1Corinzi 14

1 Sezione C 1Corinzi 14 DIREZIONI RELATIVE ALLA RICERCA ED ALL'USO DEI CARISMI

L'Apostolo aveva esortato i Corinzi 1Corinzi 12:31 a ricercare i doni maggiori, ma prima d'indicare quali fossero, aveva loro additato un ideale superiore al possesso dei doni: la carità. Riprende ora il filo della sua esortazione, mostrando come, nella ricerca dei doni, il criterio da seguire sia quello dell'utile spirituale della chiesa: Per cui la profezia è da ritenersi superiore al dono delle lingue, e quest'ultimo non deve andar disgiunto dal dono d'interpretazione 1Corinzi 14:1-25. Lo stesso principio che li deve guidare nella ricerca dei doni, ha da servire altresì di norma quando si tratti del modo pratico di regolarne l'esercizio nelle assemblee. Si miri, anzitutto, all'edificazione. Si osservino, perciò, la varietà, l'ordine, e la convenienza 1Corinzi 14:26-40.

1Corinzi 14:1-25 Il criterio da seguire nella ricerca dei doni

Procacciate la carità,

sopra ogni cosa, intensamente, poichè quella è la suprema eccellenza morale 1Corinzi 13;

ma aspirate non pertanto ai doni spirituali

che sono anch'essi desiderabili ed utili

e specialmente al profetizzare.

Perchè si debba ricercare questo dono più degli altri, più della glossolalia tanto ammirata dai Corinzi, Paolo lo esporrà stabilendo un confronto tra questi due carismi.

2 Sezione C 1Corinzi 14 DIREZIONI RELATIVE ALLA RICERCA ED ALL'USO DEI CARISMI

L'Apostolo aveva esortato i Corinzi 1Corinzi 12:31 a ricercare i doni maggiori, ma prima d'indicare quali fossero, aveva loro additato un ideale superiore al possesso dei doni: la carità. Riprende ora il filo della sua esortazione, mostrando come, nella ricerca dei doni, il criterio da seguire sia quello dell'utile spirituale della chiesa: Per cui la profezia è da ritenersi superiore al dono delle lingue, e quest'ultimo non deve andar disgiunto dal dono d'interpretazione 1Corinzi 14:1-25. Lo stesso principio che li deve guidare nella ricerca dei doni, ha da servire altresì di norma quando si tratti del modo pratico di regolarne l'esercizio nelle assemblee. Si miri, anzitutto, all'edificazione. Si osservino, perciò, la varietà, l'ordine, e la convenienza 1Corinzi 14:26-40.

1Corinzi 14:1-25 Il criterio da seguire nella ricerca dei doni

Procacciate la carità,

sopra ogni cosa, intensamente, poichè quella è la suprema eccellenza morale 1Corinzi 13;

ma aspirate non pertanto ai doni spirituali

che sono anch'essi desiderabili ed utili

e specialmente al profetizzare.

Perchè si debba ricercare questo dono più degli altri, più della glossolalia tanto ammirata dai Corinzi, Paolo lo esporrà stabilendo un confronto tra questi due carismi.

3 Invece, colui che profetizza parla agli uomini [recando] edificazione, esortazione e consolazione.

Il profeta parla agli uomini rivolgendosi a loro nella lingua ch'è da tutti intesa, e reca agli uditori una parola ispirata di edificazione, atta cioè a far crescere la vita spirituale; una parola di esortazione intesa ad eccitare e a rinvigorire la volontà del bene; una parola di consolazione atta a lenire le afflizioni ed a rialzare l'anima abbattuta 1Tessalonicesi 5:14.

4 Colui che parla in lingua edifica se stesso

Inquantochè il suo spirito è innalzato dall'azione divina ad una maggiore intensità di sentimenti d'adorazione e di supplicazione; ma se la sua intelligenza non è posta in grado di afferrare chiaramente e di comunicare ad altri quello ch'egli esprime nell'esercizio del dono, egli non reca edificazione agli altri;

mentre colui che profetizza edifica la chiesa

o l'assemblea. Non per isprezzo del dono delle lingue, dice questo l'Apostolo, ma perchè, misurato alla stregua dell'edificazione che reca alla chiesa, esso è inferiore alla profezia.

5 Io desidero bensì che tutti voi parliate in lingue; ma più ancora che voi profetizziate. Perciocchè maggiore è chi profetizza che chi parla in lingue, a meno che questi interpreti, affinchè la chiesa ne riceva edificazione.

Tre antichi codici invece del perciocchè, hanno un semplice dì (ora); ma il nesso resta lo stesso. L'interpretare comprende il tradurre in lingua volgare quel che veniva profferito in lingua straniera e lo spiegare in forma semplice quel ch'era espresso nella forma elevata dell'ispirazione. Il dono d'interpretazione era distinto da quello delle lingue, ma potevano, o fors'anche solevano, i due incontrarsi nella stessa persona.

6 A far meglio comprendere la inutilità della glossolalia per l'edificazione, qualora non ci sia interprete, Paolo procede per via di esempi ed illustrazioni. E prende anzitutto il proprio esempio. Egli ha loro annunziato una sua prossima visita; ma se egli non venisse a far altro in Corinto che il parlator di lingue, di quale utilità sarebbe alla chiesa la sua visita?

Poniamo, fratelli, che io venga fra voi parlando in lingue

(lett. ora, se io venissi...),

di qual giovamento vi sarei io, se,

in pari tempo, ed oltre alle lingue,

io non vi parlassi, o in rivelazione, o in conoscenza, o in profezia, o in insegnamento?

Se, insomma, non vi comunicassi qualche verità derivata o da rivelazione o da riflessione della mente, sotto forma più o meno sistematica, ma sempre intelligibile?

7 Un'altra illustrazione Paolo la toglie dagli strumenti musicali.

Perfino le cose inanimate che dànno un suono, sia [che trattisi di] flauto o di cetera,

di strumenti da fiato o da corda,

se non variano le loro note

(lett. «se non dànno distinzione ai singoli suoni»),

come si riconoscerà ciò ch'è suonato sul flauto o sulla cetra?

Intendi: Come si potrà riconoscere l'aria o la melodia suonata da questi strumenti? Infatti, quel che ci fa distinguere l'inno reale da quello di Lutero e via dicendo, è appunto la variazione delle note fatta in una guisa, piuttosto che in un'altra.

8 E infatti,

è tanto vero questo che

se la tromba dà un suono sconosciuto,

non inteso dai soldati,

chi si apparecchierà alla battaglia?

Se il segnale non è inteso, è come se non fosse dato.

9 Così ancora voi, se per mezzo della lingua,

se nel modo in cui esercitate il dono delle lingue,

non profferite un parlare intelligibile, come si potrà sapere quel che vien detto?

Non ci sarà verso di capirne il senso.

Starete infatti parlando in aria:

sprecherete inutilmente il fiato. Ed è quel che accade ogniqualvolta si trovano in presenza due persone di cui l'una articola dei suoni di cui l'altra non intende il significato: la comunicazione del pensiero è impossibile.

10 Ci sono, nel mondo, chi sa quante specie di favelle,

(lett. di voci), ossia di sistemi di suoni articolati formanti un idioma

e nessuna

di queste specie varie di favelle,

è senza significato:

(lett. senza voce). Un segno vocale senza significato, sarebbe una contraddizione - come una vita non vivente, ecc.

11 Se dunque io non so qual'è il valore della favella,

o più lett. la forza della voce articolata,

io sarò un barbaro per chi parla, e chi parla sarà un barbaro per me.

Chiamavansi dai Greci, dagli Egizii e dai Romani, «barbari» coloro che non parlavano la loro lingua. Ovidio dice: Barbarus hic ego sum, quia non intelligor ulli. Ed aggiunge che «gli stolti Geti si ridono delle parole latine». Se dunque uno non vuol passar per un barbaro deve cercar di farsi intendere.

12 Così ancora voi, poichè siete bramosi di doni spirituali

(lett. di spiriti). I doni dello Spirito sono così chiamati perchè sono altrettante distinte manifestazioni dell'unico Spirito di Dio Apocalisse 1:4; 3: l; 4:5:

cercate d'averne in abbondanza per l'edificazione della chiesa.

Sia questo l'alto criterio che vi guidi nelle vostre aspirazioni.

13 Perciò, chi parla in lingua preghi di poter interpretare,

poichè senza il dono sussidiario dell'interpretazione, quello delle lingue, nelle varie sue manifestazioni, resta inutile per l'edificazione d'una raunanza. E Paolo prosegue dimostrandolo.

14 Se infatti io faccio orazione in lingua strana, lo spirito mio fa orazione, ma la mia mente è infruttuosa.

Oltre al pregare, Paolo mentova più sotto un'altra forma di glossolalia: il salmeggiare. A queste due si riannodano le altre espressioni del benedire, del render grazie 1Corinzi 14:16-17. Negli Atti 2:11 i discepoli parlano delle «cose grandi di Dio». Il dono non implicava una conoscenza permanente di una lingua estera e non era destinato all'insegnamento calmo e regolare. Cfr. Atti 10:46; 19:6. Chi esercitava il dono era momentaneamente posto sotto l'influsso di una ispirazione potente che agiva sul suo spirito, sede del sentimento religioso, vi destava profonde emozioni di riconoscenza e di adorazione, le quali venivano espresse in una delle lingue estere esistenti. Ma queste effusioni di cui il glossolalo era ben cosciente, non sempre poteva riprodurle in lingua volgare ed in forma più semplice. In quel caso, la mente, la facoltà che afferra distintamente e può comunicare agli altri le idee, restava infruttuosa, inoperosa per il bene degli altri.

15 E allora che fare?

Sopprimere del tutto l'esercizio del dono delle lingue nelle adunanze? No. Ma farlo seguire dall'interpretazione, in modo che possa recare qualche edificazione.

Io farò orazione collo spirito, ma,

interpretando,

farò pure orazione colla mente;

salmeggerò collo spirito, ma salmeggerò altresì col la mente. Il salmeggiare è un cantare o semplicemente un celebrare le lodi di Dio, un «benedire», un «render grazie» 1Corinzi 14:16; un «parlar delle cose grandi di Dio», perfezioni o atti Atti 2:11: un «magnificare Iddio» (Atti 10:46; cfr. Giacomo 5:13; Efesini 5:19; Romani 15:9).

16 Altrimenti se tu benedici [Dio] in ispirito solamente, come potrà colui che occupa il posto del novizio, dire «amen» al tuo rendimento di grazie, poich'egli non sa quel che tu dici?

Il greco ιδιωτης che rendiamo «novizio» significa propriamente il semplice privato, quindi chi non è pratico di una cosa, chi non è iniziato o versato in un'arte, in una scienza, ecc. Cfr. Atti 4:13; 2Corinzi 4:6. Qui come in 1Corinzi 14:23-24 si applica alle persone non ancora pratiche di quanto si fa nelle assemblee cristiane, ma ben disposte per la fede. Una tale persona, come potrà assentire col suo amen ad un ringraziamento che non solo, come tanti altri, non ha inteso, ma di cui ignora perfino la natura? Era uso generale nelle chiese primitive, come già nella sinagoga, che l'assemblea si associasse con un «amen» (in verità o così sia), ad alta voce, alla preghiera pronunziata da uno, in nome di tutti.

17 Tu pronunzi, invero, un bel ringraziamento, ma l'altro non è edificato

ed è questo uno dei casi in cui la carità deve aver riguardo ai deboli. Per conto suo Paolo subordina l'esercizio dei doni al fine cui mirano le raunanze cristiane: l'edificazione.

18 Io rendo grazie a Dio ch'io parlo in lingua più di tutti voi,

sono dunque lungi dal disprezzar quel dono;

19 ma nella chiesa

(o assemblea)

preferisco dire cinque parole colla mia mente,

in lingua e forma intelligibili,

affin d'istruire ancora gli altri, anzichè diecimila in lingua

non intesa.

20 Se i Corinzi non fossero disposti ad imitare l'esempio del loro padre spirituale, darebbero prova d'essere ancora bambini in fatto di senno. Da ciò l'esortazione affettuosa:

Fratelli, non siate fanciulli di senno:

giudicate dei doni secondo la loro utilità, come si conviene ad uomini maturi, e non secondo l'apparenza più o meno straordinaria ch'essi hanno. Questo è da, fanciulli.

Siate, invece, bambini in malizia

Matteo 18:3,

ma quanto a senno, siate uomini compiuti.

Per aiutarli a formarsi un concetto assennato ed a fare un uso giudizioso del dono delle lingue, Paolo reca da ultimo una analogia tratta dalle Scritture, deducendone il principio che quel dono è destinato, non tanto a edificare i credenti, come ad attirar l'attenzione dei non credenti.

21 Nella legge sta scritto:

La legge in senso largo comprende tutto l'A. T. poichè i profeti ed i salmi la svolgono ed applicano. Così Giovanni 10:34; 12:34; 15:25; Romani 3:19.

«Io parlerò a questo popolo servendomi di gente d'altra lingua e di labbra di estranei (testo emend.) e neppur così mi presteranno ascolto, dice il Signore».

La citazione è presa da Isaia 28:11-12. Il profeta annunzia a coloro che trovano fanciullesco e noioso l'insegnamento profetico, che Iddio si servirà di un altro mezzo per insegnarli e, cioè, di un popolo parlante una lingua estera che sembrerà loro un barbaro balbettare. Isaia alludeva agli eserciti dell'Assiria i quali dovevano, in breve, invadere la Palestina. Il passo è citato, non secondo la LXX: ma secondo l'ebraico da cui si scosta solo l'ultima parte ove si riassumono i ripetuti annunzi circa l'induramento del popolo. In codesta minaccia rivolta da Dio ad un popolo di collo duro, Paolo scorge, se non formulato per lo meno adombrato, un principio che si applica al dono delle lingue.

22 Talchè le lingue,

ossia il dono di parlare lingue straniere,

sono destinate ad essere un segno, non ai credenti, ma agli increduli mentre la profezia non è per gl'increduli, ma per i credenti.

«Segno» dicesi nel N. T. un fenomeno straordinario, miracoloso, che attrae l'attenzione, che provoca la riflessione sulle cause che lo producono, sul significato che può avere. Segni son chiamati i miracoli di Cristo e degli Apostoli Giovanni 3:2; Atti 5:12. Come l'invasione assira ai tempi di Isaia fu un mezzo straordinario adoperato da Dio per far rientrare in sè il popolo, così il dono delle lingue dovea servire, all'epoca della fondazione della Chiesa, a richiamar l'attenzione dei non credenti sulla realtà della potenza dello Spirito operante nei credenti, come pure sulla universale destinazione del Vangelo. Infatti, alla Pentecoste, il popolo stupito esclama: «Che vuol esser questo?» (Cfr. Atti 2:10,46; 19:6,8,15-17). Non era dunque il caso. In una raunanza di cristiani, di dar la prevalenza a un dono non destinato all'edificazione. Piuttosto, si doveva fare un più largo posto al dono di profezia più atto a recar edificazione, esortazione e conforto 1Corinzi 14:3.

23 Quando adunque la chiesa intiera si trovi adunata in uno stesso luogo, e tutti parlino in lingue,

si succedano, per supposizione, i glossolali, in modo da occupare tutto il tempo,

se entrano dei novizi o degl'increduli,

desiderosi i primi di conoscer più a fondo l'Evangelo, mossi gli altri dalla curiosità,

non diranno essi che siete pazzi?

24 Ma se tutti profetizzano ed entra qualche incredulo o novizio, egli,

sotto l'azione della parola di Dio che penetra come viva luce in tutto l'essere suo,

è convinto da tutti

del suo stato di peccato e di condannazione; le prove gliene sono poste dinanzi ed egli ha la bocca chiusa Giovanni 16:8-11:

è scrutato da tutti;

il carattere morale dei suoi atti, delle sue parole e dei suoi sentimenti è sottoposto ad un accurato e minuto esame simile a quello che il giudice fa di un accusato; tale il senso del composto ανακρινειν;

25 i segreti del suo cuore,

i moventi più intimi,

son fatti palesi,

perchè alla luce della Parola di Dio, egli si vede qual'è dinanzi al Santo Ebrei 4:12-13.

e così, prostrandosi sulla faccia,

in atto di profonda umiliazione,

adorerà Iddio, proclamando,

appena sarà uscito dall'adunanza ove l'anima sua ha ricevute così salutari e potenti impressioni,

che Dio è realmente nel mezzo di voi.

L'ottenere simili risultati di conversione vale assai più che il colpire l'immaginazione col parlar in lingue.

Riassumeremo qui le conclusioni alle quali siamo stati condotti dall'esame dei testi ove si parla del misterioso dono delle lingue.

1. Circa la natura del dono, i dati che possediamo ci conducono a riguardare la glossolalia, non come un parlare sommesso (Wieseler), nè come un muover convulso della lingua (Meyer,) ecc., nè come un parlar in forme arcaiche (Bleek.) ecc., e neppure come un parlare estatico inintelligibile, in una lingua nuova creata dallo Spirito (Olshausen, Godet, Reuss,) ecc., ma piuttosto come un parlare esaltato, ispirato sì, ma in una delle lingue esistenti all'epoca dell'Apostolo. Tutt'al più, si può ammettere che, dal novero delle lingue parlate, non sia da escludere quella che si può chiamare la lingua del paradiso 1Corinzi 13:1; 2Corinzi 12:4. Ad un tal concetto conducono:

a) Le espressioni tutte adoperate nel N. T. per designare il dono: «lingue», «specie di lingue», «altre lingue», «nuove lingue», «lingue degli uomini e degli angeli», come pure l'analogia col parlare degli Assiri 1Corinzi 14:21. Per l'estasi il N. T. ha espressioni speciali Atti 10:10; 11:5; 22:17; Apocalisse 1:10; 2Corinzi 12:2,

b) Il senso usuale dell'espressione: «interpretazione delle lingue».

c) La descrizione del fenomeno quando si verificò, per la prima volta, alla Pentecoste Atti 2. L'identità del dono pentecostale delle lingue con quello che Luca mentova nel seguito della sua narrazione risulta dal confronto dei seguenti passi: Atti 10:45-47; 11:15-17; 19:6; Marco 16:17; nè esiste alcuna seria ragione per ritenere che il dono esistente nella chiesa di Corinto fosse diverso da quello di Gerusalemme, di Cesarea, di Efeso. Luca il compagno di Paolo si serve per designarlo delle stesse espressioni adoperate dall'Apostolo nella 1a ai Corinzi.

d) La testimonianza degli scrittori post-apostolici. Ireneo dice aver sentito nelle assemblee numerosi fratelli dotati di doni profetici e «parlanti, per lo Spirito, in ogni sorta di lingue». Nello stesso senso parla Origene.

2. Quanto all'analisi psicologica del fenomeno essa riesce difficile, qualunque sia il concetto che uno si fa del dono. L'ispirazione poetica che eleva la forma del pensiero non offre una vera e propria analogia colla glossolalia. Non trattasi qui della ispirazione normale, ma di un fenomeno speciale in cui le interne religiose emozioni dello spirito vengono espresse in lingua estera Atti 2:4, senza che la mente sia sempre capace di rendere in lingua volgare quello che lo spirito ha provato.

3. Le forme del parlare in lingue si riducono a due: il pregare ed il salmeggiare. Le altre espressioni: «benedire», «render grazie», «magnificar Dio» Atti 2:11; 10:46, sono comprese nelle due prime. Queste forme sono la manifestazione di una profonda commozione interna destata dal vivo senso dei beneficii della salvazione in Cristo. Sono come l'eco nel cuor del credente del cantico degli angeli: «Gloria a Dio nei luoghi altissimi». Ce ne posson dare un'idea i cantici di Zaccaria, di Simeone, di Maria, ecc. Si noti infatti che il dono era una delle prime e più visibili manifestazioni del battesimo dello Spirito.

4. Quanto allo scopo, il dono delle lingue non è destinato all'insegnamento della verità in una lingua non imparata. In Marco 16:16-18 viene mentovato fra i segni che accompagneranno la fede, e nel nostro § non è catalogato fra i doni di insegnamento. Se, interpretata, la glossolalia può contribuire all'edificazione dei fedeli, essa è però destinata essenzialmente ad essere un segno atto a destar l'attenzione dei non credenti. E tale fu alla Pentecoste. È segno della potenza interna dello Spirito che illumina, che riscalda, che comunica energie novelle. (Cfr. il simbolo delle lingue come di fuoco Atti 2). È segno che, in Cristo, l'uomo è per lo Spirito, innalzato ad una vita superiore, restituito alla sua originale destinazione che è quella di dar gloria a Dio. È segno che, in Cristo, sarà ricostituita l'unità della famiglia umana e saranno, da ultimo, abolite le barriere che impediscono attualmente, almeno in parte, la piena comunione dei santi. «Multae terricolis linguae; coelestibus una» (Cfr. Matteo 28:19; Giovanni 12:32; Apocalisse 7:9-10).

26 1Corinzi 14:26-40 Come va regolato l'esercizio dei doni nelle assemblee

In 1Corinzi 14:23-25, l'Apostolo ha notato, di già, come un'adunanza possa dare dei risultati buoni o cattivi, secondo ch'essa è bene o male regolata. Importa quindi il dare in proposito delle direzioni pratiche esplicite. Perciò Paolo ripete qui la domanda di 1Corinzi 14:15:

Che [si deve] dunque [fare], fratelli?

S'intende: per che l'adunanze possano dare i buoni frutti di cui a 1Corinzi 14:24-25. C'è anzitutto da tener presente una regola generale.

quando vi radunate, [e] ciascuno ha un salmo

ha in pronto, o si trova avere nel corso della raunanza, un inno di lode da cantare o da recitare. Non si tratta del salmeggiare in lingua, essendo quel dono mentovato più oltre:

ha un insegnamento

dottrinale preparato dalla riflessione:

ha una rivelazione

come quelle che ricevevano i profeti:

ha una lingua:

si sente spinto a parlare in lingua:

ha una interpretazione

dell'avvenuto parlare in lingue:

facciasi ogni cosa per l'edificazione.

Si mantenga pur la varietà nell'esercizio di tanti doni, ma si osservi la grande regola di mirare, sopra tutto, all'edificazione ch'è il fine ultimo delle adunanze. Secondo questa regola sia disciplinato l'uso di ciascun dono.

27 Così, riguardo a quello delle lingue:

Se c'è chi parla in lingue

(lett. «sia che alcuno parli in lingue.» la costruzione non continua con un altro: «sia che»...),

lo facciano due o al più tre, ed uno alla volta, ed uno interpreti.

Per tal modo si lascerà posto per gli altri doni, si eviterà la confusione che si era forse veduta in Corinto in più d'una occasione, e si provvederà a rendere intelligibile ed utile quello che altrimenti non servirebbe all'edificazione.

28 Ma se non c'è interprete, chi parla in lingua tacciasi nell'assemblea e parli a sè stesso e a Dio.

tenga per sè l'onda di adorazione che riempie il cuor suo e benedica e preghi in silenzio. L'ispirazione non sopprime la libertà nè la volontà.

29 Quanto ai profeti, parlino due o tre, e gli altri

profeti od aventi il dono di discernimento degli spiriti,

giudichino,

ossia controllino con attento esame la parola pronunziata per discernere se procede dallo Spirito, poichè ci può esser una ispirazione non genuina.

30 E se ad un altro che sta seduto è fatta una rivelazione

e che lo dia a conoscere chiedendo il parlare,

il primo tacciasi;

cioè abbrevi il discorso in modo da far posto all'altro, vi sarà così più varietà e si eviteranno pericolose lungaggini.

31 Potete, infatti, uno alla volta, tutti profetizzare

se non in una in altra adunanza,

affinchè tutti imparino e tutti sieno esortati

1Corinzi 14:3; poichè la parola dell'uno risponderà ai bisogni di una parte dei fedeli, mentre quella del secondo risponderà ai bisogni di un'altra parte. Nè c'è da obbiettare il carattere irresistibile dell'ispirazione profetica, poichè esso non esiste.

32 E gli spiriti dei profeti sono sottoposti ai profeti.

Lo spirito di ciascun profeta, sebbene mosso da quello di Dio, non perde il controllo su di sè, nè il senso della responsabilità, anzi deve essere in lui acuito il tatto spirituale. Altri intende che i profeti devono umilmente sottoporsi ai loro colleghi. - La ragione ultima di codeste regole circa il parlare profetico e quello in lingue è che Dio il quale nella sua natura è armonia e pace, che nelle sue opere è Dio di ordine, ama e vuole che l'armonia e l'ordine regnino nelle assemblee dei suoi figli.

33 Perciocchè Dio non è [Dio] di confusione,

o di disordine,

ma di pace

ordinata e tranquilla armonia.

34 Dopo aver dato delle direzioni circa l'uso dei doni conferiti di solito agli uomini, Paolo aggiunge un ordine generale relativo al parlar delle donne nelle assemblee. Nel cap. XI egli ha prescritto, per il caso eccezionale in cui il dono di profezia sia concesso ad una donna, ch'essa debba pregare o profetizzare col capo coperto del velo, simbolo del suo stato subordinato. Qui egli traccia quel che ha da esser la regola generale. L'ultima parte di 1Corinzi 14:33 ha da considerarsi come il principio della frase.

Come

si usa

in tutte le chiese dei santi, tacciansi le donne nelle assemblee, perciocchè non è loro permesso di parlare; ma siano soggette, come ancora la legge dice.

Una parte dei Msc. legge: ma di star soggette, che si intende col supplire: ma «è loro ordinato di...» Tanto l'uffìcio regolare dell'insegnamento pubblico della chiesa, come la vanitosa smania di far domande nelle pubbliche adunanze sono interdetti alla donna. È questa una regola permanente («non è permesso») fondata sulle attitudini naturali e sulla posizione assegnata alla donna dall'ordine di Dio. Paolo la ripeterà in 1Timoteo 2:11-14: «io non permetto alla donna d'insegnare nè di usare autorità sul marito, ma (ordino) che stia tranquilla...». Quanto Paolo sapesse apprezzare l'attività missionaria e confortatrice della donna cristiana esercitata in una sfera più privata, risulta da Romani XVI: e varii espositori credono che a quella sfera l'Apostolo intenda restringere anche l'uso del dono di profezia quando è concesso ad una donna. - Se cita, in appoggio della regola, la legge, non è già perchè occorra nel Pentateuco un ordine esplicito relativo al parlar delle donne, ma perchè la legge, in quanto narra della donna Genesi 2; 3:16, come in quanto prescrive Numeri 30:3-12, le assegna una posizione subordinata.

35 E se vogliono imparare una qualche cosa, interroghino in casa, i lor proprii mariti,

i quali devono essere in grado di rispondere, e non in pubblico, un oratore o l'assemblea tutta quanta:

poichè è sconveniente per la donna di parlare nell'assemblea.

O: per una donna... In una assemblea. Paolo ha ricordato 1Corinzi 14:33 l'uso generale delle chiese cristiane; ed ai Corinzi che fossero disposti a infilare il sentiero della singolarità, l'Apostolo fa notare che un tal modo di fare non si addice ad una chiesa giovane, ch'è ben lungi dall'essere la prima fondata, e neppure è l'unica esistente nel mondo pagano.

36 La parola di Dio è ella forse proceduta da voi?

Siete voi la chiesa madre in cui prendono origine le usanze che incarnano lo spirito cristiano, e dalla quale poi passano alle chiese sorte dall'opera sua missionaria?

Ovvero è ella pervenuta a voi soli?

Se foste l'unica chiesa sorta dall'opera apostolica nel mondo pagano, sarebbe scusabile un qualche errore, ma siccome ce ne sono tante altre e di maggiore esperienza, non è il caso di voler camminare isolati come se l'intelligenza e l'esperienza altrui non contasse nulla.

37 Allargando quindi il pensiero all'insegnamento dato riguardo ai doni ed all'uso loro. Paolo lo conclude ponendo su di esso il suggello dell'autorità di Cristo.

Se alcuno stima di essere profeta o spirituale

cioè dotato di qualche carisma, o semplicemente avanzato in conoscenza ed esperienza cristiana,

riconosca che le cose ch'io vi scrivo sono del Signore.

Tale il testo più breve che non si scosta, per il senso dall'altro: «sono comandamento del Signore.». Non di sua privata autorità, Paolo ha scritto quanto precede; ma come interprete della mente di Cristo 1Corinzi 2:16. Questo dovrà riconoscere chi pretende avere, in grado superiore, lo Spirito del Signore che ha guidato l'Apostolo. Ci potrà essere, in Corinto ed altrove, chi ricusi di riconoscere il carattere divino, obbligatorio e permanente, delle prescrizioni apostoliche. È libero di farlo; Paolo non spenderà, per persuadere un tale, altre parole. Si ricordi soltanto, che di quest'atto di disubbidienza all'ordine di Cristo, peserà su lui tutta la responsabilità.

38 E se alcuno lo sconosce

(o: lo ignora),

lo sconosca.

Una parte dei Msc. legge il futuro; «sarà sconosciuto», cioè: non sarà dal Signore riconosciuto. La prima lezione è preferibile e si accorda con 1Corinzi 7:40; 11:16; Tito 3:10-11; Apocalisse 22:11.

39 Cosicchè, fratelli miei,

per concludere in poche parole,

aspirate al profetizzare

di cui vi ho mostrata la superiore utilità per le vostre raunanze;

e non divietate il parlare in lingue

per quanto meno utile, purchè ci sia chi interpreti.

40 Ma ogni cosa facciasi in modo conveniente e con ordine.

Si osservino i riguardi dovuti a tutti i doni dello Spirito, il rispetto che merita un'assemblea dei santi e la legge divina per quel che concerne la donna. Inoltre, l'esercizio dei doni si faccia con varietà, si, ma senza confusione e nella dovuta misura.

AMMAESTRAMENTI

1. Buona parte dell'insegnamento dato da Paolo in 1Corinzi 14 ha perduto per noi il carattere dell'attualità perchè la chiesa non possiede più oggi i doni miracolosi del periodo di fondazione. Ma i principii applicati dall'Apostolo e le regole generali da lui date non hanno perduto nulla del loro valore normativo in materia di culto.

2. Il principio che deve stare alla base di tutte le liturgie, scritte o non scritte, è sempre questo: Facciasi ogni cosa in vista dell'edificazione dei credenti e della conversione dei non credenti. È questa la pietra di paragone di tutte le forme, di tutti gli atti di culto, come di tutti i modi di ordinarli.

3. È dovere non solo di ogni ministro di Cristo, ma di ogni cristiano, l'esaminare in quale miglior modo possa far servire al bene spirituale della chiesa e del mondo i doni da Dio ricevuti. Con questo fine li deve coltivare e perfezionare, pregando Iddio di santificarli ed accrescerli. Dobbiamo coltivare ed apprezzare più degli altri i doni che sono di maggiore utilità pratica: ricordando che nessun dono ci è concesso per procurarci applausi od ammirazione da parte degli uomini.

4. Per edificare, il culto cristiano deve avere per base non i riti o le pompe, che sono cose da fanciulli, ma l'insegnamento della Parola di Dio. Dio è luce ed il culto dei suoi figli dev'esser pieno della luce della verità. Perciò Paolo pone il profetizzare a capo di tutti i doni. Cessata la comunicazione della verità per via d'ispirazione, è divenuto tanto più importante l'ufficio dell'espositore della Parola scritta. Ove manca la lettura e la spiegazione delle S. Scritture, donde mai verrebbe la salda edificazione? quando invece la mente del credente o del non credente è istruita, la coscienza convinta, il cuore consolato, persuaso e tratto più vicino a Dio, il culto ha raggiunto il suo fine.

5. Per edificare, il culto cristiano dev'essere intelligibile così nella parte dell'insegnamento come in quella dell'orazione o della lode. Ciò che non è inteso non potrà mai edificare, anche se uscisse dalla bocca d'un Apostolo. Che si dovrà dire delle Chiese che si ostinano a celebrare il loro culto in lingua morta, sia essa latina o greca od etiopica? È implicato, in questa norma, il dovere, in chi parla o prega in pubblico di mettersi alla portata dell'intelligenza di chi lo ascolta.

6. Per edificare, il culto cristiano deve offrire varietà. È necessario quindi trovare il modo di mettere a profitto tutti i doni che sono disponibili. Dove opera con potenza lo Spirito di Dio, esso desta attitudini sopite od inerti, talchè una chiesa vivente non difetterà di doni. Però, anche dov'è abbondanza, è necessaria sapienza nell'utilizzare le ricchezze. Il posto più adatto per i doni, la proporzione in cui vanno usati, il controllo sulla genuinità e sull'esercizio loro, esigono gran discernimento.

7. Per esser degno di Dio, il culto che gli rendiamo deve andar esente di confusione e di ogni cosa che urti le convenienze non solo esterne, ma soprattutto morali e spirituali. «La religione cristiana è cosa sensata e ragionevole, nè dovrebbe dal suoi ministri esser mai fatta apparire cosa stravagante ed insensata. Coloro che agiscono in modo da produrre una tale impressione, disonorano la loro religione» (Henry).

8. Non sono mancati mai coloro che in fin di bene e sotto pretesto di superiore spiritualità, hanno posto in non cale gli ordini apostolici e l'esperienza delle chiese. Chi si mette su codesta via incorre grave responsabilità.


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