1Corinzi 9

1 1Corinzi 9:1-22 L'esempio dato da Paolo. Come vero Apostolo di Cristo 1Corinzi 9:1-3, egli avrebbe il diritto d'essere mantenuto dalle chiese 1Corinzi 9:4-14; ma vi ha rinunziato, come a tanti altri diritti, per guadagnare anime al Vangelo 1Corinzi 9:15-22

Non è soltanto per l'avvenire nè solamente in fatto di cibi 1Corinzi 8:13 che Paolo è disposto all'abnegazione per il bene altrui. È stata ed è tuttora questa la sua norma, in tutto il suo ministero.

Non sono io libero?

(testo emend.) di fronte agli uomini ed alle cose, di quella libertà di cui Cristo ci ha francati Galati 5:1,13?

Non sono io Apostolo?

rivestito, cioè, del più alto ufficio nella Chiesa, ed in possesso dei diritti ad esso inerenti? Si; checchè ne dicano certi suoi avversari, Paolo è Apostolo al par degli altri: egli pure ha veduto il Signor Gesù risuscitato, ed i frutti del suo apostolato attestano la realtà della sua vocazione.

Non ho io veduto Gesù, il Signor nostro

(testo emend.)? Paolo poteva aver veduto Gesù prima della sua crocifissione 2Corinzi 5:16; ma egli allude quì all'apparizione del Signore sulla via di Damasco Atti 9:3; 1Corinzi 15:8, e alle altre concessegli di poi Atti 22:15; 26:16; 2Corinzi 12:1-5. Quelle bastavano a costituirlo testimone di Gesù.

Non siete voi

stessi

l'opera mia nel Signore?

cioè: nella sfera delle cose del Signore, in cui io sono adoperato come strumento. Se il mio fosse un mandato usurpato, il Signore non l'avrebbe coronato di così ricchi frutti.

2 Se, per altri, non sono Apostolo, io sono però almeno per voi, poichè voi siete, nel Signore, il suggello del mio apostolato,

ossia il segno visibile con cui Dio si è degnato autenticare il mio apostolato. In 2Corinzi 3:2-3, la chiesa di Corinto fondata da Paolo, è chiamata una lettera commendatizia a favor dell'Apostolo, scritta sui cuori dallo Spirito Santo.

3 È questa la mia difesa presso a quelli che mi sottopongono ad inchiesta.

E di questi ce n'era a Corinto specialmente fra i partiti che s'intitolavano di Cefa e di Cristo 1Corinzi 4:3-4. Essi facevano l'esame critico, in senso sfavorevole, delle credenziali apostoliche di Paolo. Il quale, perchè chiamato da Cristo più tardi dei Dodici, ed in modo diverso, e con una missione speciale, veniva da loro considerato come un Apostolo spurio. Nella 2a Epistola, egli dovrà difendersi più energicamente contro questi avversari.

4 Stabilita la legittimità del suo ufficio, Paolo espone il diritto ch'egli ha, in comune con tutti i banditori del Vangelo, d'essere mantenuto dalle chiese, e lo fa con una serie di domande in cui se ne appella ora all'esempio dei ministri più considerati nella chiesa, ora al senso naturale di giustizia insito nell'uomo, ora all'autorità della legge mosaica ed ora all'ordine positivo di Cristo.

Non abbiamo noi,

tanto io che i miei colleghi,

il diritto di mangiare e di bere?

ossia, stando al contesto, di vivere ricevendo il sostentamento materiale dalle chiese a cui consacriamo l'opera nostra? E questo diritto si estende alla famiglia che ogni ministro ha il diritto di avere.

5 Non abbiamo noi il diritto di menare attorno,

nei nostri viaggi missionari

una sorella per moglie,

vale a dire una moglie cristiana,

come fanno gli altri, apostoli ed i fratelli del Signore e Cefa?

Cefa è nominato a parte perchè aveva a Corinto dei partigiani zelanti non troppo favorevoli a Paolo. I fratelli del Signore sono, secondo gli Evangeli, i figli nati dal matrimonio di Maria e di Giuseppe, dopo ch'ella ebbe partorito Gesù Matteo 1:25; Luca 2:7. Sono nominati Iacobo, Iose, Giuda e Simone Marco 6:3; Matteo 13:55. Prima della crocifissione non credevano in Gesù qual Messia Matteo 12:46; Marco 3:21,31; Giovanni 7:5. Dopo la risurrezione, li troviamo insieme cogli Apostoli, in preghiera nell'alto solaio Atti 1:14. Iacobo divenne pastore influente della chiesa di Gerusalemme Atti 15; Galati 1:19; 2:9-12 ed abbiamo di lui, come del suo fratello Giuda, una lettera nel Nuovo Testamento. Si intende facilmente come la lor parentela con Gesù, con giunta alla pietà, desse loro una posizione eminente, seconda soltanto a quella dei Dodici Apostoli scelti da Gesù. Se dunque i ministri più cospicui della Chiesa avevano moglie, come attestano del pari Clemente Alessandrino (2o sec.) ed Ambrosiaster (4o sec), chi potea negare a Paolo il diritto di averla e di condurla seco? «L'opinione di molti Padri ed interpreti cattolici, che si tratti di una serviens matrona Luca 8:1-3 è contraria al senso della parola γυναικα (moglie), è sconveniente, senz'ombra di prova storica tratta dalla vita degli Apostoli e, ad ogni modo, contraddetta da quanto sappiamo di Pietro Matteo 8:14» (Meyer). Se si negasse a Paolo il diritto di ricevere, per sè e per la sua consorte, il sostentamento dalle chiese, si userebbero due pesi e due misure.

6 Ovvero, siamo noi soli, io e Barnaba, a non avere il diritto di non lavorare?

Essi faticavano «nella Parola» e ciò dava loro, come agli altri, il diritto di non aggiungere al lavoro spirituale, il lavoro manuale necessario per procurarsi il vitto. Barnaba, il generoso levita cipriota, pare aver seguitato anche dopo la sua separazione da Paolo, a «camminare per le medesime pedate» 2Corinzi 12:16-18. Il mestiere col quale Paolo provvedeva ai suoi bisogni era quello di fabbricante di tende Atti 18:3. Quello di Barnaba non è indicato.

7 Il principio che l'operato deve poter vivere del lavoro a cui consacra le sue forze è riconosciuto da tutti, è insito nella coscienza naturale. Paolo ne reca tre esempi; il soldato, il vignaiuolo ed il pastore, - tanto più adatti a corroborare il diritto dei ministri del Vangelo che, nelle Scritture, il popolo di Dio viene spesso assomigliato ad un esercito, ad una vigna e ad un gregge.

Chi fa mai il soldato a proprie spese? Chi pianta una vigna e non ne mangia il frutto? (testo emend.) o chi pastura una greggia e non mangia del latte della greggia?

Sia il lavoro apostolico considerato sotto l'aspetto della conquista di nuovi domini, della fondazione o della cura assidua delle chiese, esso dà il diritto al sostentamento a coloro che lo compiono. E questo, in virtù di un principio di giustizia che non è rivestito solamente dell'autorità della coscienza naturale, ma di quella altresì della legge rivelata. In essa viene infatti inculcata la norma generale che chi lavora deve campare del suo lavoro, in ispecie, poi, stabilisce la legge divina che chi esercita un ministero sacro deve vivere di quello 1Corinzi 9:13.

8 Dico io queste cose secondo l'uomo?

cioè lasciandomi guidare unicamente dal modo di giudicare e di agire degli uomini?

Non dice anche la legge

rivelata

queste medesime cose?

Certo le dice.

9 Nella legge di Mosè, sta infatti scritto: Non metter la museruola al bue che trebbia

Deuteronomio 25:4. La trebbiatura del grano si fa in Oriente, per lo più, sul campo stesso in apposite aie ove, sciolti i covoni, le spighe vengon pestate da buoi o da cavalli che si tirano dietro, alle volte, una trebbiatrice.

Dio si preoccupa egli dei buoi?

10 ovvero dice egli questo, del tutto,

o indubbiamente

per noi?

Certo Dio provvede a tutte le sue creature e Paolo non intende negare quanto è insegnato nelle Scritture a tal riguardo Salmi 104; 147:9; Proverbi 12:10; Giobbe 39:3; nè ha dimenticato le parole di Gesù Matteo 6:26-34. Ma vuoi dire che la cura dei buoi non è stata il principale scopo di Dio nel dare quel precetto. La legge, più che a nutrire lo stomaco dei buoi, mirava ad educare il cuore del popolo a sensi di giustizia, di pietà, di umanità. Perciò prescriveva di non impedire al bue che fatica sull'aia, di cibarsi a suo piacimento. Perciò divietava il barbaro uso di cuocere il capretto nel latte di sua madre Esodo 23:19. L'educazione dell'uomo era la vera ragione di tali precetti. Il testo dice lett. «a motivo di noi»; e s'intende «di noi uomini». All'Apostolo non pare dubbia la risposta alle sue domande; quindi prosegue:

Certo

(lett. infatti)

è per noi che [ciò] è stato scritto; poichè chi ara deve arare con isperanza, e chi trebbia [deve trebbiare] con isperanza d'aver parte [al prodotto]

(testo emend.). È questo il principio di giustizia fecondo e permanente che la legge mirava ad inculcare. E se esso è applicabile al lavoro manuale nelle sue varie forme, lo dev'essere a fortiori al lavoro spirituale dei ministri del Vangelo, la cui opera ha un'importanza superiore inquantochè provvede ai bisogni dello spirito immortale.

11 se per voi abbiamo seminate le cose spirituali

gettando nei vostri cuori la Parola di Dio produttrice di pentimento, di fede, di speranza Luca 8; Matteo 13,

è egli gran cosa se noi mietiamo i vostri [beni] carnali?

atti cioè a nutrire ed a vestire il corpo, a provvedere ai, bisogni della vita terrena.

12 Se altri

ministri venuti dopo di noi a lavorare in Corinto

hanno parte a questo diritto su di voi,

diritto d'esser da voi mantenuti,

non l'avremmo noi molto più?

Noi, cioè io ed i miei compagni, che abbiam fatto fra voi il lavoro più penoso, fondando la chiesa.

Ma non abbiamo fatto uso di questo diritto: anzi sopportiamo ogni cosa,

ogni privazione ed ogni fatica 2Corinzi 11:27; 1Tessalonicesi 2:5,9,

affine di non frapporre alcun ostacolo all'Evangelo di Cristo

di cui bramiamo, sopra ogni cosa, il progresso. L'esigere, soprattutto nei primordi della evangelizzazione, il mantenimento da parte delle chiese, avrebbe aperto l'adito al sospetto che gli apostoli fossero mossi dall'interesse a predicare Cristo; e questo avrebbe potuto impedire a molti di prestare ascolto al messaggio della salvazione. Il motivo dell'abnegazione di Paolo è accennato, per ora, di passata: sarà svolto in 1Corinzi 9:15 e segg.

13 Tornando a parlare del suo diritto, l'Apostolo ricorda che, nella legge stessa, il principio generale che chi lavora deve vivere del suo lavoro, era stato applicato a coloro che facevano le funzioni sacre.

Non sapete voi che coloro i quali sono occupati nelle funzioni sacre, mangiano di quel che [viene] dal luogo sacro,

ossia dal tempio? L'affermazione generica può riferirsi tanto ai Leviti che ai sacerdoti della famiglia di Aronne. Di questi ultimi, in particolare, Paolo dice:

[e] coloro che vacano all'altare dividono con l'altare?

Una parte, infatti, delle vittime offerte la consumava il fuoco dell'altare, una parte era riservata al sacerdoti ed un'altra, in molti sacrificii, all'offerente. I Leviti poi vivevano delle decime e delle offerte volontarie del popolo. Tale il principio sanzionato dalla legge di Mosè per i ministri dell'Antico Patto; e per quanto siano diverse le funzioni dei ministri del Nuovo Patto i quali annunziano compiuta da Cristo la salvazione adombrata nei riti Levitici, pure il Signor Gesù ha confermato, a loro riguardo, la massima che l'«operaio è degno della sua mercede».

14 Così ancora, il Signore Gesù ha ordinato a coloro che annunziano il Vangelo, di vivere dell'Evangelo.

Ha disposto che abbiano da trovare il vitto presso a coloro a cui hanno recata la Buona Novella. Paolo allude ad istruzioni come quelle ricordate Matteo 10:10; Luca 10:7. D'altronde, in quelle stesse circostanze, Gesù ha proibito esplicitamente ogni mercimonio di cose religiose Matteo 10:8.

15 Il diritto di Paolo e degli altri ministri della Parola a ricevere il sostentamento dalle chiese, è dunque, per le varie ragioni esposte, innegabile. Ma egli non ha guardato solamente ai suoi diritti; per dare al suo apostolato - frutto di grazia straordinaria e, pur così spesso, oggetto di diffidenze - un carattere visibile di spontaneità che facilitasse i progressi del Vangelo, ha preferito rinunziare al suo diritto ed ha procurato entro la cerchia delle cose lecite, di farsi tutto a tutti. Per tal modo, «Paolo oppone il sacrifizio da lui fatto... del suo benessere e dei suoi comodi, all'egoismo di quelli fra i Corinzi che usavano, senza riguardi, della lor libertà circa le carni sacrificate» (Godet).

Ma io non ho fatto uso di alcuna di queste cose,

per cui s'intendono: i singoli diritti compresi in quello complessivo al mantenimento, così per sè come per la consorte che avrebbe potuto scegliere. E se ha enumerate le ragioni su cui si fonda una tale facoltà, non è perchè voglia valersene in avvenire.

E non ho scritto questo perchè facciasi così,

come ha prescritto il Signore,

a mio riguardo; poichè preferirei morire anzichè [permettere] ad alcuno di render vano il mio vanto.

Se Paolo avesse lasciato che le chiese o qualcuno fra i loro membri, gli somministrassero il necessario, sarebbe stato annullato il vanto ch'egli rivendicava per il suo apostolato, di aver cioè annunziato l'Evangelo gratis, provvedendo da sè ai propri bisogni Atti 20:34.

16 Il semplice evangelizzare, Paolo non lo riguarda come argomento di vanto per lui, poich'egli è in obbligo assoluto di farlo sotto pena d'incorrere nella terribile sorte di chi si ribella scientemente alla volontà di Dio.

Perciocchè, se io evangelizzo, ciò non costituisce per me un vanto, poichè me n'è imposta la necessità,

ossia l'obbligo, il dovere morale imprescindibile. Colui che mi è apparso, mi, ha ordinato di annunziar l'Evangelo Atti 26:15-20.

Guai a me, infatti, se io non evangelizzo.

Se disubbidisce all'ordine preciso del Signore, sente che ne va di mezzo la sua eterna salvazione. Ma non lo soddisfa il servire a Cristo per mero dovere di ubbidienza. Egli vuol manifestare, in qualche modo segnalato, l'amor suo per colui che d'un persecutore s'era degnato fare un suo Apostolo. (Cfr. 1Corinzi 15:7-11; 1Timoteo 1:12-17 ed i casi analoghi della peccatrice Luca 7:36-50, e di Maria di Betania Giovanni 12.) E per dare al suo apostolato il soave profumo dell'amore riconoscente e devoto, Paolo ha preso la risoluzione di rinunziare ad ogni salario per parte delle chiese.

17 Perciocchè, se faccio questo,

se adempio il mio ufficio apostolico,

volonterosamente, ne ho premio,

o ne ricevo una ricompensa, una mercede,

ma se non lo faccio volonterosamente,

se lo fo per fredda ubbidienza al dovere,

me n'è [però] affidata l'amministrazione

e la devo disimpegnare come il servo a cui il padrone commette la gestione di una azienda importante Luca 17:10. Invece di riferire queste parole al modo in cui Paolo disimpegna l'ufficio suo, varii espositori vi hanno scorto un'allusione al modo speciale in cui Paolo era entrato nell'apostolato; quasi dicesse: «Se io avessi scelto d'essere Apostolo di mia propria iniziativa, avrei diritto ad una mercede; ma io sono entrato in questa carriera, costrettovi da un ordine del Signore che mi affidava quest'amministrazione». Tale referenza si urta all'uso del tempo presente e non rende ragione del nesso con 1Corinzi 9:18.

18 Qual'è adunque la mia ricompensa? Questa: che evangelizzando, io offra l'Evangelo gratuitamente, senza fare alcun uso del mio diritto nell'Evangelo.

Lett. «per non usare appieno del mio diritto...». Abusare è troppo forte: il verbo composto ha senso intensivo come 1Corinzi 7:30-31. La ricompensa di Paolo, nel presente, consiste nella nobile soddisfazione, nella profonda gioia di compiere un sacrificio per presentar l'Evangelo senza spesa. «È più felice cosa il dare, che non il ricevere», secondo il detto di Gesù ricordato nel discorso di Mileto Atti 20:33-35. E questo è l'alto vanto al quale egli tiene più che alla vita.

Non già che consideri la sua abnegazione come un titolo di merito dinanzi a Dio, o di superiorità sui colleghi 1Corinzi 15:8-10; ma non può rinunziare alla intima felicità del dare tutto se stesso, nè alla posizione vantaggiosa in cui lo colloca, di fronte agli avversari, il suo disinteresse 2Corinzi 5:14; 11:7-13; 12:14-18.

19 Non è soltanto in materia di salario che Paolo ha rinunziato al suo diritto; poichè, anche in altre sfere, egli pratica l'abnegazione per il bene dei suoi simili.

Perciocchè benchè io sia libero di fronte a tutti,

libero da ogni giogo di usanze, di pregiudizi, di volontà e di pratiche degli uomini,

pur mi son fatto servo a tutti, per guadagnarne il maggior numero [possibile]

a Cristo.

20 E mi sono fatto ai Giudei, come Giudeo, per guadagnare dei Giudei.

L'appellativo giudeo indica la nazionalità, mentre la posizione religiosa è descritta dall'espressione: «sottoposto alla legge». Paolo si piega alle suscettibilità nazionali quando, ad esempio, in Gerusalemme parla al popolo nella lingua nazionale, e riconosce gli alti privilegi concessi alla progenie d'Abramo.

A quelli che son sotto la legge mosaica,

giudei di nascita od anche proseliti,

come se fossi sotto la legge - benchè io stesso non sia sotto la legge (testo emend.), per guadagnare coloro che sono sotto la legge.

L'aggiunta: «benchè io stesso...», autenticata da tutti i più antichi Msc., mira a stabilire che, come redento di Cristo, l'Apostolo è emancipato, così dalla condannazione come dal giogo della legge Romani 6:7. Paolo si sottopose ad osservanze legali, quando, ad esempio, accettò il compromesso di Gerusalemme, quando circoncise Timoteo, quando si unì ad altri giudei che compievano, nel tempio, i riti relativi a un voto, ecc. Atti 15; 16:3; 21:23-26.

21 A quelli che sono senza legge

esterna rivelata, cioè i pagani,

come se io fossi senza legge.

Nelle sue relazioni coi pagani, Paolo lascia da parte la rigidità cerimoniale e l'esclusivismo giudaico, e scende sul terreno ove stavano coloro ch'egli evangelizzava. Così ad esempio nel discorso d'Atene Atti 17. Però l'Apostolo si affretta a soggiungere che di fronte a Dio egli non è indipendente da ogni legge:

benchè io non sia senza legge di fronte a Dio, ma sia astretto alla legge di Cristo.

Dice lett. secondo il testo emendato: «benchè io non sia un senza-legge di Dio, ma sia un tenuto dalla legge di Cristo». Lungi dal diminuire i suoi obblighi morali di fronte a Dio, la redenzione di Cristo li ha accresciuti. L'alta norma ch'egli segue ora è l'ideale di vita nuova che Cristo, dopo averlo tracciato colle sue parole, e realizzato in sè stesso, vuole effettuare, per lo Spirito, in quanti sono a lui uniti. Anche qui lo scopo di Paolo è il bene altrui: affin di guadagnare quelli che sono senza legge scritta.

22 Mi son fatto debole ai deboli

affin di guadagnare i deboli.

S'intende i cristiani deboli in conoscenza, in fede 1Corinzi 8; 10:32-33; Romani 14. Il guadagnare riveste quindi il senso di non respingere, non scandalizzare, anzi portare a un grado superiore di fede e di conoscenza.

A tutti

insomma,

mi son fatto ogni cosa, affin di salvarne del tutto alcuni

conducendoli a Cristo. Di fronte ad un sì alto fine «niuna osservanza pareva a Paolo sì fastidiosa, niuna esigenza sì grave, niun pregiudizio così assurdo da non dover loro usare dei riguardi» (Godet).

AMMAESTRAMENTI

1. Quel che Paolo dice in 1Corinzi 9 di sè e del proprio ministerio, fa parte integrante della trattazione generale relativa all'uso delle carni sacrificate agl'idoli; tuttavia vanno tesoreggiati varii ed importanti insegnamenti, dati come di passata circa il ministerio cristiano.

a) È riconosciuta qui la divina istituzione, non solo del ministero apostolico che necessitava credenziali affatto speciali e non trasmissibili (come l'aver veduto Gesù risorto), ma del ministerio ordinario, permanente, di persone che lasciano ogni altra vocazione terrena per darsi esclusivamente a questa; che sono per tal modo, degli operai speciali di Cristo.

b) L'ufficio del ministerio del nuovo Patto consiste nell'annunziare, in pubblico ed in privato, l'Evangelo di Cristo. Chi non «annunzia l'evangelo» usurpa il titolo di ministro di Cristo.

c) All'esercizio di tale ufficio non basta nè la sincerità della fede; nè la buona volontà del neofita; ma è necessaria una conoscenza speciale delle S. Scritture tanto dell'Antico che del Nuovo Testamento. Per maneggiare come fa Paolo la Rivelazione cfr. 1Corinzi 10, per arrivare all'intelligenza del piano di Dio, a quella della libertà cristiana, per intendere ed applicare i principii morali del cristianesimo alle circostanze in cui si vive, sono necessari doni speciali di conoscenza e di sapienza.

d) Il ministro cristiano ha il diritto 1Corinzi 5 di prender moglie e questa dev'esser tale da riuscire per lui, nell'esercizio del suo ministerio, un «aiuto convenevole», anzichè un inciampo. Nè Cristo nè i suoi apostoli prescrissero come condizione per esercitare il ministerio evangelico, il celibato. Gli Apostoli (ad eccezione di Paolo), i fratelli del Signore, gli evangelizzatori primitivi erano ammogliati. E Paolo, nonostante taluni vantaggi che riconosce nel celibato, rivendica per sè, per Barnaba e per ogni ministro cristiano, il diritto di prender moglie. Che si deve pensare dopo ciò, della chiesa romana che, di sua autorità e per fini di dominazione, impone il celibato come condizione assoluta per l'esercizio del ministero cristiano? E non solo l'impone, ma mantiene il suo decreto anche quando l'esperienza di parecchi secoli ha mostrato troppo abbondantemente qual fonte di disordini e di scandali sia l'istituzione Ildebrandiana.

e) Il ministro cristiano ha il diritto di reclamare e la chiesa (non lo Stato) ha l'obbligo di somministrargli il mantenimento, per sè e per la sua famiglia; e ciò per ragioni di naturale giustizia, sancite dalla legge mosaica e confermate dall'ordine di Cristo. Rimane però giusta l'osservazione di Calvino, che non son da ingrassare i ventri pigri «quia cantillant et sacrificant»; ma son da rimunerare coloro che «faticano nella parola».

f) Il diritto ad un adeguato salario non deve diventar mai «cupidità di guadagno» che trasformerebbe in mercenario il servitor di Cristo; e possono presentarsi circostanze tali che rendano necessaria la rinunzia al salario onde conservare all'ufficio la sua indipendenza e la sua autorità morale, ovvero per assicurargli una maggiore efficacia. La vita e la potenza del ministerio cristiano sta nell'animo franco e nello zelo per la salvezza delle anime. «È gloria del ministro, preferire il successo del suo ministerio al proprio interesse; il praticare l'abnegazione per servire a Cristo e salvare anime (Henry). Osserva il Curci: «Innanzi ad un Paolo Apostolo il quale, per non porre ostacolo all'Evangelo, rifiuta un pò di moneta dovutagli a suo sostentamento et omnia sustinet condannandosi a lavoro duro e grossiero, per campar la vita, si consideri quale giudizio debbano portare da Dio, in qualche paese del mondo, quegl'improvvidi quali, in quistioni di solo fatto, per esigenze meramente temporali, altro che dare offendiculum! hanno fatto sorgere tra la Chiesa e lo Stato un muro di divisione del quale non si sa se e quando sarà abbattuto; ma fosse pure, ci vorrebbero secoli a riparare i danni seguitine; ma la perdita di migliaia e migliaia di anime sarebbe irreparabile».

g) Mentre si devono investigare le Scritture per conoscere i tesori della grazia e della verità non sarà mai troppo lo studio fatto dal ministro per giungere a rendersi conto esattamente dello stato d'animo di coloro ch'egli evangelizza, dei loro errori, pregiudizi, scrupoli, aspirazioni, convinzioni, e modi di pensare. Ciò è necessario per potersi «far tutto a tutti» affin di salvarne alcuni. Paolo si rende conto dello stato spirituale tanto dei Greci e dei Giudei, come dei fratelli deboli. «Mettetevi, dice il Dott. Dods. al posto dell'anima che cerca, dell'anima perplessa, amareggiata; scoprite quel che c'è di buono in essa, adattatevi con pazienza ai suoi modi, per quanto lo potete fare legittimamente, e sarete ricompensati col guadagnarne alcuni».

h) Lo studio della verità e quello del terreno su cui la deve seminare, non fa dimenticare a Paolo la vigilanza su di sè stesso. L'esser ministro non garantisce dal peccato più che l'esser medico non esenti da malattie. È tanto più necessario il vegliare che la condizione morale del ministro è la vita o la morte del suo ministerio. Da un cuor puro di mala coscienza e ripieno dello Spirito scaturiranno «fiumi d'acqua viva»; con un tal cuore il ministerio sarà una gioia, la fatica e le privazioni saran cosa leggera; diversamente. Il ministero è un'acqua paludosa ove tutto è triste, sterile, ammorbante.

23 Sezione B 1Corinzi 9:23-10:13 IL DIRITTO E LE RAGIONI DELLA PRUDENZA

Nell'uso da fare della loro libertà, devono i cristiani aver riguardo (oltrechè a quella del prossimo) anche alla propria loro salvezza, astenendosi da quanto può metterla in pericolo. Così fa Paolo da vero atleta cristiano 1Corinzi 9:23-27, e così ammonisce che debba farsi la storia degl'Israeliti usciti d'Egitto 1Corinzi 10:1-13.

1Corinzi 9:23-27 Paolo sottopone sè stesso a severa disciplina onde non mettere in pericolo la propria salvezza.

Or io faccio ogni cosa per l'Evangelo

(lett. a motivo, per il progresso di esso),

affin d'esserne ancor io partecipe,

partecipe, cioè, insieme cogli altri credenti, dei gloriosi beni che l'evangelo assicura. Accanto alla preoccupazione per l'altrui salvezza c'è in Paolo quella della propria; e che sia doverosa, per tutti, una tale preoccupazione, lo dimostra anzitutto, coll'esempio così famigliare ai Greci degli atleti che prendevano parte ai giuochi pubblici. La carriera cristiana di cui la conversione non segna che il principio, è una lotta continua che esige sforzi e rinunziamenti. Senza questi è vano sperare il premio della gloria.

24 Non sapete voi che coloro i quali corrono nell'arringo, corrono ben tutti, ma uno solo riporta il premio? Correte in modo da riportarlo.

In Grecia, i giuochi più famosi erano quelli d'Olimpia e quelli detti istmici che appunto in Corinto si celebravano ogni due anni. Gli esercizii più comuni erano la corsa, la lotta, il pugilato ed il salto. Nel giorno fissato, un araldo ripeteva ai competitori le regole da osservarsi e dava il segnale. Il premio porto dall'arbitro dei giuochi al vincitore della gara, consisteva in una corona di pino o di ulivo. Paolo si serve spesso d'immagini tratte da quegli esercizi. (Cfr. Filippesi 3:12-14; 1Timoteo 6:12; 2Timoteo 2:5; 4:7-8; come pure Ebrei 12:1-2; Giacomo 1:12). Il pensiero ch'egli intende mettere in rilievo col paragone della corsa, è questo: Non basta principiar bene, ma conviene continuar bene fino alla fine. La via che fa capo alla salvazione finale «non è una facile passeggiata ove si godono tutti i comodi. È una dura preparazione, una serie di abnegazioni, uno sforzo continuo verso uno scopo che mai non si perde di vista, una corsa faticosa, una lotta che fa grondar sudori» (Reuss).

25 Potrebbe accadere a molti convertiti quel che accade ai corridori, di rimaner a mezza via. Se vogliono correr bene nell'arringo cristiano ove il premio è riservato a tutti quelli che perseverano sino alla fine, imparino dagli atleti.

Ora chiunque scende nell'arringo,

ogni atleta,

è temperato in ogni cosa.

Era obbligo di chi voleva prender parte ai giuochi, di sottomettersi al regime ed agli esercizi prescritti, durante i dieci mesi che precedevano le gare. Si astenevano non solo dagli stravizi, ma dalle ghiottonerie e dal vino, si avvezzavano alle fatiche, al caldo ed al freddo. Così «il rinunziamento del cristiano deve portare non solo sui piaceri colpevoli, ma altresì sopra ogni abitudine, sopra ogni godimento che senza essere viziosi, possono aver per conseguenza una perdita di tempo od una diminuzione di forza morale» (Godet). A questa disciplina deve il cristiano sottoporsi di buon animo, poichè egli ha in vista una corona di gloria vera ed imperitura, mentre gli atleti greci non miravano che a degli onori terreni e passeggeri, di cui era verace emblema la corona di verdi fronde che ricevevano.

e quelli [lo fanno] per ricevere una corona corruttibile; noi invece, per una incorruttibile.

26 Onde spingere i Corinzi a prendere sul serio il combattimento cristiano, Paolo accenna a quanto stima necessario di fare per proprio conto.

Io adunque corro, ma non in modo incerto

come fa chi non ha davanti a sè una mèta ben chiara. Io miro ad una mèta precisa, l'occhio mio non la perde mai di vista, i miei passi vi tendono in linea retta.

Io lotto al pugilato, ma non in modo da percuotere l'aria.

L'esercizio del pugilato è un'immagine adatta della lotta a corpo a corpo che l'atleta cristiano deve sostenere con un nemico che se non è vinto da lui, lo vince e lo perde. Perciò Paolo fa sul serio, non da dilettante; ed i suoi colpi sono bene aggiustati.

27 Anzi copro di lividi il mio corpo e lo riduco in servitù.

Il greco ὑπωπιαζω significa letteralmente «coprir di lividi intorno agli occhi». Era quello che ogni lottatore si sforzava di fare al suo avversario per metterlo fuori combattimento; ed una volta che l'avea vinto lo menava attorno nell'arena quasi fosse suo prigione di guerra. L'avversario che Paolo si sforza di vincere è il proprio corpo in quanto è sede e strumento di affetti e di concupiscenze che sono la negazione della vita dello spirito. Cfr. Romani 8:13; Colossesi 2:11. È appena necessario notare che siamo qui nel campo delle immagini e che Paolo non adoperava nè flagellazioni, nè macerazioni, per ridurre il proprio corpo docile strumento dello spirito, gli bastavano la sobrietà. Il lavoro manuale a cui si sottoponeva ed in genere, le fatiche e privazioni della sua vita missionaria. «Paolo non vuol patrocinar la causa d'un falso ascetismo ch'egli stesso condanna Colossesi 2:23, vuole bensì domare una licenziosa indipendenza ed esortare i Corinzi a crocifigger la carne e le sue concupiscenze con ispirito veramente cristiano» (Olshausen). «N'è stimava esser questa un'opera supererogatoria, atta a procurargli un merito speciale o un grado superiore di gloria. A suo vedere, ciò non era un lusso, ma il semplice necessario; facendo altrimenti egli temeva d'esser alla fine rigettato lui che avea stimolato gli altri» (Godet).

Che talora dopo aver fatto l'araldo agli altri,

chiamandoli, colla mia predicazione, ad entrare nell'arringo cristiano, insegnando loro come si doveano comportare, ed incoraggiandoli:

io stesso non sia riprovato,

non sia trovato dal supremo giudice inaccettabile, indegno di ricevere il premio per non aver combattuto secondo le regole. Molte versioni, lasciando da parte ogni allusione all'immagine dei giuochi, traducono il participio κγρυξας «dopo aver predicato agli altri»; ed è questo infatti il verbo comunemente adoperato per signifìcare l'atto del bandire l'Evangelo, come κγρυξ, designa il banditore, il predicatore, e κγρυγμα la predicazione. Ma qui ove Paolo ha evocato gli usi dei giuochi non è probabile che egli faccia astrazione dall'immagine solo in questo particolare.


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