1Pietro 3

1 Sezione quarta. 1Pietro 3:1-7. DOVERI DEI CONIUGI CRISTIANI

Questa Sezione si connette strettamente alla precedente come l'indica il participio con cui essa pure comincia: "Voi mogli essendo soggette...", così come avea detto: "Voi domestici essendo. soggetti...". I participi dipendono dagli imperativi di 1Pietro 2:17: "Onorate tutti... temete Iddio" e questo mostratelo, voi, domestici, colla sottomissione dovuta ai padroni e parimente voi, mogli, colla sottomissione dovuta ai mariti.

Parimenti voi, mogli, siate soggette ai vostri mariti

Non siete nella situazione degli schiavi di fronte ai padroni, quindi la vostra sottomissione sarà dì carattere diverso, non servile, non forzata, anzi volenterosa e ispirata dall'amore, ma pure, nella famiglia, occupate una posizione subordinata e quindi, anche voi, dovete esser sottomesse, ciascuna al proprio marito ch'è il capo della famiglia. Sui doveri delle mogli e dei mariti abbiamo parecchi passi paralleli nelle Epp. di Paolo: Efesini 5:22-33; Colossesi 3:18-19; Tito 2:4; Cfr. 1Corinzi 11:2-16.

affinchè, se anche ve ne sono che non ubbidiscono alla Parola, siano guadagnati, senza parola, dalla condotta delle loro mogli, quand'avranno considerato la vostra condotta casta e rispettosa.

Nei casi ordinari la condotta rispettosa e casta delle mogli cristiane doveva giovare alla vita spirituale dei loro mariti, essi pure cristiani, ed onorar l'evangelo davanti al mondo; ma si davano dei casi più disgraziati e difficili in cui la moglie avendo udita la Parola di Dio l'aveva ricevuta con fede, mentre il marito pagano o giudeo, era rimasto refrattario, disubbidiente all'invito divino. In quei casi, la moglie cristiana, superiore al marito nella conoscenza della verità, entrata nella via tracciata da Dio mentre il marito era rimasto nella via del peccato, poteva credersi autorizzata a separarsi dal marito o quanto meno ad emanciparsi dal dovere della sottomissione pel fatto d'essere stata da Cristo chiamata alla libertà dei figli di Dio Cfr. 1Corinzi 7:10-16. Pietro non si sofferma ad inculcare il dovere delle mogli cristiane di restare coi mariti rimasti pagani; ma ricorda loro che una condotta rispettosa e pura è il miglior mezzo di guadagnare alla fede i mariti rimasti increduli. Essi saranno guadagnati a Cristo senza parola. Con questo, nota il Bonnet, "l'apostolo vuol dire che la moglie deve predicar colla sua condotta piuttosto che colle parole. È questa a sola predicazione efficace se il marito è tuttora opposto al Vangelo. Al contrario, il predicarlo, sopratutto quando la condotta della moglie non sia in piena armonia colle sue parole, è il mezzo più sicuro di allontanare sempre più il marito. Del resto sarebbe un fraintendere il savio consiglio dell'apostolo, se vi si vedesse la proibizione di qualsiasi seria testimonianza resa alla verità colle parole, allorchè Dio ne fornisca l'occasione. Pietro vuol dire solamente che la condotta sarà efficace anche senza l'aiuto della parola". I fatti son sempre più eloquenti delle parole e, come osserva un antico interprete "l'opera muta val meglio della parola non praticata". Essa lascia maggior tempo alla riflessione, mentre una troppo grande insistenza a parole può provocare dispute e liti.

2 Dice letteralmente: "quand'avranno considerato la vostra condotta pura in timore". La potranno considerare, cioè osservare attentamente di persona, in grazia delle intime e costanti relazioni della vita di famiglia. Una condotta pura e non soltanto esente da infedeltà coniugali, ma casta, non dominata dagli istinti inferiori, e in genere onesta e sincera; svolgentesi in timore cioè in un costante rispetto per il marito, nel timore di venir meno ai propri doveri. In Efesini 5:33 Paolo scrive "e la moglie rispetti (letteralmente tema) il marito". Altri hanno inteso l'espressione di Pietro del timor di offendere Dio; ma in quel naso lo scrittore l'avrebbe detto chiaramente. La Riveduta italiana rende bene il pensiero traducendo: "condotta casta e rispettosa".

3 Dal dovere della sottomissione ai mariti, Pietro passa al dovere relativo alla grande preoccupazione femminile dell'acconciatura colla quale molte mogli mirano a piacere al proprio marito affin di conservarsi l'affetto di lui, e la generalità delle donne mira a cattivarsi l'ammirazione della gente. L'acconciatura della donna cristiana dev'essere in armonia colla sua fede. Confronta il passo parallelo 1Timoteo 2:9-15.

Il vostro ornamento non sia l'esteriore che consiste nell'intrecciatura dei capelli, nel mettersi attorno dei gioielli d'oro, nell'indossar vesti sontuose.

È questa la più semplice costruzione della frase che comincia letteralmente con un: "delle quali sia non l'esteriore ornamento dell'intrecciatura... ma..." si sottintende delle quali l'ornamento sia, non quello...". Tre cose sono indicate come formanti l'ornamento o l'acconciatura esteriore, ossia del corpo: l'intrecciatura dei capelli studiata con arte raffinata dalle dame greche e romane, i gioielli d'oro che si mettevano intorno al capo sotto forma di reticelle, intorno alle braccia, alle dita, alle caviglie dei piedi ecc. Vedi Isaia 3:16-24 per una descrizione del lusso delle donne giudee; da ultimo le vesti sontuose e quindi costose. "La vanità femminile è inesauribile nell'inventare nuove forme e nuove mode" (Fronmüller). Certo l'apostolo non vuole con le sue parole inculcare nè la sporcizia nè la trascuratezza, nè la bruttezza nell'acconciarsi e nel vestire. Se la capigliatura è stata data alla donna come un velo e come una gloria 1Corinzi 11:15, gl'insegnamenti della natura non devono essere disprezzati. Il disordine nella capigliatura disonora la persona della donna cristiana e indirettamente il Vangelo. Parimente devono essere osservate nel vestire le convenienze morali, e anche sociali, variabili secondo i tempi, i luoghi e la condizione. Nè si può ritenere proibito in modo assoluto ogni ornamento. Quello che Pietro vuole inculcare è la semplicità e l'assennata moderazione, la giusta misura nell'acconciatura, il rifuggire da ogni vanitosa ricercatezza, da ogni lusso stravagante e da ogni esagerata sposa. Siffatti eccessi denoterebbero nelle donne cristiane una vanità, un orgoglio mondano, un egoismo non curante dei bisogni del prossimo, affatto incompatibili coi sentimenti dei discepoli del Cristo. La grande preoccupazione di una donna cristiana dev'esser volta non ad ornar il corpo di gioielli e di vesti, ma piuttosto ad ornar la propria personalità morale di virtù.

4 Il vostro ornamento, ci dice, non sia l'esteriore,

ma l'essere occulto del cuore fregiato dell'ornamento incorruttibile dello spirito benigno e pacifico, che agli occhi di Dio è di gran prezzo.

Dice letteralmente l'uomo occulto del cuore nell'incorruttibile dello... Per uomo s'intende la personalità, l'essere, in quanto ha di più essenziale, il vero io, che non è corporale e visibile, ma occulto, interno. È del cuore perchè ivi è la sede dei sentimenti delle disposizioni, della volontà, in altre parole del carattere. Anche Paolo parla dell'uomo esterno e dell'uomo interno 2Corinzi 4:16; Efesini 3:16; Romani 7:22. Le parole εν τω αφθαρτω (nell'incorruttibile) sono state interpretate in più modi. Prendendolo come aggettivo neutro, torna a dire: "nell'incorruttibilità dello...", l'uomo occulto si svolge e si rivela in quell'elemento incorruttibile ch'è lo spirito benigno. Sembra, però, più conforme al contesto il sottintendere il sostantivo κοσμω (ornamento) e l'intender l' εν τω (nello) come ad es. in Giacomo 2:2, il senso allora è questo: "Il vostro ornamento sia la personalità morale, l'essere nuovo che lo Spirito ha formato nel vostro cuore rinnovato, e ch'è fregiato di quell'ornamento incorruttibile ch'è lo spirito benigno e tranquillo". Un tale ornamento è incorruttibile perchè spirituale, mentre gioielli e vesti periranno. Lo spirito benigno e pacifico (queto) è l'opposto dello spirito autoritario, orgoglioso, ribelle, insolente, collerico, insofferente, ostinato; turbolento. Gli ornamenti esterni quali gioielli e vesti sontuose sono costosi e più costano più gli uomini li pregiano e li ammirano. L'ornamento interiore che consiste nello spirito mite e pacifico è invece grandemente apprezzato da Dio che non guarda all'esterno ma alle disposizioni del cuore. Chi molto si preoccupa di acconciatura del corpo, poco si cura di perfezionare il proprio carattere morale; chi pensa ad attrarre lo sguardo degli uomini, poco si preoccupa di piacere a Dio.

5 E così, infatti, si adornavano una volta le sante donne speranti in Dio, stando soggette ai loro mariti,

A conferma del dovere delle donne cristiane di adornarsi di virtù miti e pacifiche, Pietro reca l'esempio delle sante donne di cui parla la Scrittura e particolarmente quello di Sara, la madre dell'antico popolo di Dio. Son chiamate sante perchè avevano a cuore di tenersi lontane dal male e di far la volontà di Dio in cui ponevano la loro speranza per il presente e per l'avvenire. La loro sottomissione ai propri mariti era una delle manifestazioni importanti dello spirito mite e pacifico che costituiva il loro ornamento più. prezioso.

6 come Sara che ubbidì ad Abramo, chiamandolo signore.

Dicendo ubbidì caratterizza l'intera vita di Sara. Il passo da cui risulta che Sara soleva, com'era uso al suo tempo in Oriente, chiamare Abramo suo signore, si legge in Genesi 18:12. Grozio osserva che le mogli dei cittadini romani furon chiamate dominae quando la corruzione morale diventò generale nell'impero romano.

della quale voi siete divenute figliuole, se fate il bene e non vi lasciate turbare da spavento alcuno.

Come i credenti del nuovo Patto sono chiamati da Paolo figli d'Abramo, cioè imitatori suoi, così le donne cristiane son chiamate da, Pietro figlie di Sara in virtù della loro parentela spirituale con lei. Son divenute tali quando si sono convertite dal paganesimo alla fede in Cristo, giacchè difficilmente avrebbe l'apostolo detto a delle donne israelite: "siete divenute figlie di Sara". I due participi: "facienti il bene e non tementi..." si possono intendere in due modi: o come indicanti la prova pratica dalla quale si riconosce che sono figlie di Sara: "giacchè fate il bene e non temete..."; ovvero come la condizione alla quale son divenute e si manterranno figlie di Sara: "Se fate il bene e non temete". Questo secondo senso in cui è implicita una esortazione, è preferibile. "Fare il bene" non significa occuparsi di beneficenza, ma tenere una buona condotta. In questo sono chiamate a perseverare senza lasciarsi turbare o impaurire (letteralmente non temendo di...) da spavento alcuno. Cfr. Proverbi 3:25. Potevano temere il cruccio, le male parole o i cattivi trattamenti di mariti brutali, potevano temere le beffe o l'ostilità di parenti, o di vicini increduli; Pietro le esorta indirettamente a mostrare nel compimento del loro dovere cristiano quel coraggio, quell'eroismo di cui diedero prova tante donne cristiane in tempi di persecuzioni.

7 Parimente voi, mariti, convivete con esse colla discrezione dovuta al vaso più debole ch'è il femminile.

L'apostolo ha ricordato alle mogli il dovere della sottomissione; ma anche i mariti, se vogliono onorar tutti e temere Iddio, hanno dei doveri da compiere rispetto alle loro mogli. Devono convivere (letteralmente coabitare) con esse secondo conoscenza, cioè non lasciarsi guidare dalla passione cieca ed egoista, nè dall'istinto brutale di dominazione; ma dall'amore che ha gli occhi aperti sui bisogni di quell'organismo femminile formato da Dio per compiere un'alta missione di fronte, all'uomo ed alla specie umana, ma dotato di minori forze corporali e, sotto certi aspetti, anche intellettuali, Il sesso femminile si suol chiamare il sesso debole. Pietro chiama così l'uomo come la donna dei vasi, perchè formati da Dio in vista di un alto uso, ossia di una grande missione. Il vaso femminile è più debole, quindi più delicato, più fragile, più, facile a guastarsi e a rompersi; ha quindi bisogno d'esser trattato con discrezione, con discernimento, con intelligenti riguardi.

Portate loro onore (letteralmente portando loro...), poichè sono anch'esse eredi con voi della grazia della vita

ovvero: come a persone che sono anche coeredi... Ci sono altre ragioni che devono spingere il marito a "portare onore" alla propria moglie: essa è stata creata come lui ad immagine di Dio, è ricca di belle doti e porta in sè un'anima uguale alla sua; ma l'apostolo fonda qui la rispettosa ed affettuosa stima che il marito cristiano deve alla moglie, sopra un motivo specificamente cristiano, sul fatto cioè, che la sua consorte è erede con lui e al par di lui della grazia della vita, s'intende della vita eterna ch'è dono gratuito di Dio. Come mai potrebbe sprezzarla come un essere inferiore, o non usarle i dovuti riguardi, non solo in presenza degli estranei, in circostanze eccezionali, ma nelle quotidiane ordinarie relazioni della vita di famiglia? Dove manca questo "onore", l'amore non può sussistere: Ed aggiunge:

onde le vostre preghiere non siano impedite.

Si tratta anzitutto delle preghiere comuni del marito e della moglie, le quali non sono possibili moralmente dove la moglie sia oggetto di disprezzo o di trattamento poco riguardoso. Non possono continuare che là dove i cuori sono uniti da mutuo affetto e da vicendevole stima. Anche le preghiere individuali sono impedite quando manca l'accordo fra marito e moglie, quando il marito non ha una "buona coscienza" e la moglie è turbata dal torto che patisce e forse nutre segreto rancore.

AMMAESTRAMENTI

1. Il matrimonio non è soltanto l'unione di due corpi, ma è l'unione di due persone complete; corpo, anima e spirito. Ne viene come conseguenza quello che, S. Paolo prescrive alla vedova cristiana 1Corinzi 7:39: "Essa è libera di maritarsi a chi vuole, purchè sia nel Signore", il che torna a dire: purchè scelga per suo consorte un cristiano. Per un credente, uomo o donna che sia, non v'è matrimonio completo che con un credente; in caso diverso ci sarà unione fisica, un certo grado di unione intellettuale, un affetto naturale, ma non ci sarà l'unione più alta e più duratura ch'è quella degli spiriti, cioè della vita spirituale di fede, d'amore cristiano e di speranza. Non ci potranno essere quelle preghiere comuni alle quali allude Pietro, preziose sempre, ma specialmente nei tempi dell'afflizione; non ci potrà essere accordo circa l'educazione della prole, non ci sarà la dolce luce di una comune speranza della vita eterna; ci sarà invece nel credente, se sincero, la dolorosa preoccupazione circa lo stato spirituale e la sorte futura del consorte rimasto sordo all'appello di Dio. Ci sono dei casi eccezionali in cui una tale preoccupazione è inevitabile; e sono quelli cui allude Paolo in 1Corinzi 7 e Pietro nella nostra sezione 1Pietro 3:1-7, i casi di matrimoni divenuti misti in seguito alla conversione di uno dei coniugi. Le direzioni date dai due apostoli per quei casi disgraziati valgano per i coniugi cristiani che, trascinati da un'illusione di gioventù a contrarre un matrimonio misto, hanno poi dovuto in cuor loro, ammaestrati dall'esperienza della vita, riconoscere di aver commesso un errore. Cerchino di ripararvi col raddoppiare di pazienza, di fedeltà ed umiltà nel condursi come dei figliuoli di Dio.

2. Il cristianesimo ha grandemente innalzato la condizione della donna col riconoscerla come eguale all'uomo, redenta dallo stesso sacrificio, come lui chiamata a onorar il vangelo nel mondo, erede al par di lui della vita eterna. Ma gli apostoli non son dei demagoghi che accarezzano le passioni popolari col parlar sempre di diritti e mai di doveri. Essi ben sanno che chi è ricco di privilegi ha la tentazione di credersi esente dai doveri relativi. V'è al giorno d'oggi, fra le donne cristiane di nome ed anche in alcune che lo son di fatto, la tendenza a ripudiare il dovere della sottomissione inculcato, quasi con identiche parole, dagli apostoli Pietro e Paolo alle mogli cristiane. Quelle che si atteggiano a superdonne moderne considerano i precetti apostolici come cosa vecchia e ormai sorpassata. Non andrà molto che vorranno prendere il posto dell'uomo nel governo della famiglia, o piuttosto, che si uniranno alla turba selvaggia ed antireligiosa che grida: "Abbasso la famiglia!" Eppure, l'ideale cristiano della famiglia non può esser sorpassato perchè è l'ideale divino, quale risulta dal racconto biblico della creazione, quale si legge nella costituzione fisica, intellettuale e morale dell'uomo e della donna; quale l'hanno tracciato Gesù ed i suoi apostoli; quale l'hanno realizzato, sia pure imperfettamente, le famiglie dei credenti nel corso dei secoli. Uniformandosi ad esso, la moglie accetterà con umiltà la posizione subordinata che le è assegnata di fronte al marito, posizione che non contraddice all'uguaglianza di natura, che non ha nulla di servile, che non le vieta di essere amorevole consigliera del marito e ch'è garanzia di ordine nella famiglia. Ella farà del bene al suo consorte tutti i giorni, col suo affetto, col suo lavoro, colla sua simpatia, collaborando anche alla prosperità spirituale di lui; sarà casta e pura in parole, in pensieri ed in atti; sarà rispettosa; sarà mito e pacifica; sarà perseverante nel bene e fiduciosa com'ella è nelle promesse e nella bontà di Dio a cui rivolge le sue preghiere, sarà ferma, coraggiosa ed all'occorrenza eroica nel non lasciarsi spaventare da nulla nè da nessuno. Pensino le donne cristiane dell'oggi a tradurre in pratica, come le sante donne del passato, un siffatto ideale, ed avranno glorificato Iddio meglio che colle pretese di un orgoglioso femminismo.

Ed alla loro volta pensino i mariti cristiani alla responsabilità che loro spetta; non abusino nè della loro forza nè dei loro diritti di fronte alle loro consorti, ma usino verso di esse dei riguardi amorevoli ed intelligenti che sono loro dovuti, onorando in esse, in un coll'aiuto convenevole che Dio ha dato loro, le coeredi della gloria nella eternità.

3. Quanto all'acconciatura femminile, osserva il Leighton: "Una coscienza timorata, un cuore purificato dell'orgoglio e che ha rinunziato al mondo, saprà sicuramente regolarsi, nelle cose di questa natura, secondo lo spirito del Vangelo. La moglie cristiana si guarderà bene dall'usare di quell'abbigliamento frivolo che è come la mostra di un cuore vano e leggero; ella eviterà pure accuratamente le spese eccessive che, alimentando la vanità, privano i poveri (e in genere le opere cristiane) di quel ch'è loro dovuto secondo la Parola di Dio". Il non osservar la decenza per andar dietro alla moda, lo sfoggiare un lusso scandaloso che desta ed acuisce in chi è povero i sentimenti d'invidia e di odio, sono una delle piaghe della cristianità, specialmente femminile, che tengon lontane dal Vangelo molte anime. Spesso, più abbondano gli ornamenti esterni, e più l'anima è spoglia di virtù cristiane. "Un'anima è molto dimentica di sè stessa, osserva Quesnel, quando si dà tanta pena per adornare un corpo ch'è la sua prigione. Come mai un cuore può egli esser casto quando tende insidie alla castità altrui? Come può essere umile quando s'inebria di vanità? Come povero spiritualmente in mezzo al lusso ed alle spese insensate?" Quanto più prezioso, anche agli occhi degli uomini di buon senso, l'ornamento incorruttibile dello spirito benigno e pacifico!

8 Sezione quinta. 1Pietro 3:8-13. IL DOVERE VERSO I FRATELLI E IN GENERE VERSO IL PROSSIMO

Accanto ai doveri speciali della famiglia, accanto ai doveri verso le autorità, ci sono i doveri sociali più generali verso la fratellanza ch'è la famiglia religiosa del cristiano, e verso il prossimo che costituisce la, famiglia umana cui tutti appartengono.

Infine, siate tutti concordi, pieni di simpatia e d'amor fraterno.

I tre primi aggettivi del vers. 8 si riferiscono ai fratelli in fede. La concordia che consiste nell'avere gli stessi sentimenti e la stessa mente, forma spesso l'oggetto delle esortazioni apostoliche. Paolo esorta i Corinzi invasi dallo spirito di parte ad esser "perfettamente uniti in uno stesso modo di pensare e di giudicare"; esorta i Romani ad "avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti"; esorta i Filippesi "ad avere un medesimo sentimento", ad essere d'un animo, d'un unico sentire non facendo nulla per spirito di parte o per vanagloria. I fedeli di Gerusalemme avevano "un sol cuore ed un'anima sola" 1Corinzi 1:10; Romani 12:16; Filippesi 2.2; Atti 4:32. La raccomandazione doveva essere particolarmente necessaria in seno alle chiese formate da elementi in parte giudei e in parte pagani. Confronta i casi d'Antiochia Atti 15, di Corinto e di Roma Romani 14:15. La simpatia, come l'indica l'etimologia della parola, consiste anzitutto nel "soffrire con" quelli che soffrono, ma include necessariamente il rallegrarsi con quelli che si rallegrano. Così la definisce Paolo quando dice in Romani 12:15: "Rallegratevi con quelli che sono allegri, piangete con quelli che piangono". "Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui" 1Corinzi 12:26. Cfr. Ebrei 13:3; Isaia 63:9. L'amor fraterno si fonda sui legami spirituali che uniscono tra loro i figli dello stesso Padre, i credenti nel medesimo Salvatore, i rigenerati dallo stesso Spirito, avviati verso la stessa casa paterna attraverso le medesime difficoltà e prove. Le parole che seguono, oltrechè ai fratelli, si riferiscono pure agli uomini in genere:

compassionevoli

o pietosi, non insensibili, ma mossi a pietà dagli altrui mali: povertà, malattie, lutti, miserie spirituali e morali;

umili

di fronte agli altri. Così il testo emendato, mentre il testo ordinario aveva: "benevolenti". L'umiltà è propria di chi ben conosce la propria miseria e debolezza. "Per umiltà, scrive Paolo, ciascuno consideri gli altri come superiori a se stesso" Filippesi 2:3.

9 Non rendendo male per male, od oltraggio per oltraggio, ma al contrario benedicendo;

Fra i loro simili non ci sarà soltanto chi soffre, ci sarà pure chi fa soffrire gli altri; in ispecie ci sarà chi, mosso dall'odio verso i cristiani, farà loro del male materiale o morale, e li oltraggerà.

La loro carità cristiana sarà allora messa a dura prova; se essa è genuina resisterà al desiderio di vendetta radicato nel cuore carnale, si ispirerà all'esempio di Cristo che pregava: "Padre, perdona loro perchè non sanno quel che fanno", e non usurperà il diritto di Dio ch'è il solo giusto giudice, al quale appartiene la vendetta. Si ispirerà a sentimenti di compassione per quelli che sono ancora sotto l'impero del male e invocherà su loro da Dio la grazia che li converta e affranchi dal peccato. Così "benediranno" ubbidendo all'ordine di Cristo: "Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano affinchè siate figliuoli del Padre vostro che è nei cieli; poichè Egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni..." Matteo 5:44-48. Cfr. Romani 12:14,17-21. Vinceranno così il male col bene e procacceranno il bene di tutti. 1Tessalonicesi 5:15.

Poichè a questo siete stati chiamati onde erediate la benedizione.

A questo è stato riferito all'eredar la benedizione e, infatti, si può tradurre: "A questo... cioè ad eredare..." Cfr. il greco in 1Pietro 4:6. Il senso sarebbe: Dio vi ha chiamati ad esser partecipi delle sue benedizioni presenti e future, sebbene voi ne foste indegni; non siate spietati verso i vostri simili quando vi offendono in qualche modo; ricolmi di benedizioni divine, non maledite i vostri compagni ma benediteli. Tuttavia è più naturale il senso risultante dalla versione data: a questo, cioè a non rendere male per male, anzi a benedire, siete stati chiamati dal vostro Signore e Salvatore (Cfr. Luca 6:28-38) il quale insieme col precetto ve ne ha dato l'esempio. Egli stesso ha avvertito i suoi discepoli che la benedizione di Dio nel senso più comprensivo è indissolubilmente legata all'accettazione della legge dell'amore creato dallo Spirito in un cuore rinnovato. I figliuoli di Dio posseggono la dolce certezza del perdono divino, se perdonano; hanno la certezza d'esser da Dio benedetti se benedicono. La loro nuova natura di figli di Dio è la garanzia più vera e sicura dell'eredità riservata ai figli.

10 A confermare la legge divina secondo la quale la benedizione di Dio s'incontra solo sulla via della bontà, della verità, del bene praticato, della pace, l'apostolo cita (Salmi 34:12-16) e li cita liberamente secondo la versione greca dei Settanta.

Perchè «chi vuole amar la vita,

non trovarla amara e vuota Ecclesiaste 2:17,

e veder buoni giorni,

giorni felici, per quanto lo consentano le miserie di quaggiù. La LXX porta: "Chi è l'uomo, che brami la vita, che ami veder buoni giorni?" e prosegue: "Rattieni la tua lingua..."

rattenga la sua lingua dal male,

dal dir male del prossimo, dal male in genere che si può fare colla lingua,

e le sue labbra dal parlar con frode,

in modo non rispondente alla realtà dei fatti e dei sentimenti, coll'intento d'ingannare altrui;

11 si ritragga dal male

nei suoi atti, lo eviti, lo fugga,

e faccia il bene,

in ispecie

cerchi la pace e la procacci,

sia cioè un cercatore zelante e perseverante della pace coi suoi simili, anche se con taluni di loro la cosa non sia facile. "Se è possibile, scrive Paolo, e per quanto sta in voi, vivete in pace con tutti gli uomini" Romani 12:18. "Beati quelli che s'adoprano alla pace", disse Gesù Matteo 5:9.

12 Perchè gli occhi del Signore sono sui giusti e i suoi orecchi sono attenti alle loro supplicazioni;

I giusti opposti qui a quelli che fanno il male, che lo fanno senza scrupoli e rimorsi, che vivono in esso come nel loro elemento naturale, i giusti sono, non già quelli che sono arrivati alla perfezione morale, ma gli uomini che si applicano coscienziosamente a praticare ciò ch'è giusto, ossia la volontà di Dio regola suprema del bene, gli uomini pii che sono felici di servire Iddio, che deplorano i loro peccati e la corruzione del loro cuore facendo sforzi per esserne liberati. Su di loro si posa lo sguardo di compiacimento di Dio, per proteggerli, per benedirli nell'anima, nel corpo, nella famiglia, nel lavoro che compiono, nelle loro imprese, per esaudire le loro supplicazioni se son conformi al piano di Dio, per aiutarli nelle loro difficoltà e nelle loro prove; per dar loro insomma una vita terrena felice per quanto ciò sia possibile nel mondo del peccato e in quanto ciò non sia per nuocere alla loro vita spirituale.

ma la faccia del Signore è contro quelli che fanno il male»

e vi perseverano; perciò essi non possono esser felici, anche quando, nella sua generosità, Dio permette che abbiano abbondanza di beni materiali. La morte resta per loro il re degli spaventi, perchè dopo la morte segue il giudicio.

13 Il v. 13 serve di transizione alla sezione seguente ove sarà questione di eventuali persecuzioni; ma contiene un motivo secondario di praticare i doveri indicati, verso il prossimo.

E chi è colui che vi farà del male se siete zelanti del bene?

Parte degli interpreti scorge qui l'affermazione energica che nessuno potrà fare alcun male vero, recare alcun danno spirituale e permanente al cristiano che pratica con ardore sincero il bene. La cosa in sè è vera; ma nel contesto non è questione, di far del male all'anima, bensì di far del male in senso temporale, danneggiando i cristiani nella riputazione, nella salute, nei beni, in una parola, nuocendo alla loro terrena felicità coll'odio, cogli oltraggi, colle ingiustizie, coi mali trattamenti. Ora è provato dall'esperienza che, in modo generale, trovasi negli uomini la disposizione ad apprezzare le buone azioni, a non "far del male" nè in parole nè in atti a chi si mostra zelante nella pratica del bene. "Havvi nell'insieme della vita dell'uomo pio una gravità, una bellezza morale che impone rispetto anche ad uno spirito leggero e mondano. L'uomo naturale è capace di stimare certe virtù cristiane che non trova in altri cogli stessi caratteri; tali sono la dolcezza, la carità, la rettitudine, la fedeltà, il disinteresse" (Leighton). È questa una esperienza generale che non è menomata dal fatto delle persecuzioni, dei pregiudizi, dell'odio di molti contro i cristiani. Quante volte il popolo non ha egli mitigata la violenza, l'ingiustizia, la crudeltà degli editti lanciati dall'autorità contro i cristiani. Dio si è servito spesso dei sentimenti naturali di compassione, di riconoscenza, di giustizia del popolo per proteggere i suoi figliuoli.

AMMAESTRAMENTI

1. "Se potessimo sperare di veder fra breve la concordia stabilirsi fra i cristiani, noi dovremmo salutar l'alba d'un bel giorno che ci avvicinerebbe più di quelli del passato al trionfo della Chiesa. Quando si adempisse la preghiera del Signore che i suoi siano una stessa cosa, gli uomini vedrebbero in un tal fatto una dimostrazione irresistibile della di lui missione divina e la Chiesa apparirebbe ai loro occhi come il porto tranquillo che li inviterebbe a cercarvi un riparo dalle tempeste e dai pericoli di questo agitato oceano". (R. Hall). Esser tutti concordi non significa però esser tutti ugualmente ignoranti della dottrina evangelica, o ugualmente indifferenti e privi di una fede personale, sia perchè si è, proibito ai fedeli di legger l'evangelo, sia perchè non ci si è dato la pena di leggerlo e di meditarlo, Vuol dire esser concordi in quello ch'è essenziale alla salvezza, pur differendo ancora necessariamente su parecchie cose secondarie. In necessariis unitas, in secundariis libertas, in omnibus charitas.

2. Nel raccomandar ai credenti d'esser "tutti concordi, pieni di simpatia e d'amor fraterno", S. Pietro provvedeva alla prosperità spirituale delle chiese stesse, giacchè le discordie, gli odii, le divisioni, l'egoismo, l'indifferenza degli uni verso gli altri, sono fra i principali mezzi adoprati da Satana per rovinar le comunità cristiane. Ma non dimenticava lo scopo principale cui mira la seconda parte della sua epistola, ch'è di tracciar la condotta dei discepoli di Cristo di fronte al mondo. Il mondo conosce non solo la condotta dei credenti verso quei di fuori, ma conosce anche la condotta che i cristiani tengono e i sentimenti che nutrono gli uni verso gli altri; ed esso è, da quel che osserva, o attratto alla fede, ovvero viepiù allontanato da essa.

3. Sono belle le virtù eroiche nei cristiani ed onorano il Vangelo; ma sono virtù di tempi e di uomini speciali; mentre le virtù miti: la compassione, l'umiltà, l'amore che perdona e benedice, lo spirito di pace, sono virtù di tutti i tempi e di tutte le persone e la testimonianza che con esse vien resa alla potenza della grazia è cosa quotidiana, alla portata di tutti i redenti. "Render male per bene è considerato fra gli uomini come il colmo dell'iniquità. Essere animati da uno spirito inoffensivo che non oltraggia quelli che non ci fanno alcun male, è una virtù umana delle più comuni; ma non render male per male nè oltraggio per oltraggio è virtù, o piuttosto grazia, esclusivamente cristiana. Il rendere, poi, bene per male, amore per odio, benedizione per oltraggio è il trionfo supremo della carità... Quanto pochi ambiscono d'innalzarsi tant'alto!" (Leighton).

4. Checche ne vadano dicendo gli avversari del cristianesimo, il Vangelo non insegna che sia un male amar la vita presente e desiderar di vedere in essa dei giorni felici. Diventa un male quando, all'amore della vita terrena, si sacrifica la vita superiore ed eterna. D'altronde, la felicità terrena non ha per condizione necessaria nè l'abbondanza di beni, nè gli onori terreni, nè una salute di ferro o cose simili; ma ha per condizione assoluta l'approvazione e la benedizione di Dio che sono assicurate alla pratica del bene in parole e in opere. Il fatto che il N.T. pone dinanzi ai fedeli le promesse grandiose relative alla vita avvenire, non toglie che, come insegna S. Paolo e l'esperienza conferma, la pietà sia utile ad ogni cosa avendo anche "le promesse della vita presente" 1Timoteo 4:8.

14 Sezione Sesta. 1Pietro 3:14-4:6. LA CONDOTTA DA TENERE IN CASO DI PERSECUZIONI, CON RIFERENZA SPECIALE ALLE SOFFERENZE DI CRISTO

Sebbene siano sicuri della protezione di Dio qualora pratichino il bene, può avvenire che i cristiani siano chiamati a soffrire per cagion di giustizia; e nel fatto i lettori dell'epistola sono di già esposti alle calunnie ed all'ostilità di Giudei e di pagani. Perciò Pietro torna più d'una volta sull'argomento e in questa parte dell'Epistola ove discorre della condotta dei credenti di fronte al mondo, non poteva mancare di tracciare la condotta da tenere in caso di persecuzioni. In 1Pietro 3:14-17 indica come devono comportarsi; in 1Pietro 3:18-22 ricorda le sofferenze di Cristo e in 1Pietro 4:1-6 mostra come le sofferenze impegnano i cristiani a rompere col male per compier d'ora innanzi la volontà di Dio.

Come comportarsi in caso di persecuzioni. 1Pietro 3:14-17

Ma anche se aveste a soffrire (letteralmente se soffriste) per cagion di giustizia, beati voi!

È questa una possibilità che non va dimenticata, giacchè tanto il Signor Gesù che i suoi apostoli hanno avvertito i credenti che incontrerebbero dei patimenti per la loro fede Giovanni 15:18-21; Atti 14:22. Ciò è inevitabile a motivo dell'opposizione che esiste tra i principi regolatori della vita del mondo e quelli che regolano la vita cristiana; ed è inevitabile perchè il mondo ubbidisce al nemico di Cristo, a, Satana. Giustizia è preso qui nel senso che ha nell'A.T. e spesso anche nel Nuovo, equivale cioè alla pratica del bene morale. L'espressione è quella di cui Gesù si è servito in un passo del Sermone sul monte che sta dinanzi alla mente di Pietro Matteo 5:10-12; cfr. Luca 6:22-23: "Beati i perseguitati per cagion di giustizia... Beati voi quando v'oltraggeranno... rallegratevi e giubilate perchè il vostro premio è grande nei cieli!"

E non vi sgomenti la paura che incutono (lett. e non temiate del timor loro) e non vi conturbate;

Le parole sono tolte liberamente ad imprestito da Isaia 8:12-13 ove significano: Non temiate quel che questo popolo di Giuda teme, cioè Retsin di Damasco e Pecak di Samaria, e non siate spaventati (cf. Isaia 7:2); "l'Eterno è colui che dovete santificare; è Lui che dev'essere il vostro timore e il vostro spavento". Nell'applicazione che Pietro ne fa "il timor loro" significa non quel ch'essi temono, ma piuttosto: il timore che i persecutori incutono ai perseguitati colle loro minacce e coi loro mali trattamenti. Cfr. Filippesi 1:28. Gesù disse ai suoi discepoli: "Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccider l'anima; temete piuttosto Colui che può far perire e l'anima e il corpo nella geenna" Matteo 10:28.

15 Con pensiero analogo Pietro aggiunge:

anzi abbiate nei vostri cuori un santo timore di Cristo, il Signore

Dice letteralmente anzi santificate nei vostri cuori il Signore, il Cristo; il che non può significare: "rendete santo" colui ch'è il modello perfetto della santità, ma si ha da intendere del riconoscere come santo, dell'adorare, del temere di offendere e di rinnegare il Cristo ch'è il vostro Signore. Il santo timore che dovete aver di lui, per esser vero deve risiedere anzitutto nei sentimenti del cuore. Perciò dice nei cuori vostri. Cfr. le espressioni: "ricordati del giorno del riposo per santificarlo cioè per osservarlo come giorno sacro; "sia santificato il tuo nome" cioè, sia riconosciuto, proclamato e onorato come santo. Il santo timor di Cristo li libererà dalla paura dei loro persecutori.

pronti sempre a rispondere a vostra difesa a chiunque vi domanda ragione della speranza che è in voi,

Nel desiderio di onorare e di servire Cristo, devono esser disposti sempre a far l'apologia della speranza ch'è in loro, cioè a rispondere a loro difesa a chiunque li interroga in proposito. Pietro presenta il cristianesimo come una speranza impiantata nei cuori. In 1Pietro 1, benedice Dio per averci "rigenerati ad una speranza vivente" ed esorta a "sperare perfettamente"; in 1Pietro 3:5 caratterizza le donne pie come "speranti in Dio". D'altronde anche Paolo chiama Cristo in noi "speranza di gloria" Colossesi 1:27 e caratterizza i pagani come "non aventi speranza" 1Tessalonicesi 4:13. La speranza cristiana di "nuovi cieli e nuova terra ove abita la giustizia", di uno stato di perfezione e di felicità da cui sono banditi il dolore, il peccato e la morte, è tale da colpire ed attrarre coloro che sono "senza Dio" e senza "speranza nel mondo"; essa risveglia in loro delle aspirazioni non del tutto spente e s'intende come parenti, vicini, conoscenti d'occasione siano tratti ad interrogare i cristiani sulla natura e sul fondamento delle loro speranze; parimenti avverrà che i giudici e in genere le autorità vogliano conoscere in che consista la "nuova religione". I cristiani devono quindi essere pronti a renderne ragione. Sarà per loro una occasione di confessare il nome di Cristo e di far conoscere ad altri il vangelo della salvazione.

16 Però la risposta da dare a chi chiede informazioni sulla loro fede e sulla speranza che sovr'essa poggia, non va fatta con superbia sprezzante, nè con impazienza verso chi ignora o mal comprende od anche combatte questa fede; meno che mai con parole offensive,

ma con dolcezza amorevole e paziente e rispetto alle persone.

Così dimostreranno di aver fede nella verità e amore per i loro simili che Dio vuole salvati e condotti alla verità. L'umiltà e dolcezza dei cristiani sarà già, di per sè, una raccomandazione della loro fede.

avendo una buona coscienza; onde laddove sparlano di voi, siano svergognati quelli che calunniano la vostra buona condotta in Cristo.

Buona coscienza è quella che non accusa il credente d'incoerenza, cioè di una condotta non conforme alla fede ché professa. Se il cristiano si sente accusato d'infedeltà dalla propria coscienza, come potrà difender la sua fede? Dove ne troverà il coraggio, la franchezza necessaria? "La parola senza la vita, ha ben poca autorità" (Calvino). Invece se i calunniati hanno coscienza di tenere una buona condotta nella comunione col loro Salvatore, saranno a lungo andare svergognati coloro che vanno sparlando dei cristiani, presentando sotto falso aspetto, attribuendo a cattivi moventi il loro modo di vivere.

17 Perchè è meglio, se pur tale è la volontà di Dio, che soffriate facendo il bene, anzichè facendo il male.

Soffrir bisogna in un modo o nell'altro. Anche gli altri uomini soffrono. "La via degli empi non è esente da dolori anche nel tempo presente" (Leigh.). Son soggetti alle miserie comuni della vita, alle calamità che colpiscono i popoli, soffrono delle conseguenze dei propri peccati e soffrono per la malvagità dei loro simili: la lor coscienza è turbata o nei loro dolori non hanno consolazione vera; la morte proietta la sua ombra paurosa su tutta la loro vita. Ma, a rincalzo dell'esortazione ad aver buona coscienza, l'apostolo soggiunge che se Dio, nei suoi disegni imperscrutabili, chiama i cristiani a soffrire come tali, è meglio che soffrano facendo il bene, perchè sarà quello un nobile e santo soffrire, mentre sarebbe cosa vergognosa per un cristiano il patire per aver fatto il male. Meglio essere un perseguitato innocente che un trasgressore giustamente punito.

18 Le sofferenze di Cristo. 1Pietro 3:18-22

Lo scopo di questo passo non scevro di difficoltà, è di mostrare coll'esempio di Cristo come le sofferenze immeritate che i cristiani possono esser chiamati ad incontrare nel mondo, non siano inutili, ma li rendano più atti a compiere la volontà di Dio, staccandoli dal male. Di Cristo si legge, in Ebrei 2:10: "Per condurre molti figli alla gloria, ben s'addiceva a Colui per cagion del quale e per mezzo del quale son tutte le cose, di render perfetto, per via di sofferenze, il duce della loro salvezza". Pietro presenta anch'egli, qui, le sofferenze come il mezzo col quale Cristo è giunto a compiere la salvazione degli uomini voluta da Dio.

Poichè anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati, egli giusto per gl'ingiusti, per condurci a Dio.

Non devono i cristiani trovare strano d'essere chiamati a soffrire facendo il bene, poichè anche Cristo il loro modello perfetto, ha sofferto. Così portano i codd. B, K, L, P (επαθεν ); mentre i codd. alef, A, C colle antiche versioni, leggono απεθανεν (morì). Il verso precedente 1Pietro 3:17 che parla del "soffrire" dei cristiani, rende più probabile la prima lezione; ma i versi che seguono mostrano che nelle sofferenze di Cristo è inclusa la sua morte violenta. Cristo ha sofferto una molta sola; con questa espressione l'autore abbraccia in un unico tutto, le svariate sofferenze incontrate da Cristo dalla culla al Golgota, le fonde in un'unica sofferenza di breve durata di fronte all'eternità, sofferenza ormai passata, che non ha da rinnovarsi mai più, e dopo la quale è entrato nella sua g loria. Pietro non mentova questo carattere delle sofferenze di Cristo per metterlo a contrasto, come fa l'Ep. agli Ebrei Ebrei 9:24-28, col continuo ripetersi dei sacrifizi dell'antico Patto; ma piuttosto per far comprendere che, come quelle di Cristo, anche le sofferenze dei cristiani non durano a lungo (cfr. 1Pietro 1:6; 5:10) e saranno presto cosa di un passato che non ritornerà. La loro momentanea, leggera afflizione produrrà uno smisurato peso eterno di gloria 2Corinzi 4:17. Le sofferenze di Cristo, sono quelle del giusto perfetto a favore degli ingiusti e più propriamente per i peccati, ossia per fare l'espiazione dei peccati col sacrificio di sè. La locuzione περι ἁμαρτιων (per i peccati) è infatti tecnica per designare, nel rituale mosaico, i sacrifici espiatori del peccato (Levitico 5:6 ecc.). Il fine ultimo delle sofferenze di Cristo è di condurre gli uomini a Dio. Il sangue dell'espiazione recato da Colui ch'è ad un tempo sommo sacerdote e vittima apre ai peccatori l'accesso al trono di Dio, divenuto "il trono della grazia" Ebrei 4:16; 6:20; Efesini 2:18; 3:12. "In Cristo Gesù abbiamo la libertà d'accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui". Fine più elevato non può darsi. Le sofferenze dei cristiani non possono essere quelle di giusti perfetti, nè possono aver valore espiatorio a favore dei loro simili; ma possono in qualche guisa rassomigliare a quelle del Cristo, quando sono sopportate per la buona causa del regno di Dio, per la difesa o per la propagazione del Vangelo. Paolo scrive: "Compio nella mia carne quel che manca alle afflizioni di Cristo, a pro del corpo di lui ch'è la Chiesa" Colossesi 1:24. Ad ogni modo, il fatto che le sofferenze del giusto sono state sopportate per l'espiazione dei nostri peccati, è atto a far tacere ogni lamento, ogni mormorio. Chi ha trovato nei patimenti di Cristo il proprio perdono, la pace, la vita, chi è stato "ricondotto a Dio" dal sacrificio della croce, può soffrire ed anche morire per il suo Salvatore.

essendo stato messo a morte quanto alla carne, ma, vivificato quanto allo spirito;

La morte di Cristo ha posto fine alla sua esistenza terrena. È stato fatto morire quanto alla carne, cioè quanto al corpo ed alla vita terrena di cui il corpo è l'organo. Ma la, sua morte è stata seguita dalla risurrezione e da un modo d'esistenza superiore in cui Cristo ha continuato e continua con vie maggior efficacia l'opera del condurre a Dio gli uomini per i quali è morto. Egli è stato vivificato quanto allo spirito, richiamato dalla potenza di Dio alla pienezza gloriosa di una vita superiore avente per sede lo spirito e per organo il corpo spirituale. È evidente che i termini "fatto morire" e "vivificato" o fatto rivivere, sono contrapposti l'uno all'altro e se il primo si riferisce alla crocifissione, come tutti riconoscono, il secondo non può riferirsi che alla risurrezione. Parimente i due dativi σαρκι (quanto alla carne) e πνευματι (quanto allo spirito) rispondono l'uno all'altro; non possono quindi tradursi l'uno in e l'altro per come han fatto parecchi; e mentre la carne ha da intendersi dell'elemento esterno, terreno, mortale della persona umana di Cristo, lo spirito non può intendersi dello Spirito di Dio o della divinità, ma si riferisce all'elemento superiore della persona umana di Cristo, all'organo della vita religiosa e divina in lui. Quando spirò, Cristo rimise il suo spirito nelle mani del Padre Luca 23:46; Giovanni 19:30; ma colla risurrezione lo spirito fu riunito ad un corpo non più carnale ma spirituale, per entrare in una nuova e superiore fase di esistenza e di attività. Così le sofferenze dei fedeli colpiscono il corpo e la vita psichica terrena, ma giovano alla vita dello spirito accrescono la fede, la speranza, l'ubbidienza, l'amore e li maturano per la vita e l'attività più perfetta dell'esistenza avvenire. Anch'essi son fatti morire alla vita inferiore psichica e vivificati nello spirito in attesa d'esser ris uscitati col corpo celeste.

19 e in esso (spirito, Lett. nel quale spir.) andò anche a predicare agli spiriti ritenuti in carcere, i quali un tempo furono ribelli, quando la pazienza di Dio aspettava ai giorni di Noè, mentre si preparava l'arca

Come esempio dell'attività salutare del Cristo dopo la sua morte in croce, nella sua nuova forma d'esistenza, Pietro cita la predicazione del Vangelo fatta da Cristo agli spiriti degli uomini antediluviani, i quali, quando vivevano in carne, ai tempi di Noè, mentre si preparava l'arca, erano stati ribelli agli avvertimenti divini e non avevano messo a profitto il tempo concesso loro dalla pazienza di Dio per ravvedersi. Cristo si è recato nel carcere dell'Hades ov'erano ritenuti, per annunziare ed offrir loro la salvazione da lui compiuta. Vi si è recato nello spirito, cioè nel modo d'esistenza da lui assunto colla risurrezione. Quel che non sarebbe stato in grado di fare mentre era in carne, prima di soffrire, gli fu possibile dopo la sua morte e risurrezione. Potè allora proclamare che "tutto era compiuto" e potè proclamarlo non agli Israeliti soltanto, suoi contemporanei e compaesani, ma agli spiriti dei defunti che non avevano potuto conoscere la grazia di Dio, spiriti innumerevoli, spiriti delle passate età (in 1Pietro 4:6 dice in modo generale che l'evangelo è stato annunziato ai morti) e fra questi anche agli uomini del diluvio che per la loro orgogliosa ed ostinata ribellione agli inviti di Dio, ne parevano meno meritevoli. I vers. 19 e 20 sono stati; fin dall'antichità cristiana, torturati in varie guise dagli interpreti. Così le parole εν ὡ (nel quale spirito) sono state intese del Cristo preesistente all'incarnazione ossia del Verbo divino, o ancora dello Spirito di Cristo che ispirava i profeti 1Pietro 1:11 e che avrebbe ispirato a Noè, chiamato "predicator di giustizia" in 2Pietro 2:5, gli avvertimenti da dare ai suoi contemporanei. Ma abbiam notato di già che il termine spirito in 1Pietro 3:18, e per conseguenza in 1Pietro 3:19, non si può intendere che dello spirito umano di Cristo, elevato dalla risurrezione ad una nuova potenza e pienezza di vita. È il Cristo risorto che si è recato personalmente a predicare agli spiriti. Si noti non agli antediluviani quand'erano in carne sulla terra; ma agli spiriti disincarnati di quegli uomini che un tempo, in un tempo lontano, erano stati ribelli. Il vedere in questi "spiriti" degli angeli ribelli si riconnette con l'idea barocca di coloro che considerano come angeli "i figliuoli di Dio" che sposarono delle "figliuole degli uomini" secondo Genesi 6:2. Il vedervi gli uomini pii dell'Antico Patto a cui Cristo avrebbe annunziato la liberazione è un'idea estranea al testo ed al contesto.

Il carcere poi è stato spiegato allegoricamente delle tenebre dell'errore e dell'ignoranza in cui sono come rinchiusi gli uomini che non conoscono la verità. Fra quelli che ammettono l'andata del Cristo risorto nel carcere dell'Hades (ossia in quella parte del soggiorno dei morti ove sono confinate le anime che non hanno sperato in Dio e che vi aspettano il giudicio) alcuni hanno dato alla parola predicò un senso inammissibile, cioè annunziò il giudicio di Dio, mentre altrove, nel N.T., il verbo vale: annunziare il Vangelo e questo senso è confermato da 1Pietro 4:6 ove dice esplicitamente: "è stato annunziato l'evangelo ai morti". Che gli spiriti ai quali Cristo predicò si fossero pentiti di già quando la morte li sorprese o di poi, come è stato supposto, il testo non lo dice; come non dice nulla del risultato della predicazione di Cristo. Osserva il Bigg: "Il pensiero che sta alla base delle parole di S. Pietro è che non vi può esser salvezza senza pentimento o che non v'è piena possibilità di pentimento se non si è udito il Vangelo. Coloro che vissero prima della venuta del Signore non poterono udire il Vangelo e perciò la misericordia di Dio non volle condannarli definitivamente prima che avessero udito quell'ultimo appello".

nella quale poche anime, cioè otto, furon salvate tramezzo all'acqua;

L'apostolo aggiunge questi particolari relativi alle poche persone scampate al diluvio perchè ci vede un'analogia tanto col piccol numero dei salvati, al tempo suo, di fronte alle moltitudini estranee al Vangelo, quanto riguardo al mezzo di partecipare alla salvezza. Si è notato anche che l'Autore scrive da Babilonia, nella bassa valle dell'Eufrate, che fu il centro della parte del mondo abitata dagli antediluviani; e si rivolge a dei cristiani abitanti non lungi dalla regione ove si fermò l'arca di Noè. La mente, così dello scrittore, come dei lettori, era per tal modo tratta facilmente a considerare gl'insegnamenti derivanti dal diluvio. La locuzione δι' ὑδατος (tramezzo all'acqua) si può tradurre anche: traverso l'acqua o: per mezzo dell'acqua. Nel primo caso il senso è che gli otto, rifugiandosi nell'arca, furon salvati, sebbene fossero circondati dall'acqua da ogni parte: dall'acqua che veniva dal cielo e da quella che saliva dalla terra. Nel secondo caso l'acqua che inghiotti gli altri è considerata come il mezzo di salvezza di Noè e della sua famiglia perchè fece galleggiare l'arca nella quale erano entrati. Quest'ultimo senso ha in suo favore quel che Pietro dice in 1Pietro 3:21 del battesimo che salva anche noi.

21 alla qual figura corrisponde il battesimo (non il nettamento delle sozzure della carne, ma la richiesta fatta a Dio di una buona coscienza), il quale ora salva anche voi, mediante la risurrezione di Gesù Cristo

L'originale è molto conciso e difficile a rendersi letteralmente: la quale acqua, in quell'antitipo ch'è il battesimo, ora salva anche voi. L'antitipo è quel che corrisponde al tipo, la realtà che risponde alla figura. Il battesimo salva anche voi, dice l'apostolo, ma appena ha scritto quelle parole, sente il bisogno di spiegarle onde non si creda che attribuisca alcuna virtù spirituale all'elemento materiale e simbolico del sacramento. L'acqua netta le sozzure del corpo, ma non è che la figura della realtà spirituale che avviene nel battesimo cristiano per quelli che lo ricevono nelle disposizioni volute di pentimento e di fede. Essi vi cercano e vi ricevono il suggello, la certezza del loro perdono, della loro purificazione interna dalle colpe e sozzure del peccato, così da poter gustare la pace di una buona coscienza in regola col suo Dio. Le parole tradotte: richiesta a Dio di una buona coscienza ( επερωτημα) sono state intese in modi svariatissimi dagli interpreti e troppo lungo sarebbe l'enumerarli tutti. Chi vi ha veduto da parte del battezzando l'aspirazione a Dio che parte da una coscienza onesta e sincera; chi vi ha veduto l'interrogazione rivolta al battezzando per saper se veramente vuole ottener da Dio una buona coscienza liberata dal peso del peccato; chi vi ha veduto l'impegno solenne di servire il Signore con buona coscienza. Però, il senso più sicuro di eperòtema che non s'incontra altrove nel N.T., è quello di "richiesta" di "domanda". Il battezzando che non vede nel battesimo solamente un rito esterno, ma ne intende il significato spirituale, rivolge a Dio la preghiera intensa di esser "nettato nella sua coscienza dalle opere morte" Ebrei 9:14, e riceve nel battesimo la risposta divina; come l'acqua gli netta il corpo, così la grazia gli netta l'anima. Ai Giudei compunti nel cuore, Pietro dice: "Ravvedetevi e ciascun di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati..." Atti 2:38; e a Saulo pentito e credente, Anania dice: "Lèvati e sii battezzato e lavato dei tuoi peccati, invocando il suo nome" Atti 22:16. L'apostolo aggiunge che il battesimo è pegno di perdono e di salvezza mediante la risurrezione di Gesù Cristo che garantisce compiuta la giustificazione del peccatore a lui unito per fede ed assicura il trionfo in esso della vita nuova.

22 che, essendo andato in cielo, è alla destra di Dio, dove angeli, principati e potenze gli sono sottoposti.

Alla morte di Cristo è seguìta la risurrezione colla quale Dio ha suggellato l'opera, compiuta da Cristo sulla terra, dandogli in pari tempo la possibilità di estenderne il benefizio a coloro che non ne avevano mai udito parlare; alla risurrezione è seguita infine la esaltazione alla destra di Dio ch'è il più alto grado di potenza, poichè rappresenta la partecipazione all'autorità regale di Dio. Gesù stesso prima di salire al cielo disse ai suoi: "Ogni podestà m'è stata data in cielo e sulla terra". Pietro descrive la sovrana potestà di Cristo nel cielo col dire che le varie categorie di creature celesti: angeli, principati e potenze gli sono sottoposti. Abbiamo enumerazioni analoghe in altri passi, senza che possiamo definire con sicurezza la differenza che corre tra gli esseri così designati. Paolo dice ad es. che Dio ha spiegato la sua potenza in Cristo "quando lo risuscitò dai morti" e lo fece sedere alla propria destra nei luoghi celesti, al di sopra di ogni principato e autorità e potestà e signoria, e d'ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello a venire Efesini 1:20-21; Colossesi 2:10; Romani 8:38. Così, per mezzo delle sue sofferenze e della sua morte, Cristo è divenuto il Salvatore del mondo ed ha potuto e può compiere la misericordiosa volontà di Dio. Le sofferenze del cristiano hanno anch'esse la loro utilità.

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