2Corinzi 2

1 Perchè Paolo potesse contribuire, colla sua visita, alla gioia cristiana dei Corinzi, era necessario che lo stato della chiesa fosse tale da non necessitare l'esercizio della severità apostolica. Perciò egli ha preso la risoluzione di non fare alla chiesa un'altra visita penosa come pare lo fosse stata l'ultima. Altrimenti, come vi potrebbe esser gioia sia per loro, sia per lui? Ha quindi preferito scrivere una lettera che ha fatto sanguinar il suo cuor di padre; ma l'ha fatto nella speranza che, corretti i traviamenti da lui ripresi, egli potesse tornare a Corinto coll'animo pienamente sollevato.

Or io ho risoluto questo in me stesso:

Lett. ho giudicato, espressione che accenna ad una decisione presa dopo maturo esame del pro e del contro. Codesta decisione avea cagionato il mutamento nell'itinerario da seguire.

di non venire una seconda volta con tristezza da voi.

La lezione della quasi unanimità dei codici: (non una seconda volta in tristezza) rende viepiù evidente che la risoluzione di Paolo era di non fare una seconda visita penosa per lui e pei fratelli a Corinto. L'ultima fatta era dunque stata tale, ma quando era ella avvenuta? Non può trattarsi del primo soggiorno dell'Apostolo quando egli avea fondata la chiesa; e neppure di un ritorno a Corinto da una escursione in provincia fatta nel corso di quel periodo di fondazione; meno che mai di una visita fatta per lettera. Si tratta dunque, come si è detto nell'Introduzione, di una visita breve 1Corinzi 16:7, non mentovata negli Atti, ed avvenuta anteriormente alla 1a Corinzi e fors'anche alla lettera perduta di cui 1Corinzi 5. Il supporre una visita nell'intervallo tra le due Epistole canoniche, seguita da una lettera severissima perduta per noi, non poggia sopra alcun indizio certo. Paolo ha preso la decisione accennata, perchè s'egli, ogni volta che visita Corinto, è costretto di recar dolore alla chiesa, come potrà mai venirgli qualche gioia da quei suoi figli spirituali? Bisognerebbe che lo rallegrasse appunto chi è stato da lui attristato: cosa assurda ed impossibile.

2 Poichè, se io vi attristo, chi sarà mai colui che mi rallegri, se non colui che sarà stato da me attristato?

Se dunque la sua visita a Corinto avea da essere allietata dal sole della gioia, bisognava di necessità aspettare che fossero spariti i nuvoloni, e mutate in meglio le condizioni morali della chiesa. A raggiungere un tale intento, Paolo ha preso il partito di scrivere ai Corinzi una lettera.

3 E vi ho scritto appunto ciò,

appunto quella lettera che ha destato sì viva impressione in tutti voi.

affinchè venendo, io non abbia da ricevere tristezza da coloro che mi dovrebbero rallegrare,

coi loro progressi costanti nella vita cristiana alla quale li ho generati mediante la predicazione del Vangelo. Ed egli sperava che la sua lettera avrebbe ottenuto un tal risultato, perchè, animato dalla carità che tutto crede e tutto spera, egli avea fiducia che i Corinzi farebbero quanto da loro dipendeva per risparmiar amarezza e procurar invece allegrezza al loro padre spirituale, considerando come loro propri i dolori e le gioie dell'Apostolo:

Avendo in voi tutti questa fiducia, che la mia allegrezza è quella di tutti voi

La lettera stessa Paolo ben sapeva che doveva affliggere la chiesa; lo scriverla è stato quindi per lui un dovere penosissimo, ma l'ha compiuto mirando, non al dolore recato, bensì al bene che ne doveva scaturire; come fa il padre quando è costretto a riprendere ed a castigare il figlio ch'egli ama teneramente.

4 Perciocchè, in grande afflizione e distretta di cuore, io vi ho scritto fra mezzo a molte lagrime; non affinchè voi foste attristati, ma affinchè conosceste l'amore speciale ch'io ho per voi.

La preposizione εκ (da) che abbiamo resa con in, indica propriamente che la lettera era proceduta da un animo profondamente afflitto, era uscita da un cuore angosciato al vedere in grave pericolo un'opera ch'era costata tante fatiche e tanti dolori all'apostolo. Solo l'amore speciale che egli nutriva per essi l'avea potuto spingere ad adoperare il ferro chirurgico della riprensione severa. Ma lo avea fatto fra mezzo alle lagrime. Anche il Signore «castiga chi egli ama e flagella ogni figlio ch'Ei gradisce» Ebrei 12:6. Si è domandato: È egli mai possibile che tali sieno stati i sentimenti con cui Paolo scrisse la prima ai Corinzi? Se si tien conto della profonda sensibilità d'animo dell'apostolo, se si riflette ch'egli era stato il padre della chiesa che lo ripagava coll'ingratitudine per dar ascolto alle male insinuazioni di gente avversa venuta di fuori, se si pensa al numero ed alla gravità dei disordini che Paolo riprende nella prima Ep., e specialmente di quello dell'incesto cap.2Corinzi 5, la cosa non parrà inammissibile. Per quanto sia moderato il linguaggio e represso ogni sfogo, pur si sente, leggendo in ispecie i sei primi capitoli della 1Corinzi, che sotto alla espressioni misurata, ribolle un sentimento profondo che qua e là si traduce in amara ironia. Cfr. 1Corinzi 4:3,7-16,18-21; 5:2,6; 6; 7:40; 9:1-4,12; 11:17-19; 14:36; 15:34; 16:22.

AMMAESTRAMENTI

1. Per quanto alto sia il ministerio degli apostoli, non cessa dall'essere un ministerio, un servizio. Ai ministri non appartiene il «signoreggiare sulle eredità del Signore» 1Pietro 5:3, e, meno che mai, il «signoreggiare sulla fede» dei credenti. Gli apostoli hanno ricevuto una special misura dell'unzione dello Spirito per proclamar l'Evangelo secondo la mente di Cristo 1Corinzi 2; ma la fede resta libera così nel suo nascere come nel suo sviluppo. Non nasce da un atto d'autorità, da un comando, bensì dalla libera persuasione formatasi nella mente, nel cuore e nella coscienza poste in presenza della verità. Una volta creata la vivente relazione dell'anima col suo Dio, il credente è più che mai emancipato dalla tutela degli uomini. Ogni cosa è sua, compreso il ministerio degli Apostoli 1Corinzi 3:21-23, ed egli è di Cristo. Paolo declina il farla da signore sulla fede dei Corinzi, quasichè avesse da comandar loro di creder questo e di non creder quello, ed essi avessero da rinnegare la facoltà del libero esame Atti 17:11; 1Corinzi 10:15; 1Giovanni 4:1; Galati 1:8-10, la loro individuale responsabilità ed attività spirituale. Avrà forse una autorità ecclesiastica qualsiasi il diritto di tener sotto tutela il popolo di Cristo divietandogli di leggere le S. Scritture, prescrivendogli gli articoli del suo Credo sotto pena di dannazione, frapponendosi qual mediatrice necessaria fra l'anima ed il Salvatore?

«C'è da tracciare qui, dice Fed. Robertson, la differenza tra il prete ed il ministro. Ambedue desiderano la salvazione degli uomini; ma il prete vuol salvarli col mezzo dei suoi poteri e delle sue prerogative ufficiali; mentre il ministro brama di aiutarli a salvarsi. Il «signoreggiar sulla vostra fede» esprime lo spirito del prete. L'«essere cooperatori per la vostra allegrezza» descrive lo spirito del ministro che desidera d'essere non un padrone, ma un aiuto... Questa è la gran contesa fra paganesimo e cristianesimo, tra romanesimo e protestantesimo; tra le boriose pretese ecclesiastiche ed il cristianesimo spirituale. Come saranno gli uomini salvati? Direttamente, per mezzo di Cristo? O, indirettamente, da Cristo per mezzo del prete? Per via di fede personale o per via della miracolosa strumentalità dei sacramenti? Cos'è il ministro cristiano? È egli uno le cui manipolazioni ed il cui intervento siano necessari per render la fede e la bontà morale accettevoli e per impartir loro una spirituale efficacia? Ovvero è egli semplicemente uno che ha per ufficio di servire i suoi fratelli col comunicar loro quel tanto di conoscenza superiore ch'egli si trovi possedere o quell'impulso superiore che emana dal suo carattere personale? La decisione dell'apostolo non è dubbia... D'altronde non è questione del nome, bensì della sostanza. Vi possono essere fra coloro che sono chiamati preti degli uomini dallo spirito ministratore, come Fénelon, mentre vi saranno tra coloro che evitano di chiamarsi preti degli spiriti altieri, sacerdotali, dominatori e prepotenti, secondo i quali non è cristiano chi non accetta il loro insegnamento e non è pio chi non si piega ai loro particolari concetti e riti... Questi uomini sono sempre persecutori. L'assumere che fanno una dominazione sulla fede degli uomini di necessità li fa tali. In certe età, essi erigono dei roghi, in altre maledicono ed in altre si contentano di stimmatizzare chi non la pensa come loro».

5 Sezione D 2Corinzi 2:5-11 LA RIAMMISSIONE DELL'INCESTUOSO

Dato il ravvedimento dell'incestuoso, Paolo dà il cordiale suo consenso alla di lui riammissione.

Il nesso con quel che precede si può esprimere così: il motivo per cui ho ritardato la mia venuta è stato il desiderio di non farvi una visita penosa. Ad evitare una tale necessità vi ho scritto la lettera severa che sapete. E poichè essa ha prodotto sul principale colpevole e sulla chiesa tutta un salutare effetto, io sono dispostissimo a dare la mia piena approvazione a una misura di clemenza che sarà per il bene dell'individuo pentito e della chiesa.

Che se alcuno ha rattristato, non ha rattristato me, ma fino a un certo punto, per non aggravarlo, voi tutti.

Per delicatezza di carità, Paolo accenna a colui che era stato cagione di dolore alla chiesa in modo dubitativo ed indeterminato, senza nominar nè la colpa nè la persona. Ora ch'egli è pentito, il fare diversamente parrebbe all'apostolo una crudeltà. Dicendo: non ha attristato me, Paolo non vuol significare che il grave scandalo l'abbia lasciato insensibile; ma che la colpa commessa da quel tale non ha avuto per nulla il carattere di un'offesa personale verso di lui. E dice questo per allontanare il sospetto che la severità da lui mostrata fosse ispirata dal risentimento, o ch'egli volesse considerare il caso come una questione personale. Difficilmente potrebbe Paolo esprimersi a quel modo se il «qualcuno» fosse stato un calunniatore od un insultatore di lui. Tutto induce a credere che l'allusione si riferisca all'incestuoso di 1Corinzi 5. Colla sua colpa, quel tale avea recato offesa e dolore alla chiesa tutta di cui faceva parte e ch'era con lui solidale (ibid.). Non già che il danno ed il dolore fossero stati molto profondamente sentiti da tutti, ma fino a un certo grado, lett. in parte, il colpevole aveva attristato i membri della chiesa. Se Paolo dice in parte ( απο μερους) lo fa per restar nel vero ed anche per non aggravar la colpa di chi mostrasi ormai pentito. Il complemento sottinteso del verbo «aggravare» è lui 1Tessalonicesi 2:9; 2Tessalonicesi 3:8. La frase d'altronde è stata costrutta in varii modi più o meno forzati. Esempi: «... non recò a me se non parte di tristezza, affinchè io non faccia aggravio a tutti voi» (Vulg. Lut, Martini); «...ha rattristato la generalità, o almeno, per non esagerare, una parte di essa» (Weizsacker).

6 La chiesa, spinta dall'apostolo, ha inflitto al colpevole una correzione che lo ha umiliato a salute, se ora ella è disposta a usargli clemenza, Paolo la seconderà ben volentieri.

Basta a quel tale quella riprensione che gli è stata fatta dalla maggioranza,

o dai più; s'intende dalla maggioranza della chiesa che si era mostrata ossequente all'ordine di Paolo. Solo una minoranza composta di libertini e di giudaizzanti nemici di Paolo era rimasta estranea alla misura disciplinare in questione. La parola (riprensione) non s'incontra altrove nel N. T. Il senso forse un po' blando di riprensione poggia su quello del verbo analogo che significa riprendere, sgridare Matteo 8:26; 16:20; Luca 4:39; Marco 9:25; 2Timoteo 4:2. Negli scrittori ecclesiastici designerà una punizione o una pena disciplinare. In che abbia consistito la riprensione inflitta all'incestuoso di Corinto, non lo possiamo sapere con certezza. Probabilmente la chiesa, nella sua gran maggioranza, avea proceduto all'espulsione del colpevole ed in conseguenza rotte le relazioni fraterne con lui. Quell'atto aveva scossa la coscienza di quel traviato e l'avea condotto a pentimento sincero. Talchè Paolo pronunzia sufficiente, per grado e per durata, quella correzione, poich'essa ha raggiunto lo scopo. Sembra che non fosse stato necessario applicare in tutta la sua severità la misura espressa da Paolo colle parole: «dare in man di Satana per la distruzione della carne» 1Corinzi 5:5.

7 Ad ogni modo non è il caso di continuare meno che mai di aggravare la pena di chi ha dato prove convincenti di ravvedimento:

Talchè, al contrario, voi [dovete] fargli grazia e consolarlo

(lett. far grazia e consolare),

che talora quel tale non sia sommerso

(lett. inabissato, inghiottito)

dalla eccessiva tristezza.

Se, nonostante il pentimento dimostrato, seguitasse a vedersi respinto dalla fratellanza, potrebbe immergersi nella più cupa malinconia fino a sprofondare nell'abisso della disperazione. Sarebbe così perduto per altra via, quello spirito che si voleva salvare. Nel «far grazia» O «perdonare» consigliato da Paolo, non «'è la nozione che la chiesa perdoni come rappresentante di Dio, o dichiari all'individuo il perdono di Dio; ma semplicemente quella del perdono fraterno Efesini 4:32, Colossesi 3:13. La chiesa, danneggiata nel suo onore e nella sua missione dallo scandalo, perdona l'offesa, cessa la correzione disciplinare verso chi si è ravveduto, riprende con esso le relazioni fraterne, incoraggiando colle promesse di Dio chi è assorto dalla vergogna e dal dolore.

8 Perciò,

avuto riguardo al pericolo di una eccessiva severità,

io vi esorto a confermargli formalmente il [vostro] amore.

Probabilmente i Corinzi non avevano ardito riammettere alla comunione fraterna il colpevole senza aver consultato in proposito l'Apostolo, per mezzo di Tito. Paolo, lungi dall'opporsi, li esorta a fare quello che d'altronde è di loro competenza. Il termine κυρωσαι vale ratificare, sancire, confermare in modo legale e solenne Galati 3:15. Implica che i Corinzi devono, in quel modo più o meno ufficiale tenuto nell'escluderlo dalla fratellanza, pronunziare la sua riammissione, facendo così verso di lui atto formale di amor fraterno. L'espressione mal si concilia con l'ipotesi di un'azione puramente privata dei singoli membri della chiesa. Paolo li esorta tanto più volentieri a riprender le relazioni fraterne con «quel tale», che uno degli scopi della sua lettera, in ispecie di 1Corinzi 5, era stato appunto di mettere alla prova i sentimenti di ubbidienza della chiesa.

9 Infatti, a questo fine ancora io vi scrissi, acciocchè io conoscessi a prova se voi siete ubbidienti in ogni cosa.

E la prova era riuscita favorevole, almeno per la maggioranza dei fratelli. La lettera di Paolo li aveva scossi dalla loro pericolosa tolleranza pel male ed avea creata una forte corrente di sentimenti generosi verso l'Apostolo; talchè anche per riguardo alla chiesa egli è tranquillo. Se dunque essa è disposta, come pare, ad usar clemenza, non c'è per Paolo, alcun motivo di opporsi. S'egli ha preso in quest'affare una iniziativa per lui penosissima, lo ha fatto non nell'interesse suo personale, ma in quello della chiesa.

10 Ma,

una volta raggiunto il duplice scopo del bene del traviato e vostro,

a chi voi perdonate alcuna cosa, [perdono] anch'io volentieri; e infatti io, quel che ho perdonato (testo emend.), se ho perdonato qualcosa, [l'ho fatto] per cagion vostra nel cospetto di Cristo.

Cos'è che Paolo avea perdonato di già all'incestuoso? Si potrebbe pensare al dolore vivo recato al suo cuor di padre dallo scandalo; ma più probabilmente si tratta della remission di una parte del castigo di cui avea parlato in 1Corinzi 5: e ch'egli, come apostolo, era autorizzato ad infliggere: di quel «dare in man di Satana per la distruzion della carne». Nel fatto, la calamità corporale implicata in quelle parole, egli non l'aveva inflitta. Partita la lettera, egli, nella sua ansietà, avea provato un certo rammarico d'averla scritta, in ispecie per quelle parti di essa che dovevan recar dolore 2Corinzi 7:8, s'intende quindi come fra le istruzioni date a Tito, ci fosse quella di non spinger le cose all'estremo, onde non danneggiare la chiesa coll'oltrepassare il segno in fatto di severità. Paolo è stato remissivo per cagione dei Corinzi, cioè per riguardo al bene spirituale di una chiesa che Cristo gli ha dato il privilegio di fondare ed il dovere di pascere. In quanto ha fatto e fa per essa, egli agisce nel cospetto di Cristo, non guardando agli uomini, ma a Colui che è il suo Signore e ch'egli brama di servire e di glorifìcare. La Vulgata traduce: nella persona di Cristo, ma la parola ha sempre il senso di faccia anche in 2Corinzi 1:12. Si confrontino d'altronde, nella nostra stessa Epistola, i segg. passi: 2Corinzi 3:7,13,18; 4:6; 5:12; 8:24; 10:1,7; 11:20. Su questa traduzione erronea, l'esegesi cattolica ha innestato il diritto di assoluzione del prete quale rappresentante o gerente di Cristo. Il pensiero di Paolo è ben diverso. Nel mostrarsi remissivo e clemente verso l'incestuoso, egli ha operato come chi si sente del continuo sotto lo sguardo del suo glorioso Signore. Ha avuto riguardo agli interessi del regno di Cristo, sempre minacciati dalle insidie di Satana, il quale sa trar partito, a danno della chiesa, così della rilassatezza che tollera gli scandali, come della troppa severità che scoraggia i pentiti. In ogni maniera cerca di accrescere il suo regno di tenebre, infliggendo perdita al regno di Dio.

11 A questo Paolo ha voluto parare:

affinchè Satana non faccia guadagni su di noi, poichè non ignoriamo i suoi intenti.

Letteralmente Paolo dice: «affinchè non siamo sfruttati da Satana», o «affinchè non siamo una preda per la sua avidità rapace». Spingendo un'anima alla disperazione, faremmo il giuoco di Satana che arricchirebbe sè a spese del gregge cristiano. Dalle Scritture, come da una ormai lunga esperienza, Paolo ha imparato a conoscere fin troppo bene i biechi intenti del gran nemico che, «a guisa di leon ruggente, va attorno cercando chi possa divorare» 1Pietro 5:8, donde il dovere di esser vigilanti.

AMMAESTRAMENTI

1. Circa la disciplina ecclesiastica, questa sezione c'insegna ch'essa è necessaria, per quanto ne possa riuscir penoso l'esercizio. Necessaria per rivendicare l'onore della chiesa offuscato dagli scandali; necessaria per l'allegrezza cristiana della chiesa che non può sussistere quando è tollerato il peccato; necessaria infine per il bene stesso del colpevole che dev'esser tratto a pentimento. Tale disciplina, però, ha da esercitarsi con ispirito di carità da chi piange prima di far piangere altri, da chi non è mosso da alcun risentimento personale, ma unicamente dall'interesse che nutre verso il colpevole, verso la chiesa, verso il regno di Cristo in generale. Ha da esercitarsi con mezzi morali, quali sono la riprensione, l'esclusione dalla società cristiana colla conseguente rottura delle relazioni fraterne. Ha da esercitarsi con moderazione, evitando l'eccessiva severità che andrebbero contro allo scopo salutare del castigo. Ha da sospendersi, mediante cordiale riabilitazione, nel caso di accertato, sincero pentimento del colpevole. D'altronde, la maggiore o minore efficacia della disciplina dipende in gran parte dalla maggiore o minore vita e fedeltà spirituali della chiesa tutta.

2. 2Corinzi 2:11 c'insegna chiaramente l'esistenza e la personalità di Satana, nonchè la sua attività astuta e perversa contro al regno di Cristo. L'insegnamento delle S. Scritture su quello spirito malvagio è confermata dall'esperienza di tutti i cristiani; in ispecie dai maggiori servi di Cristo. «Liberaci dal maligno».

12 §2. La leale franchezza di Paolo nell'esercizio del glorioso ministerio del Nuovo Patto 2Corinzi 2:12-4:6

La menzione dei gravi pericoli corsi in Asia e la richiesta delle preghiere d'intercessione dei Corinzi aveano condotto Paolo a difendersi dall'accusa di leggerezza col mostrare la serietà coscienziosa che lo guidava in tutte le sue decisioni. Le liete notizie che Tito gli ha recate della chiesa di Corinto lo conducono a magnificare la gloria del ministerio del nuovo Patto ed a giustificar la santa libertà e franchezza con cui egli procede nell'esercizio di esso fra gli uomini.

Prima dell'incontro suo con Tito, egli era stato in grande ansietà circa l'effetto prodotto dalla sua lettera 2Corinzi 2:12-13.

Ma la vittoria di cui Dio ha coronato, anche questa volta, l'opera del suo servo, gli ha riempito il cuore di riconoscenza per i continui trionfi spirituali di cui il Signore accompagna dovunque la fedele predicazione ch'egli fa di Cristo 2Corinzi 2:14-17; trionfi di cui la chiesa di Corinto offre una prova evidente che basta ad autenticare il ministerio del suo fondatore 2Corinzi 3:1-3, sebbene egli stesso sia il primo a riconoscere che la causa efficiente di cotali successi non va cercata nell'uomo, ma nel Dio che forma ed adopra lo strumento umano 2Corinzi 3:4-6.

Codesta grande efficacia spirituale costituisce la gloria del ministerio del Nuovo Patto, gloria di tanto superiore a quella del ministerio legale, di quanto il Nuovo Patto stesso è superiore all'antico 2Corinzi 3:7-11. Conscio com'egli è di essere l'araldo della verità e della grazia offerte agli uomini nella economia definitiva, egli procede con grande libertà e con onesta franchezza nel far conoscere Cristo 2Corinzi 3:12-4:6.

Sezione A 2Corinzi 2:12-3:6 I TRIONFI DEL MINISTERIO DI PAOLO

Il ministerio evangelico di Paolo è dovunque accompagnato da grande efficacia spirituale

2Corinzi 2:12-13 L'ansietà di Paolo

Invece di venire a Corinto, Paolo ha scritto, in gran distretta di cuore, una lettera destinata a richiamare la chiesa sulla retta via. Produrrà ella l'effetto desiderato? È questa la preoccupazione che assedierà per dei lunghi mesi il cuore di padre dell'apostolo. Ad appoggiar la lettera, egli ha mandato Tito a Corinto, coll'intesa che tornerebbe presto e verrebbe incontro a Paolo fino a Troas e forse più oltre. Ma quando l'Apostolo giunge in quella città, Tito non vi è giunto ancora.

Or essendo venuto

(da Efeso)

in Troas

l'antica Troia; cfr. Atti 16:8; 20:6...

per l'Evangelo di Cristo,

Cioè per annunziarlo,

ed una porta essendomi quivi aperta nel Signore,

essendomi da Dio offerta una occasione favorevole di fare un'opera proficua per l'evangelizzazione di quella città: nel Signore, vale in quella sfera di attività che concerne il Signor Gesù;

non ho avuto requie nel mio spirito, per non avervi trovato il mio fratello Tito...

L'ansietà che rode Paolo non deriva da cose od affetti terreni, ma proviene dallo stato della chiesa di Dio in Corinto; quindi non l'anima solamente, ma lo spirito ch'è l'elemento più elevato, più divino nella natura umana, ne è assediato al punto da non lasciargli la libertà necessaria per darsi ad un'altra opera.

13 La mancanza di quelle notizie che Tito gli dovea recare di Corinto, spinge Paolo ad andargli incontro fino in Macedonia:

ma congedatomi da loro, partii per la Macedonia.

Era quella infatti la via per la quale Tito doveva muovere incontro a Paolo.

14 2Corinzi 2:14-17 I trionfi concessi al ministerio di Paolo

In Macedonia. Paolo trovò Tito ed ebbe da lui delle notizie tali da tranquillare, anzi da rallegrare vivamente il suo cuore. Quel che seppe da Tito non si ferma a dirlo per ora; lo dirà nei 2Corinzi 7:5 e segg. D'altronde lo sanno i suoi lettori. Egli è compreso di riconoscenza per i continui trionfi di cui Dio benedice l'opera del suo ministro. Scampato dal gran pericolo corso in Asia e restituito all'opera, egli ha potuto evangelizzare con successo in Troas; in Macedonia trova in fiorente stato le chiese da lui fondate anni prima; e dall'Acaia gli arriva il desiderato annunzio di una importante vittoria spirituale. Nonostante le insidie di Satana, e gli sforzi dei nemici, il ministerio dell'apostolo è pur sempre una marcia trionfale attraverso il mondo, ed egli esclama:

Ora siano rese grazie a Dio che sempre ci fa trionfare in Cristo

Il verbo cui adoperato coll'accusativo dell'oggetto, usavasi di solito presso ai Greci ed ai Romani nel senso di menar in trionfo una persona qual trofeo di vittoria. Così facevano i generali romani quando, vincitori, entravano in gran pompa in Roma, per recarsi al Campidoglio, preceduti e seguiti dai trofei delle loro vittorie: dai re, dai capitani e guerrieri vinti che accompagnavano, incatenati, il carro del trionfatore. In tal senso Paolo usa la parola in Colossesi 2:15 quando dice che Cristo ha «trionfato» dei principati e delle podestà nemiche; ed a tale senso si attengono anche qui molti interpreti. Il pensiero sarebbe: Dio che, presso Damasco, ha vinto me, già suo avversario, ora mi conduce attorno per il mondo a guisa di trofeo della sua potenza e della sua grazia che fecero di me un servo per bandire il Vangelo. È da notare però, che lo scopo di Paolo non è di esaltare il trionfo di Dio su di lui, bensì quelli che Dio si compiace di riportare per mezzo di lui e dei colleghi suoi, nel mondo. Dio li conduce in trionfo, dice Bengel, «non come vinti, ma come ministri della sua vittoria». Si può fare anche un passo di più e dare al verbo il senso causativo che rivestono altri verbi della stessa terminazione, come μαθητευειν (far discepoli, Matteo 28:18), βασιλευειν (far re, 1Samuele 8:22 nella LXX), χωρευειν (far ballare) ed anche ανατελλειν (far levare Matteo 5:45): Sieno rese grazie a Dio che ci da di riportare sempre nuovi trionfi «in Cristo» cioè: nella comunione con lui ed in quella sfera d'attività che ha per oggetto il regno di Cristo Filippesi 4:13. E questo, «sempre»: ora come nei vent'anni di ministerio trascorsi, in circostanze favorevoli o difficili, quando si tratta di nuove conquiste come quando bisogna difender quelle già fatte. Si confr. 1Corinzi 15:10; Romani 15:17-21

e spande

(lett. «manifesta»)

per nostro mezzo, in ogni luogo, l'odor della di lui conoscenza. Come gli onori del trionfo servivano a divulgare fra il popolo la conoscenza

delle grandi gesta del trionfatore, così i viaggi missionarii dell'araldo di Cristo, da Dio benedetti, servono a far penetrare in ogni contrada la conoscenza di Cristo e della sua salvazione. E poichè la propaganda apostolica non ha che fare colla violenza, ma si prosegue coll'insegnamento, colla persuasione e coll'esempio, Paolo la paragona ad un odore che si spande insensibilmente invisibilmente, comunicandosi da una persona all'altra e tutto penetrando. Il pronome αυτου (di lui) potrebbe riferirsi a Dio, ma è meglio riferirlo a Cristo ch'è il centro della predicazione apostolica, come risulta anche dal versetto seguente.

15 Noi siamo infatti per Dio il soave odor di Cristo fra coloro che si salvano e fra coloro che si perdono:

La parola, e la vita tutta di Paolo, come dei suoi compagni, è talmente compenetrata della buona novella della salvazione in Cristo ch'egli può chiamarsi addirittura il «soave odor di Cristo». Non vuol saper altro che Cristo. Simile alla boccetta d'essenza preziosa che spande il profumo del fiore o della sostanza da cui è tratta, l'Apostolo è saturo di Cristo e perciò spande la fragranza d'esso dovunque va nel mondo. E questo profumo di Cristo che Paolo spira e spande è gradito a Dio, perchè si tratta del suo diletto Figliuolo, del solo nome per il quale possano gli uomini esser salvati e Dio «vuole che tutti gli uomini sieno salvati e giungano alla conoscenza della verità». Ci potranno esser degli uomini che, non accettando Cristo, si perdono; ma l'opera e la persona di chi sparge la salutare conoscenza di lui nel mondo, incontra l'approvazione di Dio, in questa immagine di un odore, di una fragranza, si è veduta da molti una allusione all'incenso che si ardeva in diversi punti delle vie percorse dal corteo dei trionfatori militari; e nell'espressione «soave odor di Cristo, a Dio», un'allusione anche ai sacrificii accettevoli Efesini 5:2; Filippesi 4:18; Levitico 1:9, 13:17; ma l'idea d'un sacrificio è estranea al contesto, e d'altra parte Paolo accenna solamente senza svolgerlo il paragone tra la marcia trionfale degli araldi del Vangelo e quella dei rappresentanti della forza brutale. Le immagini possono stare da sè.

16 2Corinzi 2:16 svolge l'idea indicata nei due participii di 2Corinzi 2:15 che si potrebbero anche rendere: «fra coloro che sono in via di salvazione e coloro che sono in via di perdizione».

Certo, la natura salutare del Vangelo non muta; ma secondo le disposizioni morali che incontra, esso è dagli uni accettato con fede e diventa in loro sorgente di una vita che si svolgerà fino alla perfezione; mentre dagli altri è respinto e diventa per loro occasione di alienazione sempre più completa da Dio e di condannazione più severa:

a questi,

agl'increduli che lo respingono,

odor di morte a morte,

odor letale, fatale, avente per effetto d'ingolfarli sempre più nella morte spirituale, e nella perdizione;

a quelli,

ai credenti,

odor di vita, a vita,

odor vivificante, atto a recar vita ed avente per effetto di condurre alla vita perfetta ed eterna. Il testo ordinario che abbiam seguito, si appoggia ai documenti occidentali e bizantini, ma i codici orientali (l'A B C) leggono lett. «odor da morte a morte... da vita a vita», cioè odor che procede da morte e conduce a morte, che procede da vita e conduce a vita. L'idea non muta sostanzialmente. Per chi lo respinge Cristo non è fonte di vita, ma fonte di morte. Il pensiero che il contatto con Cristo deter mina la massima fra le crisi nell'esistenza d'una creatura umana, si trova espresso in varie guise anche altrove. Cfr. Luca 2:34; 20:17-18; 1Pietro 2:6-7; Giovanni 9:39; Matteo 26:24; 2Pietro 2:21. Di fronte alla gravità ed al carattere definitivo dei risultati opposti prodotti dalla predicazione, del Vangelo, l'Apostolo sente tutta la grandezza e tutta la responsabilità dell'ufficio d'ambasciatore affidatogli e, nel sentimento della sua naturale incapacità, egli esclama:

E per questo, chi è sufficiente?

Indubbiamente la risposta sottintesa è: Nessun uomo è, di per sè stesso, capace di adempiere una tanta missione ed io non lo sono, per natura, più degli altri. Donde venga la capacità, l'ha già detto 2Corinzi 1:21 e lo dirà più esplicitamente in 2Corinzi 3:5-6; cfr. 1Corinzi 15:10. Non si tratta infatti di esercitarlo purchessia questo ministerio evangelico; si tratta di predicare nella sua purezza e senza adulterazione la parola di Dio, di annunziarla nello spirito di Cristo e con motivi puri. Non mancano a Corinto ed altrove coloro che, di loro arbitrio, si proclamano ministri di Cristo e fanno l'opera a modo loro. A codesti «operai frodolenti» e «falsi apostoli» 2Corinzi 11:13, nè Paolo nè i suoi compagni vogliono esser simili.

17 Perciocchè noi non siamo come quei tanti che adulterano la parola di Dio.

Dice lett. «come i molti»; e poichè Paolo conosceva bene le chiese apostoliche, dobbiam ritenere che il gran numero di dottori, o giudaizzanti come in Galazia, o paganeggianti come in altri luoghi, costituisse una delle gravi difficoltà dell'opera apostolica. Il verbo significa: fare il rivenditore al minuto, specialmente l'oste. E siccome costoro aveano fin d'allora la riputazione di falsificare la mercanzia, per cupidità di guadagno, la parola ha preso il senso di: falsificare, adulterare. Qui si tratta del mescolare gli errori giudaizzanti o le speculazioni pagane col puro Vangelo, affin di renderlo (secondo l'opinione dei ministri infedeli) più accetto agli uomini, e magari anche di fare il proprio interesse. Non è così che Paolo compie la sua missione:

anzi noi partiamo come [mossi] da sincerità,

come fa chi ha creduto e perciò parla di quel che gli sovrabbonda nel cuore, senza secondi fini,

come da parte di Dio,

lett. da Dio, cioè come persone che sono mandate da Dio e sospinte dal suo Spirito, il cui messaggio pertanto è divino e non umano; alla presenza di Dio che scruta il cuor nostro ed a cui renderemo conto dell'opera nostra; in Cristo, ch'è quanto dire: nella vivente comunione con Cristo nel quale siamo e ci moviamo spiritualmente. La capacità di esercitare un ministerio che possegga codeste quattro caratteristiche, non può venir che da Dio, ma quando Dio suscita di cotali operai, egli accompagna la lor parola di grande potenza spirituale.

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