1Corinzi 5

1 

PARTE SECONDA

Le quistioni attinenti alla vita morale della Chiesa

1Corinzi 5-10

La parte dell'Epistola relativa ai partiti ecclesiastici termina con una severa riprensione dell'orgoglio in cui vivevano i Corinzi quasichè fossero giunti alla perfezione. Nel fatto, però, lo stato della chiesa era tutt'altro che soddisfacente, come si vede dalle gravi lacune che Paolo viene indicando in 1Corinzi 5-6. La prima sta nella colpevole tolleranza di peccatori scandalosi in seno alla chiesa 1Corinzi 5. La seconda nei processi che i cristiani s'intentano a vicenda davanti ai tribunali pagani 1Corinzi 6:1-11. La terza nella leggerezza con cui essi considerano il peccato nazionale della fornicazione 1Corinzi 6:12-20. Attenendosi sempre alle cose che si riferiscono alla vita morale della chiesa, l'Apostolo risponde in 1Corinzi 7 alle domande rivoltegli dai Corinzi circa il matrimonio ed il celibato, e tratta, in ultimo, in 1Corinzi 8-10 della condotta da tenere riguardo alle carni sacrificate agl'idoli.

§1 Il dovere della Chiesa di fronte ai membri che menano vita scandalosa 1Corinzi 5

Le informazioni che giungono all'Apostolo da Corinto, sono concordi nel costatare che la chiesa non si mantiene pura del peccato dominante della città, e che tollera perfino fra i suoi membri un incestuoso. Egli richiama perciò vivamente la chiesa al dovere di esercitare la disciplina, non solo nel caso particolare in questione 1Corinzi 5:1-5, ma ogni qualvolta sia accertato che dei cristiani vivono manifestamente nel peccato 1Corinzi 5:6-13.

1Corinzi 5:1-5 L'incestuoso

Del tutto si ode che vi è fra voi fornicazione:

Il senso è: Da tutte le parti si sente dire, talchè la cosa non si può più mettere in dubbio 1Corinzi 6:7; 15:29; Matteo 5:34, che nella chiesa di Corinto vi sono dei membri che vivono nel peccato di fornicazione, cioè nel libertinaggio o nelle unioni illecite. L'Apostolo allude spesso, in questa Epistola, al peccato per il quale Corinto era tristemente famosa; ne avea toccato in una lettera precedente 1Corinzi 5:9 e vi torna sopra in 1Corinzi 6:12-20. Era d'altronde generale la immoralità nel mondo pagano, come lo attesta il culto reso a Venere, a Diana, ecc.

E non solo serpeggia questo peccato nelle sue forme ordinarie, ma in un caso almeno, è addirittura mostruoso:

e tale fornicazione che non [si trova] (testo emend.) neppure fra i pagani; talchè qualcuno si tiene la moglie del [suo] padre.

Adopera quest'ultima espressione perchè tolta dalla legge Levitico 18:7-8 e perchè, meglio di quella ordinaria di «matrigna», serve a far spiccare l'enormità del misfatto. La legge mosaica puniva di morte l'incesto. E quanto ai pagani, sebbene non fossero sconosciuti in Asia Minore i matrimoni fra consanguinei, essi erano cosa rara in Grecia e la legge romana li condannava energicamente. Autori pagani parlano in ispecie dell'incesto come di cosa nefanda. Cicerone esclamava: «La suocera si è unita al genero!... O scelleratezza incredibile di una donna, in vita mia non udita mai, salvo in quest'unico caso!» (Pro Cluentio). La donna, nel caso di Corinto, sembra essere stata estranea alla chiesa poichè Paolo non la include nel giudicio che pronuncia.

2 E voi,

con uno scandalo così enorme,

siete gonfi di superbia e non avete piuttosto fatto cordoglio, affinchè fosse tolto d'infra voi colui che ha commesso questo fatto.

Per la solidarietà esistente tra i cristiani, tutta la chiesa veniva a soffrire vergogna e danno dalla condotta di quel suo membro indegno. Se fosse stato in lei vivo il senso morale, avrebbe provato un dolore profondo alla notizia di un tale scandalo: dolore che avrebbe condotto alla immediata espulsione del colpevole dalla fratellanza cristiana. In tali casi, una chiesa animata dallo spirito di santità, non può a meno di umiliarsi pensando al male commesso nel suo seno; ma la sua umiliazione non la spinge soltanto a rivolgersi a Dio (Godet), bensì ad agire per recare al male quel rimedio ch'è in suo potere. Ora, senza ricorrere per nulla al braccio secolare, la chiesa può, espellendo i membri indegni, recidere il legame di solidarietà che li unisce ad essa - salvo a ristabilirlo quando sia intervenuto verace pentimento.

3 Allo scopo di suggerire alla chiesa il da farsi nel caso urgente in questione, Paolo espone quel ch'egli farebbe se, invece di trovarsi in Efeso, fosse presente in Corinto.

Perciocchè, quanto a me, assente di corpo, ma presente di spirito, ho già giudicato come presente - voi e lo spirito mio essendo adunati nel nome del Signor Gesù [e] con la potenza del nostro Signor Gesù - [ho giudicato, dico], di dare quel tale che ha perpetrato questo in una tal maniera, in mano a Satana, per la perdizione della carne, acciocchè lo spirito sia salvato nel giorno del Signor Gesù.

Se si trovasse in Corinto presente di corpo, come lo è di spirito, l'Apostolo convocherebbe in adunanza solenne la chiesa e all'assemblea riunita «nel nome del Signor Gesù», il capo supremo da cui deriva ogni autorità disciplinare alla chiesa, Paolo esporrebbe il caso dell'incestuoso; e siccome si tratta di un fatto notorio, egli proporrebbe la espulsione dalla società cristiana del colpevole. Tale esclusione, però, sarebbe accompagnata da un qualche flagello corporale di cui verrebbe colpito l'incestuoso. Molti interpreti, è vero, non scorgono in questo passo che una solenne sentenza di scomunica. La «potenza» del Signor Gesù, presente coll'assemblea, secondo il loro modo di vedere, è semplicemente l'autorità di cui egli ha rivestita la sua Chiesa: il «dare in man di Satana» non implica altro che l'esser respinto fuor della chiesa, nel mondo ch'è il dominio di Satana; - e la «distruzione della carne» significa la mortificazione della natura peccaminosa ossia delle prave inclinazioni dell'uomo. Ci pare evidente che una tale esposizione attenua di molte le parole adoperate dall'Apostolo. La «potenza» del Signor Gesù che opera nella chiesa ed accompagna le decisioni pronunziate da un Apostolo in unione ad un'assemblea ecclesiastica, è qualcosa di più grave che l'autorità disciplinare conferita alla chiesa 1Corinzi 11:30-32. Il «dare in man di Satana», adoperato anche 1Timoteo 1:20, pare alludere alla facoltà da Dio lasciata a Satana d'infliggere flagelli o malattie corporali Giobbe 1:12; 2:5-7; Luca 13:16; 2Corinzi 12:7. La «perdizione» o distruzione della «carne» che fa riscontro alla salvazione dello spirito nel giorno dell'apparizione del Signore, sembra indicare, in modo chiaro, una qualche malattia che avrebbe distrutto il corpo, strumento del peccato nell'incestuoso, allo scopo di produrre in lui quel ravvedimento sincero che avrebbe assicurata la sua finale salvazione. Gli esempi di uno speciale potere punitivo affidato, se non alla chiesa, agli Apostoli, non mancano. Pietro pronunzia la sentenza di morte di Anania e Saffira Atti 5; Paolo quella di accecamento contro a Bargesù Atti 13:11. Lo stesso Apostolo dà imeneo ed Alessandro in man di Satana «acciocchè sieno dal castigo ammaestrati a non bestemmiare»; ed in genere, dichiara di possedere un'autorità di cui non vorrebbe far uso se non a edificazione, ma che può servire talvolta a distruzione. Cfr. 1Corinzi 4:21; 2Corinzi 10:8-12; 13:10. In un tempo in cui «la testimonianza di Cristo» era confermata con doni miracolosi distribuiti alla Chiesa 1Corinzi 1:6, non è da stupire che fosse salvaguardata la santità della chiesa anche con dei castighi esterni aventi il carattere di un intervento diretto del Signore.

6 1Corinzi 5:6-13 Il dovere generale

I versetti 1Corinzi 5:6-8 espongono la ragione per cui la chiesa deve esercitar la disciplina tanto nel caso dell'incestuoso come in ogni altro caso. Per lei, è questione di legittima difesa del suo carattere di società santa.

Il vostro vanto

1Corinzi 4:6-8

non è buono,

perchè non si addice allo stato di rilassatezza morale in cui siete: sarebbe più a posto il cordoglio.

Non sapete voi che un po' di lievito fa lievitare tutta quanta la pasta?

«Il lievito è qui, come in molti altri passi, l'emblema d'un principio, di apparenza quantitativa insignificante, ma dotato di forza reale, penetrante, e questo tanto in bene Matteo 13:33 che in male Matteo 16:6; Galati 5:9» (Godet). Il «piccolo lievito» alla cui influenza devono badare i Corinzi, è lo scandalo tollerato che opera in modo deleterio sulla chiesa, sia per via dell'esempio, sia coll'oscurare la nozione della santità morale e quella dell'alta vocazione cui la chiesa è chiamata, e «Se il sale perde il suo sapore... non val più nulla...» Matteo 5:13. Il pericolo che il male tollerato si estenda fino a inquinare la vita di tutta la chiesa è altrove raffigurato sotto l'immagine della cancrena che rode le carni 2Timoteo 2:17.

7 Purgatevi del vecchio lievito

(testo emend). Per difendersi dal pericolo d'esser corrotta, la chiesa deve fare quel che si praticava in ogni casa israelita alla vigilia della Pasqua, allorquando la famiglia con minuziosa scrupolosità nettava la sua abitazione da ogni particella di pane lievitato, affin di celebrar la festa coi pani azzimi prescritti dalla legge. Il vecchio lievito di cui si deve nettare la chiesa è il principio corruttore operante nell'uomo vecchio. Sono i vizi, le male abitudini, le corrotte nozioni morali della lor vita pagana,

acciocchè siate,

veramente,

una nuova pasta,

una società nuova, separata dal mondo per la sua vita santa,

siccome,

per la vostra professione cristiana,

siete senza lievito,

santi per vocazione,

poichè anche la nostra Pasqua [ch'è] Cristo, è stata immolata.

Col sacrificio dell'agnello pasquale principiava la Pasqua israelitica ed all'ora dell'immolazione ogni casa dovea, per legge, esser netta di lievito. Da quel momento la famiglia si cibava di pani azzimi per sette giorni. La Pasqua antica era, però, soltanto l'immagine d'una festa di molto superiore per significato e per importanza. Il sacrificio d'un agnello che inaugurava la Pasqua era l'ombra del sacrificio solo efficace ed eterno dell'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo Ebrei 9. La liberazione dall'Egitto rammemorata dalla Pasqua era la figura della liberazione dalla servitù del peccato e della morte eterna, liberazione procurata da Cristo a tutti quanti i credenti costituiti per la fede in lui, in popolo di Dio. Il modo di celebrazione della Pasqua era l'emblema della vita di riconoscenza e di santità, che deve menare la Chiesa - e per conseguenza ogni suo membro - mentre aspetta il regno della gloria.

8 Perciò l'Apostolo, esortando i Corinzi ad essere nella vita pratica quello ch'essi sono virtualmente per la loro unione col Cristo, soggiunge:

Cosicchè, celebriamo la festa,

che per noi abbraccia tutta quanta la vita,

non con vecchio lievito, nè,

in ispecie,

con lievito di malizia e di malvagità:

malizia indica nel greco ( κακια) un carattere morale non rispondente all'ideale dell'uomo; malvagità ( πονηρια) indica il carattere di chi non contento d'essere cattivo in sè, cerca di trarre altri nella sua rovina. Satana è chiamato «il malvagio» per eccellenza.

ma con [pani azzimi di sincerità e di verità:

verità nel senso morale; ch'è quanto dire la rettitudine colla quale pratichiamo quello che sappiamo esser bene e ripudiamo quanto conosciamo esser male. Di tale rettitudine deve dar prova ogni cristiano nella sua vita individuale, e la chiesa come società o corpo di Cristo. Può darsi che la prossimità delle feste pasquali giudaiche abbia suggerite all'Apostolo le immagini adoperate in 1Corinzi 5:6-8 (cfr. 1Corinzi 16:8).

9 Una erronea interpretazione data a qualche frase di una sua lettera precedente, induce Paolo ad aggiungere 1Corinzi 5:9-13 uno schiarimento riguardo ai limiti entro cui devesi restringere la disciplina ecclesiastica.

Vi ho scritto nella mia lettera,

lettera anteriore che non ci è stata conservata,

di non mescolarvi coi fornicatori:

cioè di non mantenere con loro relazioni che implichino approvazione della loro condotta. La chiesa quindi non li poteva considerare come suoi membri se persistevano nel loro peccato.

10 non però, in modo assoluto, coi fornicatori di questo mondo, o cogli avidi di guadagno, o coi rapaci, o cogli idolatri, poichè altrimenti dovreste uscir del mondo,

e specialmente da un luogo come Corinto. Per ritirarvi fuori del consorzio umano, in luoghi inabitati, il che non è secondo la volontà di Dio Giovanni 17:15.

11 Ma vi ho scritto bensì di non mescolarvi con chi, pur portando il nome di fratello

ossia professandosi cristiano,

sia fornicatore, o avido di guadagno,

dominato dalla passione di posseder sempre di più anche a costo di violar la giustizia e la lealtà Isaia 5:8,

o idolatra

come coloro che continuavano a partecipare ai sacrifici ed ai banchetti in onore degli idoli,

o insultatore

Giovanni 9:28; 1Pietro 2:23, dedito alle contumelie.

od ubbriacone, o rapace,

ossia ladro.

Con un tale [non dovete] neppur mangiare

«Presso gli antichi, il ricevere qualcuno alla propria mensa era segno d'intimità più che non lo sia oggi, e l'Apostolo non vuole che mediante quel segno d'intime personali relazioni, si lasci credere che il vizioso sia riconosciuto dagli altri cristiani come degno di tal nome» (Godet). S. Giovanni dice che ricevendo in casa o salutando i propagatori di false dottrine, si «partecipa alle loro malvagie opere» 2Giovanni 10-11. Paolo non allude particolarmente alle agapi cristiane; ma il principio ch'egli pone si applica a quei convegni fraterni ove la chiesa è in certo modo la padrona di casa. La rottura delle relazioni fraterne, familiari, coi cristiani di cattiva condotta, oltre al salvaguardar la santità della chiesa, mira del pari a produrre una salutare vergogna in chi è così schivato 2Tessalonicesi 3:6-14. Ma una tal disciplina la chiesa non la può applicare che ai suoi proprii membri. Sugli altri essa non ha giurisdizione.

12 Infatti, spetta egli a me,

come Apostolo,

di giudicare quei di fuori?

quelli che non fanno parte della chiesa Colossesi 4:5; 1Tessalonicesi 4:12?

Non son eglino quelli di dentro,

i membri della Chiesa,

che voi

stessi, nei casi in cui esercitate la disciplina,

giudicate?

L'Apostolo si appella con questo alla pratica costante seguita finora dai Corinzi nella materia. Non c'era dunque da fraintendere il pensiero da lui espresso nella lettera in questione.

13 Quanto a quelli di fuori li giudica,

ora e nel gran giorno,

Iddio,

a cui ogni creatura morale è responsabile.

Togliete il malvagio d'infra voi stessi.

Su quelli di fuori non avete giurisdizione disciplinare; ma il vostro dovere è di espellere ogni fratello che tiene cattiva condotta, dal vostro proprio seno. Adoperando un linguaggio analogo a quello della legge Deuteronomio 24:7; 21:21; 17:7 quand'essa pronunziava la pena di morte contro i violatori del patto di Dio con Israele, Paolo viene a dare indirettamente la sanzione della Scrittura al dovere penoso ch'egli ha inculcato. Solo, la chiesa essendo una società puramente religiosa, che si recluta per via di volontaria adesione, la sua disciplina è di natura morale, e non ha che fare coi mezzi punitivi necessari alla società civile.

AMMAESTRAMENTI

1. Nel modo in cui Paolo tratta delle questioni morali in relazione colla chiesa di Corinto, è da notare, anzitutto, la franchezza colla quale egli, non pago di vaporose generalità, chiama le cose per il loro nome. Inoltre, per quanto brevi siano le parole ch'egli spende su ciascun argomento, esse vanno alla radice stessa delle cose. Le chiese han bisogno d'istruzione precisa sui peccati che dominano nella società in cui vivono e sui problemi morali che si affacciano loro dinanzi. «Non abbiamo paura di consacrare intieri sermoni a doveri speciali. Le opere della carne devono essere distintamente additate al popolo. Il negliger questo, lascia gli uditori in pericolosa ignoranza circa i difetti più evidenti della loro condotta» (Robert Hall).

2. Accade spesso che lo sviluppo di una chiesa o di un cristiano, non si faccia in modo normale; che vi sia, come in Corinto, sproporzione tra i ricchi doni di parola o di conoscenza e la santità della vita. Più è grande un tale squilibrio, e più difforme appare il peccato ed il gloriarsi una stonatura.

3. «Non è possibile, col gran numero d'inconvertiti che diventano membri della chiesa, e col peccato che i convertiti stessi portano ancora in sè, che il male non scoppi talvolta nella comunità cristiana. Ma tra la chiesa ed il mondo deve sussistere questa differenza: che in quella, il peccato non può manifestarsi senza cadere sotto il colpo di una riprensione, d'un giudicio. - «C'è un Santo nel mezzo di te», diceva Osea ad Israele. Un Santo vive del pari nella Chiesa e da esso, in ogni chiesa vivente, emana una protesta, ed una reazione contro ogni male notorio. Tale reazione è la disciplina. Dov'ella si affievolisce, la chiesa viene a confondersi col mondo» (Dal Godet).

4. A destare dal suo torpore morale una chiesa, molto può l'opera di un conduttore che unisca all'amore, il coraggio della riprensione energica.

5. L'autorità disciplinare, è stata da Cristo affidata alla congregazione locale. «Dillo alla chiesa», dice Gesù Matteo 18:17. E Paolo intende che il giudicio contro l'incestuoso sia pronunziato in assemblea solenne della chiesa. Così viene mantenuto il senso della solidarietà che unisce i membri dello stesso corpo, e così ciascuno compreso di salutare timore Atti 5:5,11,13 si sente spinto a maggior vigilanza su di sè. Se l'accertamento dei fatti e delle circostanze può farsi più agevolmente dai conduttori, è utile che la chiesa, non solo conosca le decisioni dei suoi rappresentanti, ma vi sia, almeno nei casi gravi, associata. Dove si è deviato da questo principio democratico, la disciplina ha perduto gran parte della sua efficacia, il clero si è impadronito del potere delle chiavi e si è arrivati gradatamente alla confessione auricolare ed all'assoluzione sacerdotale.

6. Le ragioni su cui si fonda la disciplina ecclesiastica, possono ricondursi a due principali:

a) il bene stesso spirituale di colui ch'è oggetto di misure severe. Il sentirsi condannato, evitato dai fratelli, è atto a risvegliare la coscienza colpevole a pentimento, anche quando non vi s'aggiunga alcuna sofferenza corporale.

b) il bene della comunità cristiana che ha il dovere di conservarsi pura dalla corruzione, tanto in vista del sano sviluppo dei suoi membri, come in vista dell'adempimento della propria missione in un mondo al quale la chiesa è annunziatrice di verità, di grazia e di santità.

7. I limiti della disciplina vengono circoscritti dall'Apostolo tanto riguardo alle persone che ne devono essere l'oggetto, come riguardo ai peccati da contemplarsi, ed ai mezzi di cui la chiesa può usare.

a) Riguardo alle persone, il limite è chiaramente tracciato dalle parole: «quei di dentro», coloro che «portano il nome di fratelli».

b) Riguardo alle colpe sono mentovati dei peccati gravi che, per loro natura, sono facilmente notorii. L'indagare i cuori non è possibile agli uomini ed è vano d'altronde il cercare una chiesa di perfetti.

c) quanto ai mezzi disciplinari, per i casi meno gravi, potrà bastare l'ammonimento privato o in presenza di qualche fratello secondo Matteo 18; per i casi gravi, si fa parola qui soltanto dell'espulsione con la conseguente rottura delle relazioni fraterne col colpevole. Il limitare la scomunica alla privazione della S. Cena non trova appoggio nel Nuovo Testamento.

8. L'applicazione dei principii disciplinari posti nel N. T. alle chiese dei nostri tempi, non si può fare senza tener conto dello stato spirituale delle chiese. Nelle chiese viventi, non c'è ragione di allontanarsi dalla pratica insegnata dall'Apostolo. Ma, nelle chiese ove la maggioranza non si può dir convertita a Cristo converrà forse limitarsi ai mezzi preconizzati dal Godet là dove dice: «Dopo gli ammonimenti, qualora essi riescano inutili; la chiesa ha due armi: 1. l'umiliazione colla domanda a Dio di agire e 2. la rottura privata». Però l'uso di questi mezzi non si deve considerare che come un'avviamento al normale funzionare della disciplina.

9. L'applicazione spirituale fatta da Paolo del rito pasquale, in conformità colle dichiarazioni dell'Epistola agli Ebrei circa il carattere tipico dell'Antico Patto, ci ammaestrano che l'Antico Testamento contiene una ricca miniera d'insegnamenti per chi li sa scorgere alla luce del Vangelo.

10. L'esser Cristo chiamato la «nostra Pasqua immolata per noi» c'insegna che il sacrificio di Cristo è espiatorio. Egli offerse sè stesso puro di ogni macchia a Dio, affin di fare la propiziazione per i nostri peccati e liberarci dall'ira avvenire.

11. Se Paolo «giudica», se i cristiani devono «giudicare» quel di dentro, ciò non si fa in contraddizione coll'ordine di Cristo: «non giudicate» (Matteo 7:1). «il giudizio che Gesù vuol escludere è quello della segreta malevolenza che condanna con precipitazione, sopra semplici prevenzioni, o interpretando malignamente i motivi. Paolo esclude anch'egli un tal giudicio 1Corinzi 13:7. Il giudicio ch'è dovere del cristiano è quello della carità che, in presenza di fatti notorii, cerca i migliori mezzi per far rientrare in sè un fratello che s'inganna sul proprio stato spirituale, e per salvarlo» (Godet).


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