1Corinzi 10

1 1Corinzi 10:1-13 La storia degl'Israeliti è un ammonimento a vigilanza.

Se Paolo, da vero atleta cristiano che combatte sul serio, viveva una vita di rinunziamenti per non esporsi al rischio di essere alla fine riprovato, quanto era fuori posto la leggerezza dei Corinzi i quali, pur essendo di tanto inferiori spiritualmente al grande Apostolo, erano così sicuri di sè che non solo volevano godersi ogni diritto, ma stimavano di poter scherzare coi pericoli inerenti alle feste idolatre! Onde inculcar loro la necessità di una più prudente vigilanza, Paolo adduce gli ammonimenti contenuti nella storia dell'Esodo d'Israele. Le vicende di quel viaggio che ha tante analogie col pellegrinaggio cristiano, dimostrano come si possa cominciar la carriera nelle migliori condizioni e fare una fine miseranda, se non si vuole rinunziare a sè stessi ed alle proprie concupiscenze.

Il pericolo di perdere il premio è reale, e lo provano i fatti.

Perciocchè (testo emend.) io non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri,

i padri del popolo d'Israele ed in un senso anche gli antenati spirituali del popolo di Dio universale Galati 6:10; Romani 11:17; Romani 4,

sono tutti stati sotto la nuvola

quel simbolo visibile della presenza divina che guidava e proteggeva gl'Israeliti Esodo 14:20; Numeri 10:34

e che tutti passarono attraverso il mare

Rosso,

2 e che tutti furono battezzati in Mosè

(lett. per o in vista di Mosè),

colla nuvola o col mare

che sono stati come l'elemento visibile di questa specie di battesimo degl'Israeliti. Il passaggio del Mar Rosso sotto la protezione della nuvola, fu il suggello divino alla risoluzione del popolo di abbandonar l'Egitto per consecrarsi a Dio e servirlo nella terra promessa. Da quel momento, il popolo è separato definitivamente dall'Egitto ed appartiene al Dio che l'ha liberato ed al profeta-mediatore che Dio gli ha dato per capo Esodo 14:31. Il carattere e l'importanza di quei fatti iniziali del pellegrinaggio israelitico, fanno sì che Paolo li può riguardare come una specie di battesimo mosaico, analogo al battesimo cristiano considerato come dichiarazione solenne del neofita di voler appartenere a Cristo e come suggello della grazia divina promessa al credente.

3 E tutti mangiarono il medesimo cibo spirituale e tutti bevvero la medesima bevanda spirituale, poichè bevevano alla roccia spirituale

(lett. dalla roccia)

che li seguitava - e la roccia era Cristo.

Oltre a quel battesimo che li aveva arruolati come popolo di Dio. gl'Israeliti avevano tutti partecipato ad una specie di Santa Cena. Dio li avea infatti nudriti colla manna e dissetati coll'acqua fatta scaturire dalla roccia. La manna è detta cibo spirituale, e l'acqua bevanda spirituale, non già perchè fosser di natura non materiale, o perchè destinate a sostentar lo spirito, ma perchè di natura soprannaturale, creazioni dello Spirito Deuteronomio 8:8; Luca 4:4. La manna, in ragione di questa sua origine, è chiamata altrove: «il frumento del cielo», «il pane degli angeli», «il pane disceso dal cielo» (Salmi 78:23-25; 105:40; Giovanni 6:31 e segg. Cfr. per l'azione dello Spirito sulla materia Genesi 1:1; Luca 2:35; Galati 4:29. Stando alla narrazione biblica, l'acqua fu due volte fatta scaturire dalla roccia: in Refidim ed in Kadesh (Esodo 17:6; Numeri 20:11; cfr. Salmi 78:15-16; 105: 41; 114:8). Come può dunque l'Apostolo parlare di una «roccia spirituale che li seguitava»? Egli allude ad una favola rabbinica secondo la quale la roccia da cui scaturì l'acqua di Horeb avrebbe poi sempre seguito gl'Israeliti nelle loro marce, somministrando loro l'acqua necessaria. Paolo ha egli accettata la favola come fatto storico? La cosa non pare ammissibile trattandosi d'un conoscitore esatto delle Scritture e d'un avversario dichiarato delle «favole giudaiche» e «da vecchierelle» Tito 1:14; 1Timoteo 4:7. Egli afferma bensì che gl'Israeliti sono stati provveduti d'acqua e che dovettero questo alle cure costanti di Colui che Mosè stesso chiamò «la Roccia della salvezza» d'Israele (Deuteronomio 32:15,18; cfr. Isaia 30:29; 26: 4); e che Paolo nomina addirittura Cristo. Difatti, secondo lui, la persona divina che accompagnava il popolo nel deserto; l'Angelo della Faccia, l'Angelo di Dio, del Patto, l'Eterno, l'autore delle teofanie non era altri che il Figlio di Dio, il quale, prima d'incarnarsi, presiedeva alla economia della Salvazione. Egli era la vera roccia spirituale, soprannaturale, che seguitava Israele e provvedeva ai suoi bisogni. «in questo passo troviamo per la prima volta, riuniti i due atti sacri del battesimo e della S. Cena, come formanti un insieme completo in cui il primo rappresenta la grazia dell'entrata nella vita nuova, l'altro la grazia che ci mantiene e rafferma. La riunione di questi due atti sotto il nome speciale di Sacramenti non è dunque un'invenzione arbitraria della dogmatica» (Godet).

5 Tutti quanti gl'Israeliti hanno partecipato agli stessi beneficii,

ma Dio non gradì

(non si compiacque in...)

la maggior parte di loro, poichè furono stesi al suolo nel deserto

secondo la sentenza pronunziata sui ribelli: «I vostri corpi caderanno morti in questo deserto» Numeri 14:26-35; Ebrei 3:17. Due soli d'infra gli uomini fatti che aveano passato il Mar Rosso entrarono in Canaan: Giosuè e Caleb.

6 Ora, queste cose sono avvenute per esserci esempi,

Greco: tipi. Per il senso morale della parola si confr. Filippesi 3:17; 2Tessalonicesi 3:9; 1Timoteo 4:12; Tito 2:7; 1Pietro 5:3. È sufficiente in questo passo il significato morale di esempi da cui c'è da ricavare un ammaestramento utile.

acciocchè non siamo cupidi di cose cattive, come ne furono cupidi coloro.

«Cose cattive» accenna a godimenti cattivi in sè stessi, o che lo diventano per via delle conseguenze dannose che hanno sugli altri e su noi stessi. Della sua disposizione a concupire quello che Dio negava, il popolo diede ripetute prove nel deserto. I quattro esempi mentovati dall'Apostolo sono scelti fra quelli che meglio facevano al caso dei Corinzi.

7 e non diveniate idolatri, come alcuni di loro, secondo ch'è scritto

Esodo 32:6:

«il popolo sedette per mangiare e per bere, poi si levò per ballare».

Paolo allude ai sacrificii offerti, al Sinai, davanti al vitello d'oro ed ai banchetti ed alle danze che seguirono. Cfr. Esodo 32. L'avvertimento è diretto a quei Corinzi che partecipavano, nelle adiacenze dei templi, ai conviti ed ai divertimenti che seguivano i sacrificii pagani.

8 e non fornichiamo, come alcuni di loro fornicarono, e ne caddero in un sol giorno ventitremila.

L'uso della prima persona sta ad indicare che Paolo prende per sè, non meno che per gli altri, le lezioni contenute nella storia israelitica. La fornicazione era intimamente legata all'idolatria, specialmente a certe forme di essa. Corinto adorava Venere, le cui sacerdotesse erano prostitute e le cui feste erano orgie impure. Il prender parte alle feste idolatre era dunque un esporsi ad un tempo al peccato d'idolatria ed a quello di fornicazione. Così erano caduti gl'Israeliti quando, indottivi dalle donne Moabite, aveano partecipato alle orgie del culto di Baal-Peor, il dio della riproduzione. Cfr. Numeri 25:1-9. Percossi di piaga, n'erano caduti 24000. Tale infatti è la cifra portata dal testo ebraico e confermata dalla versione dei LXX: da Filone e da Giuseppe Flavio. Non si spiega come il nostro passo porti 23000. È un lapsus memoriae dell'Apostolo; o è un errore materiale dovuto forse a un'abbreviazione come εικοσιτρς? Non sapremmo dirlo; ma non faremo consistere in questo l'ispirazione di un Apostolo di Cristo.

9 E non tentiamo il Signore [testo emend.] come alcuni di loro lo tentarono e perirono

(lett. perivano nel testo meglio autenticato)

per li serpenti

Accenno al fatto narrato Numeri 21: 4-10 (cfr. Esodo 17:2-8). Gl'Israeliti tentarono Dio col mettere a dura prova la sua pazienza, mostrandosi scontenti di quel che Dio dava loro ed impazienti di ogni privazione. I Corinzi potevano farlo col mostrarsi non soddisfatti dei privilegii procurati dal Vangelo, e restii di fronte alle abnegazioni richieste dalla loro professione cristiana.

10 e non mormoriate come alcuni di loro mormorarono, e perirono per lo sterminatore.

Si parla più volte di mormorii degl'Israeliti; ma la menzione di un angelo sterminatore fa vedere che Paolo allude ai mormorii contro Mosè ed Aronne dopo la fine spaventosa di Datan, Abiram e lor compagni Numeri 16:41-59. Perirono allora di piaga 14.700 persone. (Cfr. Numeri 14:37; Esodo 12: 23; 2Samuele 24:16).

11 Or queste cose

(il tutte è dubbio)

avvennero loro per servir d'esempio

(lett. a mo' d'esempio)

e sono state scritte per ammonizione di noi che siamo stati raggiunti dagli ultimi termini dei secoli

(lett. ai quali son pervenuti gli...). Paolo considera i fatti della storia israelitica, come provvidenzialmente ordinati a servir di esempi istruttivi al popolo di Dio di tutte le età posteriori. E siccome la tradizione orale non avrebbe potuto conservarli fedelmente, Dio ha disposto che fossero consegnati per iscritto, affinchè potessero ammonire anche coloro che viverebbero nell'ultimo periodo della storia del mondo. Questo è il periodo messianico chiamato altrove il «compimento dei secoli», «gli ultimi tempi», «la fine dei giorni», ecc. Ebrei 9:26; 1Pietro 1:20; Ebrei 1:l; Galati 4:4. L'Apostolo sa che l'epoca in cui egli ed i suoi fratelli vivono, coincide appunto con «gli ultimi termini dei secoli» o dei periodi storici; ma non potrebbe dire quanto tempo deve trascorrere ancora prima della seconda venuta di Cristo. Egli vive nell'aspettativa, come se un tale evento non fosse lontano.

12 Il principale ammonimento contenuto nei fatti ricordati è di non presumere di noi medesimi quasichè fossimo sicuri di non cadere e potessimo far senza della vigilanza.

Talchè, chi si pensa di star ritto,

chi si crede forte e sicuro della vittoria, perchè ha ben principiato, perchè gode di molti privilegii e doni,

guardi di non cadere

come caddero gl'Israeliti. Il pericolo è tanto maggiore che le prove annunziate per gli ultimi tempi hanno da essere più terribili per la fede dei credenti.

13 [Finora] non vi ha colti alcuna prova che non fosse umana

In greco la stessa parola significa ora tentazione ed ora prova secondo che si mira a far cader l'uomo nel peccato Matteo 4:4; Giacomo 1:13, ovvero a manifestare ed a render più salda la sua fedeltà morale Genesi 22:1. Finora nessuna prova straordinaria, sproporzionata alle forze usuali d'un cristiano, ha colto i Corinzi in quella guisa che l'uragano coglie il viandante. Ma, secondo le predizioni di Cristo, il peggio è da venire. Cfr. Quanto l'Apostolo ha detto 1Corinzi 7:26 con Matteo 24.

E Dio è fedele il quale non permetterà che siate provati al di là delle vostre forze; ma con la prova darà anche l'uscita, acciocchè la possiate sostenere.

La gravità delle future prove deve spingerli a vigilanza; ma d'altra parte, non c'è da disperar dell'esito qualora si guardi alla fedeltà ed alla bontà di Dio che mentre permette la prova, ne regola l'intensità e la durata per modo che i fedeli non abbiano a soccombere sotto al grave peso. L'uscita accenna al cessar della prova Matteo 24:22 e per l'entrare in tentazione Matteo 26:41.

AMMAESTRAMENTI

1. La similitudine tratta dai giuochi greci 1Corinzi 9:24-27 ci presenta, dice Beet, un aspetto importante della vita cristiana ed è il complemento necessario della dottrina della giustificazione per grazia, mediante la fede. Sebbene la vita eterna sia un dono assolutamente libero di Dio, esso è dato soltanto a chi spiega ogni sforzo per ottenerlo. D'altra parte, se abbandonati alle nostre forze. Il risultato della lotta sarebbe più che dubbioso: ma Colui che è in noi, per lo suo Spirito, è più forte di colui ch'è nel mondo.

Tre direzioni (osserva il Dods) dà l'Apostolo all'atleta spirituale.

1) Sii temperato in ogni cosa. Tutto ciò che sfibra le energie spirituali, dev'essere abbandonato; nè vale l'esser temperato in una cosa, se poi c'è intemperanza in un'altra. Nè vale il continuar temperato per molto tempo, se poi con una notte di orgia si perde il vantaggio acquistato. Come una imprudenza del convalescente gli farà perdere il beneficio di mesi di cura, così una frode, ad esempio, guasterà un carattere serbato illibato.

2) Siate decisi. Chi vuol vincere deve saper dove vuole arrivare ed esser deciso di giungervi. La vita è misera finchè non abbiamo uno scopo chiaro e preciso. Solo allorchè l'abbiamo, essa tira diritto come la saetta alla meta. L'accendersi di zelo per un tempo in vista di uno scopo, poi mutarlo per ricominciare è atto a renderci sfiduciati e fiacchi qualunque via prenda un uomo egli deve rinunziare a qualcosa d'altro. Niente di strano adunque se il cristiano volendo andar diritto allo scopo propostogli, deve lasciar questo o quel sentiero che lo allontana dalla meta. Gli esempi di energia, di perseveranza, di abnegazione che gli uomini del mondo dànno spesso quando si tratta di riuscir in una impresa terrena, devono servire di stimolo al cristiano che ha dinanzi a sè la meta più nobile e più gloriosa cui possa mirare un uomo.

3) Fate sul serio. Molte volte il cristiano fa come chi tira di scherma, ma senza veruna idea di versare mai sangue. Noi lottiamo contro il peccato come Davide contro Absalonne, col segreto desiderio di lasciargli ancora la vita. Questo lottare, ma non sul serio, è dannoso; consuma le forze e non conduce alla vittoria.

2. «Un predicatore della salvazione può finire coll'andare in perdizione. Può additare agli altri la via del cielo ed egli stesso non giungervi mai. A prevenire un così triste caso, Paolo aveva gran cura di tener in sottomissione gli appetiti del corpo. Una santa diffidenza di noi medesimi, è la migliore garanzia contro l'apostasia della verità e contro la finale reiezione per parte di Dio» (Da M. Henry).

3. «Ogni parte della Scrittura è divinamente ispirata, dice S. Paolo a Timoteo 2Timoteo 3:16 e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, ad educare in giustizia». La storia dell'antico popolo di Dio, in ispecie, è stata scritta per servire di avvertimento a tutte le future generazioni dei credenti. Pare che i Corinzi tralasciassero, nella loro presunzione, di leggere e di meditare attentamente le lezioni somministrate dalle Scritture dell'Antico Testamento. Paolo li richiama all'investigazione della Bibbia. «Non voglio che ignoriate...» il suo contenuto. Chi medita per la sua edificazione le Scritture ne trae sempre nuovi ammaestramenti e vi scopre quelle direzioni che fanno al proprio suo caso. Ricordino i cristiani la parola d'ordine apostolica: «Non voglio che ignoriate...». E se la storia degli israeliti è ricca di esempi utili, possiamo aggiungere che la storia della chiesa di tutti i tempi e, in ispecie, quella ch'è consegnata nei libri apostolici, non è meno istruttiva.

4. Grandi erano stati i privilegii goduti dagli israeliti; eppure la maggior parte degli adulti usciti d'Egitto, non entrarono mai nella terra promessa. Più grandi sono i privilegii spirituali di cui godono i credenti sotto il Nuovo Patto; ma se non rispondono alle grazie di Dio con fede perseverante, vigilante, operante, possono finir col restar esclusi dal «riposo di Dio» Ebrei 3:4. L'essere stati battezzati, l'aver partecipato al sacramento dell'Eucaristia, non serve se il cuore non è stato rinnovato a pentimento. Non c'è privilegio, come non c'è rito esterno che salvi chi non vuoi rinunziare al male sotto tutte le sue forme.

5. Le cadute nostre e degli altri ci devono ammonire a diffidare delle nostre proprie forze. Non siamo mai più vicini a cadere che quando ci riteniamo sicuri di noi stessi. La vigilanza, la prudenza nel non esporsi alle tentazioni e la fiducia in Dio sono la via della sicurezza. E l'Apostolo c'incoraggia a confidare in Dio col ricordarci la sua fedeltà. Se giudica necessario ed utile di farci passare per il crogiuolo della prova, Egli ne commisura la gravità alle nostre forze e quando la prova ha raggiunto il fine morale in vista del quale era stata permessa, Dio ce ne trae fuori. Preziosa promessa per ogni figlio di Dio chiamato a camminare per la valle oscura!

6. Dai passi: 1Corinzi 8:6,11,12; 9:l; 10:4,9, risulta la divinità di Gesù Cristo, mediante il quale il mondo è stato creato, che fu cogli israeliti nel deserto. Invisibile eppur onnipresente ed onnipotente, identificato da Paolo con Geova, tanto che il tentar Cristo è un tentar Geova, il peccar contro a Cristo è un peccar contro a Dio.

14 Sezione C 1Corinzi 10:14-11:l L'APPLICAZIONE DEI PRINCIPII

In armonia coi principi esposti, non possono i cristiani partecipare ai conviti nei templi idolatri 1Corinzi 10:14-22. Hanno piena libertà di mangiar di quanto si vende al macello 1Corinzi 10:23-26, ma se invitati in case pagane, non devono trascurare i riguardi che la carità richiede verso i fratelli deboli 1Corinzi 10:27-30. Regola suprema sia il fare ogni cosa per la gloria di Dio 1Corinzi 10:31-11:1.

Dopo avere esposti i principii al quali deve informarsi praticamente la libertà cristiana, l'Apostolo ne fa l'applicazione ai varii casi che si presentavano rispetto alle carni sacrificate. E con questo conclude il suo dire.

1Corinzi 10:14-22 I conviti nei templi degli idoli

Perciò, diletti miei, fuggite dall'idolatria

o: lungi dall'idolatria. Tenetevene lontani come da un nemico pericoloso e non vi lasciate adescare nè da feste, nè da banchetti, nè da divertimenti idolatri. Non senza ragione dice addirittura idolatria. infatti la partecipazione alle feste idolatriche è una vera e propria partecipazione al culto degl'idoli ed è quindi incompatibile colla professione cristiana.

15 Di questo Paolo fa giudici i Corinzi stessi appellandosi alla loro perspicacia cristiana.

[Vi] dico [questo] come a persone intelligenti

capaci di intendere facilmente la cosa:

giudicate voi

stessi

quello ch'io dico.

Paolo non si tien pago di prescrivere ai Corinzi la condotta da tenere. Vorrebbe che il loro modo di agire fosse determinato da una convinzione morale radicata nella loro propria coscienza. Perciò fa appello al loro criterio religioso, ed a persuaderli che il partecipare ai conviti sacri dei pagani implica idolatria, egli reca due analogie: togliendo la prima dalla S. Cena cristiana e la seconda dai conviti sacri del giudaismo. In ambedue i casi, l'atto esterno implicava una professione di fede da parte di chi lo compieva; anzi, più che questo: una comunione dell'anima col Dio degl'Israeliti o col Salvatore morto e risorto. Poteva egli essere altrimenti nel caso di chi partecipava ai conviti sacri agli idoli?

16 Il calice della benedizione che noi benediciamo non è egli una partecipazione al sangue di Cristo? il pane che noi rompiamo non è egli una partecipazione al corpo di Cristo?

Il terzo calice del rito Pasquale ebraico era chiamato cos habberacàh: calice della benedizione, perchè il padre di famiglia, prima di farlo passare, benediceva Dio per i favori concessi anticamente al popolo. Il calice della Cena ha ricevuto fra i cristiani quel nome perchè, nel consacrarlo, chi presiedeva l'adunanza benediceva Iddio per il dono della salvazione in Cristo. Paolo infatti aggiunge a mo' di spiegazione: «che noi benediciamo» . Così avea fatto il Signore stesso nella istituzione del rito, tanto per il pane che per il calice (cfr. 1Corinzi 11:24; Matteo 26:26-27, ecc.) e da questo ringraziamento pronunziato sugli elementi derivò il nome antichissimo di Eucaristia (ringraziamento) dato al sacramento. Il nome, con una formula di benedizione da pronunziarsi nella consacrazione del calice e del pane, trovasi di già nella «Didachè degli Apostoli», opera che risale al principio del 2o secolo. Lo stesso attestano Giustino Martire ed altri. L'atto del rompere il pane è mentovato perchè ha importanza simbolica (cfr. Matteo 26:26, ecc.). Da quello derivò la designazione abbreviata della Cena che si legge in Atti 2:42. Lett. la rottura del pane. Cfr. Atti 2:46; 20:7. Mette conto il citare qui le parole del dotto decano anglicano Alford: «il benedire il calice, il rompere il pane, che sono gli atti della consacrazione, sono alla prima persona del plurale, perchè non erano atti compiuti dal ministro in virtù di una autorità sua particolare, ma semplicemente nella sua qualità di rappresentante della intiera congregazione cristiana. La finzione di una consacrazione sacerdotale degli elementi in virtù di una podestà trasmessa dall'uno all'altro, è altrettanto estranea agli scritti apostolici, quanto è aliena dallo spirito del Vangelo». Paolo nomina prima il calice, poi il pane. Così avviene pure nella citata Didachè. Confrontando il nostro passo con quello più esplicito 1Corinzi 11:23 e segg. e coi Vangeli, è chiaro che non c'è da trarre dal fatto altra conseguenza, se non forse questa che, agli occhi di Paolo, hanno eguale importanza le due parti del rito commemorativo.

Invece di comunione del sangue , ecc... traduciamo per maggior chiarezza: partecipazione al sangue... al corpo... Tal'è il senso di κοινωνια col genitivo (1Corinzi 1:9; 2Corinzi 8:4; Filemone 3:10; cfr. Matteo 23:33, 2Corinzi 1:7; 1Pietro 5:1; 2Pietro 1:4; Ebrei 2:14). In qual senso il pane ed il vino che si prendono nella S. Cena sono essi una partecipazione al corpo ed al sangue di Cristo? La risposta zwingliana che considera la Cena come una semplice commemorazione, avente per iscopo di professar la fede nella espiazione, è giusta, ma insufficiente a render conto delle espressioni dell'Apostolo. D'altra parte, il concetto materialista cattolico della transustanziazione ed anche quello luterano della consustanziazione, si urtano a delle insormontabili difficoltà. Al momento della istituzione, quando Cristo disse: «Questo è il mio corpo... Questo è il mio sangue...», egli avrebbe tenuto nella sua mano il suo corpo ed il suo sangue. Secondo Paolo stesso 1Corinzi 15:50, «carne e sangue» non fanno più parte del corpo attuale glorificato di Gesù. Se il corpo di Cristo fosse onnipresente, come esigerebbe questa dottrina, non sarebbe più corpo e la natura umana di Cristo non sarebbe più simile alla nostra. La Cena non sarebbe più una commemorazione come la volle Cristo 1Corinzi 11:24, ma una ripetizione del suo sacrificio. Quando Cristo parlò della necessità di «mangiar la sua carne e di bere il suo sangue», ebbe cura di avvertire che «lo spirito è quel che vivifica, mentre la carne non giova a nulla»; soggiungendo che le sue parole erano «spirito e vita» Giovanni 6:63-64. In questo contesto poi, Paolo non confonde il simbolo colla cosa rappresentata, ma fa del simbolo materiale il mezzo di partecipazione ad una realtà spirituale. Il pane resta pane: «il pane che noi rompiamo... vi è un solo pane... partecipiamo dell'unico pane». E così in 1Corinzi 11:26: «Ogni volta che mangiate di questo pane ecc.». Se vi fosse un mutamento della sostanza del pane e del vino, cesserebbe l'analogia che Paolo scorge tra la Cena cristiana ed i conviti sacri giudaici e pagani, non potendosi in verun modo considerare le carni di quei sacrificii come incarnazioni della divinità cui sono offerti. Ond'è che il concetto calvinista è quello che meglio si accorda col senso naturale delle parole, collo scopo del contesto, e collo spirito del Vangelo. «Dal contesto, dice Calvino nel suo commento, si può arguire che la (comunione) del sangue è la partecipazione che noi abbiamo al sangue di Cristo, mentre egli ci innesta tutti insieme nel suo corpo così da vivere in noi e noi in lui. Già quando chiama il calice comunione dico che è locuzione figurata, purchè però non venga soppressa la realtà che sta sotto alla figura; cioè purchè sia presente anche la cosa stessa e l'anima goda della comunione col sangue, come la bocca beve il vino». Chi partecipa dunque a quei simboli, non solo dichiara di credere in Cristo qual propiziazione per i suoi peccati, ma entra in comunione più intima con Cristo cibandosi spiritualmente dei benefizi procurati al credente dalla morte di Lui.

17 Nè questo è tutto. Nella Cena tutti mangiano di un solo pane ed anche questo corrisponde ad una realtà spirituale.

Poichè v'è un solo pane, noi che siam molti siamo un solo corpo: tutti infatti partecipiamo a quell'unico pane.

Come coloro che si cibano di uno stesso pane, formano di solito una famiglia terrena, così coloro che vivono del pane della vita, Cristo, formano una famiglia spirituale, un solo corpo mistico 1Giovanni 1:3. Nella Cena fanno dunque atto di comunione con Cristo e di comunione colla sua Chiesa; mentre col prender parte ai conviti idolatri essi fanno atto di comunione cogl'idoli e cogli idolatri 2Corinzi 6:14-18.

18 Guardate all'Israele secondo la carne:

Voi che fate parte dell'Israele secondo lo spirito, guardate al popolo dei discendenti d'Abramo, il cui culto era di forme e di ombre; e nelle sue istituzioni rituali, troverete riconosciuto il principio che il partecipare ad un convito sacro è atto religioso che vincola l'uomo ad un dato culto, anzi alla divinità cui è offerto il culto.

Coloro che mangiano dei sacrificii

facendo colla famiglia e cogli invitati un convito ov'è consumata la carne del sacrificio di prosperità, dopo che si è bruciato il grasso sull'altare e prelevata la porzione sacerdotale Deuteronomio 12:5-7,11-12,18; Levitico 7:15,

non sono essi partecipi dell'altare?

Non fanno essi atto di partecipazione al culto di cui l'altare è il centro ed il simbolo? infatti il convito sacro è l'ultimo atto di una funzione religiosa.

19 A questo punto, qualcuno poteva dire: Sta bene: il partecipare al sacrificio giudaico implicava unione religiosa con Geova, come il prender parte alla Cena implica comunione con Cristo; ma Geova esiste e Cristo vive, mentre l'idolo noi tutti sappiamo che non è una divinità reale 1Corinzi 8:4-5; quindi, chi partecipa ad un convito pagano, non si può dire che entri in comunione con Giove, Marte o Venere che non esistono. L'Apostolo risponde che non intende, colle analogie accennate, affermare la reale esistenza delle divinità pagane; ma chi partecipa all'idolatria fa atto di solidarietà con un sistema empio e diabolico; il che è incompatibile colla professione cristiana.

Che dico io adunque? Che la carne sacrificata agl'idoli sia qualche cosa

(ordine del testo emend.). Intendi qualcosa di speciale, di più contaminato in sè stesso, della carne ordinaria?

O che l'idolo sia qualche cosa

di reale all'infuori della materia di cui è fatto? No di certo.

20 Ma [dico] che le cose che [i Gentili] sacrificano, le sacrificano ai demoni e non a Dio.

I demoni sono gli spiriti ribelli e malvagi di cui è capo il diavolo. Paolo non intende dire che ogni divinità pagana sia come la maschera d'un demonio, nè che i pagani rendano in modo cosciente il loro culto al demoni; ma che gli autori veri e primi delle aberrazioni ed abbominazioni idolatriche sono gli spiriti maligni. «Il paganesimo in quanto è opposto al vero Dio ed al suo regno, appartiene al dominio diabolico: il culto idolatrico in quanto defrauda Iddio dell'onore dovutogli, è un culto del diavolo. Non è dunque la realtà degli dei dell'Olimpo che Paolo qui afferma, bensì in realtà dell'angelo delle tenebre e del suo regno» (Reuss). Già in alcuni passi dell'A. T. la versione dei LXX aveva reso l'ebraico shèdim (signori, divinità idolatriche) con la parola demoni: Han sacrificato ai demoni e non a Dio...» Deuteronomio 32:17 (cfr. Salmi 106:37; 96:5). Gesù non riconosce che due regni opposti: quello di Dio e quello di Satana. (Cfr. Efesini 6:12). Basta d'altronde considerare la degradazione fatta subire dall'idolatria all'idea della divinità e le pratiche immorali cui è stato associato il culto di essa per convincersi del carattere diabolico del paganesimo.

Or io non voglio che voi abbiate comunione coi demoni.

Non può derivare a voi alcun bene dall'impuro contatto, e col farvi gli associati degli angeli delle tenebre nel sostenere un culto che è la negazione di Dio e del suo regno di verità e di santità, voi commettete un male positivo.

21 Voi non potete bere il calice del Signore

nella S. Cena

ed il calice dei demoni

che vien fatto passare ai convitati nei banchetti sacri agl'idoli, dopo essere stato a questi offerto.

Voi non potete partecipare alla mensa del Signore,

all'agape seguita dalla S. Cena,

ed alla mensa dei demoni

ossia ai banchetti in onore degli idoli. C'è tra codesti due atti una incompatibilità morale assoluta. (Cfr. 2Corinzi 6:24; Matteo 6:24; Luca 16:13). «Impariamo adunque che noi siamo ammessi da Cristo al sacro banchetto del suo corpo e del suo sangue solo allorquando abbiamo detto addio ad ogni sacrilegio. Convien che rinunzii all'uno chi vuol goder dell'altro. O tre volte misera la sorte di coloro i quali, per non dispiacere agli uomini, non esitano a contaminarsi di viete superstizioni; poichè così facendo essi rinunziano volontariamente alla comunione con Cristo!» (Calvino).

22 Vogliamo noi provocare a gelosia il Signore?

La espressione è presa da Deuteronomio 32:16,21, ove appunto l'idolatria è rappresentata come una provocazione della gelosia dell'Eterno Esodo 20:5. Se «l'ira di Dio si rivela dal cielo sopra ogni empietà ed ingiustizia degli uomini», il furore della sua gelosia è riservato a chi calpesta e tradisce l'amor suo Ebrei 10:26-32; 12:29. Continuando a partecipare all'idolatria, i cristiani si renderebbero colpevoli d'infedeltà verso il Signor Gesù. Sono essi proprio decisi a correre un tal rischio?

Siamo noi più forti di Lui?

Siamo noi in grado di misurarci con un tale avversario? Una tale ironica domanda ricorda ai Corinzi la certa perdizione cui va incontro chi si mette in urto coll'Onnipotente. Per cui, non resta che una via da battere: romperla subito completamente con ogni pratica implicante idolatria.

23 1Corinzi 10:23-26 Le carni vendute al macello

La partecipazione ai conviti idolatri vietata da Paolo, rientrava a mala pena nel campo della libertà cristiana. Venendo a toccar di altri due casi che si presentavano. L'Apostolo nota una volta ancora 1Corinzi 6:12; 1Corinzi 8 che la formula della libertà cristiana di cui si valevano i forti esprime bensì il diritto teorico in tutta la sua pienezza e come tale non la rinnega; ma l'uso di codesto diritto dev'essere regolato nella pratica dai principii supremi dell'amor di Dio e dell'amor del prossimo che sono la formula del dovere. La libertà è, non il fine dell'uomo, ma il mezzo per conseguire il suo fine. Siam fatti liberi da gli uomini e dal giogo della legge per rendere a Dio il servizio d'un cuore che l'ama. Tenendo presenti questi principii, sarà facile regolarsi per quanto concerne l'uso delle carni sacrificate.

Ogni cosa è lecita (testo emend.) ma non ogni cosa è vantaggiosa

a noi stessi, agli uomini, od in genere alla causa di Dio.

Ogni cosa è lecita (testo emend.) ma non ogni cosa edifica

ossia contribuisce all'avanzamento spirituale dei fratelli.

24 Niuno cerchi il proprio [interesse]

o vantaggio,

ma quello altrui.

Nel procacciar il bene degli altri per amor del Signore troverà il bene suo proprio Romani 15:1-2; 14:7-9.

25 Trattandosi di consumo di carne in casa propria, non esiste il pericolo di scandalizzare alcuno; quindi chi è libero da scrupoli può mangiare liberamente ogni sorta di carni.

Mangiate di quanto si vende al macello senza fare alcuna inchiesta per motivo di coscienza.

La carne proveniente dai sacrificii non è più contaminata di ogni altra che si vende sul mercato; perciò, siccome la vostra coscienza è libera al riguardo, non avete da prendere informazioni sulla provenienza delle carni come se aveste degli scrupoli. A voi basta sapere che quella è carne di una delle creature di cui Dio ha concesso all'uomo di fare il suo cibo:

26 Del Signore, infatti, è la terra e tutto ciò ch'ella contiene

(lett. «la pienezza di essa»). La citazione è tolta da Salmi 24:1 ed è qui particolarmente adatta perchè faceva parte della formula di ringraziamento pronunziata dai Giudei prima del pasto. Si confronti il passo parallelo 1Timoteo 4:3-4 e Romani 14:14,20. Quel che Dio ha creato e donato all'uomo, non c'è idolo o demonio che lo possa contaminare.

27 1Corinzi 10:27-30 Inviti in casa di pagani

Se alcuno degli infedeli,

ossia non credenti,

vi invita

a pranzo in casa sua,

e voi volete andarvi, mangiate di tutto ciò che vi è posto davanti, senza fare alcuna inchiesta per motivo di coscienza.

Paolo non consiglia la rottura dei legami di famiglia nè delle relazioni sociali coi pagani. Quelle relazioni possono anzi servire a far penetrar il lievito dell'Evangelo nella società. Ma, dicendo: «e voi volete andarvi», lascia ad ognuno di decidere se la sua accettazione sia cosa più pericolosa per lui che vantaggiosa per gli altri. Accettato l'invito, il cristiano non ha da preoccuparsi per nulla della provenienza delle carni, poichè la coscienza non c'entra e non è il caso di avere scrupoli. Può darsi, però, che in una tale occasione, si trovi fra i convitati un cristiano che non si è ancora liberato del tutto dall'idea che la carne dei sacrificii idolatrico sia contaminata. In quel caso, il forte deve astenersi dal mangiarne per un riguardo caritatevole alla coscienza del suo fratello.

28 Ma se alcuno,

non un pagano, ma un cristiano debole

vi dice,

indicandovi un piatto:

«questo è stato offerto in sacrificio»,

non dice agl'idoli per riguardo ai padroni di casa che son pagani;

non ne mangiate a motivo di colui che ve l'ha significato e

propriamente

della coscienza.

Il pericolo di ferire la coscienza dei deboli, l'Apostolo l'ha esposto in 1Corinzi 8:7-13. L'aggiunta del testo greco ordinario: «Perciocchè del Signore...» è spuria qui.

29 Ora io dico coscienza, non la tua propria,

che sarebbe pienamente libera,

ma quella dell'altro

che ti ha dato l'avviso.

Perchè infatti, la mia libertà cristiana sarebbe ella giudicata [sfavorevolmente] dalla coscienza altrui?

Lett. «da un'altra coscienza».

30 Se io, per grazia,

(altri: «con ringraziamento», che non è il senso dell'espressione nel N. T.)

partecipo

liberamente

[d'una cosa]

come, ad esempio, la carne delle vittime,

perchè sarei io biasimato per quello di cui io rendo grazie?

Per l'uso, cioè, di un cibo ch'io considero come un dono di Dio e del quale io lo ringrazio? La duplice domanda di 1Corinzi 10:29-30 s'intende in due modi. Secondo gli uni, Paolo vuol dire: «Dico coscienza dell'altro, non la tua che resta pienamente libera, poichè non c'è giudizio contrario d'altri che ne possa smuovere la convizione, e nessuno ha il diritto di biasimarmi per un cibo di cui rendo grazie. Se dunque me ne astengo, lo faccio unicamente per riguardo alla coscienza di chi è debole». Pare però più conforme allo scopo del contesto il considerare le due domande come intese a persuadere il forte ad usare riguardi verso il debole. «Dico di astenersi per riguardo alla coscienza del fratello. A che pro, ( ινατι cfr. Luca 13:7; Matteo 27:46; Atti 4:25; 7:26), infatti, usare della mia libertà in modo da provocare i giudizi sfavorevoli delle coscienze dei deboli? Se io, per la grazia di Dio che mi ha illuminato e liberato da vani scrupoli, posso liberamente partecipare di un cibo, perchè darei ad altri occasione di biasimarmi per un cibo di cui rendo grazie? Non è utile, non è caritatevole l'usar d'un bene così prezioso com'è la mia libertà, in modo da urtare la coscienza di chi è meno illuminato e da fargli quasi maledire quel bene». Cfr. Romani 14:16: «Non sia dunque il vostro bene biasimato». Nota il Calvino: «Noi non possiamo impedire che gli empi dican male di noi, nè che ci critichino talvolta acerbamente i deboli. Ma Paolo riprende l'intemperanza di coloro che volontariamente dànno materia a scandalo e feriscono delle coscienze deboli quando a ciò fare, non vi è necessità, nè vantaggio».

31 1Corinzi 10:31-11: l La regola suprema

Dopo aver dato delle direzioni per i casi principali che potevano presentarsi, l'Apostolo, secondo il costume suo, si eleva ad una regola suprema che abbraccia tutte le regole e si applica a tutti i casi.

Adunque, sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate alcuna cosa,

nelle piccole, come nelle grandi cose, nel goder dei beni di Dio, come nel porre in opera le facoltà ricevute da Lui,

fate tutto per la gloria di Dio.

«Il promuovere la gloria di Dio sia il fine vostro in tutto quel che fate. Sforzatevi in ogni cosa di agire in modo che gli uomini abbiano a lodare il Dio che voi professate di servire» (Hodge). Egli «vuol che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità» 1Timoteo 2:4; fate di non allontanare voi chi dev'essere attratto al Vangelo o chi ha cominciato a conoscerlo.

32 Fate di non dare intoppo nè ai Giudei, nè ai Greci, nè alla Chiesa di Dio:

a nessuna delle varie categorie religiose di uomini con cui venite a contatto 2Corinzi 6:3; 1Corinzi 9:19-22.

33 siccome ancor io compiaccio a tutti in ogni cosa

che sia per sè stessa lecita: diversamente cfr. 1Corinzi 1:23; Galati 1:10; 2:5,11

non cercando il mio proprio vantaggio

materiale od anche spirituale,

ma quello dei molti, affinchè siano salvati.

La salvezza è il bene supremo che Paolo cerca di procurare al maggior numero. Quel ch'egli sia capace di fare per raggiunger lo scopo l'ha esposto a 1Corinzi 9. D'altronde la natura stessa del fine esclude ogni condiscendenza che fosse in sè peccaminosa 1Tessalonicesi 2:4. Un fine buono non giustifica che mezzi buoni e non si raggiunge che con quelli Romani 3:8; 2Corinzi 4:1-2.


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