1Pietro 2

1 2. Il dovere di cibarsi della Parola di Dio. 1Pietro 2:1-3

L'essere stati chiamati a nuova vita dalla Parola di Dio trae seco come conseguenza il dovere di alimentare questa vita rinunziando a tutto ciò che ne impedisce lo sviluppo ed usando i mezzi che sono atti a farla crescere. Quello a cui devono rinunziare perchè incompatibile colla vita di amore e di santità cui sono rinati è indicato nel v. 1:

Deposta dunque ogni malizia.

Il verbo tradotto deporre ( αποτιθημι) si applica nel N.T. alle vesti di cui uno si spoglia. Così in senso proprio Atti 7:58 e in senso traslato Romani 13:12 ove si tratta dello spogliarsi delle opere delle tenebre e d'indossar le armi della luce. Cfr. Colossesi 3:8-9; Efesini 4:22-25. Altrove si applica a un peso da deporre Ebrei 12:1 ovvero alla sozzura di cui bisogna liberarsi Giacomo 1:21 e 1Pietro 3:21 ove il sostantivo apothesis significa il "nettamento" delle sozzure della carne. Nel nostro passo, senza che venga accentuata una immagine particolare, si applica alle abitudini ed alle disposizioni peccaminose di cui il credente deve disfarsi onde possa svilupparsi la vita nuova incominciata in lui. Esse appartengono al vecchio uomo che deve morire. La malizia nelle sue varie forme è intenta a nuocere al prossimo: al corpo, all'anima, alla persona od alla proprietà. I cristiani devono diventar bambini in malizia 1Corinzi 14:20. La frode usa mezzi disonesti col prossimo, le ipocrisie ossia gli atti varii o le forme varie d'ipocrisia coprono la malizia e la frode d'un manto menzognero di onestà e di bontà. Le invidie si colgono del bene di, cui godono gli altri; le maldicenze danno alla vita dei fratelli una malevola interpretazione che aggrava i loro errori, denigra le loro virtù, non scorge in loro che male e li va diffamando. Cotali disposizioni ed abitudini sono la negazione di quelle che la Parola di Dio prescrive e finchè restano nel cuore e nella vita, l'appetito per la verità non può esistere, nè può l'amor fraterno acquistar forza.

2 come bambini pur ora nati, appetite il puro latte spirituale, onde per esso cresciate per la salvezza;

I rabbini chiamavano bambini i loro neofiti e d'altronde il termine stesso di neofita significa una pianta novella. L'apostolo allude egli con questa similitudine al breve tempo trascorso dalla conversione dei lettori? Può darsi; ma una parte di essi erano stati convertiti fin dal secondo viaggio missionario di Paolo e per conseguenza non erano più ai primordi della loro carriera cristiana. D'altronde non risulta che Pietro voglia alludere ai diversi gradi di sviluppo della vita cristiana durante il breve pellegrinaggio terreno. Paolo ne ragiona quando distingue tra "i bambini in Cristo" egli "uomini maturi" bisognosi i primi d'esser "nutriti di latte", mentre agli altri è necessario il "cibo sodo" 1Corinzi 3:1-2. Parimenti l'autore dell'epist. agli Ebrei, quando rimprovera ai lettori suoi d'esser ancora dei bambini e non degli uomini fatti Ebrei 5:12-14. Ma Pietro sembra considerare la vita spirituale che il credente raggiunge quaggiù come lo stadio dell'infanzia rispetto alla perfezione che raggiungerà nell'eternità. "Che cos'è, esclama il Leighton, la nostra vita nel mondo se non una lunga infanzia... Il proceder più sicuro nella obbedienza non costituisce ancora che i primi passi che fa il bambino... E che mai sono le nostre cognizioni sulla terra se non la ignoranza del bambino? Che son le nostre lodi a Dio se non le prime parole che balbetta un lattante?..." Perciò assomiglia il cristiano, anche se provetto, al neonato che ha bisogno di alimentare la vita creata in lui con un cibo atto a svilupparla. Il cibo è la Parola stessa di Dio ch'è stata di già il mezzo di creare la vita nuova. I cristiani la devono appetire così come il neonato appetisce istintivamente il latte della sua madre. Invece d'esser materiale come quello che nutre il corpo, questo è latte spirituale atto ad alimentare la vita dello spirito. Lo chiama loghikón ( λογικον) da logos, ragione, come Paolo in Romani 12:1 chiama "logico" il culto che parte dall'io spirituale del cristiano. Non abbiamo modo d'esprimer meglio l'idea che adoprando la parola "spirituale" nei due passi. Vero è che una parte degli interpreti, connettendo l'aggettivo "loghikon" con "logos", nel senso di "parola" che riveste in 1Pietro 1:23-25, traduce: "il latte puro della Parola"; e non v'è dubbio che l'idea è quella; ma non si può citare alcun esempio in cui l'aggettivo abbia quel senso. Quanto al veder accennato qui il Logos, cioè il Verbo rivelator del Padre Giovanni 1:1 come alimento dell'anima, ci par che sia un concetto estraneo al contesto. Il latte è chiamato puro, letteralmente: "senza frode", perchè, trattandosi della Parola della verità, essa non è falsificata come avviene facilmente del latte materiale. Quando la verità divina nel corso dei secoli sarà mescolata colle tradizioni e colle dottrine umane essa non sarà più un alimento sano della vita spirituale; ma Dio ha provveduto a conservare nella sua purezza primitiva la parola della verità, fissandola in iscritto nei libri del N.T. Il cibarsi regolarmente della verità divina è condizione per crescere spiritualmente e il credente ha bisogno di crescere in conoscenza, in fede, in santità, in amore, in isperanza, finché sia giunto alla salvezza, cioè alla perfezione ch'è il coronamento della salvezza.

3 Se pure avete gustato che il Signore è buono.

L'apostolo toglie ad imprestito la sua frase da Salmi 34:8 ove si legge: "Gustate e vedete quanto l'Eterno è buono; beato l'uomo che confida in lui"! Col dire se pure non intende mettere in dubbio l'intima e dolce esperienza fatta dai cristiani della bontà di Dio di cui l'Evangelo ha loro rivelato l'amore infinito in Cristo. Piuttosto, ricorda loro che l'aver cominciato a conoscere e sperimentare la bontà del Signore li deve invogliare a conoscerla e gustarla sempre meglio, cibandosi della Parola che ne rivela la grandezza. Nel Salmo, il Signore (versione greca) è l'Eterno. Nell'applicazione che ne fa l'apostolo, "il Signore", è il Figliuol di Dio, il Rivelatore del Padre come risulta da 1Pietro 2:4 e seguenti.

AMMAESTRAMENTI

1. Il fatto che Pietro torna più d'una volta ad esortare all'amor fraterno mostra quale importanza egli annettesse a quella virtù. Come lui e anche più di lui vi insistono l'apostolo Paolo e S. Giovanni Galati 5:13-15; Romani 12:10; 1Giovanni 3:14-23. Gesù lo presenta come il distintivo dei suoi discepoli: "Io vi dò un nuovo comandamento: che voi vi amiate gli uni gli altri... Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri" Giovanni 13:34-35. L'amor fraterno infatti è quello che unisce tutti i membri della famiglia di Dio. Ogni amore terreno ha la sua base, che è terrena: così l'amore che unisce fra loro i membri di uno stesso popolo, di una stessa famiglia, così l'amore coniugale. L'amor fraterno ha il suo fondamento nella vita spirituale che tutti i credenti hanno ricevuta dal Padre celeste mediante la Parola evangelica posta nei loro cuori qual germe vivente. Esso è quindi strettamente connesso coll'amore per Dio, il Padre comune. Alla sua celeste sorgente conviene ricondurlo sempre onde non degeneri e non intristisca, ma fiorisca e fruttifichi. Devo amare il mio fratello non perchè appartiene al mio popolo, al mio ceto sociale, alla mia chiesa particolare; non perchè è amabile per temperamento o simpatico per le sue belle qualità; ma perchè è figliuolo di Dio, rigenerato come me alla vita imperitura. Sarà tuttora molto lontano dall'ideale cristiano, ignorante forse e in lotta con molte cattive inclinazioni ed abitudini, spesso soccombente, sarà povero e scontento, ovvero orgoglioso della propria ricchezza, sarà poco educato, sarà ingiusto verso di me; ma è mio fratello, figlio dello stesso Padre mio, redento dallo stesso sangue, chiamato alla stessa eredità e le sue colpe, le sue imperfezioni, i suoi bisogni, sono altrettante occasioni di dimostrare la sincerità e l'intensità dell'amor fraterno, ora perdonando come sono stato e desidero essere perdonato da Dio e dai fratelli, ora correggendo, consigliando, rialzando con bontà, ora sopportando con pazienza, ora soccorrendo con delicatezza, ora consolando o simpatizzando, e, se non posso altro, pregando per il mio fratello e rallegrandomi delle grazie che Dio gli concede.

2. Ogni vita per svolgersi ha bisogno d'essere alimentata. Ne ha bisogno la vita fisica così del bambino come dell'uomo maturo; ne ha bisogno la vita intellettuale che si mantiene e si accresce del continuo con nuove conoscenze. Nè avviene altrimenti della vita spirituale che nasce essa pure da un germe vitale, e che deve svolgersi attraverso successivi stadi fino a raggiungere, in una esistenza ulteriore, la sua perfezione.

Essa ha bisogno di venir sostenuta e nutrita di cibo adatto alla sua natura, cioè da quel latte spirituale ch'è la Parola di Dio. Questa Parola nutre la fede col rimetterle sotto gli occhi la ricchezza e la certezza delle promesse di Dio, nonchè la sua fedeltà nell'adempierle colla sua potenza. Essa nutre il pentimento col mostrarci sempre più chiaramente la colpa, la laidezza, la follia del peccato. Essa nutre l'amore collo spiegar dinanzi a noi i benefizi di cui Dio ci colma e sopratutto col dipingerc i la persona e l'opera di Cristo Salvatore. Essa nutre la speranza col parlarci in linguaggio umano dei beni e delle glorie che Dio tiene in serbo per i suoi figliuoli.

Se la vita di tanti cristiani non si sviluppa, se restan nani per tutta la loro esistenza terrena, o se si svolge in modo anormale in guisa da presentar delle difformità, ciò non è colpa di Dio il quale ha posto la sua Parola a portata dei credenti facendo sì che le sue rivelazioni progressive fossero consegnate per iscritto e che lo fossero con particolare ampiezza quelle recate dal Cristo e dai suoi apostoli. La Parola di Dio si trova così, nella sua purezza, racchiusa in quel Libro per eccellenza che sono le Sacre Scritture, tradotte oggi in più di 500 lingue e sparse pel mondo intiero. Dove la Parola di Dio è letta dai singoli cristiani e dalle loro famiglie; dov'è alla base dell'educazione della gioventù; dov'è spiegata e predicata al popolo; dove non n'è impedito, anzi n'è raccomandato lo studio assiduo, ivi prospera la vita spirituale. Essa intristisce e muore dove manca quel cibo sano e si cibano le anime di dottrine umane e di superstizioni.

Da questo emerge la responsabilità tanto di chi nega al popolo il diritto di cibarsi della Parola di Dio, come di chi avendone sperimentata in sè e costatata nel corso dei secoli, e oggi più che mai, la potenza salutare, s'adopra nel diffonderne la conoscenza nel mondo. Passano le parole e le dottrine umane; ma la Parola della verità non invecchia nè sarà mai sorpassata; essa è vivente e permanente in eterno ed è quella che abbiamo nel Vangelo di Cristo.

4 Sezione Quarta. 1Pietro 2:4-10. PRIVILEGI E DOVERI DERIVANTI DALL'ESSERE UNITI PER FEDE AL CRISTO VIVENTE

I cristiani ai quali scrive Pietro sono stati rigenerati da Dio, per mezzo della Parola del Vangelo. Quella parola li ha messi a contatto col Signor Gesù nel quale hanno creduto. Essi hanno così cominciato a gustare che il Signore è buono; ma questa non è se non una prima esperienza che deve rinnovarsi, continuarsi in modo sempre più intimo e completo. Più sarà perfetta la loro unione con Cristo, e meglio realizzeranno, come collettività, l'ideale delineato nelle antiche profezie, d'un popolo santo che serve di cuore l'Iddio che l'ha redento e ne proclama al mondo le perfezioni.

Accostandovi a lui, pietra vivente.

Dice letteralmente ad quale accostandovi... perchè la frase si connette col verso precedente (1Pietro 2:3) ove si parla della bontà del Signore, alludendo al Cristo. Il "venire" a Cristo, o l'accostarsi a lui è espressione frequente nel N.T. per significare il credere in lui. La fede è quel moto dell'anima che la spinge a gettarsi nelle braccia del Salvatore. "Venite a me, voi tutti che siete travagliati...". "A chi ce n'andremmo noi, tu hai parole di vita eterna..." "Voi non volete venire a me per aver la vita...". Il termine proseliti vale appunto i venuti a Cristo. Quando un peccatore si converte, ei "viene" a Gesù e riceve il perdono dei peccati. Principia allora per lui una nuova vita che si mantiene e si sviluppa nella comunione col Cristo. Il presente: accostandovi a lui indica che quell'atto deve rinnovarsi del continuo. Cristo è chiamato pietra viva o "vivente" perchè l'apostolo riferisce a lui l'immagine della pietra angolare dell'edifizio contenuta nelle profezie che citerà più oltre e che fin d'ora gli stanno dinanzi alla mente. Cristo non è soltanto il fondatore della Chiesa di Dio, ma n'è anche il fondamento saldo, irremovibile, permanente, perchè su lui, sulla sua persona e sulla sua opera, poggia la fede dei credenti. È pietra vivente perchè possiede la vita in se stesso e la comunica a quelli che sono uniti a lui per fede. Infatti l'edifizio di cui egli è la pietra angolare non è una casa materiale, ma spirituale e le pietre che la compongono non sono pietre morte ma viventi, anime che han ricevuto e ricevon del continuo da Cristo la vera vita, così come il tralcio riceve la linfa vitale dalla vite. In un passo notevole dell'Ep. agli Efesini 2:19-22 Paolo dice dei fedeli che sono "stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l'edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo del Signore". "Ed in lui (soggiunge) voi pure entrate a far parte dell'edificio che ha da servire di dimora a Dio, per lo Spirito". Scrivendo ai Corinzi egli dice pure: "...Voi siete l'edificio di Dio. Io... come savio architetto ho posto il fondamento... Nessuno può porre altro fondamento che quello già posto, cioè Cristo Gesù" 1Corinzi 3:10-11. Pietro stesso nel discorso tenuto davanti al Sinedrio Atti 4:8-12 dice di Gesù: "Egli è la pietra che è stata da voi edificatori sprezzata, ed è divenuta la pietra angolare. E in nessun altro è la salvezza...".

Osserva il Leighton: "La Chiesa non riposa dunque su Pietro (non dimentichiamo che qui parla egli stesso), ma sopra il Signore Gesù Cristo. Il suo fondamento non è a Roma, ma nel cielo". Di Cristo è avvenuto quello che Salmi 118:22 accennava parlando o del re teocratico reietto dai principali del suo popolo, o del popolo eletto stesso sprezzato dai potentati pagani ma liberato da Dio e chiamato ad un'alta missione. Egli è la pietra viva,

riprovata bensì dagli uomini,

in genere, così Giudei come pagani,

ma innanzi a Dio,

cioè agli occhi di Dio e secondo i suoi disegni eterni,

eletta e preziosa.

Il greco εντιμος significa di solito: "tenuta in onore", ma può avere il senso di "preziosa" che qui risponde meglio all'ebraico iekarah. L'incredulità degli uomini non muta per nulla il piano di Dio (Cfr. Salmi 2) e non deve distogliere i credenti dall'unirsi sempre più strettamente a Cristo.

5 Facendolo,

anche voi, come pietre viventi,

viventi della vita ricevuta da lui,

siete edificati qual casa spirituale.

Chiama la Chiesa una casa spirituale per distinguerla non soltanto da una casa materiale, ma anche da una società costituita, come l'Israele antico, "la casa di Giacobbe", sulla base della discendenza carnale da un patriarca come Abramo. La Chiesa è la società di coloro che credono in Cristo, qualunque sia la nazione o la famiglia cui appartengono. Il vincolo che la tiene unita è spirituale. Quelli che ne fanno parte adorano lo stesso Dio e Padre; identico è il fondamento della loro fede, hanno una medesima speranza, formano un tutto, un edificio le cui pietre sono unite dal cemento della solidarietà e dell'amore. Le prime pietre vive poggianti sul fondamento (apostoli o profeti) hanno avuto l'onore di servir di fondamento, in senso secondario, a coloro che hanno condotto alla fede, e di quest'onore Pietro ha avuto la sua buona parte poich'egli è stato il primo a fondar la Chiesa fra i Giudei a Gerusalemme, e fra i pagani a Cesarea, in virtù del privilegio concessogli da Cristo Matteo 16:18. Ma il privilegio storico del, fondare non è continuativo; e quello dell'estendere la Chiesa è passato ai pionieri che hanno recato per i primi la Buona Novella nei paesi più remoti. Non pochi interpreti moderni considerano il verbo ( οικοδομεισθε) come imperativo e traducono: "siate edificati", cioè: entrate sempre più completamente nella struttura dell'edificio, per godere dei privilegi annessi e compiere i doveri relativi a una tale situazione. Tuttavia bisogna riconoscere che il verbo si presta male al senso imperativo, ed è più semplice il prenderlo come indicativo, tanto più che una esortazione è implicita nel participio: "accostandovi a lui...", e che la descrizione dell'alta missione della Chiesa è un invito a realizzarla nella vita pratica.

per essere un sacerdozio santo per offrire sacrifici spirituali accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo.

Il rapido passaggio dall'immagine della casa a quella del sacerdozio mostra che la nozione di casa s'identificava, nella mente dell'autore, con quella del tempio chiamato nell'A.T. la casa dell'Eterno. In 1Pietro 4:17 l'autore chiama la Chiesa "la casa di Dio" e così Paolo in 1Timoteo 3:15. Lo stesso apostolo però scrive ai Corinzi "Non sapete voi che siete il tempio di Dio?..." 1Corinzi 3:16-17. I cristiani sono ad un tempo le pietre vive della casa di Dio e i sacerdoti che offrono i sacrifizi in essa. Il popolo d'Israele era stato chiamato ad essere nella sua totalità "un reame di sacerdoti" Esodo 19:6; ma poi era stata scelta la famiglia di Aaronne per compiere le funzioni sacerdotali finchè fosse venuto Colui il cui sacerdozio non trapassa ad altri, il cui sacrificio ha un valore permanente e non ha da rinnovarsi. Uniti a Cristo, il Sommo Sacerdote eterno, i credenti tutti hanno il privilegio di accostarsi liberamente a Dio per offrire i loro sacrifizi spirituali, non più rituali come quelli prescritti dalla legge. Offrono infatti sè stessi "in sacrifizio vivente e santo" e questo è chiamato da Paolo il loro "culto spirituale" Romani 12:1; offrono la loro adorazione, i loro ringraziamenti, le loro supplicazioni, la loro ubbidienza, le opere e i doni del loro amore che Paolo chiama "un profumo d'odor soave, un sacrificio accettevole, gradito a Dio" (Filippesi 4:18; Cfr. Ebrei 13:15-16; Salmi 50:23,14; 51:17). Tuttavia, siccome i sacrifizi dei cristiani sono tuttora macchiati d'imperfezione e di peccato, essi non possono esser accettevoli a Dio, se non per mezzo di Gesù Cristo, in virtù della sua opera espiatoria e della sua intercessione. Si potrebbe connettere le parole "per mezzo di Gesù Cristo" col verbo offrire" come fanno alcuni; ma il verbo è lontano e d'altronde il senso non muta sostanzialmente.

6 Poiché si legge (letteralmente contiene) nella Scrittura: «Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, eletta, preziosa; e chiunque crede in lui (o: in essa poichè l'equivalente greco di pietra è maschile: λιθος) non sarà confuso».

Le citazioni sono addotte a giustificare l'esortazione ad accostarsi a Cristo qual pietra fondamentale della Chiesa. Sono tolte da vari luoghi dell'A.T.: la prima da Isaia 28:16; la seconda 1Pietro 2:7 da Salmi 118:22; la terza 1Pietro 2:8 da Isaia 8:14. Le espressioni di 1Pietro 2:9 si trovano in Isaia 43:20; Esodo 19:6. Le citazioni non sono conformi in tutto alla Settanta e sono un po' abbreviate. L'oracolo di Isaia 28 sembra riferirsi o all'Eterno stesso, o al re teocratico ideale che agirà secondo la giustizia e salverà da una totale ruina il popolo che confida in lui. I rabbini consideravano quella profezia come messianica e così gli apostoli. Cfr. Romani 9:33. La pietra angolare d'un edificio è quel fondamento posto all'angolo di due muri e su cui poggiano ambedue. L'ebraico porta: Chi crede (o chi poggia su di essa) non avrà fretta [di fuggire]. La Settanta ha dato forma più generale all'idea.

7 A voi dunque che credete spetta l'onore

(Lett. A voi... l'onore); s'intende: l'onore promesso implicitamente nella profezia ai credenti; infatti chi non è coperto di confusione è onorato e l'onore qui consiste nell'essere salvato. Altri traduce "Per voi dunque che credete ell'è preziosa"; ma pur riconoscendo che timè significa talvolta "il prezzo", non si otterrebbe che la frase abbastanza strana: Per voi dunque che credete, il prezzo"!

Ma per quelli che sono increduli

(i codici B, C portano: quelli che disubbidiscono, tolto probabilmente da 1Pietro 2:8)

«la pietra che gli edificatori han riprovata e quella ch'è divenuta la pietra angolare,

8 e una pietra d'inciampo e un sasso d'intoppo».

Non solo la loro incredulità non ha impedito che il proponimento divino si realizzasse, ma essa ha convertito in istrumento di ruina per loro Colui ch'era destinato ad essere l'istrumento della loro salvezza. In Isaia 8:14, citato qui secondo il testo ebraico, si dice dell'Eterno ch'egli "sarà usi santuario" per gli uni, ma per gli altri, "una pietra d'intoppo...", perchè, nella loro ribellione, essi verranno ad urtare contro i disegni e la volontà dell'Onnipotente e "cadranno e saranno frantumati". Parlando coi capi Giudei, Gesù ha applicato a se stesso le parole di Salmi 118:22 che i rabbini ritenevano messianiche. Confronta Matteo 21:42 e paralleli in Marco 12 e Luca 20. Spesso ha avvertito i Giudei della tremenda responsabilità in cui incorrevano col rifiutare di credere in lui. Simeone aveva di già detto a Maria, parlando del bambino Gesù: "Ecco questi è posto a caduta ed a rialzamento di molti in Israele..." Luca 2:34 e l'apostolo Paolo dice dei ministri del Vangelo che sono "odor di vita", ovvero "odor di morte", a seconda delle disposizioni degli uditori.

Essi, infatti, intoppano, disubbidendo alla Parola;

intoppano nella pietra angolare, cioè nel Salvatore divenuto, per loro, strumento di perdizione, perchè rifiutano di accettare coll'ubbidienza della fede la Parola del Vangelo che li chiama a salvezza in Cristo. In 1Pietro 3:1 e in 1Pietro 4:17 l'autore adopera espressioni quasi identiche: "se anche ve ne sono che non ubbidiscono alla Parola" e ancora: "qual sarà la fine di quelli che non ubbidiscono al Vangelo di Dio?" Paolo in Romani 1:5 dà come scopo del suo apostolato il "trarre all'ubbidienza della fede tutti i Gentili" e in Romani 10:16-20: "ma tutti non hanno ubbidito alla Buona Novella"... "tutto il giorno ho teso le mani verso un popolo disubbidiente e contraddicente". Si può tradurre ugualmente: "Essi infatti intoppano nella Parola, essendo disubbidienti"; ma siccome il verso precedente presenta Cristo stesso come "la pietra d'inciampo e il sasso d'intoppo", è meglio attenersi a quell'immagine, tanto più che in 1Pietro 4:17 l'autore parla del disubbidire al Vangelo.

ed a questo sono stati anche destinati,

letteralmente posti. Destinati a che? Non ad esser disubbidienti al Vangelo, poichè Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati; ma destinati a ricevere come conseguenza del volontario loro rifiuto di accettar la salvezza, la loro condannazione dalla bocca di Cristo stesso: "Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato pel diavolo e per i suoi angeli". Cfr. Matteo 21:44 "chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato ed ella stritolerà colui sul quale cadrà". Una tal sorte non è l'effetto del caso; essa è conforme ai decreti di Dio che, mentre rispettano la libertà data all'uomo, stabiliscono che la perseveranza cosciente nel male abbia per conseguenza la finale perdizione. Come i salvati sono "eletti secondo la prescienza di Dio" 1Pietro 1:2, così, secondo la stessa prescienza, i ribelli sono destinati alla rovina finale.

9 Di fronte al triste destino degli increduli, l'apostolo esalta "l'onore" altissimo al quale sono chiamati i credenti.

Ma voi siete una generazione eletta,

in senso più alto ancora di quel che lo fosse la stirpe d'Abramo scelta fra tutte le nazioni per esser depositaria e banditrice della verità religiosa. L'espressione occorre nella versione greca di Isaia 43:20. I cristiani d'altronde appartengono a tutte le stirpi umane, ma, rigenerati a vita nuova, essi formano "la famiglia di Dio" Efesini 2:19.

un real sacerdozio, una nazione santa.

L'ebraico di Esodo 19:6 porta: "un regno di sacerdoti". Israele era chiamato ad essere una nazione tutta intera consacrata a Dio, separata dal male; come collettività formata di persone consacrate a Dio come tanti sacerdoti, Israele avea per re l'Eterno e partecipava alla dignità regale col dominare sulle nazioni circostanti. Tuttavia, coloro che rappresentavano il popolo nell'esercizio dell'ufficio sacerdotale, come di quello regale, erano persone appartenenti a tribù diverse. Solo di Melchisedec si legge ch'egli era ad un tempo re di Salem e sacerdote dell'Altissimo. Del futuro re messianico Salmi 110 preannunzia che sarà re e sacerdote come Melchisedec. Cristo infatti riunisce nella sua persona in grado perfetto gli uffici di Sacerdote e di Re. Nella loro unione con lui i credenti sono sacerdoti e re. In Apocalisse 1:6; 5:10 si legge: "Hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e dei sacerdoti; e regneranno sulla terra".

un popolo che Dio s'è acquistato

letteralmente "un popolo per acquisto" cioè un popolo che appartiene a Dio in modo speciale. Israele, Dio se l'era acquistato come proprietà particolare liberandolo dalla servitù d'Egitto e colmandolo di privilegi Isaia 43:21; Esodo 20:2; 19:5. Il popolo di Dio sotto il nuovo Patto è stato comperato a prezzo di sangue 1Corinzi 6:20; Atti 20:28 ove Paolo esorta gli anziani a pascer la "chiesa di Dio ch'egli ha acquistata col proprio sangue".

affinchè proclamiate le virtù di Colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua maravigliosa luce.

I privilegi ricevuti sono inseparabili dalla missione e dal dovere di annunziare agli altri colle parole e con la vita tutta, le virtù di Dio. Con questo termine non sono indicate soltanto le qualità morali, (Cf. Filippesi 4:8; 2Pietro 1:3-5) ma ancora le perfezioni tutte di Dio, e in modo speciale quelle che risplendono nella più straordinaria delle opere di Dio: nella redenzione cioè d'un mondo peccatore la sua misericordia, la sua sapienza, la sua giustizia, la sua potenza, tutte le "cose grandi di Dio". I redenti sono stati da Lui, con un appello efficace, chiamati dalle tenebre, cioè dall'errore, dall'ignoranza, dal peccato e dallo stato d'infelicità in cui si trovavano, alla sua maravigliosa luce cioè alla conoscenza della verità, alla pace del perdono, alla santità, alla gioia della speranza gloriosa. Parlando dei pagani Paolo dice che hanno "l'intelligenza ottenebrata", che sono "estranei alla vita di Dio a motivo dell'ignoranza che è in loro..."; mentre dice dei credenti che sono "figli della luce", anzi che "sono luce nel Signore". Per dovere di ubbidienza alla volontà di Dio, per dovere di riconoscenza verso di Lui, e di carità verso i loro simili brancolanti ancora nelle tenebre, i cristiani devono proclamare la gloria di Colui che li ha salvati. All'indemoniato guarito Gesù diede quest'ordine: "Torna a casa tua e racconta le grandi cose che Iddio ha fatte per te" Luca 8:39. "Così risplenda la vostra luce nel cospetto degli uomini affinchè veggano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli" Matteo 5:16. Sotto altra forma e con parole tolte da Osea 1:9; 2:23, Pietro esprime ancora una volta il contrasto esistente tra lo stato in cui erano i lettori prima d'essere uniti a Cristo e quello in cui si trovano attualmente.

10 voi che già non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio,

Essi appartenevano sì a gruppi etnici diversi cui erano uniti da legami di razza, di interessi, di lingua, di costituzione politica; ma dal punto di vista religioso e spirituale, essi erano unità disperse, come pecore senza pastore, senza unità profonda, senza legame permanente e vitale. Ora, uniti tutti in Cristo, essi formano, al di sopra dei raggruppamenti terreni e transitori, una grande unità permeata da una medesima vita, da una medesima fede e speranza, da uno stesso amore: sono il popolo di Dio. Le espressioni si spiegano meglio se rivolte a lettori in buona parte usciti dal paganesimo. Cfr. Romani 9:25.

voi che non avevate ottenuto misericordia

ed eravate per conseguenza sotto sentenza di condannazione per i vostri peccati,

ma ora avete ottenuto misericordia

mediante la fede in Cristo. Nel profeta Osea la prima espressione (Lo ruhamah) si applica al popolo d'Israele che vive nel peccato e non si è pentito. La seconda (Ruhamah) al popolo quando si pentirà e ritornerà al suo Dio. Ma di chiunque si tratti, esse esprimono sempre il più profondo contrasto che possa esistere tra creature umane, o tra due condizioni successive di una medesima creatura.

AMMAESTRAMENTI

1. Il brano 1Pietro 2:4-10 è, insieme col 1Pietro 5:1-4, notevole perchè vi si parla della Chiesa di Cristo, del suo fondamento, dei suoi componenti, dei suoi privilegi e della sua missione; è notevole perchè quest'insegnamento è uscito dalla penna dell'apostolo al quale, il cattolicismo romano, o papismo che si dica, ha attribuito un primato di giurisdizione sugli apostoli e su tutta quanta la Chiesa, primato che si estenderebbe ai suoi successori sulla cattedra detta di S. Pietro. Il passo è notevole per l'assoluto silenzio che serba su cotesto preteso primato ed è notevole per un altro verso, a motivo di quel che dice esplicitamente intorno al sacerdozio dei credenti tutti.

Che a Pietro sia stato concesso dal Signore un primato d'onore (primus inter pares) in quanto che il Signor Gesù si è servito di lui per fondar la sua Chiesa fra i Giudei e fra i Gentili, è cosa evidente dalla promessa fattagli Matteo 16:18 e dalla narrazione di Luca negli Atti Atti 2; 10. Ma circa l'importanza molto relativa di quel privilegio, è da notare che uno solo tra i Vangeli, quello di Matteo destinato ai Giudeo-cristiani, mentova la promessa di Gesù a Pietro, mentre i tre altri, e con essi tutti gli scritti del N.T., tacciono in proposito. E quanto al primato di giurisdizione, ignorato completamente dalla Chiesa dei tre o quattro primi secoli, non solo tacciono gli scritti del N.T., ma contengono dichiarazioni e fatti che sono la negazione del "papismo" dell'apostolo Pietro. Egli stesso nella sua I Ep. si chiama "apostolo di Gesù Cristo", "anziano cogli anziani e testimone delle sofferenze di Cristo" e, nella II Ep., "testimone oculare della maestà di Cristo"; ma non scrive una parola che accenni lontanamente ad alcun primato.

Nel campo più strettamente dottrinale, Pietro proclama che tutti i credenti, nella loro unione con Cristo, formano un "sacerdozio santo", che ha il privilegio di offrire a Dio dei sacrifizi spirituali, senza bisogno d'altra mediazione che quella celeste di Cristo, "l'unico Mediatore tra Dio e gli uomini". Ora è chiaro che il sacerdozio universale dei cristiani esclude qualsiasi casta sacerdotale in seno alla Chiesa. Pietro riconosce bensì come necessario il ministerio degli "anziani" chiamati a "pascere il gregge di Dio" a loro affidato; ma si guarda bene, come d'altronde fanno tutti i libri del N.T., di dare ai ministri della Parola il titolo di "sacerdoti" e di assegnar loro funzioni sacerdotali diverse da quelle di tutti i fedeli. Il "sacerdozio" dei preti si fonda sulla pretesa di rinnovare nella messa il sacrifizio di Cristo offerto una volta per sempre; e questo preteso sacrifizio si connette strettamente colla erronea dottrina della transustanziazione. Sia che taccia, sia che parli, Pietro condanna coloro che più si sono valsi del suo nome per giustificare delle ambizioni mondane.

2. Ciascuna delle affermazioni dell'apostolo relative alla Chiesa deve dar luogo a serie riflessioni per parte di chiunque professa d'essere cristiano.

La Chiesa si compone di tutti coloro che si sono accostati a Cristo per fondar la loro fede su lui, pietra vivente, posta da Dio alla base dell'edificio. La mia fede e la mia speranza poggiano esse veramente sopra Cristo, datore della vita eterna, e mi sono io accostato e mi accosto io del continuo a lui personalmente?

La chiesa è una casa spirituale, un organismo vivente, formato dall'unione stretta di pietre viventi. Sono io una pietra vivente della vera vita? Sento io la solidarietà che deve unire le anime nella società cristiana talchè si sostengano a vicenda e siano come un cuore ed un'anima sola? La Chiesa dell'oggi è ella una "casa di Dio" e sono io ad ogni modo un tempio dello Spirito?

I credenti formano un, sacerdozio santo. Sento io la grandezza del privilegio di accostarmi liberamente al trono di Dio in virtù della mediazione di Cristo e sono io veramente consacrato all'Eterno e separato dal male? Offro io quei sacrifici spirituali che sono la lode, i rendimenti di grazie a Dio. le supplicazioni, l'amor filiale, l'ubbidienza, la pazienza, l'attività nel servire, la liberalità nel dare? La Chiesa è il popolo che Dio si è acquistato, redimendolo; il popolo verso il quale ha spiegato la sua misericordia onde proclami al mondo le perfezioni divine. Rendo io testimonianza colle mie parole e colla mia vita di quel che Dio è stato ed è per me, indegno della sua bontà?

3. L'incontro con Cristo segna nella storia d'un'anima la crisi più profonda e più decisiva. Un tale incontro potè essere personale e visibile quando Cristo era sulla terra. Esso avviene ora di solito quando una persona ode o legge il messaggio evangelico della salvezza in Cristo. Essa allora ubbidisce alla chiamata divina o disubbidisce; si accosta a Cristo o se ne allontana; crede o resta incredula; vede in Cristo il mezzo preordinato da Dio per la salvezza, la pietra angolare e vivente su cui fonda la sua fede, ovvero lo considera come un semplice uomo, un esaltato, fors'anche un impostore e lo trascura o lo respinge.

La fede avvierà il credente sulla via della luce, della santità, della felicità. L'incredulità accelererà la ruina morale e spirituale di chi ha preferito le tenebre alla luce, perchè non volle abbandonar le sue opere malvagie. L'aver incontrato il Salvatore sulla sua via e l'averlo respinto, sarà la più grave colpa che peserà su quella coscienza, quella che cagionerà la sua rovina. Non è in poter dell'uomo di eludere le leggi della giustizia di Dio, nè di sovvertire i suoi disegni. Se tenta di farlo, lo fa a suo danno.

11 

SECONDA PARTE

1Pietro 2:11-4:6

LA CONDOTTA DEI CRISTIANI DI FRONTE AL MONDO

I cristiani sono stati da Dio rigenerati ad una gloriosa speranza, sono stati rigenerati per mezzo della Parola di Dio, coll'essere uniti a Cristo per fede. Devono vivere una vita sempre più rigogliosa di speranza, di santità, di pio timore, di amor fraterno, affin di glorificare l'Iddio che li ha chiamati a far parte del suo popolo. Ma questa vita nuova ha da manifestarsi all'esterno e deve esplicarsi non fuori del mondo (Io non ti chiedo, disse Gesù, che tu li tolga dal mondo), ma nel mondo stesso come lo trovano; colle sue istituzioni civili, famigliari, sociali, in mezzo ad una società a loro ostile, e talvolta persecutrice. L'apostolo quindi, in una prima breve sezione 1Pietro 2:11-12, traccia in modo generale il dovere del pellegrino cristiano di fronte al mondo pagano che lo circonda. In una seconda sezione 1Pietro 2:13-17, traccia il dovere dei cristiani verso le autorità. In una terza 1Pietro 2:18-25, dice del dovere dei domestici. In una quarta sezione, parla dei doveri dei coniugi cristiani 1Pietro 3:1-7. In una quinta 1Pietro 3:8-13, discorre del dovere verso i fratelli e in genere verso il prossimo. In una sesta sezione 1Pietro 3:14-4:6 traccia la condotta che i cristiani devono tenere in caso di persecuzioni, con speciale riferenza alle sofferenze del Cristo.

Sezione Prima. 1Pietro 2:11-12. I CRISTIANI, QUALI PELLEGRINI NEL MONDO, DEVONO ASTENERSI DALLE CONCUPISCENZE CARNALI ED ONORAR L'EVANGELO DAVANTI AI PAGANI, COLLA LORO BUONA CONDOTTA

L'esortazione contenuta in 1Pietro 2:11-12 ha carattere generale e serve come d'introduzione a quelle più speciali che seguono. Pietro descrive qui la condotta cristiana di fronte al mondo sotto un duplice aspetto: negativo l'uno e positivo l'altro. Sotto il suo aspetto negativo essa consiste nell'astenersi calle concupiscenze carnali; sotto l'aspetto positivo consiste nel praticare il bene.

Diletti io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dalle carnali concupiscenze che guerreggiano contro l'anima

L'apostrofe diletti in cui Pietro trasfonde il suo amore cristiano di pastore e di cui usa di rado, mostra ch'egli principia qui una nuova serie di esortazioni. Le carnali concupiscenze son quelle che hanno la loro sede nella carne, ossia nel corpo, o, come dicono Giacomo e Paolo, nelle membra Giacomo 4:1; Romani 7:23; esse procedono dalla natura corrotta dell'uomo ch'è chiamata pure nel N.T. "la carne". Perciò in molti passi le "opere della carne" sono non soltanto la fornicazione, l'impurità, la dissolutezza, ma anche l'idolatria, le inimicizie, le invidie, le divisioni Galati 5:19-21. Le concupiscenze carnali a cui s'abbandonava il mondo pagano, a segno di accogliere, fra i riti sacri, delle pratiche dissolute, sono spesso mentovate come caratteristiche della degradazione morale del paganesimo (Cf. Romani 1:18-31; Efesini 2:3; 2Pietro 2:18). Pietro stesso, in 1Pietro 4:3, quasi ad indicare che non i pagani soltanto n'erano schiavi, le chiama "le concupiscenze degli uomini" ed aggiunge, a meglio precisare il suo pensiero: "Basta l'aver dato il vostro passato a fare la volontà dei Gentili col viver nelle lascivie, nelle concupiscenze, nelle ubriachezze, nelle gozzoviglie, negli sbevazzamenti e nelle nefande idolatrie". Cfr. 1Pietro 1:14. Dalle concupiscenze carnali devono astenersi o tenersi lontani in atti e in pensieri; e l'apostolo accenna a due motivi che li devono spingere a questo. Esse guerreggiano contro l'anima, cioè contro l'elemento spirituale nell'uomo, contrapposto all'elemento corporale; esse, col concentrare le aspirazioni dell'uomo sul soddisfacimento degli istinti sensuali e grossolani, soffocano le aspirazioni superiori e impediscono lo sviluppo della vita spirituale dov'è cominciata. In questa lotta interna, il darsi vinti alle concupiscenze, è un condannar alla perdizione la propria anima. L'altro motivo dell'astenersi sta nel fatto che i credenti sono forestieri e pellegrini nel mondo che non è la loro dimora definitiva, la loro patria. Essi vi soggiornano, vi sono come di passaggio, quindi non devono "amare il mondo nè le cose che sono nel mondo", nè devono "conformarsi al presente secolo", ma "aver l'animo alle cose di sopra", aspirare alla patria migliore ove saranno appagate appieno le più pure e sante aspirazioni dell'anima.

12 E poichè il male non si combatte efficacemente che colla pratica positiva del bene, Pietro aggiunge:

avendo una buona condotta fra i Gentili,

in mezzo ai quali vi trovate dispersi;

affinchè laddove sparlano di voi come di malfattori essi, per le vostre buone opere che avranno osservate, glorifichino Iddio nel giorno ch'Egli li visiterà.

La medesima parola greca significa buono e bello; quindi una buona condotta, è onesta ed anche bella. "Niente è bello se non ciò ch'è buono e quello ch'è perfettamente buono è anche perfettamente bello. La bellezza morale sorpassa tutti i generi di bellezza... La bellezza della vita del cristiano consiste nella sua conformità alla parola di Dio" (Leighton). A lungo, andare una buona condotta farà tacere le calunnie e potrà condurre a Dio i pagani. È difficile rendere alla lettera il greco εν ὡ, tradotto laddove. Significa qui in ciò per cui; confronta Romani 2:1; 14:22; ed anche 1Pietro 3:16. Il senso è che quella condotta cristiana stessa che, sulle prime, per via dei pregiudizi e dell'ignoranza dei pagani, dà loro occasione di sparlare dei cristiani, se questi vi perseverano, finirà col convincere i pagani, dietro una loro più accurata osservazione, ch'essa è veramente il risultato di un'azione divina santificante. L'apostolo allude varie volte nella sua epistola alle maldicenze pagane; così 1Pietro 2:15: "questa è la volontà di Dio, che facendo il bene, turiate la bocca all'ignoranza degli uomini stolti"; 1Pietro 3:16: "avendo buona coscienza; onde laddove sparlano di voi; siano svergognati quelli che calunniano la vostra buona condotta in Cristo"; 1Pietro 4:4,15. Suetonio chiama i cristiani "una genia d'uomini dati a una superstizione nuova e malefica"; Tacito li dice "odiati dal popolo per i loro delitti". Per coscienza, essi dovevano astenersi da certi usi pagani e il popolo li chiamava dei senza legge o dei trasgressori delle leggi; essi tenevano le loro adunanze in case private e più spesso di notte ed erano sospettati di commettere degli atti nefandi; si professavano stranieri nei mondo, anelanti verso una patria migliore, ed erano accusati di odiare il genere umano. Questi giudizi malevoli, frutto d'ignoranza, di leggerezza o di malafede pronta sempre ad attribuire a cattivi moventi gli atti dei cristiani, non dovevano scoraggiarli dal perseverar nel bene. I pagani di retta coscienza, quando avrebbero osservato più a lungo e più da vicino ( εποπτευοντες) le opere buone dei credenti e si sarebbero persuasi ch'essi ubbidivano ai più santi moventi, finirebbero col dar gloria a Dio, riconoscendo la potenza trasformatrice del Vangelo. Cfr. Matteo 5:16. Ciò avverrebbe, dice Pietro, nel giorno della visitazione; espressione tolta dall'A.T. Isaia 10:33 e ch'è stata intesa, dagli uni, del tempo in cui Dio verrebbe a loro colla potenza del suo Spirito per convertirli Cfr. Luca 19:44; dagli altri, del tempo in cui sarebbero visitati dalle prove e dalle calamità e quindi meglio disposti a giudicar rettamente della condotta dei cristiani.

13 Sezione seconda. 1Pietro 2:13-17. IL DOVERE DEI CRISTIANI VERSO LE AUTORITÀ

Dopo aver prescritto ai cristiani di tenere una buona condotta fra i Gentili, Pietro viene specificando i doveri rispondenti alle varie situazioni in cui possono trovarsi i lettori; e principia col loro dovere di sudditi verso le autorità dello Stato.

Siate soggetti, per amor del Signore, ad ogni autorità creata dagli uomini

Dice letteralmente ad ogni creazione umana; però, va notato che mentre nella Scrittura la parola Ktisis ( κτισις) significa ora l'atto del creare Romani 1:20, ora l'insieme delle cose create, la creazione Romani 8:16-21, o ancora una creatura Romani 8:39, negli autori greci significa di solito "fondazione", "istituzione" ed in questo senso è adoperata qui dall'apostolo. Le autorità sono creazione o istituzione umana in quanto la forma del reggimento civile, repubblicana o monarchica, è scelta dagli uomini e i rappresentanti dell'autorità sono designati, riconosciuti ed insediati dagli uomini. È questo il lato umano nella istituzione delle autorità civili; il lato divino è posto in rilievo da S. Paolo quando dice in Romani 13 che "non v'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono ordinate da Dio, talchè chi resiste all'autorità, si oppone all'ordine di Dio", e chiama il magistrato un "ministro di Dio". Dio vuole l'ordine nella società umana onde siano tutelati i diritti e la libertà di tutti; spetta agli uomini scegliersi i mezzi più atti a tradurre in atto la volontà divina. La formula "per grazia di Dio e per volontà della nazione re d'Italia" è dunque suscettibile d'una interpretazione cristiana. Al dovere essenziale della sottomissione Pietro dà il motivo più elevato che esista per un cristiano: per amor del Signore: letteralmente "a motivo del Signore" o in considerazione di Lui e s'intende del Signor Gesù. Ci sono dei motivi inferiori, per es. la paura della punizione Romani 13:2-5, l'interessa che ha ciascuno a che l'ordine sia mantenuto, l'anarchia essendo il peggior dei mali; ma il motivo più alto dell'ubbidienza sta nella considerazione che uno compie in tal modo la volontà del Signore e serve gl'interessi della causa di lui nel inondo, non esponendo al biasimo l'evangelo. Il Signor Gesù avea ordinato di rendere a Cesare quel ch'era di Cesare e ne avea dato egli stesso l'esempio. Non era inopportuno il fare appello a un tal motivo in un tempo in cui le autorità superiori eran rappresentate da uomini non fallibili soltanto, come sono tutti, ma addirittura scellerati qual'era l'imperatore Nerone, allora sul trono (52-68).

al re come al Sovrano

cioè come a colui che sta sopra a tutte le altre autorità. I Greci chiamavano re l'imperatore romano o il Cesare.

14 ai governatori come mandati da lui per punire i malfattori e per dar lode a quelli che fanno il bene.

I governatori erano i capi delle provincie, mandati dall'imperatore. Eran provincie romane le varie regioni abitate dai lettori. Nell'indicare la missione affidata ai governatori, l'apostolo accenna ad uno dei motivi di sottomettersi alle autorità. Infatti è usa missione moralmente buona ed altamente utile alla società quella di punire i malfattori e dar lode cioè incoraggiare, sostenere, difendere, premiare, quelli che fanno il bene. Nella pratica una tal missione sarà spesso imperfettamente o malamente adempiuta dai rappresentanti dell'autorità; ma le imperfezioni non giustificano la disubbidienza, sopratutto là dove esistono mezzi legali per richiamare le autorità al dover loro. Dove non son puniti i malfattori cessa d'esistere lo Stato.

15 Poichè questa è la volontà di Dio: che facendo il bene, turiate la bocca all'ignoranza degli uomini stolti;

L'adempimento leale dei loro doveri di cittadini è mezzo efficace di far tacere le calunnie lanciate contro i cristiani da uomini ignoranti e stolti che, non conoscendo i principii del cristianesimo, e considerando la religione come cosa esterna in cui non ha che vedere la coscienza, accusano i cristiani d'esser ribelli allo Stato perchè non praticano la religione dell'Imperatore e della maggioranza. Così, in Tessalonica, i Giudei accusano Paolo ed i suoi compagni "di far contro agli statuti di Cesare dicendo che c'è un altro re, Gesù". È volontà di Dio che i credenti chiudano la bocca, come si fa colla museruola ( φιμουν) ai calunniatori, col fare il bene, cioè coll'ubbidire in tutte le cose che son di competenza dell'autorità. Quando l'autorità terrena invadesse il campo della coscienza ed esigesse cosa contraria al "bene", cioè alla legge suprema di Dio, allora soltanto sarebbe legittima, anzi doverosa la disubbidienza, poichè, come Pietro stesso ebbe a dichiarare davanti al Sinedrio, "Meglio è ubbidire a Dio che agli uomini" Atti 4:19; 5:29.

16 come liberi, ma non usando già della libertà qual manto che copra la malizia, ma come servi di Dio.

Il praticare il dovere dell'ubbidienza alle autorità, anche se pagane o mal disposte, non sopprime l'alto privilegio della libertà spirituale procurata ai redenti dal Cristo. Riscattati da lui, fatti figliuoli di Dio, essi sono liberi di fronte alla legge mosaica, liberi di fronte agli uomini ed alle loro imposizioni; ma il fare della libertà cristiana un pretesto per darsi al male, un manto per nasconder la malizia, sarebbe un abusare empiamente d'un prezioso dono di Dio. Deo servire, libertas, poichè non c'è peggior schiavitù di quella del peccato; perciò dice Paolo in Romani 6:22: "Essendo stati affrancati dal peccato e fatti servi a Dio, voi avete per frutto la vostra santificazione e per fine la vita eterna". Ai Galati che i giudaizzanti cercavano di ricollocare sotto il giogo della legge, Paolo avea rivolto una lettera in cui esalta la libertà dei redenti, ma non senza premunirli contro l'abuso di essa. "Fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un'occasione alla carne, ma per mezzo dell'amore, servite gli uni agli altri" Galati 5:1,13. Pietro stesso in 2Pietro 2:2,19-20 parlando di gente che "rinnega il Signore che li ha riscattati" e "a cagion dei quali la via della verità è diffamata" dice che "prometton la libertà" cioè spingono ad abusare della libertà, "mentre essi stessi sono schiavi della corruzione".

17 La libertà cristiana non esenta alcuno dall'ubbidire ai doveri che l'apostolo formula nei quattro precetti scultorii che seguono:

Onorate tutti

gli uomini, come uomini, ch'è quanto dire creature di Dio, vostri simili, dotati tutti, sebbene in grado diverso, di belle facoltà e qualità, suscettibili tutti di diventare vostri fratelli in Colui che li ha amati fino a dar se stesso per la loro salvezza. Quindi non disprezzate alcuno per orgoglio, ma rendete ad ognuno, in parole ed in atti, l'onore che gli è dovuto. Il rispetto della persona umana fa parte dell'amor del prossimo.

Amate la fratellanza.

Ai vostri fratelli vi uniscono legami particolari, giacche appartenete alla stessa famiglia spirituale che invoca Dio come suo Padre, Gesù Cristo come suo Redentore, lo Spirito come Consolatore. I vostri fratelli godono degli stessi privilegi vostri, fanno le medesime esperienze, sostengono le stesse lotte e tribolazioni, anelano alla stessa patria celeste che tutti li riunirà.

Temete Iddio.

In 1Pietro 1:17 l'apostolo ha di già esortato i suoi lettori a "condursi con timore" e ripete qui il precetto con parole che ricordano Proverbi 24:21. "Ecco, esclama Giobbe, temere il Signore, questa, è la sapienza" Giobbe 28:28. L'umile e filiale timor di Dio è inseparabile dall'amore fiducioso che unisce il figliuol di Dio al suo Padre. Cfr. Ebrei 12:28-29.

Onorate il re

non come uomo soltanto, ma come il rappresentante più elevato dell'autorità civile, e per onorar lui ubbidite alle autorità inferiori da lui delegate. "Chi teme Dio, osserva Calvino, chi ama i propri fratelli e abbraccia con l'affetto che si conviene l'intero genere umano, non mancherà di onorare anche il re".

AMMAESTRAMENTI

1. "Dalla prima pagina all'ultima, la Bibbia non propone i più profondi misteri di pietà se non circondati di verità morali che ne derivano naturalmente come un limpido ruscello da una pura sorgente. Così fa il nostro Apostolo e i ministri della Parola dovrebbero predicare secondo questo modello. Esortare l'uomo ad una vita santa, presentargliene i doveri, senza istruirlo delle verità della fede, senza condurlo a Gesù, è un fabbricare una casa priva di fondamenta. Dall'altro canto, insegnare le verità della salvezza senza spingersi fino alle conseguenze pratiche, senza ricavarne l'energia della pietà, è come un dimenticar d'innalzar l'edifizio sul fondamento già posto" (Leighton). Pietro, come Paolo in parecchi passi delle sue epistole, entra nel vivo delle questioni morali che si presentavano ai credenti del tempo, applicando ad ogni situazione i grandi principii cristiani, con la sapienza che gli veniva dall'alto.

2. Gli uomini pii devono aspettarsi di veder mal compresa e mal giudicata la loro condotta. Fanno bene a dissipar colle loro parole i pregiudizi, a difender cogli scritti la loro dottrina e la loro morale; ma la loro miglior difesa non sta nella lingua o nella penna, bensì nelle opere loro, nei fatti. Le opere valgon meglio delle parole, gli occhi che vedono valgon più delle orecchie che sentono, per convincere i non credenti. Eppoi, una osservazione accurata che dissipi errori e calunnie richiede tempo; da ciò la necessità di una paziente perseveranza nel praticare il bene. La vita cristiana quotidiana di chi professa l'Evangelo è la migliore apologetica ed il mezzo più efficace di evangelizzazione. La storia antica e moderna della Chiesa ne somministra abbondanti prove.

3. Mentre è volontà di Dio che la società umana sia governata con ordine e secondo i principi eterni della giustizia, la forma del governo e la scelta di coloro che lo rappresentano son lasciate agli uomini. Ciò costituisce un privilegio, ma in pari tempo una responsabilità per ogni cittadino e crea dei doveri positivi non solo agli elettori cristiani, ma ad ogni membro della convivenza sociale.

La missione di chi è incaricato di governare, o comunque di esercitare un'autorità, si riassume in questo: servire al bene degli amministrati, non al proprio interesse, non alla propria vanità, nè alle proprie passioni. Converrà perciò, con occhio imparziale, scoprire ed incoraggiare chi fa il bene; converrà altresì opporsi a coloro che fanno il male ed anche punirli. Salvo però i casi estremi, la punizione, mentre farà sentire le amare conseguenze del male, dovrà pur non perder di vista il rialzamento dei colpevoli.

Quanto ai cittadini cristiani, il loro primo ed essenziale dovere è l'ubbidire alle leggi ed alle autorità che le applicano, salvo soltanto il caso in cui le leggi o gli ordini dell'autorità siano contrari alla esplicita volontà di Dio. Al giorno d'oggi, quei casi saranno rari e, anche allora, il cristiano non dovrà dipartirsi dal rispetto dovuto a chi rappresenta l'ordine sociale, nè trascurare d'implorar la sapienza dall'alto che lo guidi per la via in cui potrà glorificare il suo Signore davanti agli uomini. Essi non possono veder nulla della sua vita interiore; giudicano da quel che cade sotto i loro occhi.

4. Ogni sorta di libertà può esser, fraintesa e dar luogo ad abusi per parte di uomini dal cuore non rinnovato. Così è avvenuto anche della più alta delle libertà: quella procurata da Cristo ai suoi redenti. Ricordi quindi sempre il figliuol di Dio che s'egli è libero di fronte agli uomini, egli ha Cristo per Signore, che se Dio è il suo Padre egli deve a lui un pio timore.

18 Sezione Terza. 1Pietro 2:18-25. IL DOVERE DEI DOMESTICI

Dal campo dei doveri cittadini, l'apostolo passa a quelli della famiglia cominciando dai doveri dei domestici.

Domestici, siate con ogni timore soggetti ai vostri padroni.

Il termine domestico ( οικετης) comprende tutti quelli che fanno parte della famiglia o della casa (domus); include quindi oltre agli schiavi propriamente detti ( δουλοι) anche i liberti che volontariamente restavano al servizio dei loro padroni; è ad ogni modo un termine meno umiliante di quello di "schiavi" ch'era in modo particolare ostico ai Giudei. Nei passi paralleli delle Epistole di Paolo, è adoperato il termine usuale di servo o schiavo e una volta perfino l'espressione "coloro che sono sotto il giogo della servitù" 1Timoteo 6:1; 1Corinzi 7:21-24; Efesini 6:5-8; Colossesi 3:22-25; Tito 2:9-10. L'esser tutti gli uomini uguali dinanzi a Dio, l'essere il cristiano un affrancato di Cristo, un figliuol di Dio, poteva ingenerare in alcuni l'idea che non dovessero più esser soggetti ad altri uomini, fossero essi "fratelli" o fossero estranei alla fede. Perciò Pietro, al par di Paolo, inculca il dovere della sottomissione "con ogni timore", cioè non solo col rispetto dovuto ai superiori, ma col timore di trasgredire i loro ordini. Paolo svolge il dovere della sottomissione ai padroni in questo modo: compiacerli in ogni cosa, non contraddirli, non frodarli, mostrar sempre lealtà perfetta, non servirli soltanto sotto ai loro occhi ma con semplicità di cuore, con benevolenza. Pietro aggiunge:

non solo ai buoni e moderati ma anche a quelli che son difficili.

I moderati sono quelli che non guardano soltanto ai loro diritti, ma sanno esser cedevoli quando l'esigono ragioni di equità e di umanità. I difficili son quelli dalle disposizioni perverse, dal carattere bisbetico, intrattabile, che sono sragionevoli e capricciosi nelle loro esigenze, ingiusti nel trattamento e duri fino alla crudeltà. Anche a quelli conviene ubbidire, sebbene l'ubbidienza sia, in quei casi, tanto più difficile e la situazione tanto più penosa.

19 Poichè questo è accettevole: se alcuno, per motivo di coscienza davanti a Dio, sopporta afflizioni, patendo ingiustamente.

Paolo dà come motivi di sottomissione l'esser questo il voler di Dio "facendo il voler di Dio d'animo" e l'esser questo un mezzo di "onorar la dottrina di Dio nostro Salvatore". Pietro ha espresso idee analoghe in 1Pietro 2:12,15 parlando della buona condotta da tenere fra i Gentili e in ispecie della sottomissione alle autorità. Qui, mirando a confortare i domestici che sono esposti a mali trattamenti per parte di cattivi padroni, egli dichiara che chi sopporta con pazienza dei patimenti ingiusti per motivo di coscienza, fa cosa grata a Dio. Dice letteralmente: questo è grazia, e l'espressione è stata intesa in guise diverse: questo è un risultato della grazia di Dio operante "nel credente", ovvero: "questa è un'opera super erogatoria" (Lyra); ma siccome in 1Pietro 2:20 dice in modo più completo: "questo è grazia presso a Dio", il senso non può essere che questo: "è cosa grata, accettevole a Dio, degna di approvazione, di lode, di ricompensa agli occhi suoi". Più sotto dirà: "Che vanto c'è se...". In Luca 6:32-34 si legge un'espressione simile: "qual grazia ve ne viene", che nel passo parallelo di Matteo 5:46 è resa: "qual premio ne avete?" Confr. Luca 17:9. Per l'idea cfr. 1Timoteo 2:3; Colossesi 3:20. Il greco δια συνειδησιν θ. (per la coscienza di Dio) non significa: "per la conoscenza che Dio ha delle azioni d'ognuno", ma torna a dire: "in considerazione di Dio, perchè nella coscienza è sempre presente il pensiero di Dio, della sua volontà, della sua gloria, dell'onore del suo Evangelo". Le afflizioni sono qui le molestie, i cattivi trattamenti immeritati e su quest'ultimo carattere insiste l'apostolo.

20 Infatti, che vanto c'è se peccando

di fronte alla legge di Dio, col mancare ai vostri doveri di servi di fronte ai padroni,

ed essendo malmenati,

letteralmente schiaffeggiati o bastonati, come avveniva comunemente agli schiavi,

voi lo sopportate pazientemente?

Non c'è in questo nulla, che meriti lode speciale;

Ma se facendo il bene, eppur patendo, voi lo sopportate pazientemente, questa è cosa grata a Dio

perchè lo fate per amor di Lui e facendolo onorate il vangelo.

21 Perchè a questo siete stati chiamati; poichè anche Cristo ha patito per voi lasciandovi un esempio, onde seguiate le sue orme.

Fare il bene e sopportare i mali che ci possono, capitare facendolo, sono cose incluse nella vocazione cristiana qual'è tracciata dall'esempio di Cristo. Egli stesso non ha nascosto ai suoi discepoli le tribolazioni alle quali si esponevano col seguirlo. Essi non dovevano aspettarsi a una vita di godimenti in un mondo ove il loro Signore è stato crocifisso. "Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi seguiti" Luca 9:23. "Il servitore non è da più del suo signore". Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi... Nel mondo avrete tribolazione; ma fatevi animo, io ho vinto il mondo Giovanni 15:20; 16:33. Sono chiamati a soffrire; ma anche Cristo ha sofferto, son chiamati a soffrire per amor di Cristo, ma anche Cristo, l'innocente e il santo, ha sofferto per loro, come dirà più innanzi, ed ha così lasciato ad essi un esempio, letteralmente un modello come quelli che si danno a copiare agli scolari, ond'essi seguano le sue pedate. Cristo ha patito nel corpo e nell'anima, patito più di quello che mente umana possa comprendere; ed essi son chiamati a patire.

22 Cristo ha patito sebbene non avesse commesso male alcuno nè in atti nè in parole:

egli che non commise peccato, e nella cui bocca non fu trovata alcuna frode,

com'è detto del Servo dell'Eterno in Isaia 53:9 da cui Pietro toglie in questi versetti molte espressioni. I cristiani devono seguir le sue orme vivendo in modo che, se pur soffrono, le loro sofferenze non siano cagionate dai loro peccati, ma siano quelle d'uomini innocenti in atti ed in parole.

23 Cristo ha patito ma con perfetta pazienza,

egli che oltraggiato non rendeva oltraggi, che soffrendo non minacciava, ma si rimetteva nelle mani di Colui che giudica giustamente.

I Vangeli riferiscono molti esempi di parole oltraggiose, calunniose lanciate dai nemici contro il Cristo. Fu accusato di violazione del sabato, di bestemmia, d'impostura, di seduzione delle moltitudini, di connivenza col demonio, di ribellione all'imperatore, ecc.; ma non rispose agli oltraggi coll'oltraggio, bensì colle buone ragioni. I Vangeli ci narrano, specialmente nei loro ultimi capitoli, le sofferenze inflitte a Gesù per parte del discepolo traditore, dei sacerdoti invidiosi, seguiti dalla folla, del governatore pauroso e ingiusto; ma non accennano ad alcuna minaccia per parte di Cristo. Piange sulla sorte di Gerusalemme, proibisce ai suoi l'uso delle armi in sua difesa, tace dinanzi ad accuse fatte in malafede, risponde con calma a chi lo percuote, prega per chi lo crocifigge. Eppure, chi più di lui avrebbe avuto il diritto di minacciare e il potere di eseguire le minacce? È quello l'esempio di pazienza che i suoi discepoli son chiamati ad imitare, rimettendo se stessi e la loro causa nelle mani di Dio, il giusto giudice. Cfr. Romani 12:14,17-21. Tuttavia, l'offrire un esempio di pazienza ai cristiani tribolati non è l'unico e neanche il principale fine delle sofferenze di Cristo. Il fine essenziale di esse è quello d'affrancarci dal male e di farci vivere per il bene, e in questo sta il più potente motivo per i domestici di compiere il loro dovere anche quando implichi dei mali trattamenti da sopportare.

24 egli che ha portato egli stesso i nostri peccati, nel suo corpo, sul legno, affinchè, morti al peccato, vivessimo per la giustizia.

In 1Pietro 2:21, avea detto soltanto: "Cristo ha sofferto", qui egli dice più esplicitamente che le sofferenze di Cristo sono giunte fino alla morte violenta di lui, fino alla morte infamante sul legno della croce, supplizio riservato ai traditori ed agli schiavi. Paolo in Galati 3:13 alludendo alla croce dice: "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi" (poichè sta scritto: "Maledetto chiunque è appeso al legno" Deuteronomio 21:23. E Pietro stesso dice al Sinedrio "Dio ha risuscitato Gesù che voi uccideste appendendolo al legno" (Atti 5:30 e cfr. Atti 10:39; 13:29). Avea detto in 1Pietro 1:21 "ha sofferto per noi". Qui, servendosi di Isaia 53:12, egli dice più esplicitamente: ha portato egli stesso ch'era innocente i nostri peccati, nel suo corpo, sul legno. Sulle vittime che si offrivano in sacrifizio per l'espiazione dei peccati, i colpevoli, individui o popolo, ponevano con atto simbolico le loro colpe e la vittima le portava fin sull'altare ov'era sparso il suo sangue. Cristo ha volontariamente preso su di sè la pena del peccato umano e l'ha espiata colla sua morte ignominiosa sul legno al quale fu inchiodato il suo corpo. Alcuni interpreti hanno veduto nel verbo ανηνεγκεν (ha portato), oltre all'idea del portare qual vittima espiatoria, anche l'idea che il verbo riveste talvolta di offrire sull'altare, come facevano i sacerdoti; ma le parole d'Isaia: "egli stesso ha portato i peccati di molti" non sono suscettibili di tal senso, senza contare che il sacerdote offriva la vittima, non i peccati. Il fine della morte di Cristo non è quello soltanto di assicurare a chi si unisce a lui per fede, il perdono di Dio, bensì di sradicare dal cuore il peccato e di crearvi una vita nuova. In 1Pietro 3:18 dirà: "Cristo ha sofferto una volta per i peccati, egli giusto per gl'ingiusti, per condurci a Dio". "Uno solo morì per tutti, scrive a sua volta Paolo, quindi tutti morirono; ed egli morì per tutti, affinchè quelli che vivono non vivano più per loro stessi, ma per colui ch'è morto e risuscitato per loro" 2Corinzi 5:14-15. Il credere in Cristo qual Salvatore implica il pentirsi dei propri peccati, implica un darsi a lui che ci ha amati fino al sacrifizio, un appartenergli per fare la sua volontà. Secondo l'immagine di S. Paolo, il credere in Cristo implica un divenire una stessa cosa con lui per una morte somigliante alla sua e per una risurrezione a vita nuova (vedi Romani 6). Morire al peccato è un cessare dal commetterlo, un cessare d'amarlo, di compiacersi in cattivi pensieri, in affetti perversi, in azioni inique. Viver per la giustizia è viver per praticar il bene

e mediante le cui lividure siete stati sanati.

Isaia 53:5 porta: "per le sue lividure siamo stati sanati". Le lividure son le piaghe o le tracce livide prodotte dalle battiture. Gli schiavi ben conoscevano quei segni della brutalità dei padroni. Nel profeta Isaia e qui le lividure stanno a rappresentare tutte le sofferenze patite dal Cristo per la salvezza dei peccatori. Mediante i suoi patimenti, dice Pietro, siete stati sanati; sanati nella coscienza liberata dal rimorso mediante il perdono; sanati nel cuore e nella vita coll'essere affrancati dal peccato ch'è la peggiore delle malattie. La santificazione è inseparabile dalla giustificazione.

25 Poichè eravate erranti come pecore,

in Isaia 53:6: "tutti eravamo erranti come pecore" allontanatesi dal pastore, fuori della retta via, esposte a tutti i pericoli, condannate a perire miseramente;

ma ora siete tornati o: siete stati ricondotti, al Pastore e Vescovo delle anime vostre,

cioè a Cristo ch'è il buon pastore il quale, dopo aver dato la sua vita per le pecore, le chiama, le conduce al pascolo, prende amorevole cura di ognuna, le difende dai nemici, dà loro "la vita eterna", talchè "non periranno mai" e nessuno gliele potrà rapire Giovanni 10. Il termine vescovo significa sorvegliante, sovrintendente, ed equivale qui a quello di pastore, accentuando l'idea della vigilanza continua di Cristo sui suoi redenti allo scopo di provvedere al loro bene. Seguendo il buon Pastore nella via della giustizia, i domestici cristiani risponderanno all'alto fine in vista del quale Cristo sofferse per loro.

AMMAESTRAMENTI

1. Il cristianesimo non ha recato agli uomini un sistema di costituzione politica, nè un programma di riforme sociali ed economiche. Esso riconosce perciò le autorità politiche costituite di fatto in ogni paese e le istituzioni sociali esistenti, compresa la schiavitù. Ordina ai cittadini la sottomissione alle autorità e agli schiavi l'ubbidienza ai padroni, anche se cattivi. Quel che il cristianesimo reca è il grande annunzio della salvezza procurata ai peccatori, senza distinzione, mediante la morte del Cristo; è l'annunzio che chiunque si pente e crede ha parte ai beni della salvazione, sia egli schiavo o libero, giudeo o greco, uomo o donna. I credenti tutti sono ugualmente figliuoli di Dio, eredi con Cristo della vita eterna, e nella chiesa gli schiavi hanno il loro posto accanto ai padroni. Le verità ed i fatti che il cristianesimo depose in seno all'umanità antica come un lievito non dovevano nè potevano determinare una rivoluzione immediata nella società umana; ma erano destinati ad agire lentamente nei cuori e nelle menti, dissipando gradatamente vecchi errori e, per via di evoluzione. determinando il rinnovamento o il risanamento dei costumi, delle leggi e degli ordinamenti sociali e polirtici. Le rivoluzioni violente possono ottener risultati immediati anche buoni; ma questi sono un frutto immaturo di breve durata; mentre le riforme maturate lentamente nelle coscienze son durature. Sotto l'influsso dei principii cristiani la schiavitù, nella sua forma più ripugnante e barbara, è caduta; e le relazioni tra lavoranti e datori di lavoro, tra padroni e domestici, qualora lo spirito anticristiano di odio e di violenza non abbia il sopravvento, progrediscono nel senso del riconoscimento sempre più completo della dignità umana dell'operaio. La pratica coscienziosa del proprio dovere è la via tracciata da Dio all'operaio, al domestico, all'impiegato cristiano. La violenza potrà forse abbattere una tirannia coi suoi abusi, ma per sostituirvene una peggiore.

2. Soffrire ingiustamente, soffrire facendo il bene od anche perché si fa il proprio dovere, è cosa dura; tanto più dura per il cristiano che conosce la dignità cui lo ha innalzato, la grazia di Dio ed ha un senso più vivo di ciò ch'è giusto od ingiusto. Eppure non dobbiamo dimenticare che, nel mondo nemico di Dio, il discepolo di Cristo è chiamato a sopportare con pazienza delle accuse ingiuste, delle calunnie, degli odii immeritati, delle ingiurie, dei mali trattamenti e delle persecuzioni. Per non cedere allo scoramento venendo meno nella fede, per vincere i sentimenti di ribellione, di risentimento, di rancore, di vendetta, ricordiamo del continuo le tre parole di Pietro. "È cosa grata a Dio il patire ingiustamente per motivo di coscienza dinanzi a Lui"; "siamo chiamati come discepoli di Gesù a sopportare con pazienza i mali trattamenti come c'insegna l'esempio del nostro maestro e modello supremo"; "Cristo ha sofferto la morte della croce per espiare i nostri peccati e per affrancarci dal male e farci capaci di viver giustamente e piamente quaggiù". Del resto, a suo tempo, il giusto Giudice saprà dissipare ogni menzogna e far rifulgere l'innocenza di coloro che il mondo ha vilipesi.

3. La ragione umana che volentieri travisa le dottrine che non le vanno a genio, ha tacciato di assurda, di giudaica, di moralmente ripugnante ecc., la dottrina della sostituzione volontaria del giusto agli ingiusti affin di portar la pena dovuta ai loro peccati e render possibile il loro perdono ed il loro rinnovamento morale. E certo non si devono negare i iati misteriosi di questa dottrina; ma resta pur sempre vero ch'essa è insegnata dalla prima all'ultima pagina dei documenti della Rivelazione. La proclamano nel loro linguaggio simbolico i sacrifici ordinati dalla legge mosaica; la proclama la sublime visione profetica del Servo dell'Eterno che soffre e muore per i peccati del popolo Isaia 53; la proclama il Cristo nel suo insegnamento; la predicano i suoi apostoli tutti ed essa echeggia fin negli inni celesti dei riscattati. Essa sola può dare vera pace alle anime oppresse dal peso delle loro colpe, e accender nei cuori la fiamma di una vita nuova.

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