1Corinzi 4

1 Ci consideri ogni uomo, non altrimenti che come dei ministri di Cristo e dei dispensatori dei misteri di Dio.

La nostra posizione è quella di subordinati, impiegati o funzionari ( ὑπηρεται) cui il loro capo, Cristo, assegna il lavoro da compiere (cfr. per il termine qui adoperato Luca 1:2; Atti 26:16). La funzione affidataci è quella degli economi nelle grandi case. Essi amministrano i beni del loro padrone Luca 16:l; Romani 16:23, hanno la sopraintendenza e la cura degli altri servi a cui devono distribuire il cibo Luca 12:42-45; Matteo 24:45. Così ai suoi apostoli, e agli altri organi del suo Spirito, Cristo ha affidato il sacro deposito della rivelazione del piano della salvazione nelle sue varie parti, affinchè essi lo facessero conoscere al loro simili a seconda dei loro bisogni e delle loro capacità spirituali Tito 1:7; 1Timoteo 3:15. Per misteri di Dio si ha da intendere lo stesso che a 1Corinzi 2:7; Luca 8:10 - cioè i disegni per lo innanzi occulti di Dio riguardo alla salvazione del mondo. Il termine non è mai nel N. T. applicato ai Sacramenti che d'altronde non sono nè «una cosa già nascosta ed or rivelata», nè tampoco «una cosa or nascosta che abbia ad esser rivelata» (Alford).

2 Qui, del resto,

in questa amministrazione di beni spirituali, come in ogni altro caso,

si richiede dai dispensatori

(od economi)

che ognuno sia trovato fedele;

non che si faccia applaudire col fare sfoggio di eloquenza o di filosofia, ma che «tagli dirittamente la parola della verità» e dia a ciascuno, nel tempo opportuno, il cibo che gli conviene 1Corinzi 3:2. Il testo ordinario: «quel che si richiede» ( ὁ δε invece di ωδε) non è appoggiato dai Codici.

3 Ma chi è in grado di giudicare di questa fedeltà? Non gli uomini, e neppure gli stessi economi, ma il solo Iddio per mezzo del Signor Gesù.

Ora, a me importa pochissimo di esser giudicato da voi o da un tribunale umano.

L'Apostolo era oggetto di apprezzamenti molto diversi per parte dei Corinzi; ma siccome egli ha viva la coscienza della sua dipendenza da Cristo, non cerca lode dagli uomini 1Tessalonicesi 2:4-6, Galati 1:10, ma neppur lo commuovono i loro avversi giudicii. Il testo dice lett. da un giorno umano quasi a far riscontro al «giorno di Dio». S'intende un giorno fissato per un giudicio d'uomini.

4 Anzi, neppur giudico me stesso: io, infatti, non ho coscienza di alcuna [infedeltà]

nell'adempimento del mio ufficio di dispensatore della rivelazione dei disegni di Dio. Paolo non si riteneva impeccabile quanto alla sua interna santificazione, come risulta da Filippesi 3:8-14 (confr. Giacomo 3:2; 1Giovanni 1:8-10).

Tuttavia non per questo sono giustificato;

non basta la voce della mia coscienza che può non essere abbastanza illuminata o delicata, per farmi certo che il Signore approva la mia condotta come economo. Non è questione qui della giustificazione del peccatore davanti a Dio, nel senso generale in cui ne tratta l'Epistola a Romani 3-5. Si tratta del giudicio sulla fedeltà dei ministri di Cristo.

Ma colui che mi giudica, è il Signore.

S'intende il Signore Gesù che solo è competente.

5 Cosicchè, non giudicate di nulla prima del tempo, finchè, cioè, non sia venuto il Signore

Gesù nella sua gloriosa apparizione;

il quale ancora

farà quello che voi non potete, e che pure è necessario per recare un retto giudicio sugli uomini, cioè

metterà in luce le cose occulte delle tenebre,

proietterà la luce della sua onniscienza sulle cose ch'erano avvolte nelle tenebre, nascoste allo sguardo umano. Questo s'intende tanto delle cattive azioni che l'uomo cerca di nascondere, quanto di quelle buone operate in segreto ma note a Dio 1Timoteo 5:24-25; Luca 8:17;

e manifesterà i consigli dei cuori

1Corinzi 14:25; Romani 2:6. Se non si conoscono i segreti moventi, le intenzioni, di un'essere morale, non si può giudicare in modo sicuro la sua condotta. Molte cose, buone in sè, come l'elemosina, la preghiera, ecc., possono esser fatte con tali motivi da renderle abbominevoli a Dio.

Ed allora,

ma allora soltanto, la lode, e implicitamente anche il biasimo,

sarà data a ciascuno da Dio,

Il solo giudice competente, la cui approvazione è vera gloria, la cui disapprovazione copre di vergogna eterna.

AMMAESTRAMENTI

1. La legittimità del ministerio evangelico quale istituzione voluta da Dio per l'incremento del suo regno nel mondo, risulta evidente dalla sezione ora studiata. Si richiedono istrumenti per il lavoro spirituale come per quello materiale; ed è altrettanto necessaria la funzione dei ministri quanto lo è quella dell'agricoltore per la coltivazione dei campi, quella del muratore per la costruzione degli edificii, o quella dell'economo per l'amministrazione di una gran casa Efesini 4:11.

2. Dinanzi a Dio, o dinanzi a Cristo il capo della Chiesa, la posizione dei ministri è quella di un'assoluta ed umile dipendenza. Dalla grazia di Dio essi ricevono i doni necessari di conoscenza, di parola, di simpatia per le anime; da lui la vocazione interna. La Chiesa non può che riconoscere questi doni e questa vocazione ed accogliere con riconoscenza coloro che il Signore le manda.

A Dio appartiene l'opera alla quale i ministri consacrano le forze.

Da Dio procede la benedizione che rende efficace il lavoro degli operai.

A Dio devono i ministri rendere conto del loro operato.

Ricordando questa posizione di dipendenza, i ministri devono in ogni cosa e sopra ogni cosa riguardare al loro Signore per intender la sua volontà, non devono gloriarsi di quel che Dio opera per il loro mezzo 1Corinzi 15:10, e pensando che Dio dà l'accrescimento, compiere con fedeltà e perseveranza la parte secondaria, ma necessaria, loro assegnata.

3. Di fronte alla chiesa la posizione del ministro è quella del coltivatore rispetto al campo, del muratore rispetto all'edificio, dell'economo rispetto alla casa, del padre rispetto ai figli 1Corinzi 4:14: di una persona, cioè, che per amore e per incarico avutone da Cristo, si consacra al bene spirituale della chiesa. Il ministro essendo per la chiesa, non la chiesa per il ministro, egli non deve trarla a sè, ma farla crescere per Cristo. - D'altra parte, essendo servo di Cristo, egli conserva una nobile indipendenza di fronte ai capricci, ai gusti malsani, alle indebite pressioni, ai giudicii avventati di coloro ai quali distribuisce il pane della verità.

4. L'opera del ministerio della parola è una, in quanto consiste nella comunicazione della verità salutare alle anime; ma quanto varia nelle sue ramificazioni! il missionario o l'evangelista fonda le chiese, il Pastore e il dottore le edificano. L'uno pianta e l'altro adacqua. La varietà dell'opera richiede varietà di doni. L'estensione del campo richiede moltitudine di operai. L'arduo compito richiede lavoro assiduo e faticoso.

5. Nell'esser servi di Cristo, collaboratori di Dio, da lui adoperati nella più importante e più benefica opera che immaginar si possa, risiede l'alta dignità dell'ufficio dei ministri del Vangelo. Ma in questo altresì risiede la solenne loro responsabilità. Possono fare il maggior bene che sia dato a creatura umana di fare; possono fare del pari un male grandissimo se infedeli al loro mandato. Di qui la necessità per loro di aver sempre presente alla mente il giudicio al quale sarà sottoposto il loro operato; di qui la necessità per loro di provare sè stessi, di scrutare i loro segreti moventi, di esaminare la qualità, il valore reale dell'opera ch'essi fanno, e questo alla luce della Parola di Dio. Se chiamati a fondare una chiesa, ricordino che l'unico saldo fondamento è Gesù Cristo. Una chiesa non si regge sopra un Evangelo da cui la croce è stata eliminata, nè sopra la sola morale; meno ancora sopra delle negazioni. Se chiamati a edificare una chiesa già fondata, ricordino che solo un insegnamento evangelico, sano, positivo, dottrinale e morale può nutrire e fortificare la vita spirituale. Controversia, questioni sociali e scientifiche, punti secondarii, potranno occasionalmente esser trattati, ma non potranno formar la pietà dei redenti di Cristo.

6. Le varie immagini con cui viene rappresentata la Chiesa contengono tutte un qualche particolare ammaestramento. Essa è il campo di Dio: Dio ne prende cura, la fa coltivare, e piantare e adacquare, manda su di lei le benedizioni dall'alto, ne aspetta dei frutti Ebrei 6:7. La Chiesa è l'edificio di Dio; il suo fondamento è Cristo, i materiali con cui vuol'essere edificata sono dottrine di verità, gli edificatori sono i ministri, l'edificio è tuttora in costruzione e lo sarà fino alla fin del mondo; l'edificio subirà la prova del fuoco del giudicio. La Chiesa è il tempio di Dio: forma un'unità, è consacrata alla gloria di Dio, in essa Dio abita ed opera per il suo Spirito, chi la guasta incorre come sacrilego nel giudicio di Dio. La Chiesa è la casa di Dio: - Cristo ne è il padrone, ne sono economi i ministri del Vangelo, il cibo spirituale di cui vanno nutriti gli abitanti della casa secondo la lor capacità, sono le verità della Salvazione. Chi giudicherà della fedeltà degli economi è il Signor Gesù nella sua apparizione.

7. Consideri ogni redento di Cristo la grandezza dei privilegi che gli derivano dalla sua unione col Signor dei cieli e della terra. Ogni cosa è ordinata al suo bene supremo. C'insegni Iddio a trarre il maggior profitto spirituale dai molti suoi servitori con cui veniamo a contatto, sia che ne udiam la viva voce, sia che ne leggiamo la parola nei libri. Ci aiuti Iddio a trar profitto da quanto ci offre il mondo presente, colle sue conoscenze scientifiche, colle sue gioie come coi suoi dolori, e possano le speranze della patria migliore confortarci e rinfrancarci nella comunione del Cristo che ci ha riconciliati e ricongiunti a Dio.

6 Sezione E 1Corinzi 4:6-21 L'ORGOGLIO DEI CORINZI

I Corinzi, che nei loro partiti, esaltano l'uno ed abbassan l'altro dei servitori di Cristo, hanno bisogno d'imparare l'umiltà 1Corinzi 4:6-7. A vedere l'alta opinione che hanno di sè, si direbbe ch'essi già toccano la vetta della perfezione e della gloria, mentre i loro primi conduttori stanno ancora giù nella valle in mezzo ai travagli e ai disonori 1Corinzi 4:8-13. Se Paolo è costretto a flagellare il loro orgoglio, lo fa con amor di padre e per ricondurli sulla buona via 1Corinzi 4:14-16. A tale scopo ha lor mandato Timoteo e verrà egli stesso, fra breve, a visitarli 1Corinzi 4:17-21.

Nel combattere lo spirito di parte l'Apostolo si è rivolto finora soprattutto alla mente dei Corinzi, cercando di correggerne le erronee nozioni. Ha mostrato loro come i partiti oscurino la gloria dell'unico Signore e Salvatore della Chiesa; come procedano dalla stima che molti ancor fanno della sapienza umana la quale non ha che fare colla salvazione di Dio annunziata dai banditori del Vangelo con quella maggiore o minor semplicità che le circostanze richiedono. Ha mostrato loro come i partiti si fondino sopra un concetto falso della posizione del ministro del Vangelo ch'è semplicemente servo di Cristo. Ma prima di chiudere il paragrafo sui partiti, Paolo scende fino alle radici più profonde da cui trae origine il male, cioè all'orgoglio del cuore ch'egli riprende e flagella.

Ora, fratelli, queste cose

che vi ho scritte sulla posizione dei ministri,

io le ho applicate a me stesso e ad Apollo, per cagion vostra,

Onde farvi meglio comprendere l'insegnamento di natura generale, che volevo darvi, gli ho dato una forma concreta più intelligibile, coll'applicarlo, a mo' d'esempio, a me stesso e ad Apollo; ma ciascuno di voi, sia egli ministro o no, lo deve applicare a sè stesso. Io ho fatto così

affinchè impariate, in noi,

cioè dal modo in cui noi consideriamo noi stessi,

la [regola] del non oltrepassare ciò che sta scritto

(testo emend.). In morale come in dottrina, vigeva nella chiesa primitiva la regola espressa nella formula, qui ricordata come ben nota: «Non al di là di ciò ch'è scritto». S'intende di leggeri che si tratta di ciò che sta scritto nelle Sacre Scritture, norma riconosciuta della fede e della vita. L'Apostolo stesso, nei capitoli precedenti, si è valso di frequente dell'autorità delle Scritture. Ora se vi è un insegnamento che la Parola di Dio inculchi in tutti i modi, è appunto quello della pochezza della creatura dinanzi al Creatore da cui procede ogni buona donazione. Se i Corinti impareranno ad uniformare i loro insegnamenti a quanto insegnano le Scritture, saranno presto guariti dell'orgoglio spirituale che Paolo scorge in loro come si rileva dalle parole che seguono:

affinchè non vi gonfiate, coll'esaltar l'uno a scapito dell'altro.

Ogni partigiano esalta soprammodo il capo sotto al quale egli si è schierato e abbassa di tanto gli altri. Paolo chiama questo un gonfiarsi, come di vento, perchè è un trar gloria dagli uomini che sono vanità 1Corinzi 3:21, e un atteggiarsi a giudici dei servitori di Cristo.

7 Infatti chi ti distingue [da un altro]?

Chi ti conferisce la conoscenza o le attitudini o i doni che ti fan diverso da un altro? Non sei tu, non sono gli uomini, ma è Dio. Altri intende: Chi pensa a riconoscere in te una qualche eccellenza sugli altri? Nessuno, all'infuori di te stesso.

E che hai tu che tu non abbia ricevuto?

Nulla.

E se proprio

(che tale è il caso),

tu l'hai ricevuto, perchè te ne glorii come se tu non l'avessi ricevuto?

come se fosse roba tua? «A questo punto il peccato della chiesa si presenta innanzi agli occhi dell'Apostolo con tale una vivacità che il suo discorso assume ad un tratto la forma d'un prolungato sarcasmo... e la sua infuocata ironia non si ferma che, a 1Corinzi 3:13 ove si spegne nel dolore» (Godet). Ben lungi dall'essere animati dallo spirito di umiltà, i Corinzi sono pieni di sè, come se non mancasse loro più nulla.

8 Già siete saziati,

tutti i vostri bisogni spirituali sono soddisfatti Apocalisse 3:17; Luca 6:25,

già siete arricchiti,

avete al di là del bisogno,

senza di noi siete giunti a regnare,

siete arrivati alla gloria che Cristo tiene in serbo per i suoi 2Timoteo 2:12; Apocalisse 3:2; 5:10; e vi siete arrivati lasciando noi, vostri evangelizzatori, indietro nei travagli e nelle lotte.

E fosse pur così, che voi foste giunti a regnare, acciocchè ancora noi regnassimo con voi!

Se fosse davvero giunto, come parrebbe, a vedere la infinita soddisfazione che provate di voi stessi, il momento della glorificazione della Chiesa, vi avremmo ancora noi la nostra parte, poichè quando quell'ora beata suonerà, suonerà per tutti i redenti di Cristo. Finora, però, siamo ben lungi dalla gloria; ed il nostro stato presente giustifìca il nostro sospiro verso lo spuntar d'un'alba migliore.

9 Parmi, infatti, che Dio abbia pubblicamente esposto noi gli apostoli, come gli ultimi, come i condannati a morte, poichè siamo divenuti spettacolo al mondo, e agli angeli e agli uomini.

L'immagine che serve di veste al pensiero di Paolo è quella del Circo ove, dinanzi alla folla degli spettatori, si presentano gli atleti, che vincitori sono poi applauditi e magari portati in trionfo; ma dove sono menati pure, ad appagare la sete crescente di emozioni tragiche, dei condannati a morte per essere divorati dalle fiere o altrimenti uccisi. Così, dice Paolo, mentre voi Corinzi cingete gli allori del trionfo, noi che vi abbiamo annunziato l'Evangelo cioè: io stesso, Silvano, Timoteo, Apollo e gli altri nostri compagni nell'apostolato evangelico Atti 14:14; 1Tessalonicesi 2:6-7; Romani 16:7, siamo collocati all'ultimo posto, quello del disonore, riserbato ai condannati a morte. E questo avviene in faccia all'universo, poichè la vita di travagli, di pericoli, di disprezzi che noi meniamo per la causa del Vangelo, attrae su di noi gli sguardi delle creature intelligenti invisibili e visibili che ci seguono con sentimenti ben diversi. «Apostoli» non si può intendere qui dei Dodici solamente; nè l'originale permette di tradurre gli ultimi apostoli (Diodati). Gli angeli senz'alcuna qualifica, sono, secondo l'uso del N. T., gli angeli buoni che seguono con simpatia i progressi del Vangelo (cfr. Ebrei 1:14).

10 Per rendere viepiù sensibile il pungente contrasto tra lo stato a cui s'immaginano d'essere arrivati i «fanciulli in Cristo» di Corinto, e quello dei loro maestri e padri, l'Apostolo prosegue:

Noi [siamo] pazzi per cagion di Cristo,

ossia ci reputa tali il mondo perchè predichiam la salvazione mediante la croce di Cristo:

voi [siete] assennati in Cristo,

siete dei cristiani che sanno combinare la sapienza mondana col cristianesimo, scansare quel che urta il mondo e meritare, appo voi stessi e appo agli uomini, la riputazione di assennati, di savi 2Corinzi 11:19.

Noi siamo deboli

agli occhi nostri e del mondo 1Corinzi 2:3; 2Corinzi 12:9-10,

voi siete forti

almeno così vi stimate

voi siete coperti di gloria e noi di disonore

dinanzi al mondo.

11 Fino all'ora presente,

siamo così lungi dall'esser giunti alla gloria, che

soffriam la fame, soffriam la sete, soffriam la nudità, siamo schiaffeggiati, siamo erranti,

12 fatichiamo lavorando colle proprie mani

per provvedere al nostro sostentamento 1Corinzi 9:6-18; 2Corinzi 11:7-9 e per l'enumerazione delle sofferenze di Paolo 2Corinzi 11:23-28. E quando siamo maltrattati, lungi dal reagire con parole o con atti, noi, a rischio di accrescere il disprezzo di cui siamo oggetto, per parte del mondo che non comprende i nostri moventi, sopportiamo.

ingiuriati

(o insultati),

benediciamo

Luca 6:27-28:

perseguitati

da privati o da pubbliche autorità,

sopportiamo;

13 diffamati, supplichiamo,

usiamo parole di esortazione supplichevole presso a coloro che ci vituperano:

siamo divenuti come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti infino ad ora.

Le due parole qui adoperate ( περικαθαρμα, περιψημα) venivano applicate alle persone, scelte fra le più abbiette e vili, che in occasione di un qualche flagello, erano dai pagani gettate a mare o altrimenti uccise, a guisa di sacrificio alla divinità.

14 Tale essendo, tuttora, lo stato dei loro maestri, come mai osano i Corinzi pavoneggiarsi beatamente quasichè fossero arrivati alla meta, e criticare con disprezzo uomini che con tanta abnegazione compiono l'opera del comune Signore? Però, lo svergognare i Corinzi col sarcasmo, non è il fine ultimo di Paolo; egli maneggia quell'arma tagliente per guarirli dall'orgoglio.

Scrivo questo, non per farvi vergogna,

quasi fossi un avversario che trionfasse di voi,

bensì per ammonirvi come figliuoli miei diletti

Efesini 6:4; Atti 20:31; 1Tessalonicesi 5:14. E se ha verso di loro affetto di padre, è perchè egli lo è spiritualmente.

15 Infatti, se anche aveste migliaia di educatori

(lett. pedagoghi)

in Cristo,

cioè di maestri che si adoperino a farvi crescere nella conoscenza e nella vita cristiana,

voi non avete però molti padri, poichè, in Cristo Gesù

vale a dire, a quella vita superiore che si ha nella comunione con Cristo,

son io che vi ho generati mediante l'Evangelo

che vi annunziai per il primo. È questo un fatto che nessuno ha il potere di cancellare e che assegna all'Apostolo una posizione unica di fronte alla chiesa. La vita, in ultima analisi, procede sempre da Dio; ma nella comunicazione della vita spirituale come di quella naturale, Dio adopera dei mezzi. Cfr. Filemone 10; Tito 1:4; 1Timoteo 1:2; 2Timoteo 1:2; 2:l; Galati 4:19. L'Evangelo è il seme della vita nuova Giacomo 1:18; 1Pietro 1:23.

16 Vi esorto adunque ad essere

come si conviene ai figli rispetto ai loro genitori,

miei imitatori,

In ispecie per quel che riguarda il sentire modestamente di voi, cfr. 1Corinzi 4:6; 11:1.

17 Per questo appunto

(testo emend.), perchè siete incoraggiati ed aiutati a battere la via che seguo,

vi ho mandato Timoteo ch'è mio figliuolo diletto e fedele

(o fidato)

nel Signore

(cfr. Filippesi 2:19-23),

il quale vi rammenterà le mie vie in Cristo Gesù,

tutto quanto il mio modo di comportarmi come discepolo ed Apostolo di Cristo, ed in ispecie

come io insegno, dappertutto, in ogni chiesa.

Da quel che vi riferirà Timoteo che mi è stato fedele compagno, potrete vedere, che nella evangelizzazione di Corinto ho seguito per la forma semplice e per la sostanza elementare del mio insegnamento, lo stesso metodo che tengo dovunque. La presenza di Timoteo poteva completare ed appoggiare le istruzioni varie contenute in questa lettera, spedita per la via di mare. Della missione del giovane Timoteo in Macedonia, ed eventualmente anche in Acaia, si fa menzione in 1Corinzi 16:10; Atti 19:22. Però siccome l'invio del suo coadiutore, poteva da taluni interpretarsi come un abbandono del progetto di Paolo di recarsi egli stesso a Corinto, così l'Apostolo si affretta a soggiungere che non è così.

18 Alcuni si son gonfiati,

si sono insuperbiti e vantati,

come se io non dovessi venire da voi,

Quasichè avessi paura di loro e mi sentissi mancare il terreno sotto ai piedi in Corinto.

19 Ma io verrò presto da voi, se il Signore vuole

1Corinzi 16:6-7,

e conoscerò, non le parole di coloro che sono gonfiati, bensì la potenza.

Questi caporioni, appartenenti più probabilmente al partito che s'intitolava di Cristo, potevano essere bei parlatori com'erano grandi millantatori, ma erano tutte parole. Paolo vuol conoscere qual'è la potenza di vita spirituale e morale ch'è in loro, quale l'influenza pratica ed utile ch'essi esercitano.

20 Poichè il regno di Dio non consiste in parole, ma in potenza.

Il dominio di Dio sull'individuo ha da dimostrarsi altrimenti che con vane verbosità e millanterie; esso penetra tutto l'uomo comunicandogli una forza divina di nuova vita che lo affranca dal male di cui era schiavo, e lo rende strumento atto al servizio di Dio Matteo 7:15-27; Romani 14:17-18; 1Giovanni 3:18; 2Timoteo 3:5.

21 Che volete? Ho da venire a voi con la verga,

esercitando l'autorità disciplinare e punitiva di cui Cristo ha rivestito i suoi Apostoli,

ovvero con amore e con ispirito di mansuetudine?

disposto a dimenticare le passate mancanze e a compatire le attuali imperfezioni, pur cercando con pazienza di farle sparire? Ciò dipende da voi, dalle disposizioni di ubbidienza o di ribellione di cui darete prova.

AMMAESTRAMENTI

l. Partiti, sètte e divisioni ecclesiastiche, hanno sempre per causa non solo degli errori della mente ma dei traviamenti del cuore, fra cui principalissimo l'orgoglio. Perciò Paolo pone le divisioni e le sètte tra i frutti della carne, ossia della natura corrotta dell'uomo (Galati 5:19-21; cfr. Tito 3:10-11).

2. È proprio dell'età cui difetta l'esperienza il presumere delle proprie forze. Così avviene che i neo-convertiti, i bambini in Cristo, dimostrano spesso poca modestia e si abbandonano a presunzione, a temerarii giudicii verso coloro che più di loro sono progrediti nella vita cristiana. La verga dell'umiliazione è necessaria per fiaccare un tale orgoglio.

3. Sono particolarmente atte a produrre umiltà le seguenti considerazioni:

a) non abbiam nulla che non sia dono della grazia di Dio;

b) quelli a cui ci stimiamo superiori dimostrano, molte volte, tale zelo, tale abnegazione e devozione al servizio di Cristo, da farci vergognare della poca stima che facciam di loro;

c) quello di cui ci gloriamo, spesso ha più apparenza che realtà. Professione, forma di pietà, doni brillanti, belle parole, non compensano la mancanza della «forza della pietà».

4. L'ironia è un'arma tagliente che va adoperata di rado, nei casi di necessità, come si fa dei ferri chirurgici, e non con spirito beffardo o di maligna vendetta, ma per amore sincero dell'altrui bene. In chi tiene in mano la frusta deve battere un cuor di padre. «Coloro che riguardano il cristianesimo come una cosa tutta mansueta, passiva, senza forza nè virilità, staranno perplessi davanti a passi come questo o davanti a certe parole di Cristo. Fatto sta che nella perfetta natura umana di Cristo, i sentimenti più virili e robusti non sono soppressi. Sdegno, risentimento, sono da controllare non da amputare» (P. Robertson). Cfr. Efesini 4:26 e come esempi d'ironia nella Scrittura: 1Re 18:27; Isaia 44; Giobbe 12:2.

5. Dello schizzo della vita apostolica delineato in questa sezione, si è servito il Padre Curci per far «intendere quanto sia grave l'errore di coloro i quali, nel nostro tempo, non sanno oggimai concepire la vita della chiesa, e vuol dire degli uomini che la rappresentano, senza vederli, o certo volerli, circondati dalla comune riverenza, da ogni specie di potenti influenze e da agiatezze non sempre modeste» (leggi: dal potere temporale). Ma più che il papa ed i suoi prelati, questa descrizione è atta a consolare quegli umili operai di Cristo e tutti quei credenti che lottano con le difficoltà finanziarie, che sono chiamati a menar vita più o meno raminga, che incontrano qua il fanatismo ignorante e là la incredulità beffarda. L'esempio apostolico «'insegna l'abnegazione e lo zelo. Non è ora il tempo di godere e di regnare, bensì di lottare e di lavorare.

6. Gli angeli sono qui mentovati come spettatori delle lotte, delle sofferenze e dei trionfi della Chiesa di Cristo quaggiù. Ci sono presentati altrove come bramosi di spingere lo sguardo nelle meraviglie della salvazione 1Pietro 1:12, come esultanti per la nascita del Salvatore o per la salvazione dei peccatori Luca 2:15; come spiriti ministratori mandati a servire a pro di coloro che hanno ad eredar la salvezza Ebrei 1:14, in quella guisa che hanno ministrato a Gesù, ed ai suoi apostoli. Essi vegliano sui bambini, e portano l'anima del pio Lazaro nel seno d'Abramo. Da ciò non si deve trarre conseguenza di superstiziosa adorazione Apocalisse 19:10, ma incoraggiamento e conforto.

7. Col proclamarsi padre spirituale dei Corinzi, Paolo insegna indirettamente la nuova nascita. Al disopra della vita naturale, psichica, come la chiamerebbe Paolo, vi è la vita spirituale che nasce dalla comunione con Cristo e si alimenta in quella. I mezzi di cui Dio si serve per crearla sono l'Evangelo della salvazione, parola vivente, seme incorruttibile; ed i banditori d'esso. Colui ch'è la vita, si serve di esseri da lui vivificati, per propagare la vita. Ma il Creatore di essa è Dio, per lo suo S pirito. (Cfr. 1Corinzi 3:6-7; 1:30; 2:4).

8. Paolo esorta i suoi figli spirituali ad esser suoi imitatori. Meglio delle parole infatti, l'esempio insegna, persuade, decide, incoraggia, riprende tacitamente e dà alle parole la necessaria autorità. Felice il maestro, il padre di famiglia, che può, in buona coscienza, dire ai suoi discepoli o figli: «Siate miei imitatori».

9. La direzione di una chiesa, come di una famiglia, richiede, a seconda dei casi, spirito di mansuetudine e di pazienza, ovvero fermezza e severità.


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