2Corinzi 3

1 2Corinzi 3:1-6 La potenza spirituale di cui Paolo è fatto strumento per parte di Dio, è la più alta raccomandazione del suo ministerio

Col ricordare il modo fedele in cui annunzia la parola di Dio ed i trionfi di cui Dio accompagna la sua predicazione, l'Apostolo prevede che provocherà le osservazioni malevole dei suoi avversarii. Essi l'avevano accusato di già, in occasione della sua 1a Epistola, di parlare di sè con soverchia compiacenza, se non con orgoglio. Taluni passi della 1a Corinzi, come ad es. 1Corinzi 1-4; 9 si prestavano ad una tale insinuazione. Ed ora, dopo quanto ha detto dei suoi trionfi, gli par di udire gli avversari esclamare: Eccolo da capo a raccomandar sè stesso; prova che ne sente il bisogno. Egli previene l'accusa affermando di non essere, di fronte ai Corinzi, nella posizione di quegli ignoti intrusi giudaizzanti che avevano bisogno di presentarsi con delle lettere di raccomandazione di altre persone. Egli possiede, nella chiesa stessa da lui fondata, una lettera commendatizia di ben altro valore che nol siano quelle di carta. L'essere stato scelto da Dio a strumento di una cotal creazione di vita spirituale è per lui la migliore delle credenziali. Ma se l'efficacia del suo ministerio lo autorizza a presentarsi con sicura coscienza quale apostolo di Cristo, essa non desta in lui sentimenti d'orgoglio, poich'egli ben sa che ogni capacità spirituale gli viene dal Dio che lo ha costituito ministro del nuovo Patto.

Cominciamo noi di bel nuovo,

come già nella la Epistola, a detta dei nostri avversari,

a raccomandar noi stessi,

col parlare a questo modo del nostro ministerio e dei trionfi ad esso concessi? Paolo stesso a 2Corinzi 10:18 scrive: «Non colui che raccomanda sè stesso è approvato; bensì colui che il Signore raccomanda».

Ovvero abbiamo noi forse bisogno, come alcuni, di lettere di raccomandazione per voi, o da parte vostra?

Il testo ordinario poco appoggiato ( ει μη) significherebbe: «a meno che abbiamo bisogno...» L'ovvero del testo emend. viene a dire: Ovvero, questo modo di parlar di noi starebbe egli forse ad indicare che noi sentiamo di aver bisogno di raccomandazioni presso a voi, o da voi per essere accolti da altri? Un tal bisogno Paolo non l'ha. Un padre non ha bisogno di raccomandazione presso ai suoi figli, nè dai suoi figli presso ad altri. A codesto uso di raccomandare per lettera un fratello od una sorella ai suoi correligionarii lontani si allude molte volte nel N. T. e vi troviamo perfino degli esempi di cotali lettere. Cfr. Romani 16:l; Atti 18:27; 1Corinzi 16:3,10-11; 2Corinzi 8:22-24. A quanto pare, i dottori giudaizzanti si erano presentati a Corinto con lettere di tal fatta per parte di qualche chiesa o personaggio della Palestina. Non si può supporre, però, che, dopo l'intesa stabilita tra i Dodici e Paolo Galati 2:7-9 a Gerusalemme, i giudaizzanti fossero muniti di lettere di raccomandazione degli apostoli e di Iacobo.

2 Siete voi la nostra lettera

di raccomandazione,

scritta nei nostri cuori,

non solo perchè abbiamo l'intima persuasione che voi siete la nostra miglior raccomandazione, ma perchè ci stanno tuttora impresse profondamente nel cuore le pene, le ansie e le gioie provate in connessione colla fondazione della chiesa in Corinto, allorquando «io vi generai in Cristo Gesù mediante l'Evangelo» 1Corinzi 4:15; cfr. Galati 4:19. Perciò ancora, «voi siete nei nostri cuori da morire e da vivere insieme» 2Corinzi 7:3.

conosciuta e letta da tutti gli uomini.

L'esistenza in Corinto di una creazione nuova qual'era quella della vita di una chiesa cristiana, non era cosa che potesse restar nascosta, poi che cadeva nel dominio dei fatti concreti ed incontestabili. In 1Corinzi 9:2 Paolo si serve di un'altra immagine per esprimere la stessa idea: «Non siete voi l'opera mia nel Signore?... Voi siete infatti, il suggello del mio apostolato, nel Signore».

3 Ma in qual senso la chiesa di Corinto è ella una lettera di raccomandazione per l'Apostolo? Egli lo spiega, svolgendo la similitudine.

Essendo egli manifesto

(lett. essendo manifesti)

che voi siete una lettera di Cristo,

di cui Cristo è l'autore,

vergata per mezzo del nostro ministerio:

lett. «ministrata da noi», per la produzione della quale Cristo si è servito di noi come dei ministri suoi od amanuensi, ponendo per tal modo il suo suggello sul nostro ministerio. Una tale lettera non è, come quelle ordinarie, scritte coll'inchiostro sopra un foglio di carta; questa

è scritta, non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente,

il quale ha fatto penetrar profondamente in cuori corrotti ed in coscienze addormentate la verità del Vangelo, producendo pentimento, fede, e vita nuova. Codesta impronta vitale dello Spirito del Dio vivente, non si cancella col tempo, ma dura in eterno:

non in tavole di pietra

come lo era stata la legge dei dieci comandamenti, scritta dal dito di Dio sulle due tavole di pietra ch'erano ad un tempo la testimonianza di Dio e la maggiore delle credenziali concesse al ministro dell'antico Patto. La lettera che accredita Paolo come apostolo di Cristo non è scritta sulla morta ed insensibile materia,

ma nelle tavole di carne dei cuori.

nella parte più profonda e vitale dell'essere morale. Veramente la maggioranza dei Codici e dei critici legge, invece di καρδιας (del cuore), καρδιαις che si avrebbe da tradurre: «in tavole [che sono] dei cuori di carne». Però siccome l'espressione «tavole del cuore» s'incontra nell'Antico Testamento Proverbi 7:3; cfr. 2Corinzi 3:3, e che l'altra è durissima ed affatto insolita, è probabile che la variante provenga dalla svista d'un copista. V'è una certa incongruità nel parlare di lettere scritte su tavole di pietra, poichè sogliono scriversi sulla carta o sulla pergamena. Ma Paolo ha di già dinanzi alla mente il contrasto che svolgerà nei versetti seguenti tra l'Antico ed il Nuovo Patto. Quel che caratterizza ed accredita il ministro dell'Antico Patto è l'essere egli portatore ed espositore della volontà di Dio formulata in articoli di legge ed imposta all'uomo. Il ministro del Nuovo Patto è portatore di un messaggio di grazia e le sue credenziali sono l'opera di spirituale risurrezione ed affrancamento di cui Dio lo fa strumento. I dottori giudaizzanti che venivano a Corinto con credenziali di carta, mostravano anche in ciò d'essere gli uomini del patto legale di cui non sapevano vedere il carattere transitorio e che cercavano di accoppiare al Nuovo di cui essi non comprendevano la spiritualità. Fatica vana; poichè, come l'avea detto il Maestro, la potenza della vita dello Spirito è come il vino nuovo che rompe le otri vecchie. Tuttavia, se Paolo ha la certezza di essere stato scelto da Dio quale strumento per estendere fra gli uomini la salvazione, e la conferma di ciò sta nei trionfi spirituali dovunque riportati, egli è altrettanto certo che la capacità di compiere una tale opera non sta in lui. Questo pensiero l'ha accennato di già nei 2Corinzi 2:16, ma lo ripete qui in forma più esplicita.

4 Ora una cotal fiducia

d'essere, come ha detto 2Corinzi 2:14-3:4, gli araldi benedetti del Vangelo nel mondo,

noi l'abbiamo, per mezzo di Cristo, presso a Dio,

riguardo a Dio o innanzi a Dio. Abbiam la persuasione ch'egli ci ha davvero scelti, e l'abbiamo per mezzo di Cristo, perchè per mezzo di lui abbiamo «ricevuto grazia ed apostolato» Romani 1:5; e, nell'apostolato, l'autore dei successi riportati è ancora lui, poichè le chiese sono «lettere di Cristo». Fuor di lui non saremmo e non potremmo nulla Giovanni 15:5. È quindi lungi da noi l'idea di gloriarci di una capacità che non è nostra.

5 Non già che, da per noi stessi, noi siamo capaci di pensare alcuna cosa, come [ procedente ] da noi medesimi; che anzi la nostra capacità [viene] da Dio...

Come in altri passi 2Corinzi 10:11; 1Corinzi 13:11; Filippesi 4:8, ecc., il verbo λογιζεσθαι ha qui il senso di pensare, formare un qualche pensiero. Nel dominio delle cose di Dio, la ragione umana abbandonata a sè, non solo non può produr nulla, ma non è capace neanche di comprendere e di esporre il piano della salvazione 2Corinzi 1-2. Non si tratta qui dell'esercizio della ragione rispetto alle cose terrene, ma rispetto a quelle che sono oggetto del ministerio apostolico. Queste procedono da Dio ed è necessaria per comprenderle l'illuminazione dello Spirito, l'unzione di esso 2Corinzi 4:4-6. Questa grazia, Paolo l'ha ricevuta insieme con tutti gli altri requisiti e doni necessarii all'esercizio del ministerio del Nuovo Patto...

6 il quale ancora ci ha resi capaci d'essere ministri d'un nuovo patto, non di lettera, ma di spirito; poichè la lettera uccide, mentre lo spirito vivifica.

Le parole: «di lettera... di spirito» si possono riferire ai ministri del nuovo patto i quali sarebbero chiamati «ministri, non della lettera ma dello spirito»; ovvero, connettendole con quelle che precedono immediatamente. vanno intese come caratteristiche del patto nuovo. L'Antico Patto di cui Mosè era stato ministro e mediatore era fondato sulla legge. Dio prometteva in esso la vita a condizione che l'Israelita ubbidisse alle prescrizioni fattegli. «Fa' queste cose, diceva, e tu vivrai» Romani 10:5. Ed il termine lettera accenna appunto alla legge rivelata e formulata in tanti articoli scritti, rigidi, imposti dal di fuori, ma privi di virtù rigeneratrice, vivificante. La legge era in sè stessa buona e santa; ma mentre ordinava il bene, lasciava l'uomo impotente a compierlo. Il Nuovo Patto predetto dalla sublime profezia di Geremia 31:31-34, «è fondato sopra migliori promesse» come insegna l'autore dell'Epistola agli Ebrei 8:7-13. Gesù n'è il Mediatore, il di lui sangue n'è il fondamento Ebrei 12: 24; 1Corinzi 11:25; Luca 22:20. È il patto di grazia Giovanni 1:17. In virtù del sacrificio di Cristo, il perdono e la riconciliazione con Dio sono offerti al peccatore che crede in Gesù. Più che questo, il credente unito a Colui ch'è la Vita riceve in sè una nuova potenza di vita spirituale che lo rende capace di amare e di compiere la volontà del suo Padre. La legge adempiuta liberamente e con amore da un cuor di figlio e non di schiavo, è detta «scritta nel cuore». Codesta potenza di vita nuova che regge il credente è chiamata «spirito» perchè interna, vitale, creata dallo Spirito di Dio abitante nei fedeli. In questa caratteristica si riassume la superiorità del Nuovo Patto sull'antico. Infatti, la legge nella fredda rigidità dei suoi precetti a qual risultato faceva ella capo? Alla morte. «La lettera» cioè la legge, «uccide». Ella uccide in quanto che, venendo a contatto con la corrotta natura umana, provoca la manifestazione in atti dell'interna tendenza, facendo abbondare il peccato. Sul peccato ella proietta una terribile luce e sul peccatore pronunzia sentenza di morte. Ella rende, così, l'uomo conscio del suo stato di corruzione, d'impotenza spirituale e di condannazione, come insegna Paolo in Romani 7. Il ministerio della legge diventa perciò un «ministerio di morte» e di «condannazione» 2Corinzi 2:7,9. «Lo spirito», invece, cioè l'Evangelo, «vivifica», in quanto toglie la sentenza di condannazione e comunica per la fede in Cristo e mediante la virtù dello Spirito di Dio, una nuova vita. La capacità d'esser ministro del Nuovo Patto non può venire se non dallo Spirito che illumina la mente, che santifica ed infiamma il cuore, che arricchisce dei suoi doni colui che deve recare agli uomini il messaggio della vita. Dall'esposizione che precede si può vedere quanto sia estranea al pensiero dell'apostolo l'interpretazione usuale delle ultime parole di 2Corinzi 3:6. Dicendo che la lettera uccide mentre lo spirito vivifica, Paolo non vuol parlare del senso letterale delle Scritture per opposizione al senso vero e profondo di esse, della ruvida corteccia per opposizione al midollo; ma semplicemente della legge che condanna e del Vangelo di grazia che salva. Con ciò l'Apostolo veniva a dare indirettamente un avvertimento alla chiesa contro alla tendenza perniciosa dei dottori giudaizzanti.

AMMAESTRAMENTI

1. L'ansietà di Paolo riguardo alla chiesa di Corinto, ansietà che non gli lascia neppure la tranquillità d'animo necessaria per attendere ad un'opera promettente come quella di Troas, è una dimostrazione del singolare amore ch'egli portava al bene di quella chiesa e dello zelo ch'egli nutriva per la casa di Dio. In ciò Paolo è modello, non solo ad ogni ministro del Vangelo, ma ad ogni membro del corpo di Cristo. Se infatti una parte della Chiesa di Cristo soffre od è in pericolo, le altre parti del corpo devono a quella mostrare simpatia e recare aiuto. L'ansietà di Paolo per Corinto ci avverte che il dovere di far nuove conquiste per Cristo non deve farci dimenticare o trascurare l'altro di conservare le conquiste già fatte, provvedendo all'edificazione ed alla difesa spirituale di coloro che hanno creduto. Facendo altrimenti, le nuove conquiste ritornerebbero ben presto ad essere preda del nemico e questo risulterebbe di grave danno all'opera di Dio in generale. D'altra parte non è inutile notare quali ansie cagionano i peccati di una chiesa, quanto tempo e quante forze fisiche e morali assorbano, quale opera feconda impediscano di compiere al servo di Dio.

2. Ovunque la predicazione evangelica trova accoglienza ed attrae le anime, dobbiam riconoscere una «porta aperta», dal Signore, per la quale è nostro dovere di entrare nel nome di Cristo.

3. Come alle afflizioni Dio sa commisurare le consolazioni, così alle sante ansietà dei suoi servi, Dio fa seguire i santi trionfi che riempiono di giuliva riconoscenza il loro cuore. A chi ha, come Paolo, impegnate tutte le energie dell'essere suo nello spargere dovunque la conoscenza di Cristo, Dio non lascia mancare tali trionfi ed i progressi del Vangelo nel mondo sono argomento di gioia per ogni cuor cristiano.

4. Il vero ministro di Cristo -

a) è tutto ripieno di Cristo, mente, cuore e volontà, così da essere come saturo della dolce fragranza di Cristo;

b) spande in ogni maniera e in ogni luogo il soave odor di Cristo colla parola e colla vita, in privato ed in pubblico, fra i credenti come fra gli increduli;

c) è accetto a Dio anche quando la fragranza che spande riesca sgradita e fatale a molti.

5. Ogni ministerio cristiano, nel senso più largo, ha da spargere intorno a sè il soave odor di Cristo: lo farà l'insegnante cristiano nella scuola, lo farà chi dedica la vita alle opere di beneficenza, come nella famiglia il padre e la madre. Anzi ogni vita cristiana sia pure umile come il fior dei campi, spanderà intorno a sè la soave fragranza di una vita redenta da Cristo. La forza brutale può ottenere una esterna professione, ma è impotente a creare la persuasione. Ma nessuna forza umana può impedire alla fragranza d'una vita cristiana di esercitare la sua dolce influenza. È questo il mezzo più persuasivo di guadagnare altri al Vangelo 1Pietro 3:1-6.

6. La predicazione del Vangelo determina la maggiore delle crisi morali nella vita delle nazioni ed in quella degli individui. Secondo l'attitudine che uno assume e mantiene di fronte al Cristo, il risultato può essere o la vita eterna o la morte eterna. Il Vangelo non conosce altri termini finali dell'esistenza per le creature dotate di libertà morale. Nè si potrebbe far meglio sentire la grandezza della responsabilità umana che coll'avvertire come dalle decisioni del peccatore di fronte alla grazia offerta, dipenda la sorte eterna di lui.

7. La grandezza del messaggio evangelico è atta a far sentire più profondamente l'incapacità naturale dell'uomo a disimpegnare l'ufficio di ambasciatore di Cristo. Chi, come Paolo, è stato dalla grazia divina reso idoneo ad un tanto ministerio

a) non adultera con miscele di speculazioni umane la pura verità del Vangelo;

b) agisce con perfetta sincerità;

c) ha la coscienza profonda della missione ricevuta da Dio;

d) opera alla presenza del Dio che tutto vede e tutto giudica;

e) parla come chi vive costantemente in intima comunione con Cristo da cui riceve luce e forza:

f) benedice Iddio pei successi di cui è strumento, senza dimenticar mai che ogni capacità gli viene da Dio.

8. La migliore raccomandazione per un ministro di Cristo, la prova più evidente ch'egli è chiamato da Dio. sono i frutti di vita spirituale di cui Dio si compiace benedire il suo ministerio. Le attitudini fisiche ed intellettuali, gli studii compiuti, i diplomi acquistati, il plauso degli uomini, la consecrazione ecclesiastica sono tutte cose che non hanno il valore della raccomandazione divina, scritta, per il nostro ministerio, dallo Spirito di Cristo, nei cuori dei convertiti. Chi ha questa commendatizia può, ove occorra, fare a meno di quelle che hanno un carattere più esterno ed umano.

9. Ogni chiesa cristiana è una lettera di Cristo, letta da tutti, per mezzo della quale penetrano nel mondo delle nozioni più o meno esatte sul Vangelo, sulla sua efficacia rinnovatrice e consolatrice. Una chiesa vivente è un miracolo permanente che accredita l'Evangelo ed i suoi messaggieri meglio dei miracoli esterni. Di tal sorta di soprannaturale non fa difetto l'età nostra, ricca, più di molte altre, di conquiste spirituali sul mondo pagano.

Lettera di Cristo può dirsi del pari ogni vita cristiana individuale, in cui i congiunti, gli amici, i vicini, i concittadini leggono qualcosa che dà loro una idea giusta o falsa, attraente o ripulsiva del Vangelo di Cristo, che glorifica o disonora Iddio. Ognun di noi, nella sua vita terrena, scrive in modo indelebile, qualcosa sopra il suo carattere ed i suoi atti. Ognuno scrive altresì sui suoi simili delle impressioni che sono più durature dell'inchiostro sulla carta. I genitori scrivono delle pagine che resteranno, sulle tavole del cuore dei loro figli, i maestri su quelle degli alunni, i ministri su quelle dei loro uditori. Oh se fossimo resi, per lo Spirito, tanti amanuensi di Cristo per scriver lettere viventi che parlino di salvazione e di vita!

7 Sezione B 2Corinzi 3:7-11 LA GLORIA DEL MINISTERIO DEL NUOVO PATTO

In armonia colla natura del Nuovo Patto rispetto a quella dell'Antico, il Ministerio del Vangelo è più glorioso di quello della Legge.

I giudaizzanti non rifinivan dal vantar la gloria esterna che avea circondato l'Antico Patto, alle forme del quale avrebbero voluto astringere la vita cristiana. Quella gloria Paolo non la nega; ma a successi spirituali di cui Dio corona il genuino ministerio evangelico a lui affidato, gli paiono una gloria infinitamente superiore per natura e per durata. La cosa è d'altronde naturale. Il ministerio del Patto di grazia, ch'è definitivo, deve possedere una gloria superiore a quella del patto legale che era soltanto preparatorio.

Ora se il ministerio della morte [consistente] in lettere, scolpito in pietre, fu circondato di gloria, talchè i figli d'Israele non potevano fissar lo sguardo sul volto di Mosè a motivo della gloria, pur peritura, del di lui volto, come...

Il ministerio dell'antico Patto è identificato colla legge ch'esso serviva. Perciò vien caratterizzato come consistente in lettere, scolpite in pietre, perchè infatti la legge era formulata in lettere e parole, e la parte fondamentale di essa, cioè i dieci comandamenti, erano stati scolpiti nelle due tavole di pietra. Con ciò Paolo intende porre in rilievo il carattere esterno, rigido, prescrittivo, privo di potenza vivificante della legge mosaica. Invece di comunicar la vita, la legge pronunziava sentenza di morte sul peccatore, essa «uccideva», e perciò il ministerio incaricato di esporla e d'inculcarla è definito «il ministerio della morte». Ciò nonostante il ministerio legale fu circondato di gloria: esso aveva un'alta missione nei disegni di Dio; doveva, come Giovanni Battista, preparar la via al Salvatore promesso, destando nel cuore e nella coscienza il bisogno di salvezza. La legge era da Dio ed i simboli di essa adombravano eterne realtà. Della gloria del ministerio legale, Paolo scorge ad un tempo una prova ed un simbolo nello splendore che irradiava dal volto di Mosè, il massimo fra i ministri della legge. Si narra, infatti, in Esodo 24:16-18, che Mosè entrò nella nuvola che copriva il Sinai ove Geova manifestava la sua gloria e quivi dimorò quaranta giorni. Poi in Esodo 34:29-35, si legge che quando Mosè scese dal Sinai colle tavole del Patto, la pelle del suo volto era divenuta risplendente (non che fosse cornuto, come tradusse la Vulgata), per cui gl'Israeliti vedendo un tal splendore sulla sua faccia, temettero di accostarsi a lui. Mosè li chiamò, parlò loro, poi si mise un velo in sul viso. Quando compariva dinanzi al Signore e quando comunicava al popolo le parole di Dio, si toglieva il velo; ma poi tornava a ricoprirsene. In quello splendore ch'era come il riflesso della presenza di Dio, Paolo vede l'immagine della gloria di cui Dio volle circondare il ministerio della legge. Per la «gloria del volto» s'intende lo splendore glorioso che ne emanava. L'Esodo dice solamente che gl'Israeliti temevano di accostarsi a Mosè; la tradizione, per via di induzione, rappresentava Mosè sfolgorante come il sole. A questo si riferirebbe l'espressione: «talchè non potevano i figli d'Israele fissar...». Era grande quella gloria, per quanto fosse pur sempre peritura, destinata ad essere annullata. Infatti lo splendore del volto di Mosè non era cosa permanente, ma passeggera, evanescente, e quindi intermittente, non verificandosi che allorquando Mosè compariva dinanzi al Signore. E quel decrescere graduale, quel declinare e svanire dello splendore del Legislatore era un adeguato simbolo del carattere transitorio di tutta l'economia legale.

8 Ad ogni modo, se il ministerio della morte fu circondato di gloria,

come non sarà a più forte ragione, glorioso il ministerio dello Spirito?

Invece di chiamare ministerio della vita, quello del Vangelo, lo dice «min. dello Spirito» ch'è il creatore della vita spirituale. Dice letteralmente «come non maggiormente sarà, ecc.». Per la natura stessa delle cose è impossibile, sotto il governo di Dio, che non abbia gloria anche il ministerio ch'è connesso colla vita; anzi la deve avere a fortiori, a più forte ragione, perché serve a sparger nel mondo la conoscenza della salvazione in Cristo, «L'apostolato del Cristo ha da essere l'ufficio più glorioso di cui possa esser rivestito un mortale, la più alta dignità che egli possa toccare» (Reuss). Sarà gloria spirituale, invisibile all'occhio esterno, ma sarà tanto più sublime e vera. Il futuro sarà s'intende in senso logico: ha da essere nel presente e nell'avvenire. Cfr. 2Corinzi 3:9. Nel presente sono gloria del ministero evangelico i trionfi spirituali che accompagnano la predicazione del Vangelo e nell'avvenire «coloro che avranno insegnata giustizia a molti risplenderanno come le stelle in sempiterno» Daniele 12:3. Cfr. 1Tessalonicesi 2:19-20.

9 Se infatti il ministerio della condannazione si ebbe gloria, molto più ha da abbondare in gloria il ministerio della giustizia.

2Corinzi 3:9 contiene lo stesso ragionamento dei due precedenti: solo il ministerio legale è caratterizzato come «il min. della condannazione» perchè espone la legge, che condanna il peccato ed il peccatore Romani 5:18-19; Deuteronomio 27:26. All'opposto è chiamato «min. della giustizia» quello del Nuovo Patto perchè annunzia al mondo la giustizia procurata da Dio in Cristo, e da Dio imputata ad ogni credente. Cfr. Romani 1:17; 3:22-26; 4-5; 10:4; Galati 3:8-14 e nella nostra Ep. 2Corinzi 5:21: «Colui che non ha conosciuto peccato, egli l'ha fatto peccato per noi, affinchè noi diventassimo giustizia di Dio in lui». L'essere la giustizia» contrapposta alla «condannazione» mostra che non si tratta qui di giustizia morale, ma di giustizia di fede, per cui l'uomo viene collocato in relazione normale con Dio, ossia «giustificato» Romani 5:1. È conforme all'ordine morale che il ministerio il quale proclama il perdono e la giustificazione in Cristo sia di gran lunga più glorioso di quello che reca un messaggio di condannazione.

10 È tanto grande, anzi, la distanza fra la gloria del ministro legale e quella del ministro del Vangelo, che non si può neanche istituire fra l'una e l'altra un vero paragone, tanto la prima resta ecclissata completamente dalla seconda.

Ed invero, per questo rispetto,

cioè riguardo alla relazione che corre, in fatto di gloria, tra l'uno e l'altro ministerio,

[si può dire] a motivo di quella sovrabbondante gloria

del ministerio del Nuovo Patto,

[che] ciò ch'è stato glorificato

vale a dire il ministerio mosaico,

non è stato glorificato

affatto. Di fronte alla gloria di tanto superiore, per ogni verso, del ministerio apostolico, quello splendore esterno e fuggevole concesso al ministerio legale non si può neppure chiamar vera gloria. Esso sparisce come il chiarore della luna e delle stelle dinanzi alla fulgida luce del sole.

11 Ciò è naturale quando si consideri la natura del ministerio che serve al Nuovo Patto, ministerio di spirito e di giustizia: ma ciò è naturale ancora per un'altra ragione. Il ministerio evangelico è permanente, perchè serve all'economia definitiva, la quale ha da durare fino al compimento del regno di Dio; mentre il ministerio della legge era transitorio e quindi «avea da essere annullato» come tutta l'economia legale a cui serviva.

Perciocchè, se ciò che aveva da essere annullato, fu accompagnato di gloria, molto più ha da esser glorioso ciò ch'è permanente;

vale a dire il ministerio del Patto nuovo ed eterno.

AMMAESTRAMENTI

1. L'Antico Patto ha per caratteristica la lettera, cioè la legge con la moltitudine delle sue morali, rituali e civili prescrizioni; ma siccome il prescrivere non comunica la forza interna di fare, la legge venendo a contatto colla natura decaduta dell'uomo, ne condanna le manifestazioni e così «uccide»: ond'è che chi predica la legge, senz'altro, esercita un «ministerio di morte» e di «condannazione» 2Corinzi 6:7,9.

Il Nuovo Patto ha per caratteristica lo spirito che crea ed accresce una vita nuova spirituale. Il ministerio che annunzia la grazia in Cristo a chiunque crede è ministerio di «giustizia» e di «spirito». Da ciò si vede come il ricondurre la cristianità ad una religione di riti e di pompose funzioni, di pratiche esterne e meritorie, di sacramenti operanti magicamente, è un ritrarla indietro sotto al regime della lettera ed un rinnegare i beneficii del nuovo Patto. Ciò può soddisfare i sensi, ma non appagare il bisogno di vita spirituale. Parimenti, il non veder nel cristianesimo che un sistema di morale sublime atto a servir di norma ad un rinnovamento della società, è un ridurlo ad una nuova sorta di lettera morta impotente a vivificare. L'Evangelo è anzitutto spirito e vita.

2. In armonia colla natura del Nuovo Patto, il ministerio evangelico non è formalistico, nè rituale; esso è istituito per proclamar la giustificazione per i meriti di Cristo e la vita nella comunione di Lui. La sua gloria non è esterna, ma interna e spirituale. Non sta nei paramenti artistici e preziosi, non sta nel compier dei riti grandiosi, ma nel condurre anime a Cristo.

L'esser nelle mani di Dio strumento per la creazione e lo sviluppo della vita nuova dello Spirito, è il suo maggior vanto. Lavora per quel che non perisce e la sua gloria è di quelle che non appassiscono. Ma per esercitare un così alto ministerio, non si tratta di essere addestrato a rappresentare inappuntabilmente una parte in un rituale complicato e pomposo, in templi magnifici ed in mezzo agli splendori dell'arte; il primo, il grande requisito è la vita, e la potenza spirituale che viene dall'alto. La capacità di scimmiottare dei riti e degli inchini può venir dall'uomo; ma la capacità d'imitare un Paolo nel suo apostolato di vita, non può venir se non da Dio.

12 Sezione C 2Corinzi 3:12-4:6 LA FRANCHEZZA DELL'APOSTOLO

Rivestito del Ministerio del Nuovo Patto, Paolo l'esercita con la dovuta franchezza

L'esperienza fatta della efficacia spirituale del ministerio evangelico ha reso Paolo vie più conscio della gloria, superiore che spetta all'ufficio destinato a servir all'economia definitiva. Nel disimpegnare gli obblighi dell'apostolato ricevuto, egli procede perciò con la completa franchezza di chi sa che proclama la verità assoluta ed eterna per la salvezza di tutti gli uomini.

Avendo adunque una tale speranza,

A 2Corinzi 3:4 diceva «fiducia». Si tratta della coscienza certa della gloria spettante al ministerio che riveste. È una speranza perchè non è tutta presente alla gloria dei ministri del nuovo patto; e nel presente essa rifulge solo a misura che i trionfi concessi dal Signore la scoprono agli occhi di coloro che ne sono gli strumenti. Quando Paolo avea cominciato a predicar Cristo in Damasco e nell'Arabia egli, al certo, non aveva della gloria del ministerio apostolico il concetto che ora, dopo vent'anni di lavori benedetti, egli ne possiede. Da Corinto egli scriverà qualche mese appresso: «io non ardirei dir cosa che Cristo non abbia operata per mezzo mio, per l'ubbidienza dei Gentili», ecc. Romani 15:18. Di questa crescente gloria del presente la ricompensa promessa da Cristo ai suoi servi fedeli sarà il coronamento perfetto Matteo 25:14 e segg.; 2Timoteo 4:8; 1Pietro 5:4.

...noi procediamo con molta franchezza

(o: usiamo gran franchezza) nell'esercizio di questo nostro ministerio. «Ci esprimiamo dovunque con libertà, non nascondendo nulla, non sottraendo nulla cfr. Atti 20:27, non temendo nulla, ma parlando con tutta chiarezza» (Crisostomo). E poichè Paolo ha che fare con avversarii giudaizzanti, egli mette in rilievo la propria franchezza ponendola a contrasto con la condotta guardinga e piena di reticenze del grande ministro dell'Antico patto, Mosè. Indirettamente egli viene a condannare il procedere dei dottori giudaizzanti che volentieri ricorrevano ad arti e mezzi non leali.

13 E non [facciamo] come Mosè, il quale si metteva un velo sul volto affinchè i figliuoli d'Israele non fissassero lo sguardo sulla fine di quello ch'era perituro.

Paolo allude sempre al fatto dianzi accennato di Esodo 34:29-35. Solo la narrazione biblica non fa parola dell'intenzione attribuita da Paolo all'atto di Mosè. Questo appartiene al commento dell'Apostolo: nè si può eluder la difficoltà coll'attribuire alle parole προς το με... (affinchè non) un senso che non è il loro: come ad es. «perchè», «talchè». D'altra parte non è necessario veder qui un grave appunto fatto da Paolo alla lealtà di Mosè, il quale dovendo educare e reggere un popolo di collo duro, ancora bambino in fatto di esperienza religiosa, poteva usare legittimamente di un mezzo atto a mantenere il prestigio ch'egli avea bisogno di posseder sul popolo. Perciò, uscendo egli dalla presenza di Dio, col volto risplendente, si presentava così circonfuso di gloria al popolo per comunicare gli ordini di Dio; ma, subito dopo, si copriva d'un velo, affinchè gl'Israeliti non fossero testimoni del graduale svanire di quella gloria esterna e fugace, e non fossero tentati di sprezzar il suo messaggio. Non era questa una mancanza di sincerità, ma era una misura pedagogica. Mosè non stimava prudente che il popolo vedesse da vicino «la fine di ciò ch'era caduco», cioè il rapido declinare di quello splendore evanescente ch'era il simbolo della caducità dell'Antico patto. Ma in quell'atto stesso, c'era, per chi volesse intenderlo la implicita confessione del carattere transitorio della gloria del ministerio levitico e di tutta l'economia della legge. Forse anche potrebbesi parafrasare 2Corinzi 3:13: «Affinchè gl'Israeliti non si fermassero estatici a contemplare quel che Mosè sapeva esser perituro». Ad ogni modo, col progredire dei tempi e dell'esperienza morale e religiosa d'Israele, erano poi sorti i profeti, i quali, pur insistendo per una osservanza spirituale e sincera della legge, avevano chiaramente predetto l'avvento di un patto migliore «fondato su migliori promesse», in cui sarebbe dallo Spirito di Dio rinnovato il cuore e scritta su di esso la legge. In quel velarsi di Mosè, Paolo vede la figura delle riserve, delle cautele, con cui erano costretti a procedere i ministri della legge i quali, se intendenti, dovevano pure aver coscienza del carattere preparatorio e transitorio dell'economia cui ministravano e non potevano quindi presentarsi francamente al mondo come gli araldi della rivelazione definitiva del disegno di Dio. Questo invece potevano fare gli Apostoli, consci com'erano che Cristo è il termine della legge e che in lui trovano la loro realtà le ombre dell'economia preparatoria.

14 Tuttavia, nonostante l'avvertimento contenuto implicitamente nell'atto di Mosè, nonostante l'esperienza fatta riguardo all'impotenza della legge a dar vita cfr. Romani 7, nonostante il giulivo annunzio dei profeti che salutavano di lontano il patto migliore, nonostante, infine, l'apparizione del Messia e la predicazione dei suoi Apostoli, Israele è rimasto attaccato alla lettera della sua legge, e non ha aperto gli occhi alla verità evangelica, nè il cuore alla grazia di Cristo.

Ma i loro intendimenti sono divenuti ottusi.

La parola può indicare, come qui, la mente nell'esercizio della sua attività 2Corinzi 11:3; Filippesi 4:7, ovvero il risultato di quell'attività: i pensieri 2Corinzi 10:5; 2:11. Dicendo: «sono divenuti ottusi» ossia: duri, callosi, impenetrabili alla verità, l'Apostolo accenna ad un fatto compiuto che si è verifìcato fin dai tempi antichi della storia d'Israele e perdura infino ad oggi anche in presenza dell'Evangelo. In questo ma [ma purtroppo] si sente la infinita tristezza di Paolo nel veder l'ostinata cecità dei suoi connazionali. Il fatto doloroso di cui tratterà in Romani 9-11, gli grava sul cuore a guisa di peso.

Infatti, fino al giorno d'oggi,

malgrado gli avvertimenti e le rivelazioni ricevute, malgrado le esperienze fatte,

quando si fa la lettura dell'Antico Testamento (o patto),

s'intende: quando si leggono in pubblico od in privato, le S. Scritture dell'antica economia,

lo stesso velo rimane, senza essere rimosso, poichè in Cristo soltanto esso è abolito

dicendo: lo stesso velo, Paolo non intende parlar del velo materiale che copriva la faccia di Mosè, ma di un impedimento avente per le menti degl'Israeliti d'oggi, lo stesso effetto che aveva il velo materiale per gli occhi del popolo d'allora. C'è qualcosa che li impedisce di comprendere il vero carattere dell'economia legale. Essi seguitano a considerarla come destinata a non tramontare mai, nè sanno vederne l'abrogazione nell'avvento del patto della grazia, il quale d'altronde non abolisce l'essenza morale della legge, anzi la stabilisce più saldamente Romani 3:31; 8:3; Ebrei 8. Se essi aprissero il cuore alla fede in Cristo, il velo sparirebbe e vedrebbero che la legge è stata un pedagogo per condurli al Salvatore. Ma di Cristo fìnora non vogliono saperne e perciò il velo non è rimosso. Altri traducono le ultime parole di 2Corinzi 3:14: «non essendo [ad essi] rivelato (restando loro nascosto che [l'A. Patto] è abolito in Cristo». Però il considerare come assoluto il participio ( ανακαλυπτομενον) è forzato; e Paolo non dice mal che l'Antico Patto è stato abolito in Cristo, tanto più che qui si tratta delle Scritture dell'A. P. Piuttosto l'A. P. e le Scritture che lo contengono sono state adempiute in Cristo. Le parole in Cristo sono enfatiche, come se dicesse: «è in Cristo che...» ovvero «in Cristo soltanto...».

15 Fino ad oggi però, ogni qualvolta si legge Mosè, un velo resta steso sopra il loro cuore; ma appena [Israele] si sia convertito al Signore, il velo sarà rimosso.

«Legger Mosè» signifìca legger la legge di Mosè e per estensione tutto l'Antico Testamento cfr. Atti 15:21, il cuore è sede di tutto l'uomo interno, anche dell'intendimento spirituale. Il velo che giace sul cuore indica tutti gli ostacoli che i loro pregiudizi e le loro disposizioni morali frappongono all'entrata della verità. La lor cecità spirituale deriva principalmente dall'orgoglio col quale cercano di stabilire la lor propria giustizia Romani 10:3. Ma non appena Israele (ch'è il soggetto sottinteso) si converta pentito a Gesù, riconoscendolo qual Signore e Cristo, una nuova luce illuminerà per lui le S. Scritture e l'intiero piano di Dio. Di cieco sarà fatto veggente. Siccome Paolo si serve quasi delle stesse espressioni che s'incontrano, nella LXX: al passo Esodo 34:34, sembra voler dire che quando Israele si convertirà al Signore Gesù, sarà nella posizione di Mosè, il quale si levava il velo entrando alla presenza dell'Eterno. L'esperienza qui descritta, l'Apostolo l'aveva fatta per proprio conto sulla via di Damasco, e lo conforta la speranza che Israele la farà anch'esso un giorno. Se il presente è triste, verrà il tempo ancora in cui «tutto Israele sarà salvato» Romani 11:26 per esser «luce delle genti» Isaia 49:6.

17 I versetti 2Corinzi 3:17-18, sono fra i più concisi dell'Epistola e la loro interpretazione offre alcune difficoltà. Essi hanno per iscopo di mostrare, per via di contrasto con lo stato di cecità e di servitù del Giudeo incredulo, quanto sia alto il privilegio di cui gode chi si converte al Signore. Non solo è rimosso il velo che nascondeva la vera natura dell'antico patto; ma la fede segna il passaggio dall'economia della lettera a quella dello spirito; dallo stato di servitù a quello di libertà: più che questo, segna il principio di una graduale trasformazione morale che non si arresterà se non quando sia raggiunta la perfezione, nella conformità col Cristo glorificato.

Ora il Signore è lo Spirito.

Per «il Signore», s'intende, in armonia col versetto precedente, il Signor Gesù al quale ha da convertirsi Israele. Nè si può l'appellativo personale ritenere come sinonimo di «dottrina cristiana» od «essenza del cristianesimo». Ma in qual senso può egli dirsi che il Signore è lo spirito? Ciò non significa solamente che il Signore è «compenetrato dallo spirito, per modo da esser tutto come a dire spirito». La versione Diodati: «il Signore è quello spirito», presuppone che l'Apostolo in questo versetto si riferisca a quanto ha detto in 2Corinzi 3:6-7 e voglia dire, per conseguenza: il Signore è quel principio, quella potenza di vita spirituale che caratterizza il nuovo patto, in opposizione a quello della lettera. Per quanto ciò sia vero in sè stesso, non si può ritenere del tutto esauriente una tale interpretazione, se si consideri che «lo spirito» è chiamato nella seconda parte del versetto «lo Spirito del Signore», ch'è quanto dire lo Spirito Santo. L'Apostolo vuol egli dunque identificare la persona dello Spirito con quella del Signore? Dal contesto si vede ch'è questione d'identificare non tanto le persone, quanto l'opera d'interna vivifìcazione dell'uomo. Sotto l'aspetto della sua dimora nei credenti come principio di vita, di luce, di forza, di gloria, Cristo è una stessa cosa collo Spirito. Infatti, egli agisce sull'uomo interno ed abita in esso per mezzo dello Spirito, ch'è chiamato il suo Spirito cfr. Romani 8:2,9-11; Galati 2:20; 4:6; Filippesi 1:19.

E dov'è lo Spirito del Signore [ivi] è libertà.

L'ivi manca nei msc. Più antichi, ma è nel senso. Lo Spirito sparso nei cuori dei credenti non è «spirito di servitù» ma «di adottazione» Romani 8:15; Galati 4:6-7. Per esso il figlio di Dio divenuto maggiore, è liberato dalla tutela della legge e serve a Dio «in novità di spirito», e non più «in vecchiezza di lettera» Romani 7:6. «La libertà cristiana è l'estrinsecazione della vita dello Spirito, il quale come potenza divina, porta in sè la legge della sua attività» (Meyer-Heinrici). Riconciliato con Dio, il cristiano si accosta liberamente a lui, non più colla paura dello schiavo, ma colla fiducia e coll'amore del figlio. In Cristo, egli non teme più condannazione: la morte ha perduto i suoi terrori ed il mondo non lo tiene più in uno stato di soggezione. Nella vivente comunione con Dio egli è da lui direttamente insegnato e moralmente trasformato. «La legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù» lo affranca dalla «legge del peccato e della morte» cfr. Romani 8:2.

18 Ad esemplifìcare la libertà di cui gode chi, per la fede in Cristo, ha ricevuto lo Spirito di Lui, Paolo soggiunge:

E noi tutti, a faccia scoperta, mirando come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasfigurati nella stessa immagine, di gloria in gloria, come dallo Spirito del Signore.

Noi tutti s'intende non solo degli apostoli e ministri della parola, ma di tutti i cristiani, i quali sono contrapposti ai Giudei schiavi della lor legge e coperti di un velo che vieta loro la chiara conoscenza della verità. Il privilegio della libertà cristiana è comune a tutti i fìgli di Dio e non appartiene soltanto ad alcuni pochi. Il contemplare a faccia scoperta è opposto non all'attitudine di Mosè, il quale, quando parlava con Dio, aveva il volto scoperto; ma è opposto allo stato di servile timore e di cecità spirituale dei Giudei sul cui cuore si stende un fitto velo di pregiudizii e di carnale orgoglio, che impedisce loro di veder le promesse ed i tipi dell'A. T. realizzati in Cristo nella cui faccia splende la gloria di Dio 2Corinzi 4:6. Il verbo κατοπτριζεσθαι signifìca ordinariamente: guardarsi in uno specchio, specchiarsi. Siccome però è seguito da un complemento diretto, non può aver qui altro senso che quello di mirare, come si mirano in uno specchio le fattezze di una persona. Non c'è esempio che autorizzi a dargli il significato di riflettere un'immagine; mentre Filone l'adopera nel senso lato di «mirare», di «contemplare», anche senza riferenza speciale allo specchio da cui la parola deriva il suo primo e più stretto significato. I credenti hanno tutti nella economia nuova. Il privilegio goduto, in qualche occasione ed imperfettamente, da Mosè, di contemplar a faccia scoperta la gloria del Signore; ma c'è luogo a distinguere tra la contemplazione del presente che ha luogo come in ispecchio, per mezzo delle Scritture illuminate dallo Spirito, coll'occhio della fede, e quella che sarà propria dello stato futuro e che sarà immediata e perfetta. «Saremo simili a lui, poichè lo vedremo quale egli è» 1Giovanni 3:2; Apocalisse 22:4. per la gloria del Signore s'intendono le perfezioni che rifulgono nel Signor Gesù innalzato alla destra del padre. «Lo contempliamo come colui che divide il trono col padre Atti 7:55-56, come il Capo della Chiesa, come il possessore ed il datore di tutta la pienezza della grazia divina, come il futuro giudice del mondo, come il vincitore di ogni potenza nemica, come l'intercessore a favor dei suoi, ecc.; in breve, come colui che riveste tutta la maestà che spetta al suo regale ufficio» (Heinrici).

Mosè usciva dalla presenza di Dio, trasfigurato, raggiante di splendore. Così avviene, nel dominio della vita spirituale, al cristiano che fissa lo sguardo della fede e dell'amore nel Cristo glorioso: egli n'è gradualmente trasfigurato e diventa simile al divino modello ch'egli contempla. L'immagine s'intende infatti nel senso di modello, di tipo perfetto. Codesta metamorfosi o trasfigurazione si opera in parte nel presente per via di progressiva santifìcazione e raggiungerà il suo grado più alto quando, alla vita dello spirito resa perfetta sarà dato per organo un corpo glorioso cfr. 1Corinzi 15; Romani 8:11,29 e seg.; quando il Signore «trasformerà il corpo, della nostra umiliazione [rendendolo] conforme al corpo della sua gloria...» Filippesi 3:21. L'espressione di gloria in gloria è stata intesa come se il punto di partenza fosse la gloria del Signore ed il punto d'arrivo la gloria nostra. È più semplice e conforme al signifìcato usuale di locuzioni analoghe intendere che siamo trasfigurati, passando da un grado inferiore ad un grado superiore di gloria. Viene così espresso il carattere progressivo della morale trasformazione del credente, che non è cosa passeggiera ed esterna come il raggiare del volto di Mosè, ma si svolge fìno alla perfezione ch'è il vero splendore dello spirito umano. Le ultime parole del versetto ( καθαπερ απο κυριου πνευματος) possono tradursi in varie guise. C'è chi traduce: «Come per il Signore [ch'è] lo Spirito» nel senso di 2Corinzi 3:17. Altri rende: «come per il Signore dello Spirito». Così sarebbe designato il Signor Gesù in quanto dà lo Spirito ed opera per mezzo di esso Giovanni 16:7. Ma l'espressione è estranea al linguaggio di Paolo e mal si accorda con 2Corinzi 3:17 e con passi come 2Corinzi 13:13. Meglio dunque attenersi alla traduzione ordinaria, che si giustifìca grammaticalmente e dà un senso più in armonia col contesto e coll'insegnamento generale delle Scritture. Siamo trasfigurati «come dallo Spirito del Signore», cioè, come avviene, come deve necessariamente avvenire, laddove è all'opera, nell'uomo, lo Spirito del Signore ch'è spirito di vita, di santità e di gloria.

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