2Corinzi 4

1 L'economia dello Spirito essendo caratterizzata dalla libertà ch'è propria dei fìgli di Dio, il ministerio che serve ad una tale economia deve avere per carattere la più aperta franchezza.

Perciò, avendo questo ministerio, secondo la misericordia che ci è stata fatta, noi non veniamo meno dell'animo.

Con questo, Paolo ritorna al concetto già espresso in 2Corinzi 3:12. Nell'esercizio del ministerio affidatogli, non perchè ne fosse di per sè degno o capace, ma per la pura misericordia di Dio, egli non procede nel modo cauto e guardingo di cui Mosè credeva di dover usare. Non sol questo, ma egli disdegna di servirsi di qualsiasi mezzo che non sia improntato alla più trasparente lealtà, che sappia di furberia, che tema la luce del sole, che non sia, in una parola, rispondente alla natura stessa del Vangelo ch'è verità e luce perfetta. Il ricorrere a cotali mezzi sarebbe un mostrar poca fede nella potenza intrinseca della verità, un venir meno all'alta missione ricevuta, un abbandonar il posto da tenere. Non mancano al certo, le cose atte a portare lo scoramento nell'animo dell'araldo del Vangelo. C'è la difficoltà di farlo accettare così dai Giudei come dai pagani; ci sono le opposizioni suscitate da nemici aperti, o da falsi apostoli; le defezioni di fratelli al bene dei quali si è lavorato con amore; ci sono le sofferenze ed i pericoli che accompagnano tutti i passi di chi annunzia la verità. Ma Paolo è buon soldato di Cristo e nulla di tutto ciò l'induce a nascondere la sua bandiera od a mutarne i colori: non si vergogna dell'Evangelo di Cristo, sapendo ch'esso è la potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, e non vien meno dell'animo.

2 anzi abbiamo rinunziato alle cose nascoste e vergognose.

Dice lett. «le cose nascoste della vergogna» che viene a significare: le cose che si fanno occultamente sia perchè se ne sente internamente vergogna, sia perchè se fossero esposte alla luce del sole ci coprirebbero di vergogna. Sono cose occulte di carattere vergognoso. Non si tratta di oscenità, ma di mezzi equivoci, astuti, frodolenti, adoperati allo scopo di rendere più accetto il Vangelo, o per lo meno certe dottrine particolari. Paolo allude specialmente ai mezzi sleali adoperati, in seno alle chiese, dai dottori giudaizzanti. Egli spiega d'altronde il suo pensiero nelle parole che seguono:

non procedendo con astuzia.

La πανουργια significa propriamente, stando all'etimologia della parola, l'attitudine a «tutto operare», e caratterizza la condotta di chi non guarda alla qualità dei mezzi che adopera pur di giungere al suo fìne. È l'opposto della sincerità. «È, dice Hodge, l'attitudine spiegata da Satana nel sedurre Eva 2Corinzi 11:3, quella di cui fecero prova i Giudei quando tendevano dei tranelli a Gesù Luca 20:23, ed è quella che sogliono mostrare i falsi dottori quando vogliono sedurre i semplici con qualche eresia 2Corinzi 4:14».

nè falsificando la parola di Dio,

cioè, adulterandola con miscela eterogenea di speculazioni umane cfr. 2Corinzi 2:17, o tenendo nascosta una parte della verità, raffazzonando l'Evangelo secondo le tendenze della sapienza del mondo cfr. 1Corinzi 1. Paolo ha coscienza di predicar la parola di Dio quale l'ha ricevuta dal Signor Gesù Galati 1:11-12; 1Corinzi 15:3; 1Tessalonicesi 2:13.

ma colla manifestazione della verità, raccomandando noi stessi presso ad ogni coscienza d'uomo, dinanzi a Dio.

L'esposizione e la spiegazione della verità nella sua genuina purezza è l'unico mezzo che Paolo adoperi nell'esercizio del suo ministerio. La verità (e si tratta della verità per eccellenza, concernente le relazioni dell'uomo con Dio), la verità non ha bisogno per conquistare l'uomo, di mezzi equivoci e di diplomatiche astuzie; basta ch'ella sia presentata nella sua maestosa semplicità, con onesta sincerità di convinzione, senza secondi fini, per trovare un'eco nel più profondo dell'essere morale, nella coscienza. Una vita ed un apostolato come quello di Paolo impongono il rispetto anche agli avversari e la verità evangelica si raccomanda ad ogni coscienza perchè corrisponde alle esperienze morali ed ai più profondi bisogni ed aspirazioni dell'uomo. Ad indicare viemeglio la sua perfetta sincerità. Paolo aggiunge ch'egli fa tutto dinanzi a Dio, con un senso costante della presenza di Dio che legge nei più intimi recessi del cuore e non approva se non ciò ch'è retto e vero.

3 Sussiste però il fatto innegabile, doloroso, che molti fra gli uditori del Vangelo, così fra i Giudei come fra i pagani, restano increduli. La colpa di un tale risultato, non va attribuita nè all'Evangelo, nè a chi ne è il fedele banditore; essa va cercata nelle disposizioni morali di chi è posto in presenza della verità.

Che se anche,

come purtroppo è il caso per molti,

il nostro Evangelo,

cioè l'Evangelo che noi predichiamo.

è coperto.

rimane incompreso nella sua vera natura e grandezza, essendo per gli uni uno scandalo, per gli altri una follia 1Corinzi 1:23,

è fra coloro che si perdono ch'esso è coperto,

4 fra i quali l'Iddio di questo secolo ha accecati gl'intendimenti degli increduli.

L'Evangelo è coperto per tutti coloro che sono in istato di perdizione; ma in questa categoria generale di persone estranee alla salvazione, l'Apostolo sembra fare una distinzione. Egli ne scorge di quelli che hanno potuto conoscere meglio di altri la verità, ma che, per essersi abbandonati allo spirito del male, sono divenuti increduli decisi e refrattarii ad ogni influenza divina. L'incredulità volontaria che respinge scientemente la salvezza offerta in Cristo è quella che conduce a ruina irrimediabile e fìnale. In essa appare manifesto l'elemento della responsabilità umana che Gesù pose così spesso in rilievo. Cfr. Giovanni 3:19-21; 5:40-44; 7:17, ecc. Chi non ubbidisce alla verità conosciuta diventa sempre più incapace di discernere e di amare la verità, finchè l'intendimento suo resta talmente dominato da pregiudizii, da falsi criterii e da nozioni errate, da esserne del tutto ottenebrato cfr. Romani 1:18 e segg. In quest'opera di spirituale accecamento, spiegasi l'attività di Satana chiamato qui il dio di questo secolo, ed altrove «il principe di questo mondo» Giovanni 12:31, perch'egli è colui che esercita la più vasta influenza e dominazione sui principii, sulle idee, sulle disposizioni e sulla condotta degli uomini di questa presente epoca o secolo che precede la venuta di Cristo. Per la potenza anticristiana del diavolo e dei suoi angeli, cfr. Efesini 2:2; 6:12; 2Tessalonicesi 2:9. Quando sarà legato, l'Evangelo trionferà Apocalisse 20: ma ora «tutto il mondo giace nel maligno» 1Giovanni 5:19. Gl'increduli sono stati da Satana accecati a questo fìne e con questo risultato:

acciocchè non risplendesse agli occhi loro la luce dell'Evangelo della gloria di Cristo, il quale è l'immagine di Dio.

Chi è cieco non vede gli splendori della più bella luce. Per lui è come se non rifulgesse, poichè non ne è illuminato. La parola Φωτισμος significa propriamente: la luce proiettata, fatta splendere. Si tratta qui della luce dell'Evangelo proiettata nelle menti dalla predicazione apostolica. L'Evangelo è detto della gloria di Cristo, perchè questa è parte essenziale del contenuto d'esso. Il vangelo annunzia bensì Cristo crocifisso; ma, colui che morì sulla croce, lo fa conoscere come il Verbo, il Figliuol di Dio manifestato in carne, come il Messia promesso; poi non lo proclama soltanto morto per i nostri peccati, ma risorto a motivo della giustifìcazione ottenutaci; e non solo risorto, ma elevato alla destra di Dio, e costituito Signore di tutte le cose. Egli è infatti l'immagine di Dio, la rivelazione personale del Dio invisibile. Lo è stato innanzi e durante la sua incarnazione e lo è nella sua esaltazione. Cfr. Filippesi 2:6; Colossesi 1:15; Filippesi 3:21; Ebrei 1:3; Giovanni 1:18; 14:9.

5 Tale e non altro è l'alto contenuto della predicazione di Paolo.

infatti noi non ci predichiamo noi stessi,

le nostre persone, la nostra sapienza, non miriamo ad esaltar noi medesimi,

ma Cristo Gesù [qual] Signore.

il Gesù figlio di Maria, il Gesù storico ch'è il Messia, lo predichiamo Signore, esaltato alla destra di Dio e potente a salvare.

e quanto a noi [ci diciamo] vostri servi in considerazione di Gesù.

Sono servi dei Corinzi in quanto consacrano la loro attività al loro supremo bene. Paolo si dice altrove «debitore ai Greci ed ai Barbari»; egli «si fa tutto a tutti affin di salvarne assolutamente alcuni», e «sopporta ogni cosa per gli eletti, affinchè anch'essi conseguano la salvezza ch'è in Cristo Gesù, con gloria eterna» 2Timoteo 2:10. Però sono servi «a cagione di Gesù», cioè in considerazione della grazia e della vocazione ricevuta da lui, e per un devoto riguardo alla gloria di lui, ed al compimento del suo beneplacito. La luce, infatti, che Paolo ed i suoi compagni posseggono, l'hanno ricevuta da Dio affinchè fossero strumenti per l'illuminazione degli altri.

6 perciocchè l'Iddio che disse: «Dal seno delle tenebre risplenda la luce». è colui che ha fatto brillar la luce

(lett. «che ha risplenduto»)

nei cuori nostri, affinchè [noi] facessimo risplendere la luce della conoscenza della gloria di Dio nella faccia di Cristo.

Paolo vede una analogia tra la creazione della luce materiale fatta splendere nel mezzo delle tenebre fisiche del caos Genesi 1 e la illuminazione spirituale mediante la quale Dio fa, per lo suo Spirito, risplendere la luce della sua verità in mezzo alle tenebre spirituali dell'uomo naturale. Nei cuori nostri s'intende meglio, in armonia col contesto, di Paolo e dei suoi colleghi nel ministerio. L'Apostolo indica, infatti, qui la ragione per cui predica il Cristo glorioso, facendosi servo degli uomini. Coloro che vedono qui descritta la, illuminazione dei credenti in genere interpretano in senso analogo anche la fìne del versetto e rendono: «per illuminarci colla conoscenza della gloria di Dio, ecc.». Il testo dice letteralmente: «ad illuminazione della conoscenza...».. Ma siccome tutta la sezione tratta del modo in cui Paolo esercita il ministerio ricevuto, è più semplice intendere le parole προς Φωτισμον ; dello scopo che Dio aveva in vista illuminando Paolo ed i suoi compagni, quello cioè di far di loro dei portatori di luce. Cfr. quel che Paolo dice Galati 1:15-16; Atti 26:16-18. La luce ch'essi devono spargere nelle menti e nei cuori è la conoscenza della gloria di Dio, ossia delle di lui perfezioni gloriose, specialmente dell'amor suo che salva. Codesta gloria di Dio gli uomini la possono contemplare in Cristo ch'è «l'immagine di Dio», «lo splendor della gloria di Dio e l'impronta della sua essenza» Ebrei 1:3. Facendo conoscer Cristo al mondo. Paolo sparge la conoscenza della gloria di Dio, perchè questa è resa visibile nella faccia di Cristo.

AMMAESTRAMENTI

1. «L'esperienza fatta da Paolo della verità ed eccellenza del Vangelo lo condusse a proclamarlo senza reticenze. Una consimile esperienza deve produrre negli altri ministri del Vangelo la stessa aperta e coraggiosa franchezza. Questa, infatti, è una delle glorie del cristianesimo. È proprio dell'errore l'adoprar riserve e nascondimenti. In tutte le religioni dell'antichità, c'era una dottrina per il pubblico ed un'altra per gl'iniziati. Casi nella chiesa romana, nella misura in cui ella è infetta di spirito pagano, si accetta il principio delle riserve mentali. Il Vangelo non è predicato apertamente, in modo da essere inteso da tutti. Il popolo è tenuto nell'ignoranza. Gli si dice che non ha bisogno di conoscere bastandogli una fede cieca in riti che non intende. Ma chi è convinto che l'Evangelo è da Dio, ch'esso è ineffabilmente glorioso ed adatto ai bisogni di tutti, ha da predicarlo apertamente senza reticenze» (Ch. Hodge). Il ministro cristiano è essenzialmente ministro della parola ed il suo primo dovere è di «manifestare la verità» con chiarezza tale da allontanare ogni malinteso. Dall'annunzio che reca dipende la vita o la morte degli ascoltatori; ed il lasciarli nell'incertezza sul mezzo della salvazione è il massimo dei tradimenti.

2. Dopo diciotto secoli, purtroppo, si può ripetere ancora, riguardo al popolo d'Israele, la parola di Paolo: «infino ad oggi... un velo resta steso sul suo cuore». Ma l'avvicinarsi dei tempi in cui, convertendosi al Signor Gesù, Israele conoscerà la verità e sarà strumento eletto per spargerla, deve rendere più intense le preghiere della Chiesa credente a favore degli Israeliti. Non sono abrogate le promesse dei profeti nè le rivelazioni apostoliche di Romani 11.

3. Il Signor Gesù si è dato per noi quando versò il sangue sul Golgota; ma non è questa tutta l'opera ch'egli compie per la nostra salvazione. Egli, ch'è una stessa cosa collo Spirito, vuol dimorare dentro di noi per affrancarci dal peccato Romani 6, da ogni timor servile e darci la libertà dei figli di Dio. Per l'opera interna del suo Spirito abbiamo ad essere gradualmente trasformati alla sua gloriosa immagine, finchè giunti alla sua immediata presenza, e contemplandolo quale egli è, gli siamo resi intieramente simili.

4. Il ministerio evangelico mira a formare negli uomini una fede in Cristo che sia personale, sana, capace di resistere agli urti ed ai sacrifizii più gravi. Non serve quindi il ricorrere, non diremo alla forza, ma neanche ad artifizi, a furberie, a frodi così dette pie, a mezzi insomma indegni della verità eterna e dell'uomo stesso. Convien che la mente sia illuminata, che il cuore sia persuaso e soprattutto che la coscienza sia saldamente convinta. Finchè la convinzione non è penetrata in fondo a quel l'intimo santuario, la buona semenza non ha preso radici nel buon terreno Luca 8:15. D'altra parte c'è per chi bandisce onestamente la Verità, un incoraggiamento potente nel sapere che essa trova un'eco in ogni coscienza d'uomo.

5. La testimonianza cristiana non consiste tutta nel predicar Cristo morto per noi. Paolo lo predica Signore, proclama la sua gloria celeste e lo chiama l'immagine del Dio invisibile. Chi non scorge in lui altro che il dottore, si fa di Cristo un concetto monco e pertanto non giusto. Sol chi crede nel Cristo glorificato e lo contempla tale, è trasformato alla sua immagine. Chi lo addita come sorgente di vita e di affrancamento spirituale, serve in modo effìcace agli interessi morali degli individui e de lle nazioni.

6. «L'ideale d'un ministro cristiano come risulta da 2Corinzi 4:5 è il seguente: Egli è un predicator di Cristo, non di sè stesso; ed un servitor della chiesa retto ed animato dall'amor di Cristo» (Hodge). Beato quel banditore del Vangelo che, in buona coscienza, può sentirsi, come Paolo, netto del sangue dei suoi simili, e rigettare intieramente su di loro la responsabilità del loro accecamento spirituale, della loro durezza ed incredulità!

7. Grandi sono i privilegi di chi vive sotto al Nuovo patto. Egli non cammina più nella penombra di una rivelazione imperfetta, in cui la parte più consolante della verità era adombrata nei tipi e nei simboli; ma gode della luce meridiana della rivelazione defìnitiva dell'amor di Dio, recata da Cristo e divulgata dagli apostoli di lui. Codesta luce la contempla riflessa nelle pagine del Nuovo Testamento, nella predicazione dei ministri fedeli del Vangelo e nell'esperienza di tutti i credenti. Egli gode dell'abitazione dello Spirito nel suo cuore e della libertà dei fìgli di Dio.

Quanti incentivi a crescere in conoscenza, in ubbidienza, in conformità con Cristo! E quale responsabilità per chi, cedendo alle suggestioni del principe delle tenebre, chiude gli occhi alla luce divina che splende in Cristo!

8. Per esser luce ad altri conviene esser prima illuminato. Ma quando la luce della verità è, da Dio, fatta risplendere in noi, non è perchè la serbiamo per noi soli, ma perchè la facciamo risplendere davanti ad altri uomini con quei mezzi e con quei doni che la misericordia di Dio mette in nostro potere. «Voi siete la luce del mondo».

7 §3. Le sofferenze e le speranze in mezzo alle quali Paolo esercita il ministerio evangelico 2Corinzi 4:7-5:10

L'Apostolo ha ragionato in 2Corinzi 2 della gloria concessa al ministerio del Nuovo patto. Ma se ha potuto paragonare ad una marcia trionfale i successi di cui sono strumento i messaggieri di Cristo nel mondo, se ha potuto parlare della santa libertà e baldanza con cui manifestano al mondo la verità che Dio ha fatto risplendere in loro, egli non può nascondere l'altro lato della medaglia. «più è viva la luce, e più suol essere oscura l'ombra che l'accompagna» (Klopper). Quella gloriosa potenza spirituale ch'è il privilegio del ministerio del Vangelo, va connessa con grandi infermità, con gravi sofferenze ed incessanti pericoli. La debolezza stessa degli strumenti umani deve far spiccare viepiù la potenza divina della vita che opera in loro e per mezzo di loro 2Corinzi 4:7-12. Tuttavia, in mezzo alle loro sofferenze, gli araldi di Cristo non si perdono d'animo; li conforta la fede in Dio, la speranza della gloria a loro riservata, quando all'uscir dal mondo ove gemono, andranno a vivere presso al Signore ch'essi servono 2Corinzi 4:13-5:10.

Si suppone da molti che la menzione delle sofferenze connesse col suo ministerio, sia fatta da Paolo per combattere una insinuazione dei suoi avversarii intorno a quelle straordinarie tribolazioni. Non erano esse un segno dell'ira di Dio contro un servo infedele? però non risulta che alle sofferenze di Paolo fosse dato un tale signifìcato; vediamo piuttosto, a 2Corinzi 11: ch'egli le ricorda come un titolo di gloria del suo apostolato. Altri hanno pensato che Paolo è tratto a parlare della fragilità sua dal disprezzo che i suoi avversarii gettavano sulla meschina apparenza della di lui persona. Parla di gloria superiore a quella di Mosè e non è se non «un brutto piccolo giudeo», come lo chiamò il Renan cfr. 2Corinzi 10:10; 12:5; Galati 4:13. Non c'è tuttavia, in questo contesto, alcuna allusione alla sua meschina presenza. È più semplice l'ammettere che, siccome i recenti successi l'aveano condotto a celebrar la gloria del ministerio cristiano, così le sue recenti distrette lo abbiano tratto a parlare delle sofferenze connesse con un tale ufficio e delle consolazioni che lo sostengono.

Sezione A 2Corinzi 4:7-12 IL TESORO IN VASI D'ARGILLA

Il tesoro del Vangelo è affidato ad uomini esposti ad ogni sorta di tribolazioni.

Questo tesoro, però, noi lo abbiamo in vasi d'argilla, affinchè [si veda che] l'immensità della potenza è di Dio e non [viene] da noi.

C'è un marcato contrasto tra la gloria del ministerio del Nuovo patto e lo stato esterno miserando in cui si esercita dagli apostoli. Da ciò il però. Questo tesoro si riferisce alla preziosa luce del Vangelo fatta risplendere, in misura speciale, in Paolo e nei suoi compagni, al fine di renderli strumenti per illuminare altri nella conoscenza di Cristo 2Corinzi 4:6. I vasi d'argilla sono le persone umane dei ministri, quali sono nello stato terreno, fragili, deboli, mortali. Come avviene talvolta che un tesoro di gran prezzo si custodisca in un vaso di terra, fragile e di poco valore, così è piaciuto a Dio di affidare il grande messaggio della salvazione del mondo per Cristo, a dei semplici mortali, soggetti alle infermità, alle malattie, alle sofferenze, ai pericoli, alla morte, limitati nelle lor facoltà intellettuali e non perfetti nella lor vita spirituale. Quale può mai essere il fìne utile di una tale disposizione divina? Essa serve, dice Paolo, a mostrare a tutti nel modo più evidente, che la potenza straordinaria del messaggio evangelico quando trasforma la creatura decaduta e crea in lei una nuova vita, non è cosa che si possa attribuire ad alcuna abilità o capacità umana, ma è opera di Dio. Dice lett. «affinchè la... Potenza sia di Dio»; cioè, sia dimostrata agli occhi di tutti come essendo di Dio. L'uomo può piantare ed adacquare, ma è Dio che fa crescere 1Corinzi 3:6. Collo scegliere per le maggiori opere gli strumenti più deboli, Dio mira a porre in luce il carattere soprannaturale della vita spirituale.

8 Della fragilità e debolezza in mezzo a cui si muovono i ministri di Cristo, ed egli stesso per il primo, Paolo fa un breve quadro in 2Corinzi 8:10. Ad ogni istante, il vaso di terra corre pericolo d'essere ridotto in pezzi e, se sussiste, ciò è dovuto unicamente alla bontà di Dio che lo guarda.

Siamo infatti in ogni maniera tribolati, ma non però ridotti ad estreme distrette.

L'immagine contenuta nei due verbi è affine; θλιβεσθαι vale esser premuto, e στενοχωρεισθαι occupare un luogo stretto, esser ridotto allo stretto a segno da non veder più alcuna via di scampo. L'Apostolo è premuto da molte afflizioni, ma Dio le regola e modera in guisa da non lasciarle mai arrivare agli estremi.

perplessi, ma non ridotti a disperare.

Questo in regola generale; ma dal passo 2Corinzi 1:8 si vede come, in circostanze eccezionali, l'Apostolo si sia trovato anche a disperare della propria vita. Anche allora, però, egli non dispera della causa del Vangelo e sa che Dio può far servir la sua morte all'avanzamento del suo regno cfr. Romani 14:8; Filippesi 1:20-24; 2:17.

9 perseguitati

dagli uomini,

ma non abbandonati

da Dio che conta i capelli del nostro capo e non ci abbandona in balia dell'odio dei nemici.

gettati a terra ma non fatti perire.

i nemici che li perseguono accanitamente possono riescire a raggiungerli e a gettarli a terra feriti e mezzo morti; ma per la bontà di Dio, si rialzano colla vita salva, come avea fatto Paolo in Listra dopo essere stato lapidato e lasciato per morto Atti 14:19-20. Anche di recente, egli era stato dalla persecuzione ridotto agli estremi, ma Dio l'avea tratto a salvamento come per una risurrezione.

10 portiamo del continuo attorno, nel [nostro] corpo, la morte di Gesù (testo emend.) affinchè anche la vita di Gesù si manifesti

(o: sia manifestata)

nel nostro corpo.

La parola che rendiamo morte, indica letteralmente l'atto del far morire, quindi il processo che fa capo alla morte, il morire. È stata tradotta dal Diodati: «mortificazione», da altri: «martirio». Nell'adempiere al loro mandato, gli apostoli sono del continuo esposti a subire, per la causa di Dio, una morte come quella che Gesù soffrì. E poichè il pericolo non li lascia mai, poichè le sofferenze fisiche e morali: le privazioni, le carceri, le battiture, i naufraghi, le ansietà, le angoscie logorano gradatamente le loro forze vitali, Paolo rappresenta questo morir continuo come, in certo modo, inseparabile dal loro corpo. Dovunque vanno, lo portano attorno con sè nei loro viaggi cfr. 1Corinzi 15:31; Romani 8:35. Però, se hanno parte al martirio, hanno parte anche alla vita di Gesù Romani 6:11; Filippesi 3:10; per cui s'intende la potenza di vita che abitò in Gesù quand'era sulla terra e che ora emana da Gesù risorto e glorificato. Fin da questa terra, la vita di Cristo ha da manifestarsi nella «carne mortale» dei suoi servi. Non è dunque questione solamente dell'aver parte alla risurrezione futura che coronerà la vita nuova nei redenti e di cui si parla in 2Corinzi 4:18 e seguenti. Mentre vivono nel corpo terreno, ha luogo di già la manifestazione della vita di Gesù in loro, e questo in varie guise. Certo, col preservarli dai pericoli di morte che li minacciano del continuo, Cristo rivela la sua potenza di vita 2Corinzi 1:9; Marco 16:18. Ma questo non esaurisce il senso. È sopra tutto, col far abbondar «nell'uomo interno» 2Corinzi 4:16 la vita spirituale, la fede, il coraggio, la carità, la speranza, che Gesù manifesta la vita sua nel loro corpo. Ripieni della vita dall'alto ch'è in loro come una fonte zampillante, essi sono resi atti a sparger la vita dovunque vanno.

11 Il v. 11 spiega in che modo gli Apostoli portano attorno la morte di Gesù.

Infatti noi che viviamo,

che pur siamo pieni di vita fìsica, la quale rifugge dal soffrire e dal morire,

siamo del continuo esposti alla morte

(lett. dati in balia della morte; cfr. 1Corinzi 15:35; 2Corinzi 11:23)

per cagione di Gesù,

nel servire la causa dell'Evangelo di Cristo,

affinchè anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale.

Quest'ultima espressione corrisponde a quella di 2Corinzi 4:10 «il nostro corpo», solo mette in maggior rilievo il carattere di debolezza, di caducità dell'organo terreno dell'attività. Ciononostante egli è in questo vaso di terra che Cristo si compiace di manifestar la potenza della sua vita; ivi abita lo Spirito della vita che fa di questi deboli strumenti umani degli esempi e dei portatori della vita superiore ed eterna.

12 Talchè la morte è all'opera in noi, mentre in voi [lo è] la vita.

La frase va intesa in senso relativo ed in armonia col contesto. Negli araldi del Vangelo quel che più colpisce sono le sofferenze e gl'incessanti pericoli di morte: mentre nella chiesa di Corinto che è uno dei frutti più cospicui della loro attività missionaria, colpisce quella creazione, quel rigoglioso sviluppo di una vita nuova in un ambiente tanto corrotto. Uomini emaciati dalle privazioni, dalle fatiche, dai patimenti, colla lor vita nella palma della mano, diventano fondatori di chiese, e strumenti di grandi risvegli religiosi: vasi di terra che recano il più prezioso dei tesori. «Non splende mai siffattamente la potenza di Dio, come quando si serve degli uomini più deboli e spregevoli per compiere le sue grandi opere» (Crisostomo).

AMMAESTRAMENTI

1. La debolezza esteriore dei mezzi e degli strumenti adoperati per spargere il Vangelo nel mondo, paragonata alla grandezza dei risultati morali ottenuti, sarà mai sempre una delle prove più evidenti della divinità del Cristianesimo. Anche oggi, quando pochi uomini si stabiliscono in mezzo ad una tribù selvaggia, senza altra difesa che la protezione di Dio, costretti ad imparare come possono la lingua, consunti da un clima micidiale, esposti alle privazioni ed al martirio, ed in capo a pochi anni ottengono, insegnando il Vangelo, dei mutamenti radicali nelle persone e nei costumi generali, come si può spiegare il fenomeno se non col fatto che i vasi di terra sono portatori d'un tesoro divino, e che la potenza all'opera è di Dio e non degli uomini? Come spiegare l'azione sempre più vasta esercitata nel mondo da quell'umile libro ch'è la Bibbia, scritto da uomini, in lingue d'uomini se non fosse divino il tesoro di verità ch'esso contiene e divina la potenza che lo accompagna?

2. Il soffrir non è per il cristiano ed in ispecie per il ministro di Cristo, cosa accidentale, ma è da Dio regolato e volto ad un alto fìne spirituale. Il consumar la vita al servizio di Gesù è un ricolmarla della vita di Gesù. cfr. (Denney).

3. Per quanto possano i nemici essere numerosi ed accaniti contro ai discepoli ed ai servi di Cristo, il loro potere è sempre limitato e frenato da Dio che non abbandona i suoi, che interviene per dare la forza da sopportar la prova ed anche l'uscita di essa quando non è terminato il compito assegnato al credente.

4. Ai ministri la morte, alle chiese la vita. In codesta formula si ripete la legge del sacrificio espressa da Gesù coll'immagine del granello di frumento: «se il granello di frumento posto in terra non muore, esso rimane solo, ma se muore, porta molto frutto» Giovanni 12:24. «Convien ch'egli cresca e ch'io diminuisca», aveva esclamato il Battista. Dove è più completo il sacrificio di sè per la causa di Cristo, ivi il Signore si compiace di fare abbondare la sua vita. «Alla vita, traverso la morte: codesta gran legge, che già si rivela nella natura, è la legge dello sviluppo del regno di Dio e deve essere la norma di ogni attività diretta a contribuire a quello sviluppo» (Bonnet).

13 Sezione B 2Corinzi 4:13-5:10 LA SPERANZA NELLE SOFFERENZE

In mezzo alle sofferenze del presente, Paolo è sostenuto dalla speranza cristiana

Sono molte e gravi le sofferenze dell'apostolo; la sua vita è un morir continuo; eppure egli non si perde d'animo. Come mai? qual forza segreta nutre il suo coraggio? Egli ce lo dice in questa sezione. Quel che lo sostiene è la fede certa ch'egli ha nella gloriosa risurrezione. Questa fede che tien l'occhio fisso sull'adempimento delle promesse di Dio riguardo all'avvenire, è spesso nel Nuovo Testamento chiamata speranza. Ma non è raro che Paolo la includa sotto il nome generico di fede Romani 8:24-25; e qui 2Corinzi 4:18; 5:7.

Avendo però lo stesso spirito della fede espresso in quella parola della Scrittura: «Ho creduto, perciò ancora ho parlato,» noi pure crediamo, perciò ancora parliamo, sapendo che...

La morte, diceva a 2Corinzi 4:12, è all'opera in noi; ma però, seguitiamo a predicare e non perdiam coraggio. Per spirito della fede non s'intende lo Spirito Santo che produce la fede, ma semplicemente la disposizione morale della ferma fiducia in Dio e nelle sue promesse, disposizione ch'è d'altronde anch'essa un frutto dello Spirito. Paolo dice lett. «lo stesso spirito della fede, secondo ciò ch'è scritto...» cioè: uno spirito di fede affatto simile a quello descritto nella parola dei Salmi 116:10, qui riportata seconda la versione dei LXX: L'ebraico è molto conciso e signifìca probabilmente: «Ho creduto ch'io parlerei» ancora, per lodarti quando tu mi avresti tratto fuori della mia afflizione. Ad ogni modo il parlare del Salmista è connesso colla sua fede in Dio. Così Paolo ed i suoi compagni non cessano dal parlare, predicando l'Evangelo della grazia, perchè, in mezzo alle loro sofferenze, li sostiene la salda fiducia che alle tribolazioni terrà dietro la gloria promessa ai redenti di Gesù. Senza questa speranza viva, nel cuore, essi verrebbero meno nella lotta incessante. Cfr. Ebrei 12:2-3. Certo che ogni fede sincera è di sua natura comunicativa; ma qui si tratta più che altro della salda fiducia che alimenta il coraggio di Paolo nell'esercizio del suo difficile ministerio.

14 Qual sia più precisamente l'oggetto della speranza di Paolo, egli lo dice in 2Corinzi 4:14:

sapendo

con certezza, per le esplicite promesse di Cristo Giovanni 6:40,54; 14:3,

che colui il quale ha risuscitato il Signor Gesù, risusciterà anche noi con Gesù (testo emend.) e ci farà comparire insiem con voi [alla sua presenza].

Il credente è unito a Cristo così da formar con esso come una stessa pianta, un corpo solo. La via percorsa da Cristo, è quella per la quale i suoi devono passare; la sorte del capo ha da essere quella delle membra. Soffrono i redenti e muoiono con Cristo, ma fin da ora essi hanno parte alla pienezza di vita nuova che emana da lui. In appresso avranno parte alla risurrezione ed alla gloria di lui. Ciascuno però nel suo ordine: Cristo è le primizie, poi a suo tempo coloro che son di Cristo saranno anch'essi glorifìcati cfr. 1Corinzi 15:20-26. La lezione quindi dei migliori codici: «con Gesù», non implica la simultaneità assoluta, ma indica che la risurrezione degli araldi del Vangelo avverrà, a suo tempo, in virtù della loro indissolubile unione con Gesù. Nè saranno solamente risuscitati, ma saranno fatti «comparire» ossia introdotti alla immediata presenza di Dio, insieme con coloro ch'essi avranno condotti alla fede mediante le loro fatiche missionarie. È questa una delle gioie del futuro su cui Paolo torna più d'una volta nei suoi scritti 2Corinzi 1:14; 1Tessalonicesi 2:19-20; 3:13, ecc.

15 E infatti tutto il parlare, tutto il soffrire, tutto il morir di Paolo e dei suoi compagni, non ha altro scopo che il condurre i credenti (fra cui i Corinzi) fìno alla presenza di Dio, affinchè lo glorifichino eternamente come han principiato a fare quaggiù.

Tutto infatti si fa per voi

(Lett. «per cagion vostra»), cioè per il vostro bene, per la vostra salvezza 2Timoteo 2:10;

affinchè essendo la grazia abbondata,

sopra un gran numero di persone evangelizzate ed edificate mediante il nostro ministerio,

sovrabbondi, per mezzo del gran numero, il ringraziamento, alla gloria di Dio.

Tal'è la costruzione della frase che dà il senso più semplice e più conforme al contesto. Sono però possibili altre costruzioni, anche all'infuori di quella di Diodati ch'è forzata. Per esempio: «affinchè la grazia essendo abbondata fra i molti (o per mezzo dei molti), sovrabbondi...». Il fìne ultimo dei lavori e delle sofferenze del ministerio evangelico è che salga a Dio, dal cuor del maggior numero possibile d'uomini salvati, l'inno della lode riconoscente che glorifichi Colui ch'è amore. Si confront i Romani 15:6 e segg.

16 Perciò non veniam meno dell'animo

o: non ci perdiamo d'animo. Il perciò si riferisce ai versetti precedenti. La certezza della propria risurrezione gloriosa, la persuasione che le sue fatiche e sofferenze concorrono alla salvezza altrui e da ultimo alla gloria di Dio. sostiene il suo coraggio: e se anche (come nel fatto avviene)

il nostro uomo esterno si disfà, li nostro [uomo] interno si rinnova, ciò non ostante, di giorno in giorno.

Per uomo esterno s'intende la persona umana in quanto ha di visibile, di sensibile, di materiale o semplicemente di terreno, potendo includere così la vita fìsica e la vita psichica. Quest'uomo esterno si va disfacendo, logorando per via delle fatiche, delle privazioni, delle sofferenze fisiche e morali d'ogni sorta. In esso la morte opera del continuo. Nell'uomo interno, all'incontro Romani 7:22; Efesini 3:16, ch'è quanto dire nell'io morale e spirituale, nell'io che pensa e vuole e approva il bene, che ha per centro lo spirito vivificato da Cristo, in quest'uomo interno opera la vita. Esso riceve dallo Spirito di Dio sempre nuove energie di fede, di speranza, di amore che lo ringiovaniscono, lo rinvigoriscono facendolo capace d'essere più che vincitore delle forze avverse Salmi 103:5; Isaia 40:31. E ciò avviene in modo progressivo e costante, così com'è continua l'azione deleteria che agisce sull'uomo esterno.

17 Quel che maggiormente contribuisce a rinvigorire l'uomo interno è il pensiero dell'infinita grandezza e durata della gloria che deve succedere alle sofferenze presenti le quali ne sono come la via necessaria. Quella gloria non è paragonabile alle afflizioni.

Perciocchè la momentanea, leggiera nostra afflizione ci produce (lett. opera) un infinitamente superiore [ed] eterno peso di gloria.

Dice lett. «la momentanea leggerezza dell'afflizione nostra». L'afflizione è momentanea, di breve durata, perchè cessa coll'avvenimento di Cristo o colla morte del credente 2Corinzi 5:1-10. Lunga per chi non guarda che alla esistenza presente, ed ha il suo tutto quaggiù, essa è breve per chi guarda alla eternità della gloria. La tribolazione, grave in sè per il dolore che cagione alla natura terrena dell'apostolo, è leggiera, di lieve peso e gravità, quando la considera in relazione colla gloria futura. A descrivere la superiorità di questa, Paolo cerca invano delle parole adatte ed è ridotto ad accumulare delle locuzioni avverbiali, perchè il linguaggio umano non arriva ad esprimere adeguatamente la infinita ricchezza della gloria. Il peso di essa è contrapposto alla leggerezza dell'afflizione, come l'eternità sua lo era al carattere passeggero dell'afflizione. Codesto peso di gloria è «eccessivamente sovrabbondante», cioè supera infinitamente, al paragone, quello delle tribolazioni. Cfr. Romani 8:18. Dicendo «ci opera» o ci produce, ci prepara, ci assicura, Paolo non inculca il concetto che l'afflizione meriti la gloria. Ogni idea di merito dell'uomo è contraria all'insegnamento di Paolo. Resta vero, però, che la gloria avvenire è da Dio promessa qual largo, generoso, sebbene gratuito, compenso alle afflizioni patite per la causa di Cristo Matteo 5:10-12; 2Tessalonicesi 1; Romani 8:17; 2Timoteo 2:11-12; 1Pietro 1:6; 4:13; Apocalisse 7:14. È cosa giusta appo Iddio di riconoscere in un modo particolare la devozione di coloro che hanno sofferto per lo suo nome. D'altra parte l'afflizione per Cristo sopportata con amore, unisce vieppiù il cuore al Salvatore e lo rende vie meglio capace di assaporare il riposo, la giustizia, la perfezione del regno della gloria. La gloria è così preparata a chi soffre per Cristo e chi soffre è preparato per la gloria.

18 Le sofferenze presenti preparano gloria ineffabile ai servi di Cristo, perchè essi sono uomini il cui tesoro non è qui, ma nel mondo avvenire; uomini che han l'animo non alle cose terrene, ma alle celesti Filippesi 3:19. Il presente non può dar soddisfazione ai loro bisogni più profondi.

Non riguardando noi alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono.

Le cose che si vedono sono i beni che il mondo presente può offrire. Le cose che non si vedono, sono i beni del mondo avvenire, beni che non sono necessariamente invisibili, ma che, per ora, sono presenti soltanto all'occhio della fede 2Corinzi 5:7; Ebrei 11:1. La ragione per cui lo sguardo di Paolo non si fissa sulle cose visibili è indicata da lui stesso:

Le cose, infatti, che si vedono sono temporanee, mentre quelle che non si vedono sono eterne.

Or l'anima umana ha bisogno di quel ch'è duraturo e permanente. Il filosofo Seneca esprime codesta aspirazione nella sua Epistola 59: «Queste cose sono figurative ed hanno una certa apparenza per un tempo. Non c'è in esse nulla di stabile e di sodo. Volgiamo l'animo alle cose che sono eterne».

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