1Timoteo 1

1 

IL SALUTO

1Timoteo 1:1-2.

Il breve preambolo contiene i tre elementi soliti a trovarsi nelle altre lettere di Paolo, secondo l'uso epistolare antico, cioè:

a) la designazione dell'autore della lettera;

b) la designazione del destinatario;

c) il saluto che l'autore gli rivolge.

Paolo, apostolo di Cristo Gesù per ordine di Dio, Salvator nostro, e di Cristo Gesù nostra speranza.

Si è trovato strano che Paolo, scrivendo ad un suo giovane collaboratore, mentovi, in modo così esplicito, il proprio ufficio apostolico. Ma la lettera a Timoteo, per quanto individuale, non è però di carattere privato, come quella a Filemone. Paolo la scrive in adempimento del suo ufficio apostolico, ad uno ch'egli ha delegato a reggere, per un tempo, la chiesa di Efeso, e vi tratta, non di cose private, ma del modo di condurre la chiesa di Dio. "Non l'amico all'amico, nè il maestro al discepolo, scrive, ma l'apostolo rivestito di autorità al suo delegato" (Beck).

Parlando della sua vocazione, in altre Epistole, Paolo si dice apostolo "per la volontà di Dio" mentre qui e nell'Epistola a Tito adopera l'espressione più forte: secondo l'ordine, od il comandamento di Dio. L'ordine è l'espressione della volontà. Nelle narrazioni della chiamata di Paolo in Atti 9:22,26. troviamo delle parole che ricordano quella della nostra Epistola: "Va' a Damasco, e quivi ti si parlerà di tutto ciò che ti è ordinato di fare" Atti 22:10. L'epiteto di Salvatore dato a Dio ritorna in 1Timoteo 2:3-4; 4:10; Tito 1:3; 2:10; 3:4; Giuda 1:25; Luca 1:47 nel Cantico di Maria. La versione dei LXX lo contiene varie volte. Dio è salvatore non solo perchè conserva e protegge; ma perchè Egli è l'iniziatore della salvazione ed il compitore di essa per mezzo di Cristo. Nel passo di S. Giuda si legge: "a Dio solo, salvator nostro per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore". Se in altri scritti di Paolo il titolo di Salvatore è riservato a Cristo, l'idea che Dio è il primo autore della salvazione vi si trova espressa in varie guise. "Tutte le cose procedono da Dio, il quale ci ha riconciliati con sè per mezzo di Cristo... Dio era in Cristo riconciliando il mondo con sè..." 2Corinzi 5:18-19; cfr. Romani 5:8; 8:28-39; Efesini 2:1-8; Giovanni 3:16.

L'ordine divino che chiama Paolo all'apostolato procede ugualmente da Dio Padre e dal suo Figliuolo Gesù Cristo o, più precisamente, procede da Dio per mezzo di Cristo ch'è il rivelatore e l'agente di Dio. Cristo è chiamato la nostra speranza come in Efesini 2:14 è chiamato la "nostra pace", non solo perchè egli ha posto in luce, nel suo insegnamento e nella sua persona stessa, la gloriosa speranza dei figli di Dio, "la vita e l'immortalità" 2Timoteo 1:10; ma soprattutto perchè, colla sua morte espiatoria, colla sua risurrezione ed ascensione, col suo regno alla destra del Padre, egli è il fondamento saldo, la garanzia della speranza cristiana. Se Cristo non fosse risuscitato, vana sarebbe la nostra fede, saremmo ancora nei nostri peccati e coloro che sono morti in Cristo sarebbero perduti. Ma ora, Cristo è risuscitato dai morti, primizie di coloro che dormono 1Corinzi 15:16-22. Cristo nei credenti è, per loro, "la speranza della gloria", come dice Paolo stesso Colossesi 1:27. Uniti a lui, per fede, muoiono con lui al peccato, risuscitano con lui a vita nuova e con lui regneranno. In vari passi Cristo è presentato pure come l'oggetto della speranza. "Esser sempre col Signore", partir dal corpo "per andare ad abitar col Signore" è l'aspettazione suprema dei fedeli; bramano perciò "di partire e d'essere con Cristo", perché ciò è, per loro, meglio assai 1Tessalonicesi 4:17; 2Corinzi 5:8; Filippesi 1:23. Quando apparirà saranno simili a lui perchè lo vedranno qual egli è 1Giovanni 3:2. Nel pensiero di Dio Salvatore e di Cristo speranza nostra dovea l'apostolo "trovare il conforto di cui abbisognava il suo cuore, allorché giunto allo scorcio della vita, stanco del suo correre e faticare e soffrire, non potea se non sospirare dietro alla liberazione finale" (Bonnet).

2 A Timoteo [mio] figlio genuino nella fede.

Per i dati biografici relativi a Timoteo vedasi l'Introduzione. Paolo lo chiama suo figlio perch'egli era stato l'istrumento di cui Dio si era servito per la conversione del giovane Listrese nel corso del primo gran viaggio missionario. In fede indica il dominio nel quale Paolo può dirsi padre di Timoteo: il dominio della vita spirituale per opposizione a quello della vita psichica e fisica (cfr. Tito 1:4). Paolo l'avea "generato in Cristo Gesù mediante l'Evangelo" 1Corinzi 4:15 e lo chiama genuino, ch'è l'opposto di spurio, per la certezza ch'egli ha della sincerità e realtà della fede di lui 2Timoteo 1:5. Lo chiama nella 1Corinzi 4:17 il "suo figlio diletto e fedele nel Signore" e nell'Epistola ai Filippesi 2:19-23 dice: "Non ho nessuno d'animo pari al suo... tutti cercano il proprio non quello di Cristo...; egli ha servito con me nell'Evangelo come un figlio serve al padre..." Oramai l'apostolo aveva veduti molti discepoli della prima ora allontanarsi o raffreddarsi; Timoteo non ha mutato ed a Paolo è dolce il poter riporre intera la sua fiducia in lui.

Grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù nostro Signore.

Al saluto ordinario implorante grazia e pace sui destinatari delle sue lettere, Paolo aggiunge qui, come 2Timoteo 1:2 (cfr. 2Giovanni 3. e Giuda 2), la parola misericordia. 'Grazia' indica, in modo generale, ogni favore di Dio al peccatore; 'misericordia' è la compassione verso chi trovasi in necessità, in debolezza, in prove speciali. "Il cielo s'è fatto oscuro e minaccia tempesta; il compito dei conduttori della Chiesa diventa sempre più grave; hanno bisogno, non solo della pace divina, ma di tutte le tenerezze della celeste compassione" (Godet). 'Pace' è la calma dell'anima derivante dalla certezza della grazia e della misericordia di Dio in Cristo. Dice Oosterzee: "Possiam chiamar la grazia il sommo bene per il colpevole; la misericordia per il sofferente e la pace per il travagliato discepolo del Signore". Questa tirade armonica comprende tutte le benedizioni spirituali che il cristiano deve domandare per sè e per i suoi fratelli.

AMMAESTRAMENTI

1. Quando Paolo considera l'ufficio apostolico cui Dio lo ha chiamato confrontandolo con quel ch'egli era stato prima della sua conversione, egli lo considera come una grazia insigne. "Io sono il minimo degli apostoli, egli scrive, non son degno d'esser chiamato apostolo, perchè ho perseguitata la chiesa di Dio. Ma per la grazia di Dio sono quel che sono" 1Corinzi 15:9. Ma quando si trova di fronte ad avversari che mettono in dubbio la legittimità del suo apostolato, egli insiste sul fatto dell'essere egli apostolo non per volontà d'uomini ma per volontà di Dio (Galati Cor.). Verso la fine della carriera, allorquando si moltiplicano gli attacchi e le insidie contro all'Evangelo, egli si considera volentieri come il soldato che ubbidisce all'ordine del suo celeste Capitano. Di fronte a situazioni gravi, a doveri penosi, od a pericoli, c'è un conforto nella certezza che siamo al posto ove il comando di Dio ci ha collocati avvenga quel che può.

2. Essere agli ordini di Dio onnipotente, sapientissimo e santo, rende l'ubbidienza doverosa sempre; ma la rende dolce il sapere che Colui che ordina è il Dio Salvatore per mezzo di Cristo ch'è la nostra speranza. Il giogo di Colui ch'è salvezza e speranza nostra non può esserci grave; l'amor riconoscente lo farà lieve. Salvezza certa procedente da Dio, speranza sicura e gloriosa fondata su Cristo e da lui garantita, possono sole dare pace ed allegrezza all'anima. Esser "senza Dio e senza speranza" è tal misero stato che spegne ogni entusiasmo e fuga dal cuore ogni canto.

3. La relazione spirituale formata tra due creature umane dalla comunanza di fede è più profonda e duratura di qualunque altra, perchè è unione di spiriti e non di corpi, è unione che ha principio sulla terra, ma non termina colla morte fisica. Paolo e Timoteo sono uniti in Dio per sempre. Essi ci mostrano quanto amorevoli possano essere le relazioni tra padre e figlio spirituali; quanto proficua sia l'amicizia fra due cristiani anche separati dall'età o dal temperamento, che si completano e si aiutano a vicenda. Ci fanno del pari intendere quanto savia cosa sia il collocare gli operai più giovani ed inesperti accanto ai più provetti onde possano dall'esempio e dai consigli di questi apprendere a reggere, come si conviene, una chiesa. Gli antichi Valdesi, seguendo l'esempio di Cristo, mandavano i loro missionari a due a due, accoppiando al "regidor" più anziano un coadiutore più giovane.

4. I ministri al par degli altri credenti, anzi più degli altri, hanno bisogno di grazia, di misericordia e di pace da Dio Padre e dal Signor Gesù Cristo. Le devono implorar essi stessi e le devono, su loro, implorare i fedeli.

3 

PARTE PRIMA

ISTRUZIONI CIRCA I DOTTORI GIUDEO-GNOSTICI

1Timoteo 1:3-20

Nel suo discorso agli anziani d'Efeso, in Mileto (anno 59), Paolo aveva lor raccomandato di badare a se stessi ed a tutto il gregge sul quale lo Spirito Santo li avea stabiliti sorveglianti per pascere la chiesa di Dio; e, come motivo speciale di vigilanza, avea soggiunto: "Io so che dopo la mia dipartenza entreranno fra voi lupi rapaci che non risparmieranno la greggia e d'infra voi stessi sorgeranno degli uomini che diranno cose storte per trarre dietro a sè i discepoli" Atti 20:29-30. Quando Paolo, dopo un'assenza di almeno cinque anni potè rivedere Efeso (o per lo meno l'Asia proconsolare) egli dovette costatare che la sua previsione si era avverata e che la chiesa della capitale asiatica cominciava ad essere travagliata da insegnamenti destituiti di verità e di pratica utilità religiosa. A tener lontani i pericoli derivanti da siffatto insegnamento, Paolo ha esortato Timoteo a rimanere in Efeso alla testa della chiesa e su quel punto, prima che su altri, egli vuol dare istruzioni al suo delegato.

In 1Timoteo 1:3-7 abbiamo l'ingiunzione che Timoteo deve fare ai sedicenti dottori della legge che insegnano cosa diversa dal Vangelo.

In 1Timoteo 1:8-11 Paolo accenna al retto uso da farsi della legge.

In 1Timoteo 1:12-17 a mo' di contrapposizione all'insegnamento frivolo dei dottori efesini, l'apostolo ricorda il glorioso Evangelo della grazia a lui affidato e di cui, per il primo, ha sperimentato la salutare efficacia.

Infine, in 1Timoteo 1:18-20, Paolo invita Timoteo, chiamato anch'esso ad esser banditore del Vangelo, a combattere la buona guerra con retta coscienza.

L'ingiunzione ai sedicenti dottori della legge: 1Timoteo 1:3-7.

Io ti esortai, quando mi recai in Macedonia, a rimanere in Efeso, affinchè tu ingiunga a taluni di non insegnare una dottrina diversa.

La frase greca principia con un Siccome io ti esortai..., e dovrebbe terminarsi con un Così ti esorto a fare anche ora. Ma Paolo, sospinto dalla foga dei pensieri, la lascia incompiuta. L'intento suo nello scrivere a Timoteo è di ribadire e completare le istruzioni date a voce al suo giovane collaboratore affinchè la lettera, oltre al servirgli di guida, lo accrediti presso alla chiesa qual delegato dell'apostolo e presti alle istruzioni in essa contenute la necessaria autorità. Stando al senso più piano della frase, Paolo ha dovuto trovarsi con Timoteo in Efeso; ma non potendo fermarsi abbastanza per dare alla chiesa le cure che lo stato di essa richiedeva, egli partì per la Macedonia ove lo chiamavano necessità a noi non note; ma insistè presso il suo figlio genuino sulla necessità ch'ei rimanesse indietro a reggere la chiesa di Efeso. Come osservammo nell'Introduzione, la situazione storica qui supposta non corrisponde con quella descritta Atti 20:1. Allora, Paolo partì bensì solo da Efeso per la Macedonia, ma invece di lasciare indietro Timoteo, ei lo aveva mandato innanzi Atti 19:22 ed infatti colà lo troviamo, poco appresso con Paolo 2Corinzi 1:1. Invece di pensare ad un prossimo ritorno in Efeso (cfr. 1Timoteo 3:14), egli aveva allora in animo di recarsi a Gerusalemme e poi in Occidente. Inoltre, nel discorso tenuto agli anziani d'Efeso nel 59, egli accenna all'invasione di dottrine malsane come a cosa futura, non presente E se non corrisponde alla fine del soggiorno di Paolo in Efeso, la situazione storica presupposta dal v. 3 risponderà meno ancora ad una ipotetica assenza di Paolo nel corso dei tre anni ch'egli afferma di aver consacrati alla fondazione ed allo sviluppo della chiesa efesina Atti 20:31. L'Epistola ci pone di fronte ad una chiesa che non è più nel periodo di fondazione. In mancanza di dati positivi, è assai più verosimile l'ipotesi secondo la quale Paolo, liberato da una prima prigionia romana, si sarebbe, secondo l'intenzione manifestatane nelle Epistole della cattività Filippesi 1:25; 2:24; Filemone 22, recato in Oriente per raffermar le chiese, riservando a più tardi la progettata missione in Ispagna. Nel corso del viaggio in Oriente egli avrebbe toccato Creta, poi l'Asia proconsolare, quindi la Macedonia ove avrebbe redatte le istruzioni destinate a Tito ed a Timoteo (prima Ep.).

Il primo dovere di Timoteo in Efeso era di procacciare che la chiesa fosse nudrita di sana dottrina; quindi dovea bandire l'insegnamento di certe persone di cui Paolo aveva avuto notizia e che si scostava dalla verità. L'apostolo si serve qui di una parola coniata per casi simili e che non s'incontra se non in 1Timoteo 6:3, per quanto se ne trovino di analoghe in Tito 2:3, 2Corinzi 6:14. Il composto ετεροδιδασκαλειν significa insegnare diversamente o dare un insegnamento diverso, e s'intende diverso, non per il modo soltanto, ma per la sostanza, da quello che Paolo avea dato alla chiesa, e ch'egli chiama la sana dottrina. "Se alcuno insegna diversamente, dice egli a 1Timoteo 6:3, e non si attiene alle sane parole del Signor nostro G. C. e alla dottrina ch'è secondo pietà, è gonfio, non sapendo nulla, ma languendo intorno a questioni e dispute di parole". A costoro Timoteo deve, coll'autorità dell'ufficio ch'egli copre, ingiungere di mutar strada.

4 La tendenza dell'insegnamento in questione è indicata dalle parole che seguono:

e di non attendere a favole e genealogie senza fine, le quali mettono innanzi delle questioni curiose anzichè la dispensazione di Dio ch'è in fede.

Cosa sono questi miti o favole, e queste genealogie senza fine? Che fossero di provenienza giudaica appare abbastanza certo. Coloro che ne erano gli spacciatori in Efeso si vantano dottori della legge mosaica 1Timoteo 1:6. In Tito 3:14 si parla di "favole giudaiche" (cfr. 1Timoteo 3:9) e non c'è ragione di credere che le "favole" dell'Epistola a Tito fossero diverse da quelle della 1Timoteo, tanto più che hanno gli stessi caratteri: sono "profane e da vecchiarelle" 1Timoteo 4:7 "ciancie" 1Timoteo 1:6 "favole composte artificiosamente" 2Pietro 1:16 per opposizione alla verità, ai fatti storicamente attestati. Si trattava verosimilmente di leggende del genere di quelle che si leggono nel Talmud, o nei Vangeli apocrifi intorno alla nascita, all'infanzia, alla discesa agli inferi di Gesù. Nelle genealogie senza fine s'è veduta un'allusione alla passione giudaica delle genealogie dei personaggi celebri, od ancora un'allusione alla smania di trovar dei sensi allegorici nelle genealogie registrate nell'Antico Testamento. Solo non s'intende bene perchè si chiamerebbero "senza fine". Fin dai tempi d'Ireneo e di Tertulliano vi si è scorta un'allusione alle serie delle successive emanazioni degli spiriti dalla divinità, immaginate dai sistemi gnostici del II e III secolo. Ma quei sistemi erano avversi al giudaismo e non furono svolti che in tempi posteriori. Altri hanno pensato alle genealogie degli ordini diversi degli angeli di cui si occupavano i libri segreti degli Esseni ed alle quali parrebbe alludere il passo Colossesi 2:18. È difficile, allo stato attuale delle ricerche, il decidere di che sorta precisamente fossero queste genealogie. Probabilmente si trattava di speculazioni senza limite e senza freno, non fondate nè sulla ragione nè sulla rivelazione, campate in aria da menti giudaiche avide di spaziare nei campi dell'ignoto o di dare al problema dell'origine delle cose delle soluzioni nuove. I primi tentativi gnostici si connettono d'altronde al giudaismo decadente. Un tale insegnamento, privo di ogni base sicura e di pratica utilità non faceva che mettere innanzi alle menti dei fedeli delle questioni o ricerche curiose ( εκζητησεις è la lezione dei Codd. alef A, accettata dalle edizioni critiche), invece di rivolgere tutta la loro attenzione sulla dispensazione di Dio ch'è in fede. Tale il senso del testo emendato il quale invece di οικοδυμην (edificazione) legge οικονομιαν (dispensazione). Vero è che il greco economia significa pure "amministrazione"; per cui alcuni l'intendono qui dell'amministrazione dei misteri di Dio affidata ai ministri del Vangelo 1Corinzi 4:1-2; 9:17; Efesini 3:2; Colossesi 1:25; Tito 1:7; 1Pietro 4:10. Il parlar di favole e di genealogie non è un mostrarsi fedeli economi di Dio. Tuttavia, il verbo παρεχειν (fornire, presentare) mal si adatta a un tal senso. Meglio quindi intendere l'economia di Dio della dispensazione di cui Dio è l'autore, e che abbraccia il disegno eterno della salvezza, i mezzi da Dio disposti per effettuarla nella persona e nell'opera di Cristo, nonchè le condizioni morali da cui è fatta dipender la salvazione. (Cfr. Efesini 3:9-10). Chi pasce le anime di favolose speculazioni mette innanzi a loro delle questioni curiose, materia di dispute, senza efficacia salutare, invece di esporre loro il disegno di Dio per la salvazione, disegno ch'è divenuto realtà certa in Cristo e che, accettato con fede, è potenza di Dio a salvezza. La dispensazione di Dio è in fede perchè basata sulla fede come condizione morale della sua efficacia. Siamo salvati per la grazia di Dio in Cristo; ma per mezzo della fede che si appropria il dono di Dio.

5 Ora il fine di questa ingiunzione è una carità procedente da un cuor puro, da una buona coscienza e da una fede non finta.

La voce παραγγελια che rendiamo "ingiunzione" è da altri tradotta con termine più generico: "comandamento" e applicata sia alla legge mosaica di cui Paolo scrive: "L'adempimento della legge è l'amore" Romani 13:10, sia all'insegnamento morale del Vangelo che ha per norma suprema l'amore. Ma il termine qui usato designa sempre nel N.T. un ordine, una ingiunzione definita come a 1Timoteo 1:18 e questo in armonia col senso costante, anche nelle Epistole pastorali, del verbo da cui deriva (Atti 5:28; 16:24; 1Tessalonicesi 4:2; 1Timoteo 1:18. Cfr. 1Timoteo 1:3; 4:11; 5:7; 6:13,17). È da notare inoltre che l'ingiunzione del nostro versetto non fa che riprendere l'"ingiungere" di 1Timoteo 1:3 e che 1Timoteo 1:18 vi alluderà nuovamente: "Questa ingiunzione io ti faccio..." Paolo vuol dunque dire: Il fine cui mira l'ingiunzione che tu devi fare a coloro che danno un insegnamento non sano è un fine alto e pratico, affatto opposto al risultato del loro insegnamento. Si tratta non solo di porre fine a vane dispute, ma di ricondurre tutti sulla via regale della verità che li menerà al più alto ideale della vita cristiana, l'amore ch'è il "legame della perfezione". A nessun fine più elevato può mirare il ministro del Vangelo, nelle sue fatiche, che a quello di suscitare e di nutrire nei cuori il vero amore cristiano. Ma l'amore genuino verso Dio e verso il prossimo non nasce e non si sviluppa se non in un terreno adatto. Deve procedere da ( εκ) un cuor puro, mondo di motivi egoistici e di passioni carnali, rinnovato dallo Spirito di vita. Se non è purificato il cuore ch'è la fonte della vita, come sarà puro e sincero l'amore che ne deve sgorgare? Deve procedere da una buona coscienza il che, nelle Epistole pastorali, non significa tanto una coscienza liberata dal peso delle colpe passate, per fede nel sangue di Cristo Ebrei 9:14; 10:2; ma piuttosto una coscienza retta, conscia della rettitudine e sincerità con cui si sforza di praticare il bene conosciuto e di fuggire il male (Cfr. 1Timoteo 1:19; 3:9; 4:2; 2Timoteo 1:3; Tito 1:15). L'amor cristiano non può mantenersi e crescere che nell'atmosfera ossigenata della rettitudine e della santità. Dov'è interna duplicità, mancanza di onestà morale, esso intisichisce. Deve procedere da una fede non finta, sincera, che unisce l'anima al Dio dell'Evangelo ch'è Dio di amore e di santità. Una fede non reale e viva, non ha potere vitale; è fede morta e quindi non è di quella che manifesta la propria energia per mezzo dell'amore Galati 5:6. Per la fede in Cristo è stata una volta recata pace alla coscienza e rinnovato il cuore; lo sforzo costante del cristiano deve tendere a mantenere senza offesa la coscienza e puro il cuore affinchè sopra un albero sano possa maturare il frutto dell'amor cristiano. Dove cotesto sforzo manca, la vita spirituale non si svolge normalmente.

6 Dalle quali cose alcuni, avendo deviato, si sono volti alle ciancie.

Il verbo che rendiamo, col Martini, deviare da, significa fallire il segno, la meta, ed in senso più largo perderla di vista, allontanarsene, uscire dalla via che conduce al fine 1Timoteo 6:21; 2Timoteo 2:18 .Chi perde di vista la meta suprema della vita cristiana e si scosta dalla via che vi conduce, trascurando la purità del cuore, la rettitudine della coscienza, la sincerità della fede, prenderà facilmente quella del vano parlare, delle ciancie intorno a questioni curiose, senza utilità pratica, che trastullano la mente, e non esigono sforzo morale di santificazione. Tale era il caso di alcuni efesini.

7 Volendo essere dottori della legge, [e] non intendendo nè le cose che dicono, nè le cose intorno alle quali fanno delle grandi affermazioni.

Coloro che in Efeso si scostavano dalla dottrina apostolica si spacciavano per dottori della legge di Mosè, ma senza possederne i requisiti. Non risulta che volessero come i giudaizzanti di Antiochia o di Galazia fare dell'osservanza della legge la condizione della salvezza, ma essi davano della legge, del Pentateuco e forse dell'A.T. intero, delle spiegazioni strambe, di cui non misuravano neppure essi la portata; affermavano come certe delle cose nate nel loro cervello e che neppure intendevano. Di coloro che mettono le loro speculazioni al posto della rivelazione del Signore, Paolo dice a 1Timoteo 6:3 che sono "gonfi di vanità e non sanno nulla" qualificando falsa la loro vantata scienza. Il buon dottore, osserva il Bengel, deve in pari tempo intendere ciò ch'egli insegna ed esserne certo.

AMMAESTRAMENTI

1. Per il bene della Chiesa il ministro può essere chiamato ad accettare un compito dinanzi al quale ei trema, sentendosi debole: un compito che richiede da lui il sacrificio di molte cose preziose e care come potevano essere al giovane Timoteo la società del suo padre spirituale.

2. La Chiesa cristiana è nata dalla predicazione della verità evangelica; la professione, la difesa e lo spargimento della verità nel mondo sono la ragione della sua esistenza. Una chiesa che non avesse un credo positivo come bandiera cesserebbe dall'essere una società religiosa e verrebbe a confondersi colla società civile. Gli apostoli intesero la chiesa come società dei credenti nell'Evangelo; quindi non tollerarono nel suo seno l'assoluta libertà d'insegnamento: la libertà di affermare e di negare, di alterare e di mutilare l'Evangelo del Signore. La norma dell'insegnamento nella Chiesa cristiana è l'insegnamento apostolico; chi lo altera nelle cose essenziali non ha più il diritto d'insegnare nella chiesa e neanche di farne parte. Certo non dev'essere perseguitato; poichè la persecuzione è la negazione dello spirito del cristianesimo; ma dev'essere corretto e, se persevera nell'errore, escluso dalla società ch'è sostegno e colonna della verità nel mondo. E questa lotta contro l'errore che principiò fin dai tempi della chiesa primitiva, ha da proseguirsi attraverso tutti i tempi, poichè l'errore assume sempre nuove forme ed adopera nuovi metodi. Non basta esere nel vero ed insegnarlo; bisogna ancora combattere l'errore ch'è corruzione o negazione della verità.

3. Fin dal principio, troviamo la tendenza a tralasciar le cose essenziali del Vangelo per quelle secondarie; a trascurar le cose certe per andar dietro alle speculazioni curiose su cose incerte; a lasciar la verità salutare che nutre e santifica le anime per pascere sè stesso e gli altri di cose che non hanno nè certezza, nè pratica utilità, nè virtù santificante. Ora il ministro non è chiamato a pascer le anime di vento, di speculazioni umane, di favole e leggende, di dispute su questioni dubbiose o secondarie; di devozioncelle e di riti; ma è chiamato ad annunziare la dispensazione di Dio in Cristo per la salvazione dell'uomo perduto e a persuader gli uomini ad accettarla e a ritenerla con fede e buona coscienza. Così facendo egli indirizzerà i credenti all'ideale verso cui devono tendere: all'amor di Dio e del prossimo.

4. L'amore di Dio e del prossimo è il frutto più squisito del cristianesimo; ma la nozione di questa suprema virtù è stata non poco alterata così da venir alle volte identificata coll'elemosina e alle volte con la bonaria condiscendenza che sorride al male. Tale non è il concetto apostolico. L'amor cristiano ha la sua radice in una fede sincera, il terreno ove cresce, è un cuore puro e l'atmosfera ove si fortifica è la rettitudine di una onesta coscienza. Il modello perfetto di esso è il Cristo in cui si riflette l'immagine del Dio ch'è ad un tempo amore e santità.

5. "È cosa fin troppo comune che s'introducano nel ministerio uomini che sono ignoranti delle cose di cui devono parlare, che non intendono nè quel che dicono nè quel che danno per certo. Con una tale sapiente ignoranza, edificheranno per davvero i loro uditori!" (Henry).

8 L'uso legittimo della legge: 1Timoteo 1:8-11.

I maestri d'errore in Efeso si danno come dottori della legge. Nel combatterli, Paolo non se la prende colla legge, bensì coll'uso che costoro ne fanno. Ribadendo uno dei principi che ha insegnato ai Galati ed ai Romani, egli afferma la bontà intrinseca della legge. "La legge è santa ed il comandamento è santo e giusto e buono" Romani 7:7-12. L'Evangelo non rinnega il contenuto morale della legge; Cristo non è venuto ad annullarla bensì a compierla. Ma non ogni uso che si fa della legge risponde all'intento che Dio ebbe nel darla.

Or noi sappiamo

noi credenti, ammaestrati come siamo dallo Spirito e dall'esperienza,

che la legge è buona se uno ne fa un uso legittimo.

Si tratta qui della legge di Mosè. Buona in sè, essa poteva essere adoperata in modo non conforme alla volontà di Dio, al piano divino della salvazione di cui fa parte. La si può considerare come un privilegio che mette al sicuro dal giudicio di Dio chi la possiede, anche se la trasgredisce. Così facevano i Giudei in genere, secondo Romani 2:17. La si può adoperare, come facevano i Farisei zelanti dell'osservanza esterna di essa, per stabilire la propria giustizia. La si può adoperare come facevano i giudaizzanti di Antiochia, di Gerusalemme, di Galazia, quale codice la cui osservanza è condizione assoluta di salvazione anche per chi ha creduto nella grazia di Cristo. Ella è posta allora accanto alla grazia sebbene grazia e legge si escludano a vicenda, considerati come mezzi di salvazione. Cotesti sono usi non legittimi, non conformi alla natura della legge ed al fine assegnatole da Dio. A questi ci sarebbe da aggiungere l'uso che ne facevano i giudeo-gnostici di Efeso se lo conoscessimo sicuramente. Ne davano essi una erronea interpretazione? Vi scoprivano essi chi sa quali segreti, allegorizzando? Certo si è che la lor tendenza li portava a farne oggetto di fantastiche speculazioni, non a volgerla ad un uso pratico e moralmente utile. Perciò Paolo stima necessario ricordare di passata il principio fondamentale cui deve ispirarsi chiunque voglia fare un retto uso della legge.

9 Sapendo questo che al giusto non è posta legge, bensì agl'iniqui...

La frase è suscettibile di un senso generico come nella traduzione che ne diamo o di uno più speciale come nella versione Diodati: "la legge non è posta al giusto". Alla mancanza dell'articolo davanti a un termine usuale come quello di legge non si può dare importanza; ma la disposizione delle parole è in favore del senso più generale che d'altronde trova la sua principale illustrazione concreta nella legge mosaica. Come tutte le leggi, essa non è fatta per chi è giusto. Che cosa s'intende qui per giusto? In senso generico, giusto è colui che pratica la giustizia. Ma Paolo chiama giusto il credente che, per la fede in Cristo è stato giustificato, ritenuto giusto in virtù della sua unione con Cristo per la quale è morto legalmente con Cristo ed è risorto con lui. Ma chi è unito a Cristo non è soltanto giusto per imputazione di giustizia. Risorto a vita nuova, diventa giusto per una crescente conformità alla volontà di Dio. La giustificazione è la base della santificazione. Il giusto qui sarebbe dunque il credente giustificato per fede e rinnovato moralmente dallo Spirito. Molti interpreti si attengono però a quest'ultimo concetto solamente. "In quest'ordine d'idee, scrive il Reuss, il giusto è l'uomo rigenerato; colui nel quale si è prodotta una vita nuova per l'azione dello Spirito di Dio, e che, per governarsi, non ha più bisogno d'un comandamento venuto dal di fuori e formulato in un Codice composto d'articoli più o meno numerosi. Un simil codice risponde invece perfettamente al bisogno là dove l'uomo è ancora dominato dalle sue cattive inclinazioni che lo conducono sempre a trasgredire i comandamenti di Dio... Dove s'incontrano vizi e delitti come quelli enumerati nei vv. 9 e 10, sarà bene predicar la legge ed insistere sulle minaccie ch'essa pronunzia". Il pensiero qui formulato dall'apostolo è in perfetta armonia coll'insegnamento da lui dato ai Galati ed ai Romani. In Cristo il credente è morto alla legge; quindi non è più "sotto la legge, ma sotto la grazia" Romani 6:7. La legge è stata il pedagogo ed il tutore del popolo di Dio, aspettando Cristo. Ma venuto Lui, i fedeli non sono più sotto tutela; entrano nello stato dei figli retti dallo Spirito del loro Padre. Galati 5:18: "Se siete condotti dallo Spirito non siete sotto la legge...". I credenti retti dallo Spirito hanno nella loro nuova natura la norma della loro vita; la legge è scritta nei loro cuori ed è quindi legge della libertà, come la chiama S. Giacomo. La legge esterna è destinata invece a chi vive ancor nel male,

agli iniqui ed insubordinati.

L'enumerazione che segue è intesa a dare forma concreta e quindi più evidente al pensiero. Essa non è completa, nè disposta in ordine strettamente sistematico, sebbene le prime tre paia di nomi abbiano carattere più generico e si riferiscano alla prima tavola del Decalogo; mentre le otto parole che seguono, designano trasgressioni estreme di cinque comandamenti della seconda tavola presi nell'ordine loro. Il greco vale propriamente senza legge, ma si applica per lo più a chi non si cura della legge di Dio e praticamente vive come se non esistesse: Parliamo anche noi di gente "senza fede nè legge". Il secondo termine completa il primo; chi è un senza-legge è, con ciò stesso, un ribelle ad ogni autorità legittima, cominciando da quella di Dio. "Ni Dieu ni maître" è il motto di chi non riconosce freno alle proprie passioni.

agli empi e peccatori

che non hanno di fronte a Dio alcun sentimento di pia riverenza e di adorazione e tali si manifestano nelle parole e negli atti che sono contrarii all'ideale tracciato all'uomo dalla volontà di Dio.

agli irreligiosi e profani,

per cui non c'è nulla di santo, nè di sacro, essendo essi contaminati di mente e di cuore. A tutti costoro la legge coi suoi comandamenti ricorda il diritto del Dio vivente al culto ed alla ubbidienza della sua creatura.

Ai percotitori di padri e madri.

Non è necessario il dare alle due parole greche adoperate il senso più grave di parricidi e matricidi; non essendo un tal delitto neppur mentovato nella legge mosaica, mentre si prevede il caso di trasgressori del 5° comandamento che maledicano o percuotano i genitori, incorrendo nella pena di morte Esodo 21:17,15.

agli omicidi

Cfr. il 6° comandamento.

10 ai fornicatori, a coloro che usano coi maschi.

I primi trasgrediscono l'ordine divino che stabilisce il legittimo connubio del matrimonio e lo vuole inviolato; i secondi detti anche sodomiti escono perfino dall'ordine di natura. Cfr. Romani 1:27.

ai rabatori d'uomini

che sono condannati dall'8° comandamento. Rubano non gli averi altrui soltanto, ma la persona stessa dei loro simili per farne traffico, dannandola a schiavitù. Esodo 21:16; Deuteronomio 24:7.

ai bugiardi, agli spergiuri

che violano in modi diversi la legge della verità sancita dal 9° precetto del Decalogo.

e se vi è alcun'altra cosa che sia contraria alla sana dottrina.

I peccatori designati a mo' di esempi son lungi dal rappresentare tutte le forme del male. Non sono state indicate se non le più gravi fra quelle che son visibili; ma dei sentimenti del cuore cui si riferisce il 10° comandamento non si fa neppur parola. La legge dunque è fatta per denunziare e condannare ogni specie di male morale. Essa da, con ciò, all'uomo la conoscenza del peccato; ne rivela la potenza maligna e le funeste conseguenze, scuotendo la coscienza e facendo sentire il bisogno della liberazione. Ma questa liberazione la legge è impotente a darla. Essa non salva; accusa solo e condanna chiunque vive in modo contrario alla sana dottrina cioè all'insegnamento che rispecchia la verità divina nella sua purezza, che non è inquinato da alcun elemento di errore. L'errore è il virus che vizia il sangue della verità, il quale quando scorra caldo e puro nell'organismo morale dell'uomo vi svolge una vita ed un'attività normali e rigogliose. Verità e vita santa vanno insieme, come l'errore e la corruzione. L'espressione è particolare alle Epistole pastorali. Cfr. 1Timoteo 6:3; 2Timoteo 1:13; 4:3; Tito 1:9,13; 2:1-2. Si è notato che Luca il medico, compagno di Paolo, l'adopera varie volte nel suo Vangelo. In un tempo in cui l'errore, sotto varie forme, cominciava ad inquinare insieme l'insegnamento religioso e la vita, questa locuzione esprimeva bene il concetto di una dottrina pura e forte come la verità, produttrice nell'uomo di santità morale.

11 [E ciò] secondo l'evangelo della gloria del beato Iddio, il quale mi è stato affidato.

Il κατα (secondo) non si può riannodare che al pensiero generale espresso in 1Timoteo 1:8-10 sull'uso legittimo della legge mosaica. Ch'essa non sia destinata al cristiano, ma a chi vive ancor nei suoi peccati, ecco quello ch'è conforme all'Evangelo predicato da Paolo da Gerusalemme fino a Roma. Egli, l'apostolo delle genti, è stato chiamato ad essere più di altri l'apostolo della libertà cristiana e a difenderla in Antiochia, in Gerusalemme, nella Galazia e dovunque ella era manomessa dai giudaizzanti. Nelle parole con cui caratterizza l'evangelo da lui annunziato, si sente palpitare l'entusiasmo col quale egli ha proclamato la superiorità del Vangelo sull'economia preparatoria della legge. Evangelo della gloria... non è lo stesso che glorioso evangelo. Può significare l'evangelo che apre dinanzi ai credenti la prospettiva della gloria che Dio tiene in serbo per loro (Cfr. Romani 5:2; Tito 8:13). Ovvero, l'evangelo che rivela la gloria del beato Iddio, l'evangelo in cui rifulgono le gloriose perfezioni di Dio: la sua sapienza, la sua potenza, la sua santità e sopra tutte l'amore infinito che salva dei ribelli 2Corinzi 4:4; Romani 5:8. L'Iddio ch'è, nella sua perfezione, beato, ha voluto far partecipi della sua beatitudine delle creature perdute e misere. Questo Evangelo divino è quello ch'è solo capace di rigenerare, di santificare l'uomo, sostituendo alla lettera che uccide, la potenza dello Spirito che vivifica; affrancando l'uomo "dalla legge del peccato e della morte", coll'impiantare nel suo cuore "la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù" Romani 8:2. Questo è l'Evangelo ch'è stato affidato a Paolo, ch'egli ha proclamato in Efeso per tre anni consecutivi, ed al quale ora i sedicenti dottori d'Efeso sostituiscono le loro speculazioni e favole!

AMMAESTRAMENTI

1. Di molte cose buone in sè, si può fare un uso errato quando non se ne intenda la natura ed il fine. Così della legge mosaica la quale è parte importante delle divine dispensazioni intese a preparar l'avvento del Messia; che, nella sua parte rituale, è ombra di futuri beni; e, nel suo contenuto morale essenziale, è conforme alla sana dottrina evangelica. Essa non è quindi da disprezzare o da rigettare; ma neppure dev'essere presentata come il padrone sotto al quale si trovano i figli di Dio o come il codice sul quale devono regolare la propria vita. Gesù ne ha segnalato le imperfezioni derivanti dal fatto ch'essa dovea essere lo statuto religioso, morale e civile d'un popolo particolare, nel corso di un dato periodo della storia. Paolo ha spiegato il fine pedagogico cui dovea servire come dispensazione transitoria, in attesa della venuta del Salvatore. Essa può, anche ora, dare al peccatore inconvertito la conoscenza del suo peccato ponendo la di lui vita a riscontro dei comandamenti di Dio; può farlo tremare dinanzi alla condanna incorsa, ma il suo ministerio resta un ministerio di morte. Ella uccide, mentre solo la grazia di Dio in Cristo ristora e vivifica. Può servire a mostrare all'uomo che s'illude, l'impossibilità in cui egli è di giustificarsi davanti a Dio colle proprie opere. Così l'adoperò Gesù col dottore che volea giustificarsi, o col giovane ricco attaccato sopra ogni cosa ai suoi beni Luca 10:28; 18:20. Ma il perdono delle avvenute trasgressioni e la potenza vitale che ci affranca dalla schiavitù del male trovansi in Cristo e nello Spirito suo di vita e di santità. La legge non è fatta per il cristiano giustificato e moralmente rinnovato. Come norma di vita, egli ne ha una superiore, più comprensiva e più perfetta, nel "nuovo comandamento" dato da Cristo e illustrato dal di lui esempio. Riguardo ai moventi che lo spingono a praticar la volontà del Padre, quelli fornitigli dall'amor di Dio in Cristo sono più efficaci delle promesse o delle minaccie contenute nella legge. E quanto alla forza interna, la legge non ne dava alcuna, mentre nella comunione col Signor Gesù, il credente è fatto partecipe della vita sua, dello Spirito e delle energie divine che lo trasformano di gloria in gloria. Non delle stampelle della legge ha bisogno, bensì di abbandonarsi interamente alla guida dello Spirito camminando per lo Spirito, come per esso è stato chiamato alla vita. Galati 5; Romani 8. I dottori di Efeso facevano della legge il punto di partenza di chi sa quali fantastiche speculazioni; molti critici dell'oggi fanno del Pentateuco il corpo vile su cui esercitare il loro talento anatomico e la loro fantasia feconda d'ipotesi sul modo in cui è stato formato. Il risultato pratico non è diverso da quello ottenuto dai dottori d'Efeso.

2. Chi voglia scuoter le coscienze e convincer di peccato non deve limitarsi a denunziare con frasi generiche il peccato umano; ma deve chiamare le cose per il loro nome come fa qui ed altrove l'apostolo, enumerando vizii e delitti senza falsi riguardi. Cfr. Romani 1-2.

3. I cieli e la terra proclamano la gloria di Dio; la proclamano la coscienza e la legge del Sinai; ma la gloria delle perfezioni di Dio risplende pienamente soltanto nell'Evangelo della salvazione. Ivi risuona dovunque la grande verità che Dio è amore non meno che santità; che l'Iddio beato nella sua perfezione, vuol beate le sue creature. La gloria di Dio risplende nella, faccia di Gesù Salvatore 2Corinzi 4. Grande è il privilegio di chi ha conosciuto l'Evangelo, più grande ancora quello di chi n'è fedele banditore al mondo.

12 L'Evangelo della salvazione affidato a Paolo, l'antico persecutore: 1Timoteo 1:12-17.

Questa sezione si cita da taluni come una prova della mancanza di connessione logica tra le varie parti dell'Epistola e se ne trae la conclusione o che l'Epistola non è di Paolo o ch'essa è fatta di frammenti di scritti varii dell'apostolo cuciti insieme da un raccoglitore posteriore. Vedasi in proposito l'Introduzione. Se il nesso con quel che precede non è indicato esplicitamente, ciò non vuol dire ch'esso non esista. Timoteo è stato lasciato in una chiesa fondata da Paolo, in seno alla quale l'apostolo ha lavorato, coi suoi compagni, per ben tre anni esponendo l'intero consiglio di Dio per la salvazione. Ora questa chiesa è distolta dalla sana dottrina, dalla "dispensazione di Dio ch'è in fede", da taluni dottori che la vorrebbero pascere di favole e di fantastiche elucubrazioni sulla legge mosaica. Non è egli naturale, logico, che quell'Evangelo glorioso che gli è stato affidato e ch'egli ha portato da Gerusalemme fino a Roma, Paolo ne esalti la superiorità, la salutare efficacia? Niuno poteva farlo meglio di lui che aveva sperimentato in sè la grandezza della grazia di Dio e l'avea veduta all'opera in tanti luoghi durante la sua carriera. Lungi dal vergognarsi dell'Evangelo di Dio, egli rende grazie al Signore di averlo scelto lui, già persecutore della Chiesa, per essere nel mondo il testimone e l'araldo della salvazione. Il suo entusiasmo, la sua profonda convinzione, il suo zelo per la purezza del Vangelo affidatogli, egli li vuol trasfondere nel suo figlio spirituale chiamato a lottare contro l'insegnamento vacuo e pretenzioso dei dottori d'Efeso. Nel contrasto adunque tra l'insegnamento infiltrato dai novatori e l'Evangelo apostolico sul quale è stata fondata la chiesa, sta il nesso di questo brano con quanto precede

Io rendo grazie a colui che mi ha ripieno di forza, a Cristo Gesù nostro Signore.

Il testo ord. comincia con un e ( και) che manca nei migliori codici. L'Evangelo in cui splende la gloria del beato Iddio è stato affidato a lui debole ed indegno; di un tanto favore ei rende grazie a Cristo che lo ha ripieno di forza, e s'intende non del solo potere di compiere dei miracoli, nè della sola potenza spiegata nella di lui conversione, ma di tutte le attitudini e capacità, di tutti i doni straordinarii, di tutte le forze spirituali di fede, di amore, di pazienza, somministratigli dal principio del suo apostolato e sino ad ora. Cfr. Atti 9:22; Efesi 6:10; Filippesi 4:13; 2Timoteo 2:1; 4:17. Egli sa che per la grazia di Dio egli è quel che è 1Corinzi 15:10 e che la sua capacità viene da Cristo, il Mediatore ed il dispensatore della grazia.

perchè egli mi ha reputato fedele, stabilendo nel ministero me che, per lo innanzi, ero stato bestemmiatore e persecutore ed oltraggiatore.

Attraverso la carriera ormai quasi trascorsa, Paolo risale fino alla chiamata iniziale ricevuta sulla via di Damasco. Conta, non come merito, ma come privilegio grande quello d'essere stato dal Signore giudicato leale, degno di fiducia, così da vedersi affidato il gran deposito dell'Evangelo. Nel Fariseo ardente e persecutore il Signore ha scorto un'anima sincera e leale; gli ha quindi non solo fatto grazia ma gli ha affidato il ministero apostolico, quel ministerio di cui Paolo diceva agli anziani d'Efeso: "Non tengo per nulla preziosa la mia vita quando si tratti di compiere la mia corsa ed il ministerio che ho ricevuto dal Signor Gesù per rendere testimonianza dell'Evangelo della grazia di Dio" Atti 20:24.

13 La fiducia mostratagli nell'affidargli un incarico di tanta importanza appare a Paolo tanto più notevole, quando pensa alla condotta sua di prima, di fronte al Messia ed alla Chiesa cristiana. Egli è stato bestemmiatore contro a Cristo da lui creduto un impostore talchè contro al nome di Gesù di Nazaret si era proposto di agire in molte guise Atti 26:9. Egli è stato persecutore dei cristiani, incarcerandoli, facendoli flagellare nelle sinagoghe per farli apostatare, dando la sua approvazione a chi li metteva a morte. Egli è stato oltraggiatore quando alle parole ed agli atti violenti ha unito l'insolenza arrogante e beffarda di chi trionfa, ed opprime colla forza. Per es. quando, coi castighi corporali, costringeva i cristiani a bestemmiare Atti 26:11. Cfr. l'atto dei soldati romani verso il Cristo quando lo rivestono delle insegne imperiali. Paolo non adopera eufemismi nel descrivere la sua condotta passata.

Ma misericordia mi è stata fatta, perchè lo feci per ignoranza, non avendo la fede.

L'ignoranza relativa in cui era Saulo sul carattere peccaminoso dei suoi atti, sul vero essere di Gesù e dei cristiani, è quella che rese possibile il suo pentimento ed il perdono concesso dalla divina misericordia. Gesù avea detto che ogni peccato ed ogni bestemmia sarebbero perdonati agli uomini; che a chi avrebbe parlato contro al Figliuol dell'uomo sarebbe perdonato, ma non a chi parlasse o bestemmiasse contro allo Spirito Santo, a chi resistesse volontariamente e ostinatamente alla verità conosciuta Matteo 12:31-32. Sulla croce egli domandò al Padre di perdonare i suoi uccisori perchè non sapevano quel che facevano Luca 23:34 e Pietro Atti 3:17 riconosce come attenuante al peccato dei Giudei la loro ignoranza: "Ora, fratelli, io so che l'avete fatto per ignoranza, come anche i vostri rettori". Cfr. Atti 17:30. Una tale ignoranza andava congiunta allo stato d'incredulità in cui si trovava il persecutore. Salvo nel caso estremo di una volontaria resistenza alla verità conosciuta, ignoranza ed incredulità si danno la mano, come la conoscenza e la fede che si aiutano a vicenda. Senza conoscenza della verità non c'è fede e d'altra parte la fede apre il cuore e la mente a una conoscenza più profonda della verità. C'era colpa nell'incredulità di Paolo che ricalcitrava contro agli stimoli, ma la sua colpa aveva un'attenuante nella ignoranza in cui era riguardo a Cristo.

14 Ma la grazia del nostro Signore è soprabbondata, con la fede e la carità ch'è in Cristo Gesù.

Era abbondato il peccato del persecutore, ma la grazia di Cristo è stata più abbondante ancora ed ha ricoperto il peccato. (Cfr. Romani 5:20). Essa ha recato anzitutto il perdono completo, ma è stata accompagnata da ( μετα) altre benedizioni. Nel farlo partecipe dello Spirito di grazia, Cristo ha arricchito di fede colui che già era incredulo dichiarato; ha arricchito di amore o di carità, colui che prima sbuffava minacce e morte contro ai fratelli. L'ha ripieno di fede in Dio e nelle sue promesse in Cristo e nella sua compiuta salvazione; l'ha ripieno di amore per i fratelli già odiati e per tutti gli uomini di un amore fondato in Cristo Gesù, avente cioè nella comunione con lui la sua sorgente. Quale ricchezza di fede e di amore devoto fino al sacrificio abbia posseduto l'apostolo, lo dimostrano i suoi scritti e la sua vita intera.

15 L'abbondanza della grazia da lui sperimentata, conduce Paolo a proclamare come assolutamente certa una verità cardinale del Vangelo.

Certa è questa parola e degna d'essere pienamente ricevuta, che Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare dei peccatori, fra i quali io sono il primo.

"Certa è questa parola" è formula frequente nelle Pastorali. Cfr. 1Timoteo 4:9; 3:1; 2Timoteo 2:11; Tito 3:8. La si considera da molti come usata per citare degli articoli di fede comunemente riconosciuti; ma di ciò non esiste prova alcuna, nè le parole connesse altrove con questa formola di asseveranza possono considerarsi come dei detti correnti. Come l'"in verità" di Gesù, serve a rilevare in modo solenne l'assoluta certezza della verità cui si riferisce. Il greco dice propriamente fedele... ossia fede degna, degna di completa fiducia perchè rispondente alla verità, è la parola, vale a dire la sentenza che sta per essere enunciata. A ribadirne la certezza aggiunge ch'è "meritevole di piena accettazione" (vers. Revel). Tutti la possono ricevere nel cuore con piena fede senza ombra di esitazione o di dubbio. Cristo Gesù è venuto nel mondo, con ciò si proclama la preesistenza del Figliuol di Dio ed il fatto storico della, di lui incarnazione. Il Verbo è divenuto carne ed è abitato fra noi ed è stata contemplata la sua gloria Giovanni 1:14; 16:28,32. Risulta dal Vangelo di Giovanni che Gesù adoperava spesso una tale espressione. Sebbene non sia da far troppo caso della mancanza dell'articolo davanti ad una parola usuale come ἁμαρτωλους (peccatori), però trattandosi di mettere in rilievo il fatto che il Figliuol dell'uomo è venuto per cercare e salvare ciò ch'era perito, per chiamare a pentimento non dei giusti ma dei peccatori che la legge accusa e condanna, è meglio tradurre qui dei peccatori. Fra questi, Paolo si considera il primo non in ordine di tempo, ma per la gravità del suo peccato, tenendo conto della conoscenza avuta e della condotta sua violenta di fronte a Cristo ed alla sua Chiesa. Paolo si confessa tale non per falsa umiltà, ma perchè, nel sentimento di orrore che gl'ispira attualmente la sua vita di persecutore, egli si considera tale veramente. Egli ignora d'altronde il giudicio che Dio ha portato sul suo peccato paragonato a quello di altri peccatori. Il ricordo del suo passato lo ha tenuto sempre in profonda umiltà. Egli si chiama altrove "il minino degli apostoli, non pur degno d'esser chiamato apostolo" 1Corinzi 15:9 si chiama "il minimo di tutti i santi" Efesini 3:8 e qui "il primo dei peccatori". Un così vivo senso del proprio peccato lo disponeva ad esser paziente verso gli altri, a giudicarli caritatevolmente, a non disperar della possibilità della salvezza dei maggiori trasgressori. Egli infatti riconosce nella propria salvezza un fine speciale di Dio che ha voluto, in lui, dare al mondo un esempio tipico e cospicuo della infinita grandezza della sua grazia.

16 Ma per questo mi è stata fatta misericordia, acciocchè in me, per il primo, Cristo Gesù mostrasse tutta quanta la sua longanimità, per farmi servir d'esempio a coloro che sarebbero per credere la lui, a vita eterna.

"Per questo", per questa ragione, viene a dire: "a questo fine". Paolo non è stato alla lettera il primo dei credenti in ordine di tempo; ma lo è stato di fronte a quei milioni che han creduto dopo di lui ed ai quali ha servito d'incoraggiamento la dimostrazione avvenuta nel caso suo della longanimità di Cristo. In lui è apparsa in tutta la sua estensione, poichè invece di fulminare quell'insolente giovane persecutore, il Signore pazientò; più che questo, lo trasse a salvamento rivelandosi a lui con una personale apparizione e facendone poi un suo apostolo. Così Paolo è divenuto, sulla soglia dell'economia evangelica, un saggio della potenza della grazia, un modello, un esempio tipico ( ὑποτυπωσις) da cui altri credenti han potuto trarre norma ed istruzione nelle generazioni susseguenti. Il gran giorno soltanto rivelerà in quante persone ed in quanti modi sia stato raggiunto, nel corso dei secoli, il fine speciale che Dio si era proposto nella conversione di Saulo. Certo si è che Paolo non ha mancato nel corso dell'opera sua missionaria di narrare dovunque la storia della propria conversione. Dice lett. "che sarebbero per credere su di lui" ( επ' αυτω) cioè per poggiare su di lui, come sopra una roccia incrollabile, la loro fede. A vita eterna torna a dire: in vista della vita eterna, per giungere ad essa, per ottenerla in tutta la sua finale pienezza. Il fine cui mira la fede e la mèta alla quale conduce è la salvezza.

17 Or al re dei secoli, incorruttibile, invisibile, solo Dio, siano onore e gloria, nei secoli dei secoli. Amen.

Al pensiero di quanto Dio avea fatto per lui e per mezzo di lui; al pensiero di quanto sarebbe per fare per tutti i credenti avvenire, Paolo esce in una dossologia in cui dà gloria al Dio di perfezione, fonte di ogni grazia. Lo celebra come re dei secoli, cioè come sedente sovrano sopra tutti i periodi successivi della storia, non limitato dal tempo perchè eterno, capace quindi di condurre a compimento, nel corso lento dei secoli, i suoi disegni misericordiosi e di far giungere i suoi alla vita imperitura e perfetta. Altri traduce "re dei mondi" o dell'universo, dando alla parola αιωνες (secoli) il senso che ha in Ebrei 1:2; ma siccome ha significato temporale nel v. che precede (vita aionios) e alla fine di questo, non è possibile dartene qui uno diverso. Celebra Dio come incorruttibile, parola più comprensiva di "immortale" (Cfr. 1Timoteo 6:16), sebbene esprimente idea analoga. Dio non è soggetto, come l'uomo e le altre creature Romani 1:23, a mutamento, nè a decadimento, nè a morte. Essendo spirito, Egli è invisibile (Cfr. 1Timoteo 6:16; Colossesi 1:15; Giovanni 1:18). Egli è solo Dio. Così il testo emendato secondo i codici antichi. Nella perfezione della sua essenza trina ed una Dio è, di fronte a tutti gli esseri esistenti, il solo Ente assoluto e sovrano da cui procede ogni dono eccellente ed a cui spetta l'onore e la gloria in eterno.

AMMAESTRAMENTI

1. Paolo ragiona, in questa sezione, dell'apostolato ch'è la più alta forma del ministerio evangelico; ma sono applicabili al ministerio in genere le cose qui dette di sè dall'apostolo. È Cristo che stabilisce uno nel ministero, chiamandolo, fornendolo dei doni voluti, riempiendolo delle forze morali e spirituali necessarie. Gli uomini non possono che riconoscere la vocazione e i doni del Capo supremo della Chiesa. L'ufficio del ministro è un servizio, una "diaconia", anche quando include il reggere una chiesa; ed è in pari tempo un incarico di fiducia che onora colui che lo riceve, ma che gli crea una grave responsabilità e gli impone il dovere di mostrarsi fedele dispensatore di Dio. Paolo sente tutta la importanza dell'ufficio ma è in pari tempo riconoscente al Signore della fiducia riposta in lui. Chi dev'essere banditore agli altri della misericordia di Dio in Cristo deve primieramente averne sperimentata in sè l'efficacia. Così soltanto potrà dirsi testimone di quel ch'egli annunzia e proclamarne l'assoluta certezza.

2. Dio si compiace di, glorificare la sua grazia sovrana nel chiamare talvolta i più grandi peccatori ai più alti incarichi nella sua Chiesa, onde far vedere che non c'è profondità cui la grazia non possa scendere, nè altezza cui ella non possa innalzare. Nemici accaniti del Vangelo ne sono spesso divenuti i più strenui difensori. Da cotali esempi più cospicui, conce da tutte le manifestazioni della grazia nel corso della storia della Chiesa, devono i fedeli trarre incoraggiamento per sè ed incitamento a non disperare della salvezza di chi ne sembra più lontano. Dovunque l'ignoranza relativa della verità tiene aperto l'adito al pentimento, c'è luogo a sperare. L'incredulità sincera, qualunque ne sia la causa, è talvolta molto vicina alla fede. Solo allorquando il peccato assume la forma più grave di resistenza volontaria alla luce dello Spirito, diventa "peccato a morte" per il quale resta inutile il pregare 1Giovanni 5:16-17; Ebrei 6:1-8.

3. Il ricordo dei peccati passati tenne Paolo in umiltà per tutta la vita, rese più intensa la sua gratitudine verso Colui che gli avea concessa grazia ed apostolato, aggiunse un potente motivo alla consacrazione di lui all'opera del Signore, lo indusse ad usare verso gli altri di quella carità che crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa, si fa tutto a tutti per salvarne del tutto alcuni. Non dovrà il ricordo dei falli passati e della grazia ricevuta produrre frutti analoghi in ciascun fedele?

4. Quanto breve e quanto chiaro e semplice li sunto del Vangelo contenuto in quest'unica frase: "G. C. è venuto nel mondo per salvare dei peccatori". Eppur quanto ricca di grandi e confortanti verità, rese assolutamente certe dall'esperienza d'innumerevoli peccatori salvati! Oosterzee chiama questo un Evangelo nel Vangelo, come lo sono le dichiarazioni simili in Giovanni 3:16; 1Giovanni 4:9-10. "L'Evangelo è una Buona Novella per i peccatori perduti; questo è tutto, ma questo basta". Chi non vede nel Vangelo che una sublime dottrina, una morale elevata, una teoria, sociale, un fenomeno religioso degno di studio ecc., non ha compreso l'Evangelo del Cristo e dei suoi apostoli. Per apprezzar l'Evangelo della salvazione, bisogna non aver del proprio peccato una nozione ed un sentimento superficiali.

5. "Se la conversione d'un Paolo diede occasione ad una così alta dossologia (com'è quella di 1Timoteo 1:17), quanto più alto dovrà echeggiare il cantico di riconoscenza dei redenti quando sarà giunto il compimento del Regno di Dio e saranno manifeste a tutti i santi le vie meravigliose per le quali Dio ha tratto a conversione i molti milioni dei riscattati" (Oosterzee).

18 Come Timoteo deve guerreggiare la buona guerra: 1Timoteo 1:18-20.

Ti faccio questa ingiunzione, o Timoteo figliuol mio, in armonia colle profezie dianzi pronunziate su te.

Questa breve sezione chiude la prima parte dell'Epistola e si riannoda con 1Timoteo 1:3-7. Essa contiene incoraggiamenti e direzioni sul modo in cui Timoteo deve adempiere l'incarico ricevuto. Come si è notato a 1Timoteo 1:5, l'ingiunzione fatta a Timoteo non è altra che quella di 1Timoteo 1:3,5 per la quale Timoteo avea ricevuto l'incarico di combattere i falsi dottori d'Efeso che sostituivano le loro vane speculazioni all'Evangelo della salvezza. Anche qui, d'altronde, torna sulla necessità della buona coscienza e su coloro che ne fanno getto. Il rendere come fa il Reuss: "Ecco la predicazione che io ti raccomando" non risponde nè al senso della parola παραγγελια nè al contesto. Dice lett.: Ecco l'ingiunzione ch'io ti pongo dinanzi, o ti affido, perchè l'ordine dell'apostolo conteneva un incarico, un compito da eseguire, affidato allo zelo ed alla fedeltà di Timoteo. Questo incarico, per quanto potesse ripugnare alla naturale timidità di Timoteo, era perfettamente conforme a quello che, anni prima, delle voci profetiche avevano dichiarato di lui, annunziando ch'egli sarebbe un buon soldato di G. C. per combattere la santa guerra della verità. Queste profezie Paolo gliele ricorda ora affin d'incuorarlo a mostrarsi all'altezza del compito assegnatogli da Dio. Dice profezie e vuol dire dichiarazioni di profeti mossi dallo Spirito e non semplici speranze od augurii espressi in una data occasione. È chiaro poi che non si tratta di profezie contenute nell'Antico Test. (Beck, Knoke); ma di dichiarazioni di persone aventi il dono di profezia ch'era uno dei carismi più frequenti e più utili concessi alle chiese primitive (Cfr. 1Corinzi 12:14; Atti 13:1; 11:28; 20:23; Efesini 4:11; 1Giovanni 4:1-4). In quale occasione fossero state pronunziate queste profezie intorno a Timoteo non è detto qui, ma si può arguire dai passi paralleli ove si allude alla sua consacrazione al ministerio per parte di Paolo e degli anziani di Listra. In 1Timoteo 4:14 si legge: "Non trascurare il dono ch'è in te, il qual ti fu dato, per profezia, insieme con l'imposizione delle mani del presbiterio" e Cfr. 2Timoteo 1:6.

acciocchè tu guerreggi, in virtù d'esse, la buona guerra.

Ad uno ch'era stato preconizzato quale soldato di Cristo, Paolo affida un posto di combattimento, affinchè ricordandosi delle profezie fatte di lui e traendone coraggio, egli combatta da valoroso la buona guerra, cioè la guerra per la difesa della verità evangelica contro tutti gli errori che l'adulterano; guerra che va combattuta sotto la guida del supremo Duce Cristo, con armi che non siano carnali ma spirituali e degne dell'Evangelo, con perseveranza e abnegazione. Nota il Reuss che i termini militari qui usati ricordano una delle allegorie più familiari all'apostolo Paolo cui piace di paragonare la carriera cristiana in genere, e più specialmente la carriera apostolica, a un servizio militare. E cita in appoggio Romani 13:12; 2Corinzi 10:5; 1Timoteo 5:8; 6:12; Efesini 6:11 e segg.; 2Timoteo 2:3; 4:7-8. L'osservazione è giusta, ma quadra male colla tesi dell'inautenticità dell'Epistola sostenuta da quel critico. Per compiere fedelmente il suo dovere di soldato della verità, ci sono delle condizioni morali da adempiere. Come il soldato ordinario deve sottoporsi a certi esercizi, ad un dato regime e a una speciale disciplina, per esser in grado di far la guerra, così deve Timoteo aver fede e buona coscienza.

19 avendo fede e buona coscienza della quale avendo alcuni fatto getto, hanno fatto naufragio in quanto alla fede.

Senza fede nella verità del Vangelo, nel Cristo vivente e potente da condurre i suoi alla vittoria finale, mancherebbe a Timoteo l'impulso morale all'azione. Ma la fede non si può conservar sana e robusta se non va unita a buona coscienza. Cfr. 1Timoteo 1:5; 3:9 "serbando il misterio della fede in pura coscienza"; 1Timoteo 6:10. Chi getta via la buona coscienza, cioè chi non ubbidisce alla voce della coscienza, anzi l'offende e pone in non cale, giunge per morale necessità a far naufragio anche in quanto concerne la fede. In relazione coll'immagine della nave che naufraga, sembra naturale ammettere che la buona coscienza sia paragonata alla zavorra che tiene la nave in equilibrio e la preserva dall'esser capovolta o lanciata dai venti contro agli scogli. Chi considera la coscienza come un monitore inutile o molesto e non si cura della sua approvazione, vedrà presto oscurarsi la sua vita spirituale; il peccato tollerato contro la coscienza intercetterà la luce del glorioso Evangelo e le tenebre dell'errore e dell'incredulità riprenderanno il posto della fede. "L'incredulità, nota Oosterzee, non è affatto, per il nostro apostolo, una cosa teoretica, ma è cosa pratica intimamente connessa collo stato interno della vita morale". Su questo aveva insistito ripetutamente il Signor Gesù, il quale assomiglia la funzione della coscienza nell'essere morale a quella dell'occhio rispetto al corpo. Se si potesse investigare la genesi vera, intima delle eresie che hanno funestata la Chiesa e degli errori che seducono tanti al giorno d'oggi, si troverebbe quasi sempre alla radice una causa di natura morale. Cfr. Romani 1:18 e segg. Come esempi che confermano la verità enunziata e devono servir di pratico ammonimento a Timoteo, Paolo cita il caso di due individui ben noti allora, ma di cui non sappiamo gran cosa.

20 Fra questi sono Imeneo ed Alessandro, i quali ho dato in man di Satana affinchè siano dal castigo ammaestrati a non bestemmiare.

Un Imeneo è mentovato con Filete in 2Timoteo 2:17 come uomo che si è sviato dalla verità, dicendo che la risurrezione è già avvenuta e che sovverte la fede di alcuni. Si tratta probabilmente dello stesso personaggio. Un Alessandro, fabbro di professione, è nominato in 2Timoteo 4:14 come avendo fatto molto male a Paolo e da cui Timoteo deve guardarsi; ma ignoriamo se sia da identificare coll'eretico sottoposto a disciplina da Paolo. Cfr. anche Atti 19:33. Si tratta ad ogni modo di due persone la cui vita morale disordinata avea fatto naufragar la fede cristiana e che Paolo avea dovuto dare in man di Satana. L'espressione esclusivamente paulina si ritrova 1Corinzi 5:5 ove trattasi di un incestuoso "dato in man di Satana per la distruzione della carne acciocchè lo spirito sia salvato..." Come abbiamo notato in quel luogo, si tratta di una pena disciplinare più grave della scomunica, di pena inflitta dai soli apostoli, e includente una sofferenza corporale destinata a produrre il ravvedimento del colpevole. Cfr. il caso di Elima colpito di cecità e quello di Anania e Saffira Atti 5; 13:11. Satana è lasciato libero di far soffrir chi gli è consegnato e, così facendo, egli mira ad allontanarlo da Dio; ma la sofferenza può essere anche strumento per far rientrare in sè un figlio fuorviato. L'effetto morale di essa dipende dal modo in cui è ricevuta. Lo scopo che Paolo aveva in vista nel ricorrere ad una misura disciplinare così grave, era la correzione dei due traviati che dovevano essere dal castigo ammaestrati a non bestemmiare. Il verbo παιδευω significa talvolta istruire, ma più spesso insegnare una cosa per via di castigo. Cfr. Ebrei 12 ove si parla della disciplina paterna di Dio ( παιδεια) e cfr. 1Corinzi 11:32; 2Corinzi 6:9; Apocalisse 3:9. Quanto al "bestemmiare" di Imeneo ed Alessandro, tutto porta a credere che fosse rivolto contro a Cristo o contro a Dio e che non si riducesse, come pensano alcuni, a delle calunnie lanciate contro Paolo.

AMMAESTRAMENTI

1. Quando si è impegnati nelle lotte della vita, e specialmente nelle lotte per la causa del Vangelo, è di gran conforto la certezza che siamo al posto assegnatoci da Dio. Sono perciò preziosi tutti i fatti che hanno contribuito a darci quella certezza. Non ci saranno state sulla soglia della nostra carriera delle dichiarazioni profetiche come per Timoteo; ma le direzioni provvidenziali, i consigli, gli incoraggiamenti di persone autorevoli, le speranze manifestate, i nostri proprii presentimenti e desiderii, tutto quel che ha potuto concorrere ad additarci la nostra via, è ricordo confortante in mezzo alle difficoltà. Solo quell'ideale che brillava sul nostro orizzonte e che altri pure ci additava, dobbiamo non perderlo di vista e ricordando i primi entusiasmi ed i santi impegni assunti, cercare di tradurlo in atto nella nostra vita.

2. La vita cristiana è spesso presentata come un combattimento che dura quanto la vita. Lo è in particolare la vita di un vero servo del Signore nell'opera del Vangelo, soprattutto in tempi in cui l'errore alza il capo e si mostra più astuto ed audace. C'è senza dubbio una smania di battagliare ch'è riprovevole; ma vi è del pari un falso amor di pace contro al quale deve stare in guardia il giovane servo di Cristo. (Da Oosterzee).

3. L'intimo ed indissolubile legame che esiste tra fede e buona coscienza, tra la vita religiosa e la vita morale, è un fatto di alta importanza. Paolo vi insiste spesso. L'errore non è affare della mente solamente; se questa è incapace di contemplare la verità, è perchè ella è oscurata dall'errare del cuore e della volontà Romani 1; se l'occhio è malato, la sua malattia si connette collo stato generale dell'organismo. La vita interna dell'uomo è una e non si può dividere in compartimenti indipendenti gli uni dagli altri. Colui che ama Dio lo conosce veramente; e chi è retto e sincero nell'ubbidire alla verità conosciuta, vede crescere la sua capacità di conoscere. A chi ha sarà dato. Il Signor Gesù attribuiva l'incredulità dei Giudei al loro corrotto stato morale. I fatti dell'esperienza e della storia confermano largamente la verità dell'avvertimento dato da Paolo. Le eresie nascono per lo più da deviazioni morali. Il naufragio della fede è spesso preceduto dal getto fatto della buona coscienza. Da ciò la necessità di mantener la propria coscienza senza offesa. La caduta di molti già credenti deve servirci di ammonimento a scansar le cause che hanno cagionata la loro caduta.

4. Dal procedere di Paolo nel caso di Imeneo ed Alessandro, desumiamo qualche insegnamento relativo alla disciplina ecclesiastica.

a) Devono esservi sottoposti non solo coloro che cadono o vivono in qualche grave peccato, ma coloro che rinnegano le verità essenziali del Vangelo, siano essi laici o ministri. La Chiesa dev'essere colonna e sostegno della verità e non può considerar come suoi membri coloro che rinnegano la verità.

b) Il mezzo da adoperare dopo gli avvertimenti, è l'espulsione dalla fratellanza cristiana. Se nei tempi apostolici Dio aggiungeva, in taluni casi, un qualche castigo corporale, come può farlo anche oggi quando rimonda i tralci sterili, ciò non autorizza la Chiesa ad adoperare mezzi che ripugnano allo spirito cristiano. Le carceri, le tanaglie ed i roghi non hanno che fare colla disciplina cristiana.

c) Il fine cui mira la disciplina è il ravvedimento del fratello fuorviato.

5. Per S. Paolo, come per gli Apostoli, come per il Signor Gesù, Satana non è un mito o una figura rettorica, o una personificazione del male; ma è una personalità vivente ed operante per il male dei fedeli. Ma il suo potere è però limitato dal governo di Dio il quale può perfino volgere al bene quel che Satana disegna per il male. In Cristo i credenti possono essere vittoriosi del grande loro avversario.

Dimensione testo:


Visualizzare un brano della Bibbia

Aiuto Aiuto per visualizzare la Bibbia

Ricercare nella Bibbia

Aiuto Aiuto per ricercare la Bibbia

Ricerca avanzata