2Corinzi 12

1 Sezione D 2Corinzi 12:1-10 LE VISIONI E RIVELAZIONI CONCESSE ALL'APOSTOLO

Paolo ha parlato delle sue fatiche e sofferenze apostoliche. Sarebbe lieto di chiudere colle cose appartenenti alla sua debolezza; ma bisogna pur proseguire nella difesa del suo apostolato ed in ciò fare non può passar sotto silenzio le visioni e rivelazioni concessegli dal Signor Gesù.

Bisogna gloriarsi? La cosa non è vantaggiosa; ma pure verrò alle visioni ed alle rivelazioni del Signore.

Il testo del vers.1 offre molte varianti che attestano come sia stato diversamente inteso il nesso che unisce fra di loro le varie proposizioni ed il tutto a 2Corinzi 11. Il testo comune legge «Certo il gloriarmi non mi è vantaggioso: poichè lo verrò...». Non presenta difficoltà per la connessione, ma trova pochissimo appoggio nei codici. Nell'insieme la lezione adottata dal Tischendorf, dal Tregelles, da Westeott-Hort, da Nestle (1898); è la meglio autenticata e la traduzione che ne diamo dimostra ch'essa offre un senso in armonia nel contesto. Il principio ( καυχασθαι δει) riannoda col «se bisogna gloriarsi» di 2Corinzi 11:30. Si può intendere in senso affermativo: «Bisogna (dunque) gloriarsi...»; ma è più vivace la forma interrogativa: «Bisogna (dunque) gloriarsi?» Non è quello che vorrei fare perchè non è moralmente vantaggioso il farlo, ma pure, poichè vi sono costretto dalla necessità della difesa, io verrò a mentovare le visioni e rivelazioni concessemi. L'idea contenuta nella seconda proposizione ( ου συμφερον μεν) è la stessa che già più d'una volta è stata espressa sulla sconvenienza morale del gloriarsi. Ogni volta che passa ad esporre una nuova prova della superiorità del suo apostolato, Paolo sente il bisogno di far le più esplicite riserve circa i sentimenti che lo animano nel far ciò ch'egli è costretto di fare. Non è vantaggioso torna a dire: non è moralmente utile nè dicevole, poichè la creatura non ha nulla che non le sia dato ed il gloriarsi, di solito, nutre e manifesta l'orgoglio. Ma pure, poichè è necessario il farlo, Paolo non tacerà le visioni e le rivelazioni del Signore. Per «visioni» s'intendono dei fatti come quelli mentovati Atti 9:1-9 confr. con 2Corinzi 26:12-20 (apparizione sulla via di Damasco), Atti 18:9 (visione in Corinto), Atti 22:17-18 (estasi in Gerusalemme), fatti in cui il Signor Gesù stesso si presenta corporalmente, ovvero, per un fenomeno di estasi, egli è contemplato in ispirito dall'apostolo. Possono includere anche apparizioni d'angeli. Codeste visioni hanno ordinariamente per iscopo di comunicare una rivelazione, ma ci possono essere delle rivelazioni senza visione confr. 1Corinzi 2:10-16; 11:23; Galati 1:12. Dicendo «del Signore», non vuol significare che le visioni e rivelazioni abbiano il Signor Gesù per oggetto, bensì ch'egli è l'autore di esse, che da lui sono state concesse all'apostolo. Adopera il plurale perchè di cotali straordinarie comunicazioni divine Paolo ne ha ricevute molte; tuttavia ne ricorderà una sola particolarmente gloriosa.

2 Conosco un uomo in Cristo, il quale, or sono quattordici anni, - (se fu in corpo, non lo so, se fu fuor del corpo non lo so; Dio lo sa) - fu rapito fino al terzo cielo.

«Un uomo in Cristo» è un cristiano, un uomo ch'è entrato e che vive nella comunione con Cristo. Paolo ha così vivo il sentimento che, delle gloriose visioni concessegli, non ha merito alcuno personale, ch'egli parla di sè alla terza persona come se si trattasse di un altro cristiano, il quale non avesse che fare col Paolo «debole» ch'egli sa di essere. I quattordici anni stanno ad indicare che si tratta qui non solo di un fatto storico ben certo, ma di un fatto che ha esercitato una grande influenza sulla carriera dell'apostolo, non è questione dell'apparizione di Damasco e neppure della visione di Gerusalemme ricordata Atti 22:17-18; poichè la conversione di Paolo dovette succedere nel 37 e la visita a Gerusalemme nel 40, mentre il fatto qui ricordato deve riportarsi al 43 o 44, essendo la seconda ai Corinzi dell'anno 58. D'altronde neanche i particolari delle visioni di Damasco e Gerusalemme risponderebbero a quelli del rapimento al terzo cielo. Quest'ultimo combina piuttosto col soggiorno di Paolo in Antiochia ed ha potuto avere qualche relazione col principiare della grande missione paulinica nel mondo pagano. Cfr. Atti 13:1. Trattandosi d'un fenomeno d'estasi in cui l'uomo perde la coscienza di quel ch'è sensibile ed esterno, per restare assorto completamente nella contemplazione spirituale concessagli, Paolo non sa dire se fu rapito col corpo o senza il corpo. Dio non gli ha fatto conoscere il come del fenomeno ed egli non vuol riferire che ciò di cui è certo, lasciando a Dio l'ignoto. «ignoratio modi non tollit certam rei scientiam». Paolo ha dovuto esser solo quando il fatto avvenne e stando a quanto succede di consueto nei casi di estasi, è probabile che il rapimento fu puramente spirituale, restando il corpo passivo. L'esser rapito indica l'impressione provata da chi si è sentito come afferrato da una forza sovrumana ed elevato in alto al di sopra del cielo atmosferico, al di sopra del cielo degli astri di cui ha potuto intraveder le glorie infinite, fino al terzo cielo, cioè fino alla presenza stessa del Dio della gloria, fino al cielo dei cieli, al cielo delle miriadi d'angeli, ove abita il Signore della gloria sedente alla destra del Padre suo. Vero è che si citano dei rabbini i quali parlano gli uni di due cieli soltanto e gli altri di sette. Secondo questi ultimi il terzo cielo sarebbe semplicemente quello delle nuvole e bisognerebbe supporre due stadii in questo rapimento dell'apostolo: cosa che non ha fondamento nel testo ed è in sè stessa inverosimile. Stando invece alle indicazioni della Scrittura, il terzo cielo è il più alto e corrisponde al paradiso nominato più sotto.

3 E so che quel tal uomo (se fosse in corpo o senza il corpo, non lo so, Dio lo sa), fu rapito nel paradiso ed udì parole ineffabili che non è lecito all'uomo di profferire.

Il ripetere sotto altra forma e con nuovi dati, quel che è stato detto a 2Corinzi 12:2, aggiunge solennità alla narrazione dello straordinario privilegio concesso a Paolo. Paradiso è voce derivata dal sanscrito e vale parco, giardino. È adoperata nella LXX per l'Eden e nel N. T. per designare il luogo della beatitudine ove i salvati godono della presenza di Dio e del Signor G. C. Luca 23:43; Apocalisse 2:7; 22:1-2. Le parole ineffabili, inespresse ed inesprimibili, «che non è lecito all'uomo di esprimere», sono tali sia per il loro carattere celeste che mal si presta ad esser tradotto in forma terrena, sia per la loro indole personale, intima, e quindi contraria ad ogni pubblicità. Quali fossero quelle parole udite da Paolo, si cercherebbe invano d'indovinare. Non dice neppure se le ha udite da creature angeliche o dal Signore stesso. Certo che, rivolte a Paolo al principio della sua corsa missionaria, esse hanno dovuto imprimere profondamente nel suo cuore le realtà e le glorie del mondo invisibile, fortificare la sua fede, e sostenerlo nelle tremende lotte riserbategli.

5 Di quel tale io mi glorierò, ma non mi glorierò di me stesso se non nelle mie debolezze.

Paolo è così profondamente conscio che il rapimento concessogli non è per nulla dovuto ad alcuna sua personale eccellenza, ch'egli distingue tra l'uomo oggetto di quel favore e la sua misera e debole persona. Tuttavia di fronte agli avversari, la visione gloriosa era uno dei fatti che potevano autenticare l'origine divina e la superiorità del suo apostolato. Non insiste però, nè su questo, nè sopra, altri fatti consimili, preferendo gloriarsi di quel ch'è connesso più intimamente colla sua debolezza umana; perchè così egli corre minor pericolo di peccare per orgoglio. Potrebbe produrre molte altre visioni e rivelazioni senza venir meno alla verità; ma preferisce astenersene.

6 Se infatti volessi gloriarmi, non sarei pazzo, poichè direi la verità. Me ne astengo però, affinchè niuno abbia a mio riguardo un'opinione che oltrepassi quello ch'egli vede di me, oppure ode da me.

Il γαρ (infatti) rende ragione d'un concetto espresso soltanto nel futuro «mi glorierò» di 2Corinzi 12:5. Non voglio gloriarmi di me stesso, se non... Potrei farlo però, senza uscir dalla verità, ma me ne astengo. «Esser pazzo» riveste qui un senso speciale essendo contrapposto al «dir la verità». Viene a dire: vaneggiare come fa chi è fuor del senno e sulla cui parola non si può fare assegnamento. Cfr. per il concetto 2Corinzi 11:31; 10:8. La ragione per cui Paolo si astiene dal gloriarsi più oltre, sta nel desiderio ch'egli ha d'esser giudicato, non da quel che potrebbe dir di sè, ma piuttosto dai fatti che cadono sotto ai sensi di ognuno: da quel che altri vede di lui cogli occhi proprii, ovvero ode da lui coi proprii orecchi. Più d'una volta Paolo si appella, in questo contesto, ai fatti, e specialmente a quelli di cui i Corinzi erano stati testimoni 2Corinzi 10:7; 11:6; 12:12. C'era in quelli materia sufficiente per formarsi un concetto ragionato sull'apostolo.

7 Le prime parole di 2Corinzi 12:7 sono state da alcuni antichi collegate con 2Corinzi 12:5-6; e da questa connessione forzata, è venuta probabilmente la variante che colloca un perciò ( διο) prima dell'«affinchè io m'innalzi». Ci atteniamo al testo ordinario seguito dal Tischendorf, dal Tregelles e da altri critici, come al solo che, senza far violenza alla grammatica, armonizzi col contesto. Paolo ha tanto più ragione di non incoraggiare in altri un'opinione troppo elevata di lui, che Dio stesso ha preso, riguardo al suo servo, delle misure efficaci per tenerlo in costante umiltà. Il και (e) al principio di 2Corinzi 12:7 si può quindi parafrasare: «E, facendo così, non fo che seguire le indicazioni di Dio stesso, il quale ha trovato necessario di mettermi uno stecco nella carne affinchè io non insuperbisca.

Ed affinchè, dalla straordinaria grandezza delle rivelazioni, io non sia portato a insuperbire, mi è stato dato uno stecco nella carne, un angelo di Satana per schiaffeggiarmi, acciocchè io non insuperbisca

(o: «non m'innalzi di soverchio» oltre il dovuto). Il termine ὑπερβολη indica la grandezza straordinaria, piuttosto che la eccellenza e l'interno valore delle rivelazioni. L'uso del plurale a rivelazioni» mostra che Paolo ne ha ricevute altre molte e gloriose. Mi è stato dato racchiude l'idea del collocare, dove bisogna, una cosa giudicata utile, necessaria. Non dice da chi è stato dato; ma tenendo in mente lo scopo educativo dello stecco, è manifesto che Paolo pensa a Dio, il quale fa concorrere tutte le cose al bene di coloro che lo amano. La parola σκολοψ (scolops) può significare un palo acuminato, ovvero semplicemente uno stecco, una spina che si pianta nelle carni cagionando vivo dolore. Esempi nella LXX: Osea 2:6; Ezechiele 28:24; Numeri 33:55. La carne qui nel suo senso materiale, il corpo. Parlando di stecco nella carne, Paolo allude manifestamente ad una infermità dolorosa, persistente, colla quale Dio gli ricordava la sua naturale debolezza e lo teneva in umiltà. In quella malattia che lo fa soffrire e gli impedisce talvolta di proseguire l'opera sua, egli riconosce l'azione di Satana, come in tutto ciò che è contrario alla felicità dell'uomo e nuoce all'opera di Dio. Si confronti il concetto espresso nel N. T. delle malattie dovute a Satana od agli spiriti che sono «suoi angeli» Matteo 25:41. Il caso poi di un fatto in cui entra l'azione e la malvagia intenzione di Satana, e che ciò nonostante è governato da Dio in modo da servire ai suoi fini superiori e misericordiosi, non è infrequente nella Scrittura. Esodo Giobbe. Lo schiaffeggiare accenna al dolore ed all'umiliazione inflitti a Paolo e fors'anche al ricorrere ad intervalli di quella malattia ch'era cosa ben nota ai lettori, ma che non siamo oggi in grado di determinare con assoluta certezza.

Sono da scartare, senz'altro, come non conformi alle indicazioni del testo e del contesto, varie opinioni. Per esempio quella di Lutero che vede nello «stecco nella carne» delle tentazioni spirituali create da malvagi pensieri suggeriti dal maligno; quella di Osiander che vi scorge i rimorsi per le persecuzioni fatte subire ai cristiani da Saulo; quella di Estius che crede trattarsi di appetiti sensuali. Come spiegare, in tal caso, che Paolo avesse cessato di pregare per esser liberato? E come si giustifica l'immagine dello stecco doloroso nella carne? Si confronti pure 1Corinzi 7:7. Non è soddisfacente neppure l'idea di Crisostomo ed altri, che, trattisi cioè delle persecuzioni e delle calunnie degli avversarii, le quali non sempre fanno soffrir la carne. A Paolo poi era stato fin dal principio annunziato che avrebbe da patir molte cose per lo nome del Signore. La maggior parte degli interpreti sono d'accordo nel riconoscere che Paolo allude ad una malattia corporale da cui era occasionalmente tormentato. Solo le opinioni sono molto diverse quando si vuol congetturare sulla natura di quella malattia. C'è chi ha pensato a dolori di capo, a emicranie o ad una eruzione cutanea alla faccia (Godet). Molti moderni sostengono l'ipotesi di attacchi epilettici, facendo valere il fatto che una tale infermità va connessa spesso colle estasi od altri fenomeni simili; ch'essa è umiliante (e si cita perfino Galati 4:14; mettendolo in relazione coll'abitudine superstiziosa degli antichi di sputar sugli epilettici); che uomini celebri vi sono stati soggetti. Non mancano però le obbiezioni contro a codesta ipotesi. L'attacco epilettico non è doloroso e corrisponde male all'immagine di uno stecco piantato nelle carni; l'epilessia, per poco che sia frequente, affievolisce le facoltà mentali, eppure Paolo ha scritto, dopo la seconda ai Corinzi, l'Epistola ai Romani, quelle agli Efesi, ai Colossesi, ecc., che fanno fede della robusta sua tempra intellettuale. Ha mostrato del pari di possedere una fibra corporale capace di sostenere ogni sorta di strapazzi. Le espressioni di Galati 4:14 sono figurate e non risulta che lo stecco nella carne avesse alcuna connessione organica colle rivelazioni celesti. La relazione tra le due cose è di natura morale. Il Ramsay ha di recente sostenuta l'idea che Paolo alluda ad accessi di febbre. Trattandosi di congetture, ci pare più plausibile quella che vede nella malattia di cui soffriva l'Apostolo una forma di oftalmia. Diversi indizii accennano a qualcosa di simile. In Atti 9 si narra che fu accecato dall'apparizione del Signore e che tre giorni dopo caddero come delle scaglie dagli occhi suoi. Paolo soleva dettare le sue lettere e quando scriveva di proprio pugno il carattere era molto alto (Galati 6:11 greco; 2Tessalonicesi 3:17; Romani 16:22). In Atti 23:15 Paolo dichiara, intorno a colui che lo aveva fatto percuotere, in Sinedrio: io non sapeva che fosse sommo sacerdote. Se la sua vista era debole, la cosa spiegasi facilmente. Il passo Galati 4:13-15 allude molto naturalmente ad una oftalmia: «Voi sapete che da principio, io andai ad evangelizzarvi a cagione di una infermità della carne e la vostra prova ch'era nella mia carne, voi non l'aveste in isprezzo nè a schifo, anzi mi accoglieste come un angelo di Dio, come Cristo Gesù... io vi rendo testimonianza che, se fosse stato possibile, voi vi sareste cavati gli occhi per darli a me». Il dolore acuto cagionato dalle oftalmie è noto e viene spesso assomigliato a punture di spilli. È noto del pari il ricorrere periodico di quell'infermità specie dopo strapazzi, freddi, ecc. Dal lato morale, l'oftalmia era bene atta a ricordare a Paolo la propria umana infermità e le antiche violenze del Saulo persecutore fermato presso a Damasco.

8 Tre volte ho pregato il Signore riguardo a quell'angelo, acciocchè esso si ritraesse da me.

Molti traducono ὑπερ τουτου come neutro: «propter quod», «per la qual cosa». Però siccome segue immediatamente la menzione dell'angelo di Satana e siccome la preghiera ha per oggetto l'allontanamento di quell'angelo, è più sicuro interpretarlo come mascolino: «riguardo a quello». Tre volte, s'intende di tre occasioni diverse in cui Paolo avea fatto di questo un argomento speciale di preghiere insistenti. Ma fatto persuaso della necessità disciplinare di quella infermità, non avea continuato più oltre la lotta col Signor Gesù su quel punto.

9 Ed egli,

in risposta alle mie supplicazioni,

mi ha detto: ti basta la mia grazia.

Come sia venuta a Paolo la risposta del Signore, non ci è noto, ma l'espressione egli «mi ha detto» pare alludere a una comunicazione personale e diretta. La risposta alla preghiera era stata negativa, ma pur piena di conforto per l'Apostolo, atta a fargli considerare sotto una luce diversa la sua infermità. a Gratia esse potest, etiam ubi maximus doloris sensus est» (Bengel). Non hai bisogno di questa liberazione, dice il Signor Gesù, nè per il tuo benessere spirituale proprio, nè per l'opera che sei chiamato a compiere. Ti basta l'assicurazione che la mia grazia non si dipartirà da te. Ti basta la mia grazia; non è necessaria la tua forza, la floridezza costante della tua salute, perchè tu possa essere uno strumento benedetto nelle mie mani, poichè, anzi, la tua debolezza sarà il terreno più atto e l'occasione Più propizia per lo spiegamento completo della mia forza in te. La lezione meglio accertata ed accettata dai critici esprime il pensiero dell'ultima parte del versetto sotto la forma d'un assioma generale che trova la sua applicazione nel caso di Paolo:

la potenza, infatti, mostrasi compiuta nella debolezza,

che viene a dire, qui, la potenza divina raggiunge, nella debolezza dell'istrumento umano, il suo più completo sviluppo, perchè non trova allora l'impedimento dell'orgoglio umano. Perciò «Dio ha scelte le cose deboli del mondo per confondere le forti».

Molto volentieri, adunque, io piuttosto migliorerò nelle mie debolezze, affinchè dimori sopra me la potenza di Cristo.

In conseguenza di questa assicurazione datami dal Signore e di questa utilità della mia debolezza, lo, invece di muovere lamento per la mia infermità o per altre afflizioni, non solo son disposto ad accettarle con rassegnazione, ma sono disposto a gloriarmene, e lo farò anzi molto volentieri, poichè l'essenziale non è ch'io soffra più o meno, ch'io sia più o meno onorato o sprezzato dagli uomini; ma l'essenziale è che la potenza di Cristo, sola efficace per l'opera mia, riposi su di me. E se per ottener questo, è necessario ch'io sia umiliato e soffra, sarò contento di soffrire. Cfr. Romani 5:3; 8:35. Dice lett. «affinchè la potenza di Cristo stenda la sua tenda su di me», cioè scenda e dimori sopra me. Cfr. Efesini 3:16-17; 2Timoteo 2:1; Filippesi 4:13.

10 Perciò, io mi compiaccio in debolezze

(o infermità),

in oltraggi, in necessità, in persecuzioni e distrette per Cristo; poichè allorquando io sono debole, allora sono potente.

Questo versetto svolge il concetto contenuto nella seconda metà di 2Corinzi 12:9. Perciò, poichè nelle mie debolezze dimora su di me la virtù di Cristo, secondo la risposta data alla mia preghiera, perciò, lungi dal provare ripugnanza per le infermità, le accetto di buon grado per la ragione suddetta. Il termine debolezze è il più generale ed abbraccia non solo le infermità corporali, ma quelle altre condizioni penose in cui è particolarmente sensibile la impotenza dell'uomo lasciato a sè. Parecchie di quelle situazioni vengono enumerate. Sono però seguite dalla specificazione «per Cristo», poichè non è nelle infermità, contumelie, persecuzioni, considerate in sè stesse, che Paolo può compiacersi; ma solo quando servono alla causa di Cristo e sono l'occasione d'uno spiegamento più glorioso della potenza di Lui. Infatti l'esperienza ha insegnato all'apostolo che quando egli è debole a viste umane, privo di quel che il mondo considera come forza, allora appunto egli è forte d'una potenza spirituale di fede e di amore, allora il Signore rende efficace la parola del suo servo. Dio, ha detto qualcuno, non ha bisogno della nostra forza per far l'opera sua, ma piuttosto della nostra debolezza.

AMMAESTRAMENTI

1. Quando Dio chiama un uomo a qualche grande opera spirituale, egli ve lo prepara col dargli una visione chiara e profonda delle cose dello spirito. Ma gli altri privilegii traggono con sè, oltre ad una maggiore responsabilità, dei grandi pericoli, fra cui quello dell'orgoglio. Chi ha ricevuto doni cospicui, chi ha ottenuto successi considerevoli, chi è stato innalzato ad alti ufficii è facilmente tentato di attribuire a sè la gloria che spetta a Dio, di fidare in sè, anzichè nella grazia dell'alto. Perciò il Signore sottopone i suoi servitori più onorati ad una rigida e dolorosa disciplina, affinchè non perdano mai il senso della propria naturale debolezza ed impotenza.

2. Il vero io dell'uomo è lo spirito suo; per esso conosciamo l'esser nostro e possiamo entrare in comunione con Dio e goder della sua presenza, sia che siamo spogliati, sia che siamo vestiti dell'organo esterno ch'è il corpo. Gesù disse al ladrone pentito: «Oggi tu sarai meco nel paradiso». Paolo fu rapito al terzo cielo, ma non può dire se fu in corpo o fuor del corpo, perchè non lo sa e non è quello l'essenziale..

3. C'è di solito nelle più intime e profonde esperienze religiose qualcosa che si sente ma non può esprimersi a parole, sia perchè il linguaggio umano è impotente a rendere quel che lo spirito prova, sia perchè il comunicare ad altri quello ch'è troppo intimo, appare come una profanazione delle cose più sacre. È probabile che Paolo avrebbe portato seco nella tomba il segreto delle eccelsa visioni di quattordici anni prima, qualora non fosse stato costretto a parlarne per difendersi. Ad ogni modo, i momenti più sublimi e dolci della nostra comunione con Dio restano come una pregustazione ed un'arra della vita celeste ed eterna, promessa a chi è unito con Cristo.

4. C'è un pericolo nell'avere di sè un concetto troppo alto; ma c'è del pari quando gli altri hanno di noi un concetto che non risponde alla realtà. Ciò può essere di ostacolo al pentimento, generare abitudini d'ipocrisia e di orgoglio. Paolo desidera che lo si ritenga per quel ch'egli è, nè più nè meno. «È questa la caratteristica della vera grandezza e della bontà genuina. Non ha bisogno di artifizi può sopportar, la luce del sole... Cristo non si circondò di etichetta e di pompa come i dignitarii del mondo: era accessibile a tutti, semplice, alla mano, affettuoso, umile. È l'orpello che ha bisogno d'esser veduto da lungi per parere oro; ma quanto alla bontà reale, più la contempliamo da vicino e più essa risplende» (F. Robertson).

5. La disciplina del dolore, del dolore anche prolungato, è necessaria per farci sentir la nostra debolezza, per farci sentire il bisogno assoluto della grazia di Dio e spingerci alla preghiera.

La prova può sembrarci severa e lunga ed incomprensibile; ma viene il tempo in cui Dio ne mostra lo scopo paterno e ne rivela i frutti squisiti. «Il ramo curvo non resta diritto nella buona direzione solo per mezzora. Una sola severa lezione non guarisce l'inclinazione peccaminosa della nostra natura».

6. La preghiera è il nostro rifugio migliore nelle prove ed afflizioni; quella di Paolo è ben definita: egli domanda a Dio d'esser liberato dallo stecco nella carne che lo fa soffrire e lo intralcia apparentemente nell'opera; è perseverante: non una ma tre volte prega; è ben diretta: egli prega il Signore che tutto vede e tutto può e non alcuna creatura; è umile poichè cessa dall'insistere quando il Signore gli fa comprendere che lo stecco è necessario per tenerlo nell'umiltà.

7. La risposta del Signore alla preghiera è istruttiva. Egli non concede quello che Paolo chiede, ma concede anche di più. Concede la grazia sufficiente per accettare e sopportare la prova; concede al suo apostolo la forza sua in larga misura per compier la di lui missione fino alla fine. La malattia che a Paolo pareva un impedimento al suo apostolato, Dio la trasforma in ausiliare. Essa mantiene in umiltà l'istromento umano; e nella debolezza dell'uomo, Dio può manifestare la pienezza della sua forza.

11 Sezione E 2Corinzi 12:11-18 I MIRACOLI OPERATI DA PAOLO IN CORINTO

Paolo è giunto pressochè alla fine della sua rivendicazione. Non la chiude però senza fare un ultimo appello ai fatti di cui i Corinzi erano stati testimoni. La pietra di paragone dei fatti Paolo l'accetta volentieri e fra i tanti di cui erano stati testimoni i Corinzi; c'erano i miracoli operati per mezzo suo. Non era questo un carisma concesso esclusivamente agli apostoli e non è l'unica credenziale esibita dall'apostolo; ma insieme ad altri di carattere morale e spirituale, questo poteva annoverarsi come uno dei segni che autenticavano un apostolo di Cristo, tanto più che i giudaizzanti non sembrano aver posseduto il dono dei miracoli.

Sono divenuto pazzo

(o insensato). Il testo comune aggiunge: gloriandomi. La chiosa non è autentica, ma esprime esattamente l'idea di Paolo. Guardando indietro a quanto egli ha scritto nei capp. 2Corinzi 11-12 egli caratterizza un'ultima volta il suo gloriarsi come una cosa anormale, da insensati; soggiungendo che non l'ha fatto se non costretto. Di ciò i Corinzi hanno colpa.

Voi mi ci avete costretto; poichè io avrei dovuto essere da voi raccomandato

qual genuino apostolo di Cristo, allorquando veniva posta in dubbio o vilipesa la mia autorità apostolica. Siete voi che avreste dovuto difendere il mio apostolato contro ai giudaizzanti invece di por me nella penosa necessità di far la parte dello stolto per dimostrare la realtà dell'ufficio affidatomi. E questo i Corinzi l'avrebbero potuto fare, valendosi di quanto avevano veduto coi loro occhi.

Non sono, infatti, stato per nulla inferiore agli apostoli per eccellenza

(agli apostoli-ultra),

sebbene io non sia nulla.

L'esposizione fatta da Paolo finora, e tutto quel ch'essa lasciava pensare, senza dirlo, era più che sufficiente a dimostrare la superiorità dell'apostolato di Paolo su quello dei millantatori giudaizzanti che si spacciavano per degli apostoli per eccellenza. D'altronde i Corinzi avevano potuto veder Paolo all'opera e potevano da sè stabilire il paragone. In ogni umiltà, però, Paolo aggiunge cfr. 1Corinzi 15:8-10 che per sè stesso, all'infuori della grazia di Cristo, egli non è nulla, nulla in fatto di capacità e di forza spirituale.

12 Certo quel che contraddistingue l'Apostolo è stato compiuto fra voi, in mezzo ad una costanza a tutta prova, con dei segni e dei prodigii e delle potenti operazioni.

Da parte di Paolo, non son mancate le credenziali; ma i Corinzi sono stati tardi nel riconoscerle e pronti a dimenticarle. Dice lett. «i segni dell'apostolo sono stati operati fra voi»; s'intende: i segni che fanno riconoscere, che contraddistinguono colui ch'è rivestito dell'ufficio apostolico. Adopera il passivo sono stati operati o compiuti, perchè il vero autore dei miracoli è Dio, mentre l'Apostolo non è che lo strumento umano. Ma in questo appunto sta il valore di cotesta credenziale, nell'essere cioè un suggello divino che autentica la missione affidata ad un uomo per sè stesso debole. Le parole in ogni costanza sono state intese da alcuni come se la costanza fosse il primo dei distintivi dell'apostolato qui mentovati; ma esse paiono indicare piuttosto in mezzo a quali circostanze difficili, o sfavorevoli. tali da mettere a dura prova la pazienza e la costanza, Paolo abbia esibito i «segni dell'apostolo». Tolto come inautentico, nel testo comune, le tre parole: «segni, prodigii, potenze», i dativi van considerati come istrumentali: «con dei segni, con, ecc.». Le tre parole designano tutte degli atti miracolosi, ma si andrebbe troppo oltre se si credesse che con quei tre termini Paolo ha voluto presentare gli stessi atti sotto tre aspetti diversi. A che pro allora accumular le parole? Piuttosto, ogni parola accenna ad una categoria di miracoli in cui è più cospicuo quel particolare aspetto che l'espressione addita, i segni sono i miracoli in cui è più manifesto il rapporto fra l'atto fisico e quello spirituale di cui è simbolo e profezia. Esemp. guarigioni di ciechi, di lebbrosi. Prodigi sono i miracoli in cui spicca maggiormente il carattere straordinario, meraviglioso, distinto dal corso naturale delle cose. Potenti operazioni (lett. potenze) sono i miracoli in cui è più manifesto lo spiegamento d'una potenza divina. È vero, d'altronde, il dire che quasi ogni atto miracoloso presenta il triplice aspetto di segno, di prodigio, di potente operazione; ma ciò non toglie che l'Apostolo non voglia accennar qui col moltiplicar le parole, al gran numero ed alla grande varietà dei miracoli compiuti in Corinto. Anche in Romani 15:19; Atti 15:12 Paolo parla dei miracoli da lui compiuti. Gli Atti ne narrano molti, ma tacciono sopra quelli operati in Corinto.

13 Infatti, che cosa avete voi avuto di meno delle altre, chiese, se non, questo, che io stesso non vi sono stato di aggravio? Perdonatemi questo torto.

I Corinzi avevano goduto degli stessi privilegii delle chiese fondate dai Dodici e delle altre fondate da Paolo stesso. C'è una cosa si ch'è loro mancata e che buona parte delle altre hanno avuto, cioè il carico del mantenimento di Paolo. In questo, dice egli ironicamente, siete stati inferiori. Avete avuto in abbondanza i segni operati per mezzo mio in un colle mie fatiche; ma io personalmente non ho voluto valermi del diritto che avevo al sostentamento. Se questo è un torto che io vi ho fatto, perdonatemelo. Ma siccome avevo dei buoni motivi di agire come ho fatto, non muterò sistema neppure in avvenire.

14 Ecco, per la terza volta, io sto per venire da voi, e non vi sarò di aggravio; poichè cerco non i vostri beni, ma voi. Infatti non sono i figli che devono tesoreggiare per i genitori, bensì i genitori per i figli.

Dice propriamente: «Ecco questa terza volta io sono sul punto di venire...». Alcuni hanno inteso che Paolo, per la terza volta facesse dei preparativi per il viaggio. Ma se Paolo non fosse già stato due volte effettivamente a Corinto, la sua argomentazione non avrebbe senso; poichè il far dei preparativi non avrebbe di certo recato aggravio alla chiesa. Solo nel caso di tre soggiorni effettivi durante i quali Paolo non ha chiesto nulla alla chiesa, l'argomento di lui ha un valore reale. Egli non domanda nulla perchè non desidera i loro beni (come pare fosse il caso dei giudaizzanti); ma cerca loro, le loro persone per condurle alla fede in Cristo ed in quella raffermarle. «Dictum vere apostolicum», notò il Grozio, e che mostra tutta l'altezza dei motivi di Paolo. Una tale condotta è in armonia colla relazione di Padre a figli ch'è quella ch'egli sostiene colla chiesa 1Corinzi 4:15. Certo una tale relazione implica non solo i doveri dei genitori, ma quelli ancora dei figli, che sarebbero l'ubbidienza, l'amore, il rispetto. Su questi Paolo tace, ma egli qual padre loro spirituale cerca ad ogni modo, il loro bene. Ben lungi dal pensare ad accumular tesori materiali sfruttando i figli, egli cerca di arricchire i Corinzi di beni spirituali e permanenti in vita eterna. Pur di conseguire il fine del loro eterno bene Paolo è disposto ai maggiori sacrificii.

15 Quanto a me, molto volentieri spenderò

del mio, in fatto di beni materiali,

e sarò speso intieramente per il bene delle vostre anime.

L'essere speso accenna al sacrificio delle forze, delle energie, della vita stessa. La particella significa che Paolo è disposto ad andare sino all'ultimo sacrificio. Tutto quel ch'egli ha e tutto quel ch'egli è lo consacra volentieri «a favore», cioè per il bene «delle anime» loro. Nell'ultima parte di 2Corinzi 12:15 il testo offre qualche variante. Il και (anche) del testo comune manca in quasi tutti i Codici e va soppresso. Invece l' αγαπων (amando) è meglio appoggiato dell' αγαπω (amo) accettato da Tischendorf e dal Nestle. Il testo com'è punteggiato da quei critici suonerebbe: «Se io vi amo molto più, sono io meno riamato?» Stando al testo più sicuro, il senso è quello del testo comune alquanto attenuato: «dovess'io pure, amandovi assai più, esser meno amato»; ovvero:

quand'anche amandovi io assai più, sia meno amato.

È sublime l'amor di Paolo; ma ciò non toglie che sia dolorosa la nota che ritorna anche qui cfr. 2Corinzi 6:13; 7:2 circa il poco affetto di cui egli era ricambiato.

16 In 2Corinzi 12:16-18 respinge o forse previene una maligna insinuazione degli avversarii riguardo al disinteresse da lui mostrato

Ma, sia pure! lo non vi sono stato a carico; ma, da uomo astuto, vi ho presi con inganno.

E l'inganno consisterebbe nell'aver sfruttato la chiesa, in modo indiretto, valendosi dei suoi collaboratori mandati in missione a Corinto. Chi sa che non fosse appunto il sistema seguito dai giudaizzanti, quello di non figurare essi stessi come sfruttatori, ma di far lavorare altri sottomano per conto loro? Paolo respinge l'insinuazione, appellandosi ai fatti.

17 Vi ho io; forse sfruttati per mezzo di alcuno di coloro che vi ho mandati? Ho pregato Tito di andar da voi ed ho con lui mandato il fratello [che sapete],

e che dovea essere un ministro subordinato destinato a coadiuvare Tito nell'opera sua in Corinto. Forse lo stesso che 2Corinzi 8:22. Non parla qui di Timoteo, e ciò farebbe supporre ch'egli non si sia recato a Corinto nell'intervallo fra la prima e la seconda Epistola.

18 Tito vi ha egli sfruttati? Non siamo noi proceduti collo stesso spirito e per le stesse orme?

Paolo non allude minimamente nella sua domanda al fatto speciale dell'attività spiegata da Tito in favor della colletta per Gerusalemme. Afferma in modo generale che Tito non è stato, mantenuto dalla chiesa. Spirito s'intende da alcuni dello Spirito Santo, ma è più semplice l'interpretarlo del principio interno, dei moventi che erano stati l'anima della condotta di Paolo e dei suoi compagni. Al di sopra di ogni interesse personale essi avevano posto l'interesse della causa del Vangelo. Le orme indicano le regole seguite nella condotta esterna e propriamente quella di non valersi del loro diritto al mantenimento.

AMMAESTRAMENTI

1. È dovere dei membri della chiesa di difendere i loro conduttori dalle facili critiche, dai sospetti e dalle accuse, specie quando provengono da intrusi che cercano di seminar zizzania in seno al gregge. I figli spirituali devono sentir il bisogno di difendere chi li ha generati a vita nuova.

2. Chi pretende in seno alla chiesa ad una autorità apostolica, deve poter giustificare un tal diritto coll'esibire le credenziali apostoliche che sono di due ordini: morali e soprannaturali. Chi non ha nè le virtù cristiane degli apostoli, nè i doni miracolosi che autenticavano la loro missione, non ha il diritto di darsi per successore degli apostoli. D'altronde l'ufficio non era trasmissibile, poichè un apostolo doveva aver veduto il Signor Gesù risorto.

3. «Non vestra sed vos», è la formula dell'amore disinteressato di Paolo, e dev'esser quella di ogni pastore cristiano. Più che questo, Paolo seguendo il modello del Pastore supremo che mise la sua vita per le pecore è disposto a spendere e ad esser speso per il bene dei suoi figli spirituali; e ciò quantunque lo punga il dolore di vedersi debolmente riamato. Lo spirito cristiano è spirito di abnegazione, di sacrificio, di amore. Non riguarda i falli altrui come motivo, valevole per venir meno al proprio dovere.

4. Secondo 2Corinzi 12:14, non è contrario alla volontà di Dio il risparmiare qualcosa per lasciarla ai figli, purchè ciò si Possa fare senza venir meno ad altri doveri verso Dio, verso il prossimo, o verso i figli stessi. Il farlo per spirito di avarizia o di orgoglio non è cosa che Dio possa benedire il trarre profitto dai figli più che si può e più presto che si può, è cosa non solo opposta al Vangelo, ma perfino alla legge naturale.

5. «La mano sinistra non è più indispensabile alla destra di quanto lo sia l'armonia e la concordia ai ministri della chiesa» (S. Basilio). Paolo ed i suoi collaboratori sono animati dallo stesso spirito e seguono una medesima linea di condotta. Esempio degno d'esser notato ed imitato in tutti i tempi.

19 §3. L'uso che Paolo farà, in Corinto, della sua autorità apostolica 2Corinzi 12:19-13:10

Paolo ha affermata la realtà e dimostrata la superiorità del suo apostolato di fronte a quello spurio degli intrusi giudaizzanti. Egli chiude la parte polemica dell'Epistola col pensiero stesso con cui l'avea principiata: coll'annunziare, cioè, che nella sua imminente visita a Corinto, egli userà di tutta l'autorità disciplinare inerente all'apostolato. Esprime però, una volta ancora, il desiderio di non esser posto nella dolorosa necessità di usar rigore. Nella prima delle tre brevi sezioni in cui si divide il §, Paolo esprime il timore di trovare nella chiesa molti membri rimasti impenitenti 2Corinzi 12:19-21. Nella seconda, dichiara la sua risoluzione di usar severità senza riguardi 2Corinzi 13:1-4. Nella terza, invita i Corinzi a esaminar sè stessi ed a risparmiargli il dolore di dover colpire.

Sezione A 2Corinzi 12:19-21 I TIMORI DI PAOLO SULLO STATO DI MOLTI D'INFRA I CORINZI

Da lungo tempo (testo em.) voi pensate che noi stiamo facendo la nostra apologia presso a voi.

Il testo emendato ricevuto da quasi tutti i critici legge παλαι (da tempo) invece di παλιν (di nuovo). Invece d'essere interrogativa, la frase diventa una affermazione di Paolo circa i sentimenti orgogliosi dei Corinzi, i quali si atteggiavano a giudici dinanzi ai quali Paolo, l'accusato, esporrebbe umilmente le sue difese. Già nella prima Epistola l'Apostolo ha dato sul naso a quella boria di bambini spirituali che pretendevano giudicare il loro padre 2Corinzi 4. Si vede qui come un tale spirito, fomentato dai dottori giudaizzanti, non fosse peranco del tutto sparito. Ma nel riassumere la posizione che gli spetta di fronte ai Corinzi, l'Apostolo dichiara che se ha consentito a difendere, come ha fatto, il suo ufficio, non ha inteso con ciò riconoscere i Corinzi per i suoi giudici nè prender dinanzi a loro la posizione dell'accusato. Ben diversi e più elevati sono stati i suoi moventi ed il suo intento.

Egli è dinanzi a Dio, in Cristo, che noi parliamo

Dinanzi a Dio il solo Giudice al quale siamo responsabili, non dinanzi a voi. «in Cristo», cioè nella comunione di Cristo, come persone che vivono in Cristo, che a lui servono e vogliono piacere, che agli interessi del regno di Cristo s'ispirano in tutto quel che dicono e scrivono.

E tutto ciò, diletti: per la vostra edificazione

Anche quando si sforza di dissipare malintesi, o di rivendicare la propria autorità apostolica, Paolo non mira che al bene spirituale dei Corinzi. Li vuole ricondurre sulla buona via, li vuol liberare dalle insidie che sono tese alla loro fede ed al sano sviluppo della vita spirituale nata nei loro cuori. Edificare, tal'è infatti il fine precipuo del ministerio affidatogli dal Signore cfr. 2Corinzi 13:10; 10:8. Presso i più, Paolo può rallegrarsi di aver raggiunto lo scopo; ma, purtroppo! Lo stato morale di una parte della chiesa desta ancora in lui gravi apprensioni. Egli teme di doverli recidere come membri cancrenosi che mettono in pericolo la vita del corpo.

20 lo temo infatti di non trovarvi quando sarò giunto, quali io vorrei d'esser da voi trovato quale voi non vorreste,

cioè risoluto ad usare, sul serio, di tutta l'autorità disciplinare d'un apostolo.

[Temo] che talora vi siano fra voi contesa,

Il singolare è accettato dai critici invece del plurale contese che ha per sè la maggioranza dei codici. Lo spirito di parte è gran generatore di contese

invidia (testo em.), ire

od animosità,

fazioni.

Il sost. εριθειαι deriva da un altro che significa mercenario, quindi uomo di parte, fazioso. Designa le ambizioni faziose di chi cerca, con qualunque mezzo, di formarsi un partito.

diffamazioni

ossia la passione dello sparlare gli uni degli altri anche in pubblico,

maldicenze

meno aperte. Lett. l'originale significa «sussurro» Si tratta delle maligne insinuazioni, della esagerazione del male che trovasi in altri, del divulgar senza necessità quel ch'è nocivo all'altrui riputazione;

superbie

(lett. «gonfiamenti»),

disordini.

La prima Epistola faceva menzione di disordini nella celebrazione della Cena, ed in genere nel culto. Forse sono da includere sotto questa parola delle scene in cui la passione trascendeva in invettive e tumulti.

21 [e] che, quando io sia venuto, l'Iddio mio di nuovo mi umilii presso di voi.

Si può tradurre egualmente: «E che, quando io sia venuto di nuovo, l'Iddio mio mi...». Siccome però la visita annunziata sarà la terza che l'Apostolo farà a Corinto, e che altrove egli allude alla seconda come fatta di già «in tristezza» 2Corinzi 2:1; come consacrata al riprendere ed all'avvertire molti peccatori 2Corinzi 13:2; è meglio connettere il di nuovo coll'idea di umiliazione. Paolo teme d'essere una seconda volta umiliato, perchè, come la prosperità spirituale di una chiesa lo fa esultare d'allegrezza 2Corinzi 7-8; così il veder ricaduti nel peccato coloro che n'erano usciti, lo umilia ed addolora. Eppure anche «nelle umilianti esperienze del suo ufficio, Paolo scorge un fine pedagogico del suo Dio» (Meyer).

ed io debba menar cordoglio sopra molti di coloro che hanno innanzi peccato e non si sono ravveduti della impurità e della fornicazione e della dissolutezza, che hanno commesso.

Il menar cordoglio indica il profondo dolore che Paolo avrebbe a provare quando trovasse che molti convertiti sono ricaduti nei peccati di prima e che nessun ammonimento è valso a richiamarli a pentimento. Li dovrebbe escludere dalla chiesa, con poca speranza di vederli ritornare a Dio. Fa parola qui, particolarmente, dei peccati di sensualità, perchè erano i più frequenti nella chiesa di Corinto sorta in ambiente di grande corruzione Cfr. 1Corinzi 5:6. Avevano poi carattere di aperta ribellione alla legge di Cristo e dovevano cadere più facilmente che non quelli enumerati a 2Corinzi 12:20; sotto il rigore della disciplina ecclesiastica. Adoperando le tre parole di impurità, fornicazione e dissolutezza, Paolo lascia intendere come l'impudicizia avesse rivestito in Corinto tutte le forme possibili. Dicendo: «molti di quelli che...» vuol accentuare l'idea del gran numero formante la categoria dei peccatori ricaduti, dopo la loro conversione, in peccati scandalosi, e rimasti impenitenti ad onta delle riprensioni orali e scritte che avevano ricevuto. Se resterà inefficace anche quest'ultimo appello al loro cuore, si renderà inevitabile una dolorosa epurazione.

AMMAESTRAMENTI

1. Parlare «innanzi a Dio», «in Cristo», a per l'edificazione della chiesa» - ecco quel che ogni ministro di Cristo deve proporsi quando è chiamato a rivolger la parola ai fedeli.

2. «Quasi tutti i peccati enumerati a 2Corinzi 12:20 sono direttamente connessi coll'esistenza dei partiti e dello spirito di parte nella chiesa. Appartengono ad una categoria di peccati che ha disonorato la chiesa per tutto il corso della sua storia ed il cui carattere eccessivamente peccaminoso non è ancora riconosciuto dalla gran maggioranza dei cristiani di professione... Si crede vagamente che la caparbietà, gl'intrighi, le arti faziose, la gelosia, la prosunzione degli uomini sono qualcosa di meglio quando sono posti al servizio della chiesa, che non quando sono adoperati per mero egoismo. Ma ciò non è, essi non mutano natura; sono anzi particolarmente odiosi se arruolati al servizio di Colui che fu mansueto ed umile di cuore e diede sè stesso per gli uomini» (J. Denney).

3. I timori, le umiliazioni, il pianto cagionati dai figli spirituali infedeli, fanno parte delle esperienze del servo di Cristo, insieme con le grandi gioie e le consolazioni cfr. 2Corinzi 7.

4. Se Paolo si sentiva umiliato per peccati esistenti in seno alla chiesa di Corinto, quali non dovrebbero essere i sentimenti dei figliuoli di Dio nel contemplare lo stato attuale di quel che si chiama «la cristianità?».

5. L'esperienza di molti fra i Corinzi ci deve fare avvertiti del pericolo in cui siamo di ricadere nei peccati che hanno dominato su noi prima della nostra conversione. Senza una costante vigilanza ed un perenne ricorrere alla potenza della grazia in Cristo, «l'uomo vecchio» riprenderà il sopravvento e ci ridurrà in una schiavitù peggiore della prima.

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