: "E tu, quanto devi?" Quello rispose: "Cento cori di grano". Egli disse: "Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta". 8 E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza; poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce.
9 E io vi dico: fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; perché quando esse verranno a mancare, quelli vi ricevano nelle dimore eterne. 10 Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi. 11 Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere? 12 E, se non siete stati fedeli nei beni altrui, chi vi darà i vostri? 13 Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l'uno e amerà l'altro, o avrà riguardo per l'uno e disprezzo per l'altro. Voi non potete servire Dio e Mammona».

C.E.I.:

Luca 16:1-13

1 Diceva anche ai discepoli: «C'era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2 Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. 3 L'amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. 4 So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. 5 Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: 6 Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d'olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. 7 Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. 8 Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
9 Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.
10 Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto.
11 Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera? 12 E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
13 Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire a Dio e a mammona».

Nuova Diodati:

Luca 16:1-13

Parabola del fattore infedele
1 Or egli disse ancora ai suoi discepoli: «Vi era un uomo ricco che aveva un fattore; e questi fu accusato davanti a lui di dissipare i suoi beni. 2 Allora egli lo chiamò e gli disse: "Che cosa è questo che sento dire di te? Rendi ragione della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore". 3 E il fattore disse fra se stesso: "Che farò ora, dato che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? A zappare non son capace, e a mendicare mi vergogno. 4 Io so cosa fare affinché, quando io sarò rimosso dall'amministrazione, mi accolgano nelle loro case". 5 Chiamati dunque ad uno ad uno i debitori del suo padrone, disse al primo: "Quanto devi al mio padrone?". 6 Quello rispose: "Cento bati di olio". Allora egli gli disse: "Prendi la tua ricevuta, siedi e scrivi subito cinquanta". 7 Poi disse ad un altro: "E tu quanto devi?". Ed egli disse: "Cento cori di grano". Allora egli gli disse: "Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta". 8 Il padrone lodò il fattore disonesto, perché aveva agito con avvedutezza, poiché i figli di questo mondo, nella loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce. 9 Or io vi dico: Fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste perché, quando esse verranno a mancare, vi ricevano nelle dimore eterne. 10 Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è ingiusto nel poco, è ingiusto anche nel molto. 11 Se dunque voi non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà le vere? 12 E se non siete stati fedeli nelle ricchezze altrui, chi vi darà le vostre? 13 Nessun servo può servire a due padroni; perché o odierà l'uno e amerà l'altro, o si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro; voi non potete servire a Dio e a mammona».

Riveduta:

Luca 16:1-13

Parabola del fattore infedele. Esortazioni diverse
(Matteo 11:12-13; 6:24; 5:18,32)
1 Gesù diceva ancora ai suoi discepoli: V'era un uomo ricco che avea un fattore, il quale fu accusato dinanzi a lui di dissipare i suoi beni. 2 Ed egli lo chiamò e gli disse: Che cos'è questo che odo di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più esser mio fattore. 3 E il fattore disse fra sé: Che farò io, dacché il padrone mi toglie l'amministrazione? A zappare non son buono: a mendicare mi vergogno. 4 So bene quel che farò, affinché, quando dovrò lasciare l'amministrazione, ci sia chi mi riceva in casa sua. 5 Chiamati quindi a sé ad uno ad uno i debitori del suo padrone, disse al primo: 6 Quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento bati d'olio. Egli disse: Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: Cinquanta. 7 Poi disse ad un altro: E tu, quanto devi? Quello rispose: Cento cori di grano. Egli disse: Prendi la tua scritta, e scrivi: Ottanta. 8 E il padrone lodò il fattore infedele perché aveva operato con avvedutezza; poiché i figliuoli di questo secolo, nelle relazioni con que' della loro generazione, sono più accorti dei figliuoli della luce. 9 Ed io vi dico: Fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; affinché, quand'esse verranno meno, quelli vi ricevano ne' tabernacoli eterni. 10 Chi è fedele nelle cose minime, è pur fedele nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è pure ingiusto nelle grandi. 11 Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà le vere? 12 E se non siete stati fedeli nell'altrui, chi vi darà il vostro? 13 Nessun domestico può servire a due padroni: perché o odierà l'uno e amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro. Voi non potete servire a Dio ed a Mammona.

Diodati:

Luca 16:1-13

1 OR egli disse ancora a' suoi discepoli: Vi era un uomo ricco, che avea un fattore; ed esso fu accusato dinanzi a lui, come dissipando i suoi beni. 2 Ed egli lo chiamò, e gli disse: Che cosa è questo che io odo di te? rendi ragione del tuo governo, perciocchè tu non puoi più essere mio fattore. 3 E il fattore disse fra sè medesimo: Che farò? poichè il mio signore mi toglie il governo; io non posso zappare, e di mendicar mi vergogno. 4 Io so ciò che io farò, acciocchè, quando io sarò rimosso dal governo, altri mi riceva in casa sua. 5 Chiamati adunque ad uno ad uno i debitori del suo signore, disse al primo: 6 Quanto devi al mio signore? Ed egli disse: Cento bati d'olio. Ed egli gli disse: Prendi la tua scritta, e siedi, e scrivine prestamente cinquanta. 7 Poi disse ad un altro: E tu, quanto devi? Ed egli disse: Cento cori di grano. Ed egli gli disse: Prendi la tua scritta, e scrivine ottanta. 8 E il signore lodò l'ingiusto fattore, perciocchè avea fatto avvedutamente; poichè i figliuoli di questo secolo sono più avveduti, nella lor generazione, che i figliuoli della luce. 9 Io altresì vi dico: Fatevi degli amici delle ricchezze ingiuste; acciocchè quando verrete meno, vi ricevano ne' tabernacoli eterni. 10 Chi è leale nel poco, è anche leale nell'assai; e chi è ingiusto nel poco, è anche ingiusto nell'assai. 11 Se dunque voi non siete stati leali nelle ricchezze ingiuste, chi vi fiderà le vere? 12 E se non siete stati leali nell'altrui, chi vi darà il vostro? 13 Niun famiglio può servire a due signori; perciocchè, o ne odierà l'uno, ed amerà l'altro; ovvero, si atterrà all'uno, e sprezzerà l'altro; voi non potete servire a Dio, ed a Mammona.

Commentario:

Luca 16:1-13

1 CAPO 16 - ANALISI

1. Parabola dell'economo avveduto e lezioni che ne derivano. Le parabole di questo capitolo sono evidentemente unite insieme come parti della stessa grande lezione, ma non hanno legame apparente con quelle del capitolo 15, come lo sostengono taluni scrittori. Furono probabilmente pronunziate poco dopo, ed in presenza dello stesso genere di uditori; ma, anziché agli Scribi ed i Farisei, erano dirette a tutti i credenti lì presenti. La prima ci rappresenta la previdente prudenza di un disonesto fattore, che il suo padrone avea deciso di licenziare, avendolo trovato colpevole di malversazione. Vedendosi la ruina di fronte, esso si diede attorno per provvedersi per l'avvenire, mentre gli affari del padrone erano tuttora nelle sue mani, e scelse il metodo seguente: chiamati i debitori del suo padrone, e accertato il debito di ognuno, accordò a ciascuno una riduzione più o meno forte, accrescendo così la somma dei danni già, da lui recati al padrone, ma assicurandosi amici, i quali, o per gratitudine, o per timore di venire scoperti, lo riceverebbero in casa loro. Quel piano fu così bene concepito e messo in esecuzione, e dimostrava tanta accortezza, che, considerandolo da un punto di vista meramente mondano, lo stesso proprietario danneggiato non poté se non lodare l'abilità di quel briccone. Fin qui la parabola; vien quindi l'insegnamento che ne deriva Gesù. Primieramente egli si lagna che l'energica iniziativa, la previdente prudenza, e l'attività pratica dei figli di Dio, nel ricercare il loro proprio bene spirituale e l'avanzamento del suo regno e della sua gloria, rimangano tanto al disotto delle medesime qualità quando esse vengono spiegate nella realizzazione dei loro piani dagli uomini del mondo, i quali però non hanno più alti scopi che le speranze e gli ingrandimenti terreni. Vien quindi una esortazione, ai suoi discepoli in ogni età, ad imparare una lezione di avvedutezza e di previdenza nell'uso dei loro beni terreni, poco o molto che essi siano, anche da uno la cui disonestà è altamente condannabile. A questa applicazione diretta della parabola, tengon dietro altre esortazioni evidentemente derivanti da quella, e nelle quali si può notare che nella dispensazione delle cose terrene non vien raccomandata solamente la prudenza, ma pure la fedeltà, mettendoci così in guardia contro ogni possibile abuso della parabola stessa, come se la disonestà del fattore non fosse severamente biasimata da Cristo. La sostanza di tutto questo si è che se alcuno è infedele nell'amministrare le cose affidate alle sue cure per un tempo, e delle quali dovrà render conto un giorno, come può egli sperare che il Signore gli darà, alla fine, una eredità che sarà sua per sempre, e che niente potrà mai più rapirgli? Tal crediamo che sia la vera analisi di questa parabola, abbenché le numerose contradittorie e spesso grottesche spiegazioni offertene dai critici provino che in tutti i tempi la si è sempre considerata come irta di mille difficoltà. Eccone alcuni esempi: Il fattore iniquo, per certi critici ha rappresentato successivamente l'apostolo Paolo, Giuda Iscariot e Ponzio Pilato! Olshausen vede nell'«uomo ricco», il principe di questo mondo; nel fattore, i pubblicani; nei creditori, l'umanità. Meyer e Lange ritengono che questo ricco è Mammona, la personificazione delle ricchezze. Vitringa dice invece che esso è Dio; mentre il fattore raffigura i Farisei; le accuse, quelle dei profeti e di Cristo contro di loro; l'abbassare dei debiti, gli sforzi dei Farisei per ritenere la loro posizione, abbassando il livello della giustizia. Secondo Schleiermacher il ricco è il potere romano; il fattore, i pubblicani; i debitori, la nazione giudaica; poi egli riassume la parabola così: «Voi, buoni pubblicani, favorite il più che potete il popolo contro i suoi ingiusti e capricciosi tiranni, in quelle cose che appartengono alla vostra, provincia, affinché essi pure vi aiutino quando sorgerà un nuovo stato di cose. Se così saprete, saviamente e prudentemente disporre i vostri affari, non sarete recisi da Israele, quando verrà introdotto il regno del Messia!» Ireneo, Agostino, Atanasio, Calvino, Lutero ed altri considerano questa parabola semplicemente come una esortaz ione ad esser generosi nelle elemosine Luca 16:1-13.

2. Un avvertimento agli avari e schernitori Farisei. I Farisei, noti per cupidigia ed avarizia, rimasero profondamente irritati dalla parabola pure allora detta da Gesù; ma sentendo che ogni tentativo di difendersi colla discussione avrebbe solo fatto scoprir maggiormente le loro magagne, dimostrarono il loro odio beffandosi di lui, e volgendo in ridicolo le cose che egli avea dette. Gesù interrompe per un istante il suo discorso, affin di rivolgere loro alcuni rimproveri ed avvertimenti, e se ci ricordiamo che le parole che seguono formano una parentesi la teoria che Luca ha qui riuniti, senz'ordine, alcuni detti isolati di Cristo, pei quali non poteva trovar posto altrove, cade subito in un ben meritato obblio, e divengono inutili gli sforzi faticosi e poco soddisfacenti tentati per spiegarli in modo da farli servire di introduzione alla parabola che segue. In risposta alle loro risa schernitrici, Gesù espone alla moltitudine l'ipocrisia? dei conduttori religiosi della nazione, dichiarando che unico scopo loro era di acquistarsi una riputazione di giustizia legale, che potesse passare per mostra ed esaltarli dinanzi ai loro concittadini, mentre accumulavano sordidamente le ricchezze di cui erano meri dispensatori, trascuravano i poveri, e non si curavano minimamente di esser giusti dinanzi a Dio. Potevano così facendo ingannare gli uomini, non già l'Investigatore dei cuori, ai cui occhi tale ipocrisia è abbominevole. Pretendevano ad alta stima come dottori della mera lettera della legge e dei profeti, ma era quasi finito il loro tempo; fin dalla comparsa del Battista, veniva predicato il regno di Dio, il quale avea detronizzato le loro morte istruzioni legali, ed eccitata tanta ammirazione e tanto interesse che uomini di ogni classe si sforzavano di entrarvi, però, «la dottrina del regno» ben lungi dall'abolire la legge di Dio, la stabilirà e confermerà siffattamente che passerà tutta la creazione materiale prima che un sol iota di quella venga abolito. La legge non era mai stata sostenuta con sì santa vigilanza, tutto il tempo che essi erano rimasti seduti nella cattedra, di Mosè, come lo sarà da ora in poi. Con singolo esempio tratto dal flagrante abuso della legge del divorzio qual'era sanzionato e probabilmente praticato da questi Farisei, il Signore ricorda loro in che modo segnalato essi usavano «annullare la legge di Dio» Luca 16:14-18.

3. La parabola del ricco e di Lazaro. Dopo aver rampognato i Farisei per lo sconveniente loro contegno, il Signore riprende il suo discorso dove lo avea lasciato in tronco, e completa il suo insegnamento sul retto uso delle ricchezze, mediante un'altra parabola, complemento della precedente; poiché addita tremende conseguenze nella vita avvenire dell'incredulità manifestantesi nello scialacquare «le ricchezze ingiuste» in piaceri o godimenti equivoci, invece, di farle servire alla gloria di Dio ed al bene del prossimo. Senza l'interruzione dei Farisei, il ver. 19 sarebbe probabilmente venuto subito dopo il 13, ed il nesso fra le due, parabole si trova nella esortazione del ver. 9, e non già nelle parole rivolte ai Farisei. La parabola non è un'allegoria, ma, fin dove almeno si estende la sua storia terrena, una lezione desunta dalla vita reale. Il Salvatore ci presenta un uomo che possiede abbondanti ricchezze terrene, ma è spensierato, egoista, lussurioso, dimentico della sua responsabilità inverso Dio, avvezzo a considerare i suoi beni come assolutamente suoi ed il proprio piacere come lo scopo legittimo cui essi doveano servire. Alla sua porta, giaceva un mendicante detto Lazaro, cencioso, coperto di piaghe, impotente a guadagnarsi il pane quotidiano. Una piccolissima parte dell'abbondanza del ricco sarebbe bastata per rivestirlo e per sanar le sue piaghe, ma quegli entrava ed usciva senza por mente a lui o senza sentirne pietà; Lazaro desiderava, ma invano, i bricioli che cadevano dalla mensa del ricco. Sollevando il velo che separa il mondo attuale dall'invisibile, Gesù ci presenta le conseguenze fatali di una tal trascuranza. Importa grandemente, per capire il nesso di questa prima parte della parabola, colle parole di Abr ahamo nella seconda, non perdere di vista che l'essenza del peccato di quest'uomo fu l'incredulità, e che la sua durezza di cuore verso gli altri e la sua prodigalità verso di sé stesso erano le forme sotto le quali quella incredulità si manifestava. Col tempo, entrambi morirono: il povero, ricco in fede, passò nella gloria eterna; mentre il ricco entrò subito nel mezzo dell'eterno tormento. Sotto forma di una conversazione fra il ricco ed Abrahamo, il Signore ci dà una veduta, tuttora indistinta è vero, ma però più estesa che in qualsiasi altra scrittura, delle realtà del mondo al di là della tomba, e termina con un profetico avvertimento che quelli che non si pentiranno sotto l'insegnamento delle Scritture dell'Antico Testamento, non saranno convertiti neppure dalla risurrezione di un morto. Molte strane interpretazioni allegoriche sono state date di questa parabola; a mo' d'esempio: il ricco sarebbe il tipo della orgogliosa nazione giudaica tutta piena del sentimento della propria giustizia. Lazaro quello del mondo gentile ecc.; ma son tutte spiegazioni da rigettarsi, perché tutt'altro che soddi sfacenti Luca 16:19-31.

Luca 16:1-13. PARABOLA DEL FATTORE INGIUSTO, MA PRUDENTE

1. Or egli disse ancora a' suoi discepoli.

Le parabole del capitolo precedente erano state da Gesù indirizzate agli Scribi ed ai Farisei; questa e la seguente, ai suoi discepoli, non ai dodici apostoli solamente, ma all'insieme dei suoi discepoli lì presenti; il che indica che la materia del suo discorso riflette la condotta che Gesù richiede dai suoi discepoli in ogni tempo.

Vi era un uomo ricco, che avea un fattore;

Nell'analisi N. 1 di questo capitolo, abbiamo ricordati alcuni dei sensi strani che sono stati dati all'«uomo ricco» di questa parabola, ma non ci può esser dubbio che sotto quel nome Gesù ci presenta il Signore di tutte le cose: l'«Iddio altissimo, possessore dei cieli e della terra», e il padrone primo di tutto ciò che all'uomo viene imprestato in sulla, terra colla sua infinita potenza e saviezza, Dio stesso ordina e dirige tutte le cose. Egli non delega a nessuna creatura la sorveglianza o la esecuz ione dei suoi disegni provvidenziali Isaia 40:13. Ma non faceva così il tipo terrestre qui messo sotto gli occhi nostri; forse egli non avea né il tempo né la capacità necessaria per sorvegliare i vasti suoi averi, ed era perciò costretto di impiegare un fattore. L'oikonomos non era semplicemente un villicus (fattore di campagna), come traduce la volgata, o dispensatore (tesoriere), ma il ciambellano, e controllava tutto l'avere del suo padrone. Girolamo (citato da Trench) così ne descrive le attribuzioni: «Villicus proprie villae gubernator est, unde nomen accepit; autemtam pecuniae quam frugum et omnium quae dominus possidet dispensator». Nei dipinti scoperti nelle tombe egiziane, trovasi spesso l'economo, con carta e penna in mano, prendendo nota esatta dell'aumentar del raccolto che a lui toccava conservare e distribuire. Credendolo fedele, il suo padrone riponeva in lui implicita fiducia, e trascurò di esaminare, regolarmente il suo operare. Quante volte la facilità d'ingannare a motivo della mancanza di sorveglianza, o di falsa fiducia per parte del superiore è stato il primo passo verso la ruina, per persone poste come questo economo, in situazioni di grande fiducia e responsabilità! «Nessun ritegno umano gli era imposto. Non aveva timore alcuno di Dio davanti agli occhi», quel più alto di tutti i principii difensivi; perciò, cedendo alla tentazione, sistematicamente faceva sua, molta parte della roba del padrone.

ed esso fu accusato appo lui, come dissipando i suoi beni.

La parola dissipando fa credere che la sua, disonestà consistesse nello spendere in modo stravagante per sé, pei suoi piaceri e pei suoi vizii, anziché nell'ammassare una fortuna per servirsene più tardi, e lo conferma la sua confessione che egli era ridotto alla povertà, quando il padrone gli tolse l'impiego. La prodiga disonestà di questo economo non venne scoperta in seguito a nessuna ricerca fatta dal facile suo padrone; furono degli estranei quelli che lo accusarono appo lui, forse per malignità e per vendetta, ed aprirono i suoi occhi al vero stato di cose. Questo dettaglio d'altronde non riguarda che, lo scheletro della parabola, non c'è nulla di simile nel nostro Padrone, perché. «Iddio investiga i cuori», e «i suoi occhi sono in ogni luogo, riguardando i malvagi ed i buoni». L'accusa può essere stata maliziosa (e l'analogia sembra indicarlo), ma non era né falsa, né calunniosa, e l'accusato non cercò minimamente di difendersi. In senso spirituale, Siccome tutti gli averi di un uomo appartengono a Dio, e sono affidati ad un padrone terreno, come ad un semplice economo che deve farne uso per la sua gloria, l'accusa di dissipare i suoi beni giace alla porta di quanti dopo aver preso dalle loro entrate quanto occorre per un mantenimento, spendono il resto nella lussuria, nei piaceri, anziché consecrarlo al servizio di Dio.

2 2. Ed egli lo chiamò, e gli disse: Che cosa è questo che io odo di te? rendi ragione del tuo governo; perciocché tu non puoi più essere mio fattore.

Questa domanda implica manifestamente, benché la cosa non sia detta in altrettante parole, che il delitto è provato, e che il padrone ne è pienamente convinto benché dia al fattore ogni facilità di scolparsi se la cosa gli sarà possibile. Fu solo quando il suo silenzio lo proclamò inescusabile, che venne pronunziata la sentenza del suo rinvio, e che egli ricevette l'ordine di fare una, esposizione ed un inventario dei suoi affari, affinché il suo posto venisse dato ad un altro. Questa spiegazione par preferibile alla teoria di Oosterzee che la sentenza non fosse ancora definitivamente pronunziata, ma solo minacciata, pel caso che, nel fare i suoi conti, il fattore non si potesse giustificare. Il solo argomento in favore di questa teoria, che cioè sarebbe ingiusto rimandare un servo semplicemente perché è accusato, senza dargli l'occasione di giustificarsi, vien distrutto dal fatto che, essendo già stato informato delle sue frodi, il padrone gli avea dato tale occasione, rivolgendogli la domanda: «Che cosa è questo che io odo di te?» Il fattore sembra essersi riconosciuto colpevole, non appena si sentì accusare. Simile domanda Dio la fa spesso agli uomini in mezzo alla loro vanità e mondanità, ora mediante dispensazioni maravigliose della sua provvidenza, ora mediante i segreti avvertimenti della coscienza, che rimprovera loro l'abuso che essi fanno dei suoi doni e i molti loro peccati, rammentando loro al tempo stesso, che alla morte tutti dovranno render conto della loro amministrazione.

PASSI PARALLELI

Genesi 3:9-11; 4:9-10; 18:20-21; 1Samuele 2:23-24; 1Corinzi 1:11; 1Timoteo 5:24

Luca 12:42; Ecclesiaste 11:9-10; 12:14; Matteo 12:36; Romani 14:12; 1Corinzi 4:2,5; 2Corinzi 5:10

1Pietro 4:5,10; 1Timoteo 4:14; Apocalisse 20:12

Luca 12:20; 19:21-26

3 3. E il fattore disse fra se medesimo: Che farò? conciossiaché Il mio signore mi tolga il governo; io non posso zappare, e di mendicar mi vergogno.

Qui troviamo il primo tratto di quella prudenza e previdenza riguardo all'avvenire, che il Signore ci vuole insegnare mediante questa parabola. Alcuni credono che ora l'economo sia un uomo cambiato, e nel diminuire le somme dovutegli da varii agisca conformemente alle istruzioni del padrone: notiamo però che non c'è nulla nel consiglio che quest'uomo tiene con se medesimo che dinoti il minimo cambiamento di cuore in lui, il minimo segno di pentimento. Non riconosce la sua colpa, non confessa di aver abusato della fiducia che era stata riposta in lui, non esprime il minimo desiderio di esser più fedele in avvenire. Nelle sue parole vediamo solo un'ansietà egoistica relativamente al suo futuro, ed un terrore molto sincero della povertà. Egli era vissuto alla giornata, spendendo senza ritegno pei proprii piaceri; nulla avea risparmiato, ed ora, perduto l'impiego, si vede minacciato di morir di fame. Gli resta però un pò di tempo, mentre fa i conti, e messa da parte la pigrizia, si domanda risolutamente: «Che farò?» Come provvederò all'avvenire? Ora ormai deve pensare a sé stesso. Passa rapidamente in rivista i soli mezzi che gli restino di campar la vita, zappare o mendicare: entrambi rigetta come intollerabili. Colle abitudini materiali ed intellettuali tanto diverse, egli non può guadagnarsi il pane come, semplice, manovale; l'orgoglio suo si ribella all'idea di accattare il suo pane in quel paese dove tutti lo aveano visto signore.

PASSI PARALLELI

Luca 18:4; Ester 6:6

Luca 12:17; Isaia 10:3; Geremia 5:31; Osea 9:5; Atti 9:6

Proverbi 13:4; 15:19; 18:9; 19:15; 21:25-26; 24:30-34; 26:13-16; 27:23-27

Proverbi 29:21; 2Tessalonicesi 3:11

Luca 16:20,22; Proverbi 20:4; Marco 10:46; Giovanni 9:8; Atti 3:2

4 4. lo so ciò che farò, acciocché quando io sarò rimosso dal governo altri mi riceva in casa sua.

Come risultato delle sue deliberazioni, gli occorre in mente un piano che gli par soddisfacentissimo. Con perfetta fiducia esclama: «Ho trovato, so quello che farò!» Accomoderò le cose in modo che, quando sarò stato scacciato di qui, altre porte mi vengano aperte, se non volonterosamente, almeno per prudenza. Il suo scopo è dunque di assicurarsi un'altra dimora, quando sarà stato scacciato da quella che occupa attualmente. La sua prudenza nel far questo sarà, come vedremo, la grande lezione della parabola.

PASSI PARALLELI

Proverbi 30:9; Geremia 4:22; Giacomo 3:15

5 5. Chiamati adunque ad uno ad uno i debitori del suo signore, disse al primo: Quanto devi al mio signore?

Il piano adottato da questo fattore porta l'impronta di «una sapienza che non discende da alto, anzi è terrena, animale, diabolica» Giacomo 3:15. Egli risolve, senza rimorso alcuno, di derubare anche maggiormente il suo padrone, rendendo complici della sua disonestà degli innocenti, e ciò affin di raggiungere il suo fine, e di non permetter loro di rivelar le sue turpitudini. Agli espositori che lo ritengono per un uomo cambiato deve certamente essere sfuggita la doppia villania del suo piano. Per eseguirlo, chiama subito a sé tutti quelli coi quali avea avuto da fare, mercanti o affittuari, insomma tutti quelli che dovevano all'asse, del padrone per roba loro fornita e non pagata, e ciò sotto pretesto di accertare da ognuno l'ammontare del suo debito. Se fossero stati tenuti accuratamente i suoi conti, egli dovea essere il primo a sapere l'esatta posizione di ognuno; ma comincia col permettere a ciascuno di fissare da sé il totale del suo debito, e lo accetta come giusto, senz'altra investigazione. Se le somme dichiarate erano false, quelli che le aveano date sarebbero doppiamente in potere suo, quando egli domanderebbe, sotto forma di mantenimento, l'equivalente del valore rubato. Gesù ci presenta le sue negoziazioni con due soli debitori, come esempi; ve ne possono essere stati delle dozzine trattati allo stesso modo.

PASSI PARALLELI

Luca 7:41-42; Matteo 18:24

6 6. Ed egli disse: Cento bati d'olio. Ed egli gli disse: Prendi la tua scritta, e siedi, e scrivine prestamente cinquanta.

Con questo primo contratto, egli rubò al padrone il valore di 50 bati di olio, e rese il mercante suo obbligato per altrettanto. Il bato vale litri 34,10, dimodoché la quantità tolta dal conto di quel primo debitore sarebbe litri 1705, e la perdita del padrone ammonterebbe a parecchie migliaia di lire. Che la frode si adempiesse falsificando le cifre della scritta, o facendone una nuova lì per lì, poco importa; la somma corrisponderebbe con quella segnata sui libri del fattore a nome di ciascheduno, semmai tutto l'affare venisse novamente esaminato.

PASSI PARALLELI

Luca 15:9,12; Tito 2:10

7 7. Poi disse ad un altro: e tu quanto devi ? Ed egli disse: Cento cori di grano. Ed egli gli disse: Prendi la tua scritta, e scrivine ottanta.

Il Cor o Omer era quasi dieci Bati cioè litri 341, dimodoché dei 34,100 litri dovuti da questo secondo debitore, ne furono tolti litri 7820. Il modo di procedere fu lo stesso che nel primo caso e fu seguito pure in tutti gli altri che seguirono; ma la differenza nell'ammontar della riduzione in questi due casi è una prova notevole dell'astuzia del fattore. Da molto tempo conosceva quegli uomini, e poteva calcolare esattamente la somma di ospitalità che il suo dono gli otterrebbe da ciascuno; secondo questo apprezzamento, accresce o scema la riduzione. Così, mediante disoneste ma abilissime manipolazioni dei beni del suo padrone, prima che gliene sia tolta l'amministrazione, si assicura il vitto per l'avvenire. Il fattore mise questi debitori sotto tanta maggiore obbligazione che probabilmente nell'avvenire né il padrone, né il futuro suo fattore potrebbero domandar loro somme maggiori di quelle che erano state convenute fra essi e lui.

PASSI PARALLELI

Luca 20:9,12; Cantici 8:11-12

8 8. E il signore lodò l'ingiusto fattore, perciocché avea fatto avvedutamente;

Il Signore in questo versetto e nei versetti 3 e 5 è il padrone del fattore ingiusto, non già il Signor Gesù Cristo. La lode non fu data alla sua disonestà nel rubare (nessun uomo di senno loderebbe mai una cosa simile), bensì alla prudenza, sottigliezza e rapidità colla quale avea saputo escogitare ed eseguire il suo piano, della cui completa esecuzione il padrone si accorse solo quando vide ricevuto nelle case dei suoi debitori il fattore che avea rimandato. Non è punto raro che chi è stato dirubato, pur lagnandosi vivamente della disonestà del ladro, si senta costretto di ammettere la furberia e l'abilità di cui è stato vittima. Le lodi del padrone lo proclamano semplicemente un furfante abilissimo e che è riuscito nel suo intento. Gli uomini «ti lodano se tu dài piacere e buon tempo» Salmi 49:19.

conciossiaché i figliuoli di questo secolo sien più avveduti, nella lor generazione, che i figliuoli della luce.

Colle parole di ammirazione strappate al padrone, ha termine la parabola nella clausola precedente. In questa abbiamo parole di Gesù, che sono il suo commento sul procedere così del padrone, come del servo. Egli divide tutta quanta la razza umana a norma della Scrittura, in due grandi classi. La prima si chiama: «i figliuoli di questo secolo», quelli cioè che concentrano in questo mondo, tempo, forze, ambizioni tutte, sieno alti o bassi i fini cui mirano, e non si curano di nulla al di là di esso. Così pure li descrive il Salmista: «Gli uomini del mondo, la cui parte è in questa vita» Salmi 17:14; e Paolo, quelli «i quali hanno il pensiero e l'affetto alle cose terrene» Filippesi 3:19; o ancora: «coloro che son secondo la carne e pensano ed han l'animo alle cose della carne» Romani 8:5. L'altra classe Gesù chiama: «i figliuoli della luce», perché sono nati di nuovo per lo Spirito Santo, e sono stati «chiamati dalle tenebre alla sua maravigliosa luce» 1Pietro 2:9, cosicché ora sono uniti per la fede a Gesù «che è la vera luce, la quale illumina ogni uomo che viene al mondo» Giovanni 1:9. Paolo seguendo l'esempio di Cristo, chiama tutti i credenti «figliuoli di luce e figliuoli giorno» Efesini 5:8; 1Tessalonicesi 5:5 e così descrive il modo in cui acquistano quel titolo benedetto: «Iddio che disse che la luce risplendesse dalle tenebre, è quel che ha fatto schiarire il suo splendore ne' cuori nostri, per illuminarci nella conoscenza della gloria di Dio, nella faccia di Gesù Cristo» 2Corinzi 4:6. A tali è comandato di «camminar nella luce», affinché «siccome Iddio è nella luce, abbiamo così comunione egli e noi insieme» 1Giovanni 1:7. È indubitato che «i figli della luce», come figli di Dio, sono infinitamente più savii, e più meritevoli di venir proposti a modello, in tutte le cose essenziali che «i figliuoli di questo secolo»; ma c'è un punto in cui questi superano quelli, in prudenza cioè ed in saviezza, e da questo solo punto di vista, il Signore ce li presenta, con alla testa il fattore iniquo, quali oggetti di attenzione e di imitazione. La saviezza consiste di due cose: scegliere il fine migliore e cercarne il conseguimento coi fini più adatti. Riguardo alla, prima, i figli della luce hanno di gran lunga il vantaggio; ma per la seconda, cioè per la scelta dei mezzi più acconci e per lo zelo nel farne uso, sono spesso sorpassati dai figli di questo secolo. La parola generazione ha varii sensi. Alcuni la spiegano qui del modo di vivere o di condurre i loro affari, ed in questo senso la superiore saviezza degli uomini di questo mondo è facile a riconoscere; poiché nella sfera della loro vita peritura spiegano, nell'adattare i mezzi allo scopo, una sagacità alla quale non arrivano i figliuoli della luce. Con qual fermezza afferrano l'oggetto cui mirano, con quale instancabile energia, determinazione e preseveranza proseguono i loro disegni! Ma la proposizione che è congiunta nel greco alla parola «generazione» significa a, verso, sicché il vero senso delle parole sarebbe che essi sono più savi verso o fra gli uomini della loro generazione, il che è una allusione evidente all'operato del fattore coi creditori. Fu stabilito fra di loro un accordo perfetto; i secondi divennero complici della frode del primo, ognuno procurò vantaggi disonesti all'altro, ed in tale unità di azione si mostrarono più abili dei figliuoli della luce. Il Signore non vuol già dire che tutti i figliuoli di questo secolo sieno, come questi, disonesti nel carattere e nelle azioni, il suo insegnamento si è che essi ricavano dalle loro relazioni reciproche maggior profitto, per i loro interessi mondani, di quel che facciano i figliuoli della luce, della loro fraterna comunione. Notisi che il paragone non vien fatto fra la maggior prudenza ed il maggior successo dei mondani, e quelli dei figliuoli della luce nei loro affari spirituali, ossia nel far volgere i loro rapporti reciproci alla salute delle anime dei loro simili per la gloria di Dio, e per guadagnarsi la ricompensa finale di «quelli che avranno giustificati molti». In quanto al saper trar vantaggio dalle occasioni che vengon porte a ciascun di loro, il Signore qui ci dice che i secondi superano i primi.

Per molti è una pietra di scandalo, per altri una sorpresa, che il Signore, il quale avea dinanzi a sé l'intero mondo per scegliersi un esempio di prudenza mondana atto a stimolarci a prudenza spirituale nel ricercare gli interessi dell'anima nostra, abbia fissato la sua scelta sopra un uomo tutto quanto penetrato dell'ignobile vizio della disonestà e della menzogna. Invero l'imperatore Giuliano si prevalse di questo fatto per sostenere che le dottrine di Cristo sono contrarie alla sana morale, e per giustificare in questo modo la sua apostasia. Non è questo però il solo caso in cui il Signore abbia inculcato i suoi insegnamenti mediante oggetti vili e repulsivi. Niente è più schifoso del serpente, eppure egli lo propone all'imitazione dei suoi discepoli, non per il male che può fare, ma per la sua prudenza! «Siate prudenti come serpenti, e semplici come colombe». L'avvedutezza e la disonestà non sono meno strettamente uniti nel carattere del fattore frodolente, che nel serpente la prudenza ed il potere di nuocere. Il Signore vuole che venga imitata nella sola qualità che è lodevole, pur tenendo il resto in abbominazione. Di più, se teniamo in mente che la chiave della parabola si trova nelle parole: «i figliuoli di questo secolo» ecc., si troverà che «la disonestà mista con prudenza del fattore, ben lungi dal rendere il caso suo disadatto allo scopo del Signore, lo ha tanto più appropriato a quello, perché il suo scopo non era solamente di dare, ai suoi discepoli un esempio generico di prudenza, bensì un esempio specifico della prudenza di questo mondo che «non teme Iddio e non ha riguardo ad alcun uomo». «Egli ci mostra un uomo mondano nelle sue vedute e nelle sue massime, il quale prosegue senza scrupolo il suo scopo colla massima energia ed abilità, e l'insegnamento è: Il cristiano che è guidato da una luce più pura, prosegue lo scopo più elevato della vita sua, con zelo ed energia consimili. Un esempio di prudenza, tolto dalla vita di un uomo buono e praticato per sottomissione alla volontà di Dio, non avrebbe convenuto allo scopo del Maestro, così bene come quello che egli ha scelto» (Arnot).

PASSI PARALLELI

Luca 16:10; 18:6

Luca 16:4; Genesi 3:1; Esodo 1:10; 2Samuele 13:3; 2Re 10:19; Proverbi 6:6-8

Luca 20:34; Salmi 17:14; 1Corinzi 3:18; Filippesi 3:19

Salmi 49:10-19; Matteo 17:26

Giovanni 12:36; Efesini 5:8; 1Tessalonicesi 5:5; 1Pietro 2:9; 1Giovanni 3:10

9 9. lo altresì vi dico: Fatevi degli amici delle ricchezze ingiuste;

Qui abbiamo espressa, pur sempre in linguaggio parabolico, l'applicazione che Cristo fa di questa parabola ai suoi discepoli in ogni tempo. La posizione del fattore, riguardo al suo padrone, è quella d'ogni uomo in generale, ma specialmente del vero credente, inverso Dio. Di quanto essi posseggono in sulla terra, Dio è il padrone, egli lo ha loro affidato come ad economi, col comando: «Trafficate, finché io venga» Luca 19:13. Il fattore lo fece disonestamente, prendendo quello che non era suo, per beneficare i suoi amici, e ciò per i secondi fini che avea in vista; i credenti lo possono fare onestamente e liberamente, imperocché il Signore ha dato loro ricchezze, rango, talenti, non per farne tesoro a se stessi, ma per ispenderli a benefizio di altri (specialmente dei poveri e dei bisognosi), affin di vincere i loro cuori a Cristo, cosicché per le mutue loro relazioni la gloria di Dio sia avanzata ed a, loro sia «copiosamente porta l'entrata all'eterno regno del nostro Signore Gesù Cristo» 2Pietro 1:5-11. Gli amici, secondo gli uni, sono gli angeli; secondo altri, Iddio stesso; ma l'analogia dell'esempio del fattore prova che si tratta evidentemente di uomini della nostra generazione: i miseri gli afflitti, «i poveri del mondo, ricchi in fede» Giacomo 2:5, i quali hanno bisogno di venire soccorsi e la cui affettuosa riconoscenza ripagherà ampiamente anche in questa vita, tutto ciò che avremo fatto per loro. «La benedizione di chi periva», dice Giobbe, «veniva sopra a me, ed io faceva cantare il cuore della vedova» Giobbe 29:13. I mezzi coi quali devono esser fatti quegli amici sono «le ricchezze ingiuste», mammona di ingiustizia. Mammona è parola di origine Siriaca od aramaica (punica, secondo Agostino), di cui si dice, ma con dubbia autorità, che era il nome di un idolo adorato dagli Assirii, come Dio della ricchezza. Tutti concordano che significa ricchezza o guadagno, non necessariamente acquistato in modo ingiusto, ma sovrabbondante. L'espressione (ingiustizia), qui unita alla ricchezza non significa, come suppongono alcuni, guadagno acquistato disonestamente, perché il Signore ne avrebbe subito ordinato la restituzione (Zaccheo dopo la sua conversione ce ne dà un esempio Luca 19:8), ma si riferisce forse al peccato spesso commesso per acquistarlo, o agli abusi che a motivo della umana infermità, derivano dalla sua possessione, e soprattutto a mettere ad esso il nostro cuore 1Timoteo 6:3,10. Però paragonando con quella le parole «le vere ricchezze» del ver. 11, pare che «ingiuste» voglia qui significare ricchezze incerte, «instabili» che sono false, perché «ingannatrici»; infatti sembrano promettere al loro possessore una felicità ininterrotta, mentre non possono rimanere di continuo con lui. «L'uso di ingiusto, per falso», dice Trench, «si trova in tutta la LXX; cosicché quì il Mammona, di iniquità è il Mammona ingannatore, quello che tradirà la fiducia riposta in lui». Il comando sarebbe dunque questo: «Volgete a maggior vostro vantaggio soccorrendo generosamente i vostri fratelli poveri, quelle ricchezze delle quali gli ingiusti abusano in modo tanto iniquo, e ciò nello stesso spirito di previdente sagacità che fu, dimostrato dal disonesto fattore».

acciocché, quando verrete meno,

Secondo il testo ricevuto, la lezione greca è voi mancate; ma, il codice Alessandrino, ed uno o due altri MSS. leggono esso manca, che si riferirebbe a Mammona. Oosterze sostiene fortemente questa lezione, fondandosi sull'analogia delle ricchezze che erano venute meno al fattore; ma quell'analogia, non regge, perché esse rimanevano al padrone; il fattore era quello che avea mancato, o, in altre parole era stato scacciato, e privato dell'uso di quelle. L'analogia tende dunque dal lato opposto, ed in forza di ciò, come pure del peso delle autorità in suo favore, la vera, lezione ci par quella, del testo ordinario. Il senso è: «quando morrete». «Le ricchezze possono farsi dell'ale e volare in aria», molto prima che il loro padrone venga a morire, e gli amici che egli si è procurati col loro mezzo possono allora riceverlo in abitazioni terrene; ma egli è solo alla morte che egli può venir ricevuto nei «tabernacoli eterni», dei quali Gesù parla in questo luogo.

vi ricevono ne' tabernacoli eterni.

Questi eterni tabernacoli, trovansi solo in cielo, sono le «molte stanze nella casa del Padre mio» di cui Gesù parla in Giovanni 14:2, il «tempio di Dio, dal quale il vincitore non verrà mai più fuori» Apocalisse 3:12. Alla parola ricevano alcuni scrittori dànno un senso impersonale o indefinito equivalente a potrete esser ricevuti, probabilmente per evitare la difficoltà che sembra presentare essere ricevuti in cielo da amici fatti colle ricchezze ingiuste; ma l'analogia della parabola (ver. 4), vuole che questo ricevimento sia preso in un senso personale; fatto non da Dio, da Gesù o dagli angeli, come credono alcuni, ma dai santi poveri che essi hanno amorevolmente soccorsi durante la terrestre miseria e che li hanno preceduti nella gloria. La parola quì usata è ricevere, cioè incontrare ed accogliere, non far entrare o condurre nelle abitazioni. Cristo solo può, mediante l'assoluta giustizia imputata a noi per fede, aprirci le porte del cielo Atti 4:12. Non per merito nostro, come insegna la Chiesa di Roma, non per intercessione dei Santi. ai quali possiamo forse aver fatto del bene in questa vita, saremo noi ammessi in cielo, ma semplicemente per la libera grazia di Dio Efesini 2:8; ma questo non toglie minimamente che possiamo esser ricevuti, quando Cristo avrà aperta per noi la, porta del cielo, con acclamazioni di gioia, da quelli che abbiam fatti in terra amici nostri, mediante un uso liberale delle ricchezze ingiuste. Invero, tenendo conto di quello che Gesù ci dice nel capitolo precedente, cioè della «letizia in cielo per un peccatore penitente», ci appare molto probabile che una consimile gioia sarà sentita da, quelli che si ricorderanno con amore di noi, quando saremo introdotti «nella gioia del nostro Signore», e che essi si avanzeranno come testimoni in favor nostro, in quel giorno del giudizio finale, in cui ciascuno sarà giudicato «secondo le sue opere» Matteo 25:34-46. Brown domanda: «Come ci riceveranno quegli amici nei tabernacoli celesti? Alzandosi come testimoni di quanto avrem fatto per loro per amor di Gesù. Così la sola differenza fra questa descrizione dell'ammissione dei santi nel cielo, e quella nella grandiosa veduta che il Signore ci dà dell'ultimo giudizio Matteo 25 consiste in ciò che in Matteo, Cristo stesso come Giudice parla per essi, come onnisciente spettatore di tutti i loro atti di beneficenza verso «i suoi fratelli», mentre qui questi fratelli di Gesù parlerebbero per il proprio conto». La lezione da impararsi da questa parabola, è in breve questa, che, mentre vivono sulla terra, gli uomini devono fare tale un uso dei loro beni terreni, che questi stessi beni alla fine sieno riconosciuti come avendoli aiutati a camminare verso il loro eterno riposo. Quelle ricchezze terrene, che sono nemici dai quali molti restano vinti, fatene degli amici usandone con coscienza e liberalità.

PASSI PARALLELI

Luca 11:41; 14:14; Proverbi 19:17; Ecclesiaste 11:1; Isaia 58:7-8; Daniele 4:27; Matteo 6:19; 19:21

Matteo 25:35-40; Atti 10:4,31; 2Corinzi 9:12-15; 1Timoteo 6:17-19; 2Timoteo 1:16-18

Luca 16:11,13

Proverbi 23:5; 1Timoteo 6:9-10,17

Salmi 73:26; Ecclesiaste 12:3-7; Isaia 57:16

2Corinzi 4:17-18; 5:1; 1Timoteo 6:18; Giuda 21

10 10. Chi è leale nel poco, è anche leale nell'assai; e chi è ingiusto nel poco, è anche ingiusto nell'assai.

In questo versetto, Gesù passa dalla prudenza dimostrata dal fattore alla fedeltà di cui mancava e pone un principio universale di cui fa l'applicazione nei seguenti. Questo principio si è: egli è impossibile rimanere fedeli nelle grandi cose, essendo infedeli nelle piccole. È verità incontestata che la condotta di un uomo nelle cose piccole è un criterio sicuro di quanto egli farà nelle grandi: se lo sappiamo infedele nelle cose di minore importanza, non gli affideremo certo quelle di maggior momento. Alcuni scrittori non sanno vedere il nesso che unisce questa massima alla precedente parabola, eppure non ci par tanto lontano a trovare. Molti che posseggono poca parte delle «ricchezze ingiuste», potrebbero essere disposti a dire che quella parabola non li riguarda; ma a detta, di Cristo, questo è un errore, perché la fedeltà non dipende dall'ammontare affidato ad uno, bensì dal sentimento di responsabilità che, egli nutre in cuore. L'uomo cui era stato affidato un talento fu tenuto responsabile dell'uso che ne fece, al par di quello che ne avea ricevuto dieci. È altrettanto possibile per un povero di essere infedele nel disporre dei suoi pochi mezzi, che per il ricco nello spendere una grande fortuna. V'è qui una lezione che anche i mondani, nelle loro varie carriere, farebbero bene di tenere in mente. Chi vuol conservarsi fedele nelle grandi imprese che possono un giorno venirgli affidate, si studii sopra ogni altra cosa e con perseveranza di esser tale nei piccoli dettagli della vita giornaliera, perché il permettersi di mancare nelle piccole cose, col tempo incallisce la coscienza e distrugge la distinzione fra il bene ed il male.

PASSI PARALLELI

Luca 16:11-12; 19:17; Matteo 25:21; Ebrei 3:2

Giovanni 12:6; 13:2,27

11 11. se adunque voi non siete stati leali nelle ricchezze ingiuste.

cioè nelle incerte ed ingannatrici ricchezze di questa terra,

chi vi fiderà le vere?

Le vere ricchezze indicano le grazie del vangelo, la influenza dello Spirito, la vita eterna ed il tesoro nei cieli, che sono tutte cose reali, durature immancabili. In questo vers. e nel seguente, il Signore applica il principio posto nel ver. 10. Quelli che sono disonesti nel governo dei loro beni terreni, non possono esser partecipi della grazia quaggiù, né della gloria nei cieli; perché tal disonestà è precisamente il culto di Mammona, il quale presto soffocherà nel cuore loro ogni impressione religiosa.

PASSI PARALLELI

Luca 16:9

Luca 12:33; 18:22; Proverbi 8:18-19; Efesini 3:8; Giacomo 2:5; Apocalisse 3:18

12 12. E, se non siete stati leali nell'altrui, chi vi darà il vostro?

Fra questo ed il versetto precedente, corre uno di quei parallelismi che occorrono frequentemente nella Scrittura, le clausole corrispondenti di ogni versetto illustrandosi a vicenda. Nei ver. 11,12, «le ricchezze ingiuste» corrispondono alle ricchezze «altrui»; e le «ricchezze vere», al «vostro». L'«altrui» qui è Dio, e Gesù c'insegna che la ricchezza del mondo, per quanto inegualmente divisa fra gli uomini, è di Dio, e a noi viene affidata solo come a suoi economi. È incerta, fallace, ne possiamo venir privi ad ogni istante, ma è sempre sua: ad ognuno egli domanderà conto dell'uso che avrà fatto della parte assegnatagli, e se saremo trovati economi infedeli, come potremo sperare che Dio ci accordi ricchezze in nostra proprietà assoluta?, Se si potesse provare con certezza, come suppongono alcuni, che i padroni usavano talvolta ricompensare i loro fattori, dando loro una parte delle loro terre, questo spiegherebbe esattamente l'espressione analoga di questo versetto. Le «vere ricchezze» sono le benedizioni spirituali di cui vengono messi in possesso duraturo quelli che sono uniti a Cristo; in questa vita esse ci sono applicate dallo Spirito, e ne godremo eternamente nei cieli. Messe in contrasto colle «ricchezze ingiuste», esse sono la proprietà di ciascun credente («il vostro»). Esse costituiscono il suo carattere, sono il suo tesoro permanente e speciale, di cui il volere di nessuno può mai più privarlo. La grazia e la pace una volta date sono una possessione eterna. «I doni e la vocazione di Dio son senza pentimento» Romani 11:29. Fin da ora, i credenti posseggono come proprie le «ricchezze ininvestigabili di Cristo»; queste son loro conservate nel cielo come una «eredità incorruttibile ed immacolata e che non può appassare». Il senso è dunque: "Se siete infedeli e disonesti riguardo a quelle cose che sono la proprietà di Dio, non potete sperare quella vita eterna che Dio accorda ai credenti, e la quale una volta data sarebbe vostra per sempre". La disonestà nelle cose che Dio ci ha affidate, sotto la nostra responsabilità, è una prova che il cuore ancora non è rigenerato e «se alcuno non è nato di nuovo non può entrare nel regno di Dio».

PASSI PARALLELI

Luca 19:13-26; 1Cronache 29:14-16; Giobbe 1:21; Ezechiele 16:16-21; Osea 2:8; Matteo 25:14-29

Luca 10:42; Colossesi 3:3-4; 1Pietro 1:4-5

13 13. Niun famiglio può servire a due signori; perciocché, o ne odierà l'uno, ed amerà l'altro; Ovvero, si atterrà all'uno, e sprezzerà l'altro; voi non potete servire a Dio, ed a Mammona.

Da alcuni questo vien considerato come un detto proverbiale; ma esso si rannoda qui in modo evidente al soggetto che precede. Non c'è vero servizio se il cuore non vi è impegnato Matteo 6:21, e gli affetti del cuore, in un senso assoluto, non possono venir dati che ad un oggetto solo; indi l'impossibilità di render servizio ugualmente sincero ed amorevole a due padroni opposti e nemici. Il fattore della parabola avea due padroni: il ricco signore del quale amministrava i beni, e l'oro di cui si era fatto un dio; ed egli trovò che era impossibile di servire ad entrambi, perché i suoi affetti erano tutti concentrati nell'amor dell'oro, mediante il quale egli poteva, soddisfare le sue voglie peccaminose. Parimente colui che non è fedele nelle «piccole cose», che non spende quello che il Signore gli ha affidato come un economo, nel modo indicato al ver. 9, prova con questo fatto istesso che egli è un misero schiavo di Mammona, che il suo affetto per quello è idolatria e che perciò non può servire a Dio. Questa «avarizia», come idolo accarezzato nel cuor dell'uomo, lo impedisce di servirsene giustamente per la gloria di Dio. Leggasi la descrizione fatta da Paolo degli effetti dell'avarizia in 1Timoteo 6:9-10, come una illustrazione del detto di Cristo che egli è impossibile di servire al tempo stesso Dio e Mammona, vedi Nota Matteo 6:24.

PASSI PARALLELI

Luca 9:50; 11:23; Giosuè 24:15; Matteo 4:10; 6:24; Romani 6:16-22; 8:5-8; Giacomo 4:4

1Giovanni 2:15-16

Luca 14:26

Riferimenti incrociati:

Luca 16:1-13

1 Mat 18:23,24; 25:14-30
Lu 8:3; 12:42; Ge 15:2; 43:19; 1Cron 28:1; 1Co 4:1,2; Tit 1:7; 1P 4:10
Lu 16:19; 15:13,30; 19:20; Prov 18:9; Os 2:8; Giac 4:3

2 Ge 3:9-11; 4:9,10; 18:20,21; 1Sa 2:23,24; 1Co 1:11; 1Ti 5:24
Lu 12:42; Ec 11:9,10; 12:14; Mat 12:36; Rom 14:12; 1Co 4:2,5; 2Co 5:10; 1P 4:5,10; 1Ti 4:14; Ap 20:12
Lu 12:20; 19:21-26

3 Lu 18:4; Est 6:6
Lu 12:17; Is 10:3; Ger 5:31; Os 9:5; At 9:6
Prov 13:4; 15:19; 18:9; 19:15; 21:25,26; 24:30-34; 26:13-16; 27:23-27; 29:21; 2Te 3:11
Lu 16:20,22; Prov 20:4; Mar 10:46; Giov 9:8; At 3:2

4 Prov 30:9; Ger 4:22; Giac 3:15

5 Lu 7:41,42; Mat 18:24

6 Lu 16:9,12; Tit 2:10

7 Lu 20:9,12; CC 8:11,12

8 Lu 16:10; 18:6
Lu 16:4; Ge 3:1; Eso 1:10; 2Sa 13:3; 2Re 10:19; Prov 6:6-8
Lu 20:34; Sal 17:14; 1Co 3:18; Fili 3:19
Sal 49:10-19; Mat 17:26
Giov 12:36; Ef 5:8; 1Te 5:5; 1P 2:9; 1G 3:10

9 Lu 11:41; 14:14; Prov 19:17; Ec 11:1; Is 58:7,8; Dan 4:27; Mat 6:19; 19:21; 25:35-40; At 10:4,31; 2Co 9:12-15; 1Ti 6:17-19; 2Ti 1:16-18
Lu 16:11,13
Prov 23:5; 1Ti 6:9,10,17
Sal 73:26; Ec 12:3-7; Is 57:16
2Co 4:17,18; 5:1; 1Ti 6:18; Giuda 1:21

10 Lu 16:11,12; 19:17; Mat 25:21; Eb 3:2
Giov 12:6; 13:2,27

11 Lu 16:9
Lu 12:33; 18:22; Prov 8:18,19; Ef 3:8; Giac 2:5; Ap 3:18

12 Lu 19:13-26; 1Cron 29:14-16; Giob 1:21; Ez 16:16-21; Os 2:8; Mat 25:14-29
Lu 10:42; Col 3:3,4; 1P 1:4,5

13 Lu 9:50; 11:23; Gios 24:15; Mat 4:10; 6:24; Rom 6:16-22; 8:5-8; Giac 4:4; 1G 2:15,16
Lu 14:26


Visualizzare un brano della Bibbia

Aiuto per visualizzare la Bibbia

Ricercare nella Bibbia

Aiuto per ricercare la Bibbia
Ricerca avanzata

Indirizzo di questa pagina: http://www.laparola.net/testo.php?riferimento=luca+16%3A1-13&versioni[]=Nuova+Riveduta&versioni[]=C.E.I.&versioni[]=Nuova+Diodati&versioni[]=Riveduta&versioni[]=Diodati&versioni[]=Commentario&versioni[]=Riferimenti+incrociati.