1Timoteo 5

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PARTE QUINTA

ISTRUZIONI SULLA CONDOTTA DA TENERE VERSO VARIE CATEGORIE DI FEDELI.

1Timoteo 5:1-6:2.

Dopo aver tracciato a Timoteo i doveri suoi più generali, l'apostolo scende a dargli alcune istruzioni più speciali circa il modo in cui deve comportarsi, come pastore, verso i membri della chiesa, a seconda della loro condizione, la quale dipende dall'età e dal sesso, dalla situazione di famiglia, dalla posizione ecclesiastica che occupano, come pure da quella sociale in cui si trovano. Perfino riguardo alla dieta da tenere Timoteo riceve, di passata, un consiglio paterno di Paolo.

Questa parte della Lettera può dividersi in quattro sezioni:

A. 1Timoteo 5:1-2. Condotta da tenere verso vecchi e giovani dei due sessi.

B. 1Timoteo 5:3-16. Condotta da tenere riguardo alle vedove.

C. 1Timoteo 5:17-25. Condotta da tenere verso i presbiteri.

D. 1Timoteo 6:1-2. Doveri da inculcare a schiavi e padroni.

Sezione A. 1Timoteo 5:1-2. CONDOTTA DA TENERE VERSO I VECCHI ED I GIOVANI DEI DUE SESSI.

Timoteo è stato esortato a far sì che niuno lo sprezzi per la sua giovanezza; ma ciò non vuol dire ch'egli debba fare astrazione della sua età nelle relazioni sue coi membri della chiesa. Sarebbe questo un collocarsi fuori della realtà; mentre che, comportandosi come si conviene ad un uomo della sua età, egli renderà più efficace ed accetto il suo ministerio.

Non riprendere duramente l'uomo attempato, ma esortalo come un padre, i giovani come fratelli.

Il greco vale letteralmente: "Non picchiar sopra", quindi riprendere con asprezza, con alterigia, con durezza. "Nelle relazioni coi vari membri della comunità, il pastore ha da considerarsi, non come un padrone che abbia da far valer la propria autorità informa più o meno ruvida, ma come un membro della famiglia che sa trovare riguardo a ciascuno degli altri membri il tono convenevole, a seconda dell'età e del sesso loro" (Reuss). Se dunque avviene che un membro attempato della chiesa (presbitero qui nel suo senso ordinario, indicante l'età non l'ufficio) cada in qualche fallo ed abbia bisogno di correzione, Timoteo non la deve tralasciare, ma, tenendo conto della differenza di età, invece di assumere il tono autoritario dettato dalla boria gerarchica, deve esortare con tutti i riguardi, col rispetto e coll'affetto coi quali un figlio parlerebbe al proprio padre. Altrimenti invece di persuadere, urterebbe ed allontanerebbe. Quanto ai giovani li deve esortare con libertà ed amore di fratello.

2 Le donne attempate

sottinteso: esortale

come madri, le giovani come sorelle in ogni purezza

di sentimenti, di parole, di contegno. Trattandosi d'un ministro giovane e celibe, secondo ogni probabilità, le sue relazioni colle sorelle più giovani, maritate e nubili, costituivano, specialmente coi costumi d'allora, una parte delicata del suo compito, dovendo egli evitare ogni familiarità men che convenevole e non dare occasione a dicerie ed a sospetti. Come ha notato L. Bonnet: "Questi consigli racchiudono, in poche linee, tutto un trattato di prudenza pastorale. Impossibile non ammirare qui la sapienza che procede dall'alto ed è pura, pacifica, moderata, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti".

AMMAESTRAMENTI

1. Come il buon Pastore conosce le sue pecore, le chiama per nome e prende cura di ciascuna, così il conduttore d'una chiesa deve estendere le sue cure pastorali a ciascun membro della greggia qualunque ne siano l'età od il sesso. La cura individuale sarà cosa difficile nelle chiese molto numerose ed il lavoro dovrà essere ripartito fra gli anziani; ma essa è da una parte il miglior aiuto per dare alla predicazione una tendenza pratica adatta ai bisogni dei fedeli e dall'altra è il miglior mezzo di coltivare la vita spirituale nei singoli individui che hanno dei bisogni diversi, un passato diverso, dei caratteri e dei doveri diversi, e non si trovano allo stesso stadio del loro sviluppo religioso.

Ci sarà da consolare, da istruire, da incoraggiare, ed anche da correggere e da riprendere secondo lo stato particolare di ciascuno.

Ma nella cura d'anime il pastore, pur ricordando che tutte le anime hanno un valore infinito agli occhi di Dio e che in Cristo hanno parte alla stessa grazia, non deve dimenticare le differenze naturali derivanti dall'età e dal sesso, tanto più s'egli stesso è giovane e celibe. Volendo guidare altri nella via del dovere deve cominciare coll'osservare egli stesso i doveri del rispetto e dei riguardi che la gioventù deve alla vecchiaia secondo la legge naturale confermata dal Vangelo. Deve del pari mostrarsi delicato e scrupoloso osservatore dei doveri della purezza e delle convenienze verso le donne giovani ond'essere in grado di far loro del bene con l'autorità sua morale e non dar luogo alla maldicenza. "Nessuna pianta è più tenera e delicata, nè più esposta alle lingue velenose del nemico, che non lo sia la riputazione di un giovane ministro, specialmente se celibe, riguardo ai rapporti, sia pure ufficiali, col sesso femminile. La posizione falsa dei preti cattolici e le crociate quotidiane dei giornali informino" (T. D. Malan).

A guidare il pastore nelle difficoltà della sua situazione gioverà il tener sempre presente che l'autorità dell'ufficio per non parlare di boria gerarchica a nulla vale se non è congiunta alla autorità del carattere, alla sapienza che Dio è disposto a dare a chi la domanda umilmente e soprattutto all'amore cristiano che ama in Dio, che brama il bene delle anime e ispira i mezzi migliori per raggiungere il suo santo fine.

3 Sezione B. 1Timoteo 5: 3-16. LA CONDOTTA DA TENERE VERSO LE VEDOVE.

Questa sezione, per quanto non scevra di difficoltà, è preziosa per i dati nuovi che ci fornisce sull'organizzazione della beneficenza nelle chiese apostoliche.

Onora le vedove che sono realmente vedove.

L'onore di cui devono esser circondate le vedove cristiane è di natura anzitutto morale e deve manifestarsi coi riguardi rispettosi e fraterni. "Il dolore, la solitudine, ed il bisogno danno una certa maestà" (Von Soden). Ma i riguardi devono comprendere i soccorsi necessarii al sostentamento delle vedove rimaste prive d'ogni umano sostegno, e questi soccorsi non hanno ad essere una mera elemosina ma devono mostrare come la chiesa sappia apprezzare la pietà, l'esperienza cristiana e l'opera di ognuno per il bene comune. Per un senso analogo dell'"onorare" cfr. il 5° comandamento, Efesini 6:2; Matteo 15:4-6 ed il contesto, particolarmente Matteo 5:4,16-17. Fin da Atti 6 vediamo come le vedove siano state oggetto di speciali riguardi nella chiesa di Gerusalemme. In Ioppe Dorcas si occupa di soccorrere le vedove Atti 9:36. Nell'Antico Testamento sono frequenti le ingiunzioni della legge e dei profeti riguardo all'orfano ed alla vedova di cui Dio è il difensore Esodo 22:22; Deuteronomio 10:18; 27:19; Isaia 1:17; Geremia 7:6; 22:3; Zaccaria 7:10 ecc. De Wette ricorda come nel 2° secolo abbondano le prove dell'esistenza concessa alle vedove. Policarpo scrive: "Non siano trascurate le vedove". Giustino Martire dice: "La colletta è deposta presso il presidente ed egli assiste gli orfani e le vedove". L'ordine è qui dato a Timoteo perchè a lui tocca di vegliare a che la chiesa compia questo dovere. Coll'espressione che sono realmente vedove non pare che l'apostolo voglia alludere al significato etimologico della parola χηρα (orbata, privata, desolata); ma certo vuol designare quelle persone che rispondono al concetto di vedovanza in quello ch'esso ha di più triste; quelle sorelle che, col marito, hanno perduto ogni terrestre sostegno Cfr. 1Timoteo 5:5,16. Per queste la chiesa deve avere i riguardi morali e materiali che la loro condizione reclama.

4 Però, non tutte le consorti che hanno perduto il marito sono nel caso di dover esser soccorse dalla chiesa. Ce ne sono che hanno una famiglia in grado di provvedere ai loro bisogni.

Ma se una vedova ha dei figli o dei nipoti, imparino essi imprima a comportarsi piamente verso la loro propria famiglia e a rendere il contraccambio ai loro progenitori; poichè questo è accettevole nel cospetto di Dio.

Il contesto esige che s'intenda qui per figli, non quelli in tenera età che sarebbero un carico di più, ma quelli che sono in grado di aiutare la madre. Il verbo imparino è stato dalla Vulgata, dai Padri, da Lutero, Calvino, Holzmann, ecc. riferito alla vedova, per cui il Martini traduce: "impari in primo luogo a governar la sua casa". Ma oltrechè il verbo plurale mal si può riferire ad un soggetto singolare, si viene in tal modo a far violenza in più maniere al senso della frase. Al v. eusebein si dà il senso impossibile di "governar" la propria casa, e la locuzione "rendere il contraccambio ai progenitori" significherebbe imitar l'esempio degli antenati che hanno bene educato i loro figli. Sono invece i figli e nipoti che devono imparare a sentire ed a mettere in pratica il dovere della pietà filiale verso la madre o nonna rimasta vedova. È questa la prima cosa che devono fare e solo nel caso in cui non sieno in grado di adempiere a quel dovere dovrà la chiesa intervenire. Il dovere è loro imposto dalla legge di natura poichè si tratta della loro propria famiglia cui sono uniti dai legami del sangue. Perciò devono comportarsi piamente ( ευσεβειν), mostrarsi pietosi verso chi ha dato loro i natali. Si tratta qui di pietà filiale fatta di rispetto e di amore. Ma non è solo questione di amore, è anche questione di giustizia e di riconoscenza verso chi li ha nutriti, vestiti ed allevati nell'età della loro impotenza infantile. Provvedendo ora ai bisogni della loro madre o nonna essi non fanno che renderle il contraccambio di ciò che hanno ricevuto. Come ultimo movente alla pratica del dovere Paolo rileva il fatto che la cosa è accettevole nel cospetto di Dio. Essa è infatti conforme alla volontà sua scritta, così nella coscienza come nella Legge rivelata. A chi l'osserva Dio ha fatto delle promesse speciali. Paolo sente così vivamente la necessità d'inculcare questo dovere ch'egli vi ritorna su con insistenza in 1Timoteo 5:8,16. Non vuole che la beneficenza cristiana vada a sollievo di bisogni che non son reali e serva indirettamente ad alimentare l'egoismo, l'ingratitudine e la pigrizia.

5 Quella ch'è realmente vedova e rimasta sola ha posta la sua speranza in Dio e persevera nelle preghiere e nelle orazioni notte e giorno.

Il v. espone le caratteristiche della vedova che la chiesa ha il dovere di onorare. Essa è realmente orbata di ogni sostegno e rimasta sola, senza figli nè nipoti o parenti che siano in grado di prender cura di lei. Questo per la condizione esterna. Quanto al carattere morale e religioso, ella ha posto la sua speranza in Dio, nel Dio che ha promesso d'essere il protettor delle vedove ed a lui rivolge le sue supplicazioni con ogni perseveranza, affidandosi a lui per il tempo e per l'eternità. La privazione di sostegni umani, invece di inasprirla o portarla alla disperazione, la spinge a rivolgersi al Dio misericordioso e potente, con tanto maggiore intensità di fede. A cotali vedove come potrebbe la chiesa negare riguardi ed aiuto? Ma non tutte le vedove si raccomandano con una condotta pia e fedele. Ce ne sono che vorrebbero bensì esser soccorse dalla chiesa, ma la cui vita disonora l'Evangelo.

6 Ma quella ch'è data ai piaceri, vivendo è morta.

Quella che si dà ai piaceri mondani, al lusso ed alla sensualità, vive bensì di vita corporale e psichica, ma è spiritualmente morta, estranea alla vita superiore di speranza, di fede in Dio e di amore per lui. La sua vita è tutta nel mondo ed in quello che il mondo può dare. Per il duplice senso dei termini vita e morte cfr. Matteo 8:22; Efesini 2:1; 4:18; 5:14; Romani 6; 7:10-24; Apocalisse 3:1. Una cotal vedova non merita speciali riguardi per parte della chiesa.

7 Anche queste cose ingiungi, acciocchè sieno irreprensibili.

In queste cose può essere un'allusione ai soli doveri delle vedove cristiane od a quelli soltanto dei loro figli e nipoti; ma nell'incertezza sarà meglio intenderlo dei doveri così delle une come degli altri, dovendo tutti essere irreprensibili.

8 Ma se alcuno non provvede ai suoi e soprattutto a quei di casa sua, egli ha rinnegata la fede ed è peggiore del non credente.

Se invece di adoperarsi ad essere irreprensibili nella loro vita cristiana, i membri della famiglia di una vedova non adempiono ai loro più immediati doveri verso di lei, è segno che, pur professando di credere, essi hanno in realtà rinnegata la loro fede nel Cristo, poichè quella "è operante per mezzo della carità", si manifesta nelle opere buone. E qui si tratta, per uno, di provvedere alle necessità dei suoi, di coloro cui è unito dai legami del sangue, anzi che fanno parte della sua famiglia in senso più ristretto. Chi non sente e non compie dei doveri che, per essere scolpiti nella coscienza naturale, sono riconosciuti e praticati anche dai pagani i quali non posseggono nè la luce nè la forza che i cristiani attingono nella comunione con Cristo, è moralmente peggiore del non credente, dell'infedele, ossia del pagano.

9 Sia la vedova iscritta nel catalogo quando sia di età non inferiore ai sessant'anni.

La Vulg. seguita dal Martini traduce: "La vedova si elegga..." Ma il greco vale: iscrivere in un elenco ed è passato tal quale nelle nostre voci catalogo, catalogare. Ma di quale catalogo vuol parlare l'apostolo? e che cosa implica l'iscrizione di una vedova in quel catalogo? Dall'esame del contesto si vede che non si tratta nè del catalogo di tutte le vedove appartenenti alla chiesa e neanche di tutte le vedove bisognose. Ma trattasi di vedove che rispondono a certi requisiti speciali di età, di pietà sincera e provata, di completo isolamento e necessità. È il catalogo delle vedove che la chiesa onora in modo particolare provvedendo interamente al loro sostentamento e affidando o continuando loro l'incarico di una sovraintendenza amorevole sulle sorelle più giovani. I riguardi speciali di cui la chiesa circonda queste vedove anziane, non toglie che siano soccorse dalla beneficenza privata e pubblica anche le altre vedove quando si trovino nel bisogno. Ma quelle iscritte nel catalogo d'onore sono, a dir così, adottate dalla chiesa per il resto della loro vita. Non c'è ragione sufficiente per stabilire, in questa sezione, una distinzione troppo marcata tra le vedove da iscrivere nel catalogo (1Timoteo 5:9 e segg.) e quelle da onorare (1Timoteo 5:3-8). Nel secondo secolo si parla di un "ordine delle vedove" o 'vedovato' le cui componenti son dette vedove anziane, ed anche 'matricolarie' o catalogate. Esse sedevano in luogo appartato nelle chiese, era loro affidata la sorveglianza delle donne, specialmente se vedove, si occupavano degli orfani, vestivano perfino la vestis vidualis, avevano rinunziato alle seconde nozze, ed erano consacrate all'ufficio mediante l'imposizione delle mani. Quest'ordo viduarum non è però da confondersi con l'ufficio delle diaconesse che non comprendeva soltanto delle vedove. L'istituzione del vedovato d'onore del secondo secolo professa di avere origine apostolica ed infatti l'abbiamo in germe nella nostra sezione. Solo qui si tratta meno dell'ufficio affidato alle vedove anziane, che del dovere della chiesa di provvedere al sostentamento delle vedove che, rinunziando volontariamente alle seconde nozze, si sono con amore consacrate per molti anni, e tuttora si consacrano alle opere pietose. Nel catalogo delle vedove anziane non devono iscriversi persone al di sotto dei sessant'anni. Questa prescrizione è suggerita all'apostolo dall'esperienza. Le vedove che la chiesa onora della sua fiducia e prende a suo carico, devono essere persone provate e rispettabili. Accettandole troppo giovani ci sarebbero degli inconvenienti come dirà più oltre.

Quando sia stata moglie d'un sol marito.

Per lo più si interpreta che sia stata univira, che non sia passata a seconde nozze; e se ne vede la ragione nel fatto che l'univra si reputava degna di maggior rispetto. Ma parecchi interpreti, principiando da Teodoreto, considerando che a 1Timoteo 5:14. Paolo stesso consiglia le seconde nozze alle giovani vedove, danno alla frase un senso più generale. Non ci deve essere stato, nella formazione e nel mantenimento del vincolo matrimoniale contratto, nulla di contrario alla morale cristiana: non infedeltà, non divorzio seguito da altra unione ecc.

10 quando goda di una buona testimonianza in fatto di opere buone, se ha allevato dei bambini,

In armonia col contesto, si ha da spiegare non dell'aver nutrito ed allevato i propri figli, ma piuttosto dell'aver preso cura caritatevolmente di orfanelli. Non esistendo orfanotrofi nell'antichità, il dovere verso gli orfani doveva essere adempiuto dalla carità privata Giacomo 1:27.

se ha ospitato i forestieri

Vedi 1Timoteo 3:2.

se ha lavato i piedi dei santi.

L'atto materiale del lavare i piedi era propriamente l'ufficio degli schiavi e faceva parte dei doveri dell'ospitalità Luca 7:44 in paesi ove il genere di calzatura in uso lasciava che la polvere delle strade coprisse i piedi. Però sotto questa designazione, come ce lo insegna Gesù stesso Giovanni 13:14-17 vanno compresi tutti i servizii più umili che un cristiano può rendere ad un altro.

se ha sovvenuto i tribolati

cioè non solo i poveri, ma tutti quelli che sono nella distretta: prigioni, ammalati, cristiani in lutto, perseguitati ecc. Certo in molti casi la distretta richiedeva soccorsi materiali.

se è andata dietro ad ogni buona opera.

L'espressione generale comprende tutte quelle altre opere che sarebbe troppo lungo enumerare. Il tener dietro implica non solo l'approfittare delle occasioni che si offrono di compiere un'opera buona, ma il ricercarle con zelo, il farle nascere, il darsi con assiduità e con amore a tutte le opere buone ch'era in potere suo di compiere.

11 Ma ricusa le giovani vedove.

S'intende ricusa l'iscrizione nel catalogo, l'ammissione nella corporazione. La pratica avea mostrato gl'inconvenienti dell'accettazione di vedove giovani. Dovevano, se bisognose, esser soccorse, ma non catalogate fra le vedove riconosciute dalla chiesa come aventi un ufficio spirituale.

Poichè quando per lussuria si sono alienate da Cristo, vogliono maritarsi; e si rendono colpevoli perchè hanno rotta la primiera loro fede.

Paolo non condanna le seconde nozze come risulta da 1Timoteo 5:14; 1Corinzi 7:39. Ma le vedove che si consacrano alle opere affidate loro dalla chiesa, non devono esser distratte nei loro affetti ed occupazioni, altrimenti non sono più atte al loro ufficio. Risulta da questo versetto che, in armonia coi consigli dati 1Corinzi 7:34, le vedove ch'erano arruolate si dichiaravano decise a rinunziare ad un secondo matrimonio, onde darsi esclusivamente ai doveri delle vedove anziane. Ma se si arruolavano ancor giovani, c'era il pericolo di vederle mutar parere. Sbollito l'entusiasmo col quale si erano consacrate a Cristo per date opere, e scemata la potenza assorbente della vita spirituale, esse potevano essere riprese dagli affetti della natura psichica, e cercare di rimaritarsi. Il verbo καταστρηνιαω (lussuriar contro) non incontrasi che qui nel N.T. Il sostantivo da cui deriva vale "forza esuberante" eccessiva, che tende a rompere ogni ritegno ed ogni freno. Il verbo significa quindi abbandonarsi all'esuberante potenza degli istinti naturali. Entrando nel "vedovato ecclesiastico" la vedova aveva, in certo modo, scelto Cristo per il suo sposo, le sorelle sue e gli orfani e gli afflitti per la sua famiglia.

12 L'abbandonare l'opera sua spirituale, cedendo ad istinti inferiori, è da Paolo considerato come un atto di alienazione da Cristo, di opposizione contro di lui. In tali condizioni, esse contraggono un secondo matrimonio, con sulla coscienza una colpa, perchè hanno mancato alla loro primiera fede, cioè all'impegno prima assunto di restar vedove. Dice propriamente: avendo giudicio, cioè essendo incorse in colpa dinanzi alla loro coscienza. Non si tratta certo di "dannazione" come traduce il Martini, ma è sempre cosa grave il venir meno ad una promessa solenne, soprattutto se il motivo n'è la lascivia. Per evitare gl'inconvenienti prodotti da leggerezza o da incostanza, Paolo prescrive l'età minima di 60 anni per l'ammissione fra le vedove anziane.

13 E con ciò imparano ad essere anche oziose, andando attorno per le case, e non solo oziose, ma ancora ciarliere e curiose, dicendo quel che non si deve.

L'inconveniente di una possibile condotta incontinente per parte di vedove troppo giovani, non è il solo che esista. Quelle che non hanno il cuore all'opera loro, si abituano ad essere anche oziose. Diodati con la Vulgata traduce: "essendo oltre a ciò, oziose, imparano ad andare..." La costruzione è dubbia, ma è preferibile riferire il verbo alla caratteristica ch'è posta in maggior rilievo: quella della oziosità. L'imparare s'intende dell'avvezzarsi a poco a poco. La mancanza di amore al lavoro si rivela nel loro andare attorno per le case senza esservi chiamate da alcun dovere, senza uno scopo utile; ma unicamente per passare il tempo nelle chiacchiere. Il versetto lascia intendere che le vedove iscritte nel ruolo non erano dedite alla contemplazione, ma avevano del lavoro da compiere. Andando attorno per le case, non solo trascurano il loro compito, ma fanno del male. Sono ciarliere, φλυαροι, parola che ricorda lo scorrere senza posa del fiume delle loro parole; ed inoltre curiose, περιεργοι, lett. persone che girano intorno all'opera altrui, senza lavorare (cfr. 2Tessalonicesi 3:11), curiosando ed immischiandosi dei fatti del prossimo. Il curioso diventa facilmente inframmettente, intrigante, affannone. E siccome "nella moltitudine delle parole non manca peccato", queste chiacchierone dicono anche quel che non si deve, quel che non è nè necessario, nè utile di ripetere, come sarebbero i segreti delle famiglie, il male che hanno appreso di un terzo, od anche cose sconvenienti, non decenti, atte a dare scandalo, specie alle giovani.

14 Voglio dunque che le giovani vedove si maritino, che abbiano figlioli, che governino la loro casa, che non diano all'avversario alcuna occasione d'insultare.

L'esperienza avendo mostrato non essere cosa prudente l'ammettere fra le vedove incaricate di un ufficio delle persone giovani, Paolo consiglia alle giovani vedove di rientrare, potendolo, nella vocazione normale della donna, cioè il matrimonio, la maternità ed i doveri tutti di padrona di casa. Ivi si troverà, per loro, il miglior rimedio contro le tentazioni di una vita scioperata. Il voglio è l'espressione energica d'un consiglio apostolico, ma condizionato da circostanze varie, come ad esempio la possibilità di trovare un marito cristiano, ecc. Sparito il timore di calamità imminenti che avevano dettato il parere consegnato 1Corinzi 7:40. Paolo consiglia alle giovani vedove che si sentono portate alla vita di famiglia, le seconde nozze. L'avversario, anzichè Satana, è qui la personificazione di quella categoria di persone avverse al cristianesimo, le quali afferravano volentieri le occasioni offerte loro dalla condotta non lodevole di qualche cristiano, specie di chi occupava una carica, per coprire di ingiurie e di villanie tutti i fedeli e con loro il Vangelo stesso.

15 Alcune, infatti, già si sono sviate dietro a Satana.

È questa l'esperienza amara, fatta probabilmente in Efeso ed altrove, che ha portato Paolo a dare le direzioni che precedono. Si sono sviate s'intende dalla retta via della purezza, del dovere cristiano, dietro a Satana, per seguire l'esempio e le suggestioni perverse dell'angelo ribelle ch'è il nemico di Dio e degli uomini. Le lezioni dell'esperienza sono tesoreggiate anche da un Apostolo.

16 Se alcun uomo o donna fedele ha delle vedove, sovvenga loro e non ne sia gravata la chiesa affinchè [possa] sovvenire a quelle che sono realmente vedove.

Il testo di alcuni fra i più antichi codici adottato nelle edizioni critiche del Tischendorf (VIIIa), del Tregelles, dello Hort, del Nestle, porta: "Se alcuna donna fedele ( πιστη) ha delle vedove, sia provveduto a loro (passivo)..." Però le due più antiche versioni con altri codici leggono come il testo ordinario: "Se alcun uomo o donna fedele ( πιστος η πιστη) ha delle vedove, sovvenga loro..." Questa lezione che ha in suo favore forti ragioni interne, è ritenuta da valenti critici ed espositori come il Griesbach, il Meyer, il Weiss B., l'Alford ecc. Paolo ritorna qui ad ogni modo alla raccomandazione già fatta in 1Timoteo 5:4,8 estendendola ai parenti tutti della vedova. Ha delle vedove s'intende: ha nella sua famiglia delle vedove. La chiesa non deve nè può prendere a suo carico il mantenimento di tutte le vedove; essa non avrebbe mezzi materiali sufficienti a ciò, nè potrebbe offrire a tutte una occupazione utile. Perciò dal catalogo delle vedove-diaconesse cui la chiesa provvede, vanno escluse le vedove troppo giovani e le vedove che non sono completamente prive di sostegno.

AMMAESTRAMENTI

1. L'assistenza morale e materiale delle vedove, isolate, prive di protezione e di mezzi di sussistenza, è un dovere che sgorga dalla gran legge dell'amore posta alla base di tutta la vita cristiana. La protezione che la legge mosaica stendeva sulle vedove e gli orfani, l'amore rispettoso e soccorrevole di cui le circonda il Nuovo T. sono una delle prove della superiorità morale della religione rivelata quando la si paragoni con le pratiche di talune religioni asiatiche che sanzionano il suicidio della vedova sul rogo del marito.

2. La nostra sezione contempla soltanto il caso delle vedove, ma parecchie fra le direzioni date da Paolo a proposito delle vedove si applicano alla beneficenza cristiana in genere.

Essa è un dovere incontestato; ma non dev'essere esercitata ad occhi chiusi, altrimenti da quella eccellente cosa ch'ella è, può convertirsi in un danno per i beneficati e per i benefattori nonchè per la causa del cristianesimo. La beneficenza privata o collettiva non deve allentare i vincoli naturali del sangue nè i doveri che ne risultano. Il cristianesimo ha resi, anzi, più sacri quei legami e più imperiosi quegli obblighi che la coscienza naturale riconosce e il non credente talvolta pratica. Son dovere di giustizia e di riconoscenza verso chi prima si prese cura di noi, son dovere verso Dio che ha dato il 5° comandamento, e ci ha dato nel Vangelo nuovi motivi di ubbidienza alla sua volontà. Il primo stabilimento di beneficenza dev'esser quindi la famiglia; e se la beneficenza avesse per effetto di abituare i cristiani a scaricarsi dei loro doveri verso i genitori e congiunti sulla chiesa, essa verrebbe a nutrire l'egoismo e l'ingratitudine.

La beneficenza deve andare a chi è realmente nel bisogno, a chi non può far fronte alle prime necessità della vita col proprio lavoro. Mantenere chi è in grado di lavorare e non ne ha voglia è un contraddire al comandamento divino: "Lavora sei giorni". "Chi non vuol lavorare, dice altrove l'apostolo, non mangi". Gran parte della mendicità nostra è dovuta alla pigrizia, quando non sia un disonesto sfruttamento della compassione umana o della erronea credenza che l'elemosina sia una fonte di meriti presso a Dio. Gesù prescrisse la generosa disposizione a soccorrere il prossimo: "Da' a chi ti chiede" Matteo 5:42; ma non intese che la beneficenza nutrisse il vizio o la disonestà.

Quando non sia oculata, la beneficenza, mentre soccorre chi non dovrebbe esser soccorso, trascura poi chi, più scrupoloso o meno sfacciato, soffre in silenzio.

Una delle forme più nobilitanti della beneficenza è quella che cerca di mettere in attività le capacità di chi è nel bisogno e trasforma il soccorso in retribuzione.

3. Si parla qui di un benefico ministerio femminile in seno alla chiesa, ministerio libero e gratuito per parte di molte sorelle vedove o no, ministero riconosciuto e retribuito nel caso delle vedove anziane formanti una specie di corporazione e mantenute dalla chiesa. Libero o retribuito, il ministero femminile non si esplica nell'insegnamento pubblico, ma nel campo delle opere pietose: nell'educazione dei fanciulli, nelle cure verso i forestieri, verso i malati, gli afflitti, i poveri. In quel campo la donna cristiana che ha un po' di tempo libero, che dispone di qualche attitudine o di mezzi materiali, troverà ampia occasione di profondere i tesori della sua simpatia cristiana resa più viva dai dolori provati, resa più preziosa dall'esperienza ch'essa ha acquistata della vita. Ma, mentre va incoraggiata l'attività di ogni donna cristiana, di ogni membro della chiesa, conviene andar molto cauti quando si tratta di affidare un ufficio spirituale ad una vedova o ad altra persona, e quando si tratta di assumere la responsabilità del loro mantenimento. I regolamenti e le precauzioni della prudenza non elimineranno mai tutti gli inconvenienti, ma Paolo consiglia la maggior circospezione nell'accertare il carattere cristiano delle persone assunte in ufficio ed introdotte in una corporazione, onde evitare amare delusioni e funesti scandali.

4. Ci sono delle situazioni, circostanze ed opere nelle quali l'esser liberi dai legami del matrimonio è cosa utile se non necessaria. Vedansi le Note su 1Corinzi 7. Ma salvo il caso eccezionale di un dono o di un'opera speciale, lo stato normale più sicuro per l'uomo e per la donna cristiana che son nella pienezza delle forze è quello del matrimonio istituito da Dio. Se non lo si può contrarre secondo il Signore, Dio è potente da santificar la vita celibe volgendola alle tante opere in cui c'è da servire Dio facendo del bene al prossimo.

Ad ogni modo Paolo sconsiglia, non dirò i voti, chè qui non si tratta di ciò, ma perfino gli impegni presi da persone giovani, anche se vedove, perchè c'è il pericolo che non misurino bene la portata del loro impegno, che ubbidiscano a un entusiasmo passeggero e siano poi nel caso di mutar proposito e di violare la loro promessa. Meglio serbarsi liberi che assumere impegni superiori alle proprie forze. Voti perpetui di castità, di povertà, sono implicitamente condannati dall'Apostolo. E se disapprova gl'impegni imprudenti ma pur liberi, con quale severità non avrebbe egli stimmatizzati i voti forzati, carpiti, imposti a intere categorie di persone, come ad es. ai ministri del culto! I frutti funesti del celibato forzato sono materia di storia e di esperienza quotidiana.

5. Le relazioni sociali possono essere strumento di benedizione quando la lingua ed il cuore siano consacrati a Dio, ma possono essere strumento di maledizione quando siano volte alla maldicenza, alla malsana curiosità, alle inframmettenze, alla disonestà. L'ozio è, anche a questo riguardo, il padre di molti vizii.

6. Riflessione di Chalmers: Sono qui enumerate delle virtù dalle quali io farei bene a trarre un ammaestramento per me: l'ospitalità, la liberalità, lo zelo nell'attendere ad ogni buona opera, la resistenza da opporre ad ogni piacere illegittimo, ad ogni amore egoistico del benessere, ad ogni ricerca dei propri comodi, all'ozioso e nocivo chiacchierare.

17 Sezione C. 1Timoteo 5:17-25. CONDOTTA DA TENERE RIGUARDO AGLI ANZIANI.

La transizione dalle disposizioni relative al reclutamento ed al sostentamento delle vedove anziane, a quelle che riguardano gli anziani, è facile e naturale. In 1Timoteo 3 l'apostolo ha enumerato i requisiti necessari per l'esercizio dell'ufficio; ma se la chiesa deve domandar molto al presbitero, essa deve del pari ricordarsi dei suoi proprii doveri verso di lui e trattarlo in modo degno ed equo. Paolo tocca qui:

1. del dovere di usare dei riguardi speciali, includenti il sostentamento, verso l'anziano che si consacra completamente al bene della chiesa 1Timoteo 5:17-18.

2. del dovere relativo agli anziani accusati o colpevoli 1Timoteo 5:19-21.

3. del dovere di procedere con circospezione quando si tratta di introdurre nell'ufficio un nuovo anziano, onde non dover ricorrere troppo spesso a misure disciplinari 1Timoteo 5:22-25.

1Timoteo 5:17-18. I riguardi dovuti ai presbiteri più meritevoli.

Gli anziani che presiedono bene siano reputati degni di doppio onore, soprattutto quelli che faticano nella parola e nell'Insegnamento.

Già in 1Tessalonicesi 5:12 Paolo esorta i cristiani a riconoscere e ad amare di speciale amore "quelli che faticano fra loro, e li presiedono nel Signore e li ammoniscono". Parimenti in Romani 12:8 esorta "colui che presiede" a farlo con diligenza. Cfr. Ebrei 13:7. Il termine di sovraintendente adoperato in 1Timoteo 3 caratterizza ugualmente la funzione generale del presbiterato ch'è quella del governare, del condurre, del presiedere la congregazione cristiana. Ma fra i presbiteri ci sono delle attitudini diverse come ci sono dei gradi diversi di attività spesa a benefizio della chiesa. Quelli che posseggono doni più utili e che consacrano le loro forze ed il loro tempo all'opera di Dio, quelli che presiedono bene, cioè che adempiono il loro ufficio in modo più distinto e più completo, devono essere reputati degni di doppio onore per parte della chiesa. Questo onore ch'è dovuto a tutti gli anziani, ma che spetta in misura più abbondante ad alcuni è, senza dubbio, di natura morale. La chiesa deve dei riguardi rispettosi ed amorevoli a chi si consacra al suo bene; ma questi riguardi si manifestano anche nella premura e nella generosità colle quali la chiesa provvede al loro sostentamento. L'onorare a parole un uomo di Dio e lasciarlo dibattersi nelle necessità materiali sarebbe sfacciata ipocrisia. Nell'onore è dunque incluso l'onorario, come nell'onore dovuto alle vedove derelitte e povere era incluso il sostentamento. Lo prova il v. seguente ove, a conferma del dovere di "onorare", sono recate considerazioni che si riferiscono all'onorario. Il doppio non va inteso in senso aritmetico; ma i riguardi devono essere proporzionati alle fatiche di ciascun presbitero e, fra tutti, si devono onorare quelli che faticano nella parola e, nell'insegnamento. Tutti gli anziani sono preposti al governo della, chiesa e devono aver qualche attitudine all'insegnamento 1Timoteo 3:2; ma ve ne sono fra loro i cui doni di parola sono più cospicui e che all'esercizio di quei doni consacrano il loro tempo e le lor fatiche. Sono gli anziani catechisti, evangelisti, predicatori. Parola, che ha senso più comprensivo 1Corinzi 1:5 e insegnamento che si applica all'istruzione sistematica dei membri di chiesa, dei catecumeni e della gioventù, sono la sfera del loro lavoro faticoso. Incontriamo qui, in seno al collegio degli anziani, una incipiente distinzione derivante dalla diversità dei doni posseduti. Tutti gli anziani governano la chiesa, non tutti faticano nell'insegnamento evangelico il quale richiede gran parte del tempo di chi vi si consacra. Ma siamo lungi ancora dallo stato ecclesiastico del 2° secolo allorchè uno solo fra i presbiteri, col titolo di vescovo, era responsabile del governo della chiesa. Quanto al dovere della comunità cristiana di provvedere al sostentamento di chi le consacra le proprie forze ed i doni ricevuti, esso è inculcato esplicitamente in Galati 6:6 e più ampiamente esposto in 1Corinzi 9 (cfr. 1Tessalonicesi 5:12-13). A meglio stabilirlo con una parola divina, Paolo reca qui un passo del Deuteronomio 25:4 ov'è questione di buoi, ma dov'è insegnato un principio di umanità e di giustizia la cui applicazione è universale.

18 Infatti la Scrittura dice: "Al bue che trebbia non metter la museruola";

Al bue che sta trebbiando il grano, cioè servendo l'uomo con un lavoro faticoso, non si deve impedir di prendere liberamente dalla raccolta quel tanto di cui ha bisogno per nutrirsi. Sarebbe crudele di farlo lavorare sull'aia senza ricompensarlo adeguatamente. Così, a chi fatica per dare alla chiesa il cibo spirituale, non si deve negare il sostentamento materiale adeguato. Paolo si serve dello stesso passo 1Corinzi 9:8-11.

e l'operaio è degno del suo salario.

Ad una parola dell'A.T. fa seguire un detto esprimente, in forma d'assioma morale, sanzionato dalla coscienza universale, il principio di giustizia che la legge voleva osservato perfino verso gli animali. L'apostolo sapeva che il Signor Gesù aveva applicato questa massima al caso di "coloro che annunziano l'Evangelo" e devono quindi "vivere dell'Evangelo" 1Corinzi 9:14; Luca 10:7. Ricordando a Timoteo un tal detto, in relazione cogli operai della parola, egli ha dovuto fare una tacita allusione all'uso fattone da Gesù; ma non è necessario veder qui una seconda citazione scritturale per trarne poi la conclusione che l'Epistola ha dovuto esser scritta dopo l'Evangelo di Luca.

19 1Timoteo 5:19-21. Il dovere concernente gli anziani accusati o colpevoli.

Contro ad un anziano non ricevere accusa, se non sulla [deposizione] di due o tre testimoni.

Bruccioli e Martini traducono "contro di un prete...". Ma per quanto la voce prete sia etimologicamente derivata da presbitero, essa risponde oggi ad un concetto diverso come attesta lo stesso commento del Martini che parla qui, a tutto andare, di 'sacerdoti' di 'sacerdozio' e di 'ministero sacerdotale', cose tutte estranee all'ufficio del presbitero apostolico. Ricevere un'accusa torna a dire accoglierla come valevole, come bastevole a determinare una inchiesta ed un giudizio contro al presbitero. Egli è stato eletto dalla chiesa e questo attestato in favore del suo carattere irreprensibile non va revocato in dubbio leggermente, senza prove sicure. Egli serve la chiesa e molti occhi, non tutti benevoli, sono sopra lui. Egli è chiamato dal suo ufficio a riprendere e correggere e si trova perciò più facilmente esposto alle critiche, alle accuse di gente ferita o mal disposta. Il sottoporre troppo facilmente ad inchiesta ed a giudicio la condotta dell'anziano, sarebbe dannoso all'autorità morale di cui dev'essere rivestito e tenderebbe a scoraggiare i suoi colleghi, mentre accrescerebbe la baldanza degli accusatori. Il presbitero non va tenuto per infallibile, ma neppure supposto colpevole sull'autorità di una persona isolata. Paolo prescrive quindi che, per dar seguito ufficialmente ad una accusa, essa debba esser corroborata dalla deposizione di due o tre testimoni. Era questa una disposizione legale registrata in Deuteronomio 17:6; 19:15. Nessuno doveva esser condannato sul dire di un solo testimone. Vi si fa allusione in Ebrei 10:28; 2Corinzi 13:1. Quando vi sia ragionevole presunzione di colpa in un presbitero, Timoteo che rappresenta in Efeso, l'autorità apostolica, dovrà in unione col presbiterio dar seguito all'accusa.

20 Coloro che peccano riprendili in presenza di tutti, affinchè anche gli altri abbiano timore.

Sebbene non dica esplicitamente: i presbiteri che peccano..., pure tutto porta a riferire questa istruzione ai presbiteri trovati colpevoli di qualche fallo occasionale od abituale. Ha parlato in 1Timoteo 5:17-18 dei riguardi dovuti ai presbiteri poi, in 1Timoteo 5:19 delle accuse rivolte contro ad un presbitero; è naturale che indichi il da farsi in caso di colpa accertata. In 1Timoteo 5:22 è sempre ancora questione dei presbiteri e delle precauzioni da prendere prima di ammetterli. Anche il linguaggio solenne di 1Timoteo 5:21 si spiega meglio se si tratti dei conduttori della chiesa. Nel cospetto di tutti si avrà da intendere: in presenza di tutti gli altri presbiteri, affinchè mentre ad un loro collega si dimostrano e si fanno sentire la realtà, la gravità e le conseguenze funeste della colpa commessa, anch'essi sentano maggiormente la loro responsabilità e siano presi dal santo timore di mancare ai loro doveri. Il riprendere un presbitero dinanzi a tutti i fratelli, lo priverebbe di ogni prestigio morale e quasi equivarrebbe alla sua destituzione.

21 Io ti scongiuro dinanzi a Dio ed a Cristo Gesù ed agli angeli eletti, che tu osservi queste cose senza prevenzione, non facendo nulla con parzialità.

Il verbo διαμαρτυρομαι (scongiuro) lett. attestare mediante o attestare durante, ha sempre il senso intensivo dell'attestare in modo solenne. Però, trattandosi di fatti da affermare, significa "affermare santamente e religiosamente" (Grimm), accertare con ogni solennità. Es. Atti 20:23; 1Tessalonicesi 4:6; Ebrei 2:6; Atti 18:5; 28:23. Trattandosi di doveri da inculcare, significa: esortare colla massima gravità e solennità facendo intervenire il pensiero di Dio, per accrescer peso all'esortazione. È reso allora per lo più colla parola 'scongiurare' Atti 2 40; 2Timoteo 4:1; 2:14. Qui Paolo esorta solennemente Timoteo alla presenza di Dio ch'è onnipresente, onnipossente e santo; alla presenza di Cristo Gesù l'uomo-Dio costituito capo supremo della Chiesa, signore e giudice di tutti. Gli angeli eletti sono mentovati perchè conservi dei fedeli Apocalisse 18:10, spiriti che ministrano a favor dei redenti Ebrei 1:14, che s'interessano alla salvazione dei peccatori Luca 15, che seguono lo svolgersi del regno di Dio sulla terra 1Corinzi 4:9, che sono presenti nelle assemblee dei santi 1Corinzi 11:10, come saranno all'ultimo giorno gli assessori ed esecutori del giudicio definitivo. Il pensiero della presenza di quei servi eccelsi di Dio deve viepiù spronar Timoteo a condursi in modo degno di chi è loro compagno di servizio. Son chiamati eletti a motivo dell'alta e gloriosa posizione in cui Dio li ha collocati. Le cose che il delegato dell'apostolo deve osservare sono le direzioni di ordine disciplinare di cui ha parlato in 1Timoteo 5:19-20. La parola che rendiamo prevenzione risponde letteralmente alla nostra pregiudizio, intesa nel senso suo primitivo di un giudizio già bell'e fatto prima dell'esame completo di un dato caso. Si applica di solito alle prevenzioni sfavorevoli. E poichè la prevenzione della mente dipende dalle inclinazioni del cuore verso una parte anzichè verso l'altra, così aggiunge non facendo nulla secondo inclinazione, e si tratta di inclinazione favorevole ad una delle parti. Se, in chi deve giudicare, esistono siffatte propensioni, la colpa sarà giudicata leggera o grave a seconda delle simpatie personali, mentre chi vuol essere imparziale deve lasciar la parola ai fatti esaminati obiettivamente, imponendo silenzio non solo alle proprie simpatie od antipatie ma alle suggestioni che gli possono venire dalle opinioni o dalle passioni altrui.

22 1Timoteo 5:22-25. Il dovere della circospezione nel giudicare degli uomini.

Non imporre con precipitazione le mani ad alcuno e non partecipare ai peccati altrui.

La imposizione delle mani di cui è questione in questo versetto, è stata considerata in varie guise. Chi vi ha veduto il rito della riammissione dei presbiteri sospesi o dei membri di chiesa scomunicati. Ma se una tal forma era in uso al 4° secolo, non risulta che lo fosse ai tempi apostolici ed il contesto non accenna per nulla ad una riammissione. Altri vi han veduta la cerimonia della ammissione dei catecumeni nella chiesa. Ma l'imposizione delle mani praticata dagli apostoli per comunicare i doni dello Spirito ai neofiti era data dopo il battesimo e non è da confondere con questo. I più considerano l'imposizione delle mani come l'atto esterno col quale veniva ammesso pubblicamente all'ufficio il presbitero. E infatti, nelle Epistole pastorali, non si parla dell'imposizione delle mani se non in relazione colla consacrazione ad un ufficio. Cfr. 1Timoteo 4:14; 2Timoteo 1:6, ed anche Atti 6:6; 13:3. Inoltre nella sezione 1Timoteo 5:17-25 si tratta della condotta da tenere verso gli anziani. Tutt'al più si può ammettere che si tratti dell'ammissione di una persona al presbiterato od al diaconato. 1Timoteo 3 ha enumerati i requisiti necessari per tali uffici, e Timoteo deve accertarsi con cura, prima di procedere, in un col presbiterio, alla consacrazione di un candidato, ch'egli possiede le qualità richieste. Quindi nessuna fretta (dice lett. presto), nessuna precipitazione, ma una prudente circospezione, se si vuole evitare la triste necessità di dover spesso riprendere ed anche cassare dei presbiteri o dei diaconi inetti o colpevoli. Prevenire val meglio che reprimere. Cfr. 1Timoteo 3:10 ove prescrive che i diaconi siano anch'essi, come i sovrintendenti, provati prima di servire. Coll'ammettere alle funzioni di conduttori delle persone inette od indegne, Timoteo si renderebbe complice dei peccati in cui tuttora vivono ed anche, in qualche modo, degli scandali cui potrebbero dar luogo in avvenire con grave danno della chiesa. Da ciò l'avvertimento: e non partecipare ai peccati altrui, o: non aver comunione con essi.

Conserva te stesso puro,

Espressione positiva del dovere contenuto nella proposizione precedente. L'aggettivo puro (ἁγιος ) non ha qui il senso speciale di casto, alieno dai piaceri, ma conserva quello generale di puro moralmente da ogni macchia di peccato. Chiamato a reggere la chiesa, a esaminare altri con cura scrupolosa, a riprendere chi pecca, Timoteo dev'essere personalmente di carattere immacolato, evitando anche di farsi, per debolezza o trascuratezza, complice dei falli altrui.

23 Non bere più acqua solamente, ma usa un po' di vino a cagione del tuo stomaco e delle frequenti tue infermità.

Perchè Timoteo era egli astemio? Ubbidiva egli ad una tendenza ascetica? Si asteneva egli dal vino per fare argine col suo esempio al vizio molto comune dell'ubriachezza, o per altri motivi? Noi lo ignoriamo. Se lo sapessimo, ci riuscirebbe certo più facile d'intendere la ragione per la quale Paolo gli da il paterno consiglio di non bere più acqua solamente, e glielo dà in questo luogo dell'Epistola. Lasciando da parte l'idea di chi vede qui, o una nota marginale scivolata nel testo, ovvero la conferma dell'ipotesi fantastica secondo la quale la Lettera è un mosaico composto di vari frammenti, non sempre ben connessi, di scritti paulinici, una parte degli espositori considera questo consiglio come diretto a preservare Timoteo dalle esagerazioni dell'ascetismo. Conserva te stesso puro, direbbe Paolo, ma non spingerti sino ad eccessi ascetici; esercita su te stesso, non meno che sugli altri, una severa disciplina, ma non andare fino al punto di nuocere alla tua salute. Il consiglio si pone in relazione colla dichiarazione 1Timoteo 4:8 sulla poca utilità religiosa dell'"esercizio corporale". Altri interpreti scorgono la ragione di questo consiglio igienico semplicemente nel dovere che incombe ad ogni cristiano e quindi anche al ministro di aver cura del proprio corpo ch'è lo strumento necessario dell'anima. L'influenza del fisico sul morale è un fatto di esperienza ed un corpo malaticcio è meno atto di un sano all'adempimento completo dei doveri che spettano al ministro di Cristo. I nervi irritabili, la digestione cattiva, la debolezza fisica, specie se congiunta ad un temperamento timido, com'era quello di Timoteo, possono essere degli impedimenti molto seri nell'esercizio del ministerio, soprattutto quando si tratti di esaminare dei caratteri, di ponderare delle accuse, di riprendere dei colpevoli, di ricusare degli inetti, ed in genere di prendere decisioni gravi. Una siffatta considerazione basta a render ragione del consiglio di Paolo. Ad ogni modo, egli stesso lo poggia, senz'altro, su considerazioni meramente igieniche: a cagione del tuo stomaco debole, e delle frequenti tue infermità connesse probabilmente con le funzioni digestive. L'uso moderato del vino gli sembra atto a fortificare la salute di Timoteo e quindi a renderlo meglio atto e disposto all'adempimento delle sue svariate e faticose funzioni.

24 Di alcuni uomini i peccati sono manifesti a prima vista, andando innanzi [a loro] al giudicio; mentre ad altri vengono dietro.

Tornando all'avvertimento dato in 1Timoteo 5:22 di usare una prudente oculatezza prima di assumere una persona ad un ufficio ecclesiastico, Paolo corrobora l'esortazione con un'osservazione generale sulla difficoltà di farsi subito un esatto concetto del carattere morale di talune persone. Ci sono, sì, degli uomini che danno subito a conoscere quel ch'essi sono. I loro peccati sono manifesti a prima vista ( προδηλα, palesi innanzi a tutti), saltano agli occhi, talchè non ci vuole grande perspicacia per fare la diagnosi morale di tali caratteri. I loro peccati vanno davanti a loro come dei messaggeri a rivelare a chi deve portare un giudicio su loro, il loro vero essere. Non si tratta qui del giudicio di Dio poichè Egli conosce i cuori e non ha bisogno di circospezione per giudicare infallibilmente tutti gli uomini, ma si tratta del giudicio umano, dell'apprezzamento che Timoteo ed i suoi colleghi sono chiamati a fare del carattere e delle attitudini dei candidati agli ufficii ecclesiastici. Ora, se ci sono dei casi in cui è facile pronunziarsi, ci sono pure dei caratteri che non si rivelano a prima vista; ed è qui che non bisogna agire con precipitazione, e che conviene aspettare di avere gli elementi necessarii a formare un retto giudicio. Ci sono degli uomini che, sulle prime, fanno una impressione favorevole; ma i cui peccati si manifestano poi gradatamente e, rivelando la loro vera fisionomia morale, vengono a modificare sostanzialmente il primo superficiale giudicio.

25 Parimente, anche le opere buone sono manifeste a prima vista e quelle che non sono [manifeste], non possono restar nascoste.

L'osservazione fatta per i peccati, vale per le opere buone che sono il frutto dal quale deve conoscersi l'albero di buona qualità. Di solito non sono difficili a scoprire e rivelano chiaramente il carattere morale dell'uomo. Ce ne sono però, che "stanno altrimenti", che sono, cioè, di lor natura più private, più nascoste. In questi casi meno facili, è necessaria la circospezione e convien sospendere ogni giudicio finchè l'albero abbia dissipato ogni dubbio sulla sua natura. A lungo andare, le buone opere ch'eran rimaste nell'ombra, vengono alla luce e danno il modo di fare un apprezzamento, non infallibile come quello dell'onnisciente Iddio, ma meno soggetto ad errori perchè più ponderato.

AMMAESTRAMENTI

1. Sono due le funzioni essenziali del presbiterato: il governare le chiese e l'insegnare la verità evangelica. Tutti i presbiteri hanno parte al governo della congregazione, alla sorveglianza, all'amministrazione, ma gli uni vi attendono con maggiori capacità e con maggior zelo di altri e la chiesa lo deve in un modo o nell'altro riconoscere. Tutti sono chiamati a dare qualche insegnamento, ma ve ne sono che per i doni loro di parola, per le loro conoscenze, per le loro attitudini, sono chiamati a darsi interamente alla predicazione ed all'insegnamento della verità. Senza il regolare cibo spirituale, la pietà dei fedeli intisichisce e si muta in pratiche superstiziose; la chiesa diventa preda d'ogni sorta d'errori. Ma l'insegnamento evangelico, per esser dato a dovere e nella misura necessaria a una congregazione, richiede fatica e tempo ed assiduità, assorbe insomma le forze di chi vi si dedica. A misura che vennero cessando i doni straordinarii dei primi tempi si fece evidente la necessità del regolare ministerio della Parola e della speciale preparazione di chi vi si consacrava.

La chiesa che riceve il beneficio del lavoro e delle fatiche dei suoi conduttori ha il dovere di rispettarli e di provvedere in modo convenevole al loro sostentamento. È dovere di giustizia perchè retribuzione di lavoro compiuto. È dovere di riconoscenza verso chi nutre le anime. "Il bue, dice Henry, trebbia solo il grano con cui si fa il pane che perisce; mentre i ministri rompono il pane della vita che dimora in eterno". È dovere di ubbidienza verso Cristo il quale ha ordinato che coloro che annunziano l'Evangelo vivano del vangelo. Non si tratta di fare mercimonio di atti religiosi quasi applicando ad essi una tariffa; non si tratta neppure di domandare alle imposte che lo Stato fa pesare su tutti i cittadini, credenti ed increduli, il sostentamento dei ministri della chiesa, ma si tratta, per chi è insegnato, di far parte dei proprii beni a chi gli da quell'insegnamento. La misura dell'onorario varierà secondo i tempi e i luoghi ed il lavoro fornito; ma dovrà pur sempre dar modo al ministro di viver decorosamente nell'ambiente in cui si trova e di adempiere ai proprii obblighi in quella guisa ch'è più utile alla chiesa stessa.

2. I presbiteri, per quanto rivestiti di un alto ufficio spirituale, possono commettere dei falli che meritano d'essere severamente ripresi, quando non siano di tale gravità da renderli del tutto indegni del ministerio o non più atti ad esercitarlo con edificazione.

È dovere dei membri della chiesa di denunziare le irregolarità gravi del presbitero onde l'Evangelo e la chiesa non siano vituperati; e i conduttori o chi è a ciò delegato, hanno il dovere di esercitare una giusta e fraterna disciplina verso chi è caduto in fallo. Quando una chiesa non ha la libertà di riprendere o di deporre i conduttori colpevoli di falli morali o d'insegnamento contrario al Vangelo, essa si confonde col mondo ed è infedele alla propria missione. L'unione collo Stato o ancora la mondanità hanno ridotto più d'una chiesa già valorosa, a tale impotenza.

La disciplina verso i presbiteri deve avere tutte le garanzie della giustizia ed essere accompagnata di prudenza per non mettere leggermente a repentaglio la riputazione di chi copre un ufficio delicato. Non vaghe voci ma fatti precisi e testimoni in numero sufficiente. Non condanne di tribunali segreti che non articolano accuse precise e non ammettono difese; ma rettitudine, luce e giustizia.

Quando sia riconosciuta la colpa, la riprensione deve avere una pubblicità proporzionata a quella dell'offesa e servire in ogni caso di ammonimento ai colleghi del presbitero ripreso. Nel ministro del Vangelo, la santità del carattere morale ha un'importanza capitale.

3. Più è importante l'ufficio e maggiori devono essere la circospezione e la ponderatezza quando si tratta di dichiarare le persone idonee a coprirlo. Paolo consiglia la prudenza quando si tratta di accettare una persona nella corporazione delle vedove anziane, o nel diaconato; con maggior ragione la prescrive quando si tratta di consacrare dei presbiteri. Sono diverse le ragioni che consigliano di non procedere con fretta, ma solo a ragion veduta.

a) La moltiplicità stessa dei requisiti indicati per il presbiterato 1Timoteo 3 esige una conoscenza accurata del candidato all'ufficio: si tratta di sapere se possiede una fede schietta e se professa la sana dottrina; si tratta di sapere se possiede i doni di governo e d'insegnamento necessarii; si tratta di conoscere le sue condizioni di famiglia, il suo passato, il suo carattere morale. Tutto ciò non si può sapere in pochi giorni.

b) La difficoltà di conoscere veramente gli uomini nel loro vero essere, di accertare i frutti palesi o nascosti dell'albero per farsi un concetto della qualità di esso, consiglia ugualmente di procedere con ogni precauzione. Quante volte le prime impressioni sopra un uomo sono smentite da una conoscenza più prolungata e più completa! Ed anche con la maggior oculatezza non si eviteranno mai del tutto gli errori.

c) Il danno che l'ammissione di persone inette, ipocrite, indegne, nel presbiterato arreca alle anime deboli, alla chiesa tutta ed alla causa del Vangelo; la maligna gioia che ne provano i nemici, sono anch'essi una ragione di circospezione.

d) La responsabilità degli scandali e dei danni che segnano la carriera di ministri non idonei od indegni ricade non soltanto sopra loro; ma ricade ancora sopra chi ha imposto le mani con troppa fretta a cotali persone. Essi "partecipano ai peccati altrui". Il non lasciare la responsabilità dell'ammissione al ministerio sulle spalle di una sola persona è certamente cosa savia poichè molti occhi vedono meglio di due soli e là dove la responsabilità è divisa fra molti è minore il pericolo di cedere a considerazioni personali; ma i membri dei corpi ecclesiastici od amministrativi devono stare in guardia contro la tentazione di riversare sopra gli altri o sopra i capi la propria parte di responsabilità.

e) Trattandosi di portare un giudizio sopra delle persone siamo esposti alle prevenzioni ed alla parzialità e conviene cingerci i lombi di verità, di rettitudine e di giustizia, riguardando a Dio a cui apparteniamo, al Cristo ch'è il Capo supremo della Chiesa e sarà il giudice di tutti, agli spiriti celesti che assistono alle lotte della Chiesa sulla terra, domandando il necessario discernimento degli spiriti e supplicando il Padron della messe di mandar lui gli operai adatti e di mostrare lui quali sono coloro ch'egli ha eletti.

4. Paolo aveva uno stecco nella carne per tenerlo nell'umiltà e Timoteo era soggetto a frequenti infermità. Tuttavia, per liberarsene o per attenuarlo, Paolo non gli consiglia soltanto la preghiera ma l'uso dei mezzi naturali che, secondo le lor proprietà o l'esperienza comune, sono atti ad ottenere l'effetto. L'uso dell'intelligenza e dei mezzi che Dio mette largamente a nostra disposizione (cibi, medici, medicine, igiene) non è mancanza di fede nell'azione occulta di Dio; è piuttosto ubbidienza alle indicazioni della sua Parola. Invece è un tentar Dio il pretendere ch'egli intervenga all'infuori dei mezzi da Lui stabiliti.

La morale cristiana non è nè epicurea nè ascetica; essa non vuol che si abbia, cura della carne per soddisfarne le concupiscenze, ma neppure esige che si maltratti o trascuri il corpo ch'è parte della persona umana redenta da Cristo e deve servire d'organo adatto all'anima nel servizio del Signore. Secondo il principio della libertà cristiana, il credente può usare liberamente di tutte le cose create da Dio purchè lo faccia con moderazione, con riconoscenza, in armonia colle proprietà loro e per mantenere od accrescere le forze del corpo il quale, redento da Cristo, deve servire anch'esso alla gloria di Dio.

Un buon consiglio igienico o medicale dato ad un giovane è prova d'amor fraterno e può avere una grande e benefica influenza sul suo avvenire.

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