1Corinzi 8

1 §5 Le carni sacrificate agl'idoli 1Corinzi 8:1-11:l

La vita pubblica e privata dei Greci e dei Romani era intimamente legata a pratiche religiose. La pietra del focolare domestico era un altare sul quale si rendeva un culto alle anime degli antenati; e la città qual famiglia più grande, avea essa pure la sua divinità protettrice. La casa, il giardino, la piazza, il tempio, tutto era gremito di statue delle varie divinità Atti 17. I conviti si facevano, per lo più, in occasione di un sacrificio; le feste nazionali, i divertimenti pubblici, le corti di giustizia, tutto veniva inaugurato con dei sacrifici agli dei. Sull'altare solevansi ardere le gambe della vittima avvolte nel grasso e nelle interiora; una parte di quella spettava poi al sacerdote ed il resto che apparteneva all'offerente veniva consumato. In un banchetto offerto da lui nelle adiacenze del tempio pagano, ovvero in casa sua. In certi casi, si vendeva sul mercato. (Cfr. Edwards).

Ora, date le relazioni di famiglia e di società dei convertiti al Cristianesimo, s'intende di leggeri come potesse sorgere la questione della carne dei sacrifici idolatri. Un cristiano potea comprarne sul mercato, ovvero essere invitato da un amico o parente pagano ad un convito fatto in occasione d'un sacrificio. Come dovea comportarsi? Gli uni fondandosi sulla non esistenza delle divinità pagane, non avevano scrupolo alcuno di mangiare di queste carni ed accettavano perfino di prender parte ai conviti fatti nei templi. Per altri educati nel giudaismo a fuggire ogni contatto coll'idolatria, o imbevuti ancora d'un resto della superstizione pagana succhiata col latte, il mangiar di quelle carni era un partecipare all'idolatria, un contaminarsi moralmente. La questione, perciò, era stata presentata all'Apostolo affinchè la risolvesse in un senso o nell'altro.

Già nel 50, il Sinodo di Gerusalemme avea consigliato ai convertiti dal paganesimo di astenersi, per un riguardo ai Giudei, «dalle carni sacrificate agl'idoli, dal sangue, dalle cose soffocate e dalla fornicazione» Atti 15:29. Paolo tratta la questione da un punto di vista più ampio, risalendo ai principi fondamentali della morale cristiana per dedurne, non degli articoli di regolamento, ma una luce nuova per le coscienze, la norma ispiratrice di una condotta modellata sull'esempio perfetto di Cristo. La questione delle carni sacrificate non ha più attualità per noi, ma i grandi principi alla luce dei quali Paolo la risolveva, sono applicabili ad un'infinità di altre questioni ove i diritti della libertà non si devono disgiungere dai doveri della carità e della prudenza cristiana.

Infatti, per quel che riguarda le carni sacrificate agli idoli, Paolo ricorda in una prima sezione 1Corinzi 8:1-9:22 che i Corinzi non possono prender per norma esclusiva di condotta, la loro conoscenza teoretica o il diritto della loro libertà cristiana, ma devono, per amore, aver riguardo al bene spirituale dei loro fratelli meno illuminati, seguendo in ciò l'esempio di abnegazione dato loro da Paolo nel suo ministero.

In una seconda sezione 1Corinzi 9:23-10:13 egli ricorda loro un'altra norma di condotta da non trascurare: quella della prudenza che li deve spingere ad astenersi da quanto potrebbe mettere in pericolo la loro propria salvezza. E reca in proposito il suo esempio, quello dei lottatori greci, e quello degl'Israeliti usciti d'Egitto, ma non entrati in Canaan.

In una terza sezione l'Apostolo, a mo' di conclusione, applica i principi esposti ai vari casi che potevano presentarsi in ordine alle carni dei sacrifici idolatri 1Corinzi 10:14-11:1.

Sezione A 1Corinzi 8:l-9:22 DIRITTO E LE RAGIONI DELLA CARITÀ

Rispetto alle carni sacrificate agli idoli, i cristiani più illuminati non devono ispirarsi unicamente al loro diritto 1Corinzi 8:1-6, ma piuttosto all'amore che ha riguardo all'altrui salvezza 1Corinzi 8:7-13. Di tale abnegazione aveva l'Apostolo dato l'esempio nel suo ministero 1Corinzi 9:1-22.

1Corinzi 8:1-6 Stando alla conoscenza vera delle cose le divinità pagane non hanno esistenza reale

Riguardo alle carni sacrificate agli idoli, noi sappiamo che tutti abbiamo conoscenza.

Siccome Paolo si rivolge in questo paragrafo ai cristiani più illuminati, il tutti va applicato specialmente a loro, che costituivano, a quanto pare, la maggioranza 1Corinzi 1:5. Essi, in teoria, hanno ragione quando sostengono che gl'idoli non essendo che sostanza materiale, la quale non rappresenta delle divinità reali, non possono contaminare le carni dei sacrificii ad esse immolati. Ma la nuda conoscenza intellettuale non può fornire da sola la soluzione pratica della questione. Perciò l'Apostolo si affretta a soggiungere la seguente osservazione generale sulla conoscenza:

la conoscenza,

la nozione meramente intellettuale della verità,

gonfia

di superbia, nutre il sentimento della nostra superiorità sugli altri;

ma l'amore edifica.

L'amore per Dio e per il prossimo lungi dal procedere egoisticamente, si preoccupa invece di non distruggere quel tanto di vita spirituale che già si trova nei fratelli e cerca di favorirne lo sviluppo. Così facendo, lavora del pari alla propria edificazione.

2 Se alcuno crede,

si figura nella sua vanità,

di aver conosciuto (testo emend.) qualcosa, egli,

fìnchè la sua conoscenza è accompagnata d'orgoglio anzichè d'umiltà e d'amore,

non ha conosciuto ancora come si deve conoscere.

La sua conoscenza è superficiale, incompleta, poichè le cose religiose non si conoscono colla testa solamente, ma col cuore e colla coscienza.

3 Ma se alcuno ama Dio, esso è da Lui conosciuto.

Dio è l'oggetto supremo della conoscenza, e per conoscere la natura e la volontà di Colui ch'è amore, occorre un organo diverso dall'intelligenza: il cuore. «Chi non ama, non ha conosciuto Dio, poichè Dio è amore» 1Giovanni 4:7-8. Invece di dire: «Chi ama il fratello», Paolo dice: «Chi ama Dio, perchè l'amore di Dio è la sorgente dell'amor del prossimo» 1Giovanni 4:20-21; 5:1-2. Parimente non dice: «conosce Iddio», ma «è conosciuto da Lui» perchè l'esser da Dio conosciuti implica una più profonda conoscenza di Dio da parte nostra. L'esser conosciuto da Dio, non significa propriamente esser riconosciuto per suo, essere approvato da lui, ma godere il privilegio di viver nell'intima e personale comunione con Dio. «in una capitale, ciascuno conosce il re, ma ognuno non è da lui conosciuto. Questo secondo grado di conoscenza suppone l'intimità personale, la familiarità in qualche modo» (Godet). (Cfr. Galati 4:9; Giovanni 10:14-15; 14:21). Intercalata questa osservazione generale, Paolo riprende l'argomento speciale di cui tratta.

4 Per quel che riguarda adunque il mangiar delle carni sacrificate agl'idoli, noi sappiamo che l'idolo non è nulla nel mondo,

non risponde ad una realtà vivente. È un'immagine di un'immaginaria divinità. Non ha altra realtà che la materia di cui è fatto 2Re 18:4,

e che non v'è alcun Dio

realmente esistente

all'infuori d'un solo.

5 Perciocchè, sebbene ve ne siano che son detti dei, tanto nel cielo che sulla terra, - come [difatti] vi sono degli dei in gran numero e dei signori in gran numero

nella mitologia politeistica che, personificando le forze della natura, ha popolato il cielo e la terra di divinità maggiori o minori chiamate Giove, Giunone, Venere, Minerva, Eolo, Nettuno, Plutone, Marte, le ninfe, gli dei penati, ecc., ecc.

6 Nondimeno per noi

cristiani, illuminati dalla rivelazione.

esiste un solo Dio, il Padre, dal quale [procedono] tutte le cose e per il quale noi [viviamo], ed un solo Signore, Gesù Cristo, per mezzo del quale [esistono] tutte le cose e per mezzo del quale noi [siamo].

Alle creazioni della mente pagana ottenebrata (Cfr. Romani 1), Paolo oppone le realtà abbracciate dalla fede cristiana. Al molti dèi immaginari, contrappone l'unico vero Iddio che si è rivelato come il Dio perfetto in potenza, in sapienza, in giustizia, in santità, ma perfetto altresì nell'amore. Egli è il Padre per le relazioni eterne col Figlio e per le sue infinite compassioni verso le sue creature. Egli è la sorgente prima di ogni esistenza, poichè da lui sono procedute, per via non di emanazione ma di creazione, tutte le cose. Egli è altresì il fine ultimo delle creature. Noi redenti, dice Paolo, in cui ha da realizzarsi il fine sublime assegnato all'uomo, «viviamo per lui» cioè per servirlo, per glorificarlo, e per essere un giorno uniti a lui in una personale e santa comunione. Ai molti «signori» della mitologia, Paolo oppone «l'unico Signore Gesù Cristo». A lui ch'è il Figlio di Dio, fattosi carne, morto, risuscitato, ed esaltato alla destra del Padre, è stata data «ogni potenza nel cielo e sulla terra» (Cfr. Filippesi 2:9-11). Egli è l'Agente, il Mediatore divino dell'attività del Padre, l'Esecutore dei suoi disegni. Per mezzo di lui sono state create tutte le cose Giovanni 1:2; Colossesi 1:16-18; Ebrei 1:2, il che implica ch'egli «è avanti ogni cosa». Per mezzo di lui è avvenuta la salvazione, talchè Paolo può dire: «per mezzo di lui noi (cristiani) siamo quel che siamo», riconciliati con Dio, adottati quali figli, partecipi dello Spirito. «Nell'ordine fisico, noi siamo da Dio e per mezzo di Cristo; nell'ordine spirituale, noi siamo per mezzo, di Cristo e per Dio (per appartenergli)» (Godet). Da 1Corinzi 6 emerge chiaro l'accordo contestato da taluni critici, tra la dottrina insegnata da Paolo nelle sue prime epistole e quella delle ultime. Risulta altresì insussistente ogni contraddizione tra Paolo e Giovanni.

7 1Corinzi 8:7-13 Tutti non avendo una conoscenza ben chiara, i più illuminati devono aver riguardo ai loro fratelli deboli e non portarli ad agire contro la loro coscienza

Posta dunque la non esistenza delle divinità pagane, come poteva derivarne contaminazione per le carni ad esse offerte? E che male poteva esservi nel mangiarne? Nessuno, se tutti avessero avuta ben chiara la convinzione che l'idolo non è nulla.

Ma non [trovasi] in tutti la conoscenza; ed alcuni per l'abitudine, [durata] fino ad ora, dell'idolo, mangiano quelle carni come cosa sacrificata all'idolo.

Il testo ordinario legge: «per la coscienza ( τη συνειδησει) che hanno... finora mangiano...» Adottando questa lezione ch'è quella della Vulgata e di vari codici unciali posteriori al 5o secolo, si avrebbe da intendere che alcuni convertiti dal paganesimo hanno tuttora il sentimento che l'idolo è una realtà dotata di un qualche potere. Il testo accettato dai maggiori critici ed appoggiato al tre più antichi codici nonchè alla versione siriaca ( τη συνηθεια) contiene in fondo la stessa idea sotto altra forma. Alcuni ex-pagani, per l'abitudine contratta fin dall'infanzia e durata fino alla loro conversione, di considerare e di adorare l'idolo come una divinità reale, attribuendogli un potere misterioso, sono tuttora, nonostante la loro fede nel vero Dio, sotto l'impressione superstiziosa che l'idolo ha una realtà religiosa, e non si sono liberati ancora dall'idea che, mangiando delle carni sacrificate a un idolo, si partecipa in qualche modo all'idolatria.

E la loro coscienza, essendo debole, resta contaminata.

Coscienza è propriamente la conoscenza che un essere intelligente e responsabile ha di sè stesso, e del carattere morale dei suoi atti. Paolo chiama debole una coscienza a cui fa difetto la luce necessaria per portare un giudicio retto e completo sopra un dato modo d'agire. I cristiani poco illuminati di Corinto aveano una coscienza debole, perchè dubbiosa, inceppata da scrupoli derivanti da un resto di superstizione pagana. «Quante verità noi possediamo per averle imparate dal catechismo, ma di cui siam lungi dall'aver dedotte le pratiche conseguenze!» (Godet). La coscienza è contaminata quando è come macchiata e turbata da un senso di colpa; è invece «pura» e «buona» quando si sente esente di peccato 1Timoteo 1:19; 3:9; Ebrei 10:22. Il cristiano poco illuminato che pur credendo di far male, si lascia indurre a mangiar carni sacrificate, contrae un senso di colpa, perchè «tutto quel che non si fa con fede, è peccato» Romani 14:23. Mentre nel passo analogo Romani 14-15, i deboli ai quali si allude aveano da cercarsi soprattutto fra i giudeo-cristiani risulta da questi versetti che i cristiani deboli di Corinto erano in buona parte usciti dal paganesimo.

8 Ora, un cibo non ci raccomanderà a Dio.

Lett. «non ci presenterà a Dio», s'intende: in modo da renderci a Lui accetti. Infatti «il regno di Dio non consiste nel mangiare e nel bere, ma in giustizia e pace ed allegrezza nello Spirito Santo» Romani 14:17-18. Il mangiar d'un cibo piuttosto che d'un altro è cosa, per se stessa, indifferente dal punto di vista della nostra vita spirituale.

Sia che ne mangiamo, sia che non [ne] mangiamo, non abbiamo nulla di più o nulla di meno.

Il mangiare non ci procura un vantaggio spirituale, come il non mangiare non ci priva di alcuna grazia Matteo 15:11.

9 Ma

se, per voi personalmente, la cosa è indifferente

guardate che talora questo vostro diritto,

o podestà o facoltà di mangiare d'ogni cosa,

non diventi un intoppo pei deboli.

10 Ed ecco, a mo' d'esempio come potrebbe divenirlo:

Se, infatti, alcuno vede te che hai conoscenza

e quindi una grande influenza sui meno illuminati,

seduto a tavola in un tempio d'idoli

(lett. luogo d'idoli) per prender parte a uno di quei conviti che seguivano il sacrificio e che si tenevano nelle adiacenze del tempio,

non sarà la coscienza di lui ch'è debole incoraggiata

(lett. edificata)

al mangiar delle carni sacrificate agli idoli?

11 E [così] perisce, per la tua conoscenza, il debole, il fratello per cui Cristo è morto

Romani 14-15. Il testo porta in alcuni codici: E perirà; in altri: Perisce infatti. Ci atteniamo a quello tradotto. Il cristiano debole ancora nella fede e nella conoscenza, indotto dall'esempio di chi è più illuminato a fare una cosa che la sua coscienza riprova come peccato, viene a trovarsi in uno stato morale pericolosissimo; poichè sulla via della resistenza alla coscienza, si arriva all'induramento finale, alla perdizione. «Una infedeltà, per piccola che sembri, separa il fedele dal suo Signore; venendo a frapporsi fra il tralcio e la vite, interrompe la comunicazione della vita... Far perire, qual successo! Un debole, che magnanimità! colla conoscenza che dovea servire a farlo progredire, quale fedeltà nell'adoperare la grazia ricevuta! un fratello del quale conveniva prender cura come della pupilla degli occhi tuoi, quale carità! Un uomo per amor del quale Cristo consentì a morire, quale riconoscenza!» (Godet). Più oltre, Paolo ricorderà l'esempio di abnegazione suprema datoci da Cristo 1Corinzi 11:1; così pure in Romani 15:1-3.

12 Ora, peccando in tal modo contro ai fratelli e ferendo

(lett. percotendo, urtando)

la lor coscienza debole, voi peccate contro a Cristo.

Usando della propria libertà senza riguardo al bene dei deboli, si manca al grande dovere di amare il prossimo come se stesso. Ma si pecca eziandio contro a Cristo stesso, in quanto si viene a rovinare e distruggere l'opera sua facendo perire coloro ch'egli è venuto a salvare a prezzo della propria vita. La fede li ha uniti al Salvatore, e col nostro egoismo, lavoriamo a rompere quel legame.

13 Per la qual cosa, se un cibo,

ch 'è cosa di poco conto,

scandalizza il mio fratello, io non mangerò mai più carne, affin di non scandalizzare il mio fratello.

Scandalizzare viene a dire, propriamente, porre sulla via di alcuno un intoppo che lo faccia cadere. In senso traslato, come sempre nel N. T., vale essere cagione od occasione ad altri di caduta morale. Paolo considera con tale orrore la possibilità di peccare contro a Cristo inducendo i deboli ad agire contro coscienza, ch'egli è risoluto a rinunziare piuttosto ad ogni specie di carne, poiché di carne trattasi e ciò, non in date occasioni soltanto, ma per tutta la vita (lett. in eterno), pur di non recare danno alla vita spirituale anche del più umile fra i suoi fratelli. E coll'esprimere la propria risoluzione, egli addita ai Corinzi la via da seguire. "I forti avevano cercato la soluzione della questione dal lato della conoscenza e dei suoi diritti: l'Apostolo la scopre dalla parte dell'amore e dei suoi doveri" (Holsten).

AMMAESTRAMENTI

Riservando per la fine del paragrafo alcuni ammaestramenti generali sull’argomento dei capp. (1Corinzi 8-10), noteremo qui i seguenti:

l. "Si rimane spesso meravigliati dinanzi alle profonde osservazioni che s'incontrano negli scritti sacri: osservazioni che non si riferiscono direttamente ai misteri del Vangelo, ma sono di natura filosofica, e rivelano una intuizione profonda della natura umana e del funzionare interno delle sue facoltà. Filosofia e teologia sono inseparabilmente unite. La prima è un elemento della seconda. Si potrebbe costruire un sistema filosofico col riunire e classificare gli aforismi della Bibbia... La relazione tra le facoltà intellettive e le sentimentali è uno dei problemi filosofici più difficili. Molti sistemi riguardano quelle facoltà come distinte. Paolo insegna in 1Corinzi 8:1-3, che, riguardo ad un ordine vasto di oggetti, la conoscenza senza il sentimento, non è vera conoscenza, poiché i caratteri più essenziali dell'oggetto non sono stati percepiti. L'amore è la più alta forma di conoscenza. Conoscere Dio è amarlo; amarlo è conoscerlo" (Hodge).

2. La conoscenza scompagnata dall'umiltà e dall'amore può fare incalcolabili rovine. Ne sono cospicuo esempio quelle prodotte da una critica assai più profana che sacra, più negativa che positiva nelle sue tendenze, più ricca, le molte volte, di sicumera che di saldi argomenti. Lo stesso può dirsi della controversia fatta con spirito acre, ingiusto, offensivo, proclive alle esagerazioni, intenta a sradicare l'errore, senza preoccuparsi di seminare la verità. È migliore ciò ch'è atto a far il maggior bene. A che serve conoscere molte cose se questa conoscenza non è "qual dovrebbe essere", se non serve né al nostro, né all'altrui bene? L'amore vero che ha la sua sorgente in Dio ci tiene umili e ci porta a preoccuparci dei bene degli altri.

3. La conoscenza della verità si svolge a poco a poco nel credente, talché non deve recare meraviglia se, in chi è stato educato ed ha vissuto lunghi anni nell'errore, le tracce della primiera educazione sussistano lungo tempo dopo ch'essi hanno abbracciata la verità. Vedi 1Corinzi 8:7. Questo debbono ricordare i fratelli più innanzi nella conoscenza e nell'esperienza cristiana.

4. C'è un sol Dio Creatore e conservatore di tutte le cose, e c'è un sol Mediatore fra Dio e gli uomini, Gesù Cristo. Chi vive per Dio, assegna alla propria esistenza il solo scopo non vano ch'ella possa avere. E possiamo vivere come figli riconciliati con Dio, e mossi dall'amor per Lui, quando fidiamo in Cristo il Salvatore. È grande il privilegio di chi conosce il vero Dio quale è stato rivelato in Cristo e da Cristo. La conoscenza del vero Dio e del Signor Gesù affranca l'anima dal giogo dell'errore e della superstizione. Ma quanti milioni di creature umane adorano ancora idoli vani e menzogneri! quanti milioni, pur chiamandosi cristiani, non conoscono veramente il Salvatore e mettono la lor fiducia in mediatori che non sono tali in realtà. "Sia santificato il tuo Nome; venga il tuo regno!".

5. La coscienza (1Corinzi 8:6-13) è quel che vi ha di più sacro e di più delicato nell'uomo morale. È l'occhio interno dell'uomo e partecipa della natura delicata dell'organo fisico. Quest'occhio interno può non veder tutte le cose com'esse realmente sono, talché la luce della coscienza non è sempre la luce dell'assoluta verità e dell'assoluto bene. Tuttavia, saremo giudicati secondo la luce di cui abbiamo goduto e dobbiamo camminare secondo i lumi della nostra coscienza. Operando a quel modo si avverte la promessa: "La luce cresce al giusto". Facendo altrimenti, non solo si prova il dolore di chi ferisce il proprio occhio, ma si arriva a spegnere la luce che ci doveva guidare. Paolo insegna a non transigere colla coscienza; e dove la nostra è libera, consiglia di far tutte le possibili concessioni a quella degli altri.

6. Ad incoraggiare i suoi discepoli alle opere di misericordia verso i fratelli Gesù promise che considererebbe come fatto a sé quello che essi farebbero al minimo dei suoi fratelli; e qui Paolo volendo portare i Corinzi ad usare ogni caritatevole riguardo verso i deboli, presenta questi non solo come "fratelli" dei forti, figli di un medesimo Padre, ma come creature "per le quali Cristo è morto". Un cristiano considerato unicamente in sé stesso può non eccitare gran fatto la mia simpatia; se riflette ch'egli è figlio del mio Padre celeste, che egli è stato ed è oggetto dell'amore infinito del mio Salvatore, esso mi apparirà trasfigurato e degno di ogni riguardo. "Ha ben poco dello spirito del Redentore, chi lascerebbe perire il suo fratello anziché rinunziare ad un briciolo della propria libertà;... Il male fatto ai cristiani è male fatto a Cristo" (Henry).


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