1Corinzi 7

1 §4 Matrimonio e celibato 1Corinzi 7:1-40

Avendo in 1Corinzi 6:12-20, parlato delle relazioni illegittime tra uomo e donna, Paolo tratta ora delle relazioni legittime. In una lettera della chiesa di Corinto, gli erano state sottoposte varie questioni relative al matrimonio ed al celibato. Il lievito del Vangelo portato in mezzo alla corrotta società pagana di Corinto vi aveva fatto sentire la sua santificante influenza; e, come spesso accade, i convertiti, nel romperla coi loro passati disordini e nello studiarsi di conservarsi puri in mezzo ad un ambiente impuro, si spingevano oltre il segno. Il celibato non era egli, per il cristiano, il più sicuro baluardo contro la immoralità? E non farebbero meglio gli sposi cristiani di astenersi totalmente da ogni connubio carnale? I genitori che avevano ragazze nubili dovevano, sì o no, maritarle? E nel caso di separazione tra coniugi, o di matrimoni divenuti misti, qual era la condotta da tenere? A talune di queste domande l'Apostolo risponde in modo reciso, conscio com'è d'interpretare una regola divina; ad altre egli risponde con un semplice parere, cercando di tener conto delle circostanze quali gli apparivano in allora, ma riservando la libertà d'apprezzamento e di condotta di ciascuno.

Il capitolo si può dividere in tre sezioni:

A) In 1Corinzi 7:1-9 l'Apostolo dichiara che l'astinenza da ogni commercio carnale, per quanto sia bella in sè stessa, non si può consigliare se non a quei celibi che hanno il dono della continenza, ed in via eccezionale, ai coniugi che vogliono attendere per un tempo a preghiere speciali.

B) In 1Corinzi 7:10-24 egli insiste sul dovere dei cristiani di non rompere il vincolo matrimoniale ed, in genere, di perseverare nella vocazione terrena in cui li ha trovati l'appello divino.

C) In 1Corinzi 7:25-40 Paolo espone ai padri di famiglia le ragioni che, nelle attuali circostanze, gli fanno ritenere preferibile, per le loro fanciulle, la vita celibe; ed estende, in ultimo, il suo consiglio anche alle vedove cristiane.

Sezione A 1Corinzi 7:1-9 LA REGOLA E L'ECCEZIONE

L'astinenza da ogni commercio carnale, per quanto bella in sè, non si può consigliare se non ai celibi che hanno il dono di continenza, ed ai coniugi in casi eccezionali. La regola resta la vita coniugale normale.

Quanto alle cose di cui mi avete scritto,

In una lettera che sottometteva all'Apostolo diverse altre questioni 1Corinzi 8:l; 12:l; 16:1,

egli [è] bene per l'uomo di non toccar donna,

cioè di non aver con donna alcuna, relazione carnale, che d'altronde sono legittime solo nel matrimonio. Cfr. per l'espressione «toccar donna» Genesi 20:4,6; Proverbi 6:29. Girolamo forzava manifestamente il senso di questa frase quando scriveva a Gioviniano: «Se è cosa buona il non toccar donna, è dunque cosa cattiva il toccarla». Una tale conseguenza, oltre all'essere contraria al fatto della istituzione divina del matrimonio Genesi 2, vien ripudiata esplicitamente da Paolo colle dichiarazioni di 1Corinzi 7:9,28,36. «Se anche prendi moglie, tu non pecchi e se la vergine si marita non pecca».

La parola di Paolo va interpretata non solo in armonia coll'insegnamento generale della Scrittura sul matrimonio, ma con quello dato altrove dallo stesso Apostolo 1Corinzi 11:3,12; Efesini 5:22-33; 1Timoteo 4:3. In ispecie, dobbiamo tenere conto delle spiegazioni ch'egli ne fornisce in questo captiolo 7. Gli si domanda dai Corinzi se non sarebbe meglio astenersi totalmente da ogni commercio carnale, ed egli, considerando le cose dal punto di vista della vita superiore dello spirito in cui ha da realizzarsi un giorno l'ideale umano, risponde: Sì: «è bene per l'uomo di non toccar donna». È bene, perchè a questo connubio carnale si connettono quasi inevitabilmente, nello stato presente, delle concupiscenze che tendono ad affievolire la vita spirituale di comunione con Dio Galati 5:16-17; 1Pietro 2:11; mentre l'astinenza assoluta può giovare a rendere più intensa la vita superiore. Cristo, il secondo Adamo ch'è spirito vivificante, ha dato l'esempio d'una vita perfetta nello stato di celibato. «I figliuoli di questo secolo sposano e son maritati; ma coloro che saran reputati degni d'ottenere quel secolo e la resurrezione dei morti, non isposano e non son maritati» Luca 20:34-36. Inoltre, il celibato offre il vantaggio di lasciare una maggior libertà per il servizio del Signore 1Corinzi 7:32-34; e, nei tempi calamitosi, risparmia al cristiano afflizioni ed angoscie 1Corinzi 7:26,29,40. Non è dunque da stupire se Paolo, che considera prossima la venuta del Signore Gesù, esprime il desiderio che tutti i credenti vivano nella totale astinenza, restando come lui, celibi. Però, ad una condizione: cioè che tutti abbiano il dono di continenza, poichè un'astinenza forzata sarebbe piena di pericoli morali. Nella pratica, siccome un tal dono è raro, e sono grandi le tentazioni che circondano i Corinzi, egli consiglia il matrimonio, e, nel matrimonio, la normale, per quanto casta, convivenza coniugale.

2 Ma, per cagion delle fornicazioni,

per il pericolo d'esser travolti da una delle tante forme dell'immoralità dominante,

ciascuno abbia la propria moglie, e ciascuna abbia il proprio marito.

La monogamia è la legge di creazione.

3 Il marito renda alla moglie quel che le deve

(testo emend.) in fatto di relazioni coniugali,

e parimenti la moglie al marito.

Col divenire marito e moglie, essi hanno alienato una parte della loro libertà, ed in ispecie, non sono più i padroni assoluti del proprio corpo.

4 La moglie non è padrona del proprio corpo, bensì il marito; parimenti, anche il marito non è padrone del proprio corpo, bensì la moglie

che il cristiano non considera come proprietà nè come schiava del marito, ma come sua compagna. Da questi diritti reciproci dell'uno sull'altro, deriva il dovere della coabitazione coniugale.

5 Non vi private l'un dell'altro

per un malinteso spiritualismo,

a meno che non [lo facciate di comune accordo, per un tempo, onde vacare all'orazione

(testo emend.)

e tornare poi di nuovo insieme, che talora Satana non vi tenti a cagione della vostra incontinenza

naturale. L'eccezione alla regola della coabitazione ha da esser rara (lett. «a meno che forse») ed è circondata di molte cautele. Bisogna che ci sia il consenso di entrambi i coniugi: il tempo dev'esser limitato: lo scopo dev'esser quello di attendere senza distrazione alla preghiera, in particolari occasioni (le parole «al digiuno» mancano in tutti gli antichi codici). In ultimo, dev'esservi l'intesa leale di tornare a stare insieme. Sotto queste condizioni, una temporanea separazione può riuscir giovevole per dare una maggiore intensità alla vita spirituale. L'antica chiesa metteva da parte alcuni giorni, prima della Pasqua, per consacrarli alla preghiera. Agli Ebrei era stato prescritto, in date occasioni, di astenersi da ogni carnale commercio Esodo 19:15; 1Samuele 21:4-5; Zaccaria 7:3. Ma se la separazione si prolungasse indefinitamente, rinascerebbe il pericolo di soccombere alle tentazioni di cui Satana, l'avversario di Dio e degli uomini, non mancherebbe di circondare la debolezza dei coniugi. Le più abbiette tentazioni possono sorprendere il cristiano in tempi di prosperità spirituale, quando cessi per poco la vigilanza.

6 Dico questo

che ora ho scritto vers. 1Corinzi 7:2-5 circa l'utilità del matrimonio e la temporanea astinenza dei coniugi,

in via di concessione, non di comando.

Non intendo ordinarie a chicchessia di contrarre matrimonio, nè pretendo regolare la vita intima dei coniugi; ma, tenendo conto dell'ambiente in cui vi movete e della naturale debolezza dei più, vi consiglio come più sicuro il matrimonio, con la conseguente coniugale convivenza. Certo, se non dovessi dare ascolto che al mio desiderio, io bramerei che tutti fossero sciolti da cure e vincoli terreni, come lo sono io, ma tutti non sono chiamati a vivere ad un modo.

7 Io vorrei che tutti gli uomini fossero come sono io; ma ciascuno ha il suo proprio dono da Dio, l'uno in una maniera, l'altro in un'altra.

Nel caso di Paolo si ha un esempio della bellezza morale di una vita celibe consacrata a Dio. Potendolo fare senza pericolo per sè, Paolo ha rinunziato alle dolcezze della vita di famiglia per darsi senza distrazione al servizio del Signore, secondo la parola di Gesù riferita in Matteo 19:10-12. Ma egli ben sa che non tutti possono fare come lui. Eccellente, per molti rispetti, è il dono naturale di continenza santificato dalla grazia; ma non meno eccellente è l'attitudine naturale alla vita di famiglia che, santificata dalla grazia, è focolare di soavi e forti virtù. «Paolo dichiara che non vi è un unico dono, ma due doni diversi. Se l'uno è quello del celibato per il regno di Dio, l'altro è quello del matrimonio parimenti per il regno di Dio» (Godet).

8 Ai non coniugati

(celibi o vedovi)

ed alle vedove, io dico che egli è bene per loro di starsene come [me ne sto] ancor io;

le ragioni le dirà più oltre quando parlerà delle fanciulle.

9 ma se non si contengono

se non hanno la forza di dominare gl'istinti naturali,

contraggano matrimonio, poichè è meglio di contrarre matrimonio che di ardere,

ossia di consumarsi in una incessante ed aspra lotta tra gli appetiti naturali e la coscienza. Anche se l'uomo interno non soccombe, una tale lotta assorbe e consuma le forze spirituali senza necessità. Meglio, in tal caso, il matrimonio coi suoi vincoli e coi suoi disagi.

Vedi gli Ammaestramenti, alla fine del capitolo 1Corinzi 7:40.

10 Sezione B 1Corinzi 7:10-24 IL DOVERE DEI CONIUGATI

I coniugi cristiani devono fare quanto da lor dipende, per mantenere intatto il vincolo matrimoniale, ed in genere, i Cristiani devono perseverare nella vocazione terrestre in cui erano prima della conversione.

Rivolgendosi a coloro che si trovano nello stato matrimoniale, l'Apostolo non si limita più ad offrire dei consigli, ma imparte degli ordini positivi, ricordando ai Corinzi che, sulla indissolubilità del matrimonio, il Signor Gesù si era espresso in modo categorico. C'è, anzitutto, il caso in cui gli sposi sono entrambi cristiani.

Ma ai coniugati ordino, non io ma il Signore

Gesù che, su questo punto, riconducendo l'istituzione divina alle sue origini, ha insegnato quello che si legge in Matteo 5:32; 19:4-9; Marco 10:12; Luca 16:18, ordino

che la moglie non si separi dal marito.

Il cristianesimo, pur riconoscendo la legittimità del divorzio nel caso estremo d'infedeltà coniugale, non ha sanzionata la facilità con cui, presso i Giudei come presso i pagani, si addiveniva allo scioglimento del patto coniugale. Può darsi che dei dissapori, delle male parole od anche dei mali trattamenti, spingano la moglie ch'è (salvo forse nella lingua) il coniuge più debole ad abbandonare, nell'impeto del risentimento, il tetto coniugale. In tal caso, ella non ha il diritto di contrarre un nuovo matrimonio ed il meglio è ch'ella si riconcilii, ove sia possibile, col marito.

11 (E se pure ella si separa, rimanga senza maritarsi, ovvero si riconcilii col marito).

Dopo intercalata questa rapida parentesi, Paolo termina l'ordine divino indicando il dovere dell'altro coniuge:

e che il marito non lasci la moglie.

Adopera il termine generico di lasciare, anzichè quello più ristretto di «ripudiare» o «mandar via», per significare che in nessuna maniera deve il marito cristiano rompere il legame che l'unisce alla sua consorte per lasciarla, così, abbandonata.

12 Agli altri poi,

ossia a quei cristiani che si trovano uniti in matrimonio con un coniuge ch'è restato pagano o giudeo,

dico io, non il Signore: Se un fratello ha una moglie non credente, ed ella consente ad abitar con lui, non la lasci. E se una donna ha un marito non credente, ed esso consente ad abitar con lei, ella non lasci il marito.

Il Signor Gesù non aveva dato sui casi speciali che si presentavano a Corinto ed altrove, alcun insegnamento diretto. Egli avea proclamato i principi fondamentali dai quali l'Apostolo, sotto la guida dello Spirito, trae le regole di condotta che si applicano ai singoli casi offerti dai matrimoni divenuti misti. In questa interpretazione ed applicazione della legge fondamentale del matrimonio, l'Apostolo si sente assistito dalla divina ispirazione, la quale non va riguardata come una influenza meccanica che ora agisca ed ora si ritragga a seconda che si tratta di divorzio tra coniugi cristiani o di divorzio tra coniugi misti. La luce superiore che lo Spirito comunica alle sue facoltà, rende l'Apostolo capace di padroneggiare la materia di cui si tratta e di dare, secondo il bisogno, degli ordini categorici, delle sapienti applicazioni di una legge divina, od anche dei semplici consigli senza carattere obbligatorio 1Corinzi 7:6,10,12,25,40; 14:37; 1Tessalonicesi 4:8. Come mai potesse venire in mente a un coniuge cristiano di separarsi dal consorte non credente, si può arguire dalla ragione che Paolo adduce per dissuadernelo. Pare che temessero di contrarre una specie di contaminazione morale convivendo con una persona estranea, fors'anche avversa a Cristo. Le prescrizioni mosaiche intorno al matrimonio con degli idolatri, la lettura di fatti come quelli narrati in Esdra 9-10, potevano far nascere in chi nutrisse tendenze ascetiche, cotesti scrupoli. Ma siccome qui non si tratta di un cristiano che abbia di proposito contratto matrimonio con una donna pagana, ma di un coniuge pagano (o giudeo) che ha ricevuto la salvezza in Cristo ed introdotto così nella famiglia un principio santificante, Paolo afferma che in questa unione mista, in cui il pagano consenta a convivere col cristiano, non è la parte incredula che contamina l'altra, bensì la parte credente che conferisce all'altra un carattere sacro.

13 

14 Perciocchè il marito non credente è santificato nella moglie, e la moglie non credente è santificata nel fratello

(testo emend.). Santificato non può significare: «reso legittimo come consorte», e neppure: «reso moralmente santo»; ma: consecrato, rivestito di un esterno carattere sacro in virtù della sua unione con chi è «santificato in Cristo Gesù» in senso più profondo. Così il tempio santifica l'oro ch'è in esso e l'altare rende sacro il dono che sovr'esso è posto Matteo 23:17-18, così la radice santa rende santi i rami Romani 11:16; e per converso 1Corinzi 6:15-17.

Come prova che il legame di parentela con «i santi» imparte un certo carattere sacro a chi possiede quel privilegio, Paolo cita il fatto che i Corinzi stessi riconoscono un tale carattere ai bambini dei cristiani. Se il legarne che unisce i bambini ai genitori rende «santi» i primi, sebbene non credenti ancora. Il legame che unisce la moglie cristiana al marito dovrà consacrare quest'ultimo, sebbene non sia giunto ancora a credere.

Poichè altrimenti, i vostri figli sarebbero impuri, mentre ora,

come voi stessi ammettete,

sono santi,

ossia non «rigenerati», ma «consecrati», in quella guisa che i bambini israeliti lo erano, quando, in virtù della loro discendenza, entravano a far parte del popolo di Dio e come tali godevano di vari privilegi. In forza della legge di solidarietà i bambini nascono col peccato originale e sono posti in una data condizione materiale, sociale e religiosa che, se non annulla la loro individuale responsabilità, è sempre un fattore importante nella lor vita. In forza della stessa legge, un coniuge partecipa alla condizione di povertà o di ricchezza, di onore o di disonore dell'altro coniuge. Perchè non avrebbe, in qualche misura, parte ai suoi privilegi religiosi? Per quanto non si faccia qui parola del battesimo dei bambini, è questo uno dei passi da cui si può dedurre che il carattere sacro dei bambini dei cristiani doveva essere suggellato, nelle chiese apostoliche, dall'atto esterno del battesimo. Così aveva Dio ordinato che si praticasse, presso gli Ebrei, mediante la circoncisione; e così spiegasi la frequente menzione di famiglie intere battezzate Atti 19:15,33; 18:8; 1Corinzi 1:16 e l'affermazione d'Origene: «aver la Chiesa appreso dagli Apostoli ch'essa deve concedere il battesimo ai bambini». «La loro consacrazione a Dio non dipende dal loro battesimo; ma la loro attitudine al battesimo deriva dalla solidarietà di vita che li unisce ai loro genitori e, per loro mezzo, al patto di grazia fondato in Cristo ed in cui questi vivono. Finchè i bambini cristiani si decidano liberamente pro o contro la salvezza a loro offerta, essi fruiscono di questa situazione provvisoria e sono posti, coll'insieme della famiglia, in contatto colle sante energie che animano il corpo di Cristo» (Godet).

15 Ma se il non credente si separa, separisi,

e su lui ricada la responsabilità della rottura.

in tal caso, il fratello o la sorella non sono sottoposti a servitù.

Poichè il coniuge pagano prende la libertà di convolare ad altre nozze e nove volte su dieci ne usa, la parte cristiana non resta schiava di un vincolo ch'è stato rotto senza sua colpa, e si può ritenere anch'essa sciolta e libera, come se l'altro coniuge fosse morto 1Corinzi 7:39. Essa può quindi contrarre un altro matrimonio. Tutt'al più, farà bene di non usare di questa libertà fìnchè l'altra parte resta onesta e celibe. Però quest'ultima soluzione delle difficoltà dei matrimoni misti, va accettata solo quando non si può fare a meno, ed il cristiano non deve fornirne alcun plausibile pretesto. Perciò Paolo, dopo aver detto: «Si separi», aggiunge:

Ma, Iddio ci ha chiamati [a vivere] in pace

Cfr. Romani 12:18; Matteo 5:9: Beati coloro che procacciano pace...».

16 Nel caso in questione, il coniuge cristiano ha un motivo speciale di evitare la rottura del matrimonio:

Infatti, che sai tu, moglie, se non salverai il marito? O che sai tu, marito, se non salverai la moglie?

Pietro esorta le mogli cristiane ad esser soggette ai loro mariti «acciocchè, se pur ve ne sono che non ubbidiscano alla Parola sieno, per la condotta delle mogli, guadagnati senza parola, avendo considerata la casta e rispettosa condotta» delle loro consorti 1Pietro 3:1-4. Va notato, però, che questo versetto non autorizza per nulla i cristiani a contrarre dei matrimoni misti colla speranza di guadagnare a Cristo la persona a cui si vogliono unire. Il cominciare con una infedeltà 1Corinzi 7:39 non è arra di successo.

17 Senonchè,

questa regola che son venuto inculcando rispetto alle relazioni di famiglia da mantenersi, per quanto è possibile, si applica, non a queste soltanto, ma a qualsiasi condizione esterna in cui si trovi l'uomo quando lo raggiunge l'appello della grazia divina:

ciascuno seguiti a vivere

(lett. cammini)

nella condizione terrena assegnatagli dal Signore [e] nella quale Iddio lo ha chiamato

[testo emend.], cioè in cui si trovava quando Dio lo ha chiamato alla fede in Cristo. Salvo il caso raro di professioni cattive in sè (esemp. Simon Mago Atti 8: gli addetti alla magia Atti 19:19), il male non sta nell'essere agricoltore o industriale piuttosto che medico o militare, non sta nell'essere padrone o servo, bensì nel vivere alieni da Dio. Gesù non ha chiesto che i suoi fossero «tolti dal mondo», ma che fossero «guardati dal maligno». Devono dunque i credenti seguitare nella esterna condizione di prima, ma camminarvi, con un cuor nuovo. Questa regola è così generale che Paolo non l'inculca soltanto ai Corinzi, ma a tutte le chiese comprese nel campo della sua attività apostolica.

E così ordino in tutte quante le chiese

2Tessalonicesi 3:11-12.

18 Due esempi reca l'Apostolo, in cui l'accennata regola trovava un'applicazione molto attuale: il primo scelto nel campo della vita nazionale-ecclesiastica, l'altro in quello della vita sociale.

Alcuno è egli stato chiamato [essendo] circonciso? Non faccia sparire le traccie della sua circoncisione

come alcuni Giudei aveano principiato a fare sin dai tempi di Antioco Epifane 1Maccabei 1:15 per isfuggire, nelle palestre ginnastiche o nei bagni, alle beffe, od anche per sottrarsi alla persecuzione. Il Giudeo non ha da rinnegar il segno della sua connessione nazionale e religiosa col popolo da Dio eletto.

Alcuno è egli stato chiamato essendo incirconciso? non sì faccia circoncidere,

come se la circoncisione fosse necessaria a salvezza.

19 La circoncisione non è nulla,

non ha valore dal punto di vista del Nuovo Patto Galati 6:15; 5:6; Romani 2:25-29;

e l'incirconcisione non è nulla,

non implica inferiorità religiosa reale,

ma [il tutto] è l'osservanza dei comandamenti di Dio,

ossia una vita morale rinnovata e santa. Altrove dice: «la nuova creatura» o, «la fede operante per mezzo della carità».

20 Ciascuno rimanga in quella vocazione in cui fu chiamato

o lett. «della quale fu...». Sebbene «vocazione» non si applichi mai nel N. T. alla condizione terrestre in cui la Provvidenza pone una persona, ma all'appello di Dio al peccatore, pure, in questo v. include manifestamente le circostanze esterne in cui uno si trova quando è chiamato alla salvezza 1Corinzi 1:26.

21 Sei tu stato chiamato [essendo] servo

o schiavo?

Non curartene.

Nel campo sociale, la distanza tra la condizione dello schiavo e quella dell'uomo libero era grandissima, e poteva parer gravoso a chi si sentiva figlio di Dio, redento di Cristo, cittadino del cielo, il restare nell'assoluta dipendenza d'un altro uomo che poteva essere anche poco degno. Pure, Paolo insegna che si può esser buon cristiano anche nella schiavitù ed esorta lo schiavo credente a non darsi pensiero della sua temporanea inferiorità sociale, considerando piuttosto gli altri privilegii ch'egli possiede in Cristo. Tuttavia, siccome l'Apostolo non intende condannare lo schiavo a perpetua servitù Filemome 1, nè proscrivere ogni sforzo per migliorare la propria condizione; e siccome lo stato di libertà è in sè vantaggioso anche per il servizio del Signore, egli aggiunge in una rapida parentesi:

(però se ti si presenta anche la possibilità di diventar libero, approfittane).

Crisostomo seguito da varii interpreti diede alla frase questo senso: «Ma se anche ti si offre l'occasione di diventar libero, scegli piuttosto di rimanere nella schiavitù». Le parole μαλλον χρησαι (usane piuttosto) sarebbero però strane quando si trattasse di scegliere la schiavitù, mentre si spiegano facilmente se si tratta di approfittare dell'occasione di godere della libertà esterna. Paolo che apprezza il celibato perchè lascia maggior libertà nel servizio del Signore, come mai potrebbe consigliare agli schiavi di preferire la servitù? La libertà quando la si possa ottenere, con mezzi onesti, è da preferirsi; ma il diventar cristiano non trae seco di necessità un mutamento di condizione esterna, poichè quest'ultima non ha influenza sulla relazione essenziale ed eterna che unisce il credente a Cristo. In lui non vi è più servo nè libero Galati 3:28; ma tutti sono ugualmente liberi e tutti ugualmente servi. Quindi, lo schiavo cristiano non si preoccupi troppo della sua condizione sociale passeggera:

22 Perciocchè colui ch'è stato chiamato nel Signore [essendo] servo, è l'affrancato del Signore

in quanto è stato dal Signor Gesù liberato dalla condannazione, emancipato dall'impero del peccato e messo in possesso della libertà dei figli di Dio Giovanni 8:34-36; Galati 5:l; Romani 8. In Corinto, colonia romana, c'erano molti schiavi emancipati o liberti: la chiesa ne doveva contare non pochi ed il linguaggio dell'Apostolo aveva in quell'ambiente una speciale efficacia.

Parimente, chi è stato chiamato [essendo] libero, è servo di Cristo

al quale deve la sua redenzione 1Corinzi 7:23; 6:19-20. «Il servizio di Cristo è perfetta libertà, e la libertà del cristiano sta nel servizio di Cristo» (Alford). «Deo servire, vera libertas est» (Agostino). Cfr. Matteo 11:29-30.

23 Siete stati comprati con prezzo,

a prezzo cioè, del sangue di Cristo,

non divenite servi degli uomini:

non vi fate rimorchiare da un capoparte qualsiasi, non siate schiavi dell'opinione o dei corrotti principii degli uomini e neanche della volontà dei padroni o delle autorità quando fosse contraria a quella del vostro supremo e perfetto Padrone. Qualunque sia la vostra posizione, conducetevi come servi, non degli uomini ma di Cristo Efesini 6:5-9; Romani 13:1-8.

24 Fratelli, ognuno rimanga appo Dio.

ossia nella presenza e comunione di Colui che rende luminoso ogni sentiero,

nella condizione in cui è stato chiamato.

Per la terza volta è ripetuta questa regola che non ha da partire eccezioni all'infuori di quelle chiaramente indicate dalla volontà di Dio e di cui Paolo stesso offriva un esempio. Vero è che i principii della dignità e della uguaglianza umana proclamati dal Cristianesimo, dovranno col tempo produrre dei grandi mutamenti sociali, ma questi progressi verranno man mano effettuandosi, per via, non di violente rivoluzioni, ma di lenta evoluzione, a misura che il Vangelo, a guisa di benefico lievito, farà lievitare la pasta della società.

Vedi gli Ammaestramenti alla fine del capitolo 1Corinzi 7:40.

25 Sezione C 1Corinzi 7:25-40 VERGINI E VEDOVE

In vista dei tempi calamitosi imminenti, i padri di famiglia faranno meglio di non maritare le loro fanciulle. Se però le maritano, non peccano. Le vedove sono libere di contrarre un secondo matrimonio, ma saranno più felici se restano così.

Il caso delle vergini è trattato dall'Apostolo separatamente, sia perchè i Corinzi gli avevano rivolto una speciale domanda su quel punto, sia perchè le fanciulle dipendevano dalla podestà paterna. Ai padri, quindi, è diretto il consiglio di Paolo.

Riguardo alle vergini,

o fanciulle nubili,

io non ho un comandamento del Signore,

poichè, su questo, il Signor Gesù, nè durante il suo ministerio terrestre, nè dipoi, per rivelazione, ha dato alcun ordine positivo;

ma dò il [mio] parere come avendo ricevuta dal Signore la grazia d'esser fedele.

Non si tratta qui di una legge morale da stabilire, nè di una deduzione da trarne, ma si tratta semplicemente pei padri, di scegliere la via migliore per le loro fanciulle, tenendo conto delle circostanze dei tempi e delle persone. Però, anche nell'apprezzare queste circostanze per trarne un fraterno consiglio, Paolo ha ottenuta la grazia d'esser fedel, e chi desidera esserlo come lui, si guarderà di applicare a tutti i tempi ed a tutti gl'individui quello che l'Apostolo, guidato dalla sapienza dall'Alto, applicava con le debite cautele, ad una data epoca. Se si fosse sempre nella Chiesa, proceduto con pari senno, non si sarebbe parlato, mai di voti di celibato perpetuo, nè di celibato obbligatorio.

26 Stimo adunque.

ciò, vale a dire lo stato di verginità,

esser bene a motivo dell'imminente distretta, poichè egli è bene per l'uomo

in genere

di starsene così

libero da vincoli. In sè stesso, il celibato consacrato al Signore, scelto per meglio attendere ad un qualche alto dovere, è bello e nobile in chi può perseverarvi senza pericolo; ed è questa una ragione generale che, se vale per gli altri, serve anche per il caso delle fanciulle. Ma c'è una ragione speciale che spinge Paolo a consigliare lo stato nubile per le ragazze: la imminente distretta. Paolo non ignora la profezia di Gesù relativa alla distruzione di Gerusalemme. Parlando delle calamità che dovevano accompagnare quell'avvenimento, il Signore stesso avea detto: «Guai alle gravide ed a quelle che allatteranno in quei giorni!» Luca 21:23; 23:28-29. In relazione con quel giudicio sul popolo ebreo, Gesù avea predetto gravi persecuzioni ai cristiani e quella catastrofe Paolo la sapeva vicina come risulta da 1Tessalonicesi 2:14-16. Inoltre, al quadro della caduta di Gerusalemme, Gesù avea come sovrapposto quello della sua seconda venuta senza precisarne altrimenti l'epoca. Perciò la primitiva chiesa, compresi gli apostoli, aspettava come non lontana l'apparizione del Signore e Paolo stesso ne parla come d'un evento che poteva succedere prima della sua morte 1Tessalonicesi 4; 1Corinzi 15. In previsione delle calamità che si ritenevano imminenti, Paolo, desiderando risparmiare ai fedeli quelle angoscie che in simili circostanze, attendono coloro che hanno famiglia, consiglia celibi e vedove a restar come sono.

27 Nessuna circostanza autorizza, però, la rottura del vincolo matrimoniale una volta contratto. Paolo l'ha ricordato nel v. 1Corinzi 7:10 e segg. e tiene a ripeterlo, a scanso di ogni malinteso.

Sei tu legato a moglie? Non cercar di scioglierti.

Chi invece è libero da vincoli può considerare le circostanze.

Sei tu sciolto da moglie? Non cercar moglie.

28 Ma siccome si tratta, non di una regola sul bene o sul male morale, ma di un semplice consiglio su quanto può essere più espediente in un dato tempo, l'Apostolo soggiunge:

ma se anche

in queste circostanze,

tu prendi moglie, non pecchi; e se la vergine si marita, non pecca. Però, tali persone avranno tribolazione nella carne: mentre vorrei risparmiarvi.

La carne indica qui, non solo il corpo, ma tutto quel complesso di affetti, di preoccupazioni, di necessità che sono connessi colla vita terrena Ebrei 5:7; Colossesi l:24. Chi ha famiglia è esposto a più gravi angoscie, poichè soffre, oltrechè dei proprii, anche dei disagi e dei patimenti della moglie e dei figli. Paolo non vorrebbe che la fede, ancor debole, fosse esposta a troppo grave cimento, nell'ora della distretta. D'altronde, il non lasciar che la vita spirituale venga sopraffatta dalle cure terrene, è un dovere generale. La certezza della prossima venuta del Signore e l'incertezza del giorno e del l'ora di quell'avvenimento, devono esercitare un'influenza moderatrice e santificante sull'intiera vita terrestre di tutti i cristiani.

29 Or questo io dico, fratelli, che il tempo è oramai ristretto,

s'intende il tempo che deve trascorrere ancora prima della seconda venuta di Cristo. In 1Corinzi 10:11, parlando di sè e dei credenti del Nuovo Patto, Paolo dice: «Noi, nei quali si sono scontrati gli ultimi termini dei secoli». Giovanni scrive: «Figliuoletti, è questa l'ultim'ora» 1Giovanni 2:18. In Ebrei 1:1 si legge che Dio ci ha parlato in questa fine dei giorni nel suo Figlio». Colui ch'è l'Alfa e l'Omega dice nell'Apocalisse 22: «Ecco io vengo presto». Quanto alla precisa durata di quest'ultimo periodo della storia del mondo, «nessuno la conosce, nè gli angeli del cielo, nè il Figlio, ma il Padre solo» Matteo 24:36; Marco 13:32; Atti 1:7. A coloro che, beffardamente, domandano: «Che n'è della promessa del suo avvenimento?», Pietro risponde che «appo il Signore, un giorno è come mill'anni e mill'anni sono come un giorno...» 2Pietro 3:8-10. Col tener, così, sempre presente innanzi alla chiesa il pensiero della fine, Dio ha voluto mantenerla nella vigilanza e impedire che la sua vita s'intorpidisse nella mondanità Luca 21:34-36; Romani 13:11-14.

Acciocchè e coloro che hanno moglie, sieno come se non l'avessero.

Non già ch'essi debbano sradicare dal loro cuore gli affetti legittimi di quaggiù, ma devono tenerli subordinati al legame spirituale ed eterno che unisce lo spirito loro al Salvatore Luca 14:20,26,33.

30 E coloro che piangono sieno come se non piangessero e coloro che si rallegrano come se non si rallegrassero.

Il piangere è legittimo. Gesù pianse. Non è dunque condannato il dolore in sè, ma l'eccesso del dolore che confina colla disperazione 1Tessalonicesi 4:13. Il cristiano sa che le afflizioni terrene sono solo per un tempo, che sono una necessaria disciplina dispensata dal suo Padre celeste Ebrei 12 e che non sono da paragonarsi alla gloria che gli è riservata Romani 8:18. Parimenti, non è condannato l'essere allegri; bensì l'abbandonarsi alle gioie terrestri come se in esse consistesse la vera felicità, o come se avessero a durar sempre.

E coloro che comperano, come se non possedessero:

lett. tenessero fermamente. il cristiano deve ritenersi qual semplice amministratore temporaneo dei beni che Dio gli affida, e non mettere in quelli il suo cuore come se fossero il suo vero tesoro Luca 16; 1Timoteo 6:17-19.

31 E coloro che usano del mondo

che godono delle tante cose belle e piacevoli ed utili che il mondo offre,

come non usandone avidamente,

quasichè il mondo potesse appagare la sete dell'anima loro. Rendiamo il termine composto greco in senso intensivo, come nell'inciso precedente ed in armonia con tutto il contesto. Altri traducono: «come non abusandolo», con che si oltrepassa il pensiero apostolico.

Perciocchè la figura di questo mondo passa.

Sta per sparire come una visione fuggevole che passa innanzi agli occhi, «la figura di questo mondo» (gr. lo schema), ossia tutto quello che dà al mondo attuale ed alla vita terrestre i suoi lineamenti, la sua fisionomia distintiva. «Ma noi aspettiamo, secondo le sue promesse, dei nuovi cieli ed una nuova terra, ove abita giustizia» 2Pietro 3:10-13; Apocalisse 21.

32 Or io vorrei che foste scevri di cure

terrene come si conviene a chi aspetta prossima la venuta del Signore. Ora, per quanto ciò dipenda dalla individuale disposizione del cuore, pure, sta in fatto che la condizione di chi è sciolto dai legami della famiglia è, da questo lato, più favorevole.

Chi non è ammogliato, è preoccupato delle cose del Signore [cercando] come possa piacere al Signore;

33 mentre chi è ammogliato, è preoccupato delle cose del mondo, [cercando] come possa piacere a sua moglie.

L'osservazione dell'Apostolo va intesa in senso relativo; poichè i doveri verso la famiglia sono perfettamente conciliabili con una vivente pietà; ma, in attesa di imminenti distrette, Paolo non vorrebbe che chi può mantenersi libero di concentrare tutti gli affetti e tutte le energie sugli interessi spirituali suoi e del prossimo, si addossasse volontariamente il peso degli obblighi e delle preoccupazioni terrene connessi colla vita di famiglia.

34 V'è del pari una differenza tra la donna maritata e la vergine.

La parola resa: «v'è differenza» significa ordinariamente: «è diviso in parti», per cui in alcuni Msc. Il testo è disposto in modo che si avrebbe a tradurre: «Chi è ammogliato è preoccupato, ecc... ed è diviso internamente.

Colei che non è maritata è preoccupata delle cose del Signore

Gesù,

affine d'essere santa e di corpo e di spirito,

consecrata al Signore senza distrazione, essendo Egli l'unico padrone del suo corpo e del suo spirito. Non già che il matrimonio sia una profanazione del corpo, ma esso restringe la libertà individuale creando nuovi doveri,

mentre colei ch'è maritata è preoccupata delle cose del mondo, [cercando] come possa piacere al suo marito

e così si trova meno pronta, in tempi calamitosi, a rispondere a qualsiasi cenno del suo Signore. Si presentano più facilmente per lei dei penosi conflitti di doveri.

35 È un consiglio paterno che Paolo dà e gli preme che sia considerato come un semplice parere, non come un obbligo. Egli non intende intralciare la libertà dei Corinzi, ma suggerire quello che gli pare più vantaggioso per loro.

Or, questo io dico per il vostro proprio vantaggio, non già per gettarvi addosso un laccio,

come fanno i cacciatori od anche i guerrieri quando vogliono prendere e ridurre in servitù bestie e uomini, avvincendoli come una preda alle lor persone. Paolo non vuol obbligare gli altri, in questa materia, nè a fare nè a pensare come lui. L'ideale ch'egli ha in vista per loro lo spiega quando soggiunge:

mirando anzi ad una convenevole ed assidua [consecrazione] al Signore, senza alcuna distrazione.

Lett. «ma per il decoro e l'assiduità verso il Signore, senza distrazione». Così il testo emendato. Date le circostanze come le vede Paolo, lo stato di verginità della fanciulla cristiana gli appare come perfettamente convenevole, decoroso, in armonia colla situazione esterna. Inoltre, le consente una maggiore assiduità al servizio del Signore; essa può tenersi ai suoi piedi, pronta ad ubbidire al minimo cenno di Lui. Nell'Apocalisse 14:1-5, si dice dei 144000 che formano come la Guardia Reale, ch'essi «son vergini» e «seguono l'Agnello dovunque egli va». Tutte le energie dello spirito e del corpo possono esser rivolte in un'unica direzione, evitando così la distrazione che consiste appunto nell'essere tirato in vari opposti sensi. Per tal modo l'attività e la vita perdono in intensità e profondità quello che guadagnano in varietà. Cfr. Marta e Maria Luca 10:38-42 e quel che dice Paolo del soldato 2Timoteo 2:4.

36 Ogni padre di famiglia deve però restar libero di apprezzare le circostanze esterne e quelle della famiglia.

Ma se alcuno stima far cosa sconveniente verso la sua figlia nubile se ella oltrepassa il fior dell'età

senza che egli l'abbia maritata,

e se così bisogna fare, faccia quel ch'egli vuole: non pecca: sieno sposati

la fanciulla ed il suo fidanzato. Due motivi mentova Paolo che possono spingere il padre ad agire in modo diverso da quel ch'egli consiglia: un motivo di convenienza quando ei tenga conto dell'opinione che infligge una specie di disonore alle vecchie zitelle; ed un motivo di necessità derivante o dal carattere e dalle inclinazioni della fanciulla, o dai pericoli ch'ella correrebbe, o da altre circostanze apprezzabili soltanto dai genitori. Il padre che preferisce, per la sua figlia, il matrimonio colle sue probabili tribolazioni, non commette peccato di sorta.

37 Ma colui che sta saldo nel cuor suo,

senza curarsi dell'opinione della gente,

che non è spinto da alcuna necessità,

del genere di quelle più sopra accennate,

ma è padrone del proprio volere, ed ha,

dopo maturo esame di ogni cosa,

preso in cuor suo la decisione di serbar la sua figlia vergine, farà bene.

38 Talchè,

in conclusione,

colui che marita la sua vergine, fa bene, e colui che non la marita, farà meglio.

Questo «bene» e questo «meglio», nota il Godet, riassumono l'intiero capitolo. Il meglio del celibato è pronunziato però in vista di tempi calamitosi.

39 I due ultimi versetti 1Corinzi 7:39-40 sono come un'appendice alla sezione relativa alle vergini. Paolo ha accennato di già al caso delle vedove in 1Corinzi 7:8, ma vi torna su per rispondere in modo più esplicito alla domanda rivoltagli al riguardo.

La donna maritata è vincolata per tutto il tempo in cui suo marito vive.

Le parole: «per legge» sono un'aggiunta inautentica. Solo la morte del marito, col sciogliere il vincolo coniugale, le rende la libertà di contrarre un secondo matrimonio.

Ma se il marito muore, ella è libera di maritarsi con chi vuole, purchè nel Signore.

Invece di «muore» dice propriamente: «si addormenta» Atti 2:60, parola ch'esprime il morire nella pace del Signore, l'entrare nel riposo colla speranza del glorioso risveglio. La vedova è libera di rimaritarsi Romani 2:1-3; 1Timoteo 5:14; ma, se cristiana, lo deve far cristianamente, cioè in modo da non mettere a repentaglio la sua unione spirituale col Signor Gesù. Non deve dunque unirsi se non a chi è credente nel Signore.

40 Nondimeno, secondo il mio avviso, ella è più felice se rimane così.

Non dice più santa, ma più felice, perchè non va incontro alle afflizioni speciali dei coniugati nell'imminente distretta e perchè conserva tutta la sua libertà per il servizio del Signore.

Ora penso d'avere anch'io lo spirito di Dio.

Fra gli sprezzatori di Paolo in Corinto, ce ne sono che pretendono, nel loro orgoglio, aver il monopolio dello Spirito. A costoro, come agli altri, l'Apostolo ricorda, con una punta d'ironia, ch'egli ha ricevuto per disimpegnare l'ufficio di dispensatore della verità 1Corinzi 7:25; 2:16; 4:1; 14:36-38; 11:16, una speciale misura dello Spirito di verità e di sapienza. L'essere ispirato da Dio non implica però ch'egli debba dar sempre ordini. Nel caso attuale, lo Spirito lo ha spinto a dare un semplice consiglio che poteva giovare ai cristiani nel prendere la loro individuale decisione, pur lasciando intatta la loro libertà.

AMMAESTRAMENTI

1. L'introduzione del Vangelo nell'antica società pagana fece nascere un gran numero di nuove questioni morali. Nè avviene altrimenti al giorno d'oggi, come dimostra la storia delle missioni. Ogni età si trova dinanzi a nuovi problemi. Si posson citare, ad esempio, per la nostra, la schiavitù, le relazioni eque tra capitale e lavoro, il divorzio, la prostituzione legale, la guerra, le relazioni tra Stato e Chiesa, la libertà religiosa, l'educazione, ecc. I Corinzi ebbero ricorso all'Apostolo di Cristo onde ottenere quelle norme di condotta o quei consigli che li dovevano guidare nella soluzione dei problemi che si affacciavano ad essi. Noi li imiteremo col ricercare nelle Sacre Scritture i principi cui deve ispirarsi la vita cristiana in tutte le sue manifestazioni. Vero è che per la retta applicazione ai vari problemi attuali dei principi eterni del Vangelo, si richiede uno speciale dono di sapienza. Ma conforta il pensiero che se Paolo ha ricevuto «la grazia d'esser fedele» come Apostolo, il Signore ha promesso di dare, in ogni tempo, sapienza a chi ne difetta Giacomo 1:5-6; 2Timoteo 2:7.

2. Per fare un retto uso dell'insegnamento dato in questo capitolo, convien tener conto:

a) del punto di vista della vita superiore, spirituale, dal quale l'Apostolo considera le relazioni terrene;

b) dello stato della chiesa locale cui scrive e delle domande alle quali risponde;

c) delle minacciose circostanze esterne delle chiese cristiane d'allora di fronte al mondo pagano;

d) del carattere che Paolo dà esplicitamente e ripetutamente, a buona parte del suo insegnamento, volendo che lo si usi come parere o consiglio, non come un ordine che annulli o restringa la libertà della coscienza e del criterio individuale.

Il non aver tenuto conto di codeste sane regole ermeneutiche, ha fatto sì che alcuni han pronunziato sull'Apostolo dei giudizi avventati; mentre altri, facendo del consiglio un obbligo e di ciò ch'era destinato a circostanze speciali un principio generale, sono caduti in gravi aberrazioni quali il celibato obbligatorio dei preti, i voti di castità perpetua, i meriti del celibato, ecc.

3. L'insegnamento di Paolo intorno al matrimonio, quale risulta da questo capitolo si può riassumere nei seguenti punti:

a) il matrimonio è istituzione divina 1Corinzi 6:16, buona in se stessa, «onorevole in tutti» Ebrei 13:4, talchè chi entra in quello stato non pecca.

b) il matrimonio dev'essere contratto tra un uomo e una donna.

c) il matrimonio è istituzione propria dello stato terreno, ed appartiene alla sfera della vita psichica; per cui Gesù ha dichiarato Luca 20:34-36 che «coloro i quali saranno giudicati degni di ottenere quel secolo (il futuro) e la risurrezione dei morti non isposano e non son maritati...» e Paolo pone questo legame con gli affetti che ne fanno la dolcezza, i dolori e le cure che trae seco, fra le cose che costituiscono la «figura di questo mondo» che passa.

d) il matrimonio è, fìnchè dura lo stato attuale, la condizione normale dell'uomo e della donna; la condizione a cui li chiama la loro stessa costituzione fisiologica e morale, le cui inclinazioni non sono, per se stesse, peccaminose. Che se il peccato ha dato agl'istinti naturali un predominio peccaminoso, ciò non fa che rendere più necessaria ancora, in regola generale, una istituzione che fa argine ai disordini carnali e nobilita gli istinti di natura. Nota Matteo Henry: «Chi tenta di far ciò ch'è al di sopra delle sue forze e che non gli è imposto da alcuna legge di Dio, si espone a grave pericolo. Chi si astiene da godimenti legittimi è facilmente adescato da quelli che sono illegittimi. i rimedi provveduti da Dio contro le male inclinazioni, sono certamente i migliori».

e) il matrimonio è unione di natura morale e corporale: unione di anima e di corpo. La stima e l'amore reciproco devono quindi esserne il fondamento: la pace, la pazienza, ne devono essere i compagni; mentre, dal lato corporale, la coabitazione e la temperata unione dei sessi ne sono la condizione normale. Per quanto non sia di sua natura una unione spirituale, il matrimonio per la intimità che stabilisce tra gli sposi non può non esercitare una profonda influenza sulla vita dello spirito. Perciò, allo scopo di assicurare viemeglio l'armonia delle anime, allo scopo di trovare nel consorte non un pericolo, ma un aiuto spirituale, allo scopo di render possibile e proficua l'educazione religiosa della prole, il cristiano deve contrarre quel vincolo «nel Signore», rifuggendo dall'unirsi con chi non è credente. Quando la sopravvenuta conversione di uno degli sposi rende il matrimonio misto, l'unione passa di solito per una grave crisi. Però, anche in quel caso, la vita spirituale colla sua potenza benefica, può diventare nella casa un focolare di luce e di calore, e comunicare, in qualche modo, un carattere sacro anche ai membri della famiglia ancora estranei alla fede.

f) il matrimonio è indissolubile. Quindi nè incompatibilità di carattere, nè dissidio tra i coniugi, nè tendenza ascetica sotto il manto di cristiana spiritualità, possono autorizzare il divorzio. Parimente la diversità di religione non è, di per sè, motivo di rottura del vincolo contratto. I soli casi in cui rimane sciolto il legame sono la morte di uno dei coniugi o la sua accertata infedeltà. Nel caso di diserzione volontaria di una delle parti, è più savio il non considerare la rottura come definitiva fìnchè non è intervenuta una infedeltà positiva. Quanto al dovere della Chiesa cristiana nei paesi in cui la legislazione autorizza il divorzio per motivi meno gravi di quelli sanciti nel N. T., il Godet si esprime così: «Mi pare assolutamente inconciliabile colla Parola del Signore la facilità colla quale dei pastori protestanti, facendosi gli agenti d'una legislazione puramente civile, consentono a benedire nel nome del Signore, dei matrimoni contratti tra persone la cui prima unione non era stata rotta per l'unico motivo autorizzato dal Signore: per modo che questa nuova unione è, secondo la sua positiva dichiarazione, un adulterio. Benedire in nome suo quel ch'Egli stesso qualifica in un modo così severo è uno strano modo di agire in nome suo. Lo Stato può avere eccellenti ragioni di non imporre alla società in genere delle regole di cui la severità oltrepassa il di lei livello morale Matteo 19:8; ma la Chiesa ne ha di non meno valevoli per non seguir lo Stato su quel terreno, contro la volontà del suo Capo celeste».

g) il matrimonio può rinnovarsi quando la morte di uno dei coniugi od il divorzio per cagione di adulterio siano venuti ad annullare una precedente unione.

h) Dal punto di vista spirituale, il matrimonio offre dei vantaggi ed anche degli inconvenienti. Fra i vantaggi è da porsi il fatto ch'esso è un rimedio all'incontinenza di chi non ha forza da domare il fuoco del naturali istinti. Offre poi campo da glorificar il Signore nella santificazione del consorte e nella educazione cristiana dei figli. È scuola di abnegazione di pazienza e di attività. Offre conforti e gioie che, per quanto passeggere, devono muover il cuore a riconoscenza. Fra gl'inconvenienti possono annoverarsi i seguenti: Esso restringe la libertà individuale; per i doveri e le preoccupazioni che trae seco, è atto a legare il cuore alle cose che passano e può, se non interviene vigilanza e preghiera, togliere intensità alla vita spirituale; è occasione di speciali afflizioni, soprattutto in tempi calamitosi.

4. L'insegnamento di Paolo sul celibato si può riassumere nel punti seguenti:

a) il celibato cristiano, considerato dal punto di vista spirituale, è condizione, non solo esente di colpa, ma bella in quanto si assomiglia per certi lati, allo stato angelico e a quello celeste dei redenti la cui esistenza sciolta da cure, da legami e da istinti terreni, è intieramente compenetrata dallo Spirito.

b) il celibato è bello in quanto è effetto di abnegazione in chi rinunzia ai conforti ed alle gioie del matrimonio per consecrarsi all'adempimento di alti doveri. Così mentre è spregevole se scelto per mero egoismo, per ripugnanza alle responsabilità ed ai doveri che il matrimonio impone, per tacer d'altre ragioni ancor meno onorevoli, è bello invece nel figlio maggiore d'una famiglia d'orfani che si consacra a coloro di cui è sostegno; è bello in chi, conscio d'infermità ereditaria, non vuole trasmetterla ad una prole infelice; è bello in chi si sente chiamato a speciali servigli, a missioni pericolose con le quali è incompatibile il matrimonio; è bello in tutti i casi in cui uno rinunzia a legittimi conforti personali, per meglio servire il Signore o, come disse Gesù, «per il regno dei cieli».

c) il celibato è bello in quanto concede maggior libertà nel disporre della propria persona, del proprio tempo, delle proprie sostanze per il servizio del Signore - Esemp. Paolo stesso.

d) il celibato è la condizione da preferirsi, quando lo si possa fare senza grave pericolo, in tempi di calamità, di epidemie, di guerre, di persecuzioni ed anche di crisi sociali o di povertà grande. Esso risparmia afflizioni.

e) il celibato è possibile quando sia preceduto ed accompagnato da un dono speciale di continenza che Dio dispensa secondo la sua volontà. È un tentare Iddio il far voto di celibato senza essersi accertato di posseder tal dono; e Dio non ha premesso di esaudire chi si caccia temerariamente in posizione pericolosa.

f) Finchè dura lo stato attuale, il celibato è condizione affatto eccezionale.

g) il celibato essendo condizione che dipende da un dono speciale di Dio e da circostanze individuali od esterne, dev'esser da ognuno scelto liberamente e dopo matura riflessione. Deve inoltre potersi lasciar sempre qualora riesca un giogo incomportabile, o si riconosca meno utile. Sono perciò contrari all'Evangelo i voti di castità pronunziati da giovani e giovanette inesperti di sè stessi e della vita. Nè dev'essere minore la libertà cristiana nei ministri, che negli altri fedeli. Paolo rivendica per sè il diritto d'esser ammogliato come gli altri apostoli. Fra i doni requisiti per il ministerio non pone il dono di continenza, anzi prescrive che il vescovo sia marito d'una sola moglie È dunque contrario alla volontà di Dio l'imporre ai ministri, come condizione sine qua non, il celibato perpetuo (Cfr. 1Timoteo 4:1-4).

5. Sebbene il progredito rispetto della individualità umana abbia diminuito, nelle faccende matrimoniali, la potestà dei genitori, rimane sempre ad essi una grande responsabilità nel guidare, consigliare, autorizzare i figli quando si tratta d'entrare in una relazione che esercita così grande influenza sulla felicità terrena e perfino sull'eterno loro avvenire, «Il matrimonio è, fra tutte le terrene unioni, quasi la sola che non permetta più mutamenti fino alla morte... Non c'è relazione al mondo che abbia un tal potere di nobilitare, di elevare... E d'altra parte non c'è relazione terrestre capace come questa di far naufragare, di rovinare l'anima. Vi sono infatti due roccie, in questo nostro mondo, su cui l'anima o ferma l'àncora o fa naufragio. L'una è Dio; l'altra è il sesso diverso dal nostro...» (Fed. Robertson).

6. Da 1Corinzi 1:8-23 risulta che il Vangelo è abbastanza universale da adattarsi ad ogni nazionalità; è abbastanza spirituale da adattarsi a varietà di forme; è abbastanza potente da manifestare la sua efficacia in qualsiasi condizione terrena. Esso è deposto nella Società umana come il lievito nella pasta e la compenetra e trasforma insensibilmente, per via non di violenti rivoluzioni esterne, ma d'interna evoluzione. I suoi frutti li fa crescere lentamente finchè maturi e fragranti si staccano da sè, senza scossa, dal ramo, per arricchir l'umanità che li raccoglie.

Principii come quelli che troviamo accennati di volo in questo brano posson parere ad un osservatore superficiale delle verità elementari; ma quando il Vangelo li proclamò non erano tali; erano dei germi nuovi da cui dovevano venir fuori col tempo dei grandi alberi. L'uguaglianza dello schiavo e del padrone, dell'uomo e della donna, del civile e del barbaro dinanzi a Dio e alla Redenzione di Cristo; la libertà interna dei figliuol di Dio assicurata anche a chi è privo di libertà esterna; la felicità dell'uomo fatta dipendere dalla sua riconciliazione con Dio, dal suo affrancamento spirituale e morale, anzichè dalla sua condizione esterna nel mondo; ecco altrettanti germi che dovevano nel corso dei secoli sviluppare nella Società delle nozioni più vere sui diritti di ogni personalità umana; sull'alta sua dignità e missione: sui doveri di giustizia di fratellanza, ecc. Rinnegando i fecondi principi cristiani il mondo moderno indietregerebbe verso la barbarie.

7. L'incertezza riguardo al tempo della Venuta del Signore 1Corinzi 7:29-32, la brevità della vita, la mutabilità costante delle cose terrene, sono altrettanti motivi che devono tenerci il cuore libero dalla malattia che chiamasi la mondanità.


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