1Tessalonicesi 4

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PARTE SECONDA

ESORTAZIONI ED INSEGNAMENTI

1Tessalonicesi 4:1-5:24

La seconda parte dell'Epistola è esortativa e didascalica. La si può dividere in tre sezioni.

Nella prima, 1Tessalonicesi 4:1-12, troviamo esortazioni ad una condotta personale santa.

Nella seconda, 1Tessalonicesi 4:13-5:11, si contengono insegnamenti circa la sorte dei credenti morti prima della venuta del Signore, e circa il tempo di quella venuta.

Nella terza, 1Tessalonicesi 5:12-24, abbiamo delle esortazioni staccate, relative specialmente alla vita ecclesiastica.

Sezione A 1Tessalonicesi 4:1-12 ESORTAZIONI AD UNA CONDOTTA PERSONALE SANTA

Dopo una esortazione generale che serve d'introduzione 1Tessalonicesi 4:1; abbiamo in questa sezione quattro esortazioni speciali: a purità di costumi 1Tessalonicesi 4:2-5; ad onestà negli affari 1Tessalonicesi 4:6-8; ad amor fraterno sempre maggiore 1Tessalonicesi 4:9-10 e ad assiduità nel lavoro richiesto dalla vocazione terrena di ognuno 1Tessalonicesi 4:11-12.

1Tessalonicesi 4:1 Esortazione generale a progredire nella pratica dei doveri cristiani

Del rimanente, fratelli, come avete imparato da noi il modo in cui vi dovete condurre e piacere a Dio - e così già vi conducete - , vi preghiamo e vi esortiamo nel Signor Gesù a progredire vie più.

Dice lett. Del rimanente, adunque, connettendo, con quest'ultima parola, le esortazioni che seguono ai voti espressi in 1Tessalonicesi 4:11-13. Il carattere irreprensibile al quale Paolo domanda a Dio di farli giungere, non si otterrà senza sforzi costanti da parte loro; ed a questi li esorta l'apostolo in questa seconda parte che nella mente dell'autore sarà anche l'ultima della lettera, il rimanente. Non si tratta in queste esortazioni a santità di dare ai Tessalonicesi un insegnamento morale nuovo, ma di ricordare e d'inculcare quello che Paolo avea loro dato nella sua breve permanenza presso di loro. Essi infatti avevano ricevuto (così il greco) da lui e dai suoi collaboratori, per via d'insegnamento orale illustrato dall'esempio, non solo la conoscenza delle dottrine essenziali del cristianesimo, ma anche le norme del viver morale; avevano imparato il modo in cui un cristiano deve condursi onde piacere a Dio che lo ha salvato. Gesù aveva ordinato ai suoi ambasciatori d'insegnare ai discepoli "ad osservare tutte le cose da lui comandate" ed essi non trascurano l'insegnamento morale tanto più necessario quando trattasi di persone cresciute in un ambiente pagano corrotto nel quale certi peccati non erano affatto considerati tali. Tuttavia Paolo non dimentica che i Tessalonicesi sono bene avviati di già nella pratica della vita cristiana, solo li esorta ad abbondare vie più, cioè a progredire sulla via della santificazione. Cfr. 1Tessalonicesi 4:10. La perfezione cui sono chiamati è mèta altissima che non si raggiunge se non con sforzi perseveranti e prolungati. Paolo stesso non stimava averla raggiunta neppur negli ultimi anni della sua carriera Filippesi 3:12. Notevole il suo modo di spingere innanzi i Tessalonicesi. Vi preghiamo, dice, o vi "domandiamo" come persone che vi amano e s'interessano al vostro bene; vi esortiamo coll'autorità del nostro ufficio, - e ciò nel Signor Gesù Efesini 4:17 ossia nella comunione col Signore. La espressione non è una formula di scongiuro quasi dicesse "per il Signor Gesù" e non equivale neppure all'altra: "nel nome del Signor G."; ma ricorda il legame intimo che congiunge a Cristo chi esorta e chi è esortato. L'esortazione non procede dall'uomo nè poggia su motivi carnali, ma deriva la sua autorità e la sua dolcezza santa e persuasiva dal Signor Gesù cui Paolo è spiritualmente unito ed a cui appartengono anche i Tessalonicesi .

2 2. 1Tessalonicesi 4:2-5 Esortazione alla purezza dei costumi

Dall'esortazione generale, l'apostolo scende ad alcuni punti speciali che, dato l'ambiente in cui vivevano i Tessalonicesi e le informazioni giunte a Paolo, avevano bisogno di essere ricordati alla chiesa con maggior insistenza.

Voi sapete infatti quali precetti vi abbiamo dato per la grazia del Signor Gesù.

Chiama precetti ossia ingiunzioni, ordini, gl'insegnamenti morali impartiti, perchè rivestiti di autorità divina. Paolo li aveva dati in virtù della rivelazione ricevuta dal Signore e dell'ufficio affidatogli. Perciò dice lett. "per mezzo del Signor G.", non già che Cristo sia stato l'istrumento di Paolo nel far giungere ai Tessalonicesi questi precetti, ma perchè tutto quel che Paolo conosce ed è, ei lo dove alla grazia di Cristo. È così accentuata l'idea dell'origine divina delle direzioni morali impartite. Non ha insegnato loro una morale indipendente, nè semplicemente naturale, sebbene egli apprezzi altamente la legge scritta nella coscienza; ma quel che Paolo ha prescritto l'ha ricevuto da Dio per mezzo di Cristo.

3 Poichè questa è volontà di Dio,

non mia soltanto nè di alcun uomo,

che vi santifichiate.

Lett. la vostra santificazione. Nota Denney: "L'apostolo insegna che la volontà di Dio è la legge e dovrebbe essere l'ispirazione del cristiano... Egli non si appartiene più, la sua volontà dev'essere innalzata fino a quella di Dio e posta in armonia con essa". Dio non vuole nè può volere il male nell'uomo. Il male è un pervertimento dell'uomo quale Dio lo creò e lo vuole. La salvazione ha per fine ultimo di affrancar l'uomo dal male e di condurlo alla meta assegnatagli. L'ideale cui Dio vuol portar l'uomo è la santità perfetta, immagine riflessa della sua propria perfezione, riproduzione dell'esempio di. Cristo. Il ravvedimento, la pace con Dio, la rigenerazione non raggiungono il loro coronamento se non nella graduale ascensione verso la santità. La propria santificazione dev'essere quindi l'oggetto dello sforzo perseverante del cristiano ed egli la compie spogliando l'uomo vecchio e rivestendo il nuovo. E semplificando poi il modo in cui devono i Tessalonicesi esplicare la loro santificazione, Paolo segnala due categorie di peccati dominanti in Tessalonica e relativi alle relazioni sessuali tra uomo e donna e a quelle di affari tra uomo e uomo.

che vi asteniate dalla fornicazione.

Era questo uno dei peccati dominanti nel mondo pagano, ed era divenuto tanto comune da non esser più considerato come un peccato. Perciò Paolo torna spesso a combatterlo nelle sue Epistole. La fornicazione è la prima fra le "opere della carne" enumerate Galati 5:19-21; è peccato oltrechè contro a Dio e contro al prossimo, anche contro al proprio corpo che non è fatto per la fornicazione ma che, riscattato al pari dello spirito, dove servire al Signore quale strumento dell'anima. Così 1Corinzi 6-7 ove l'apostolo consiglia il matrimonio come rimedio al male. Cfr. Efesini 5:3: "La fornicazione... non sia neppur nominata tra voi, come si conviene a dei santi... Niun fornicatore o impuro... ha eredità nel regno di Cristo e di Dio"; Colossesi 3:5: "Fate morire le vostre membra terrene: fornicazione, impurità..."; Ebrei 12:16.

4 che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità ed onore, non in passione di concupiscenza come fanno le Genti, le quali non conoscono Dio.

Accanto alla condotta viziosa da evitare, Paolo traccia quella che i cristiani devono tenere; solo, circa il senso preciso dell'esortazione apostolica, gl'interpreti antichi e moderni sono divisi. Teodoro di Mopsueste, Agostino, De Wette, Lünemann, Alford, Schmiedel, Reuss, Weitzäcker, ecc. applicano il termine greco σκευος (vaso, arnese), invece che al corpo, alla moglie, interpretando: "Ciascuno di voi sappia procurarsi la propria moglie in modo santo ed onorevole, entrando cioè nello stato matrimoniale, e non imitando i pagani che si procurano una femmina col contrarre relazioni temporanee con delle meretrici, per soddisfare una passione impura". Agostino vi include anche l'idea della castità nel matrimonio: "Coniugatus fidelis vase non utatur alieno, sed nec ipsum proprium in concupiscentiae carnalis morbo possidendum sciat". Ora, che il termine "vaso" od "arnese" possa designare la moglie è provato da talune espressioni del Talmud e dal passo 1Pietro 3:7: "coabitando con esse con discernimento come con un vaso più debole qual'è il femminile". Che il verbo significhi di solito "acquistare" "procurarsi", e sia quindi applicabile al prender moglie, non è da metterai in dubbio. Basta leggere Atti 1:18: "acquistò un campo", 1Tessalonicesi 8:20; 22:28: "Ho acquistato questa cittadinanza a caro prezzo"; ma che il verbo non possa significare mai il "possedere" il "tenere in sua potestà", non si può sostenere. "Pago la decima di tutto quel che posseggo ( κτωμαι)", dice il Fariseo in Luca 18:12. Cfr. Luca 21:19; Atti 4:34: "quanti erano possessori ( κτητορες) di poderi..."; Che in altri luoghi Paolo abbia consigliato il matrimonio come rimedio contro ai disordini carnali risulta da 1Corinzi 7:2,9: "per via delle fornicazioni, ciascuno si abbia la propria moglie..." Cfr. 1Timoteo 5:14. Resta vera però l'osservazione del Bornemann che, se si trattasse qui del prender moglie, Paolo avrebbe adoperata preferibilmente la locuzione greca: "ciascuno sappia procurare a se stesso ( εαυτω) il proprio vaso". Resta vero pure che il designare senz'altro la moglie con quel termine di "vaso", di "arnese" è poco in armonia col nobile linguaggio usato altrove dall'apostolo quando ragiona del matrimonio Perchè non avrebbe Paolo detto qui, come 1Corinzi 7. "Ciascuno si abbia la propria moglie"! Inoltre, stando a questa interpretazione, parrebbe che i pagani non contraessero nozze se non sotto l'impulso di basse passioni.

Tutto considerato, ci pare preferibile il senso più generale e comprensivo indicato nella nostra versione e ch'è stato sostenuto da Tertulliano, da Crisostomo, da Teodoreto, da Ecumenio, da Calvino, da Bengel, da Olshausen, Meyer, ecc. Il corpo è chiamato uno skeuos perchè, come dissero Filone e Cicerone, "esso è in certo modo il vaso od il recipiente dell'anima", l'organo mediante il quale essa agisce all'esterno. Questo "arnese" il cristiano deve saperlo possedere. Invece di esser lo schiavo delle passioni sensuali deve essere il padrone del proprio corpo, e mantenerlo in uno stato di santità e di onore, lontano dall'impurità che lo contamina e lo prostituisce, adibito all'uso onorevole cui Dio l'ha destinato. "Il corpo non è per la fornicazione, ma per il Signore... chi fornica, pecca contro al proprio corpo". Parlando dei disordini carnali dei pagani Paolo li chiama "passioni disonorevoli" in cui uomini, e donne "disonoravano a vicenda i loro corpi". La castità così nei coniugati come nei celibi è lo stato onorevole in cui va tenuto il corpo. L'istinto sessuale non è peccaminoso in sè poichè è creazione di Dio e condizione necessaria della riproduzione della specie; ma dev'essere disciplinato secondo ragione, sottoposto alla legge morale e non divampare in passione impura, in passione di concupiscenza carnale, come avviene generalmente fra i pagani che non conoscono il Dio vero e santo, nè la sua volontà, che prestano perciò alle loro divinità le passioni ed i vizii degli uomini. Paolo ha tracciato in Romani 1 il quadro della depravazione dei costumi nel paganesimo. Cresciuti in quest'ambiente viziato, i credenti di Tessalonica hanno ora bisogno d'imparare qual'è la volontà di Dio rispetto al corpo ch'è destinato ad essere "tempio dello Spirito Santo", partecipo della redenzione al par dello spirito. È un concetto nuovo che deve penetrare nella loro mente e nella loro coscienza circa la dignità del corpo come organo dello spirito redento Cfr. 1Corinzi 6; Romani 6. "Ciascuno sappia possedere..."; sappia la destinazione santa ed onorevole del proprio organismo corporale, sappia quindi valersi dei mezzi spirituali, ed anche igienici che lo faranno capace di vivere nella purezza, sappia anche valersi, quando non sia fatto per il celibato, del matrimonio istituito da Dio.

6 3. 1Tessalonicesi 4:6-8 Esortazione ad onestà negli affari

Non pochi interpreti antichi e moderni vedono, in 1Tessalonicesi 4:6-8, non una esortazione nuova ma semplicemente la continuazione della precedente; solo, mentre prima Paolo avrebbe esortato a fuggir la fornicazione coll'entrare nei vincoli di un legittimo matrimonio, egli esorterebbe qui a fuggir l'adulterio col rispettare i diritti del fratello sulla sua moglie. Il singolare εν τω πραγμαι (nell'affare) non può riferirsi, essi dicono, che all'affare in questione Cfr. 2Corinzi 7:11; cioè alle relazioni fra i sessi, e non agli affari. Poi a 1Tessalonicesi 4:7 Paolo dice soltanto: "Dio non ci ha chiamati ad immondizia" e non fa parola di cupidigia degli averi.

Coloro che vedono in 1Tessalonicesi 4:6-8 una esortazione all'onestà negli affari osservano che Paolo suole accoppiare, nelle sue esortazioni, la cupidigia degli averi alle concupiscenze carnali, perchè erano allora, come sempre in ogni società mondana, due vizi dominanti Cfr. 1Corinzi 5:10; 6:9-10; Colossesi 3:5; Efesini 4:19; 5:3-5. L'unir queste due passioni conveniva specialmente all'ambiente di una grande città commerciale qual'era Tessalonica. Il singolare assoluto: "nell'affare" (non in quest'affare) può facilmente intendersi in senso collettivo degli affari che concernono il dare e l'avere 1Corinzi 6:1; Romani 16:2; mentre le due espressioni "usurpare i diritti del fratello" e "sfruttarlo" mal si applicano all'adulterio colla moglie di lui. Traduciamo dunque:

che non usurpiate i diritti del vostro fratello nè lo sfruttiate negli affari, poichè il Signore è il vendicatore di tutte queste cose, siccome vi abbiamo innanzi detto e protestato.

Il verbo ὑπερβαινειν vale propriamente "passar sopra" e s'intende dell'oltrepassare il limite dei propri diritti usurpando quelli del fratello, usandogli soverchierie od inganno. Ai Filippesi Paolo scrive: "Non riguardate ciascuno al suo proprio interesse, ma ciascuno riguardi eziandio all'altrui" 1Tessalonicesi 2:4; e vale anche negli affari la regola d'oro: "Fate agli altri quello che voi volete sia fatto a voi". L'altro verbo πλεονεκτειν accenna alla cupidigia dell'accrescere il proprio avere (lett. vale: "adoprarsi per aver di più ") senza badare alla bontà dei mezzi che si usano. Applicato al fratello viene a dire: sfruttarlo approfittandosi del bisogno, della debolezza, della inferiorità intellettuale, o della ingenuità di esso. Cfr. 2Corinzi 7:2; 12:17-18. La mancanza di giustizia e di carità è tanto più colpevole quando essa è praticata a danno del fratello, per cui s'intende il fratello in fede. Cfr. 1Corinzi 6:6-8. Altri però allarga il concetto di fratellanza estendendolo qui al prossimo in genere. Certo non è permesso lo sfruttamento di chicchessia, ma esso riesce specialmente odioso se si tratta di chi è a noi congiunto da vincoli speciali. Il motivo principale, però, messo innanzi dall'apostolo è tratto dalla giustizia punitiva di Dio. Mentre la legge umana contempla e punisce solamente alcuno fra le più gravi violazioni della legge morale, e le soperchierie astute sfuggono facilmente ai giudici per la difficoltà di scoprirle e di provarle, Dio vede ogni cosa e anche là dove non arriva la legge umana, giungo la giustizia divina che non lascia impunite le violazioni dell'onestà. Le punisce già in questa vita e le punisce nell'al di là. "Niuno vi seduca, dice in Efesini 5:6; con vani ragionamenti; poichè è per queste cose che l'ira di Dio viene sugli uomini ribelli". Cfr. Colossesi 3:6. Nel nostro passo come in quelli ora citati, "tutte queste cose" si estende oltrechè alle frodi e soperchierie negli affari, anche alla fornicazione e ad altri atti immorali. Questo avvertimento Paolo l'avea ripetuto nel modo più solenne ed insistente fin da quando egli avea predicato il vangelo in Tessalonica. Una vita che tenda costantemente, alla santità è la sola che risponda alla vocazione divina.

7 Dio infatti, non ci ha chiamati ad immondizia ma e santificazione.

Come in 1Tessalonicesi 2:3; la parola acatharsia (immondizia) contrapposta a "santificazione" sembra aver qui un senso largo che include, coi disordini carnali, tutto quel ch'è moralmente impuro, disonorevole, anche in materia di affari. Dice lett. in santificazione, cioè per vivere e perseverare nella santificazione dell'essere nostro.

8 Per conseguenza, colui che sprezza (queste ingiunzioni) non sprezza un uomo ma Iddio il quale anche mette in voi il dono del suo Spirito Santo.

La santificazione dei redenti di Cristo su cui Paolo aveva tanto insistito nella sua predicazione, essendo voluta da Dio, essendo lo scopo ultimo della redenzione, ne segue che chi sprezza le ingiunzioni ed esortazioni apostoliche del genere di quelle ripetute in 1Tessalonicesi 4:4-6; viene a sprezzare in realtà non gli ambasciatori umani che le recano da parte di Dio, ma l'Iddio stesso che li manda. E questo fa notare per svegliare la coscienza al senso della grave responsabilità di chi ponesse in non cale i doveri inculcati. Dio ha fatto più ancora che far conoscer la sua volontà per mezzo dei suoi inviati; egli l'ha scritta nei cuori dei Tessalonicesi col suo Spirito, secondo le promesse dei profeti Ezechiele 36:27, Geremia 31:33. Dice lett., secondo il testo meglio fondato: "che dà il suo Sp. S. in voi", locuzione che esprime la duplice idea del dono dello Spirito fatto a tutti i credenti del Nuovo Patto e fatto per dimorare nei loro cuori in modo permanente, come l'accenna anche il tempo presente del verbo. Paolo presenta questo fatto come un nuovo motivo di applicarsi ai doveri indicati. Lo Spirito di santità messo in loro conferma che la morale a loro insegnata è conforme alla volontà di Dio, fa sentire la bellezza di quell'ideale umano superiore; più che questo, somministra loro la forza vitale necessaria per vincere le prave inclinazioni alla sensualità ed alla disonestà e per vivere una vita di purezza e di giustizia.

9 4. 1Tessalonicesi 4:9-10 Esortazione ad amor fraterno sempre più grande

L'amor fraterno è posto qui fra i doveri personali del credente perchè ha le sue radici nel cuore rinnovato di ciascun individuo e la pratica di esso fa parte della testimonianza che ognuno è tenuto di rendere alla grazia salutifera di Dio. La filadelfia designa l'affetto per i fratelli in fede. Cfr. Romani 12:10; 1Pietro 1:22; 2 Pietro 1:7; Ebrei 13: l. "Accanto al dovere generale dell'amor del prossimo ch'è la forma più comprensiva della morale cristiana; accanto al dovere particolare dell'amore per i nemici ch'è la prova più speciale e più difficile dei sentimenti cristiani, l'amore pei fratelli forma una parte importante della morale cristiana. Essa è il contrapposto dell'amor pei nemici ed è la manifestazione più tenera dell'amor del prossimo. Mentre nel dovere generale non si definisce la posizione a noi amichevole od avversa od indifferente di chi è oggetto dell'amore; mentre nel dovere verso i nemici è definito come positivamente a noi avverso colui che dobbiamo amare, l'amor fraterno spiega la sua potenza, la sua intimità solo verso chi ha le nostre stesse convinzioni circa quanto v'ha di più alto, di più santo e prezioso, circa Dio, il suo regno, o la sua salvazione... Un tale amore, s'intende che non esclude l'amor generale per gli uomini, anzi lo presuppone come risulta da molteplici dichiarazioni. Cfr. oltre i passi citati più su 1Tessalonicesi 3:12; Galati 6:10". (Abbrev. da Bornemann). Va da sè che la filadelfia non va ristretta alla beneficenza verso i fratelli bisognosi, non essendo questa che una delle manifestazioni dell'amor fraterno.

Intorno all'amor fraterno, non avete bisogno ch'io ve ne scriva. Voi stessi infatti siete da Dio ammaestrati ad amarvi gli uni gli altri. E infatti voi lo fate verso i fratelli tutti che sono nell'intera Macedonia.

Paolo riconosce volentieri e con gratitudine i progressi fatti dai Tessalonicesi. Sono da Dio insegnati non tanto dalle dichiarazioni delle Scritture, ma internamente per mezzo dello Spirito che cambia i cuori di pietra in cuori di carne e vi imprime la sua legge. L'insegnamento dello Spirito il quale crea una nuova natura in noi è il solo che valga ad inculcare con efficacia il dovere dell'amor fraterno così da renderci capaci di amare come siamo stati amati e da perdonare come Dio ci ha perdonati in Cristo. Altre è il persuader la mente della bellezza della legge dell'amore ed altro il crearlo nel cuore. I Tessalonicesi hanno mostrato coi fatti d'essere stati insegnati da Dio; essi praticano l'amor fraterno non solo tra loro, ma verso i fratelli dell'intera regione macedone simpatizzando coi credenti di Filippi, di Berea e di altre località evangelizzate, ospitandoli e soccorrendoli nelle circostanze difficili che attraversano.

10 ma vi esortiamo, fratelli, ad abbondare in questo vieppiù,

poichè per quanto bene avviati, han bisogno di perseverare e di crescere ancora nell'amor fraterno.

11 5. 1Tessalonicesi 4:11-12 Esortazione ad assiduità nel lavoro tranquillo

Ponete ogni impegno nel vivere quietamente, nel fare i fatti vostri, nel lavorare colle vostre proprie mani, come ve l'abbiamo prescritto.

I doveri dell'amor fraterno e del quieto lavoro sono uniti da Paolo in una stessa frase poichè dice lett. ad abbondar vie più e metter ogni impegno nel viver quieti. Il non essere un tormento pei fratelli, il non esser loro di aggravio quando si può far diversamente, il mantenersi in una nobile indipendenza economica, sono virtù affini all'amor fraterno e che potrebbero considerarsi come frutti di esso. Il verbo φιλοτιμεισθαι vale propriamente "ambir l'onore di", aver l'ambizione di quindi porre ogni studio ed impegno nel conseguire una data cosa. Così Romani 15:20 Paolo parla della nobile ambizione che ha di predicar dove Cristo non è istato ancora annunziato. Risulta da 2Tessalonicesi 3:6-12 che v'erano in quella chiesa dei fratelli i quali invece di lavorare tranquillamente del loro mestiere, avevano smesso il lavoro e andavano attorno mescolandosi degli affari altrui, spinti probabilmente da fanatismo religioso. Questa loro irrequietezza febbrile e questo disamore al lavoro manuale erano occasionati dal fermento delle nuove idee cristiane e in ispecie dalla credenza nella fine imminente dello stato attuale di esse, alla venuta di Cristo. Un fenomeno analogo si è verificato intorno all'anno 1000 di Cristo, allorchè si credeva vicina la fin del mondo ed il lavoro quotidiano come il possesso dei beni terreni diventava cosa di secondaria importanza.

All'agitazione febbrile Paolo oppone, nella sua esortazione, lo starsene quieti, la vita calma spesa nell'adempimento dei doveri della propria vocazione, doveri che il cristianesimo non abolisce ma nobilita e santifica. Cristo non ha lasciato l'esempio di una vita irrequieta ad agitata, bensì di una vita calma, tranquilla e serena, per quanto piena di occupazioni da mane a sera, sia negli anni trascorsi nel lavoro manuale a Nazaret, sia in quelli del suo ministerio pubblico. Alla smania di occuparsi della faccende altrui costituendosi, come dice Pietro 1Pietro 4:15; "vescovi sulle cose del prossimo", Paolo oppone il fare i fatti suoi cioè l'adempiere i doveri della propria vocazione. All'abbandono del lavoro ordinario sotto lo specioso pretesto di zelo religioso, o di superiore spiritualità, Paolo oppone il lavorare colle proprie mani come avea fatto egli stesso in Tessalonica per non essere di aggravio ad alcuno, e come aveva ingiunto ai neofiti di colà. Questo avea fatto fin dal tempo in cui era con loro perchè dal modo di comportarsi di una parte di essi aveva intuito il pericolo cui andavano incontro. La chiamata di Dio faceva loro bensì un dovere di abbandonare tutto ciò ch'era falso e cattivo nella loro vita di prima, ma non il lavoro necessario al loro sostentamento finchè durava lo stato presente.

12 In appoggio dell'esortazione al lavoro tranquillo, l'apostolo fa valere due motivi;

affinchè teniate una condotta convenevole di fronte a quei di fuori e non abbiate bisogno di alcuno.

"Quei di fuori" sono coloro che non appartengono ancora alla fratellanza cristiana 1Corinzi 5:12; Colossesi 4:5; 1Timoteo 3:7; ma che tengono gli occhi aperti sui cristiani osservando l'influenza della loro fede sulla lor vita. La pigrizia unita al fanatismo religioso degli affannoni non potranno mai raccomandare il cristianesimo, mentre il fedele e coscienzioso adempimento del dovere nella vocazione terrestre in cui Dio ci ha posti mostrerà praticamente cosa sia una vita consacrata al servizio del vero Dio e del suo Cristo. Una cotal vita è una lettera di raccomandazione letta da tutti gli uomini 2Corinzi 3:2-3; è una "luce che risplende dinanzi a loro" Matteo 5:16. Oltre all'onorare il Vangelo agli occhi dei non credenti il lavoro assiduo manterrà i cristiani in una nobile indipendenza economica di fronte ai loro fratelli. Si traduce da alcuni: "e non abbiate bisogno di nulla" sottintendendo:... in fatto di soccorso per parte della chiesa o di altri. Meglio però rendere: "di alcuno". Quelli che a Tessalonica abbandonavano le loro occupazioni materiali, dovevano poi per la loro sussistenza dipender dai loro fratelli più ricchi o più assidui al lavoro. "Tutti, nota il Denney, devono vivere di lavoro, se non del loro proprio, di quello di altri. Chi presceglie una vita senza lavoro come più santa, in realtà viene a condannare qualche fratello ad una parte doppia di quella vita laboriosa ch'egli si immagina priva di santità superiore. Or questo è mero egoismo e solo un uomo senza amor fraterno può rendersene colpevole, fosse anche per un'ora".

AMMAESTRAMENTI

1. 1Tessalonicesi 4:1-12 contengono la prima esortazione morale scritta che noi possediamo dell'apostolo Paolo e da essa impariamo parecchie cose:

a) Accanto alla predicazione della grazia di Dio che offre una salvazione gratuita a chi crede, l'insegnamento apostolico orale e scritto fa una larga parte alla predicazione morale inculcante la santificazione del credente, voluta da Dio e parte integrante della salvazione. L'uomo infatti non è salvato appieno se non quando è interamente liberato dal male e giunto alla perfezione del bene. La santificazione essendo opera lenta e progressiva i credenti hanno bisogno di essere esortati e spinti ad essa del continuo onde non cadano nel rilassamento e non tornino ad essere schiavi dei peccati dominanti nell'ambiente che li circonda. Paolo non si stanca d'inculcare le cose già insegnate e così farà Pietro 2Pietro 1:12; 3:1-2.

b) Tutto l'uomo ha da esser santificato: il corpo e l'anima, i sentimenti del cuore come l'attività esterna, le relazioni tra i sessi come le relazioni che riguardano gli affari, il riposo come il lavoro.

c) Il modo in cui è fatta l'esortazione morale è anch'esso da notare. Paolo ha fatto delle ingiunzioni, ha dato degli ordini, ma non come se venissero da lui. Li ha dati "coll'assistenza del Signor Gesù" 1Tessalonicesi 4:2; come portavoce della "volontà di Dio". Tuttavia per guadagnare i cuori egli esorta servendosi di molte ragioni, anzi egli prega con amore.

d) I motivi cui fa appello li trae dal timor del giudizio di Dio che punisce ogni peccato, li trae dal senso di onore, di giustizia verso il prossimo, di fratellanza; li trae sopra tutto dal fatto dell'unione del credente con Cristo: "vi esortiamo nel Signor Gesù", dalla vocazione a loro rivolta da Dio, come pure dall'effetto che la condotta dei cristiani avrà sull'animo dei non credenti.

2. Appena Paolo, in questa prima sua pagina di morale cristiana, viene a specificare un dovere particolare, egli segnala il vizio dominante del paganesimo, la fornicazione, per dire ai cristiani: "Statene lontani". Quanto comune fosse l'immoralità nella società greca, lo attestano gli autori pagani stessi; il commercio colle meretrici era ritenuto al più come una, debolezza. Non conoscendo l'Iddio vero e santo, avendo perduta la nozione dell'ideale divino cui è destinato l'uomo, anima e corpo, i pagani hanno divinizzata la lussuria ed hanno prostituito il corpo al piacere. Sempre quando in una società si oscura e corrompe la nozione di Dio, e della sua volontà, la vita morale si muove nell'atmosfera della carne ed il piacere dei sensi è sostituito alla felicità che si trova nell'ubbidire alla legge del bene. Di fronte ai traviamenti del paganesimo Paolo non abbassa la bandiera della santità, non cerca compromessi: Astenetevi.

La fornicazione è un peccato contro il corpo 1Corinzi 6:18 che non è fatto per la bruttura e per le passioni di cui anche l'uomo naturale si vergogna, ma è fatto per la castità ch'è il suo decoro. La immoralità ne pervertisce l'uso, ne rovina le forze e le facoltà, lo espone ad esser preda di malattie infettive ed ereditarie, ne avvizzisce la freschezza e la bellezza. - La fornicazione è un peccato contro l'anima di cui spegne le aspirazioni più spirituali riducendola schiava della materia. Le concupiscenze carnali fanno guerra all'anima 1Pietro 2:11. - La fornicazione è un peccato contro la donna stessa con cui la si commette poichè la avvince sempre più al male che la degrada e dal quale anche essa ha bisogno d'essere affrancata. È un peccato contro la famiglia istituita da Dio e di cui è la negazione prima d'esserne il tarlo roditore. Il giovane e la giovane che si uniscono puri in matrimonio, osserva Crisostomo, si ameranno più teneramente, si rispetteranno assai più e temeranno maggiormente Iddio; ma se il giovane ha gustato delle prostitute, egli facilmente ritornerà nell'immoralità e, ad ogni modo, le labbra che han baciato la prostituta come potranno, senza tremare, accostarsi a quelle della fanciulla pura? Chi è stato fornicatore, con quale autorità insegnerà la purezza ai proprii figli? - La fornicazione è peccato contro la chiesa di cui corrompe il carattere santo e offusca il buon nome; com'è peccato contro la società in genere di cui vizia lo stato fisico e morale.

Coll'ordinare ai cristiani di astenersi dalla fornicazione e di possedere il proprio corpo in santità ed onore, Paolo dichiara issofatto senza fondamento l'asserita impossibilità nonchè il preteso danno fisiologici della purezza del giovane. Già il Crisostomo così si esprimeva in proposito: "Se un sì gran numero di altri giovani non si conservassero puri e casti, forse potreste avere qualche scusa; ma dopo tanti esempi che ne abbiamo, come osate dire che non potete resistere all'impeto della vostra concupiscenza? Quelli che l'han potuto e che son della vostra stessa natura, saranno i vostri giudici e vi condanneranno". Se dei pagani che non conoscono Dio, le tante volte si conservano casti, non è egli vergogna esser peggiori di loro? - D'altronde non mancano dichiarazioni di sommità mediche le quali smentiscono recisamente la pretesa impossibilità fisiologica del rimaner puri. Se lo possono le giovani nella loro quasi totalità, perchè non lo potranno i giovani?

Tutto dipende dalla volontà. "Nulla è facile, osserva Crisostomo, di quel che non si vuole, ma nulla è difficile di quel che si vuole". Si tratta senza dubbio di sapere possedere il proprio corpo in santità, il che implica uno studio dei mezzi atti a tenerci lontani dal male ed una disciplina esercitata con costanza su noi stessi. Si tratterà di evitare una dieta eccitante ed in ispecie i liquori e l'abuso del vino. Si tratterà di evitare gli eccessi di lavoro del cervello. Converrà fuggire tutto quello ch'è atto ad eccitare la sensualità: gli spettacoli teatrali immorali, le esposizioni artistiche del nudo, le letture che macchian l'anima e popolano la mente d'immagini lubriche, le compagnie che corrompono i buoni costumi, ecc. Per contro bisognerà attenersi ad una dieta non eccitante, piegare il corpo a regolari esercizi ginnastici, nutrirci di letture sane e nobilitanti, fuggire la disoccupazione, cercare la forza spirituale che Dio concede in risposta alla preghiera. Il timor di offendere Dio trattenne Giuseppe dal cedere alle lusinghe della moglie di Potifarre. Crisostomo consigliava ai genitori di non differire a lungo il matrimonio dei loro figli per considerazioni di finanza o di ambizione sociale. Se essi inculcano abitudini di semplicità alle loro fanciulle, essi contribuiscono a levar di mezzo uno degli ostacoli ai matrimoni tra giovani. - Alla società spetta il compito di abolire le restrizioni eccessivo al matrimonio dei militari, di abolire le leggi che proteggono la prostituzione ed i viziosi, di punire i seduttori di giovani inesperte, gli scrittori e gli editori pornografici, di ammettere la ricerca della paternità, di far cessar l'ingiustizia che condanna al disonore la ragazza colpevole e non infligge lo stesso marchio all'uomo che ne divise la colpa. Come cittadini i cristiani devono preparare l'opinione pubblica a tutte le riforme dirette contro il mal costume.

3. Come le relazioni tra i sessi, così le svariate relazioni d'affari hanno da esser penetrate dallo spirito della santità. Il cristianesimo scende dal cuore sul mercato ed entra nelle botteghe e nelle officine. Non ci presenta un codice di commercio a base di casistica; ma traccia i grandi principii che devono regolare i cristiani anche in materia d'affari. - Essi devono ispirarsi alle ragioni della giustizia fuggendo tutto ciò ch'è usurpazione degli altrui diritti e sfruttamento del prossimo. - Devono ispirarsi alle ragioni della fratellanza cristiana ed umana che li farà riprovare l'" homo homini lupus", e introdurrà un soffio d'amore là dove imperava sola la legge crudele dell'interesse egoistico. - Devono ispirarsi alle ragioni della pietà che teme il giudicio di Dio, che ricorda la vocazione santa dei figli di Dio incompatibile con ogni sorta di disonestà che ubbidisce alla voce dello Spirito Santo abitante nel cuore del credente.

4. Splendido lo stato di una chiesa alla quale non è necessario scrivere intorno all'amor fraterno perchè lo pratica così come l'ha imparato da Dio! L'uomo può dire e scrivere cose belle intorno all'amor fraterno, ma Dio solo lo può insegnare in modo efficace. Egli è amore nella sua essenza, egli ci ha amati il primo e amati al punto da darci il suo Figliuolo, egli rinnova il cuore alla sua immagine scrivendovi col suo Spirito la legge dell'amore che diventa l'ispirazione della vita cristiana, il segno più sicuro che uno è passato da morte a vita 1Giovanni 3:14-17. Se amiamo Lui, ameremo quelli che da lui sono generati e li ameremo non entro la cerchia soltanto della chiesa particolare cui apparteniamo, ma dovunque sono sparsi i membri della gran famiglia di Dio, e quali che siano la loro coltura, la loro condizione sociale, e la loro nazionalità. Cfr. l'esempio delle chiese etniche verso i fratelli di Giudea (2Corinzi 8-9). Nell'amor fraterno, anche chi lo pratica lodevolmente ha sempre bisogno di progredire.

5. Abbiamo nell'esortazione al lavoro quieto; ed assiduo un esempio della sapienza pratica del Vangelo. Esso opera una rivoluzione morale nell'uomo; ma il risultato si deve avere, non nell'agitazione febbrile dell'affannone o nelle stranezze del fanatico, bensì nel risoluto abbandono del male e nel tranquillo adempimento dei doveri della propria vocazione. - Il Vangelo inculca l'amore pei fratelli e per tutti gli uomini, ma ci mette in guardia contro la smania indelicata e presuntuosa dell'erigersi a sorveglianti dei fratelli e di tutto quel che li concerne. "Fate i fatti vostri", l'Evangelo prescrive di soccorrere chi è nel bisogno; ma condanna la pigrizia. Converrà quindi che nel soccorrere si badi dagli individui e dalle società e chiese di non nutrire l'infingardaggine ma di incoraggiare la diligenza nel lavoro. Il lavoro, manuale od altro, è dovere di tutti. Esso assicura una onesta indipendenza economica a chi non ha beni di fortuna, e fornisce a chi li ha, più abbondanti mezzi di far del bene. "L'esperienza prova, dice Denney, ch'è non v'è nulla di peggio per la maggior parte degli uomini, che il non aver altro da fare che d'esser religiosi". E Calvino: "Non v'è cosa peggiore di un uomo pigro e fannullone il quale non essendo utile nè a sè nè agli altri, sembra non esser nato che per mangiare e bere". - Il lavoro ordinato ed assiduo di tutti i cristiani oltre all'essere una salutare disciplina per loro stessi avrà per primo risultato di onorare il Vangelo presso i non credenti. Se si è potuto dire del santo cattolico romano ch'esso è "di solito un mendicante", ciò significa che il concetto della santità nel romanesimo è lungi dall'esser quello degli apostoli, e questo per opera sopratutto del monachismo mendicante che ha sparso non poco discredito sul cristianesimo. "Cosa non devono dire, scriveva Crisostomo, quelli che cercano mille argomenti per diffamarci, quando vedano un uomo sano e robusto, il quale potrebbe col lavoro guadagnarsi da vivere, mendicare vergognosamente il suo pane e ricorrere all'altrui carità? Non li ha questo portati di già a chiamarci con nomi di disprezzo "? Altro risultato del lavoro assiduo è il "non aver bisogno d'alcuno", il che non è utile soltanto dal lato economico, ma conferisce dignità e indipendenza al carattere morale.

13 Sezione B. 1Tessalonicesi 4:13-5:11 INSEGNAMENTI SULLA SORTE DEI CREDENTI MORTI PRIMA DELLA SECONDA VENUTA DI CRISTO, E SUL TEMPO DI QUELLA VENUTA

Questa sezione si suol definire escatologica perchè si riferisce alla sorte futura dei credenti, ma lo scopo di essa è pratico. L'insegnamento dato da Paolo ai Tessalonicesi sul ritorno glorioso di Cristo non avea potuto essere spiegato abbastanza oralmente, ed era stato frainteso. Circa l'epoca di quel ritorno si era creduto che fosse imminente a segno che tutti i credenti lo potrebbero contemplar cogli occhi loro, passando direttamente dallo stato terreno alla vita celeste, senza gustar la morte. Una tale ansiosa aspettazione aveva indotto parecchi ad abbandonare le loro ordinarie occupazioni, mentre in altri che avevano veduto morire delle persone a loro care, avea prodotto una profonda angoscia, perchè essi non sapevano consolarsi della morte immatura dei dipartiti, considerandoli, se non come privi per sempre della vita eterna, almeno come orbati di un gran privilegio e separati da loro chi sa per quanto tempo, probabilmente fino, al giorno della finale risurrezione. Informato di questo stato di cose da Sila e Timoteo, Paolo sente il bisogno di completare il suo insegnamento con autorevoli dichiarazioni che valgano a rettificare i concetti erronei ed a calmare le apprensioni dolorose di non pochi fratelli. Scopo suo non è quello di trattare tutta la dottrina delle cose ultime, ma semplicemente di recare una maggior luce:

1. 1Tessalonicesi 4:13-18 sulla sorte riservata ai cristiani morti prima del ritorno di, Cristo, e

2. 1Tessalonicesi 5:1-11 sulla questione del tempo della venuta di Cristo. Non tratta quindi ex-professo della risurrezione e neppure della sorte di tutti gli uomini nell'al di là. Mira a consolare chi piangeva e ad ammonir tutti.

1) La sorte dei credenti morti prima del Ritorno di Cristo

Ora, non vogliamo, fratelli, che siate nell'ignoranza intorno a coloro che dormono, affinchè voi non vi affliggiate, come fanno gli altri i quali non hanno speranza.

Il plurale Non vogliamo che ignoriate è portato dal testo emendato. È questa una formula usata spesso da Paolo quando si accinge a insegnare una verità ignorata o non ben compresa. Cfr. Romani 11:25: "Non voglio che ignoriate questo misterio..." 1Corinzi 10:1; 12:3; 15:1. Quelli che dormono sono qui i credenti che si erano addormentati del sonno della morte. In 1Tessalonicesi 4:16 dirà: "i morti in Cristo". L'immagine del sonno occorre molte volte nel N. T. a rappresentare la morte ed in ispecie la morte dei credenti. Gesù avea detto di Lazaro: "il nostro amico si è addormentato ed io vado a svegliarlo". Matteo dice che molti corpi dei santi che si erano addormentati risuscitarono Matteo 27:52. Luca narra di Stefano morente che "detto questo si addormentò" Atti 7:60; e Paolo: "Non tutti ci addormenteremo..." 1Corinzi 15:51,18,20; 7:39; 11:30; Atti 13:36; 2 Pietro 3:4. L'immagine non accenna necessariamente all'idea del sonno delle anime, ma racchiude quelle di un placido riposo dalle fatiche e dalle tribolazioni di quaggiù, di una vita che perdura nella morte del corpo e di un futuro risveglio. L'ignorare la sorte dei cari che la morte ha divelti da noi accresce l'afflizione di chi ne piange la perdita, anzi costituisce la vera amarezza delle separazioni; perciò Paolo non vuole che i Tessalonicesi siano nell'ignoranza di quel che il Signore si è compiaciuto rivelare in proposito. Saranno afflitti ancora, perchè la rottura dei legami terreni è sempre dolorosa e Gesù stesso pianse presso la tomba dell'amico; ma la loro afflizione lenita dalla gloriosa speranza cristiana, sarà trasfigurata e non sarà più l'afflizione degli altri che non hanno speranza nè per sè nè per i loro cari. Parlando altrove dei pagani Paolo li caratterizza come "senza Dio e senza speranza nel mondo", e infatti l'al di là, il regno. delle ombre era tetro per loro, non illuminato da alcuna speranza di risurrezione. Teocrito ad esempio dice: "Vi sono speranze fra i viventi ma coloro che son morti sono privi di speranza". Eschilo: "Quando uno è morto, non v'è più alcuna risurrezione". Catullo: "Possono gli astri tramontare e risorgere, ma quant'è a noi, una volta ch'è tramontato il breve giorno della vita, non ci resta che il sonno di un'unica perpetua notte". Lucrezio: "Non v'è alcuno che si sia destato, dopo che la sua vita è stata una volta irrigidita dal freddo della morte". Ove manca ogni speranza per l'oltre tomba, la morte rapisce tutto quello che l'esistenza ha di più caro e di più desiderabile. Achille preferirebbe essere uno schiavo sulla terra, un povero, "anzichè essere principe su tutti i morti che son ridotti al nulla" (Odiss.).

14 Perchè se crediamo che Gesù morì e risuscitò, coloro che si sono addormentati, Iddio, per mezzo di Gesù, li ricondurrà del pari con esso lui.

I cristiani hanno una speranza che non permette loro di affliggersi sulla sorte dei credenti dipartiti. Cristo è la loro speranza. Essa poggia su lui, sarà effettuata per mezzo di lui e consiste nell'esser condotti con lui là ov'egli è. "Chi crede in me, egli disse, anche se muoia viverà, e chi vive e crede in me non morrà in eterno" Giovanni 11:25-26. Gesù è il nuovo Adamo, il prototipo e rappresentante della famiglia dei redenti, le primizie di una gran messe. La sua esperienza ha da riprodursi in quelli che son le membra del suo corpo. Ei morì ed essi pure muoiono al peccato e posson morir fisicamente; ei rivisse per la potenza di Dio ed essi pure, se morti, hanno da risorgere nel corpo glorioso. "Io tornerò e vi prenderò con me affinchè dove io sono siate anche voi" Giovanni 14:3. Il principio della comunanza di sorte tra Cristo ed i suoi, principio che sta alla base del ragionamento di Paolo, è spesso ricordato negli altri suoi scritti. "Iddio risuscitò il Signore e risusciterà anche noi mediante la sua potenza" 1Corinzi 6:14. "Se siamo divenuti una stessa pianta con lui per una morte simile alla sua, lo saremo pure per una risurrezione simile alla sua" Romani 6:5,8. Cfr. Filippesi 3:10; 1Corinzi 15. Le parole per mezzo di Gesù sono state da alcuni connesse col participio "addormentati", e ei traduce allora col Diodati: "coloro che dormono in Gesù", ovvero si interpreta: "coloro che per la mediazione di Gesù sono a ragione contati come semplicemente addormentati in attesa del risveglio glorioso della risurrezione". Però quest'ultimo senso è ricercato e d'altra parte, per mezzo di non equivale a "in" Gesù. Siamo così costretti a connettere l'inciso col verbo che segue: Dio, per mezzo di Gesù ch'è l'Agente supremo di Dio e che scenderà dal cielo alla sua Parusia 1Tessalonicesi 4:16, trarrà dalla tomba i redenti e li renderà partecipi della gloria del loro Redentore. Talchè il morire non separa il credente dal suo Salvatore, nè lo priva della gloria del suo regno. Anzi, i credenti morti prima del ritorno di Cristo saranno i primi a contemplare il loro Re.

15 Poichè questo vi diciamo, in virtù di una parola del Signore, che noi i viventi che sarem rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati.

Quel che Paolo sta per insegnare circa la sorte dei cristiani trapassati non è il risultato delle sue riflessioni; egli lo da "con una parola del Signore", cioè in virtù di una rivelazione speciale del Signor Gesù al suo ambasciatore. Non si tratta, infatti, di una dichiarazione fatta da Gesù nel suo insegnamento, pubblico. Non troviamo nulla nei Vangeli che si riferisca al punto speciale toccato qui dall'apostolo, e nulla indica che si tratti di una parola di Gesù trasmessa oralmente come quella di Atti 20:35. Invece Paolo parla spesso di rivelazioni ricevute direttamente dal Signore. Ha ricevuto l'Evangelo che predica "per mezzo della rivelazione di G. C." Galati 1:12; il piano della salvazione ch'era misterioso per le antiche età gli è stato fatto conoscere per rivelazione Efesini 3:3; perfino l'istituzione della S. Cena gli è stata comunicata per rivelazione 1Corinzi 11:23 e nella 2Corinzi 12:1 egli parla di "visioni e rivelazioni del Signore" come di un alto privilegio a lui concesso.

Dicendo: Noi i viventi, i rimasti fino... anzitutto Paolo non vuol parlar di viventi spiritualmente ma di viventi della vita fisica; in secondo luogo, non intende affermare come cosa certa che egli ed i suoi lettori Tessalonicesi vivranno fino alla venuta di Cristo. Gesù aveva dichiarato esplicitamente che nè lui, nè gli angeli del cielo, conoscevano il giorno e l'ora del suo Ritorno; aveva quindi esortato i suoi a vegliare e a tenersi pronti. In armonia con questo insegnamento, Paolo parla, almeno nelle sue prime Epistole, come uno che ritiene possibile il ritorno di Cristo prima della propria morte; ma il credere una cosa possibile non è un proclamarla certa. Di fronte alla morte di taluni suoi colleghi nell'apostolato, p. es. di Giacomo di Zebedeo Atti 12:2; di fronte alla morte di tanti altri credenti, di fronte ai pericoli continui in cui si trovava, come avrebbe Paolo potuto esser sicuro di vivere fino alla venuta di Cristo? Cfr. 1Corinzi 15:31; 2Corinzi 1:9. Nel fatto, egli pare aver ritenuto possibile, almeno per un tempo, quella venuta, entro i limiti della sua generazione; poi a misura che scorrevano gli anni senza che si verificassero i segni precursori predetti dal Signore, ha dovuto persuadersi che anch'egli: dovrebbe passar per la morte e che lo svolgimento del regno di Dio richiederebbe un tempo più lungo. Perciò nelle suo prime Epistole dirà talvolta come qui: "Noi i viventi che sarem rimasti" e tal'altra, come 1Corinzi 6:14; testo em.: "Iddio... risusciterà anche noi per la sua potenza"; 2Corinzi 5:3: "...se pur saremo trovati vestiti (del corpo) e non nudi (spiriti);" nelle ultime Lettere invece, parlerà del suo prossimo martirio e avvertirà i suoi successori dei futuri pericoli della Chiesa.... i rimasti fino alla parusia, o per la venuta, è tale espressione che implica non essere la parusia imminente, e infatti Paolo correggerà nella seconda Epistola quelli che la ritenevano tale, facendo notare che prima dovevano verificarsi taluni eventi come ad es. l'apparizione dell'anticristo. In Romani 11 Paolo predice la conversione d'Israele, ma quando la pienezza dei Gentili sarà entrata nel Regno di Dio. Parimente nella 1Corinzi 15:23-28 è detto, che Cristo deve regnare finchè abbia sottomesso tutti i suoi nemici, l'ultimo dei quali è le, morte che sarà vinta alla di lui parusia.

Quest'ultimo termine è adoperato un 25 volte nel N. T e un 25 volte pure incontrasi il verbo da cui è derivato ( παρειναι). Il verbo significa o esser presente Atti 10:33; 1Corinzi 5:3; 2Corinzi 10:2; Galati 4:20; 2 Pietro 1:9; ecc. ovvero giungere, venire, comparire, Giovanni 7:6; Atti 10:21; 12:20; 17:6; 24:19; Colossesi 1:6; Apocalisse 17:8. Il sostantivo ha pure talvolta il senso di presenza in un dato luogo 2Corinzi 10:10; Filippesi 2:12; 2Corinzi 10:10; ma di solito ha quello di venuta, di avvento. Così in 2Tessalonicesi 2:9 si parla della "venuta" dell'anticristo; altrove si parla di quella di Stefana in Corinto 1Corinzi 16:17; di quella di Tito in Macedonia 2Corinzi 7:6-7; ma più spesso della parusìa di Cristo, che, nel N. T., è presentata come un evento futuro ben definito, anzi come l'evento sapremo che chiuderà l'era attuale. Nel discorso escatologico Matteo 24-25 e parall: Gesù indica i segni che precederanno la sua venuta: l'apparire di falsi cristi e di falsi profeti, guerre, persecuzioni e raffreddamento della carità e della fede anche nei suoi, la predicazione del Vangelo per tutto il mondo; descrive il modo di questa venuta: verrà come il lampo, all'improvviso, verrà sulle nuvole del cielo con gran gloria, accompagnato dai santi angeli. Quanto al tempo preciso nulla è predetto: "nessuno sa il giorno e l'ora", salvo il Padre solo; quanto al fine della sua venuta in gloria, Gesù insegna che verrà a giudicare i vivi ed i morti i quali saranno da lui risuscitati, che renderà i suoi partecipi del suo stato glorioso e condannerà i ribelli.

16 La parusìa è descritta in altri luoghi come un ritorno del Cristo salito al cielo: "questo Gesù, il quale è stato accolto in cielo d'appresso voi, verrà nella medesima maniera che voi l'avete veduto andare in cielo"; "verrò di nuovo e vi prenderò con me" Atti 1:11; Giovanni 14:3; Cfr. Ebrei 9:28. È descritta come una rivelazione una apparizione o epifania del Signor G. C. 1Corinzi 1:7; 1Timoteo 6:14; ecc. Il tempo di essa è chiamato il giorno del Figliuol dell'uomo (Luca 17:24); il giorno del giudicio, dell'ira, il gran giorno, l'ultimo giorno. Non precederemo, s'intende: nella visione del Signore e nella gloria del suo regno; non avremo nessun privilegio sui credenti che saranno passati per la morte.

Poichè il Signore stesso con potente chiamata, con voce d'arcangelo, e con tromba di Dio, scenderà dal cielo, ed i morti in Cristo risusciteranno primieramente, poi noi i viventi che saremo rimasti, saremo insiem con loro rapiti nelle nuvole ad incontrare il Signore nell'aria.

Cristo promise ai suoi che sarebbe tornato a prenderli con sè e questa promessa egli l'adempirà colla sua personale venuta in gloria. Non manderà solo i suoi angeli, verrà Egli stesso a completare la salvezza dei redenti. Le tre espressioni indicanti le circostanze che accompagneranno il grande evento della discesa di Cristo dal cielo paiono tolte dagli usi militari. Nel momento decisivo d'una battaglia il comandante imparte un ordine vibrato, quest'ordine è ripetuto dai suoi luogotenenti alle truppe e significato collo squillo delle trombe. Qui l'ordine parte dal Cristo-Re che chiama a sè, svegliandolo dal sonno della, morte, l'esercito dei suoi. La parola κελευσμα (ordine) è infatti usata per indicare l'ordine dato ad alta voce da un capitano alle sue truppe, da un pilota ai rematori per eccitarli. L'abbiam tradotto: "con potente chiamata"; Diod. porta: "con acclamazion di conforto"; si potrebbe anche rendere: "con un grido di comando". I Vangeli narrano che Gesù, quando risuscitò Lazzaro, "gridò con gran voce. Lazaro, vieni fuori"; nel gran giorno, quel comando che reca con sè la potenza della vita, sarà impartito a tutti quei che dormon nei sepolcri Giovanni 6:28-29. Con voce d'arcangelo, perchè l'ordine del Capo è comunicato da coloro che sono chiamati ad eseguirlo come strumenti suoi. Con tromba di Dio ch'è il segnale accompagnante l'ordine e che lo fa echeggiar in ogni luogo. Gli angeli che hanno annunziato con giubilo l'incarnazione del Figlio, parteciperanno, secondo la profezia del Nuovo T., agli eventi coi quali si compirà il regno di Dio; e quanto al suono della tromba divina, oltre al significare che l'ordine sarà eseguito subito, in un attimo, esso può adombrare la partecipazione festante della natura alla glorificazione dei figli di Dio. Si confrontino i fenomeni che accompagnarono la teofania del Sinai Esodo 19; Isaia 27:13; 1Corinzi 15:52; Paolo dice: "in un attimo... al sonar dell'ultima tromba; poichè la tromba suonerà e i morti risorgeranno incorruttibili, e noi saremo tramutati". E in Matteo 24:31 Gesù dice: "Manderà i suoi angeli con gran suono di tromba e raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un'estremità del cielo all'altra". I morti in Cristo sono quelli che si sono addormentati nella fede in Cristo loro Redentore per il tempo e per l'eternità. Cfr. 1Corinzi 15:18; Apocalisse 14:13. Rispetto ai credenti morti prima del ritorno di Cristo, preme all'apostolo di far conoscere ch'essi risusciteranno prima ancora che sia avvenuta la trasfigurazione di quelli che saranno allora in vita. La morte lungi dal privarli di qualche privilegio assicura loro una specie di primato nella glorificazione. Ad ogni modo poi essa non li separa per sempre dai loro fratelli rimasti in vita poichè, alla venuta del Signore, i credenti risorti nel corpo glorioso e credenti trasfigurati 1Corinzi 15:51 saranno riuniti insieme e insieme; rapiti ad incontrare il loro Signore apparso sulle nuvole del cielo.

17 E così saremo sempre col Signore.

Non solo la venuta di Cristo riunirà insieme in dolce comunione fraterna tutti i redenti, ma inaugurerà per tutti loro un'era di perfetta ed indissolubile comunione col Signore. "L'intiero contenuto e valore del cielo, nota il Bornemann, tutta la beatitudine della vita eterna sono racchiusi per Paolo in questo pensiero: Essere unito con Gesù suo Salvatore e suo Signore". "Preferiamo partir dal corpo ed abitar col Signore" 2Corinzi 5:8 "... bramando di partire e di essere con Cristo, cosa di gran lunga migliore" Filippesi 1:23. Il luogo importa poco e Paolo non ne dice qui nulla, poichè se i redenti risorti vanno incontro al Signore nell'aria, ciò non implica che la sfera della loro futura attività abbia ad essere la terra anzichè un'altra parte dell'universo di Dio.

18 Perciò consolatevi gli uni gli altri con queste parole.

Le parole che Paolo ha scritte contengono una rivelazione del Signore piena di consolazione. I morti in Cristo non son perduti, nè privati, in confronto dei vivi, di una parte qualsiasi della beatitudine del regno di Cristo. Rivestiti del corpo glorioso essi, coi loro fratelli trasfigurati, saluteranno il loro Re glorioso quando verrà e saranno a lui uniti per sempre. Cotali consolazioni vuole l'apostolo che siano dai singoli fratelli impartite a chi è o sarà afflitto dalla dipartenza di qualche persona cara.

AMMAESTRAMENTI

1. "Non voglio, dice l'apostolo, che siate nell'ignoranza intorno a quelli che si sono addormentati". All'infuori della Rivelazione, che cosa può conoscer l'uomo sull'al di là, sulla sorte dei suoi cari e sulla sua propria. Nulla o quasi nulla. Stanno a provarlo le credenze del paganesimo ed anche quelle del giudaismo per cui lo Scheôl è luogo di tenebre. Uno sprazzo di luce balena qua e là nell'A. T., che fa sussultare i cuori, ma soltanto l'Evangelo ha messo in luce la vita e l'incorruttibilità. Gesù non ha voluto che ignorassimo, nè l'hanno voluto i suoi apostoli. Non già che la Rivelazione risponda a tutte le domande della nostra curiosità sulla sorte dei dipartiti e sull'avvenire; no, essa ci fa conoscere quel ch'è essenziale, quel ch'è praticamente utile per noi e di ciò dobbiamo esser riconoscenti. Vediamo però di tesoreggiare e d'intender rettamente quel che ci è rivelato. L'ignorare l'al di là è fonte di tristezza, ma il farsene un concetto erroneo, imperfetto, ha avuto ed ha tuttora fra i cristiani delle conseguenze pratiche funeste e dolorose, La dottrina del purgatorio, ad esempio, come si è svolta nel romanesimo, col suo codazzo di suffragi procurati col danaro, di quale cumulo di angoscie e di mercimonî inverecondi è stata cagione nella cristianità! Unico rimedio e preservativo contro a siffatti errori è lo studio umile ed assiduo del N. T. che contiene la genuina rivelazione evangelica.

2. I beni che costituiscono l'essenza della speranza cristiana per quel che concerne i credenti, emanano tutti da Cristo. "Cristo è la nostra speranza". Partendo da questo mondo i credenti si addormentano in Cristo, e nello immediato al di là riposano in Cristo che ha accolti i loro spiriti; sono affrancati dalle fatiche, dai dolori, dalle tribolazioni, dalle tentazioni di quaggiù, e Cristo compie la loro educazione spirituale traendoli in alto alla di lui perfezione. Al tempo da Dio fissato essi risusciteranno alla venuta di Cristo rivestendo un corpo simile a quello celeste e glorioso di lui. - Saranno riuniti con tutti i redenti di Cristo per formare la famiglia del Padre. - Saranno sempre con Cristo per compiere nell'universo la missione che sarà loro affidata da Dio.

3. Il Cristianesimo è lontano così dal materialismo che nega lo spirito, come dall'idealismo che riguarda il corpo come una prigione dell'anima. La perfezione dell'essere umano, secondo la mente di Dio, sta nell'unione di uno spirito perfetto con un corpo che sia l'organo ubbidiente e perfetto dello spirito.

Perciò, secondo il Vangelo, per quanto lo spirito dipartito sia felice fin d'ora nella comunione con Cristo, l'uomo non raggiunge però la pienezza dell'essere suo se non mediante la risurrezione del corpo trasfigurato ad immagine di quel di Cristo.

La stessa osservazione si applica alla dottrina del secondo avvento di Cristo, che ad alcuni cristiani pare contrastare colla spiritualità del cristianesimo. Nelle descrizioni del ritorno di Cristo in un dato tempo, in un dato modo esterno (sulle nuvole del cielo, accompagnato da angeli, visibile agli uomini), essi vedono uno scenario tolto dalla escatologia giudaica. Di reale in tutto ciò non v'è, per essi, che la presenza e l'attività continua del Cristo che sempre risuscita e glorifica i suoi, e sempre giudica il mondo.

Ora, la presenza e l'attività continua di Cristo nella Chiesa e nel mondo è verità indubitata e confortante, nè va dimenticata o diminuita; ma lo stesso Cristo che disse: "Io sono con voi ogni giorno..." e "dove due o tre sono raunati nel nome mio io sono nel mezzo di loro", - lo stesso Cristo che ripudiò il concetto carnale d'un regno messianico giudaico e terreno, non ha ripudiato l'idea del suo Ritorno glorioso e visibile alla fine dell'era presente, anzi, l'ha ripetutamente annunziato tanto nel suo insegnamento diretto che nelle sue parabole. - Lo stesso apostolo Paolo che scrive: "Cristo abita in me", "Cristo è in voi" Galati 2:20; 2Corinzi 13:5; al quale il Cristo vivente apparisce e parla, è quello che insegna la futura seconda venuta di Cristo nella gloria e ciò non solo nelle Epp. ai Tessalonicesi che sono le prime uscite dalla sua penna, ma anche nelle sue ultime. Cfr. Tito 2:13; 1Timoteo 6:14-15; 2Timoteo 4:1,8.

Il Cristo è del continuo presente ed operante nel mondo; ma la sua presenza ci la rende più sensibile in certe epoche ed in certi eventi della storia. Nella Pentecoste e nella distruzion di Gerusalemme, nella Riforma e nei Risvegli, la sua presenza è più manifesta; e perchè non avremmo a prestar fede ad una sua manifestazione più personale e gloriosa, che confonda i suoi nemici e inauguri l'effettuazione più completa del regno di Dio nel mondo? Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni. Dica parimente chi ode: Vieni, Signor Gesù!

4. "Consolatevi gli uni gli altri con queste parole". La simpatia è un bisogno dell'uomo, essere socievole. Ciascuno cerca di consolare chi soffre, come può e sa. Oltre che bisogno, è anche dovere umano il cercar di alleviare i dolori dei nostri simili. E tanto più è dovere dei cristiani, di tutti i cristiani senza eccezione. "Rallegratevi con quelli che si rallegrano, piangete con quelli che piangono". Ma come consolare senza la speranza? Il parlar d'un destino contro cui vano è il ribellarsi, di sorte comune a tutti, di sprezzo del dolore, non è cosa che consoli. Non si consola veramente che colle "parole" della speranza cristiana. Non sarà con essa soppresso il dolore nè saranno asciugate le lagrime - Cristo stesso pianse - ma il dolore sarà lenito, e le lagrime non saranno più amare. Saranno quelle del figlio che non dubita dell'amore e della sapienza del Padre, del credente che al di là del velo scorge le gloriose realtà di cui le sue presenti esperienze sono come un'arra. "Affliggersi all'eccesso, dice Crisostomo, per la morte d'una persona cara, è dimostrare che mio uno ha speranza. Chi ignora il mistero della risurrezione futura e crede che la morte del corpo è una estinzione totale, ha qualche ragione di piangere i morti come non più esistenti; ma voi che avete speranza ferma nella risurrezione, perchè vi affliggete?".

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