1Tessalonicesi 1

1 Paolo e Silvano e Timoteo...

Uniformandosi fin dalla prima lettera che di lui possediamo, all'uso epistolare dei suoi tempi, Paolo comincia con quel saluto che da lui principalmente prenderà nome di apostolico, ed in cui troviamo il nome dell'autore o degli autori della lettera, quello della chiesa destinataria ed il voto che ad essa manda Paolo in un coi suoi collaboratori.

In tutte le Epistole posteriori, salvo quelle ai Filippesi e a Filemone, Paolo aggiunge al proprio nome l'indicazione dell'ufficio suo di apostolo, talvolta rilevandone l'origine divina (Galati Cor.); qui non stima necessario il farlo essendo l'Epistola in buona parte una effusione del suo cuore di padre spirituale, e nessuno tra i cristiani di Tessalonica mettendo in dubbio la di lui autorità.

Silvano e Timoteo erano stati i collaboratori dell'apostolo nella fondazione della chiesa di Tessalonica; Paolo stima perciò cosa giusta l'associare al suo il nome di chi avea con lui diviso le fatiche ed i pericoli della missione da cui era nata la comunità. Silvano o, come lo chiama Luca in forma abbreviata, Sila, era un membro eminente della chiesa di Gerusalemme, e poichè possedeva un dono profetico, era stato scelto con Giuda-Barsaba per recare in Antiochia il messaggio della Conferenza di Gerusalemme Atti 15:22,32. Era stato di poi eletto quale compagno di Paolo nel suo secondo gran viaggio missionario Atti 15:40. Da quell'epoca Luca non lo mentova più e solo nella prima Ep. di Pietro, scritta da Babilonia ai cristiani sparsi nell'Asia Minore, lo ritroviamo sotto il nome di Silvano, latore della lettera di Pietro. Era naturale che, essendo stato a lungo in Gerusalemme nella compagnia di Pietro, divenisse suo collaboratore presso Giudei e pagani.

Quanto a Timoteo, assunto da poco al ministerio evangelico in occasione della visita di Paolo a Listra Atti 16:1-3; egli si era fatto altamente apprezzare dall'apostolo (Vedi Introduz. alle Epist. pastorali).

alla chiesa dei Tessalonicesi ch'è in Dio Padre e nel Signor Gesù Cristo

letteralm. "all'assemblea di Tessalonicesi in Dio Padre e nel S. G. C.". I credenti di Tessalonica eletti da Dio e da lui chiamati mediante il Vangelo formano una ecclesia (Cfr. note 1Tessalonicesi 2:14; 1Corinzi 1:2 ecc.); una società speciale che ha per fondamento non la comunanza di razza o di nazionalità, di principii politici o sociali, di gusti artistici o letterari, di interessi industriali o di scopi scientifici, ma che ha per fondamento la fede in Dio Padre e nel Signor Gesù Cristo. Essa è o sussiste, essa "ha l'intero suo essere" in Dio Padre ed in Cristo. Questo "essere" implica il credere in Dio come nel solo vivente e vero cfr. (1Tessalonicesi 1:9) che si è rivelato in Cristo qual Padre amoroso e pietoso, il credere in Gesù quale Messia promesso nei profeti, qual Figliuol di Dio fatto carne, morto, risorto e sedente alla destra di Dio qual "Signore" della Chiesa e del mondo. Implica del pari il vivere nella comunione del Padre e del Signore G. C. Una tale fede ed una tale vita costituiscono il legame spirituale ed imperituro che unisce insieme i membri della chiesa di Tessalonica facendone una famiglia di Dio. Così Paolo chiamerà i cristiani di Filippi "i santi in Cristo Gesù che sono in Filippi" cfr. Romani 10:11; Colossesi 1:2. Come per la vita fisica e psichica "noi ci moviamo e siamo in Dio" Atti 17:28; così per la vita spirituale ci moviamo e siamo in Dio Padre e nel Signor G. C. A questo il sano misticismo cristiano. Chi riconosce il vero Dio e lo adora come l'Essere vivente e personale, è monoteista; ma chi si confida in lui come nel Padre che ci ha riconciliati a sè in Cristo, quello è cristiano. Oggidì, come nei tempi apostolici, osserva il Denney, ci sono persone che sono cristiane ed altre che non lo sono, e per quanto, alla superficie, le loro vite possano parer simili, esse sono però radicalmente separate.. Il loro centro è diverso; l'elemento in cui si muovono è diverso, il cibo di cui si alimenta il loro pensiero è diverso, com'è diversa la fonte dei loro moventi e diverso il loro ideale morale. Gli uni vivono in Dio gli altri vivono senza Dio, gli uni vivono in Cristo gli altri vivono separati da Cristo, e più sarà grande la loro sincerità più grande sarà l'antagonismo fra loro. Credenti e chiese devono aspirare ad essere in modo viepiù completo e costante in Dio Padre e nel Signor Gesù Cristo. "Volesse Iddio, esclamava Crisostomo, che si potesse con verità dir questo della nostra chiesa, ma io temo ch'ella sia indegna di sì bel nome. Si può egli dire di chi è schiavo del peccato ch'egli è in Dio?".

grazia a voi e pace.

Tale il testo delle maggiori edizioni critiche (Tischendorf, Tregelles, Hort, Nestle) che considerano come aggiunta tolta dalla seconda Epistola le parole da Dio nostro Padre e dal Signor G. C.. Esso trovansi nei Codd. (alef) A C D e seguenti, ma non si vede perchè sarebbero state soppresse, se autentiche. Grazia è il favore immeritato di Dio da cui scaturiscono per la creatura peccatrice tutti i beni della salvazione: dal perdono fino alla perfetta santificazione. Ne hanno quindi bisogno continuo i credenti come chi è ancora alieno da Dio. Pace è uno dei più dolci frutti della grazia, tanto più prezioso quando il mondo è avverso e i tempi sono difficili come lo erano per i cristiani di Tessalonica. "Non c'è pace senza grazia, e non c'è grazia all'infuori della comunione con Dio in Cristo" (Denney).

2 

PARTE PRIMA

I SENTIMENTI DI PAOLO VERSO I TESSALONICESI

1Tessalonicesi 1:2-3:13

Paolo suole incominciare le sue lettere con un rendimento di grazie a Dio per i beni spirituali di cui sono partecipi coloro ai quali scrive. In questa sua prima lettera non fa difetto il ringraziamento; ch'è anzi la gratitudine verso Dio è il sentimento che domina in tutta la prima parte dell'Epistola. Esso s'intreccia ai ricordi ancor freschi e vivi dell'opera compiuta da Dio in Tessalonica per mezzo di Paolo e dei suoi compagni, e si sposa alla gioia provata da lui nel ricevere le buone notizie recategli da Timoteo circa lo stato attuale della giovane chiesa. Ma insieme alla riconoscenza Paolo esprime pure il suo amore di padre spirituale, le ansie della separazione dai figli, il suo vivo desiderio di rivederli e i voti del suo cuore per loro. Preme all'apostolo di far conoscere fin dal principio alla chiesa tutti questi suoi sentimenti, non solo per dar sfogo al proprio affetto, ma per confermare i Tessalonicesi nelle buone disposizioni in cui si trovano. Questa parte storico-personale, dell'Epistola si suddivide in due paragrafi. Nel primo 1Tessalonicesi 1:2-2:16. Paolo rende grazie per il modo in cui i Tessalonicesi hanno accolto l'Evangelo recato loro da banditori ripieni dello Spirito e spinti da moventi puri e santi. Nel secondo 1Tessalonicesi 2:17-3:13, Paolo dice del vivo desiderio suo di rivedere i Tessalonicesi, della gioia intensa procuratagli dalle notizie recategli da Timoteo e dei voti che fa salire a Dio per loro.

§1. RENDIMENTO DI GRAZIE PER IL MODO COL QUALE I TESSALONICESI HANNO ACCOLTO L'EVANGELO RECATO LORO DA PAOLO 1Tessalonicesi 1:2-2:16

Il rendimento di grazie dell'Apostolo per l'opera da Dio compiuta fra i Tessalonicesi muove da un triplice ricordo che Paolo rapidamente viene evocando.

Gli sta dinanzi agli occhi, anzitutto, la vigorosa vita spirituale che si è sviluppata nella giovane chiesa; sono in lei vive e salde la fede, la carità e la speranza, le tre potenti energie della vita cristiana 1Tessalonicesi 1:2-3.

Cotali frutti gli danno a conoscere che l'albero è stato "piantato dal Padre", ed egli, infatti, ben ricorda di quale potenza spirituale ei si sentiva ripieno allorchè annunziava loro l'Evangelo, e quanto giuliva e risoluta fosse la fede nata nei loro cuori sotto l'azione dello Spirito di Dio; fede che avea destato ovunque la meraviglia degli amici e degli avversari 1Tessalonicesi 1:4-10.

Nè minore era la sua riconoscenza quando ricordava le difficoltà in mezzo alle quali i missionari avevano dovuto compiere l'opera loro. Essi erano arrivati a Tessalonica sotto il peso degli oltraggi patiti in Filippi e non era trascorso un mese che sorgeva contro a loro una fiera opposizione. I nemici li aveano dipinti come gente non sincera che mirava a sedurre gli altri, mossa da motivi impuri, interessati, con sulle labbra le parole adulatrici che cercan l'applauso umano, ma senza vera pietà nè vero amor del prossimo. I Tessalonicesi avean saputo discernere sotto le apparenze umili e sotto le calunnie la verità: avevan saputo apprezzare la sincerità, l'amore, il disinteresse dei predicatori e, nella lor parola, aveano sentito vibrare il messaggio di Dio. L'avevano accolto con fede profonda capace di resistere all'urto della persecuzione 1Tessalonicesi 2:1-16.

A. 1Tessalonicesi 1:2-3 Il ricordo della prospera vita religiosa della chiesa

Noi rendiamo grazie a Dio sempre per tutti voi

- Anche quando dice noi Paolo parla talvolta per conto suo soltanto; ma qui non c'è ragione di escluder dal ringraziamento Silvano e Timoteo pur ora nominati, i quali aveano lavorato coll'apostolo alla fondazione della chiesa e si trovavano ora con lui in Corinto. Invece di esaltar gli uomini, essi rendono grazie a Dio ch'è il donatore e la fonte di ogni bene. Nè lo fanno solo una volta di passata per la collettività, ma sempre, e per tutti i credenti loro figli spirituali, di cui hanno presenti al cuore le circostanze individuali, le lotte e le vittorie.

facendo di voi menzione nelle nostre preghiere

privato e comuni. In occasione di quelle preghiere sale a Dio, in un colle supplicazioni d'intercessione, anche il ringraziamento. "In ogni circostanza, scriverà più oltre Paolo, rendete grazie" 1Tessalonicesi 5:18.

3 ricordandoci del continuo, dinanzi a Dio nostro Padre, dell'opera della vostra fede, della fatica dell'amore vostro e della costanza della vostra speranza nel Signor nostro Gesù Cristo.

Le parole "dinanzi a Dio nostro Padre" vengono ultime nel greco e sono così collocate nella diodatina ed in parecchie versioni moderne. Esse possono connettersi colla idea della vita di fede, di carità e di speranza che i Tessalonicesi menano alla presenza di Dio, cioè nel sentimento costante ch'egli conosce ogni cosa in loro e che la lor vita è consacrata a lui; ovvero si possono connettere - e questo pare più semplice - col ricordo incessante che della vita dei Tessalonicesi serbano in cuore gli evangelizzatori e che li spinge a render grazie ogni volta che stanno in preghiera dinanzi a colui ch'è loro e Dio e Padre. - La fede è talvolta, nel N. T. presentata come opera di Dio perchè Dio è quegli che illumina le menti e trae i cuori ad aver fiducia nelle sue promesse - "A voi è stata dato... non sol di credere in lui, ma anche di soffrire..." Filippesi 1:29; Giovanni 6:44. Altrove è presentata come "l'opera di Dio" Giovanni 6:29 perchè comandata da Dio e perchè è un atto morale che implica la decisione più profonda ed importante della esistenza. Ma quando Paolo qui rende grazie per l'opera della fede dei Tessalonicesi cfr. 2Tessalonicesi 1:11; egli intende parlare dell'attiva energia ch'è frutto, ch'è manifestazione pratica della fede viva del cuore. In Galati 5:6 egli dirà che "la fede è operante per mezzo dell'amore"; in Tito 3:8 dirà che "coloro i quali hanno creduto a Dio devono pensare ad applicarsi a buone opere"; e Jacobo dice addirittura che "la fede senza le opere è vana... è morta" Giacomo 2:20,26. Opera della fede dei Tessalonicesi in Dio Padre e nel Signor Gesù erano stati, ad esempio, il risoluto abbandono dell'idolatria, la professione aperta dell'evangelo dinanzi al mondo, la loro consacrazione giuliva al servizio del Dio vivente e santo anche a costo di gravi sacrifizi e patimenti. La prima volta, osserva il Denney, che Paolo scrive della fede, parla dell'opera di essa, quasi volesse anticipatamente combattere ogni abuso della dottrina della giustificazione per fede. Colla fatica dell'amore sono significate le fatiche cui l'amore spinge i Tessalonicesi a sobbarcarsi. Si tratta qui dell'amore verso i fratelli ed, in genere, verso il prossimo, non dell'amore verso Dio, che resta d'altronde la sorgente dell'amor fraterno. In 2Tessalonicesi 1:3 rende grazie perchè "aumenta l'amore che ciascun di loro nutre per tutti gli altri", ed in questa dirà in 1Tessalonicesi 4:9: "Circa l'amor fraterno non avete bisogno ch'io ve ne scriva...". Or l'amore per il prossimo non può restar nudo e sterile sentimento, ma si estrinseca in atti di carità verso i fratelli bisognosi, malati, afflitti, forestieri, perseguitati, deboli in fede, verso gli erranti e i pusillanimi cfr. 1Tessalonicesi 5:14-15. E tutte queste manifestazioni d'amor cristiano richiedono tempo e sforzi perseveranti e sacrifizi e rinunziamenti, in una parola, fatica fisica e morale, poichè nel servire al prossimo per il suo bene s'incontrano non di rado spine anzichè rose, ingratitudine, e delusioni. Paolo avea dato ai Tessalonicesi l'esempio dell'amore che fatica e non si stanca 1Tessalonicesi 2:8 e segg. ed essi l'aveano seguito in circostanze difficili. La costanza della speranza è la paziente e salda perseveranza colla quale i Tessalonicesi, nonostante le contrarie apparenze, ad onta della persecuzione che li priva d'ogni quiete, della lor buona riputazione, e talvolta anche dei loro beni e della loro libertà, aspettano con piena fiducia il compimento glorioso del regno di Dio all'avvento di Cristo. La loro, infatti, è detta speranza del Signor nostro G. C. perchè egli n'è l'oggetto, Essi "aspettano dai cieli il Figliuol di Dio... Gesù che ci libera dall'ira avvenire". 1Tessalonicesi 1:10; 2Corinzi 4:13 e segg. In 1Timoteo 1:1 Cristo è chiamato "la nostra speranza", perchè egli è non solo il mallevadore dell'adempimento delle promesse e l'agente di Dio che presiede alla loro effettuazione quale Re supremo, ma egli è pure Colui al quale i credenti anelano di essere uniti per sempre 1Tessalonicesi 4:17; Filippesi 1:23; Giovanni 14:3. Nel suo avvento egli farà partecipi tutti i suoi della gloria di cui egli stesso è coronato. "Quando sarà apparito noi saremo simili a lui perchè lo vedremo quale egli è" 1Giovanni 3:2. "Come abbiam portata l'immagine dell'Adamo terrestre, porteremo anche l'immagine del celeste" 1Corinzi 15:49.

AMMAESTRAMENTI

1. L'insegnamento e la preghiera sono le due funzioni essenziali dell'apostolo cristiano. Cfr. Atti 6:6. Nelle preghiere di Paolo e dei suoi compagni hanno larga parte l'intercessione ed il rendimento di grazie. Paolo ordina ai Tessalonicesi di "render grazie in ogni circostanza" 1Tessalonicesi 5:18; scrive ai Colossesi Colossesi 3:15: "Siate riconoscenti", ed egli ne da l'esempio imitando il suo Maestro.

I suoi ringraziamenti

a) sono rivolti, come le sue preghiere, a Dio, solo autore d'ogni buon dono temporale e spirituale;

b) sono frequenti: egli rende grazie sempre, ogni volta che pensa ai benefici ricevuti da lui e dai suoi figli spirituali;

c) dono per tutti; non per i soli conduttori, non per i soli cristiani più progrediti o più a lui simpatici, ma per tutti poichè tutti hanno parte ai doni di Dio e per tutti egli nutre affetto di padre;

d) i ringraziamenti hanno per oggetto specialmente le grazie spirituali di cui sono stati arricchiti i Tessalonicesi: la fede operante, l'amore che fatica, la speranza che perdura nelle prove. Le grazie spirituali sono più preziose dei benefizi temporali e dei carismi più cospicui 1Corinzi 13:1.

2. Osserva il Reuss: "Già in queste prime linee, le più antiche che noi possediamo dell'apostolo, incontriamo quella combinazione dei tre elementi fondamentali della vita cristiana: la fede, la carità, la speranza, sui quali piace a Paolo di tornare spesso. Vedi 1Tessalonicesi 5:8; 2Tessalonicesi 1:3,7; 1Corinzi 13:13; Colossesi 1:4-5. La prima stabilisce l'unione tra l'uomo e Dio per la mediazione di Cristo; la seconda trasmette al mondo i beneficii di cotesta unione, poichè Dio si vuol servire dei mortali per far progredire l'opera sua; la terza, infine, dirige i pensieri e gli sforzi del cristiano verso l'eternità e verso il proprio avvenire. Tutto quel che possiam chiamare sentimenti cristiani, esperienze interne, aspirazioni evangeliche; doveri o virtù, rientrerà nell'una o nell'altra di queste tre sfere, di queste tre manifestazioni intimamente fra loro unite, della esistenza di coloro che sono divenuti in Cristo delle nuove creature. Nell'armonico sviluppo di questi tre elementi, consisterà la perfezione".

Auberlen chiama la fede la radice della vita cristiana poichè ella si appropria la grazia offerta nei fatti della Redenzione; chiama l'amore il tronco di essa poichè è l'antidoto dell'egoismo ch'è il principio peccaminoso; chiama la speranza il coronamento della vita cristiana perchè essa aspetta con certezza che la vita dello Spirito che abita ora nelle membra di Cristo penetri e trasfiguri tutto le cose e vinca tutti i nemici.

4 B. 1Tessalonicesi 1:4-10 Il ricordo dell'azione potente dello Spirito negli evangelizzatori e nei Tessalonicesi evangelizzati

sapendo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione.

Il participio sapendo come i precedenti: facendo menzione, ricordando, dipende dal Rendiamo grazie, ed accenna ad un secondo motivo che Paolo ha di render grazie. La vita rigogliosa di fede, di amore e di speranza dei Tessalonicesi non è una cosa superficiale e passeggiera; ma è il frutto genuino d'una "pianta che il Padre ha piantato"; essa da a conoscere ch'essi sono l'oggetto della misericordiosa ed eterna elezione di Dio. Egli li chiama, perciò, fratelli amati da Dio, perchè la loro salvazione procede in ultima analisi dall'amore di Dio e l'amor del Padre che li adotta per figli è quel che costituisce in famiglia spirituale di fratelli tutti i salvati.

Il termine "elezione" ( εκλογη) è adoperato sette volto nel N. T., per lo più da Paolo, chiamato egli stesso "vaso d'elezione" Atti 9:15 e che parla del "proponimento (divino) conforme all'elezione", della "elezione di grazia". I credenti son chiamati "gli eletti", la "gente eletta". L'elezione è l'atto libero e misericordioso col qual Dio sceglie nella massa umana i peccatori che conduce alla salvezza. In 2Tessalonicesi 2:13, l'apostolo dice: "Dobbiamo render grazie... fratelli amati dal Signore, poichè Dio vi ha eletti dal principio a salvezza, in santificazione di spirito e fede alla verità". L'elezione risale all'eternità, ma è connessa colla "prescienza" di Dio. "Coloro ch'egli ha preconosciuti, li ha predestinati..." Romani 9:29. "Eletti... secondo la prescienza di Dio Padre" 1Pietro 1:2. Non è determinata da meriti di sorta, ma tien conto dell'uso preveduto che l'uomo farà della sua libertà per credere.

5 poichè il nostro evangelo non vi è stato annunziato con parole soltanto, ma anche con potenza e con lo Spirito Santo e con grande pienezza di convinzione;

- L'elezione di Dio è di sua natura cosa nascosta all'uomo, il quale non la può conoscere se non dai fatti nei quali si rivela il segreto consiglio di Dio. Paolo conosce la elezione dei Tessalonicesi, non per rivelazione soprannaturale, ma da un duplice ordine di fatti: quelli che concernono i predicatori del Vangelo a Tessalonica 1Tessalonicesi 1:5 e quelli che si riferiscono ai Tessalonicesi stessi 1Tessalonicesi 1:6 e segg. Così i primi come i secondi hanno sentito l'azione potente dello Spirito di Dio in loro; hanno sentito che la fondazione della chiesa non era opera umana, ma divina, rispondente al proposito di Dio. Il nostro evangelo non indica un evangelo diverso da quello predicato dagli altri apostoli ma semplicemente la buona novella della salvezza di cui Paolo ed i suoi compagni erano stati i banditori. La locuzione usata da Paolo vien tradotta nella diodatina: "Il nostro evang. non è stato inverso voi in parole..."; ma talvolta ha senso locale Atti 20:10; 25:15; 19:21): Il nostro ev. "non è giunto a voi", cioè non v'è stato da noi annunziato, con delle parole solamente. La parola ch'è l'espressione, il veicolo necessario della verità, c'è stata; ma non è stata una parola fredda ed impotente; essa è uscita vibrante della forza irresistibile di una convinzione corta, da cuori che erano ripieni dello Spirito Santo, caldi di amore per gli uomini. Le tre espressioni che sono contrapposte alla nuda "parola": potenza, Spirito Santo, piena convinzione, sono tra loro strettamente connesse poichè la potenza spirituale dei predicatori sta in gran parte nella pienezza di convinzione con cui espongono la verità conosciuta e sperimentata; chi poi produce questa pienezza di convinzione è lo Spirito Santo che riempie la mente di luce, che rende la verità dolce e preziosa al cuore, sacra alla coscienza. Gesù avea detto ai suoi apostoli prima della Pentecoste: "Voi riceverete la potenza dello Spirito Santo e mi sarete testimoni..." E Luca nota come; ripieni dello Spirito, "essi con gran potenza rendevano testimonianza della risurrezione del Signor Gesù" Atti 4:31,33. Gli antichi interpreti hanno veduto nella potenza di cui parla Paolo, "la potenza dei segni e dei prodigi" o, quanto meno, i doni straordinari dello Spirito; ma, senza contare che Luca nel narrare l'evangelizzazione di Tessalonica, non allude per nulla a miracoli esterni, è più semplice l'intenderlo della potenza spirituale che lo Spirito comunicava ai predicatori per guadagnare alla fede i loro uditori. Elemento di questa potenza era la "pienezza di convinzione" colla quale, senza esitazione, incertezza o dubbio, colla mente piena di luce e il cuore pieno di amore, essi aveano predicato Cristo. È questione altrove di "pienezza di fede", di "pienezza di speranza" di "pienezza d'intelligenza" Ebrei 6:11; 10:22; Colossesi 2:2. Che poi si tratti qui della persuasione e della potenza dei banditori del Vangelo e non della persuasione prodotta negli uditori, lo provano le parole che seguono:

e infatti voi sapete quel che siamo stati fra voi, per amor vostro.

Che Paolo ed i suoi compagni non fossero stati nel presentarsi ai Tessalonicesi per condurli a salvezza dei predicatori timidi, pieni di dubbi e di punti interrogativi, ma degli uomini franchi, coraggiosi, riboccanti di certezza e di vita spirituale, era cosa di cui i Tessalonicesi erano stati testimoni. Nell'azione potente dello Spirito sui messaggeri di Cristo, Paolo riconosce una delle prove che in quella città Dio aveva un popolo di eletti da chiamare alla fede. Altrove lo Spirito che gli era guida non aveagli permesso di annunziar l'Evangelo; mentre in Europa lo avea chiamato una visione Atti 16:7,9.

6 Una seconda prova di fatto della loro elezione, Paolo la scorge nell'azione manifesta dello Spirito sui Tessalonicesi che aveano udita la predicazione del Vangelo.

e voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuta la parola in mezzo a grandi tribolazioni con l'allegrezza dello Spirito Santo.

In poche settimane quei Giudei e quei greci di Tessalonica erano divenuti non soltanto dei discepoli, ma dei discepoli che camminavano con passo sicuro sulle orme dei loro maestri, e seguivano con ciò le orme del modello supremo e perfetto della vita: il Signor Gesù. Non solo erano divenuti credenti nel la parola, la parola per eccellenza, quella ch'esprime la verità suprema concernente la salvazione di Dio in Cristo; ma l'aveano ricevuta nel cuore in mezzo a circostanze esterne sfavorevoli poichè contro gli apostoli ed i loro discepoli s'era scatenata fin dal principio una persecuzione mossa dall'invidia dei Giudei increduli uniti alla gente di piazza Atti 17. Ciò nonostante, avevano accolta la Buona Novella con un'allegrezza che non ora il frutto della carne ma il frutto dello Spirito in loro. Cfr. Romani 14:17; Filippesi 3: l; Galati 5:22. Anche gli apostoli, quando erano stati giudicati degni di soffrire per il nome di Gesù, s'erano ritirati dal Sinedrio pieni di gioia Atti 5:41. Paolo e Sila nel carcere di Filippi cantavano le lodi di Dio. Ed il Signor Gesù ch'è il modello compiuto della fede, "per l'allegrezza che gli era posta dinanzi, sopportò la croce, sprezzandone il vituperio" Ebrei 12:4. "Il cuor naturale dell'uomo, nota il Bornemann, avrebbe guardato anzitutto alle tribolazioni e, per timore e ripugnanza del soffrire, avrebbe voltato le spalle al vangelo. Essi invece l'aveano ricevuto nonostante una gran tribolazione, l'aveano ritenuto con fermezza. Non solo, essi aveano adorno il loro cristianesimo di un'allegrezza vittoriosa d'ogni afflizione, ugualmente lontana dall'impazienza che dispera, dalla debole rassegnazione o dall'indifferenza stoica: un'allegrezza sovrumana, divina".

7 talchè siete divenuti un esempio e tutti i credenti nella Macedonia e nell'Acaia.

Imitatori degli apostoli e del Signore, i Tessalonicesi sono venuti ad essere a loro volta degli esempi degni d'imitazione per altri credenti, in ispecie per quelli del loro proprio paese che potevano avere più esatta conoscenza dei fatti successi in Tessalonica. Macedonia ed Acaia erano le due grandi divisioni della Grecia al tempo di Paolo Atti 19:21; Romani 15:26. Nel 146 A.C., la prima di queste regioni era stata ridotta in provincia romana con Tessalonica quale sede del potere centrale; e l'Acaia era stata costituita provincia sonatoriale con un proconsole risiedente in Corinto.

8 Da voi, infatti, la parola del Signore ha echeggiato non solo in Macedonia ed in Acaia, ma la notizia della fede che avete in Dio si è sparsa in ogni luogo, talchè noi non abbiam bisogno di dirne alcun che.

Tessalonica è città commerciale importante da cui si diffondono con facilità le notizie in ogni direzione, non solo nella Grecia, ma nell'Asia Minore e nei porti d'Italia e d'Africa. Un fatto nuovo in Europa qual era quello della conversione a Dio ed al suo Cristo di persone di ogni ceto e coltura ed educazione religiosa, la perseveranza dei neofiti anche in mezzo alla persecuzione, i frutti magnifici del Vangelo in loro, tutto ciò costituiva tal fenomeno straordinario da imporsi all'attenzione anche degli indifferenti, e tutti perciò ne parlavano. Ma non si poteva parlar della fede in Dio (lett. verso Dio) degli ex-pagani di Tessalonica senza parlare della parola del Signore ossia del divino Evangelo annunziato in quella città da Paolo e ch'era stato il mezzo della loro conversione. Per tal modo da Tessalonica aveva echeggiato lontano la verità divina. L'espressione in ogni luogo va intesa in senso relativo; ma Paolo, collocato com'era nel gran centro commerciale dell'Acaia, era in grado di conoscere quanto si fosse diffusa, specialmente fra i cristiani, la notizia delle vittorie del Vangelo in Tessalonica; notizia ch'era di conforto e di stimolo ai credenti, mentre faceva riflettere gli altri.

9 poichè essi stessi raccontano di noi quale entrata abbiamo avuta presso di voi,

- Il Godet ha veduto in quell'essi stessi i Giudei nemici di Paolo e del Vangelo i quali da una sinagoga all'altra facevano circolare la notizia di quanto era avvenuto in Tessalonica, col fine di mettere in guardia i loro correligionari. Paolo, dice quell'interprete, non nomina quei messaggeri ostili ma li designa in modo sufficiente per i suoi lettori. Ora, che i Giudei di Tessalonica siano stati avversari accaniti degli evangelisti, risulta dal fatto della persecuzione mossa contro di essi in Tessalonica e poi in Borea Atti 17:5,13; ma non sono i Giudei che avrebbero parlato della conversione dei Greci in quel modo entusiastico di cui 1Tessalonicesi 1:9 è come l'eco; e d'altronde Paolo ha parlato, in 1Tessalonicesi 1:7-8; della buona influenza che l'esempio dei Tessalonici aveva avuta specialmente sui cristiani e sugli uditori ben disposti per la fede. Essi erano informati di tutto e Paolo non avea bisogno di narrare quale fosse stata l'entrata dei messaggeri di Cristo in Tessalonica. L'entrata non designa il modo esterno di fare il loro ingresso. Certo, come notava Zwingli, non erano entrati in pompa magna. Ma neppure indica soltanto la fede e lo zelo che animavano i missionari quand'erano venuti in Tessalonica; con questa espressione, ripresa in 1Tessalonicesi 2:1; Paolo accenna pure all'impressione prodotta sulla popolazione, ai risultati religiosi ottenuti dalla venuta e dall'attività degli ambasciatori di Cristo. La loro entrata non ora stata "vana"; essa era stata accompagnata di potenza spirituale nei predicatori e di risultati rallegranti negli uditori:

e come dagli idoli vi siete convertiti a Dio, per servire all'Iddio vivente e vero,

10 e per aspettare dai cieli il suo Figliuolo ch'egli ha risuscitato dai morti, cioè Gesù che vi libera dall'ira avvenire.

La conversione di un gran numero di pagani era stato il risultato della venuta di Paolo in Tessalonica. Essendo la gran maggioranza dei membri della chiesa costituita da ex-pagani Atti 17:4 l'apostolo può dire che si sono convertiti dagli idoli a Dio, cioè dagli errori e dalle abbominazioni del politeismo che avea dispersa in informi frammenti la nozione della divinità, l'avea degradata coll'attribuire passioni umane agli dei creati dall'immaginazione e col rendere a delle rappresentazioni materiali di divinità non esistenti un culto spesso immorale. Del paganesimo Paolo ha tracciato un quadro dal vero in Romani 1. Dagli idoli si erano convertiti al Dio solo vero e vivente. Nota con ragione il Bornemann che quel singolare "Dio" doveva avere per gli ex-pagani un senso di cui noi, abituati fin da giovani al monoteismo, non riusciamo a renderci ben conto "Quale potenza di pace e di felicità v'era per loro nella certezza che quell'Uno da cui tutto dipende, lo dovevano onorare come il Padre che li aveva eletti, chiamati, amati, che li amava tuttora, al quale ora si erano convertiti, in cui potevano confidare, dinanzi al cui trono ed al cui cuore salivano insieme le preghiere della gratitudine di tutti quelli che l'aveano conosciuto mediante la Buona Novella di Gesù il Cristo!" Alla conversione dei Tessalonicesi è assegnato un duplice fine:

1. servire, con tutte le forze e con spirito ubbidienza e devozione filiale, all'Iddio vivente e vero mentre prima adoravano idoli inerti fatti dagli uomini e rappresentanti divinità non esistenti, restando così smarrito il Senso della vita. Colla conversione sono tornati sulla retta via tracciata da Dio all'uomo.

2. Il secondo fine è intimamente connesso col primo. Servendo a Dio ed ai suoi disegni essi consacrano la vita alla sola causa che sia sicura della vittoria definitiva. Il disegno di Dio ha il suo centro ed il suo esecutore in Cristo che ha colla Sua vita realizzato l'ideale umano, che ha colla sua morte espiato i peccati; la cui risurrezione è il suggello posto da Dio alla di lui opera; la cui ascensione gli ha dato la potestà regale sulla Chiesa e sul mondo; il cui ritorno glorioso segnerà il compimento della salvazione e del regno di Dio. Aspettare dai cieli ov'è salito, il Figliuol di Dio indica quindi l'atteggiamento dei cristiani che riguardano con allegra e costante speranza all'adempimento sicuro delle divine promesse. È la loro speranza gloriosa che li fa capaci di sopportare le tribolazioni del presente. Il Cristo è chiamato il "Figliuol di Dio" per via della sua natura divina, è chiamato Gesù perchè nell'incarnazione egli è divenuto uomo ed è entrato nella storia dell'umanità. Egli ci libera dall'ira che viene perchè assicura ai suoi la salvazione finale; essi non hanno da temere l'ira, ossia il giusto sdegno di Dio e la punizione che cadranno sopra coloro che volontariamente saranno perseverati nel male sprezzando la grazia loro offerta in Cristo. Cfr. Romani 5:9; 2Tessalonicesi 1:8-9. A quest'epoca della sua vita, Paolo come tutti i cristiani dei primi tempi, considerava l'avvento di Cristo di cui non era Stata rivelata la data, come non lontano.

AMMAESTRAMENTI

1. L'elezione di Dio è misteriosa per noi non solo perchè ci sfugge il modo di conciliare nella nostra mente la sovranità e la prescienza di Dio colla libertà umana, ma anche perch'ella è cosa nascosta nel consiglio di Dio. Non la possiamo conoscere che quando il disegno di Dio ci rivela nelle opere della Sua grazia. Paolo riconosce l'elezione dei Tessalonicesi dall'azione potente dello Spirito che ha sentita in sè quando predicava in Tessalonica, e dall'eco di fede sincera e salda che ha risposto al messaggio nei cuori degli uditori. Il modo pratico per noi di render sicura la nostra elezione è di mostrarci riconoscenti degli inviti che Dio ci rivolge per mezzo dei suoi servitori e di corrispondervi con la fede e l'ubbidienza del cuore. Cfr. 2Pietro 1:10-11.

2. "Le parole sole sono senza valore. Sieno pur brillanti, eloquenti, imponenti finchè si vuole, esse non possono far l'opera d'un evangelista. La vocazione sua richiede potenza". (Denney). Quando lo Spirito riempì di forza i primi discepoli essi incominciarono la conquista del mondo; e mentre "spesso ci vogliono in oggi sul nostro vecchio continente, tremila predicazioni per far passare un'anima dalla morte alla vita, il giorno della Pentecoste tremila persone si convertirono ascoltando la parola di Pietro... Il Evangelo era annunziato unicamente dallo Spirito Santo. L'uomo non era che un. mezzo. Non Pietro ha riportato una grande vittoria, ma il Cristo glorificato" (Delattre). La Chiesa deve implorar sugli operai del Signore lo Spirito di potenza e di piena convinzione.

3. La fede sincera ed operante è come un profumo che non può restar nascosto, ma che diffonde dovunque il suo grato odore. "L'odore del buon esempio si spande lontano in poco tempo. La fede di interi popoli può essere il frutto della pietà di una sola chiesa, e qualche volta di una sola famiglia, d'un'anima sola" (Quesnel). L'esempio di chi per la sua fede sopporta tribolazione è tal seme che Dio ne fa sempre germogliare dei frutti benedetti.

4. La conversione dei Tessalonicesi ci può insegnare cosa sia vera conversione.

a) Essa, come l'indica la parola, è un mutamento di direzione nelle idee, negli affetti, nell'attività religiosa, determinata dal contatto dell'anima colla verità evangelica. Nè Paolo nè i cristiani genuini hanno mai professata la teoria che uno deve rimanere nella religione dei suoi padri quando ne ha conosciuta la falsità.

b) La direzione che abbandona chi si converte è quella dell'errore religioso riconosciuto, dell'empietà che, anche senza disonorar Dio positivamente, non gli rende l'onore che gli è dovuto. Una vita vissuta come se Dio non esistesse o consacrata agli idoli che si chiamano l'io, l'interesse, il piacere ecc., non è religiosamente molto migliore di quella dei pagani, adoratori d'idoli di legno e di pietra.

e) Chi si converte si volge non tanto ad un sistema di dottrine, o ad una chiesa, ma si volge a Dio, al Dio vero e vivente, al Dio Padre che ha dato il suo Figliuolo per la salvezza degli uomini. Non basta che il figliuol prodigo torni al suo paese ed alla casa paterna; egli torna al suo padre per confessare a lui i proprii peccati e da lui ottenere il perdono.

d) La conversione mira non a ricevere solamente la grazia, ma ad indirizzar la vita tutta per la via retta del servire a Dio con spirito di amor filiale.

e) La conversione avvia l'uomo verso la vittoria finale e gliene depone in cuore la sicura speranza. Mentre prima ora praticamente senza Dio e senza speranza, ora serve il suo Dio e Padre e aspetta dai cieli il Signor Gesù che verrà a compiere l'opera della salvazione nei suoi e nel mondo, potrà il credente incontrare tribolazione nel mondo ma è sostenuto dalla beata speranza di regnar col Cristo glorioso.

5. C'è secondo l'insegnamento apostolico un'ira avvenire che sovrasta al mondo restato nemico di Dio... L'ira di Dio non è uno sfogo arbitrario di passione, nè, come spesso negli uomini, un'esplosione di risentimento egoistico; essa è, per parte del Santo, l'eterna ripulsione per il male... Noi conosciamo le conseguenze penali che il peccato trae seco in questo mondo: rimorsi, tristezza infruttuosa, vergogna, paura, senso del torto irreparabile fatto a persone amate, incapacità per il servizio di Dio. Tutto questo fa presentire il giudicio di Dio sul peccato, ma non lo esaurisce... Predicando l'Evangelo di Cristo, Paolo predica l'ira avvenire. Senza di quella, mancherebbe un anello alla catena delle idee cristiane. (Da Denney).

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