1Tessalonicesi 5

1 2. L'incertezza del tempo della Venuta di Cristo e il dovere della vigilanza

Quanto ai tempi ed ai momenti, non avete bisogno, fratelli, che vi se ne scriva.

Il concetto della incertezza del tempo in cui Cristo verrà è svolto brevemente in 1Tessalonicesi 5:1-3; mentre l'apostolo si sofferma più a lungo in 1Tessalonicesi 5:4-11 sul dovere dei figli della luce d'esser vigilanti e sobri mentre aspettano la salvazione loro destinata in Cristo. Nel loro insegnamento orale Paolo ed i suoi coadiutori avevano proclamato la certezza del Ritorno di Cristo, ma circa l'epoca precisa di quell'evento futuro avean dovuto limitarsi a dichiararla ignota, come prima di loro avea fatto Cristo stesso. Certo è però, che, per un complesso di cause, i cristiani della prima generazione considerarono come vicino il Ritorno di Cristo. Le antiche profezie presentavano il "giorno del Signore", che chiudeva il loro orizzonte, in un quadro unico, come giorno ad un tempo di salvezza e di giudicio; l'umiliazione e la gloria del Servo di Iahveh non parevano separato da alcun intervallo; talune parole di Cristo relative ad un suo non lontano "venir nel suo regno" Matteo 16:28; da confr. con Marco 9:1; Luca 9:27; Matteo 24:34; 26:64 disgiunte da altri suoi insegnamenti sul lento e progressivo svolgersi del regno di Dio nel mondo, potevano intendersi del suo glorioso Ritorno finale anzichè di un suo speciale intervento; mancava la conoscenza di un elemento del problema cioè dell'estensione della terra abitata e della popolazione da evangelizzare; mentre poi non facea difetto la naturale tendenza dell'uomo a determinare quel che Dio ha voluto lasciare indeterminato. Sembra che i Tessalonicesi non solo dividessero l'opinione dei primitivi cristiani, ma l'esagerassero al punto da considerar la Parusia come imminente. Cfr. 2Tessalonicesi 2:2.

I due termini χρονοι e καιροι (tempi e momenti) sono spesso congiunti nelle Scritture Atti 1:7; 3:20-21; Daniele 2:27; 7:12; Ecclesiaste 3:1. Secondo i Sinonimi del Trench, il primo termine designa i tempi considerati semplicemente sotto l'aspetto della lor durata; qui, i periodi successivi nei quali si svolge la storia della Chiesa. Il secondo termine designa le articolazioni del tempo, le epoche critiche, i momenti culminanti preordinati da Dio, nei quali quel ch'è venuto lentamente, silenziosamente maturandosi nel corso di lunghe età dà origine a quegli eventi decisivi che chiudono un periodo e ne aprono uno nuovo. Tali ad es. furono lo sparir dell'economia giudaica nella catastrofe di Gerusalemme, il riconoscimento del cristianesimo come religione dell'impero, la conversione delle tribù germaniche, la Riforma. Tale fu l'incarnazione del Figliuol di Dio avvenuta quando i tempi furon maturi e tale sarà la sua seconda Venuta preceduta da quegli eventi precursori che sono in parte rivelati. I "tempi" racchiudono i "momenti", non questi quelli. Nel kairòs v'è sempre la nozione di un momento di tempo speciale, importante, opportuno per una data cosa od azione.

2 Circa l'epoca ed il momento speciale del futuro Ritorno di Cristo, i Tessalonicesi non avevano bisogno che Paolo scrivesse loro perchè tutto quel ch'egli poteva dire in proposito l'aveva detto nell'insegnamento orale ed essi non l'ignoravano.

Poichè sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte.

Il giorno del Signore è il giorno della venuta del Signor Gesù nella sua gloria. Dice lett. viene, a significare che, secondo il consiglio di Dio, ha da venire in quel dato modo, cioè in modo inaspettato, improvviso. Tale è infatti l'idea illustrata dalla similitudine del ladro che sceglie e il momento in cui non è osservato nè aspettato. Gesù si era servito dello stesso paragone per inculcare il dovere della vigilanza Matteo 24:42-44; Luca 12:39; Cfr. 2Pietro 3:10; Apocalisse 3:3; 16:15. Lunemann osserva che questa immagine contribuì a mantener nel Medio evo l'idea che il Ritorno di Cristo dovesse avvenir di notte. Gerolamo nota che, secondo la tradizione giudaica, il Messia dovea venir nel mezzo della notte com'era venuto l'angelo sterminatore in Egitto ed a quella tradizione ne connette una cristiana secondo la quale il Cristo apparirà nella notte stessa in cui risuscitò, cioè alla vigilia della Pasqua cristiana, ragione per cui i cristiani celebravano con una vigilia quella notte.

3 Insieme coll'idea del carattere inaspettato del giorno del Signore, il paragone del ladro potea suggerire quella della spogliazione che in quel giorno dovrebbero subire quanti avevano collocato ogni loro bene nelle cose terrene anzichè in Dio. L'altra similitudine di cui si serve l'apostolo accenna insieme al carattere improvviso, subitaneo dell'apparizione di Cristo ed all'angoscia in cui piomberà quanti non sono preparati all'incontro del Signore.

Quando diranno: "Pace e sicurtà," allora una ruina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie del parto alla donna incinta, e non iscamperanno.

I falsi profeti antichi, di fronte all'annunzio del giudicio divino sopra Gerusalemme cullavano il popolo in una falsa sicurtà, predicendo pace dove non poteva esser pace Geremia 6:14; 8:11; Ezechiele 13:10; così gli uomini degli ultimi tempi, indifferenti o increduli, di fronte ai segni del giudicio imminente, si culleranno nella persuasione illusoria che il governo di Dio è una chimera e che il mondo seguiterà a goder pace e sicurtà. Così aveano fatto, secondo il detto di Gesù, gli uomini alla vigilia del diluvio e gli abitanti di Sodoma alla vigilia della distruzione. Come le doglie del parto colgono la donna incinta nel placido sonno o in mezzo ai suoi lavori, inaspettatamente, così l'apparizione di Cristo travolgerà in improvvisa ruina la pace, le speranze, la felicità del mondo noncurante di Cristo, ponendolo di fronte alla realtà del proprio peccato e della santità del Dio vivente. Non iscamperanno perchè nè la negazione audace, nè la sprezzante indifferenza, nè la potenza o l'astuzia umana ritardano d'un istante l'ora del giudicio o riescono a sottrarne alcuno.

4 Ma voi, fratelli, non siete nella tenebre perchè quel giorno vi colga a guisa di ladro; poichè voi tutti siete figli di luce e figli del giorno.

Agli uomini alieni da Dio e dalla sua salvezza, il giorno del Signore giungerà inaspettato e terribile perchè il loro stato morale è tenebroso; ma non è tale il caso dei cristiani, quindi il ritorno del Signore non può sorprenderli, e tanto meno esser foriero a loro di perdizione. L'immagine delle tenebre si collega con quella del ladro che vien "di notte" ed è immagine frequente nel N. T. per descrivere lo stato morale degli uomini alieni da Dio. È uno stato d'ignoranza o di cecità perchè non conoscono Dio nè sè stessi, non conoscono Cristo nè la speranza gloriosa; è uno stato di peccato, perchè vivono moralmente lontani da Dio, rifuggon dalla luce non potendo sostener lo sguardo degli altri uomini e meno ancora quello del Dio di santità "i cui occhi sono troppo puri per vedere il male". "Dio è luce, scrive S. Giovanni, e non vi sono in lui tenebre di sorta... Chi dice d'esser nella luce e odia il suo fratello è nelle tenebre fino ad ora" (1Giovanni 1:5; 2:9; Giovanni 3:19-21 "... chiunque fa cose malvage odia la luce e non viene alla luce..."). I Tessalonicesi, quando vivevano da pagani erano nelle tenebre, ma il Vangelo li ha tratti alla luce, li ha condotti alla conoscenza della verità e trasportati dal regno della corruzione in quello della santità. Il loro stato attuale, normale, è quello di persone che non hanno più da temere della luce, che non hanno nulla da nascondere, che invece di temer del giorno rivelatore delle cose occulte, lo salutano come il giorno della loro entrata in una luce più perfetta. Agli Efesini, Paolo scriverà: "Eravate già tenebre, ma ora siete luce nel Signore; conducetevi come figli di luce..." Efesini 5:8. Ai Colossesi: "Dio ci ha fatti degni di divider la sorte dei santi nella luce; ci ha liberati dalla potestà delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del Figliuol dell'amor suo" Colossesi 1:12-13. Chi è in un siffatto stato spirituale non può esser colto impreparato dal giorno di Cristo come il proprietario immerso nel sonno lo è, nella notte, da un ladro. Tutti i credenti (voi tutti) sono figli di luce, figli del giorno ch'è il periodo caratterizzato dalla piena luce, come la notte è il tempo delle tenebre. L'epressione è derivata dall'ebraico e contiene l'idea di una connessione stretta, di una parentela morale, di una affinità di natura tra le cose o persone di cui si parla. Esempi: figli di perversità, figli d'ira, figlio di consolazione, figli del diavolo ecc. I figli della luce sono quelli che sono tanto amanti della luce della verità e della santità da esserne permeati e trasformati.

5 Noi non siamo della notte nè delle tenebre; perciò non dormiamo come gli altri, ma vegliamo e siamo sobrii.

Quel che Paolo ha detto dello stato spirituale dei Tessalonicesi come non appartenenti al regno delle tenebre, lo dice ora dei cristiani in genere, sè stesso incluso. Ma se l'esser nella luce implica il privilegio di non esser sorpresi dal giorno del Signore, implica pure l'obbligo di vivere come figli di luce, mentre aspettano la manifestazione di Cristo. Quest'obbligo Paolo lo sente anche per se, e dice perciò: Non dormiamo. Il dormire fisico, riservato di solito alle ore della notte, è qui l'immagine di uno stato morale d'incoscienza, di noncuranza, d'insensibilità di fronte alle realtà spirituali ed al giudicio che si avvicina. Gli uomini del mondo (gli altri) sono svegli se si tratta di cose terrene; ne sentono l'importanza ed il valore; ma le cose spirituali: Dio, l'anima, la vita dello spirito, la pace con Dio, la salvazione ed il regno di Cristo sono per loro come dei sogni, delle chimere che li lasciano insensibili. La necessità di vegliare è inculcata spesso da Gesù nei suoi insegnamenti. Esemp. La parabola delle dieci vergini. Ma per tener desto il senso delle cose dello spirito che non passano come quelle che sono visibili, per tenersi preparati per quegli eventi che la fede contempla come prossimi, bisogna esser sobrii, cioè astenersi da ogni eccesso, specie da quelli del mangiare e del bere. Vigilanza e sobrietà sono infatti strettamente connesse, la seconda è condizione della prima: "Badate a voi stessi, dice Gesù, che talora i vostri cuori non siano aggravati da crapula, da ubriachezza e dalle ansiose sollecitudini di questa vita, e che quel giorno non vi venga addosso all'improvviso come un laccio... Vegliate dunque, pregando in ogni tempo..." Luca 21:34-35; Romani 13:13; Efesini 5:18. "Le concupiscenze carnali fanno guerra all'anima" 1Pietro 2:11.

7 Poichè quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che s'imbriacano, s'imbriacano di notte.

Così suole avvenire per chi dorme del sonno fisico e per chi si imbriaca di vino. Sono cose che di regola si fanno di notte. Parimenti il torpore spirituale e la mancanza di sobrietà sono proprii dello stato morale tenebroso di chi è alieno da Dio. Per conseguenza non si confanno a chi è figlio della luce.

8 Ma noi che siamo del giorno, che apparteniamo, cioè, alla luce della verità e della santità, siamo sobrii, avendo rivestito la corazza della fede e dell'amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

Le disposizioni spirituali che devono accompagnare la vigilante sobrietà del cristiano mentre aspetta il giorno di Cristo, sono espresse con immagini tolte dalla vita militare. Dall'armatura dei soldati, dal loro servizio faticoso, dalle condizioni del loro arruolamento, Paolo ha spesso tratto delle similitudini atte ad illustrare la carriera del cristiano. Immagini di questo genere s'incontreranno, perciò, fino negli ultimi suoi scritti, come li troviamo qui nella sua prima Lettera. Il cristiano che veglia nell'aspettazione del suo Signore è paragonato al soldato che, rivestito delle sue armi per difendersi dai nemici, è di fazione fino all'ora in cui il suo capo lo venga a rilevare. L'analogia tra l'armatura del soldato romano e quella spirituale del cristiano è esposta più completamente in Efesini 6:14-17 e d'altronde il Secondo Isaia rappresentava anch'esso l'Eterno come rivestito delle armi del guerriero per debellare i suoi nemici: "Ei si riveste della giustizia come d'una corazza, si mette in capo l'elmo della salvazione, prende la vendetta per vestimento e si copre di gelosia come d'un mantello" Isaia 59:17. Nell'Ep. agli Efesini la corazza è la giustizia cioè la pratica del bene, la fede è lo scudo contro al quale si spengono i dardi infocati del maligno. Qui la corazza rappresenta ad un tempo la fede nelle promesse di Dio in Cristo e l'amore verso il prossimo, fede ed amore che; mentre sono per il cristiano fonte di santa attività, sono pure la miglior difesa contro i nemici che mettono in pericolo la sua salvazione. L'elmo che gli permette di tener alta la fronte, di combatter fiducioso nella certezza della finale vittoria, e di sopportare con pazienza le tribolazioni del presente è la speranza della salvezza, cioè della liberazione finale da tutte le conseguenze del peccato. Per il cristiano, infatti, la venuta gloriosa di Cristo non sarà foriera d'ira, ma di compiuta salvazione.

9 Poichè Dio non ci ha destinati ad ira, ma ad acquisto di salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo...

"A coloro che sono contenziosi, che disubbidiscono alla verità e ubbidiscono all'ingiustizia, sovrastà ira e indignazione" Romani 2:8; ma coloro che hanno rotto col male convertendosi a Dio e affidandosi a Cristo, sono destinati a sperimentare sempre più completamente i benefizi della salvazione. L'espressione acquisto di salvezza non contiene l'idea che l'uomo possa coi suoi meriti procurarsi la salvezza poichè essa ci è data "per mezzo del Signor N. G. C."; ma metto in risalto il fatto che l'uomo non è passivo quando si tratta di appropriarsi i beni della salvezza offertagli. Egli se ne impossessa con un primo atto morale di fede quando si getta nelle braccia di Cristo Salvatore: egli se l'appropria e se l'assicura sempre più completamente coll'esercizio costante della fede, dell'amore, della vigilanza, della speranza. Scrive Paolo ai Filippesi: "Compite l'opera della vostra salvezza con timore e tremore" 1Tessalonicesi 2:12. Chi avrà perseverato fino alla fine, mantenendosi unito a Cristo, sarà salvato.

10 La grande prova che Dio destina i credenti a salvezza sta nel dono del suo Figlio. Il fìne ultimo dell'opera compiuta dal Figlio a pro degli uomini è il renderli partecipi della vita eterna con lui.

...il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo, noi viviamo insieme con lui.

Il contro dell'opera di Cristo è il suo sacrificio espiatorio. Il codice Vaticano col Sinaitico seguiti dalle edizioni critiche leggono περι (riguardo a noi) invece di ὑπερ (a pro di) che si trova in tutti gli altri manoscritti; ma sia l'una che l'altra preposizione esprime l'idea che Cristo diede la vita a beneficio dei suoi, per riscattarli cioè dalla condanna e dall'impero del male e farli eredi della compiuta salvezza la quale sta nel vivere con lui, della vita sua perfetta e gloriosa, insieme con tutti i riscattati. Le parole sia che vegliamo sia che dormiamo non si possono intendere dell'esser desti come si è di giorno e del dormire che si fa la notte, quasi volessero dire: affinchè in ogni tempo viviamo con lui. Neppure si possono intendere del vegliare e del dormire in senso spirituale. In armonia col contesto, specialmente con 1Tessalonicesi 4:16-17; tornano a dire: Sia che Siamo trovati alla sua Venuta viventi ancora nel corpo, sia che siamo trovati addormentati nel sonno della morte. Lo stato esterno di vita o di morte corporale non fa differenza per quel che concerne la nostra partecipazione alla eterna vita che Cristo volle assicurarci colla sua morte in croce. Cfr. Romani 14:7-9.

11 Perciò consolatevi gli uni gli altri ed edificatevi l'un l'altro come d'altronde già lo fate.

La chiusa di questo brano è analoga a quella del precedente 1Tessalonicesi 4:18. Nel pensiero della vita eterna con Cristo destinata da Dio e assicurata da Cristo a tutti i credenti, c'è larga materia di consolazione; mentre nella necessità di vegliare e di esser sobrii c'è motivo alla mutua edificazione. La vita spirituale è un edificio che ha il suo fondamento nella fede in Cristo, e cresce e ci innalza in modo graduale. Ogni progresso nella verità, nella santità, nell'amore, nella speranza, contribuisco all'edificazione spirituale del credente. In quest'opera i cristiani possono giovare l'uno all'altro col consolarsi, coll'istruirsi, coll'esortarsi, incoraggiarsi, riprendersi a vicenda. I Tessalonicesi lo fanno di già e non hanno che da continuare.

AMMAESTRAMENTI

1. Il Ritorno di Cristo è chiamato in questo brano "il giorno del Signore" perchè è il giorno del suo intervento supremo, il giorno in cui la luce delle sue perfezioni rifulgerà, come non mai prima d'allora, agli occhi dell'universo morale e specialmente degli uomini. Qual durata sia per avere quel giorno, non è dato a noi di conoscere; ma quanto è qui insegnato ci conferma nella convinzione che il giorno del Signore non va identificato colla Economia evangelica principiata alla Pentecoste. Paolo ed i cristiani cui scrive vivevano in piena economia evangelica, godevano della presenza spirituale costante e attiva del Cristo nella Chiesa e nei loro cuori; oppure l'apostolo considera il giorno del Signore come un evento tuttora futuro; come un evento del quale la data è sconosciuta agli uomini, ma che avrà luogo quando il mondo non l'aspetterà, donde la necessità, per i credenti del nuovo Patto, di una continua vigilanza; come un evento le cui conseguenze saranno disastrose per gli increduli, ma felici per coloro che l'aspettano per il compimento della lor salvezza.

Tutto ciò mal si applica all'avvento della economia evangelica fondata da Cristo e inaugurata colla effusione pentecostale dello Spirito.

2. "Non v'è, dice Crisostomo, creatura più curiosa dell'uomo, avido sempre di penetrar nelle cose oscure e di conoscere l'ignoto. I bambini tormentano balie, maestri e genitori con interminabili domande. E noi pure siamo come i bambini, impazienti com'essi di comprender l'avvenire, di conoscere la fine delle cose. Nè v'è da meravigliarsi di questo poichè gli apostoli stessi hanno provato lo stesso desiderio. Quando Cristo parlava loro dell'ultimo giorno: "Dieci, gli chiesero, quando succederanno queste cose...". E anche dopo la sua risurrezione: "Sarà egli in questo tempo che tu restituirai il regno ad Israele"? Quando ebbero ricevuto lo Spirito non ebbero più di tali curiosità; furon paghi della loro ignoranza su quel punto e adoperarono la loro autorità nel frenar gli spiriti che da un simile prurito erano resi inquieti".

Malgrado le dichiarazioni esplicite del Signore: "Non sta a voi di conoscere i tempi ed i momenti che il Padre ha riservati in Suo potere"; malgrado l'avvertimento che la storia ci dà sulla nessuna attendibilità delle predizioni di quei tanti che han preteso fissar l'anno ed il giorno del ritorno di Cristo; non mancano mai gli spiriti temerari che ritentano l'impresa gettando discredito sul cristianesimo e sulla profezia biblica, e seminando il turbamento nel cuore dei semplici.

Se fosse stato utile per noi il sapere con precisione l'avvenire, il Signore l'avrebbe fatto conoscere. Invece Gesù ha detto: "Voi non sapete... gli angeli non sanno... neanche il Figlio sa"; e dalle questioni curiose egli ha costantemente distolti i discepoli per volgere il loro cuore al dovere pratico del presente. Così fa Paolo. È incerto il tempo del Ritorno di Cristo, è incerta la durata della nostra vita, è incerto quel che ci reca di doveri, di tentazioni, di gioie, di dolori, di lutti, il giorno fugace dell'oggi; perciò manteniamoci vigilanti e sobri, Simili alla sentinella che non sa se da un momento all'altro le comparirà dinanzi il Re o le piomberà addosso un nemico, e si mantiene perciò desta ed armata, ad omnia paratus. Per chi vive nell'atmosfera della fede in Dio, dell'amor del prossimo e della speranza sicura della salvezza in Cristo, venga la vita coi suoi doveri o venga il sonno della morte, non monta; poichè ad ogni modo egli "vive insiem con Cristo".

3. "Figli di luce", tale è la bella caratteristica qui data dei cristiani. Essa ricorda loro la grazia ricevuta da Dio. Erano in tenebre d'ignoranza e d'errore e vivevano nelle tenebre del male. L'Iddio della luce li ha condotti alla luce della verità: hanno imparato a conoscer sè stessi ed hanno pur conosciuto Dio in Cristo e la di lui salvezza diventando segnaci di Colui ch'è la luce del mondo.

Figli di luce! questo ricorda loro quel che devono essere d'ora innanzi in tutta la loro vita interiore ed esteriore. Cercatori ed amanti della verità, in tutti i campi, ma sopratutto della verità più alta ch'è la verità religiosa. Non solo amanti, ma divulgatori della verità qual ci è stata trasmessa nelle S. Scritture. Figli di luce nella loro vita santa e nelle loro opere. Gesù disse: "Voi siete la luce del mondo... Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinchè vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro ch'è nei cieli" Matteo 5:14-16.

4. Scrive Crisostomo: "Dio non pensa a perderci ma a salvarci. Gli sta tanto a cuore la nostra salvezza, ch'egli ha dato per noi il suo Figliuolo unigenito e l'ha dato alla morte. Il riflettere a questo deve nutrire la nostra speranza. Non scoraggiarti dunque, o uomo; ricordati che Dio per te non ha risparmiato neppure il suo Figlio. Non lasciarti abbattere dai mali di questa vita. Dopo aver dato il suo Figlio, Dio non risparmierà nulla di ciò che può giovare alla tua salvezza... Non ti abbattere anche se sei oppresso da molte persecuzioni... Non dubitare; anche se muori, tu vivrai".

12 Sezione C 1Tessalonicesi 5:12-24 ESORTAZIONI DIVERSE RIFLETTENTI SPECIALMENTE LA VITA ECCLESIASTICA

Le esortazioni contenute in questa Sezione sono state raggruppate in varie guise, e, trattandosi di raccomandazioni brevi e staccate, non ha grande importanza il modo di raggrupparle. Segniamo come plausibile la divisione del Godet in tre gruppi:

1. Esortazioni relative ai doveri verso i conduttori 1Tessalonicesi 5:12-13;

2. Esortazioni relative ai doveri verso i fratelli bisognosi di cure speciali 1Tessalonicesi 5:14-15;

3. Esortazioni relative allo sviluppo della vita spirituale in ogni cristiano 1Tessalonicesi 5:16-24.

1. 1Tessalonicesi 5:12-13 Esortazioni relative ai doveri verso i Conduttori

Non abbondano negli scritti del Nuovo Testamento le notizie circa l'organizzazione delle chiese primitive. Luca narra Atti 6 come ebbe origine nella chiesa di Gerusalemme il diaconato; più oltre mentova il presbiterato come esistente in quella medesima chiesa, prima dell'anno 44, ma senza dire in quali circostanze era stato istituito ad imitazione della sinagoga Atti 11:30. Barnaba e Saulo recano "agli anziani" di Gerusalemme la sovvenzione destinata ai fratelli di Giudea provati dalla carestia. Fondato nel primo viaggio missionario le chiese di Pisidia e di Licaonia, prima di lasciarlo Paolo e Barnaba fanno eleggere "per ogni chiesa degli anziani" Atti 14:23. Nel 50, quando sorse in Antiochia la questione dell'obbligo o meno per i credenti etnici di osservar la legge di Mosè, Paolo e Barnaba sono mandati con altri per conferire "cogli apostoli e cogli anziani" di Gerusalemme su quella questione. Nel corso del suo secondo viaggio, Paolo ed i suoi compagni fondano molto chiese in Asia Minore ed in Europa, ma nulla ci è riferito intorno alla costituzione ecclesiastica di quelle nuove comunità cristiane. Il primo cenno che ne abbiamo è quello che ci sta dinanzi nella prima lettera scritta da Paolo ad una chiesa; e da questo possiamo arguire che l'apostolo ha dovuto, o personalmente o per mezzo dei collaboratori suoi, provvedere a che ogni gruppo di fratelli fosse affidato alle speciali cure di persone atte a guidarli. Cfr. Tito 1:5; 1Timoteo 3. Queste guide delle chiese locali sono chiamate ora episcopi (sovrintendenti) Filippesi 1:1; 1Timoteo 3:1; ora presbiteri (anziani), ora pastori Efesini 4:11; Atti 20:17,28; od ancora presidenti e conduttori Ebrei 13:7. Di vescovi nel senso ecclesiastico posteriore sovrintendenti ad una diocesi non è questione negli scritti apostolici; solo vediamo i delegati apostolici Timoteo, Tito, ecc., formar l'anello transitorio tra l'apostolato, istituzione limitata ai testimoni oculari del Cristo e quindi non permanente, ed il presbiterato o pastorato, istituzione permanente.

Vi chiediamo poi, fratelli, di avere in considerazione quelli che faticano tra voi, che vi presiedono nel Signore e vi ammoniscono;

Tre parole servono a caratterizzare i conduttori della chiesa di Tessalonica: essi faticano, compiendo fra i membri della chiesa ed a loro beneficio un lavoro strenuo ed assiduo sia coll'insegnamento pubblico nelle raunanze, sia colle ammonizioni, colle consolazioni private, sia anche colle cure che si prendono dei poveri, e dei perseguitati. Nei primordii della vita delle chiese i conduttori dovevano fare anche l'ufficio di diaconi com'ebbero a farlo sulle prime, in Gerusalemme, gli apostoli. Paolo usa molte volte la parola "faticare" quando parla del lavoro spirituale suo o di altri cristiani attivi e devoti: "Ho faticato più di tutti loro" 1Corinzi 15:10; "I presbiteri che fanno bene l'ufficio di presidenti siano reputati degni di doppio onorario, sopratutto quelli che faticano nella parola e nell'insegnamento" 1Timoteo 5:17; "Salutate Trifena e Trifosa le quali faticano nel Signore" Romani 16:12. Vi presiedono nel Signore accenna ad una delle funzioni principali cui adempievano i presbiteri, i quali sono perciò chiamati altrove "conduttori" ( ἡγουμενοι, Ebrei 13:7). Non si tratta solo di presiedere le comuni raunanze, ma di guidare e governare la comunità con saviezza, con costante cura della sua prosperità spirituale. Implica devozione, spirito d'iniziativa, vita che sia d'esempio alla greggia. Si tratta infatti di presiedere nel Signore cioè, non nelle cose terrene, bensì nelle cose che riguardano la loro comune relazione col Signor Gesù, la fede e la vita cristiana. Vi ammoniscono, lett. "vi pongono in mente" le cose cui non avevate riflettuto, o quelle che sembrato aver dimenticate. Si tratta di ammonizioni pubbliche o private concernenti sopratutto la vita morale dei credenti. "L'ideale morale del Vangelo dev'essere chiaramente posto dinanzi alla chiesa e chiunque se ne scosta dev'essere avvertito del pericolo. Le prime comunità si mantenevano in virtù di questa loro stretta disciplina. La purezza morale ora la condizione stessa della loro esistenza poichè se il sale perdeva il suo sapore con che poteva esser salato? Di questa purezza morale i conduttori erano i custodi; vegliavano sulle anime come dovendone render conto" (Hatch).

13 Per i conduttori Paolo chiede ai Tessalonicesi due cose: rispetto e amore. Si devono conoscere (ειδεναι ), cioè riconoscere per quel ch'essi sono veramente nella chiesa, ponendo mente alle loro attitudini, ai loro doni, alla loro attività a pro della chiesa, e riconosciuto questo, lo devono mostrare colla stima che fanno di cotali persone e col rispetto che portano ad esso. Non risulta che vi fosse in seno alla chiesa di Tessalonica una tendenza all'anarchia ecclesiastica, ma è quello uno degli scogli contro ai quali le chiese giovani vengono ad urtare con grave loro danno. Aggiunge:

e di portare un grandissimo amore ad essi a motivo dell'opera loro.

Hanno il dovere di amare tutti i fratelli, ma devono amare sovrabbondantemente (così dice lett.) i loro conduttori a motivo dell'opera benefica, amorevole e probabilmente anche gratuita ch'essi compiono al servizio del Signore e a pro degli uomini.

Vivete in pace tra voi.

Il nesso di quest'esortazione con quella che precede non è indicato e non è facile indovinarlo; oppure ha dovuto esistere nella mente di Paolo, poichè queste parole non possono connettersi col versetto seguente che principia con un solenne: "Vi esortiamo..." Se si accettasse, col Tischendorf, la lezione del Sinaitico e delle versioni siriaca e vulgata: εν αυτοις (con loro, Vulg. pacem habete cum eis), il nesso sarebbe evidente; ma oltre all'essere affatto insolita la locuzione greca, sarebbe strana la raccomandazione di vivere in pace coi conduttori dopo che l'apostolo ha esortato ad amarli di grandissimo amore. Teodoreto non vi seppe vedere altra idea che quella del non contraddire alle cose dette dai conduttori. Ritenendo coi più la lezione meglio appoggiata (A B D3 E K L) si dovrebbe parafrasar così: Il mondo vi fa guerra e voi non lo potete impedire, ma tra voi stessi che formato una famiglia spirituale di figli di Dio, cercate di vivere in pace, vincendo tanto la tendenza litigiosa naturale all'indole greca, che la difficoltà derivante dalla diversa origine, giudaica o pagana, dei membri della chiesa, e rendendo per tal modo più facile, più proficua e più giuliva l'opera dei conduttori ch'io vi esorto ad amare. Cfr. Romani 12:18; 2Corinzi 13:11; Filippesi 2:1-3.

AMMAESTRAMENTI

1. Le chiese apostoliche, sotto la guida degli apostoli si sono tenuto lontane da due scogli ugualmente pericolosi: quello dell'anarchia ecclesiastica e quello del clericalismo. L'anarchia ecclesiastica, sotto il pretesto che lo Spirito è dato a tutti i credenti, e che Cristo è il supremo Pastore delle anime, respinge come inutile e dannosa ogni organizzazione ecclesiastica ed ogni ministerio regolare. Oltre al ridurre in minuscolo pillole la Chiesa di Cristo, l'anarchia ecclesiastica favorisce l'orgoglio spirituale di chi, pretendendosi ispirato, dottoreggia e fa strazio delle Scritture colle più strambe interpretazioni. Dal lato opposto, il clericalismo che ha raggiunto nella Chiesa romana il suo più alto grado, sequestra tutti i diritti e tutti i privilegi dei credenti a pro della gerarchia accentrata in un pontefice proclamato infallibile: il diritto di leggere le sacre carte e d'interpretarle secondo i propri lumi; il diritto di formarsi, alla luce delle Scritture e sotto la guida dello Spirito, una fede personale e di professarla; il diritto di accostarsi liberamente a Dio nel nome di Cristo unico mediatore tra Dio e gli uomini; il diritto di eleggere i propri conduttori spirituali e di sindacare il loro insegnamento, i loro costumi e tutta l'opera loro; il diritto di partecipare al governo della chiesa nelle cose spirituali e temporali. Praticamente il laicato cristiano, in questo sistema, non conta nulla, è un vil gregge di minorenni spirituali, senza diritti, il cui unico dovere è di ubbidi re ciecamente alla gerarchia.

Lontane da cosiffatti scogli, le chiese apostoliche hanno e riconoscono il ministerio dei diaconi e degli anziani liberamente eletti da esse; ma questi conduttori non sono dei mediatori tra Dio ed i fedeli, non sono dei padroni che signoreggino la greggia, bensì dei servitori di Cristo dotati di speciali attitudini d'insegnamento e di governo, ch'essi mettono al servizio delle comunità cristiane. Per tal modo non si sopprime l'esercizio di alcun dono nè di alcuna energia attiva, ma si provvede ai bisogn i dell'insegnamento, della cura d'anime, della beneficenza ecc., in modo ordinato e regolare.

2. "Il ministerio cristiano rettamente esercitato non è una "sinecura", ma è la più alta e la più difficile delle umane imprese" (Eadie). I conduttori di chiese faticano, presiedendo, guidando, insegnando, ammonendo, riprendendo, consolando. "Ne segue che gli oziosi e i ventri pigri devono essere esclusi dal novero dei pastori" (Calvino). - Ma quando i fedeli hanno il bene di aver dei conduttori devoti e zelanti, essi peccano contro Dio e contro se stessi se non li circondano di amore cristiano e di rispetto. I conduttori che si sentono poco apprezzati e poco amati si scoraggiano, lavorano meno bene e quel che fanno lo fanno sospirando. V'è qui azione reciproca dei conduttori sulla chiesa e viceversa. Il conduttore attivo e savio rende facile alla chiesa l'amarlo ed il rispettarlo e la chiesa che apprezza ed ama i suoi conduttori raddoppia le loro energie, la loro allegrezza e l'efficacia del loro ministerio.

14 2. 1Tessalonicesi 5:14-15 Esortazioni relative ai doveri verso i fratelli bisognosi di cure speciali

Gli interpreti greci, seguiti da alcuni moderni, hanno considerato le esortazioni di questi due versetti come rivolte ai conduttori, ma senza ragione, poichè l'apostolo parla qui come in 1Tessalonicesi 5:1-2 e in 1Tessalonicesi 5:16 e segg. alle stesse persone da lui chiamate "fratelli" 1Tessalonicesi 5:12,14. Senza dubbio era obbligo dei conduttori di applicarsi alla pratica di questi doveri, ma era pure obbligo di tutti i fratelli il farlo.

Vi esortiamo, fratelli, ad ammonire i disordinati,

Gli ατακτοι (disordinati) sono propriamente i soldati che escono dalle file, che non stanno alle regole stabilite. Nella chiesa, son quelli che non osservano nella loro vita l'ordine morale da Cristo stabilito. Essi disubbidiscono al voler di Dio, fanno del male a se stessi e gettano discredito sul corpo al quale appartengono. Tutto induce a credere che Paolo abbia in mente principalmente quei cristiani che andavano attorno senza lavorare. Egli stesso li ha ammoniti in 1Tessalonicesi 4:11 e tornerà a farlo nella seconda Ep. 1Tessalonicesi 3:6-11 ove scrive: "Sentiamo che vi sono alcuni tra voi i quali vivono disordinatamente, non lavorando ma facendo i fannulloni. A cotali persone noi ordiniamo di lavorare tranquillamente e così mangiare il proprio pane". L'ammonirli implica il mostrar loro fraternamente in che cosa la lor condotta è contraria alla regola cristiana, e quali funeste conseguenze essa sia per produrre, cercando di persuaderli con buone ragioni a rientrar nell'ordine. "Ammonire il fratello, osserva il Denney, è meglio che sparlarne; è cosa più difficile, ma è anche più conforme allo spirito di Cristo. La nostra propria condotta ci può chiudere la bocca o per lo meno esporci a delle risposte aspre; ma una umiltà sincera riesce a superare anche questa difficoltà".

a confortare i pusillanimi,

lett. "i piccoli d'animo", parola che occorre qui soltanto nel N. T. Sono quelli che o sono timidi per temperamento, o sono paurosi di fronte alle minacce e alle persecuzioni del mondo, o senza coraggio per collaborare all'opera del regno di Dio. I fratelli che sono in tali disposizioni vanno incoraggiati, confortati, sia col ricordar loro le promesse di Dio che sono sicure e garantiscono il trionfo del regno di Dio e la gloria di chi persevera con Cristo e non ne ha vergogna davanti agli uomini, sia col mostrar loro quanto limitato sia il potere del mondo e quanto grande l'amor di Dio in Cristo. Ai suoi Gesù disse: "Non temiate coloro che uccidono il corpo ma non possono uccidere l'anima... I capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temiate... Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma state di buon cuore, io ho vinto il mondo... Sarete beati quando gli uomini vi avranno vituperati e perseguitati per cagion mia... Rallegratevi... il vostro premio è grande nei cieli" Matteo 5:11; 10:28, Giovanni 16:33.

a sostenere i deboli,

S'intende qui i deboli nella fede, inceppati da pregiudizii e scrupoli derivanti dalla loro educazione religiosa anteriore e non abbastanza istruiti della verità cristiana da comprender la libertà dei figliuoli di Dio. Cfr. Romani 14; 1Corinzi 8-10. La chiesa di Tessalonica era composta in parte di Giudei ed era chiesa giovane. I cristiani più forti spiritualmente dovevano quindi sopportare le infermità dei deboli e non scandalizzarli nè indurli ad agire contro la lor coscienza.

ad esser lunganimi per tutti.

"L'amore, dice l'apostolo 1Corinzi 13, è longanime, non s'inasprisce... sopporta ogni cosa... soffre ogni cosa". La longanimità nei sentimenti, nelle parole e negli atti è l'opposto della irascibilità puntigliosa, dell'impazienza. "Con ogni longanimità sopportatevi gli uni gli altri con amore" Efesini 4:2, Colossesi 3:12. Ne hanno bisogno i deboli che arrivano lentamente a capire e ad appropriarsi la dottrina della libertà, ne hanno bisogno i pusillanimi che non diventano d'un tratto coraggiosi, i disordinati che non si correggono subito o ricadono, ne hanno bisogno tutti poichè in tutti vi sono delle imperfezioni, dei lati meno attraenti e meno belli.

15 Guardate che niuno renda il male per il male; anzi procacciate sempre il bene gli uni degli altri e quello di tutti.

Il primo dovere è quello di badare a sè stessi per non lasciarsi vincere dallo spirito di vendetta; ma niuno deve ritenersi pago di ciò; "i cristiani devono guardarsi attorno e là dov'è stato fatto un torto devono badare d'impedire la vendetta facendo da mediatori tra i fratelli discordi. Beati quelli che procurano la pace" (Denney). Ci vorrà tatto e pazienza perchè gli uomini adirati sono irragionevoli. Nel XII ai Romani Paolo scrive: "Non fate le vostre vendette, diletti, anzi fate luogo all'ira [di Dio], poichè sta scritto: A me appartiene la vendetta, io farò la retribuzione, dice il Signore... Non esser vinto dal male, anzi vinci il male col bene". Il procurare che altri non si abbandoni allo spirito di vendetta e di rancore è un procurare ad un tempo il nostro bene, quello del fratello, quello della chiesa e quello dell'offensore, mettendo in pratica la volontà di Dio e camminando sulle orme del Cristo.

AMMAESTRAMENTI

1. È dovere di tutti i cristiani di procurare il bene spirituale dei loro fratelli. Lo devono fare i conduttori, ma non devono tralasciarlo i fedeli che, per le loro relazioni di famiglia, di amicizia, di vicinato, di affari ecc. sono spesso in condizione di conoscer meglio dei conduttori lo stato morale ed il carattere dei loro fratelli. Fu Caino che disse: Sono io il guardiano del mio fratello? Ma il cristiano che vuole amare il prossimo come se stesso, non può non pensare al bene spirituale dei suoi fratelli e in genere dei suoi simili. In quella gran famiglia ch'è la Chiesa di Cristo, tutti hanno cura d'anime e si aiutano a vicenda ad estirpare il male che, in una o in altra forma, si trova ancora in tutti; e a crescere nel bene ch'è ancora tanto imperfetto in loro. Sotto questo aspetto la chiesa è un ospedale dove i malati si aiutano a vicenda onde recuperar più presto la piena salute.

2. Il dovere di ammonire i disordinati, confortare i pusillanimi, sostenere i deboli, tener lontano dai fratelli lo spirito di vendetta, esige in chi lo vuol praticare con frutto una vita esemplare, poichè non possiamo levare il fuscello dall'occhio del fratello mentre lasciam la trave nel nostro; esige molto tatto e molta umiltà, poichè l'adempierlo senza delicatezza e prudenza, con spirito di superbia e di dominazione raggiungerebbe l'effetto opposto a quello che si vuol ottenere; esige sopratutto amore grande, pieno di simpatia e di pazienza verso chi è stato ed è al par di noi oggetto dell'amor di Dio e della redenzione di Cristo, verso chi è, come noi, destinato alla gloriosa perfezione. Ci vuol più amore per correggere ed aiutare il fratello che per lasciarlo trascinarsi nei suoi traviamenti e nelle sue infermità. - L'adoprarsi per il bene dei fratelli è, d'altronde, il miglior modo di procurare il nostro proprio, perchè, così facendo, cresceremo nella somiglianza coll'uomo perfetto ch'è Cristo.

16 3. 1Tessalonicesi 5:16-24 Esortazioni concernenti lo sviluppo della vita spirituale in ciascun credente

Il terzo gruppo di esortazioni non si riferisce più nè ai conduttori, nè alle relazioni coi fratelli, ma alle disposizioni che il cristiano deve coltivare, ai mezzi di cui deve valersi per svolgere la propria vita spirituale e crescere verso quello stato di completa santificazione di tutto l'essere, che Paolo brama ed implora per i fedeli di Tessalonica.

Siate sempre allegri.

Questa esortazione può sorprendere quando si pensi alle persecuzioni cui erano esposti i Tessalonicesi ed al lutto in cui la morte aveva immerso alcuni di loro. È chiaro che non si tratta qui di allegrezza spensierata, rumorosa, ma del sentimento dolce di pace, di sicurezza, di contentezza derivante dalla conoscenza e dall'esperienza dell'amor di Dio in Cristo. L'Evangelo è buona novella, argomento di "grande allegrezza" per tutto il popolo Luca 2:10; è sole che risplende nelle tenebre, che pone in luce la vita e l'incorruttibilità; esso appaga i bisogni della coscienza, del cuore come della mente, e al di là delle occasionali tristezze del presente addita gli oggetti della speranza che non rende confusi. Perciò l'apostolo può scrivere: "noi ci gloriamo anche nelle afflizioni", "afflitti ma pur sempre allegri" 2Corinzi 6:10. Perciò Paolo esorta i Filippesi 1Tessalonicesi 4:4 a "rallegrarsi del continuo nel Signore", e Pietro scrive: "Credendo in lui, sebbene ora non lo vediate, voi gioite d'un'allegrezza indicibile" 1Pietro 1:8.

17 Pregate del continuo.

Il pregare ( προσευχομαι) è il rivolgere a Dio i voti ( ευχαι) del proprio cuore, e comprende quindi l'espressione della riconoscenza, del pentimento, del dolore, come quella delle domande svariate che un figlio può presentare al padre. La preghiera incessante qui raccomandata da Paolo non può consistere nel pronunziare o ripetere senza posa delle parole di preghiera, nel dare tutto il tempo alla preghiera, poichè Paolo stesso ordina ai cristiani di attendere alle loro occupazioni ordinarie ed egli stesso ne ha dato l'esempio con una vita attiva di viaggi, di lavoro spirituale ed anche manuale. Ma dov'è il cuore vanno anche i pensieri; e come la respirazione accompagna il lavoro e si fa, anzi, più intensa quando è maggiore la fatica, così la preghiera del cuor pio procede e accompagna il lavoro. Essa non è legata ad alcun tempo, nè ad alcun luogo, nè ad alcuna forma; sale a Dio colla rapidità del pensiero in ogni luogo e in ogni tempo recando un ringraziamento, una supplicazione, un sospiro. L'ideale che questo precetto pone dinanzi al cristiano è, come nota il Bornemann, quello d'una vita vissuta alla presenza di Dio, in Dio, e per Dio, l'ideale d'una vita di filiale comunione col Padre, quale è stata la vita di Gesù. L'esortazione torna spesso nelle lettore di Paolo. Cfr. Colossesi 4:2-3; Romani 12:12; e specialmente Efesini 6:18: "Orando in ogni tempo, per lo Spirito, con ogni sorta di preghiere e di supplicazioni; ed a questo vegliando con ogni perseveranza e supplicazione per tutti i santi ed anche per me...".

18 In ogni circostanza rendete grazie, poichè tale è la volontà di Dio in Cristo Gesù a vostro riguardo.

Questa esortazione è connessa strettamente colle due che precedono, poichè il rendimento di grazie è una forma della preghiera ed è espressione dell'interna allegrezza. Il neutro εν παντι che si suol tradurre in ogni cosa non può significare che: in ogni circostanza della vita; quindi non solo in quelle che sono liete o favorevoli, ma in quelle pure che a noi sembrano avverse e nelle quali non manca mai l'arcobaleno fra le nere nubi. Paolo esclama al principio della 2Corinzi: "Benedetto sia Iddio, il Padre del Signor N. G. C., l'Iddio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione". L'ultima parte del versetto: tale è la volontà di Dio si riferisce da molti alle tre esortazioni precedenti che sono separate in tal caso da una semplice virgola. Però in tutto questo gruppo le raccomandazioni apostoliche, brevi, concise, sembrano star ciascuna da sè. L'inciso: in Cristo, Gesù accenna al grande fatto che rende possibile la riconoscenza in tutte le circostanze. In Cristo ci è stato rivelato tutto l'amor di Dio, in Lui è avvenuta la nostra riconciliazione con Dio, e la nostra vita è stata trasfigurata. In lui tutte le cose divenute "nostre" cooperano al nostro bene 1Corinzi 3:22; Romani 8:28.

19 Non ispegnete lo Spirito.

Il coltivar lo spirito di allegrezza nel Signore, lo spirito di preghiera e di gratitudine, gioverà allo svolgimento della vita spirituale in loro; ed a quel fine stesso concorrerà del pari il non sprezzare le manifestazioni varie dello Spirito nelle assemblee dei fedeli, pur esercitando una vigilanza assidua per discernere le manifestazioni genuine da quelle spurie. Lo Spirito di Dio operante nella Chiesa è più d'una volta rappresentato sotto l'immagine d'un fuoco, d'una fiamma che illumina, che riscalda, che purifica. Giovanni Battista aveva annunziato che i discepoli sarebbero "battezzati di Spirito santo e di fuoco" Matteo 3:11; alla Pentecoste lo Spirito apparve sotto forma di lingue di fuoco. A codesta immagine si riferisce l'espressione: non ispegnete lo Spirito, la quale torna a dire qui: Non impedite nè scoraggite le manifestazioni dello Spirito in seno alle vostre raunanze. Sappiamo dai Fatti e da 1Corinzi 12-14 quanto potente e quanto varia fosse l'energia che lo Spirito spiegava nella primitiva chiesa, coi doni dei miracoli, delle lingue, della profezia, dell'insegnamento, del governo ecc. Non è quindi il caso di veder qui un'allusione speciale al solo dono delle lingue. Qualora i Tessalonicesi mettessero uno spegnitoio sulle attività dello Spirito essi priverebbero sè stessi e i loro fratelli di un mezzo di edificazione largito da Dio.

20 Non disprezzate le profezie;

Non si tratta qui delle profezie consegnate negli scritti profetici dell'Antico Testamento; bensì delle parole dei profeti del Nuovo Testamento. Gioele avea predetta per i tempi messianici un'effusione abbondante e generale dello Spirito che spingerebbe a profetizzare giovani e vecchi, padroni e servi Gioele 2:28. Nei Fatti si parla di profeti a Gerusalemme, ad Antiochia, a Cesarea; Paolo in Efesini 4:11 enumerando i doni del Cristo alla sua Chiesa, nomina i profeti subito dopo gli apostoli e prima degli evangelisti, pastori e dottori. In 1Corinzi 14 egli pone il dono di profezia fra i più utili che si possano desiderare: "Quei che profetizza parla agli uomini per edificarli, per esortarli e consolarli... Quei che profetizza edifica la chiesa... Se tutti profetizzano ed entra qualche non credente od estraneo, egli è convinto da tutti, è scrutato da tutti; i segreti del suo cuore son fatti palesi, e così, prostrandosi sulla faccia, adorerà Dio, proclamando che Dio è realmente nel mezzo di voi" 1Corinzi 14. Risulta da quest'ultimo passo che il dono di profezia era cosa comune anche nelle chiese etniche, e come non consistesse soltanto e neppure principalmente nella predizione del futuro. Esso era piuttosto "la cosciente proclamazione della volontà di Dio ispirata direttamente dallo Spirito. Essa può riferirei al passato in quanto insegna ad intenderlo secondo la volontà di Dio: al presente, inquanto considera le circostanze in cui ci troviamo secondo la mente di Dio e insegna a condursi in mezzo ad esse secondo la volontà di Dio; al futuro, in quanto la profezia sotto forma di minaccie o di promesse, scopre l'avvenire e lo fa influire sul presente. La profezia può per tal modo riferirsi, nelle sue manifestazioni, al campo della storia, della Scrittura, dell'esperienza personale del profeta o di altri, ed è il mezzo più utile per far progredir la chiesa in conoscenza, in forza, ed in vita" (Bornemann).

21 Perchè Paolo sia stato tratto a raccomandare alla chiesa di Tessalonica di non spegnere le manifestazioni dello Spirito e in ispecie di non sprezzare la parola ispirata dei profeti, non possiamo dirlo. V'era egli fra i Tessalonicesi, come tra i Corinti, la tendenza ad esaltare oltremodo i doni più spettacolosi come ad es. quello delle lingue e a far minor caso dei doni più utili? Ovvero, nell'esercizio del dono, c'era egli stato insieme alla fiamma troppo fumo? Qualche indizio di ciò l'abbiamo in 2Tessalonicesi 2:2 ed anche nella raccomandazione che segue immediatamente:

ma provate ogni cosa e ritenete il bene.

Il ma manca nel Sin. e nell'Aless. ((alef) A) ma trovasi nei Codd. B D P K L, nella Vulg. e in qualche recensione della Sir. Esso connette questa esortazione colla precedente a cui serve come di correttivo: Non isprezzate le parole di chi profetizza, ma però abbiate gli occhi aperti, poichè vivete in un mondo in cui regna il peccato ed in cui ogni manifestazione autentica di Dio è soggetta a contraffazione, in cui ogni dono può nella pratica degenerare. Quindi provate ogni cosa ossia: provate tutte le manifestazioni dello Spirito o che si credono tali, in specie l'insegnamento dato dai profeti. Come ci furono nell'A. T. di quelli che sulle loro elucubrazioni mettevano la falsa etichetta: "Così dice il Signore"; non mancano nel Nuovo Patto i sedicenti ispirati che non sono mossi se non dal loro fanatismo o dalla loro immaginazione, e neppur mancano quelli che ai moti dello Spirito mescolano quelli della carne. Da ciò la necessità del costante esercizio del discernimento spirituale ch'è dato a tutti i cristiani ed in misura speciale a coloro che hanno il dono del "discernimento degli spiriti". S. Giovanni scrive: "Non crediate ad ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se son da Dio... Ogni spirito che confessa Gesù Cristo venuto in carne è da Dio... Voi avete l'unzione dal Santo e conoscete tutti" 1Giovanni 2:20; 4:1-3. E Paolo: "Parlino due o tre profeti e gli altri giudichino" 1Corinzi 14:29; 12:10. Il discernimento spirituale col quale il cristiano "giudica di ogni cosa" 1Corinzi 2:15; ha per coefficienti la Sacra Scrittura dell'A. T. documento delle antiche rivelazioni divine, l'insegnamento di Cristo e dei suoi apostoli consegnato, per noi, negli scritti del N. T., l'illuminazione dello Spirito concesso in qualche misura ad ogni credente e l'esperienza della vita nuova fatta da ognuno. Il provare le manifestazioni dello Spirito col discernimento cristiano potrà aver per conseguenza di far ritenere spurie talune di quelle manifestazioni, od erronee talune dichiarazioni uscite di bocca ad un "profeta"; ma sarà quella l'eccezione; invece, quel che di buono e di vero sarà stato detto avrà da ritenersi saldamente per alimentarne la propria vita.

22 Astenetevi da ogni specie di male.

La Vulgata porta ab omni specie mala, ma di fronte al bene della proposizione precedente non è possibile considerare il πονηρου (ponerú) di questa come un aggettivo. Diodati ed altri prima e dopo di lui, hanno tradotto: da ogni apparenza di male; ma nel N. T. la parola ειδος ha quasi sempre il senso di "spetto", di forma Luca 3:22; 9:29; Giovanni 5:37; 2Corinzi 5:7; e negli autori greci dell'opoca vale: forma distintiva, specie per opposizione al genere. Porfirio chiama l'uomo una specie ( ειδος) del genere animale, il bianco una specie del genere colore. Giuseppe Flavio ha l'espressione "ogni specie di malvagità". A parte il vocabolario, non si vede nel contesto alcuna ragione che possa portar l'apostolo ad esortare i cristiani di Tessalonica a tenersi lontani financo dall'apparenza del male, anche se ciò fosse possibile, il che è dubbioso. Tutto nel contesto porta invece a considerar questa come una esortazione di natura generale che si riferisce non solo ai mali ora accennati: agli errori ed alle esagerazioni che poteano insinuarsi nel parlar profetico da provarsi; non solo allo sprezzare le profezie, allo spegnere lo Spirito, ma in genere ad ogni specie o forma di male, nei sentimenti, nelle parole o nelle azioni. La preghiera che segue è anch'essa comprensiva. A titolo di curiosità può mentovarsi l'interpretazione di alcuni padri e di qualche moderno, che hanno scorto qui un'allusione ad un detto di Cristo conservato dalla tradizione: "Siate dei buoni banchieri". Paolo vorrebbe dire: Fate per le dottrine quel che fanno i buoni cambiavalute che osservano bene l'effigie delle monete e respingono ogni moneta dall'effigie contraffatta, ogni effigie cattiva. Ma un'effigie cattiva non è necessariamente falsa, e dei cambiavalute non si può dire che si astengono dalle monete false.

23 Or, l'Iddio della pace vi santifichi egli stesso completamente, e l'intiero essere vostro, lo spirito, l'anima ed il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signor nostro Gesù Cristo.

Paolo ha esortato i Tessalonicesi a santificazione; ma egli sa per esperienza che l'esortar degli uni e l'applicarsi degli altri a santità, non bastano ad assicurare il raggiungimento dello scopo; quindi dall'esortazione affettuosa egli passa alla preghiera fidente rivolta a Dio che solo può compiere il volere ed il fare in coloro ch'egli ha chiamati alla perfezione. Dio è chiamato l'Iddio della pace non solo perchè egli ha fatto per mezzo di Cristo, la pace coi già ribelli, ma perchè egli vuole stabilita completamente e per sempre l'armonia tra la vita degli uomini e la sua volontà santa e questo in vista della loro stessa pace interna e felicità. Paolo chiede che Dio renda i Tessalonicesi completamente santi, o, come dice letteralmente, santi "tutti intieri", cioè in tutti gli elementi della loro personalità, come spiega nelle parole che seguono. Le quali tradotte verbalmente, suonano così: e sia conservato senza biasimo nella venuta... intero lo spirito vostro e l'anima ed il corpo... L'aggettivo ὁλοκληρος (intero) serve a caratterizzare la cosa che possiede tutto quel che le è stato assegnato come sua porzione ( κληρος). Le pietre gregge sono integre, le settimane di sette giorni sono olocleri, il corpo senza mutilazione è del pari intero. L'intero spirito, l'intera anima, l'intero corpo hanno da essere conservati in modo irreprensibile. Lo spirito è l'elemento superiore della natura umana, l'organo col quale l'uomo può conoscere Dio, amarlo, adorarlo, servirlo. È contrapposto alla carne Matteo 26:41; Luca 24:39; Romani 8:1,4-5,9; 1Corinzi 5:5, Colossesi 2:5 ecc., al corpo Romani 8:10; 1Corinzi 5:3; 1Corinzi 7:34. Quando si distinguono due soli elementi nell'uomo, chiamasi carne o corpo l'elemento materiale, visibile, mentre l'elemento superiore, immateriale, invisibile, in cui risiede la vita, chiamasi ora spirito, ora anima. Ma quando si analizza più accuratamente la natura spirituale nei suoi elementi, allora lo pneuma rappresenta l'elemento superiore, le facoltà religiose e morali in cui sta più specialmente la somiglianza con Dio, mentre la psiche rappresenta l'elemento inferiore le facoltà intellettive, affettive, istintive che sono in attività anche dove non esiste la vita spirituale. "L'uomo psichico non accetta le cose dello Spirito di Dio... L'uomo pneumatico giudica di ogni cosa" 1Corinzi 2:14. Cfr. 1Corinzi 15:45-46; Ebrei 4:12. S. Giuda parla di "uomini psichici, non aventi lo spirito" perchè nell'uomo non rigenerato lo spirito è in istato di torpore. Lo Spirito di Dio è quel che lo vivifica chiamandone in attività le facoltà. L'apostolo esprime dunque il voto che i Tessalonicesi siano santificati in tutto l'essere loro e che siano conservati in santità, in modo da essere irreprensibili, lo spirito loro con tutte le sue energie superiori, l'anima con tutto le sue facoltà, il corpo con tutte le sue forze, tutto le sue membra e funzioni. Brama che tali siano trovati nel gran giorno, alla venuta del N. S. G. C. la quale potrebbe succedere mentre vivono ancora nel corpo terreno.

24 Fedele è Colui che vi chiama, ed egli farà anche questo.

Dio è il Costante; egli rimane fedele ai suoi disegni di misericordia. Perciò, a meno che l'uomo scientemente si ribelli ai voleri di lui e all'influenza della sua grazia, Dio che ha preso l'iniziativa della salvazione, che ha mandato il suo Figliuolo, che chiama, i peccatori per mezzo della sua parola e del suo Spirito, non negherà l'aiuto necessario per condurre a compimento l'opera incominciata. In 2Tessalonicesi 3:3 Paolo dirà: "Il Signore è fedele; egli vi renderà saldi e vi guarderà dal Maligno". Cfr. 1Corinzi 1:9; 10:13; 2Timoteo 2:13; Filippesi 1:6; "Sono persuaso di questo, che colui il quale ha principiato in voi un'opera buona la condurrà a compimento per il giorno di Cristo G.".

AMMAESTRAMENTI

1. La vita spirituale si svolge in mezzo a difficoltà straordinarie. Essa deve lottare dentro di noi colle inclinazioni del vecchio uomo che hanno una vitalità tenace; lo spirito combatte contro alla carne e non facciamo quel che vorremmo. Deve crescere in un ambiente esterno avverso qual'è appunto il mondo beffardo e persecutore. Deve combattere anche contro a forze spirituali sataniche Efesini 6:12. A ragione Paolo riguarda alla fedeltà di Dio come alla garanzia suprema del pieno svolgimento della vita nuova.

Tuttavia egli non tralascia di spingere i cristiani ad essere i collaboratori di Dio nell'opera della loro personale santificazione; e le sue raccomandazioni si possono ridurre a queste tre principali:

1) Vedano i credenti di non perder mai di vista i beni supremi che, in mezzo al mutar continuo delle loro circostanze terrene, restano immutati e che sono loro assicurati dall'amor di Dio in Cristo. Così facendo la loro anima godrà della perenne gioia di cui l'amor di Dio inonda quelli che lo ricevono.

2) Si mantengano in comunione personale e vivente col loro Padre celeste per mezzo della preghiera costante, non mai disgiunta dal ringraziamento per i beni che Dio non cessa di spandere su loro.

3) Apprezzino altamente la Parola della verità ch'è loro somministrata come cibo spirituale dagli uomini che sono mossi dallo Spirito di Dio. Fede che afferra i beni celesti, preghiera, Parola di Dio letta e predicata, sono i mezzi di svolger la nostra vita spirituale.

2. "Vi sono circostanze nelle quali è per noi naturale l'essere allegri: gioventù, salute, speranza, amore cono beni così ricchi ed eccellenti da procurare quasi ad ognuno, almeno per un tempo, una gioia schietta... Ma quella gioia naturale non può mantenersi... L'allegrezza che Paolo raccomanda anche a chi soffriva persecuzioni o aveva perduto i suoi cari è fondata sulla suprema certezza dell'amor di Dio manifestato in Cristo. Se abbiam conosciuto e creduto l'amor di Dio, se lo contempliamo ed accogliamo del continuo, esso ci farà capaci di esser sempre allegri... Il culto dei cristiani nelle loro assemblee dovrebbe ispirarsi maggiormente alla nota della gioia. Sia Iddio magnificato nell'assemblea del suo popolo e la gioia riempirà i nostri cuori. Se i servizii della chiesa sono tediosi è perchè la Buona Novella della Redenzione, della santità, della vita eterna non è ancora stata accolta da noi... E non è soltanto il culto in comune che deve ispirarsi alla gioia, ma sono le nostre abituali disposizioni individuali. Il cristiano austero e puro, ma rigido e freddo, senza espansività, non è il tipo di cristiano che il N. T. ci presenta. Questo è allegro, ridente, gaio; e non v'è nulla che sia attraente e contagioso al par della gioia. Non dimentico le nubi dell'afflizione, ma queste non fanno che passare attraverso il nostro cielo, l'azzurro limpido e luminoso che sta al di là e tutto avvolge, resta. Tale è l'amor di Dio in Cristo" (Da Denney).

3. "La preghiera è la principale caratteristica del cristiano. Chi non prega non è cristiano. La preghiera è il conversar dell'anima con Dio, è l'atto col quale noi leviamo a Dio i nostri cuori perchè siano riempiti dalla sua pienezza e trasformati alla sua immagine. Più preghiamo e più siamo in contatto con Dio... S'Egli non infonde in noi l'alito della vita; se non da l'aiuto suo d'ora in ora, non siamo in grado di affrontare i nostri nemici spirituali... Sono poche le opere che non possono accompagnarsi colla preghiera. molto poche quelle che non possono esser procedute dalla preghiera, non ve n'è alcuna che non riceva giovamento dalla preghiera. La preghiera può essere intrecciata alla vita tutta quanta, essa è come la respirazione dell'anima che aspira le aure vivificanti del cielo e le forze dall'alto... Insuccesso, impazienza, mancanza d'allegrezza, stanchezza, scoramento, sono i frutti che ci ricordano come sia funesta l'assenza della preghiera" (Da Denney).

4. Di fronte alle varie manifestazioni del pensiero e del sentimento religioso in seno alla Chiesa, si presentino esse come ispirazioni divine o no, i cristiani hanno tre doveri:

a) Non devono impedire, scoraggire, sprezzare le manifestazioni spirituali, - sia con una organizzazione ecclesiastica troppo rigida e clericale che, per assicurare l'ordine nella chiesa, precluda la via alle manifestazioni spirituali che non abbiano carattere ufficiale, sia con una critica corrosiva e intollerante di tutto quel che non è perfetto per sostanza e per forma, - sia con lo sprezzo dei doni altrui. Così facendo i cristiani offendono Dio, nutrono il proprio orgoglio e si impoveriscono spiritualmente. Le chiese savie hanno, accanto al culto principale condotto con ordine, altre raunanze ove i doni dei fratelli hanno l'occasione di manifestarsi.

b) I cristiani devono provare ogni cosa ogni manifestazione del sentimento religioso, ogni insegnamento; perchè accanto si profeti genuini vi sono stati i falsi Profeti, accanto alle ispirazioni genuine vi sono le spurie ed a quel ch'è da Dio si mescola facilmente quel che vien dall'uomo. Non basta che uno si proclami ispirato o infallibile per che lo si debba creder tale; non basta che uno sia investito dell'ufficio di pastore o dottore per garantire la verità del suo insegnamento; nè bastano i bei doni di parola, lo zelo, i servizi resi, perchè mi debba accettar per oro puro tutto quel che viene da un uomo. Ogni cosa ha da esser provata. - Chi ha il dovere di sottoporre a prova le manifestazioni spirituali è ogni cristiano poichè Paolo non rivolge l'esortazione soltanto ai conduttori ma a tutti indistintamente. A nessuno è consentito di allenare, nelle mani altrui il diritto ed il dovere del libero esame, riversando su altri la propria responsabilità. Dio ha dato a ciascuno una mente, un cuore, una coscienza, a ciascuno è data l'unzione dello Spirito e davanti a Dio ciascuno dovrà portare il proprio carico. - I criterii alla stregua dei quali i cristiani provano ogni cosa sono tre principali: La vita di quelli che insegnano: "Voi, disse Gesù, li riconoscerete dai loro frutti". La Scrittura ch'è il documento delle autentiche rivelazioni divine dell'A. e del N. T. - Inoltre il discernimento spirituale che lo Spirito dà a ciascuno e che cresce coll'esperienza religiosa e a taluni è dato in misura più abbondante a beneficio di tutti.

c) I cristiani devono ritenere il bene. L'aver scoperto nelle effusioni del cuore o nell'insegnamento di un uomo qualche imperfezione, qualche esagerazione, anche qualche errore in materia non essenziale, non è ragione sufficiente per non tesoreggiare quanto di vero, di sano, di genuino ci è comunicato da quel fratello. Abbandoniamo pare al vento la pula, ma il frumento serva di alimento alla nostra vita spirituale.

5. Ove trovare un ideale più alto di quello ch'è assegnato al redento di Cristo? L'essere suo tutto intero, con tutte le sue parti e facoltà deve essere santificato, cioè liberato da ogni male e consacrato a Dio; dev'essere santificato completamente; dev'essere santificato in modo permanente: conservato irreprensibile fino al giorno di Cristo. Il corpo ha da esser liberato dalla sensualità, dagli eccessi del mangiare e del bere; dalla pigrizia e dalla sporcizia. Le membra devono diventare strumenti di giustizia. "Santi sono i piedi che corrono a compiere i voleri di Dio, sante le mani che sono sempre occupate al bene, sante le labbra che perorano la causa del Cristo e recano conforto nel suo nome". L'anima colle sue facoltà di pensare, e d'immaginare, coi suoi affetti varii, colle sue energie morali, ha da esser liberata da tutto ciò ch'è vano, impuro, perverso, dalle passioni che nascon dalla superbia. Lo spirito stesso ha da esser liberato dai concetti di Dio troppo indegni di lui, dall'incredulità, dall'apatia, dalla mancanza di amore per Dio, di riverenza e di timore. Dinanzi a tale altezza e coll'esperienza continua della propria impotenza, il credente si abbandonerebbe allo scoramento qualora non potesse contare sulla fedeltà del Dio della riconciliazione e della grazia che rialza, aiuta, sopporta, perdona, trae in alto i suoi deboli figliuoli.

25 

LA CHIUSA DELLA LETTERA

La chiusa della lettera è breve; contiene le ultime raccomandazioni seguite dalla benedizione finale.

Fratelli, pregate per noi.

Alcuni codici (B D) colla versione siriaca leggono: "Pregate anche per noi". La maggior parte dei documenti porta la lezione più breve. Paolo ha fede nell'efficacia della preghiera e desidera avere un posto nelle orazioni incessanti ch'egli raccomanda ai Tessalonicesi 1Tessalonicesi 5:17. Rinnoverà la sua domanda nella seconda Epistola 2Tessalonicesi 3:1-2 motivandola colle parole: "... affinchè la parola del Signore corra e sia glorificata come lo è tra voi e affinchè siamo liberati dagli uomini irragionevoli e malvagi". Cfr. Romani 15:30; Efesini 6:19; Colossesi 4:3-4; Filippesi 1:19. "Non c'è nulla, osserva Denney, che aiuti più direttamente e più efficacemente un ministro del Vangelo, che le preghiere della sua congregazione".

26 Salutate tutti i fratelli con un santo bacio.

La raccomandazione non è rivolta soltanto ai conduttori, ma, come la precedente, a tutti i fratelli i quali dovevano darsi a vicenda il bacio dell'amor fraterno. Cfr. Filippesi 4:21; 1Corinzi 16:20; 2Corinzi 13:12; Romani 16:16. "Salutatevi gli uni gli altri con un santo bacio" 1Pietro 5:14. È chiamato santo perchè non è espressione di affetto naturale o di semplice amicizia, ma di fratellanza spirituale tra i figli del Padre celeste. Di solito il presidente dell'adunanza lo dava al fratello più vicino e questi a chi gli stava accanto e così via. Lo stesso avveniva dalla parte delle donne. Era questo uno dei modi di manifestare apertamente, nella forma concreta consentita dalle usanze del tempo, la realtà dell'amor fraterno e di svolgerlo tra i credenti.

27 lo vi scongiuro pel Signore di far sì che questa epistola sia letta a tutti i fratelli

(testo emend.). Questa raccomandazione è considerata da alcuni come rivolta ai presbiteri. Paolo, dice Mgr. Martini, "parla ai pastori della chiesa nelle mani dei quali doveva questa lettera essere rimessa". Il dovere, certo, incombeva anzitutto a loro, ma non a loro soltanto, poichè l'apostolo parla ai "fratelli". L'esortazione riveste la forma solenne dello scongiuro per il Signore Gesù, perchè a Paolo la cosa sta tanto a cuore ch'egli la chiede facendo appello all'amore che i fedeli hanno per Cristo, all'ubbidienza che devono a Lui, all'interessamento per la causa del loro Signore ed alla loro responsabilità dinanzi a Lui. È questa la prima lettera ch'egli rivolge ad una chiesa ed egli brama non solo ch'essa sia letta nella pubblica raunanze, ma che sia fatta leggere anche a quei fratelli che per una ragione o per un'altra non fossero presenti all'assemblea. Gli assenti o i lontani non devono esser privati delle consolazioni nè delle esortazioni che l'epistola contiene.

28 La grazia del Signor nostro Gesù Cristo sia con voi.

È questa la forma più semplice della benedizione apostolica. Paolo ha principiato coll'invocar sulla chiesa grazia e pace, e chiude coll'implorar la permanenza coi fedeli della grazia di Cristo sola capace di sopperire a tutti i loro bisogni spirituali. L'amen del testo ordinario manca nei codici più antichi. E quanto alla poscritta: L a 1a ai Tessalonicesi fu scritta da Atene, essa è non solo posteriore di parecchi secoli all'Epistola, ma è per giunta erronea come si è veduto nell'Introduzione.

AMMAESTRAMENTI

1. Per quanto sia, eccelso l'ufficio occupato da un servo di Dio, per quanto grandi i suoi doni e provata la sua pietà, egli non cessa d'essere un uomo sottoposto alle medesime debolezze e tentazioni degli altri e bisognoso perciò del soccorso delle loro preghiere. Pregando per i banditori del Vangelo in patria e nei paesi lontani noi combattiamo con loro e, come Mosè orante sul monte, concorriamo alla vittoria di chi è alle prese col nemico. "io vi scongiuro, diceva Crisostomo ai suoi uditori, di pregare per me, perchè le vostre preghiere mi saranno di gran giovamento. Se un giorno io devo render conto a Dio delle vostre anime, se ne sono ora come il padre ed il tutore, è cosa ragionevole che voi in cambio preghiate per me. Se per cagion vostra avrò da rendere un maggior conto, procuratemi anche un maggior soccorso colle vostre preghiere".

2. L'apostolo non potea supporre nei conduttori e nei membri della chiesa di Tessalonica il perverso intento di sopprimere o di nascondere ai lor fratelli la lettera ch'egli rivolge alla chiesa tutta. Tutt'al più egli prevede qualche negligenza, una insufficiente premura, ed è tratto per tal modo a mettere in rilievo un dovere che la Chiesa dovea nel corso dei secoli porre in non cale e perfino empiamente contrastare, il dovere di leggere e di far leggere a tutti, gli scritti ispirati degli apostoli e i n genere le S. Scritture.

Le lettere di Paolo non sono gli scritti più facili del N. T. tanto sono densi di pensieri; ma l'apostolo non si preoccupa di sapere se tutto il suo scritto sarà da tutti pienamente compreso a prima lettura, o se qualche espressione potrà essere fraintesa; egli richiede in modo assoluto che il suo scritto sia non riassunto, ma letto tale e quale, e letto non ad alcuni soltanto, ma a tutti i fratelli, siano essi colti od incolti, giovani o vecchi, molto o poco innanzi nella vita religiosa. Se ha scritto alla chiesa è perchè la chiesa legga. Vi sono nella sua lettera degli incoraggiamenti che faranno del bene ai fedeli perseguitati, delle rivelazioni sulla sorte dei morti in Cristo che asciugheranno delle lagrime, ci sono delle istruzioni relative ai doveri della vita cristiana che varranno a correggere dei traviati. Nessuno che abbia a cuore la causa del Signore e senta amore per i fratelli li vorrà privare della lettura della lettera del loro padre spirituale.

Il dovere solennemente ingiunto circa la prima epistola di Paolo, sarà ripetuto per altro. "Quando questa epistola, dice ai Colossesi 4:16; sarà letta da voi, vedete di farla leggere anche nella chiesa dei Laodicesi e di legger anche voi quella che viene da Laodicea". L'Apocalisse stessa Apocalisse 1:3 proclama beato chi legge e beati quelli che ascoltano la parola della profezia e osservano le cose in cosa scritto.

Il cristiano che si ciba della lettura delle Scritture e si adopera affinchè siano tradotte in tutto le lingue e sparso per tutto il mondo, opera in perfetta armonia colla ingiunzione apostolica e collo Spirito di Cristo.

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