1Timoteo 3

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PARTE TERZA

ISTRUZIONI CIRCA I REQUISITI PER IL PRESBITERATO E PER IL DIACONATO

1Timoteo 3:1-13

"Dall'evangelo al culto, e dal culto al ministerio la transizione è breve e naturale. Due cariche costituivano allora il ministerio regolare Filippesi 1:1: l'episcopato e il diaconato. Già nella chiesa di Gerusalemme s'incontra un consiglio d'anziani Atti 11:30; 15:4; 21:18 che troviamo del pari stabilito da Paolo e Barnaba in Asia Minore Atti 14:23; 20:17,28. Cotesti anziani portano pure il nome di vescovi cioè di sorveglianti ed implicitamente quello di pastori (pascete la greggia di Dio...). Accanto a questo ministerio è istituito di già in Gerusalemme un ufficio destinato all'assistenza dei poveri Atti 6:ufficio che non porta ancora il nome di diaconato ma che ritroviamo in Filippi con questo titolo, come già in Corinto sotto quello di "soccorsi" 1Corinzi 12:20 e per le donne sotto quello di "diaconessa" Romani 16:1. Sebbene l'episcopato ed il diaconato fossero di già stabiliti nelle chiese d'Asia, dei nuovi eletti dovevano del continuo prendere il posto di quelli che venivano a mancare; senza contare che si formavano delle nuove comunità. Era quindi utile dar delle direzioni per la scelta di quei funzionari" (Godet, Introd. Ep. Paul.). Il paragrafo si suddivide in due sezioni di cui la prima 1Timoteo 3:1-7 tratta dei requisiti per l'ufficio di sopraintendente e la seconda tratta di quelli richiesti per l'ufficio di diacono 1Timoteo 3:8-13.

Sezione A. 1Timoteo 3:1-7. I REQUISITI PER L'UFFICIO DI SOPRINTENDENTE.

Nel primo versetto, l'apostolo comincia col proclamare l'eccellenza della funzione del sovrintendente.

Certa è questa parola. Se alcuno aspira all'ufficio di soprintendente, egli desidera una buona opera.

L'affermazione solenne qui fatta da Paolo non va considerata come una massima che avesse corso fra cristiani; piuttosto è verità che esce dalla sua mente illuminata e da una esperienza ormai lunga. Il termine επισκοπη (episcopato) designa qui la carica di sovrintendente. Lo troviamo usato nel senso di visita o visitazione di Dio Luca 19:44;1Pietro 2:12. Il verbo è usato Ebrei 12:15 col significato di vegliare su di una cosa, prender guardia. Altrove i tre vocaboli di questa famiglia servono a designare una sovrintendenza ufficiale più o meno vasta che si estende da quella del Signor Gesù su tutta quanta la Chiesa 1Pietro 2:25: "vescovo delle vostre anime", a quella degli apostoli Atti 1:20: "l'ufficio episcopale" di Giuda, e più ordinariamente alla sorveglianza esercitata su di una chiesa locale 1Pietro 5:2 nel testo ord.; Atti 20:28; Filippesi 1:1; Tito 1:7. Nel Nuovo Testamento episcopos non designa mai il vescovo nel senso ecclesiastico odierno. L'episcopato, il presbiterato e il pastorato sono tre nomi di uno stesso ufficio. In Atti 20:28, Paolo raccomanda ai presbiteri od anziani di Efeso riuniti in Mileto di "badare a sè stessi ed a tutto il gregge in mezzo al quale lo Spirito Santo li ha costituiti vescovi o sorveglianti per pascere la chiesa del Signore". In Filippesi 1:1 sono nominati al plurale i vescovi e diaconi come preposti alla chiesa di Filippi. In Tito 1:5 (Vedi Nota Tito 1:5) presbitero e vescovo designano la stessa persona. Un principio di distinzione tra i presbiteri l'abbiamo in 1Timoteo 5:17-18, ove si vede che alcuni hanno un dono più marcato di governo, ed oltre al "presieder bene", "faticano nella parola e nell'insegnamento" e sono però degni di maggior considerazione. Le lettere alle sette chiese dell'Asia sono dirette nell'Apocalisse all'angelo di ciascuna chiesa. Ma bisogna scendere giù nel secondo secolo per trovar l'episcopato sopra una chiesa od una provincia concentrato in una sola persona. Il vescovo anglicano Ellicott, mentre riconosce che non si tratta qui dell'episcopato ecclesiastico posteriore, nota che il termine episcopos è stato preso dai Greci ed accenna ai doveri dell'ufficio come gli altri di "pastori", "conduttori", "preposti" Efesini 4:11; 1Pietro 5:1; Ebrei 13:7; 1Tessalonicesi 5:12 mentre quello di presbitero è preso dalla sinagoga e, derivato com'è dall'età richiesta in origine per certe funzioni, accenna piuttosto alla gravità e dignità dell'ufficio. Il gesuita Curci a sua volta scrive: "Quando l'epistola fu scritta, l'organamento della chiesa stava tanto sui suoi inizii che i due gradi gerarchici di Episcopi e di Presbiteri, non dirò che non fossero distinti (ciò è di giure divino (?) e dovettero essere ben distinti fino dai loro inizii); ma certo non si erano appropriati rispettivamente quei titoli: tanto che si attribuivano indifferentemente ad entrambi".

L'aspirare all'ufficio non indica necessariamente una brama ambiziosa, ma può esprimere un desiderio nobile di lavorare più direttamente e più assiduamente al bene della chiesa. Una tale aspirazione suppone che l'ufficio era noto ed esercitato da tempo in Efeso. Chi aspira all'ufficio di sovrintendente, desidera un'opera καλον, moralmente bella e nobile perchè voluta da Dio, spesa nell'attuare i suoi disegni d'amore, mirante al bene supremo degli uomini, da compiersi colle armi della verità e dell'amore. Sebbene l'accento sia sulla buona qualità dell'opera, è pur sempre notevole che Paolo chiama la sovraintendenza un'opera (Cfr. 2Timoteo 4:5. Fa l'opera... 1Tessalonicesi 5:12-13; Efesini 4:11-12; Ebrei 13:17; 1Timoteo 5:17-18) e non sono fuori di luogo le osservazioni di S. Agostino: "l'episcopato è il nome non di un onore ma di un'opera"; di Girolamo: "opera, non dignità, non delizie..."; di Bengel: "negotium, non otium". In che consiste quell'opera, lo danno ad intendere i passi che siam venuti citando ed a cui sono da aggiungere Tito 1:9;1Pietro 5:1-4.

2 1Timoteo 3:2-3 enumerano i requisiti morali necessari al soprintendente. Più l'opera è eccellente e più dev'essere elevato il carattere dell'operaio. Noblesse oblige. Chi è chiamato a sorvegliare, a guidare, ad insegnare gli altri deve ispirare il rispetto e la fiducia e non smentire colla vita quanto insegna colla parola. Da ciò il "Bisogna dunque..." che indica una necessità morale.

Bisogna dunque che il soprintendente sia irreprensibile.

Ad evitare equivoci adopriamo la parola soprintendente invece di vescovo che ha, nell'uso, assunto un senso diverso dall'episcopos dell'originale. Il singolare comprende chiunque occupa la carica. Così Tito 1:7. Irriprensibile ( ανεπιλημπτον) vale lett. "che non si può sorprendere" in nulla, perchè non c'è in lui nulla di male da riprendere. Un antico parafrasa così: "che non offre occasione ad accuse". (cfr. 1Timoteo 5:14). Ritroviamo la parola in 1Timoteo 5:7; 6:14. Diodati traduce pure "irreprensibile" l'aggettivo ανεγκλητος di 1Timoteo 3:10 e di Tito 1:6-7 che propriamente vale "non incolpatile", incensurabile, inappuntabile. Non si tratta dell'assoluta impeccabilità dinanzi a Dio, ma dell'assenza di peccati più o meno abituali che cadono sotto lo sguardo altrui e sono dalla coscienza cristiana condannati.

marito d'una sola moglie.

Questo inciso è stato inteso in molte guise. Non lo si può interpretare come contenente l'obbligo del matrimonio per il sovrintendente poichè sarebbe bastato dire: "marito di una moglie" "ammogliato". Certo si è che lo stato matrimoniale, è da Paolo considerato come lo stato normale in cui trovasi ogni presbitero ed ogni diacono 1Timoteo 3:12. Sono gli apostati degli ultimi tempi che "vieteranno il maritarsi" 1Timoteo 4:3. L'imposizione del celibato come condizione per l'esercizio del ministerio è contraria allo spirito ed alla lettera delle istruzioni apostoliche, non meno che alle leggi di natura. Per Paolo il celibato è preferibile solo in date circostanze ed esige un dono speciale di continenza 1Corinzi 7. Qui la vita di famiglia è considerata come la condizione normale in cui il sovrintendente è chiamato a dare il buon esempio alla chiesa, e come la scuola ov'è messa alla prova la sua capacità di governare una famiglia più vasta.

Un numero ragguardevole d'interpreti considerano questa clausola come escludente dal presbiterato chi avesse contratto seconde nozze. Il candidato a questo ufficio non deve avere avuto in passato che una sola moglie, nè può contrarre, in caso di vedovanza, un secondo matrimonio. Così la chiesa greca che interdice ai suoi popi le seconde nozze. Così gli interpreti cattolici. Martini e Curci traducono: "che abbia preso una sola moglie". Così varii esegeti protestanti. Le ragioni che si fanno valere sono le seguenti:

a) il senso delle parole qui usate è precisato dal passo 1Timoteo 5:9 ove, parlando delle condizioni cui deve rispondere la vedova per essere iscritta nel catalogo delle vedove anziane; l'apostolo dice che non deve aver meno di 60 anni, esser stata "moglie di un sol marito", che s'interpreta univira. Accettando questo senso dell'espressione, resta però da vedere il perchè Paolo ponga questa condizione; se perchè consideri l'univira come più rispettabile moralmente, quando a 1Timoteo 5:14 ordina alle giovani vedove di rimaritarsi; o se per riguardo all'opinione generale, o perchè le più estese relazioni di parentela la pongono a riparo dal bisogno.

b) Si fa valere il carattere strano che un tale requisito avrebbe se si trattasse qui semplicemente di stabilire che il vescovo non deve essere poligamo, o adultero, o divorziato per ragioni non ammesse dalla morale evangelica. Soltanto, se andava da sè che non dovesse essere poligamo doveva pure andar da sè che dovesse essere sobrio, non dedito al vivo eco.

c) Si vede la ragione dell'esclusione delle seconde nozze nell'opinione sfavorevole che se ne aveva in Grecia ed a Roma, mentre la donna univira era ritenuta più onorevole. Il contrarre un secondo matrimonio sarebbe stato giudicato un segno di debolezza, d'insufficiente padronanza di sè. Quindi Paolo volendo che il carattere dei sovrintendenti e dei diaconi 1Timoteo 3:12. fosse superiore ad ogni critica nell'ambiente in cui dovevano esercitare il loro ufficio, avrebbe escluso chi avesse contratto un secondo matrimonio. Sarebbe questa una ragione di opportunità valevole solo in date circostanze e che non sussisterebbe più dove l'opinione non annette biasimo alcuno alle seconde nozze. Ma non è provato che il secondo matrimonio di un vedovo fosse considerato allo stesso modo che quello d'una vedova al tempo di Paolo; e questa considerazione, se pur fondata, c'era egli motivo di farla valere anche nel caso dei diaconi?

d) Si cita infine l'opinione di antichi scrittori contrarii alle seconde nozze, ritenute bensì legittime, ma non consigliabili ai cristiani. Hermas dice: Il vedovo che si ammoglia non pecca, ma se resta solo si acquista grande onore presso Dio. Clemente alessandrino: Paolo permette le seconde nozze. Chi le contrae non pecca... ma non raggiunge la perfezione della regola cristiana secondo l'Evangelo. Tertulliano essendo montanista condanna le seconde nozze in tutti i cristiani. Le Costituzioni Ap.: Chi si è unito in seconde nozze dopo il battesimo non può essere vescovo, presbitero o diacono. Gregorio di Nazianza: Le prime nozze sono legge, le seconde una tolleranza, le terze una trasgressione, le quarte una porcheria. Atenagora chiama il secondo matrimonio un "decente adulterio". Diversi concilii decretarono che fosse lecito ordinare chi era ammogliato, ma non fosse lecito a chi era stato ordinato il contrarre matrimonio o seconde nozze. Queste opinioni posteriori non risolvono però la questione esegetica che ci sta dinanzi; tanto meno che sono controbilanciate da quella degli antichi esegeti Girolamo, Crisostomo, Teodoreto, Teofilatto ed Ecumenio ed emesse quando, nella Chiesa, si accentuava la tendenza ad esaltare il celibato.

Questi antichi interpreti, e con loro i Riformatori e non pochi moderni, considerano la prescrizione apostolica come diretta non contro le seconde nozze, ma contro la poligamia permessa da taluni dottori giudei e praticata spesso dai pagani. La prescrizione è applicabile al caso di infedeltà coniugale in genere, dovendo il presbitero menare una vita ordinata e casta nel matrimonio; ovvero ancora al caso di disordini nati dalla facilità dei divorzi divenuti frequenti fra i Giudei come fra i pagani, perchè determinati da ragioni insufficienti di fronte alla legge di Cristo. Come nota il Godet, una moglie morta non è più una consorte; ma poteva presentarsi il caso di convertiti che fossero vissuti a lungo in relazioni illecite con una persona tuttora vivente; o la cui prima moglie, di poi divorziata, non fosse ancora morta. L'apostolo esige che la famiglia del vescovo sia cristianamente costituita, come vuole che sia cristianamente governata. Il pregiudizio che s'incontra nei secoli posteriori cortro le seconde nozze non ha fondamento nell'insegnamento di Paolo il quale autorizza esplicitamente, in conformità colla legge, le seconde nozze Romani 7:1; 1Corinzi 7:9,39-40 purchè "nel Signore"; anzi ne fa quasi un dovere alle giovani vedove 1Timoteo 5:8-14. Il proibirle al sovraintendente sarebbe in contraddizione colla morale evangelica ed esporrebbe il presbitero ai pericoli del celibato forzato. Non ci sono nel N.T. due morali; una per il "clero" e l'altra per i laici; e infatti i requisiti morali qui enumerati sono quelli della vita cristiana in genere. Non basta la condizione sociale, la ricchezza, la coltura o l'età per il presbiterato, qualora faccia difetto qualche importante requisito morale o religioso.

sobrio!

Diodati traduce "sobrio e vigilante"; ma per quanto i due concetti siano strettamente uniti e si trovino spesso accoppiati (1Tessalonicesi 5:6-8; 1Pietro 1:13; 5:8 e per il verbo solo 1Pietro 4:7; 2Timoteo 4:5), l'aggettivo νηφαλιος non esprime che il primo. Cfr. 1Timoteo 3:11 con Tito 2:2. E non è neanche necessario di intenderlo in senso traslato della sobrietà o moderazione nei sentimenti e nelle parole; basta il senso ordinario dell'esser regolato e parco in ogni cosa, specie nel mangiare e nel bere.

assennato

cioè sano e sobrio di mente, quindi non eccentrico od impulsivo, ma pieno di buon senso, ponderato, capace di serbar nelle cose la giusta misura. Cfr. 1Timoteo 2:9 e Tito 2:6 note.

dignitoso

esprime, secondo Teodoreto la esterna manifestazione, nel portamento, negli sguardi, nell'andatura, nel modo di trattare, della interna sobrietà di mente. È il contegno decoroso, convenevole, per bene.

ospitale

lett. amico dei forestieri e quindi disposto ad accogliere generosamente i cristiani perseguitati od in viaggio, i quali, in un tempo in cui la civiltà non offriva le comodità attuali, avevano speciale bisogno di trovare dove albergare in case amiche. I fratelli di passaggio erano naturalmente raccomandati ai presbiteri della chiesa. L'ospitalità è largamente raccomandata nel Nuovo Testamento. Matteo 25:35; 1Pietro 4:9; Ebrei 13:2; Romani 12:13; Tito 1:8.

atto ad insegnare

il che implica una conoscenza sufficiente della verità cristiana e degli errori ad essa contrarii. In Tito 1:9 il concetto è così espresso: "che si attenga fermamente alla fedel parola ch'è secondo la dottrina, affinchè sia capace d'esortare nella sana dottrina e di convincere i contradittori". Implica un qualche dono di parola per poter comunicar la conoscenza, ed anche la disposizione a far parte agli altri di quel che uno ha conosciuto e sperimentato per sè, ed a farlo con mansuetudine e pazienza: cfr. 2Timoteo 2:23-25. Questo requisito non implica però che tutti i sovraintendenti fossero dati all'insegnamento pubblico. Dal passo 1Timoteo 5:17 risulta che una parte soltanto dei presbiteri "faticava nella parola e nell'insegnamento"; ma tutti dovevano avere conoscenza e capacità sufficienti da poter applicare la verità cristiana ai casi pratici che loro si offrivano nell'esercizio delle loro funzioni, quando si trattasse o di riprendere o di correggere o di confortare o di render ragione della propria speranza.

3 non dedito al vino

Cfr. Tito 1:7. A 1Timoteo 3:8 dice "non dedite a molto vino". Etimologicamente παροινος significa uno che sta volentieri presso al vino, a bere: un bevitore. L'intemperanza nel vino anche quando non degeneri, come facilmente avviene, in ubriachezza, va congiunta nelle Epistole coi disordini carnali ed è contraria allo sviluppo della vita spirituale Efesini 5:18; Galati 5:21.

non percotitore

ossia di abitudini violente e manesche proprie di un carattere impetuoso e collerico. L'aggettivo reso: "disonestamente cupido del guadagno" non è autentico.

ma arrendevole

o mite, benigno, che non insiste in modo intransigente sopra ogni suo diritto;

alieno dalle contese

o pacifico, non battagliero. Cfr. Tito 3:2; 2Timoteo 2:24: "il servo del Signore non bisogna che contenda, ma che sia benigno inverso tutti..."

non amante del danaro,

interessato, dominato dalla passione di acquistare o conservare denaro. Cfr. 1Timoteo 6:10; Ebrei 13:5; Luca 16:14. Paolo dice di sè: "Quanto a me volentieri spenderò e sarò speso per le anime vostre..." 2Corinzi 18:15.

4 1Timoteo 3:4-5: si riferiscono alla vita del sovrintendente come capo di famiglia. Nella sfera più ristretta della vita di famiglia ch'è lo stato normale in cui vive e ha da vivere il presbitero, egli deve mostrare quelle attitudini che sono richieste per il governo della chiesa.

che governi bene la propria famiglia, tenendo i figli nella sottomissione congiunta ad ogni onoratezza.

La famiglia include la moglie, i figli, i servi. Ad essa deve presiedere bene il vescovo mostrandosi marito, e padre e padrone cristiano esemplare. In ispecie deve tenere i figli in quella sottomissione rispettosa ed amorevole verso i genitori ch'è il primo dovere dei figli e disciplina salutare per loro Efesini 6:1-3. Le parole che seguono sono riferite da alcuni al sovraintendente, come se indicassero la serietà colla quale ei deve accingersi alla educazione dei suoi figliuoli. Diodati traduce "con ogni gravità" e Martini "con perfetta onestà". Ma la particella μετα (insieme con) non ha senso strumentale e la troviamo spesso nelle Pastorali per esprimere l'idea di congiunzione, di accompagnamento. Esemp. 1Timoteo 1:14; 2:9,15; 4:3-4,14; 6:6; 2Timoteo 2:10 ecc. Si potrebbe quindi parafrasare "sottomissione, accompagnata da, o congiunta ad ogni onoratezza". L'inciso va riferito ai figli che devono unire all'ubbidienza verso i genitori una condotta onesta, onorata di fronte al mondo. Il passo parallelo Tito 1:6 corre così: "avendo dei figli fedeli, che non siano accusati di dissolutezza nè insubordinati".

5 ma se uno non sa governare la sua propria famiglia, come prenderà egli cura della chiesa di Dio?

La famiglia è una piccola chiesa, come la chiesa è una grande famiglia. Per cui se uno si fosse rivelato incapace di governare quella piccola società ch'è la sua famiglia, ove la sua autorità si esercita in modo più diretto e costante, ch'è sua in senso speciale, se ne dovrebbe dedurre ch'egli non è in grado di sovraintendere con cura e diligenza agli interessi della chiesa. La chiama chiesa di Dio per farne rilevare l'alta dignità. Chi non è stato fedele nel poco, potrà egli esserlo nel molto? Chi non ha curato la propria famiglia, avrà egli cura della famiglia di Dio?

6 Il ver. 6 prescrive che il candidato al presbiterato non solo debba essere sinceramente convertito, ma debba possedere un certo grado d'esperienza religiosa.

che non sia un neofito,

lett. una pianta novella, cioè una persona di fresco convertita, nata da poco alla vita della fede. L'apostolo non determina un tempo fisso per misurar il grado della maturità religiosa, perchè non è cosa che dipenda solamente dal tempo; ma vuole che il sovrintendente sia passato per un periodo di prova durante il quale abbia potuto radicarsi nella conoscenza della verità e nell'esperienza della grazia di Cristo, altrimenti sarà come un coscritto chiamato a condurre alla guerra dei soldati più provetti di lui. Ciò non è utile alla chiesa ed è inoltre pericoloso per lui stesso:

che talora gonfiato [di superbia], non incorra nel giudicio [in cui è incorso] il diavolo.

Paolo dice solo gonfiato come di fumo o di vento, ma s'intende di superbia, di orgoglio, per la sua elevazione al presbiterato. L'occupare una carica ecclesiastica quando gli manca l'esperienza della sua propria debolezza, può indurlo a credersi qualcosa mentre non è nulla. Dopo la sua conversione, Paolo avea passato tre anni in Arabia prima d'incominciare veramente il suo apostolato; e gli altri apostoli Gesù li volle con sè per tutto il corso del suo ministerio. Lo zelo ardente che contraddistingue i neofiti può facilmente creare delle illusioni; ma l'entusiasmo non può tener luogo dell'esperienza nel presbitero. Timoteo stesso, chiamato all'evangelizzazione ancor giovane, si era educato al ministerio nella compagnia di Paolo. Il giudicio del diavolo s'intende da alcuni delle accuse della gente nemica del Vangelo e che volentieri diventa "calunniatrice". Ma negli scritti di Paolo "il diavolo" si applica non ai calunniatori in genere ma a colui che personifica la menzogna: Satana Efesini 4:27; 6:11; 2Timoteo 2:26. Si tratta piuttosto del giudicio di condannazione nel quale è incorso il diavolo quando, per orgoglio, si ribellò contro a Dio. (Cfr. Giuda 6,9; 2 Pietro 2:4.)

7 Bisogna ch'egli abbia ancora una buona testimonianza da parte di quei di fuori, affinchè non cada in vituperio e nel laccio del diavolo.

Oltre a tutto il resto che dev'essere evidente più specialmente ai membri della chiesa, conviene che il candidato alla sovrintendenza goda di una buona riputazione presso coloro che non fanno parte della chiesa, che son "di fuori". Cfr. 1Corinzi 8:12-13; Colossesi 4:5; 1Tessalonicesi 4:12. Non importa se lo assalgono per la sua fede cristiana, ma il suo carattere morale deve comandare il rispetto, altrimenti egli non è in condizione da disimpegnare con frutto il proprio ministerio. Cade in vituperio, è esposto, cioè, ai vituperii di coloro che lo conoscono e gli rinfacciano la sua condotta presente o passata. Ci son dei casi in cui la confessione aperta dei peccati anche gravi di prima ha reso possibile ai convertiti l'esercizio del ministerio: esempi: Paolo stesso, Agostino, ecc.; ma ci sono pure dei casi in cui la natura disonorevole dei peccati passati rende impossibile al convertito l'entrata nel presbiterato. Altrimenti espone sè e la chiesa al vituperio. L'espressione il laccio del diavolo che occorre anche 2Timoteo 2:26 accenna all'astuzia ed abilità colle quali il diavolo sa valersi di ogni circostanza per nuocere ai fedeli ed all'opera di Dio. Egli è come un cacciatore che tende i suoi lacci in attesa della preda. Chi, non godendo buona riputazione, fosse scelto a presbitero, incapperebbe nella rete tesagli dal diavolo, poichè gli mancherebbero la sicura coscienza e l'autorità morale necessaria ad esercitare con franchezza il proprio ufficio, e coinvolgerebbe la chiesa nel vituperio al quale verrebbe esposto. Meglio dunque per lui viver da cristiano nella sfera privata. In 1Timoteo 5:22 Paolo torna a raccomandare a Timoteo di "non imporre con precipitazione le mani ad alcuno e di non partecipare ai peccati altrui", come farebbe quando accettasse nel presbiterato persone di non specchiata riputazione.

AMMAESTRAMENTI

1. Di fronte alle varie e complicate gerarchie ecclesiastiche sorte nel corso della storia posteriore della Chiesa, uno resta colpito dalla semplicità della costituzione ecclesiastica dei tempi apostolici. Presbiterato e diaconato sono le due sole cariche di cui facciano parola le Epistole pastorali: l'una destinata alla cura spirituale, l'altra alle cure più materiali di ogni chiesa locale. In Efeso assistiamo al periodo di fondazione, quando la chiesa è diretta da un apostolo, poi a quello di transizione in cui la chiesa possiede di già una organizzazione locale coi suoi anziani e diaconi, ma ha bisogno d'essere ancora guidata da un delegato e collaboratore dell'apostolo, finalmente, quando Timoteo è richiamato da Paolo la chiesa fa da sè. Che a scopo di affratellamento e di ordine, le varie chiese di una regione abbiano poi delle assemblee rappresentative le quali veglino sugli interessi della collettività e deleghino ad eseguire le loro decisioni un collegio d'uomini od un uomo solo, ciò è in armonia collo spirito di ordine, di libertà democratica e di pratica sapienza inculcato dagli apostoli; ma è ben diverso dalla tendenza che prevalse, nei tempi di corruzione, a modellare la costituzione della Chiesa di Dio su quella dell'impero romano, per giungere da ultimo ad accentrare tutti i poteri in un'unica persona.

2. Il presbiterato non è un ufficio decorativo od onorifico ma è un'opera, opera di direzione, di sorveglianza, d'insegnamento, di cura d'anime; è un'opera perchè serve al compimento dei disegni di Dio nel mondo, e mira al bene supremo degli uomini; è quindi legittimamente desiderabile quando lo si brami non per mondana ambizione o per alcun interesse inferiore, ma per meglio servire alla causa di Cristo ed alla salvezza degli uomini. Fa quindi cosa santa chi incoraggia il pio desiderio dei giovani adatti al ministerio, chi sovviene alle necessità dei più poveri, come chi si adopera affinchè le Scuole di Teologia rispondano all'alto loro fine.

3. Paolo esige da chi deve sovraintendere ad una chiesa un carattere moralmente incensurabile ed in armonia colle funzioni cui è chiamato. Esige che abbia una sufficiente conoscenza della verità e la capacità d'insegnarla; che sia di esempio nel governo della sua famiglia, che non sia novizio e goda buona riputazione anche presso gli estranei alla fede. Quanta semplicità, quanta elevatezza morale e quanta ragionevolezza in questi requisiti! Religione e vita morale sono inseparabili e la coscienza umana non accetta come ministro del Vangelo di Cristo se non chi si separa dal male e predica coll'esempio non meno che colle parole. Il divorzio tra la predicazione e la vita rende sterile, anzi nocivo, il ministerio anche di chi ha molte capacità.

Ogni volta che la Chiesa si è scostata da qualcuna di queste prescrizioni, è andata incontro a gravi danni per sè e per coloro ch'essa ha collocati in un ufficio al quale Dio non li avea chiamati. Nè si può dire che l'esperienza del passato abbia preservato del tutto le chiese dei nostri giorni dal fare le loro amare esperienze a questo riguardo.

4:Se era giudicato utile ai tempi apostolici che il Sovrintendente desse l'esempio della vita di famiglia e in quella cerchia più ristretta ed intima fornisse la prova delle sue attitudini a condurre la chiesa, è forse cessata, in oggi, l'utilità anzi la necessità di, un tale esempio e di una tale scuola? La storia del celibato ecclesiastico nelle sue relazioni colle famiglie è una riprova, pur troppo triste, della sapienza delle prescrizioni apostoliche. Tuttavia perchè la famiglia del presbitero possa essere di esempio alle altre, convien che egli abbia gli occhi aperti nella scelta di una consorte, guardando più alle qualità morali ed alla pietà, che non alla bellezza, alla ricchezza, o altri esterni pregi. Conviene del pari che le molteplici occupazioni non l'inducano a tralasciare i doveri verso la famiglia.

8 Sezione B. 1Timoteo 3:8-13. I REQUISITI PER IL DIACONATO.

Accanto al presbiterato, le chiese apostoliche avevano, come ufficio permanente, il diaconato. Creato per sgravare i banditori del Vangelo dalle cure materiali inerenti alla distribuzione dei soccorsi ai poveri Atti 6, l'ufficio era destinato ad esser come la mano della chiesa recante l'aiuto opportuno al fratello bisognoso, ammalato o forestiere. Il raccoglier le offerte ed il distribuirle, era quindi parte essenziale dei doveri dei diaconi. Ha ragione però il Meyer quando osserva che la sfera di attività dei diaconi non è chiaramente determinata in alcun luogo del Nuovo Testamento, il più esplicito essendo Atti 6. Quanto ai requisiti per l'ufficio, la sezione che esaminiamo è la sola che, con Atti 6:3, ne faccia parola. In Tito 1 non è mentovato il diaconato, forse perchè già stabilito nelle chiese di Creta.

Parimente bisogna che i diaconi siano rispettabili.

Diaconi qui nel senso ufficiale come Romani 16:1. La parola significando propriamente inserviente o servitore, si trova come il verbo ed il sostantivo corrispondenti (diaconia e diaconein) usata nel suo senso generico Matteo 20:26; 22:13; Giovanni 2:5. In Romani 13:4 i magistrati son detti i "diaconi" di Dio e in 2Corinzi 2:15 i falsi apostoli i "diaconi" del diavolo. I predicatori del Vangelo sono chiamati i "diaconi" ossia ministri della Parola. Cfr. 1Timoteo 4:6; 1Tessalonicesi 3:2; Colossesi 1:7,23; 2Corinzi 6:4; 3:6. Il parimente si riferisce ai requisiti enumerati nella sezione antecedente per il presbiterato. Come si deve badare a sceglier per quell'ufficio delle persone atte per ogni verso a disimpegnarlo, così devesi fare rispetto all'altro ufficio permanente, il diaconato. Perchè l'ufficio è diverso, perchè concerne l'amministrazione della beneficenza e degli interessi materiali, non vuol dire che si debbano scegliere con minor cautela le persone. I diaconi sono funzionari della chiesa chiamati a coadiuvare i sovrintendenti in cose delicate e sacre; perciò bisogna che posseggano le qualità e le virtù qui enumerate. Anzi tutto, devono essere persone rispettabili per carattere, onorevoli. La Vulgata "pudicos", seguita dal Martini, limita troppo il senso.

non doppi in parole,

che non dicano oggi sì, domani no; all'uno una cosa ed all'altro il contrario; che mantengano quello che promettono. Revel traduce "scevri di duplicità". "Adulatori e maldicenti son doppi in parole" (Henry). I diaconi essendo chiamati a venire a contatto con molti fratelli, devono essere veritieri e leali se vogliono conservare la fiducia della chiesa. Altrimenti perdono ogni autorità morale e sono esposti ad ogni sospetto.

non dati a molto vino,

sobrii nel bere. Paolo lo esige dal presbitero 1Timoteo 3:3 e lo mentova come dovere speciale delle donne attempate in Tito 2:3. Non si tratta qui delle agapi solamente; ma è dovere generale. Come osserva Meyer, i diaconi dovendo recarsi nelle case dei fratelli potevano esser tentati, se troppo amanti del vino, di approfittare dell'altrui ospitalità per soddisfare questa passione. Inoltre chi non è regolato nel bere, di solito non tiene a freno la propria lingua.

non portati a disonesto guadagno.

Lo stesso composto ritrovasi Tito 1:7 e l'avverbio in 1Pietro 5:2. Parlando di certi cianciatori d'origine giudaica, Paolo dice che insegnano quel che non si deve "per un disonesto (o turpe) guadagno" Tito 1:11. Il Grimm traduce la parola: "avidi di turpe lucro". Implica l'amor del denaro di cui a 1Timoteo 3:3, ma oltre a questo anche la disonestà dei mezzi adoprati per procurarselo. È necessario che il candidato al diaconato abbia mostrato nella sua condotta antecedente, nella gestione dei proprii affari, di essere alieno da ogni guadagno ottenuto con mezzi riprovevoli; altrimenti qual garanzia potrà la chiesa avere ch'egli non faccia come Giuda che teneva la borsa comune ed era ladro? Si richiede in chi deve maneggiare il denaro della comunità, distribuire soccorsi, procurare dei generi destinati ai poveri ecc., la massima delicatezza di coscienza, la più austera onestà. Chi non è fedele nelle piccole cose, non lo sarà nelle grandi.

9 Che ritengano il misterio della fede in una coscienza pura.

Che cosa è il misterio della fede? "Mistero" ( μυστηριον) nel N.T. non significa una cosa incomprensibile per l'uomo; ma semplicemente una cosa che l'uomo non è in grado di conoscere da sè; che gli rimane quindi nascosta finchè Dio non gliela riveli. Taluni fatti o futuri o suprasensibili che fanno parte del piano di Dio sono chiamati dei misteri. Così la restaurazione futura d'Israele; la trasfigurazione dei cristiani viventi all'avvento di Cristo; così l'unione mistica di Cristo e della Chiesa Romani 11:25; 1Corinzi 15:51; Efesini 5:32. Misterio di Dio è pur chiamato il piano eterno di Dio per la salvazione, nascosto alle antiche età, ma rivelato a suo tempo. Dio ne è l'autore, e ne ha regolato la dispensazione, o l'economia 1Corinzi 4:1; Colossesi 2:2; Efesini 1:9; Apocalisse 10:7. Talvolta si chiamerà "il misterio di Cristo", "il misterio dell'Evangelo", perchè Cristo e la salvazione assicurata in lui ad ogni credente, senza distinzione, ne sono il contenuto essenziale Colossesi 4:3; Efesini 3:4. Fede, poi, non significa, negli scritti di Paolo, verità o dottrina cristiana; bensì la fiducia del cuore. L'espressione "mistero della fede" vorrebbe dire, secondo gli uni, il misterio che consiste nella fede stessa, la quale, come dice L. Bonnet, è "misteriosa nella sua natura e nel suo oggetto". Codesta fede spirituale che parte dal cuore e poggia sul Cristo invisibile, che resta pertanto nascosta all'occhio dell'uomo, i diaconi la devono conservare in una pura coscienza. Secondo altri, "mistero della fede" significa misterio afferrato dalla fede, oggetto della fede. Così Reuss: "il misterio della fede è dunque l'insieme dei fatti rivelati dall'apparizione di Cristo e che sono l'oggetto della fede cristiana". In altre parole, è l'Evangelo della grazia. Questo prezioso tesoro ch'è il contenuto o l'oggetto della fede, i diaconi lo devono serbare e custodire in un recipiente adatto ove non corra pericolo di alterarsi o di andar disperso; e questo è una coscienza pura, non macchiata da disonestà o da indelicatezza. Si confr. quanto ha detto 1Timoteo 1:5; 19:20. Come pure 1Timoteo 4:2; 2Timoteo 2:19.

10 Ed anche questi siano prima esaminati; poi servano come diaconi se sono incensurabili.

Per i presbiteri l'apostolo esigeva che la loro fede fosse stata provata per un certo tempo, talchè non fossero novizii in fatto di esperienza religiosa. Anche per i diaconi, è necessaria una simile garanzia, Bisogna che abbiano dimostrato per un tempo sufficiente di possedere i requisiti necessarii all'ufficio. Dicendo che devono esser prima esaminati o "provati", Paolo non vuol parlare di un esame teorico cui si debbano sottoporre i candidati; e neppure esige che facciano per un certo tempo un tirocinio pratico del diaconato; ma vuole che la chiesa, per mezzo dei suoi presbiteri o per mezzo del delegato apostolico, non ammetta al diaconato persone non ancora ben conosciute; che usi nella scelta di molte cautele, facendo sulla loro fede, integrità morale, capacità e condotta, tutte le necessarie investigazioni. Se, da una simile prova od inchiesta, risultano incensurabili, allora servano come diaconi, cioè siano ammessi alle funzioni del diaconato. L'aggettivo ανεγεκλητος (incensurabile) è sinonimo dell'"irreprensibile" di 1Timoteo 3:3 e vale propriamente: che non può essere chiamato in causa od incolpato, quindi incensurabile, inappuntabile.

11 Siano parimente le donne rispettabili, non calunniatrici, sobrie, fedeli in ogni cosa.

È chiaro che parlando qui di donne Paolo non intende ragionare delle donne cristiane in genere e neppure collettivamente delle mogli dei presbiteri e dei diaconi. L'istruzione apostolica si riferisce o alle mogli dei diaconi (le loro mogli, come porta la diodatina), od alle diaconesse come stimarono gli antichi interpreti, seguiti da molti moderni. È da notare che, nè qui nè in Tito 1. Paolo ha detto alcunchè delle qualità delle mogli dei presbiteri; non è quindi probabile che voglia dare delle istruzioni solo per le mogli dei diaconi. Manca infatti nel testo una qualsiasi indicazione che mostri trattarsi qui delle mogli dei diaconi. Perchè non scrivere, in tal caso: "le loro mogli "? D'altra parte è innegabile che nelle chiese apostoliche c'erano delle diaconesse che si occupavano specialmente delle donne Romani 16:1:Plinio parla nella sua lettera a Traiano, di "quelle che son dette ministrae". Ora, data l'esistenza di donne cristiane aventi un tale ufficio non può sorprendere che Paolo faccia cenno dei requisiti che devono possedere e lo faccia nella sezione che tratta del diaconato. Il parimente di 1Timoteo 3:8 che riappare qui, sembra che accenni ad una categoria distinta di funzionari, i quali Paolo è costretto a chiamar donne perchè il greco non ha il femminile "diaconessa". D'altronde, della famiglia del diacono l'apostolo parlerà in 1Timoteo 3:12. Dalle donne cristiane, vedove o maritate, a cui si affidavano le funzioni del diaconato femminile, Paolo esige che siano persone rispettabili per il loro carattere, non calunniatrici. Venendo in relazione con molte famiglie, se avessero il difetto molto comune al loro sesso d'aver la lingua lunga e maldicente; e andassero spargendo di casa in casa, a carico di altri, delle maldicenze, dei giudizii falsi, delle calunnie, invece di far del bene alla chiesa, le farebbero un gran male; tanto più che nell'esercizio delle loro funzioni avrebbero occasione di conoscere molte miserie e debolezze. Quindi non devono essere chiacchierone, ma scrupolosamente rispettose della verità e dell'altrui riputazione. Sobrie cfr. 1Timoteo 3:2,8; Tito 2:3. Fedeli in ogni cosa degne «di piena fiducia così per la loro discrezione, per il loro tatto, come per la loro delicatezza nell'amministrare i soccorsi materiali.

12 Tornando ai diaconi, Paolo prescrive che abbiano ad essere, come i presbiteri, dei modelli nella loro vita di famiglia.

I diaconi siano mariti di una sola moglie,

non ci sia nulla da ridire riguardo al modo com'è costituita la loro famiglia. Cfr. 1Timoteo 3:2.

governando bene i loro figliuoli e le loro proprie case.

Cfr. 1Timoteo 3:4.

13 Perciocchè coloro che avranno ben servito come diaconi, si acquistano un bel grado e molta franchezza nella fede ch'è in Cristo Gesù.

Questa chiusa è intesa a servire d'incoraggiamento ai diaconi il cui ufficio spesso difficile e sempre umile, poteva essere meno desiderato. Nei tempi che seguirono, il diaconato fu ritenuto di molto inferiore al presbiterato e questo a sua volta, distinto dall'episcopato, gli fu ritenuto inferiore. Ma in che consiste la buona posizione od il "bel grado" che i diaconi fedeli si acquistano? Il termine βαθμος vale propriamente un "gradino" di una scala, quindi si è creduto che Paolo accennasse qui alla prospettiva di un avanzamento ad un grado superiore della gerarchia. Ma Paolo non dice; un grado "superiore" ma semplicemente un "buon" grado ed infatti non considera le cariche nella chiesa come degli onori, bensì come delle funzioni rispondenti alle attitudini ricevute. Poi non è nelle sue abitudini di valersi di motivi che sappiano d'ambizione. Nell'età apostolica non v'è traccia di questo passar dall'ufficio di diacono a quello d'anziano. Altri hanno creduto che Paolo volesse parlare di un grado eccellente di gloria nel mondo avvenire, citando come passo analogo 1Timoteo 6:19: "tesoreggiando per sè stessi un buon fondamento per l'avvenire." L'idea non è contraria all'insegnamento di Paolo; ma sarebbe qui espressa in molo poco evidente. Meglio applicare l'immagine alla posizione onorata che il diacono si acquista in mezzo ai suoi fratelli, i quali imparano a rispettare, a stimare, ad onorare l'uomo che ha compiuto fedelmente, per un non breve periodo di tempo, le delicate ed umili funzioni del diaconato. Si sono abbassati nel servire gli altri; ma hanno acquistata per sè la soddisfazione di vedersi circondati dalla stima e dall'affetto della chiesa. Questa loro posizione implica la possibilità di esercitare una più larga influenza per il bene, anche per via di esortazioni pubbliche. I primi diaconi erano stati anche zelanti e potenti evangelisti. Alla cresciuta stima dei fratelli si aggiunge la molta franchezza nella fede ch'è in Cristo G. Non si tratta nè di franchezza nell'insegnamento della verità, nè di sola forza morale o di più saldo coraggio in tutto quel che riguarda la religione; e neppure di franchezza di fronte alla chiesa; bensì della cresciuta libertà filiale dinanzi a Dio; della cresciuta individuale certezza della salvazione, certezza ch'è fondata sempre "nella fede in Cristo" e non esiste fuori di quell'ambiente, ma ch'è pure il frutto, nel credente, della pratica coscienziosa e perseverante del dovere conosciuto. Si confr. per concetto analogo, 2Timoteo 4:6-8; 2Pietro 1:11; 1Giovanni 2:28; 3:21.

AMMAESTRAMENTI

1. Fin dal principio, ispirandosi all'esempio ed ai precetti di Cristo, la Chiesa prese cura dei poveri, degli infermi, delle vedove, degli orfani e dei forestieri. Le cure della beneficenza furono quelle che, diventando troppo gravi per gli apostoli, diedero origine al diaconato in Gerusalemme. Le opere della carità sono uno dei frutti più visibili del cristianesimo. Per quanto faccia, la carità privata non giunge a lenire tutti i dolori ed è necessario, perciò, organizzare la beneficenza, affinchè anche in questo ogni cosa sia fatta con ordine. Ma coloro i quali, diaconi o no, sono la mano della chiesa nel soccorrere, devono essere animati dallo Spirito di Cristo, altrimenti i soccorsi della carità vengono a perdere il loro profumo più soave. Secondo la parola arguta e profonda di Amalia Sieveking: "L'anima della carità è la carità verso l'anima".

2. Molte cose secondarie in quanto concerne la scelta dei diaconi sono lasciate alla libertà ed alla saviezza delle chiese. Tocca a loro decidere quando sia giunto il momento d'istituire dei diaconi nel proprio seno, quale ne debba essere il numero, quale la durata del servizio se il servizio è a tempo. Nulla è prescritto circa la loro età, il loro grado d'istruzione, la loro condizione sociale ecc. Ma le istruzioni apostoliche sono tassative circa la necessità di fare, per i diaconi come per i presbiteri, un'accurata inchiesta per sapere se i candidati posseggano i requisiti indispensabili all'ufficio: rispettabilità, veracità, sobrietà, specchiata onestà, fede sincera, vita di famiglia esemplare. Collo sviluppo delle chiese si sono accresciute le responsabilità dei diaconi, poichè si è dovuto pensare al sostentamento dei ministri della Parola, ai locali del culto, alle istituzioni della beneficenza, alle necessità delle opere missionarie ecc. Sono quindi tanto più indispensabili le qualità richieste da coloro cui è affidata gran parte dell'amministrazione materiale delle chiese. S'intende come dal cuore di un Chalmers preoccupato delle necessità d'una Chiesa separata dallo Stato potesse salire questa preghiera: "Spandi, o Dio, lo Spirito di grazia su quanti tengono un ufficio nella Chiesa; e mentre provvedi operai per la proclamazione del Vangelo, ti preghiamo di provvederne in buon numero e di competenti per tutti gli altri ufficii necessarii alla Chiesa. Più specialmente ti preghiamo di fornirci a sufficienza di diaconi che possano liberare i ministri dalle occupazioni secolari che si accumulano su di loro".

3. Se si considerano le donne di cui a 1Timoteo 3:11 come mogli dei diaconi, ci sarà da ricavare dalle prescrizioni che le riguardano, il dovere per chi cuopre o si prepara a coprire un ufficio ecclesiastico, di scegliere per sua compagna una sorella che gli sia un aiuto convenevole anzichè un inciampo nell'esercizio del suo ministerio. Ma sia in questo, come nell'altro caso più probabile che qui si parli delle diaconesse, è da notare la parte onorevole che il cristianesimo assegna all'attività femminile in seno alla Chiesa. Il Salvatore che volle nascere da una donna, esser nudrito, vestito e curato da una donna nella sua infanzia, ebbe a grado di esser durante il suo ministerio oggetto delle cure quasi materne di alcune donne che "lo servivano coi loro beni", che confortarono colla loro simpatia le sue ore estreme, composero nella tomba il suo corpo, e ricevettero altresì il suo primo messaggio all'alba della risurrezione. I soli profumi che furon versati sul capo e sui piedi di Gesù furono sparsi da mani femminili. Dorcas in Ioppe sparge il profumo delle sue buone opere Atti 9:36; Febe è diaconessa nella chiesa di Cencrea; Priscilla collabora con zelo alle opere missionarie, le diaconesse, le vedove anziane lavorano in Efeso; le figlie di Filippo con altre donne di Corinto son profetesse, le spose, le madri cristiane glorificano Dio nella famiglia... In molte guise confacenti alle sue attitudini è la donna cristiana chiamata a servire il Signore. Ai nostri giorni si sono aggiunte le funzioni dell'insegnamento e dell'educazione dei bambini dei due sessi, mentre il diaconato femminile nelle singole congregazioni va ristabilendosi e si allarga l'azione delle diaconesse che, strette in corporazioni, ministrano ai malati negli ospedali, agli orfani, od ai ricoverati in molteplici rifugii. Non mancano alle donne cristiane libere di sè, e disposte a consacrare le loro forze al Signore, le vie aperte dinanzi a loro.

14 

PARTE QUARTA

ISTRUZIONE SULL'ALTA MISSIONE DELLA CHIESA E SUL COME TIMOTEO VI DEVE CORRISPONDERE

1Timoteo 3:14-4:16.

Stando alla divisione dei capitoli ed all'opinione di parecchi interpreti, gli ultimi versetti del Captiolo III andrebbero connessi col precedente di cui sarebbero la chiusa. Ed è chiaro che quando Paolo dice: lo ti scrivo queste cose..., egli allude anzitutto a quanto ha scritto nei due paragrafi precedenti; ma siccome non c'è ragione per credere che Paolo avesse in animo di terminare qui la sua lettera, il "queste cose "include anche le direzioni che l'apostolo ha in animo di dare nel resto della lettera e che si riferiscono, come le prime, alla condotta di Timoteo qual ministro della Chiesa. D'altra parte, l'accenno alla missione della Chiesa qual colonna della verità non si connette con quel che precede, bensì coll'annunzio che segue al Capitolo IV di future apostasie dalla verità salutare.

1Timoteo 3:14-16 formano dunque la transizione dalla Parte III alla IV, ma vanno posti a capo della quarta perchè contengono una definizione della missione della Chiesa a cui si riannodano, tanto l'annunzio di errori futuri, come le direzioni date a Timoteo qual ministro della verità.

La Parte IV si divide in tre sezioni:

Sez. A. 1Timoteo 3:14-16: La Chiesa colonna e base della verità salutare.

Sez. B. 1Timoteo 4:1-5: Gli errori che minacciano la fede.

Sez. C. 1Timoteo 4:6-16: Ingiunzione a Timoteo di attendere a sè stesso ed all'insegnamento della sana dottrina.

Sezione A. 1Timoteo 3:14-16. LA CHIESA COLONNA DELLA VERITÀ.

Ti scrivo queste cose colla speranza di venire, più presto che posso, da te; ma, se lo tardassi, acciocchè tu sappia come bisogna condursi nella casa di Dio ch'è la Chiesa del Dio vivente, colonna e base della verità.

Quali fossero i piani di Paolo allorchè scrisse questa lettera non possiamo dire. La speranza ch'egli nutre di venire anche presto (la lezione prescelta dai critici ταχιον si spiega: "più presto che posso", o più presto di quel che ora io creda), ad ogni modo non consente di collocar la lettera poco dopo la partenza di Paolo da Mileto alla volta di Gerusalemme Atti 20, perchè in allora Paolo pensava recarsi in Occidente ed è probabile che in quel viaggio Timoteo, il quale è associato all'apostolo nelle lettere ai Colossesi, a Filemone, ai Filippesi, lo accompagnasse.

15 L'incertezza in cui Paolo si trovava ci ha valso, nella provvidenza di Dio, una lettera piena di preziose direzioni sulla condotta che il ministro deve tenere nella Chiesa di Cristo. A meglio mettere in luce la responsabilità di Timoteo come servo di Dio, la Chiesa è chiamata la casa di Dio. Altrove Paolo la chiama l'edificio, l'abitacolo, il tempio di Dio Efesini 2:19-21; 1Corinzi 3:9 e Pietro una casa spirituale 1Pietro 2:5. Cf. Ebrei 3:2-5. Dio infatti n'è il fondatore ed il proprietario, in essa ei si compiace di abitare e di spiegare le ricchezze della sua grazia. Essa realizza spiritualmente il simbolo del tempio antico ove Dio manifestava la sua presenza ed era adorato. Ogni chiesa particolare è casa di Dio, come lo è, nella sua grande unità spirituale, la Chiesa nel suo insieme. Dio essendo Dio di ordine, di santità, di verità, di amore, tutto nella sua casa deve uniformarsi allo Spirito del Signor della casa. Egli è l'Iddio vivente che tutto vede, che sente, che agisce e che giudica i suoi servi.

Le parole colonna e base della verità sono da alcuni connesse con quel che segue e poste a capo di una nuova frase relativa al mistero di pietà. Così la versione Revel: "Colonna e fondamento della verità e, senza contrasto, grande è il misterio della pietà..." Sè non che, la frase cominciata in modo insolitamente brusco, invece di segnare un crescendo nella descrizione del misterio di pietà andrebbe scemando di forza e si risolverebbe in fine in una tautologia. Cos'è infatti il misterio della pietà se non la verità stessa che ha per centro il Cristo? La verità sarebbe dunque proclamata colonna della verità. Meglio assai, colla maggior parte degli esegeti, connettere le parole in questione colla "chiesa di Dio" e considerarle come una splendida definizione della missione della Chiesa nel mondo. Il rapido passare da una immagine all'altra non può sorprendere in uno scrittore così ricco di pensieri come lo è Paolo. Le colonne sono quelle che nei grandi edifizii, nei templi, sostengono gli archi, il tetto; sono quindi parti importanti dell'edifizio. Cfr. Apocalisse 3:12; Galati 2:9. La parola che rendiamo base ( εδραιωμα), che il Diodati tradusse "sostegno", Mass. Teofilo "puntello" e la Vulgata "firmamentum" indica ciò su cui una cosa è assisa o poggia saldamente; qui ov'è in relazione con una colonna si tratta del piedistallo o della base più larga su cui poggia il fusto della colonna stessa, quasi dicesse: colonna e colonna piantata sopra una salda base.

Gl'interpreti cattolici vedono in queste parole affermata l'autorità, anzi l'infallibilità dottrinale della Chiesa romana. "Il v. 15, scrive il Curci, fu sempre considerato come uno dei testi più efficaci a dimostrare l'infallibilità della Chiesa, nè vi è bisogno di spiegazione; tanto è per sè manifesto! È egli possibile che nella casa di Dio entri mai l'errore? Può mai esserne offesa una istituzione stabilita da Dio per essere sostegno solidissimo della verità"? Il Martini, prima dell'interprete gesuita, commentava così: "Questa Chiesa è la colonna e l'appoggio della verità perchè siccome la colonna sostiene e tiene in alto l'edificio, così la Chiesa sostiene la vera dottrina di fede ed è custode della verità da cui ella non può allontanarsi giammai e questa verità medesima, ella è che la rende visibile a tutti gli uomini". Notiamo in proposito;

1° Che Paolo scrivendo queste parole pensava anzitutto alla chiesa d'Efeso di cui Timoteo era pastore. L'applicarlo alla frazione romana della Chiesa, frazione che costituisce oggigiorno una minoranza della cristianità ed una minoranza che non va distinta nè per coltura, nè per attaccamento alla dottrina apostolica, nè per vita religiosa, è segno di grande audacia si, ma di scarso senso della realtà.

2° Lo scopo di Paolo in questo contesto, non è di esaltare i privilegii e le prerogative della Chiesa di Dio, nè di porre in risalto le promesse a lei fatte. Egli scrive invece per mostrare a Timoteo la condotta da tenere quale ministro della Chiesa e, per fargli sentire tutta la responsabilità che gl'incombe, egli descrive la Chiesa come la casa in cui l'Iddio vivente vuole abitare ed essere onorato e servito, come la colonna e la base della verità ch'essa è chiamata a sostenere, a difendere, a tenere alta ed onorata nel mondo. È questa la nobile missione affidatale e ad essa deve ispirarsi l'attività dei suoi ministri e di tutti i fedeli. "Voi siete la luce del mondo". "Voi mi sarete testimoni". "Predicate l'Evangelo ad ogni creatura". E perciò Timoteo deve nutrir di verità la chiesa, premunirla contro l'errore, combattere tutte le deviazioni dalla verità. Ma altra cosa è il dovere, il compito, la missione cui è chiamata la Chiesa, altra cosa è il modo in cui ella risponde a cotesta missione. I cristiani tutti "sono santi" per vocazione, ma ciò non vuol dire che lo siano in realtà.

3° Dal contesto risulta; che fin d'ora l'errore s'introduce nella Chiesa visibile non solo in Efeso, ma in altri luoghi e che l'avvenire minaccia cose peggiori 1Timoteo 4:1-5. Anzi Paolo annunzia per gli ultimi tempi una apostasia generale della cristianità 2Tessalonicesi 2 nè diversamente insegnano S. Pietro e S. Giovanni. Certo, Dio ha provveduto e provvederà a che vi siano in ogni età, anche nelle più tenebrose, i testimoni e banditori della verità. Come nell'Israele antico è stato il residuo eletto e pio quello che ha corrisposto alla missione affidata al popolo di Dio mentre la massa è diventata spesso idolatra e corrotta e quando è apparito il Cristo essa lo ha reietto e crocifisso, così potrà avvenire nella Chiesa visibile. La massa potrà divenire incredula ed apostata; ma i credenti sinceri e pii nel Signor Gesù, saranno in ogni tempo e in ogni luogo la colonna e la base della verità evangelica. "Il saldo fondamento di Dio sta fermo, portando questo sigillo: "Dio conosce coloro che son suoi" e: "Ritraggasi dall'iniquità chiunque nomina il nome del Signore" 2Timoteo 2:19. "Non è forse la Chiesa (fedele), dice Calvino, la madre degli uomini pii tutti quanti, essa che li rigenera mediante la Parola di Dio, che li educa e li nutre per tutta la vita, che li rafferma, che li conduce fino alla perfezione? Per la stessa ragione ancora è chiamata colonna della verità perchè l'ufficio affidatole da Dio di somministrar la dottrina è l'unico mezzo per conservar la verità ond'ella non sparisca dalla memoria degli uomini". Nobile ed alta missione che la Chiesa non può compiere se non nella misura in cui i suoi ministri ed i suoi membri si attengono fedelmente all'insegnamento del Cristo e dei suoi apostoli.

4° La storia, per chi non la pieghi a fini partigiani, dimostra quanto largamente siensi avverate le previsioni apostoliche circa l'invasione di errori d'ogni sorta in seno alla cristianità; e, per fermo, se c'è una frazione della Chiesa che possa dire d'essere stata nel mondo la colonna e la base della verità cristiana, questa frazione non è la Chiesa romana ove la verità è stata lasciata crollare e giace sepolta sotto l'ignoranza e sotto un cumulo di superstizioni e di errori.

16 La verità salutare di cui la chiesa è colonna e base, vien dall'apostolo descritta in brevi tratti ma significativi. Essa è ben degna d'esser sostenuta saldamente poich'ella è grande ed ha per centro il Figliuol di Dio incarnato e l'opera da lui compiuta.

È grande, per confessione di tutti, è il mistero della pietà.

Il misterio della pietà è il piano eterno di Dio per la salvazione tenuto nascosto nelle antiche età e manifestato ed attuato in Cristo nel compimento dei tempi. È detto mistero della pietà perchè esso è la fonte di ogni vera pietà. Afferrato dal cuore per mezzo della fede, il mistero della redenzione in Cristo suscita ed alimenta la riconoscenza, l'amore per Dio, la libertà e l'ubbidienza filiali. "Noi l'amiamo perchè egli ci ha amati il primo". Per comune consenso di tutti i cristiani, questo misterio, questo piano dell'amor di Dio tradotto in atti da Cristo è grande. Grande per la maestà e profondità del suo contenuto, grande per l'importanza che ha sui destini eterni dell'umanità.

Colui ch'è stato manifestato in carne, è stato giustificato in Ispirito, è stato veduto dagli angeli, è stato predicato fra le genti, è stato creduto nel mondo, è stato elevato nella gloria.

Il testo ordinario coi codd. D3 K L ed alcuni Padri greci legge: "Dio è stato manifestato in carne". Il codice D colla Vulgata legge il quale misterio (ὁ , quod). I codd. A C F G, vers. sir., Gerol. leggono: Colui che (ὁς ) ed è questa la lezione accettata generalmente dalle edizioni critiche. Quella della Vulgata è isolata e non da un senso intelligibile; essa è probabilmente una correzione del pronome maschile per farlo concordare col neutro mysterion. La variante theos (Dio) che non si trova ancora adoprata nelle controversie ariane del IV secolo, ha potuto nascere dalla somiglianza dell'abbreviazione Θ C (Dio) con OC (colui che). Sostanzialmente si tratta sempre di Cristo ch'è il centro del mistero di pietà. La Chiesa ha per missione di sostenere la verità intorno alla persona ed all'opera di Cristo le cui varie fasi sono qui rappresentate da altrettanti fatti che vanno dall'abbassamento dell'incarnazione fino alla gloria della sessione alla destra del Padre. Le sei affermazioni di questo versetto sono da alcuni considerate come citazione di un'antica confessione di fede o di un inno cristiano; ma non è necessaria una tale supposizione per spiegarne la concisione e lo stile poetico quando si pensi che Paolo ha scritto gl'inni che si leggono alla fine di Romani 8, in 1Corinzi 13 e alla fine di 1Corinzi 15. La manifestazione in carne s'intende dell'incarnazione del Figlio di Dio preesistente nel seno del Padre. "Il Verbo è stato fatto carne ed ha soggiornato fra noi". La sua "venuta nel mondo" come uomo simile a noi, ha reso visibile Colui ch'era invisibile (Cfr. Giovanni 1:18; 1Giovanni 1:1-3; 4:2; Filippesi 2:5-7; 2Timoteo 1:10; Romani 8:3). L'incarnazione è il primo fatto nel quale si effettua il disegno di Dio preparato e preannunziato ab antico.

Quegli stesso che col rivestir la nostra natura abbassò sè stesso e prese forma di servo, è stato giustificato nello spirito, cioè per quanto concerne la sua natura superiore, spirituale, divina. Lo splendore glorioso della sua natura divina è stato velato dalla carne; ma pure egli è stato riconosciuto per quel ch'egli era veramente, qual Figliuol di Dio, dal carattere straordinario della sua nascita, dalla sua santità perfetta, dall'insegnamento suo divino, dai suoi miracoli di potenza e di bontà, dalla risurrezione che ha suggellato le dichiarazioni da lui fatte circa il suo vero essere Giovanni 7:46; 2:11; 14:11; Matteo 12:40. In Romani 1:3-4 Paolo dice che il Cristo è nato del seme di David secondo la carne, ma è stato con potenza definito Figliuol di Dio secondo lo Spirito della santità, mediante la risurrezione dai morti. "Noi, dice S. Giovanni, abbiamo contemplata la sua gloria, gloria qual'è quella dell'Unigenito proceduto dal Padre" Giovanni 1:14. Intendiamo l'esser "giustificato" non dell'esser dichiarato o reso giusto, ma dell'esser riconosciuto per quel ch'egli era veramente e dichiarava di essere, cioè il Figliuolo di Dio. Così Gesù dice che "la Sapienza è stata giustificata da tutti i suoi figliuoli" Luca 7:35 o "dalle opere di lei" Matteo 11:19. Va da sè che questa proposizione è stata intesa in altre guise, per es. il Cristo è stato proclamato giusto dallo Spirito Santo che scese su di lui e lo rese poi vittorioso sulla tentazione. O ancora: lo spirito umano di Gesù gli attestò mai sempre la sua perfetta innocenza. L'antitesi manifesta tra carne e spirito, e il parallelismo con Romani 1:3-4 ci fanno preferire la spiegazione sopra esposta. È stato veduto dagli angeli (lett. è apparso) così nel suo stato di abbassamento come nella sua esaltazione in gloria. Pietro dice degli angeli che "bramano scrutare il fondo" del gran disegno della Redenzione. Per loro, l'apparizione di Cristo è stata una nuova rivelazione della "svariatissima sapienza di Dio" 1Pietro 1:12; Efesini 3:10. Essi annunziano la nascita del Salvatore e cantano "gloria a Dio"; lo servono nei giorni della tentazione, lo confortano nelle sue angoscie, ne salutano con allegrezza la risurrezione, ne annunziano l'ascensione ed il ritorno glorioso, ed aiutano come "spiriti ministratori" alla fondazione del regno di Lui. Anche per le intelligenze celesti "grande è il mistero della pietà". Dopo la sua manifestazione nella cerchia più ristretta del popolo giudaico il Cristo è stato predicato fra le genti tutte. Egli è destinato da Dio ad essere il Salvatore, non di un solo popolo, ma dell'umanità intera. La proclamazione della salvazione fra le genti fa parte del piano di Dio, poichè "come crederanno essi in Colui di cui non hanno udito parlare"? "Andate per tutto il mondo, ordinò il Signore ai suoi discepoli, predicate L'Evangelo ad ogni creatura". E quando Paolo scrive, egli può di già attestare che la fede di migliaia d'anime ha risposto dovunque all'annunzio della Buona Novella: È stato creduto nel mondo. Dopo aver enunziato i fatti in cui si è venuto esplicando il piano di Dio sulla terra, l'apostolo, senza attenersi rigorosamente all'ordine cronologico, mentova da ultimo l'esaltazione di Cristo nella gloria: È stato elevato nella gloria coll'ascensione che lo ha introdotto nello stato glorioso in cui spiega l'azione sua regale sull'universo intero. "Così, nota L. Bonnet, l'apostolo in poche parole ci spiega davanti agli occhi l'opera immensa della nostra redenzione. Ogni atto di essa eleva i nostri pensieri in un mondo nuovo di sapienza e di amore divini. La Chiesa di Gesù Cristo regge con mano ferma questa professione della sua fede e per essa vince il mondo e respinge tutte le falsificazioni della Parola della salvezza".

AMMAESTRAMENTI

1. Chi è chiamato a condurre una chiesa cristiana, deve saper come condursi. A tal fine dovrà avere una chiara idea della responsabilità che gl'incombe e per questo dovrà conoscere qual'è la natura, quali sono i privilegii e qual'è la missione della Chiesa, di ciascuna chiesa nel mondo. Ad acquistare rette nozioni della chiesa e del modo di adempiere in essa il proprio dovere, gioverà soprattutto lo studio assiduo degli scritti apostolici; ma non saranno senza utilità lo studio della storia della Chiesa, la lettura delle vite dei pastori fedeli e, specie per i giovani ministri, i consigli e le direzioni dei colleghi più anziani e più sperimentati. Ed è dovere di questi ultimi il far parte ai giovani dei risultati della loro esperienza.

2. Quanto è grande la dignità della Chiesa! Essa è la casa dell'Iddio vivente. Egli è che l'ha fondata; Egli n'è il proprietario ed in essa la sua volontà deve esser legge per tutti i membri della famiglia. In essa Egli abita col suo Spirito ed in essa profonde i tesori della sua grazia e dei suoi cloni. In essa Egli è conosciuto, onorato, amato e servito del continuo. In essa tutto deve informarsi allo spirito di Lui, ed essere come un riflesso delle di lui perfezioni. Egli è luce ed i membri della famiglia sono figli di luce e devono vivere nella santità; Egli è amore e i membri della Chiesa sono fratelli e devono amarsi gli uni gli altri ed in Lui amar tutti gli uomini. Siano tali le varie chiese sorte nella patria italiana.

E quanto alta è la missione della Chiesa! Essa ha da essere colonna e base della verità nel mondo. Essa non è la fonte della verità religiosa e neppure n'è la norma. La fonte della verità è Dio e la norma di essa sta nella. Rivelazione fattane da Cristo e dai suoi apostoli e consegnata negli scritti del Nuovo Testamento che coronano l'edificio delle S. Scritture. Ma la Chiesa ch'è nata dalla predicazione della verità dev'essere della verità la colonna e la base per sostenerla, per renderla visibile, per professarla, propugnarla e difenderla nel mondo, per estenderne il regno nei cuori, nei costumi e nelle leggi degli uomini. La Chiesa non può essere indifferente alla verità, aperta ad ogni sorta di dottrine, ma deve spiegare al vento la bandiera dell'Evangelo apostolico non colle sue confessioni di fede solamente (sebbene queste siano un mezzo utile di professar la verità) ma con l'intera sua attività. Fondata sulla verità, deve nutrirsi costantemente di essa per crescere nella conoscenza e nella pratica della verità, nella verità deve istruire i fanciulli e i giovanetti che saranno un giorno i suoi membri; e presso agli estranei deve farsi missionaria della verità recando l'Evangelo a tutte le nazioni.

In mezzo a quali difficoltà ed infedeltà la Chiesa abbia finora compiuto questa missione, ce lo dicono le pagine della storia. Ad ogni modo, misuri ogni chiesa, con questo criterio apostolico, il grado della propria fedeltà alla missione ricevuta. Le vane teorie, le pretensioni audaci qui non servono a nulla; conviene attenersi ai fatti.

3. Il misterio dell'evangelo, il piano di Dio per la salvazione ha per centro il Cristo, la sua persona e l'opera sua.

Esso è santo perchè indissolubilmente connesso col rilevamento morale dell'uomo: è "il mistero della pietà". Esso mira a produrre vita santa e pia; esso traccia un ideale perfetto di pietà ed infonde nel cuore energie creatrici e nutrici di vera pietà. Nel fatto, non c'è tipo più alto di pietà di quello cristiano.

È un misterio grande. Lo riconoscono i credenti tutti, di tutte le età e di tutti i luoghi e lo proclamano con maggior convinzione coloro che più a lungo e più addentro hanno meditato su di esso. Lo riconoscono gli angeli che vedono nel piano della salvazione la più alta manifestazione della sapienza di Dio e si curvano meditabondi su quell'abisso di amore.

È grande perchè abbraccia l'eternità. Formato ab eterno nel cuor di Dio, le sue conseguenze benefiche si prolungano nell'eternità. La vita ch'esso reca all'uomo è vita eterna.

È grande per il mezzo col quale è stato attuato. Non speculazioni, ma fatti concreti e quali fatti meravigliosi! L'incarnazione del Figlio eterno di Dio; la manifestazione in varie guise, sotto al velo della carne, di una gloria che fu riconosciuta dai discepoli come gloria dell'Unigenito proceduto dal Padre; la predicazione di Lui come Salvatore del mondo, fra tutte le genti senza distinzione, ed il sorgere tra genti diverse per razza, per lingua, per educazione, di un popolo unico di credenti, formant e un unico corpo in Cristo; l'elevazione alla gloria regale del cielo della vittima del Calvario. Quale serie di fatti grandiosi che la mente umana non avrebbe mai immaginati e che non si possono spiegare se non come l'attuazione d'un piano misericordioso di Dio, che lo ha portato ad intervenire nella storia della sua creatura caduta per trarla a salvamento, anzi per farla giungere ai suoi gloriosi destini!

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