1Timoteo 2

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PARTE SECONDA

ISTRUZIONI RELATIVE AL CULTO PUBBLICO

1Timoteo 2:1-15.

L'apostolo ha indicato nel Cap. I uno dei modi di combattere la buona guerra ed a questo egli aveva di già accennato, a viva voce, quando avea preso commiato da Timoteo nella speranza di rivederlo presto. Ma altre cose vi sono alle quali Timoteo dovrà attendere per la difesa e propagazione del Vangelo in Efeso Paolo ne indica due in questo paragrafo: la prima 1Timoteo 2:1-7 si riferisce alle preghiere pubbliche da farsi per tutti gli uomini e la seconda 1Timoteo 2:8-15 al modo in cui si devono comportare uomini e donne nelle comuni raunanze.

Sezione A. 1Timoteo 2:1-7. PREGHIERE PER TUTTI GLI UOMINI.

Non si tratta di istruzioni teoretiche generali sulle preghiere pubbliche; ma di talune raccomandazioni rese necessarie dalle condizioni della chiesa d'Efeso e dalla previsione di tempi difficili per i cristiani. Il dunque è stato riannodato all'idea della salvezza destinata ai peccatori senza distinzione 1Timoteo 1:15 ma si riannoda più naturalmente a quella della buona guerra che Timoteo deve combattere in seno alla chiesa e, per mezzo della chiesa, nella città di Efeso.

Io esorto adunque, anzi tutto, che si facciano richieste preghiere, intercessioni e ringraziamenti per tutti gli uomini.

L'importanza grande che Paolo annette a questa prima esortazione è indicata dal "prima di tutto". Delle quattro parole usate ad indicare le forme varie che la preghiera potrà o dovrà rivestire, la prima δεησις richiesta indica le petizioni o domande che si riferiscono ad un oggetto particolare, ad una necessità ben determinata; il secondo ( προσευχη) è il termine tecnico più generale per la preghiera e significa il voto ch'è rivolto o fatto salire verso il Signore e può includere, insieme colle supplicazioni, anche l'adorazione, il ringraziamento, la lode. Risponde all'italiano orazione, preghiera. L'orazione domenicale è una proseuchè: "Quando farete orazione, dite..." Il terzo termine εντευξις (intercessione) occorre solo 1Timoteo 4:5 e designa etimologicamente l'incontrarsi con uno, quindi il fare istanza presso ad uno, per lo più a favore d'un altro. Si tratta qui dell'intervento filiale e supplichevole presso a Dio a favore di altri uomini, in altra parola, dell'intercessione. Grande è la varietà dei bisogni umani e grande quindi la necessità per i cristiani di moltiplicare le loro richieste, i loro voti, le loro intercessioni. (Cfr. Efesini 6:18). Ma l'apostolo aggiunge alle preghiere i ringraziamenti che devono salire a Dio per i beneficii largiti a noi od ai nostri simili, siano essi o no la risposta alle nostre supplicazioni. Cfr. Filippesi 4:6; Colossesi 4:2. I ringraziamenti, al par delle richieste, sono frutto di sincera fede, e di amorevole simpatia. Le preghiere devono farsi per tutti gli uomini, non per noi solamente o per i nostri fratelli, ma per tutti i membri della umana famiglia. Tutti gli uomini son creature di Dio, tutti sono stati e sono da Dio amati; quindi la preghiera ha da farsi per tutti, anche per le moltitudini e le autorità che sono avverse ai cristiani. In particolare, sono da ricordare i re e tutte le persone che occupano posizioni elevate, perchè la loro influenza per il bene o per il male dei popoli è in ragione dell'autorità di cui godono. Pregando per loro affinchè Dio inclini i loro cuori alla giustizia, alla sapienza, alla pace, a sentimenti di umanità, si prega implicitamente per il bene dei milioni di creature che da loro dipendono.

2 Per i re, e per tutti quelli che sono in autorità, affinchè meniamo una tranquilla e quieta vita da ogni pietà ed onoratezza.

Si è voluto vedere nel plurale i re un'allusione all'imperatore romano ed a colui ch'egli si associava nell'impero. E siccome tale uso fu introdotto da Adriano (138 D. C.), se n'è concluso che la lettera è posteriore all'anno 138. La conclusione non regge poichè la designazione "pei re" è affatto generica ed include tutti quelli che, nell'universo intero, portavano titolo e carica di re o di sovrani. Ad essi aggiunge tutti quelli che sono in autorità, εν ὑπεροχη, cioè in posizione elevata che li costituisca superiori di altri. In Romani 13 adopera il termine "podestà superiori". Si tratta dei governatori, dei proconsoli, e in genere di tutte le autorità inferiori, qualunque sia il titolo che portano. L'affinchè meniamo... è stato inteso in modi diversi. Vi si vede da alcuni il fine della esortazione apostolica, anzichè il fine cui mira la preghiera. Esorto, direbbe Paolo, che si facciano queste preghiere, acciocchè noi impariamo a coltivare lo spirito pacifico e alieno dalle agitazioni, che ci deve distinguere come cristiani. "Un cuore agitato dall'ira, dice Plummer, dalle sollecitudini, dalla tendenza a forzare le circostanze, non permette di pregare per tutti gli uomini". Ed il Reuss: "Abituandoci a pregare per i sovrani ed i magistrati, preserveremo noi stessi da ogni velleità di disubbidienza e così trascorreremo una vita pacifica, non cagionando disordini ed essendo lasciati in pace". La preghiera sarebbe così ridotta ad un esercizio spirituale fatto per coltivare buone disposizioni in noi. Altri ne fa quasi un mezzo di accaparrarsi il favore degli uomini, poichè interpreta: "Si preghi... affinchè gli uomini e in ispecie le autorità, vedendo dalle nostre preghiere le nostre buone disposizioni, ci lascino in pace". Per quanto sia vero che la preghiera va unita a disposizioni pacifiche, pure il fine essenziale di essa, secondo l'insegnamento di Cristo e degli apostoli, è di ottenere le grazie del Signore. Pregando Iddio di guidare il cuore dei re e dei magistrati nelle vie del bene, i cristiani cercano il bene delle autorità stesse, quello dei loro sudditi, ed in ispecie la pace della Chiesa di Dio sempre minacciata dall'odio del mondo Geremia 29:7. Se i magistrati rispondono al fine per cui Dio li ha costituiti Romani 13 per punire, cioè, i malvagi è per premiare i buoni, i cristiani non avranno nulla da temere dalle autorità, per la loro vita, nè per i loro beni, nè per la libertà della loro coscienza. Ma, quando Paolo scriveva questo, era di già avvenuta la persecuzione Neroniana del 64 ed altre maggiori erano da temersi. Non c'è dunque ragione di vedere, in queste preghiere dei cristiani per le autorità, un fine troppo egoistico. In mezzo ai torbidi, alle guerre, alle persecuzioni, i cristiani sarebbero esposti a gravi pericoli e tentazioni, e la causa del Vangelo a seria jattura. Vita tranquilla e quieta è vita lontana dalle agitazioni, dai turbamenti, dalle passioni violente. Pietà e onoratezza designano le virtù religiose e morali che devono caratterizzare la vita dei cristiani. La pietà ( ευσεβεια) è, secondo la parola greca, la "retta venerazione" rivolta a Dio. Paolo adopera a 1Timoteo 2:10 il sinonimo θεοσεβεια: 'venerazione di Dio'. La pietà comprende quindi i sentimenti di adorazione, di timore, di fiducia filiale, di ubbidienza che il cristiano nutre verso Dio e che si traducono in parole ed in atti nella sua vita. L'uomo pio è l'uomo che adempie ai proprii doveri verso Dio. L'altro vocabolo ( σεμνοτης) coll'aggettivo corrispondente, occorre varie volte nelle Pastorali 1Timoteo 3:4; Tito 2:7; 1Timoteo 3:8,11; Filippesi 4:8. Diod. lo rende qui "onestà", altrove "gravità". Altri: "onoratezza". Derivato dalla stessa radice del precedente, è stato da Aristotele definito "una gravità dolce e piena di convenienza". Indica il carattere che ispira e comanda il rispetto per onestà, illibatezza, gravità. Onorare Dio, essere onorevoli e rispettabili davanti agli uomini per probità, per gravità, per specchiati costumi, ecco le linee generali su cui ha da svolgersi la vita cristiana. Per il dovere verso le autorità si confr. oltre la parola di Cristo: "Rendete a Cesare quel ch'è di Cesare" Romani 13; Tito 3:1; 1Pietro 2:18. Come i primitivi cristiani praticassero il dovere della preghiera per le autorità si può rilevare da quanto scrive Tertulliano nella sua Apologia c. 30: "Le mani levate in alto imploriamo per tutti gl'imperatori una vita lunga, un regno non turbato, una casa sicura, degli eserciti valorosi, un senato fedele, un popolo probo, un impero tranquillo, ed ogni bene che possa bramare l'uomo e il Cesare".

3 All'adempimento del dovere mentovato, i cristiani devono sentirsi incoraggiati dalla certezza che il pregar per tutti gli uomini è cosa che piace a Dio perchè conforme ai suoi disegni di misericordia verso l'umanità tutta quanta.

Questo è buono e bene accetto dinanzi a Dio nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini stano salvati e vengano alla esatta conoscenza della verità.

L'essere una cosa piacevole a Dio è, per il cristiano, il più alto motivo per compierla. Il perciocchè del testo ord. è cancellato dalle edizioni emendate come aggiunta.

4 Il pregare per tutti è cosa accetta al Dio Salvatore perchè egli non vuol la morte dei peccatori, ma la loro vita Ezechiele 33:11; egli vuol salvati, non un popolo soltanto, nè una ristretta categoria di uomini, ma tutti quanti gli uomini, di qualunque nazione o lingua o colore essi siano. Quando adunque i credenti pregano per il bene, specie per la salvezza eterna di tutti gli uomini, i loro voti sono all'unisono con l'amore e colla volontà di Dio. Egli ha pietà di tutti gli uomini; per tutti ha dato il suo Figlio; tutti vuole riconciliati a sè e partecipi della vita eterna. Ma trattandosi di una creatura dotata di libertà morale, essa non può venir salvata per forza; la verità intorno al proprio peccato, intorno all'amor di Dio ed all'opera di redenzione del Cristo dev'esserle presentata; e qualora con un atto morale di pentimento e di fede ella accetti la grazia offertale, entra in possesso effettivo della salvazione 2Pietro 3:9; Marco 16:16. Se ricusa, come ne ha il potere, essa rende vano per sè il consiglio di Dio. Alcuni riguardano la esatta conoscenza ( επιγνωσις) della verità come il fine ultimo od il risultato finale della salvazione; ma è meglio considerarla come il mezzo da Dio stabilito per giungere alla individuale appropriazione della salvezza Giovanni 17:2. Per credere convien conoscere la verità; "la fede viene dall'udito" e "come crederanno gli uomini in Colui di cui non hanno udito parlare?" Romani 10:13-15. Dio ha perciò ordinato che l'Evangelo fosse annunziato ad ogni creatura, perchè la verità è una e non c'è che una via di salvazione che dev'essere proclamata dovunque.

5 Perciocchè [vi è] un solo Dio, ed anche [vi è] un solo mediatore tra Dio e gli nomini, l'uomo Cristo Gesù.

Il perciocchè si riannoda da taluni al dovere di pregare per tutti, ovvero al concetto che Dio vuol salvati tutti gli uomini. Ci par più semplice il connetterlo coll'idea che precede immediatamente della necessità di venire alla conoscenza della verità salutare, i cui capisaldi sono appunto questi. I Giudei conoscono bensì l'unico vero Dio, ma ne ignorano l'infinito amore per gli uomini e non conoscono l'unico Mediatore; i pagani non conoscono neppure il vero Dio e adorano le molte divinità create dalla loro fantasia. Cfr. Atti 14:15 il discorso di Paolo ai pagani di Listra, Atti 17:22-31 il suo discorso ai pagani d'Atene; Romani 3:29-30. Tutti hanno bisogno di venire alla esatta conoscenza dell'unica via di salvazione. Il titolo di mediatore ( μεσιτης) è applicato da Paolo a Mosè in Galati 3:19-20 e varie volte a Cristo dall'autore dell'Epistola agli Ebrei 8:6; 9:15; 10:24 e significa uno che interviene, che si fa in mezzo fra due parti per ricondurre la buona armonia. Gesù è l'unico mediatore fra Dio e gli uomini peccatori, perchè solo nella sua qualità di uomo perfetto, di nuovo Adamo, può rappresentar gli uomini dinanzi a Dio, e nella sua qualità di Figlio di Dio rappresentare Dio presso gli uomini; è unico non solo perchè unisce nella sua persona la natura divina coll'umana, ma perchè solo egli ha col suo sacrificio espiatorio resa possibile, senza che ne fosse offesa la santità di Dio, la riconciliazione dei peccatori con Dio. Gesù stesso disse: "Io sono la via, la verità e la vita, niuno viene al Padre se non per mezzo di me" Giovanni 14:6. Quanto sia conforme a questa dichiarazione dell'Apostolo la moltitudine di mediatori, sia pur tra Cristo e gli uomini, riconosciuti dal cattolicesimo, giudichi il lettore.

6 Il quale ha dato sè stesso qual prezzo di riscatto per tutti.

Il Figlio di Dio fatto uomo è l'unico mediatore perchè ha fatto quanto era necessario per la riconciliazione di Dio con l'uomo e lo ha fatto a favor di tutti. Il dar sè stesso indica il carattere volontario e libero del sacrificio ch'egli ha fatto della propria vita Giovanni 10:17-18. Se non fosse volontario, il sacrificio perderebbe il suo valore morale. Egli ha dato la vita sua qual prezzo di riscatto ( αντιλυτρον) pagato, cioè, per ottenere in cambio la liberazione dei colpevoli. Abbiamo in Matteo 20:28; Marco 10:45 la parola lutron con senso identico. D'altronde sono diverse nel N.T., le parole della stessa famiglia: redimere o riscattare ( λυτρουν), redenzione ( λυτρωσις, e απολυρωσις), e redentore ( λυτρωτης). Cristo si è sostituito al peccatore per portar la pena a lui dovuta e soddisfare i requisiti della divina giustizia, liberando gli uomini che l'accettano dalla colpa e dalla schiavitù del male. Cfr. Galati 1:4; Tito 2:14; 1Pietro 1:18-19.

[essendone] la testimonianza [riservata] ai proprii tempi.

La frase è ellittica, propria dello stile conciso: la testimonianza a suo tempo; viene a dire: e la testimonianza che di quella salvazione così operata dev'essere resa nel mondo, è stata riservata al tempo da Dio reputato più opportuno, cioè all'epoca posteriore al sacrificio del Golgota, affinchè fosse testimonianza di un fatto compiuto; all'epoca posteriore all'effusione dello Spirito, affinchè fosse resa con efficacia e ricevuta con frutto. (Cfr. Efesini 3:5; Giovanni 18:26-27; 10:8-11; Atti 1:8.) Prima di tornare in cielo Cristo disse ai suoi: "Voi mi sarete testimoni"; "andate per tutto il mondo, e predicate l'Evangelo ad ogni creatura".

7 Ed la vista di questa [testimonianza] io sono stato costituito banditore ed apostolo; dico la verità, (testo em.) non mento, dottore delle Genti in fede e verità.

Una connessione di idee analoga trovasi in Tito 1:3: dai tempi eterni Dio fece la promessa della vita eterna; a suo tempo ne pubblicò l'annunzio, mediante la predicazione affidata, fra gli altri, a Paolo. Si potrebbe tradurre: In vista di ciò, ossia, della testimonianza da rendere. La vocazione dei Dodici, ma in ispecie quella di Paolo all'apostolato delle Genti Atti 22:15-21; 26:17-18 è una prova di fatto che la salvazione è destinata a tutti e che Dio la vuole annunziata a tutti. Paolo è stato da Dio costituito banditore ( κηρυξ, 2Timoteo 1:11), ossia araldo incaricato di pubblicare al popolo una notizia; apostolo cioè inviato, ambasciatore mandato ad offrire la riconciliazione con Dio; più specialmente Paolo è stato costituito dottore o maestro delle Genti pagane, per insegnar loro la verità, per condurle alla fede e radicarle in essa. Egli è dottore in fede e verità perchè l'insegnamento suo non si aggira intorno a scienze od arti, nè consiste in favole od in speculazioni, ma si muove nell'ambito della fede ch'è la condizione della salvezza e della verità ch'è atta a destare e a nutrir la fede. Altri riguarda fede e verità come le disposizioni interne colle quali Paolo deve adempiere l'ufficio suo; ma il senso prima esposto risponde meglio al contesto. La sua divina vocazione ad essere banditore della salvezza per tutti, apostolo e maestro delle Genti, Paolo l'afferma in modo solenne non solo perchè essa attestava l'universalismo della salvezza, ma perchè essa era messa in dubbio dagli avversarii, specie di provenienza giudaica. Dalla realtà della vocazione apostolica di Paolo dipendeva l'autorità colla quale egli dava le sue istruzioni alle chiese e quella che Timoteo era chiamato ad esercitare in Efeso qual delegato dell'apostolo.

AMMAESTRAMENTI

1. Paolo esorta a pregare per tutti gli uomini. Questo solo basterebbe a mostrare quale spirito nuovo e potente di amore, di solidarietà umana universale abbia recato il cristianesimo. Non l'odio fra le razze, fra le nazioni, o fra le classi, esso inculca, ma l'amore e la simpatia. Sul dovere della preghiera per tutti notiamo:

a) La sua importanza primaria (innanzi ad ogni cosa). La preghiera fatta, s'intende, in lingua intelligibile, è parte essenziale del culto cristiano; ed è in pari tempo dovere e privilegio grande la preghiera d'intercessione. Essa allarga il cuore abituandoci a tener presenti i bisogni varii degli altri e gl'interessi generali del regno di Dio nel mondo. Perciò è raccomandata di frequente da Paolo Efesini 6:18-19, come da Giacomo 5:16 e dal Signore stesso.

b) Le varie forme ch'ella riveste: richieste determinate da occasioni speciali, domande generali, intercessioni insistenti, ringraziamenti.

c) Gli oggetti della preghiera sono tutti gli uomini. Va da sè che chi prega per gli altri, prega pure per sè, che chi prega per tutti non dimentica i membri della sua famiglia ed i fratelli in fede, ed i connazionali. Ma l'intercessione non conosce limiti di famiglia, o di chiesa, o di patria, o di continenti; ella si estende a tutta la famiglia umana e perfino ai nemici ed ai persecutori. È chiaro però che l'apostolo intende parlare dei vivi e non dei morti. Non troviamo nè un ordine nè un esempio sicuro che autorizzi la preghiera per i morti. In ispecie sono oggetto della intercessione le autorità di ogni sorta che compiono una funzione voluta da Dio. Se la compiono male o imperfettamente, ciò non toglie il dovere di pregar per loro.

d) Lo scopo speciale della preghiera per gli uomini e per le autorità è di ottenere da Dio che regge tutte le cose di poter trascorrere la vita nella pace poichè lo spirito cristiano è alieno da disordini, rivoluzioni, guerre, violenze ed odi. La vita cristiana si svolge nella pietà verso Dio e nella onoratezza di fronte agli uomini: due cose che non si possono disgiungere. La pace favorisce lo svolgimento del regno di Dio nel mondo, mentre la guerra e le persecuzioni mettono a un duro cimento la fede. Gesù Cristo ci ha insegnato a dire nel sentimento della nostra debolezza: "Non ci condurre nella prova, ma liberaci dal maligno".

e) I motivi che ci devono spingere alla preghiera per tutti, si riassumono nel fatto che ciò è conforme alla volontà di Dio il cui amore abbraccia tutti gli uomini e brama la salvezza di tutti. I figli di Dio devono quindi ispirarsi del suo spirito ed hanno qui un incoraggiamento alla preghiera per la salvezza dei loro cari, dei fratelli caduti, di tutti gli uomini anche più abbrutiti.

2. Nell'affermazione: "Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati" abbiamo la formula più esplicita e chiara dell'universalismo cristiano. Essa va accettata in tutta la sua forza, anche se la nostra mente non trova il modo di conciliarla del tutto con talune dichiarazioni relative alla predestinazione divina, o con taluni aspetti del governo provvidenziale di Dio. Dio non vuole per l'uomo solamente una felicità esterna e terrena; egli lo vuol rialzato dalla sua caduta, nella colpa e nella corruzione, lo vuol salvato, cioè riconciliato con Dio e in possesso della perfezione per cui fu creato. Dio vuole seriamente che tutti gli uomini sieno salvati, poichè ha dato il suo Figliuolo per tutti; ma la volontà di Dio non si esplica verso le creature morali come verso la natura inanimata. Dio rispetta la libertà morale. Dopo aver provveduto il mezzo di salvazione, egli l'offre all'uomo, e cerca di trarlo a sè; ma dove l'uomo resista e rifiuti la vita, Dio non lo costringe, poichè una riconciliazione forzata non è più riconciliazione. La salvazione è perciò connessa indissolubilmente colla conoscenza della verità intorno al mezzo della salvezza. Senza conoscere il Salvatore, è impossibile di riceverlo con fede e senza fede in lui non c'è salvazione. Chi nasconde agli uomini la verità di Dio, chiude loro, per quanto da lui dipenda, la porta della salvezza. Chi sparge la conoscenza della verità, chi fa circolare il Vangelo di Cristo è all'unisono colla volontà di Dio.

3. La verità evangelica sulla via di salvazione, dissipa, da una parte, l'illusione di coloro che pretendono salvarsi da sè, senza bisogno di salvatore e considerano tutt'al più il Cristo come un modello, come un maestro che suscita nei cuori aspirazioni spirituali. Abbiam bisogno d'un Mediatore vero e proprio e Cristo è il solo che risponda ai requisiti di un tanto ufficio. Vi risponde per la sua natura d'uomo vero e perfetto e di Figlio di Dio che rivela e rappresenta il Padre. Vi risponde per l'opera di espiazione compiuta col sacrificio di sè stesso. D'altra parte, la verità evangelica, col proclamar Cristo l'unico mediatore, taglia dalle radici tutte le pretese mediazioni umane. Tanto la mediazione della madre di Gesù, quanto la mediazione dei santi e quella del sacerdote peccatore e mortale. offuscano la sola che sia stata stabilita da Dio. La Scrittura ci esorta ad accostarci direttamente e con piena fiducia al trono della grazia nel nome unico di Gesù, poggiando sulla mediazione sola efficace di lui ch'è l'amico del peccatore, e "vive sempre per intercedere per noi".

4. Centro dell'opera di Cristo è il sacrificio che fece di sè, in adempimento dell'ufficio suo di mediatore. Il suo sacrificio fu volontario poichè "diede sè stesso". Il suo sacrificio non fu un semplice martirio patito per testimoniar della verità; il suo sangue innocente fu versato qual prezzo di riscatto senza del quale non era possibile la liberazione dei colpevoli dalla pena incorsa e dallo stato miserando di servitù in cui erano. Cristo si è sostituito ai colpevoli per espiarne la pena. Ha patito lui giusto per gl'ingiusti. Il sacrificio di Cristo è stato compiuto in favore di tutti gli uomini ed è pienamente sufficiente ad assicurare la redenzione di tutti coloro che lo accettano con fede.

5. È volontà di Dio che la salvazione per la fede nell'unico Mediatore, sia proclamata dovunque, a tutti gli uomini, Un tale annunzio ha carattere di testimonianza per parte di coloro che furono i testimoni oculari della vita, della morte e della risurrezione di Cristo. Ha carattere di testimonianza perchè i banditori della Buona Novella hanno, come Paolo, fatto in sè medesimi l'esperienza ch'essa è "potenza di Dio per la salute di ogni credente". Un tale annunzio dev'esser fatto nell'epoca presente. Se i discepoli di Cristo hanno negletto il loro dovere per lunghi secoli, lo devono tanto più compiere oggi che le scoperte geografiche, la rapidità delle comunicazioni, un senso maggiore di solidarietà umana, facilitano le relazioni con gli uomini anche delle regioni più remote. Il secolo XIX è stato detto il secolo delle missioni; ma il XX deve portare a compimento l'opera incominciata. Dio chiama ad essere suoi messaggeri e banditori degli uomini credenti, ma l'opera è della Chiesa tutta la quale deve domandare a Dio di suscitare operai per la gran raccolta e deve fornire a quelli che Dio chiama i mezzi necessari per compiere il loro mandato.

8 Sez. B. 2Timoteo 2: 8-15. IL CONTEGNO DELLE DONNE NELLE RAUNANZE.

Dal dovere di pregare per tutti gli uomini l'apostolo, per naturale transizione, passa ad altre istruzioni relative alle pubbliche adunanze dei cristiani e tocca più specialmente del contegno che alle donne cristiane conviene serbare. 2Timoteo 2:8 serve di transizione. Paolo vi riprende la raccomandazione circa la preghiera, completandola, ed indirettamente accenna di già che la preghiera pubblica spetta agli uomini, ma non si addice al contegno modesto che deve contraddistinguere le donne cristiane.

Voglio dunque che gli uomini facciano orazioni in ogni luogo, levando [al cielo] delle mani pure, senza ira nè contese.

Nel voglio dunque si esprime l'autorità apostolica di Paolo, derivante dalla vocazione divina di cui a 2Timoteo 2:7. Cfr. 2Timoteo 5:14; Tito 3:8. I suoi voleri sono comandi da eseguire. Adopera qui la parola che comprende i vari generi di preghiera indicati a 2Timoteo 2:1. Gli uomini ( τ. ανδρας) designa il sesso maschile, per opposizione alle donne mentovate in 2Timoteo 2:9 mentre la parola ανθρωπας (l'uomo) adoperata in 2Timoteo 2:1,3,5 indica l'uomo, senza distinzion di sessi, per opposizione ad altre creature. Nel brano parallelo di 1Corinzi 11:1-16 ανηρ (uomo maschio) ricorre non meno di 14 volte. Nella traduzione italiana non è possibile rendere la distinzione che esiste nel greco. L'essere i portavoce della chiesa nelle pubbliche assemblee spetta agli uomini, non alle donne, se non nel caso eccezionale di sorelle aventi un dono di profezia riconosciuto, ed anche allora devono osservare le convenienze 1Corinzi 11. Siamo ancora in un tempo in cui le preghiere non sono offerte esclusivamente dal conduttore, ma da ogni fratello capace di pregare per la comune edificazione. Cfr. 1Corinzi 12:14. In ogni luogo non è contrapposto all'unico tempio dei Giudei, poichè anche i Giudei potevano pregare dovunque. D'altra parte, in tutta questa sezione, Paolo ha la mente volta, non al culto privato, ma alle comuni adunanze (cfr. 2Timoteo 2:11-12). Si tratta dunque di ogni luogo grande o piccolo ove si tenevano raunanze cristiane. E questo un raccomandare, sotto altra forma, che non sia tralasciato in nessuna occasione l'adempimento perseverante di questo dovere. Il levar le mani al cielo è allusione all'attitudine della preghiera presso i cristiani, come presso i Giudei ed i pagani di quel tempo. Cfr. Esodo 17:11-13; 1Re 8:2; Salmi 28:2; 44:21 ecc. Il giunger le mani pare essere uso Indo-germanico. Le mani che si levano aperte a Dio per chiedergli le sue grazie devono esser pure, santamente monde di cattive azioni Giacomo 4:8; Isaia 1:15. Il levare a Dio delle mani contaminate dell'ingiustizia, dalla violenza, dall'impurità, è una morale contradizione ed una offesa al Dio di santità. Non solo la condotta esterna dev'essere pura, ma anche il cuore deve possedere quelle disposizioni che si convengono alla preghiera: disposizioni di carità e di pace. Senza ira va inteso in senso largo, non limitato alle autorità ingiuste e tiranniche, od agli uomini avversi ai cristiani, od ai fratelli. La parola διαλογισμοι (contese) significa talvolta i pensieri che si agitano in una mente tormentata dal dubbio o dai sospetti, e alcuni traducono perciò "senza dubbi". Essendo qui accoppiata con l'ira, è più sicuro il darle il senso di contese, dispute, dissensi. Cfr Luca 9:46; Filippesi 2:14. Si riferisce più particolarmente alle contese tra fratelli che inacerbiscono gli animi e sono fatali allo spirito di preghiera Matteo 5:23-25; 1Pietro 3:7.

9 Parimenti [voglio] che le donne si adornino di abito convenevole, con verecondia e sobrietà, non di trecce e d'oro o di perle o di abbigliamento costoso.

Il parimenti stabilisce tra la prescrizione relativa agli uomini e quella relativa alle donne una analogia, una coordinazione, perchè si tratta nei due casi del contegno da osservare nelle pubbliche adunanze. Se il pericolo per gli uomini sta più particolarmente nel portare dentro al santuario le loro passioni irose, esso sta per le donne più specialmente nel portarvi la loro vanità femminile. La parola καταστολη che rendiamo abito significa propriamente la disposizione ordinata delle cose, e qui si applica al modo di aggiustare le vesti sulla propria persona, al vestire o, come dicesi, alla "toilette" che dev'essere decorosa, decente, conforme alle regole della convenienza. Precisando il suo pensiero, Paolo insegna che l'acconciatura della donna cristiana non deve mai andar disgiunta dalla verecondia, ossia dall'innata ripugnanza, morale per tutto ciò ch'è disonesto, ch'è contrario al pudore femminile, che sa di sfacciataggine. La parola σωφροσυνη che abbiamo tradotta sobrietà e che il Bruccioli, il Diodati ed il Martini rendono "modestia", altri moderazione o discrezione, non ha in italiano il suo preciso equivalente. Deriva da σως φρην (sana mente) ed è la disposizione costante a sottoporre i sentimenti e gli atti nostri al controllo della sana ragione. Si dice di chi è fisicamente sano di mente Atti 26:25; Marco 5:15; Luca 8:35; 2Corinzi 5:13. In senso morale la ritroviamo in 2Timoteo 2:15 ed abbondano nelle Pastorali le parole appartenenti alla stessa famiglia 2Timoteo 3:2;Tito 1:8; 2:6 nota; 2Timoteo 2:4; 2:12; 2Timoteo 1:7. Presso agli autori greci si usa per lo più della ragionevole temperanza nei piaceri, della giusta misura nei desiderii. Qui si tratta del buon senso cristiano da applicare al vestire femminile. I criterii della donna cristiana non possono essere gli stessi che quelli della donna mondana. Se questa non si preoccupa che di fare sfoggio di eleganza e di lusso per farsi ammirare, e non bada a spese, la donna credente si preoccupa di servire e di piacere a Dio in ogni cosa. Invece di trecce, san Pietro 1Pietro 3:3 dice "l'intrecciatura dei capelli" e s'intende dell'intrecciatura e dell'arricciatura fatte con arte, anzi con artifizio, per attirar sulla persona l'attenzione. Clemente Aless. parla delle "intrecciature puttanesche dei capelli". Ornamenti d'oro si portavano sul capo sotto forma di lamine o di orecchini, al collo sotto forma di monili, alle braccia sotto forma di braccialetti ecc. Le perle servivano alle collane, agli anelli; gli abbigliamenti più eleganti e costosi erano quelli di bisso per cui si spendevano somme considerevoli. I tre elementi del vanitoso e costoso lusso femminile: l'arte ricercata nell'intrecciatura dei capelli, gli ornamenti preziosi, ed i costosi abbigliamenti, sono pur mentovati da Pietro 1Pietro 3:3-6 che vi contrappone l'ornamento interno di un carattere mite e tranquillo, il quale è di gran prezzo agli occhi di Dio. Vedasi pure come i profeti abbiano condannato il lusso delle dame israelitiche in Isaia 3:16-4:1. Il vero ornamento che deve distinguere le donne cristiane, le quali fanno professione di servire a Dio, non è quello esterno delle vesti sontuose e degli ornamenti costosi, ma è quello morale delle opere buone.

10 ma con opere buone, come si conviene a donne che fanno professione di servire a Dio.

La parola che rendiamo "far professione" significa ordinariamente 'promettere'. Ogni professione è una promessa, un impegno morale di vivere in modo conforme a quel che uno professa di essere. Le donne cristiane professano theosebeia, lett. "pietà verso Dio", culto di Dio. Ora se non pensano che a farsi ammirare per mezzo del loro lusso, servono agli uomini od alla propria vanità, ma non a Dio. Chi fa professione di voler menare vita pia dinanzi a Dio deve avere delle preoccupazioni assai più elevate e sforzarsi di piacergli mediante una buona condotta, ricca di ogni sorta di buone opere. Cfr. Tito 2:2-5; 1Pietro 3 e l'esempio di Dorcas Atti 8:36 e segg.

11 Dal modo di vestire, Paolo passa al contegno che le donne devono osservare riguardo all'insegnamento pubblico che faceva parte delle assemblee di culto.

La donna impari stando in silenzio, in ogni sottomissione. Ma non permetto alla donna d'insegnare nè di assumere autorità sul marito; [ordino], al contrario, ch'ella stia in silenzio.

Da quanto si vede nella 1Corinzi 11 talune donne, male interpretando la libertà cristiana che le emancipava da uno stato d'inferiorità servile per costituirle, di fronte a Dio ed ai privilegii della salvazione, uguali all'uomo Galati 3:28 erano portate a spingere il principio oltre i dovuti limiti, come se identica dovesse essere la vocazione terrena dei due sessi, come se la grazia avesse abolite le differenze naturali. Paolo è quindi costretto a richiamar le donne alla vocazione loro tracciata da Dio fin dalla creazione. Nell'adempierla santamente sta la loro gloria come credenti, non già nel tentare d'uscirne.

12 Ora, quando la donna lascia la sfera più modesta, più ritirata, più intima e tranquilla ove la chiamano le sue attitudini ed i suoi doveri, per lanciarsi nella vita pubblica, essa sconvolge l'ordine divino di natura. L'insegnamento pubblico nelle raunanze le è perciò interdetto. La sua parte è di ricevere in silenzio, non d'impartire l'insegnamento. Essa non deve neppure mettersi innanzi facendo pubblicamente delle domande. Cfr. 1Corinzi 14:33-36. Mettendosi in evidenza, coll'insegnamento, ella uscirebbe dallo stato di subordinazione o di sottomissione che le è assegnato quando è maritata, ed in modo generale nella vita sociale. Tale subordinazione è necessaria per mantenere l'ordine nella famiglia e nella società; ma non esclude la eguaglianza davanti a Dio. Quanto all'insegnamento privato, esso rientra pienamente nella sfera d'influenza assegnata alla donna, come lo dimostra l'esempio della madre stessa e della nonna di Timoteo. Le parole che seguono non si riferiscono più soltanto al culto pubblico, ma abbracciano insieme anche la vita di famiglia. Il verbo ανθεντειν (assumere autorità) vale "essere autore" d'una cosa, donde il vocabolo autenticità; poi agire di sua propria autorità e qui ove parlasi della moglie: assumere, di sua iniziativa, sul marito, un'autorità che non le viene da Dio. Si tratta della tendenza ad abbandonare i doveri più umili della vocazione femminile per lanciarsi nella vita pubblica e mettersi in maggiore evidenza. Non all'eccitamento, non alle lotte ed al rumore è chiamata la donna, bensì ad una vita più modesta, più quieta e ritirata: a starsene in silenzio, o in tranquillità. L'insegnamento suo, riguardo alla vocazione particolare della donna, Paolo lo fonda sui fatti primordiali della storia dell'umanità quali vengono narrati dalla Genesi. Ivi egli scorge la manifestazione dell'intento divino, come scorge, del pari, nella storia del fallo, la maggior facilità con cui la donna può esser sedotta, traendo da ciò un motivo, per lei, di umiltà e di modestia.

13 Poichè Adamo fu formato il primo, poi Eva.

L'apostolo considera Genesi 2 come narrazione di fatti. succeduti, non come un mito filosofico. Nel fatto che Adamo fu formato il primo e fu, per qualche tempo, il solo rappresentante della razza; che Eva fu formata dopo, tratta dal fianco di Adamo e destinata ad essere per l'uomo un aiuto simile a lui, Paolo vede la prova che "il capo della donna è l'uomo" e ch'essa, quantunque sia eguale per natura, occupa tuttavia di fronte ad esso una posizione subordinata nella famiglia e nella società. L'argomento è svolto in questo senso in 1Corinzi 11:1-16 a proposito del contegno delle donne nelle assemblee. La priorità di creazione accenna ad una priorità voluta da Dio nella posizione sociale.

14 E Adamo non fu sedotto, ma la donna, essendo stata sedotta, cadde nella trasgressione.

Nota Primasius che l'apostolo insegna la subordinazione della donna all'uomo "perch'ella venne dopo di lui nell'ordine di creazione e lo precedette nella colpa". Infatti, dalla storia del fallo Paolo trae un secondo argomento a conferma della posizione modesta che conviene alla donna. Il tentatore scelse lei come più facile ad essere sedotta dalle sue male arti; le insinuò nel cuore il dubbio, la colpì colla menzogna audace, le presentò la disubbidienza come fonte di conoscenza e di gloria, ed Eva sedotta dall'astuzia del Maligno e adescata dalle attrattive esterne del frutto proibito, cedette, trascinando poi seco Adamo nella trasgressione in cui ella era caduta. Questo fatto non prova egli che la donna è più impressionabile, più facilmente trascinata fuori della retta via e quindi meno atta ad affrontare la vita pubblica, in un mondo pieno di peccato? Questo deve persuaderla a mantenersi nella sfera più modesta in cui Dio l'ha collocata.

15 Ma sarà salvata, partorendo figliuoli, se essa persevererà nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia.

Nella persona d'Eva, la donna cadde per la prima nella trasgressione; ma sarà però salvata sotto le condizioni da Dio stabilite. Salvata nel senso più completo, cioè liberata dalla condannazione e dal peccato, e fatta erede della vita eterna. La difficoltà principale del verso sta nell'inciso δια της τεκνογονιας (attraverso la maternità). Se al dià si da il senso ordinario di "mediante" "per mezzo di" ne viene che, in un modo o nell'altro, la maternità è il mezzo di salvazione della donna. Quindi per gli uni la maternità coi suoi dolori, le sue ansie, i suoi pericoli, è una penitenza inflitta alla donna, e, come tale, è mezzo di salvazione per lei; dottrina questa contraria all'evangelo della salvazione per grazia. Per altri, la maternità coi suoi dolori e colle sue responsabilità è mezzo di salvazione in quanto che dispone i cuori all'umiliazione, alla dipendenza da Dio, distogliendoli dalla vanità. Queste interpretazioni affievoliscono di molto il senso delle parole: "Sarà salvata mediante la maternità". Parecchi espositori, riferendosi a Genesi 3:15, osservano che, fin dal principio, la maternità fu stabilita come il mezzo della salvazione, poichè la "progenie della donna" doveva schiacciare il capo del serpente. Il Salvatore è nato di donna. "La donna produrrà la salvezza per l'uomo in pari tempo che per sè medesima, col dare la luce alla progenie che le fu promessa" (A. Monod). L'idea è biblica, ma Paolo l'avrebbe espressa in un modo molto oscuro.

Sembra dunque preferibile dare al dià un senso locale anzichè strumentale (Cfr. 2Corinzi 2:4: "fra mezzo a molte lagrime"; 2Timoteo 3:11; Romani 2:27; 4:11; 14:20) e viene a dire: "attraverso la maternità", cioè mentre trascorre la vita in quello stato ch'è la normale sua vocazione ed attende ai doveri che vi sono annessi. Non c'è necessità alcuna per la donna di uscire della sua vocazione terrena per essere salvata; lo sarà, al par dell'uomo, restando nei limiti di quella, purchè osservi le condizioni stabilite per tutti. Così mentre coll'inciso "partorendo figliuoli" si accenna allo stato od alle esterne circostanze in mezzo alle quali la donna giunge a salvazione, colle parole che seguono si indicano le condizioni morali in cui la salvazione si compie. Il presentare la maternità come la vocazione normale della donna, come quella in cui si compie, di solito, la sua salvazione, è in perfetta armonia con varie altre dichiarazioni delle Epistole pastorali. Cfr. 1Timoteo 3:4,12 il vescovo, ed i diaconi sono ammogliati, con figli; 1Timoteo 5:9-10,14: "Voglio che le giovani si maritino, partoriscano figliuoli..."; 1Timoteo 4:3. Nè si può dire che ciò sia in contradizione con quanto Paolo ha consigliato alle vedove ed alle vergini in 1Corinzi 7 in previsione di imminenti calamità. Il fatto che non tutte le donne sono maritate od hanno dei figli non toglie che lo stato normale della donna sia il matrimonio e la maternità.

Invece del singolare se essa persevererà, il greco ha il plurale se persevereranno. Ma non si può applicare il plurale ai figli, poichè la salvezza delle madri non può dipendere dalla condotta dei figli e neppure si può intendere dei due coniugi. Va riferito alle donne individualmente, ch'erano comprese tutte nel termine collettivo "la donna". Si tratta per le donne che hanno creduto di perseverare, ciascuna per conto suo, nella fede nel Signor Gesù, nella carità che n'è il frutto più saporito e genuino, nella santificazione che consiste nello spogliarsi gradualmente delle inclinazioni peccaminose e nel rivestire vie meglio le virtù cristiane. Sono queste le condizioni morali in cui si compie la salvezza così dell'uomo come della donna. L'ultima parola con modestia, accenna ad una virtù che conviene particolarmente alla donna e dalla quale alcune erano tentate di dipartirsi Cfr. nota 1Timoteo 2:9: "Paolo ha raccomandata questa virtù, parlando del vestire 1Timoteo 2:9; vi ritorna qui perchè è quella che deve dare la sua impronta a tutto quanto l'essere morale della donna, alla sua pietà ed alla sua cristiane attività" (L. Bonnet),

AMMAESTRAMENTI

1. La preghiera in comune dei cristiani è un dovere esplicito al quale dobbiamo attendere con tanto maggior zelo che il Signore ha fatto speciali promesse ai credenti che ''di pari consentimento" innalzano a Dio le loro supplicazioni. Il dovere è di tutti, ma chi deve essere la bocca della pubblica assemblea sono gli uomini, non le donne. Il dovere ha da esser praticato in ogni occasione favorevole, nelle raunanze grandi o piccole, nelle cattedrali come nelle stanze più umili, o sotto alla volta del cielo. Ma quel che più importa è che il dovere sia praticato nelle dovute disposizioni. Osserva il Vinet, in un discorso su questo argomento, che bisogna "pregare per poter vivere cristianamente e vivere cristianamente per poter pregare. La preghiera prepara agli atti di abnegazione, di coraggio e di carità; e a loro volta gli atti di carità, di coraggio e di abnegazione preparano alla preghiera...Ogni nuovo assalto vi tenta all'ira e alla contesa poichè siete uomo; se pur non vi spinge alla preghiera poichè siete cristiano. Non potete salvarvi dall'ira che mediante la preghiera, dall'odio che mediante l'amore... Bisogna che l'ira e la contesa si spengano nella preghiera. Amate, e potrete pregare... Sarà egli mai che quelli la cui bocca è sempre aperta per esprimer l'ira, possano trovare nel segreto della lor cameretta delle parole dolci per raccomandare a Dio coloro che di fuori essi prendono piacere a condannare? "È l'amore, nota Quesnel, che ascolta la preghiera, ed è l'amore che la deve formare".

2. "Sarebbe poco conforme all'Evangelo ch'è la legge della libertà, il voler obbligare le donne cristiane ad osservare alla lettera i precetti relativi al vestire, perchè possono variare secondo i tempi, i costumi e le condizioni; ma è certissimo che lo spirito di queste raccomandazioni è universalmente violato ai nostri tempi. È semplicemente scandaloso di vedere una donna che si professa pia cercare di attrarre su di sè gli sguardi col suo lusso, e mostrarsi schiava della moda" (L. Bonnet). Invece che una professione di pietà, il lusso è una professione di vanità e di leggerezza mondana; invece d'essere una professione di carità, è una professione d'egoismo e di sprezzo del povero. Ben diverso è l'ornamento che Paolo consiglia. Le buone opere fatte col tatto e colla delicatezza di un cuore di donna rinnovato dallo Spirito, spandono un profumo di pietà cristiana pratica e di soave carità. La coscienza sente che la donna modesta nel vestire ma ricca di buone opere, possiede un ornamento morale di ben altro valore che quello delle perle. Dorcas non brillava per lusso; ma la sua morte fu pianta da molti e il suo ritorno alla vita fu salutato come un benefizio grande.

3. Secondo l'insegnamento dell'Apostolo, la donna non è chiamata ad occupare una posizione di autorità nè in seno alla famiglia, nè in seno alla chiesa, nè in genere nella società. Le primitive rivelazioni di Dio, confermate dalle attitudini speciali dimostrate dalla donna nel corso della storia, le assegnano una posizione subordinata di fronte all'uomo, più modesta ma non meno utile. Non ha da assumere autorità sul marito; ma è partecipe della salvazione al par di lui ed alle stesse condizioni; ma la sua normale vocazione di madre le assicura un'autorità ed un'influenza incalcolabili. Dio che si serve di lei per chiamare alla vita naturale le sue creature, si serve anche spesso di lei per gettar nel cuore dei figli i germi della vita nuova ed eterna. Non è chiamata all'insegnamento pubblico; ma possiede la capacità ed ha il dovere d'imparare la verità che nutre e santifica l'anima sua e la rende, nelle conversazioni private, nell'educazione dell'infanzia, colla parola e colla penna e più ancora colle opere della carità verso i poveri, gl'infermi, i derelitti, un testimone efficace della grazia di Dio. Non a torto disse Lutero nulla esservi sulla terra di più soave che un cuor di donna nel quale abiti Cristo.

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