2Corinzi 5

1 Fra le cose visibili che deperiscono c'è l'uomo esterno, e più propriamente il corpo, esposto quaggiù a tanti patimenti ed infine alla morte; ond'è che Paolo specificando, a questo riguardo, la sua speranza. soggiunge:

Infatti noi sappiamo che se la nostra casa terrestre, ch'è una tenda, è disfatta, noi abbiamo un edificio che ci vien da Dio, una casa non fatta con mani, eterna nei cieli.

«Sappiamo» per la rivelazione di Dio, per le sue promesse già fatte realtà nella persona di Cristo nostro fratello maggiore. Chiama il corpo la nostra casa terrena perchè fatto di materia terrena, di «carne e sangue» e destinato a servir di abitazione all'anima durante l'esistenza terrestre. Questa dimora la definisce una tenda (lett. «la nostra terrestre casa della tenda»), perchè, dovendo servire a chi è forestiero e pellegrino quaggiù, essa è una casa provvisoria e facilmente disfatta. Cfr. 2Pietro 1:13-14. Dicendo se... è disfatta, Paolo non intende mettere in dubbio che, in un modo o nell'altro, il suo corpo terreno abbia ad essere disciolto. Se vive fino alla venuta del Signore, ciò avverrà per via di rapida trasfìgurazione in un corpo glorioso 1Corinzi 15:50-53; 1Tessalonicesi 4:15-17; altrimenti, dovrà passare per la morte e per la decomposizione. Comunque avvenga il disfacimento della tenda. l'Apostolo sa che gli è assicurato da Dio un edificio cioè un'abitazione di gran lunga superiore alla tenda per solidità, per bellezza armonica e stabilità: un edificio che non è come quelli di quaggiù, fatto dalla mano e dall'arte dell'uomo. Questo è l'opera di Dio, in un senso affatto speciale, non è più perituro, come il corpo terreno, ma eterno. Inoltre, poichè una tale dimora non è dalla terra, Paolo la dice dal cielo a 2Corinzi 5:2, e qui afferma ch'è nei cieli perchè destinata, non alla vita terrena, ma a quella celeste. Queste due ultime indicazioni dimostrano erronea l'opinione di chi vede nell'edifìcio descritto da Paolo, il cielo stesso chiamato altrove «la casa del padre», «i tabernacoli eterni» Giovanni 14:2; Luca 16:9. In un contesto come il nostro, ove il corpo terreno è paragonato ad una tenda che si disfa, come non vedere nell'edificio dato da Dio, non fatto da mano d'uomini, eterno nei cieli, il corpo glorioso che sarà l'abitazione degli spiriti dei redenti nel secolo avvenire? Paolo non ha egli nella 1a Epistola insegnato che il corpo risuscitato sarà celeste, incorruttibile, atto ad esser organo della vita superiore, forte e glorioso? E nel versetto che segue, ove parla di un'abitazione da «rivestire», si può egli ragionevolmente applicare l'immagine al cielo, anzichè al corpo il quale suole esser chiamato, ora l'abitazione ed ora il vestimento dell'anima? il presente noi abbiamo in cui si è scorta una difficoltà, esprime semplicemente la sicura certezza della fede, che possiede fin da ora quello di cui, in realtà, non si entrerà in possesso che alla Risurrezione. Paolo non dice che il corpo glorioso l'abbiamo a rivestire immediatamente dopo spogliato il terrestre; egli non fa questioni di tempo e sorvola allo stato intermedio, che può esser breve od anche non esserci affatto per fissare lo sguardo sullo stato definitivo, eterno.

2 E infatti, in questa [abitazione] noi sospiriamo, bramando d'essere sopravvestiti dell'abitazione nostra ch'è dal cielo.

Quello che Dio ci promette mediante la sua rivelazione, l'esperienza sempre meglio ce lo dimostra come rispondente ai nostri più profondi bisogni ed aspirazioni. Lo stato presente, la vita di un corpo terreno, debole, cadente, sofferente, morente, non risponde a nuovi ideali della vita spirituale. Quindi in questa (abitazione o tenda che si voglia sottintendere) noi sospiriamo come chi soffre e brama qualcosa di meglio. Codesto meglio sarebbe per l'Apostolo d'essere sopravvestito dell'abitacolo, cioè del corpo che vien dal cielo, che non è terreno, ma è dato da Dio ai redenti quando il loro Signore scende dal cielo. Perchè invece del semplice essere vestito ( ενδυεσθαι cfr. v. segg. e 1Corinzi 15:53-54), adopera il composto επενδυεσθαι (essere sopravvestito)? Perchè, nella supposizione che l'avvenimento di Cristo lo trovi ancor vestito del corpo terreno, egli in certo modo, indosserebbe il corpo celeste direttamente sul terreno, senza dover spogliare quest'ultimo e passare allo stato di spirito nudo come coloro che muoiono. In quel caso, come spiega a 2Corinzi 5:4 ed altrove 1Corinzi 15; 1Tessalonicesi 4, avverrebbe in lui una trasformazione, restando ciò ch'è mortale assorto dalla vita.

3 Ma Paolo non è certo d'essere ancor vivo quando il Signore apparirà. Egli crede vicino quell'evento, ma ne ignora il tempo preciso; per cui lo vediamo mettersi talvolta fra i vivi che saranno trasfigurati 1Corinzi 15:52; 1 Tessalonicesi 4:15 e tal'altra fra i morti che saranno risuscitati 2Corinzi 4:14; 5:1; 1Corinzi 6:14; Filippesi 3:10-11. Quindi è che alla brama d'essere «sopravvestito» egli fa seguire una restrizione:

se pure ancora saremo trovati,

al momento della seconda venuta di Cristo,

vestiti

tuttora del corpo terreno,

e non ignudi,

cioè allo stato di nudi spiriti, spogliati di già, dalla morte, dell'involucro di quaggiù. Tale è il senso più semplice e più conforme al contesto delle parole di 2Corinzi 5:3 ch'è stato inteso in guise così diverse. La variante del Cod. Vatic. e di qualche altro ( ειπερ invece di ειγε) non muta il senso. L'altra εκδυσαμενοι invece di ενδυσ... «svestiti» invece di «vestiti», è appoggiata da pochissimi documenti e da pochi critici, senza contare che «svestiti e non nudi» offrirebbe un controsenso. La particella ειγε è adoperata in quattro altri luoghi nel N. T. Galati 3:4; Efesini 3:2; 4:21; Colossesi 1:23 sempre col senso restrittivo di «se pure», «nel caso almeno che...». Il tradurla con un «poichè certo» o con un «sebbene al certo» sa di arbitrario. Assodato questo, incontriamo la interpretazione allegorica di Anselmo, di Calvino, di Olshausen, ecc. «se pure, avendo vestito Cristo, o la sua giustizia, in questa vita, non saremo allora trovati nudi». Per quanto esprima una verità importante in sè, codesta chiosa non trova alcun appoggio in un contesto ove spira la certezza della fede. Se Paolo avesse voluto introdurre una tale idea, l'avrebbe espressa senza equivoco. Il supporre che Paolo pensi ad un corpo provvisorio, intermedio fra quello terreno e quello celeste (Godet), non poggia sopra alcuna dichiarazione della Sacra Scrittura, e non rende ragione delle parole di Paolo. D'altra parte, il fargli dire che una volta vestiti del corpo celeste non saremo trovati nudi, sarebbe un prestargli una banalità.

4 In 2Corinzi 5:4 l'Apostolo svolge il pensiero di 2Corinzi 5:2, spiegando perchè aneli ad essere «sopravvestito».

Perciocchè noi che siamo in questa tenda

(lett. «nella tenda»),

sospiriamo aggravati

dal peso delle sofferenze continue e non lievi che logorano l'uomo esterno;

per cui non desideriamo già d'essere svestiti, bensì [d'essere] sopravvestiti, affinchè ciò ch'è mortale sia assorto dalla vita.

La locuzione εφ' ω potrebbe significare, come in Romani 5:12, «perchè», «atteso che». L'idea sarebbe, in tal caso, che Paolo sospira come sotto un peso perchè sente ripugnanza per la morte e vorrebbe vivere sino all'apparizione di Cristo per essere trasfigurato. Ma, per un uomo di fede eroica come Paolo, che espone quotidianamente la vita per il servizio di Cristo 2Corinzi 4:11, che non la tiene «per nulla preziosa» quando si tratta di compiere il ministerio ricevuto dal Signor Gesù cfr. Atti 20:24, una tale preferenza non basta a spiegare il suo sospirare sotto un grave peso. All' εφ' ω va quindi dato il senso pienamente legittimo che ha in Filippesi 3:12; 4:10, cioè: «per la qual cosa», «per cui». Il sospirar che facciamo sotto il peso delle sofferenze della vita presente è una delle ragioni che ci spingono ad anelare dietro allo stato perfetto, in cui lo spirito non sarà solamente liberato dal «corpo della nostra umiliazione», ma rivestirà il corpo glorioso ed incorruttibile. Non desideriamo d'essere svestiti o spogliati semplicemente, del corpo attuale, come se la nostra aspirazione fosse all'annientamento od allo stato di spiriti nudi. Il nostro desiderio non è meramente negativo, quasichè l'essere privi di un organo corporale fosse per noi l'ideale dell'uomo; non bramiamo la morte per sè stessa poichè essa è uno spogliamento; ma il nostro desiderio è positivo, è volto al possesso della vita in tutta la sua pienezza e perfezione. Aspiriamo perciò, noi che viviamo ancor nel corpo terreno, ad essere sopravvestiti del corpo celeste, affinchè ciò ch'è mortale, ossia la sostanza corruttibile del corpo fatto di carne e sangue, sia come inghiottito dall'onda della vita che opererà la trasformazione dei viventi alla venuta di Cristo. Solo allorquando «questo corruttibile avrà rivestita l'incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito l'immortalità» 1Corinzi 15:54 sarà completa la vittoria sulla morte.

5 E questa nostra aspirazione non è effetto di mero entusiasmo, il miraggio d'una dolce illusione. «Gl'istinti spirituali sono profetici e non sono stati impiantati da Dio nell'anima solo per essere delusi» (Denney). Aneliamo a quello stato perfetto, perch'esso è il coronamento dell'opera di salvazione iniziata in noi da Dio. La glorifìcazione sarà l'ultimo anello della catena della grazia che giustifica e santifica il credente cfr. Romani 8:28-30.

Or colui che ci ha formati per questo stesso è Dio, il quale ci ha dato per arra lo Spirito.

Formati o «apparecchiati» (Brucioli) o «preparati» (Revel); s'intende, non mediante la prima creazione, ma per l'opera della salvazione che mira a «condurre dei figli alla gloria». per questo stesso viene a dire: per questo fine ultimo, ch'è il trionfo della vita, sia che vi si giunga per via di trasformazione o per via di risurrezione. Di una sì bella eredità celeste, possediamo fin d'ora una caparra che ce ne garantisce il possesso finale. Essa consiste nel dono fattoci da Dio del suo Spirito per dimorare in noi a svilupparvi la vita nuova da lui creata. Cfr. 2Corinzi 1:22; Efesini 1:13-14.

6 Avendo cotali e così certe speranze, l'Apostolo non solo sta di buon animo, ma lascerebbe volentieri il corpo per andare ad abitar col Signore al quale si sforza perciò d'esser gradito.

Stiamo adunque di buon animo sempre.

La frase comincia nel greco con un participio al quale dovea forse, senza la parentesi di 2Corinzi 5:7, seguire il verbo che troviamo a 2Corinzi 5:8 «abbiam caro...» Ad ogni modo va supplito un «siamo». Anche in mezzo alle persecuzioni, anche in faccia alla morte, Paolo è pieno di fiducia e di coraggio cfr. 2Corinzi 4:1,16. Egli sa che la tenda terrestre ove geme e travaglia non è la sua casa definitiva, il domicilio stabile dei redenti è con Cristo, là dove egli è:

e sappiamo che mentre abbiam la nostra casa nel corpo, siam pellegrini lungi dal Signore.

I due verbi ενδημειν e εκδημειν, che non occorrono altrove nel N. T., significano propriamente «stare in seno al suo popolo» e «stare fuori del suo popolo» in paese forestiero. In senso lato: «essere a casa» ed «essere fuor di casa». Mentre dimoriamo nel corpo terreno, come nella nostra casa, siamo come dei forestieri che vanno peregrinando lungi dal loro vero domicilio, dal loro home, ch'è presso al Signore. Non già che non viviamo in comunione di spirito con lui; ma codesta imperfetta comunione non è la presenza immediata, la visione faccia a faccia propria dello stato celeste.

7 (Egli è per fede, infatti, che noi camminiamo, non per aspetto).

La vita che meniamo quaggiù è vita di fede, si muove in codesto ambiente. «Camminiamo come credenti, e non come veggenti» (Reuss). Riguardiamo a cose che ci sono assicurate dalle promesse di Dio e garantite dall'arra dello Spirito, ma di cui per ora non possiam contemplare la fìgura o l'aspetto Romani 8:24; Ebrei 11:1. In ispecie, non possiamo ancora contemplare nella sua gloria il Signor Gesù.

8 Ma

ciò nonostante,

stiamo di buon animo,

abbiamo buon coraggio in mezzo alle fatiche ed alle sofferenze; e siamo così persuasi che l'avvenire al quale ci destina Iddio è migliore del presente, sotto ogni aspetto, che

abbiamo assai più caro di partir di casa lasciando il corpo, e d'andare ad abitar col Signore.

Si potrebbe anche rendere: «...di esulare dal corpo per vivere in patria presso al Signore» Filippesi 3:20; Ebrei 11:13; ma l'Apostolo pare attenersi all'immagine della casa. Il lasciar la casa cadente del corpo terreno, avvenga questo per via di subitanea trasfigurazione o più probabilmente per via della morte corporale, non spaventa Paolo, anzi egli lo riguarda come cosa preferibile, perchè ciò lo porta presso al suo Signore. L'Apostolo non si ferma a distinguere tra lo stato transitorio che segue la morte ed in cui lo spirito solo è accolto presso al Signore Luca 23:43; Atti 7:59; Filippesi 1:20-23 e lo stato definitivo in cui i fedeli nella pienezza dell'essere loro spirituale e corporale, godono della presenza di Dio. Essere col Signore, anche aspettando il corpo glorioso cfr. 2Corinzi 12:3, è per lui «di gran lunga migliore».

9 Il morir gli è guadagno, perchè Cristo è la sua vita. E se l'esser con Cristo è la suprema felicità cui aspira Paolo, s'intende di leggieri ch'egli ponga ogni studio nel piacergli mentre vive tuttora sulla terra.

Perciò ancora, noi ci studiamo di essergli graditi

(o «di piacergli»),

sia che dimoriam nel corpo sia che ne partiamo.

La parola corrispondente al ci studiamo occorre in Romani 15:20; 1Tessalonicesi 4:11, e signifìca, propriamente, ambir l'onore di fare una cosa; in senso lato: porre ogni studio nel raggiungere un dato fìne come quando trattasi di cosa che ci sta molto a cuore. «È questa, l'unica ambizione legittima» (Bengel). Per piacere al suo amato Signore, Paolo è disposto ad incontrare, mentre vive, qualsiasi fatica e sofferenza così com'è disposto ad accettare la morte anche violenta, per quanto ella ripugni alla carne. Sotto altra forma, esprimerà lo stesso pensiero in Romani 14:8; Filippesi 1:20. Accanto all'impulso del cuor divoto e riconoscente, c'è in Paolo un vivo senso di responsabilità verso il Signor Gesù. Egli sa che, per quanto credente ed apostolo, dovrà al par degli altri fedeli, anzi al par di tutti gli altri uomini, render conto della sua vita nel giorno del giudicio.

10 Perciocchè noi tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, acciocchè ognuno riceva la propria retribuzione conforme a quel che ha fatto nel corpo, sia bene, sia male.

Dice lett. «Bisogna che noi tutti...» perchè così è stabilito da Dio rispetto alle creature morali. La salvazione per grazia non abolisce la necessità del giudicio. Poichè se i credenti sono salvati per grazia, saranno giudicati secondo le loro opere, dovendo la fede che li unisce a Cristo produrre il rinnovamento della vita. Cfr. Matteo 25; Romani 6; Giacomo 2. Invece di «comparire» ch'è il senso tecnico di φανερωθηναι molti preferiscono il senso più comune: «essere manifestati», che verrebbe a dire: dobbiamo essere manifestati dinanzi al giudice onnisciente nel nostro vero essere, cosicchè anche le cose segrete od i moventi più riposti vengano alla luce. Questo ad ogni modo avverrà, poichè chi è da Dio stabilito qual giudice è Cristo stesso. L'immagine del «tribunale» (βημα ) è tolta dall'uso dei giudici umani di sedere in un luogo alquanto elevato Giovanni 19:13. Il giudicio è individuale e la retribuzione è adeguata alle opere fatte nel corso della vita passata nel corpo, o (come si può anche tradurre «fatte per mezzo del corpo» considerato quale organo dell'attività umana. Il criterio enunciato è generale ed applicabile così ai salvati come ai condannati. Per questi ultimi il grado della pena è commisurato alla gravità della colpa, e per i salvati il grado di gloria è proporzionato alla minore o maggiore devozione dimostrata nel servizio di Dio. Cfr. Efesini 6:8; Colossesi 3:25; Galati 6:7; Apocalisse 14:13; Matteo 6:20.

AMMAESTRAMENTI

1. La fede quando è sincera, quando ha le sue radici nelle più profonde esperienze religiose della vita, non deve e non può rimaner chiusa nel cuore. Essa ha bisogno di parlare per dar gloria a Dio, per persuadere gli altri uomini. Chi crede col cuore, confessa con la bocca, sia egli un apostolo, od un semplice credente, abbia egli il dono di parlare in pubblico e di scrivere, o sia chiamato a render la sua testimonianza nella cerchia più ristretta della famiglia e delle conoscenze Marco 5:19; Atti 4:20. La prima condizione per essere ministro della parola, sarà dunque di credere veracemente nel Vangelo.

2. In senso più generale, la fede in Dio e nelle grandi realtà del mondo avvenire, è la massima delle consolazioni in mezzo alle tristezze del presente, e la sorgente più abbondante di energica attività e di coraggio che spesso arriva fìno all'eroismo. Coloro che sono stati maggiormente provati dall'afflizione hanno più di altri sperimentata ed apprezzata la efficacia delle consolazioni somministrate al credente dalla speranza cristiana. E, se la storia mostra la potenza della fede quand'è volta ad un ideale scientifico, patriottico, umanitario, ella illustra meglio ancora colla vita dei servi di Cristo, la potenza ispiratrice di attività, di coraggio, di sacrificio, della fede e della speranza cristiana. A chi scorge nel pensiero della gloriosa immortalità un movente non privo di egoismo e stima più nobile di fare il bene rassegnandosi a perire del tutto, risponde F. Robertson che siccome il desiderio del cibo per il cibo, della conoscenza per la conoscenza, sono appetiti legittimi del corpo e dell'intelligenza, non può esser tacciata d'egoismo l'aspirazione ad una vita più abbondante e più perfetta. Essa è al contrario la più nobile, la più pura, la più vera brama dell'anima umana. Si confronti d'altronde quanto scrive l'autore dell'Epistola agli Ebrei non solo del «nuvolo dei testimoni» antichi Ebrei 11, ma di Gesù stesso in Ebrei 12:1-4.

3. Condurre i suoi simili ad esser partecipi con esso della gloria eterna, ecco uno dei moventi che ispirano l'attività e, se così bisogna, i maggiori sacrifizii, del ministro di Cristo. «Tutto si fa per voi». Ma codesto movente è rincalzato dal desiderio di accrescere, per tal modo, «la gloria di Dio». Nessun fìne più alto può darsi all'attività di una creatura umana durante il suo soggiorno quaggiù.

4. Il disfarsi graduale dell'uomo esterno è per l'uomo del mondo la rovina di quanto costituisce la sua vita. Nel credente il decader di ciò ch'è caduco non solo non tocca la vita ch'è nascosta con Cristo in Dio, ma contribuisce ad accrescerla ravvivando nel cuore la fede, la speranza e l'amore. Spesso, egli è nelle privazioni, nelle malattie, nei lutti, nelle ore estreme che rifulge di luce più viva la vita dello spirito. Nei soldati di Cristo maggiormente esposti ai pericoli ed alle fatiche, il pensiero che le loro sofferenze non sono perdute ma concorrono alla gloria che il loro Capitano tiene in serbo per essi, è fonte di coraggio sempre nuovo.

5. «Tutti siamo posti in questa alternativa di scegliere fra le cose che sono per un tempo, e quelle che sono eterne; tra il godimento di pochi giorni seguito da infinita miseria, ed un'afflizione che passa, ma che produce una gloria eterna di suprema eccellenza» (Bonnet).

6. La speranza cristiana fissa lo sguardo oltre al presente sopra uno stato glorioso che il linguaggio umano non arriva a rappresentare adeguatamente. Essa contempla la perfezione dell'essere umano completo: non dello spirito solamente, ma del corpo, il quale non ha da considerarsi, secondo la Scrittura, nè come un padrone alle cui concupiscenze si debba compiacere, nè come un nemico da maltrattare e schiacciare, ma come l'organo che deve servire all'attività dell'uomo interno, prima nella sfera della vita terrena, poi in quella superiore del cielo. La speranza cristiana è certa, tanto che può esprimersi con un «noi sappiamo» 2Corinzi 5:1 cfr. 2Corinzi 4:14; 5:6. Essa non si fonda sui sogni della mente umana, ma sulle promesse di Dio; promesse tradotte di già in fatti nell'uomo Gesù prototipo dell'umanità redenta 2Corinzi 4:14; cfr. 1Corinzi 15; promesse di cui è garanzia l'attività celeste di Cristo Romani 5 e, in noi stessi, l'opera di spirituale risurrezione compiuta dallo Spirito. Essa apparisce per tal modo come il coronamento del disegno di Dio riguardo all'uomo, disegno che l'uomo doveva realizzare per la via dell'ubbidienza; ma che Dio ha effettuato nondimeno, e sta effettuando tuttodì per la via della redenzione in Cristo e del rinnovamento operato dallo Spirito.

7. Se Paolo ci serve d'esempio nel mostrarci quanta consolazione, quanto coraggio, quanta santa baldanza producano in un cuore credente «le potenze del secolo avvenire», dobbiamo notare a nostro ammaestramento e conforto, ch'egli resta veramente uomo e non perde affatto il senso delle realtà terrene. Si sente logorare le forze dalle fatiche e dai patimenti; nella tenda del corpo terreno egli geme e sospira: non sa in che modo finirà per lui l'esistenza di quaggiù, e cammina per fede. Preferisce partir dal corpo per esser col Signore; ma non nasconde la sua ripugnanza per la morte in sè, e se dovesse scegliere, eleggerebbe la sorte di coloro che saranno trasfìgurati nell'apparizione del Signore. La sua intensa aspirazione è verso la pienezza della vita, non verso l'annientamento, nè verso lo spogliamento. Non sono in lui nè la stanchezza prodotta dalle delusioni patite, nè il turbamento della disperazione che lo spingono a preferire la partenza dal corpo; egli è pronto a continuare il suo servizio con l'usato zelo; ma l'essere presso al Signore ch'egli ama intensamente, colmerebbe i suoi desiderii. La sua è un'aspirazione profondamente umana, ma santa e spirituale. Il modo in cui noi consideriamo l'eventualità della nostra propria morte, ci può servire a misurare la forza del vincolo che ci unisce personalmente a Gesù.

8. Qual prospettiva consolante e atta a trionfare della morte, quella dell'essere con Gesù appena lo spirito nostro è uscito dal corpo che gli ha servito di casa o di vestimento temporaneo! Dolce privilegio di chi non cerca in sè la salvezza, ma in Lui unicamente ch'è il purgamento dei peccati. Sparisce allora ogni timore del purgatorio; e si può deporre senza rincrescimento la logora tenda nella speranza dell'abitazione celeste ed eterna che il Signore darà ai suoi risuscitati.

9. L'amor per Gesù non deve far dimenticare al credente per quanto privilegiato ch'egli è sempre una creatura responsabile dinanzi al suo Creatore; un servo che deve render conto al suo padrone; un soldato che deve ubbidire al suo Re. La pietà che degenera in familiarità verso Dio, non è sana. La grandezza dei privilegi non sopprime, anzi accresce la serietà dei doveri. In Paolo si compenetrano la devozione amorosa verso il Salvatore ed il timore del Giudice onnisciente e santo.

11 §4. Gli alti moventi che spingono Paolo ad esercitare il suo ministerio di Riconciliazione e di Edificazione, in modo irreprensibile 2Corinzi 5:11-6:10

Nel ragionare delle sue speranze, Paolo le ha riassunte nell'essere con Gesù, mentre l'ambizione suprema della sua vita quaggiù è quella di piacere al suo Signore.

Alla persona ed all'opera del Cristo, infatti, si connettono i moventi sotto l'impulso dei quali Paolo adempie alla sua missione nel mondo. Cristo è il Signore al quale deve render conto della sua vita; il timor di lui è quindi uno dei moventi che lo determinano. Ma Cristo è altresì il Salvatore che offerse sè stesso in sacrificio per redimere gli uomini: la devozione completa a Lui è per conseguenza il movente principale dell'attività dell'Apostolo 2Corinzi 5:11-17. Codesta attività ha per oggetto di persuadere i non salvati ad accettare la riconciliazione con Dio in Cristo ed i credenti a condurre vita santa sotto l'impulso di così alti moventi e conscio della grande importanza della missione affidatagli, Paolo si sforza di rendersi per ogni verso commendevole come servo di Cristo 2Corinzi 5:18-6:10.

Sezione A 2Corinzi 5:11-17 I MOVENTI DI PAOLO

I moventi dell'attività apostolica di Paolo sono il pio timore del suo Signore e la riconoscente devozione al suo Salvatore.

Conoscendo adunque il timor del Signore...

S'intende del Signor Gesù di cui ha parlato in 2Corinzi 5:10 a cui si connette 2Corinzi 5:11 mediante il dunque. Il senso è: Conoscendo, per la rivelazione come per intima religiosa esperienza, il timore che si deve avere del Signore al quale appartiene ogni podestà in cielo ed in terra e dinanzi al quale tutti dovremo comparire... In altre parole: compresi di timore dinanzi al Signore,

noi persuadiamo gli uomini...

Di che? Del timore ch'è dovuto al Signore, dicono gli uni. Della nostra sincerità, dicono altri. Se, però, si guarda a quanto Paolo dirà, in appresso delle supplicazioni ch'egli rivolge ai peccatori quale ambasciatore di Cristo, si dovrà rispondere: noi persuadiamo gli uomini di ricevere l'Evangelo della loro salvazione. È questa l'occupazione permanente dell'Apostolo. L'opera del ministerio cristiano è tutta di persuasione paziente, essendo quello l'unico modo di «costringere ad entrare» coloro che sono estranei al Regno di Dio. Paolo soggiunge:

Da Dio noi siamo riconosciuti;

Lett. «a Dio siamo divenuti manifesti», ch'è quanto dire: ci facciamo riconoscere e ci rendiamo approvati da Dio il quale penetra ogni nostro pensiero e movente e conosce la nostra sincerità.

ed io spero d'esser riconosciuto anche dalle vostre coscienze

(lett. «divenir manifesto anche nelle vostre coscienze») per quel che sono realmente, cioè un apostolo del Signore, sincero e disinteressato. Da notare il passaggio dal noi all'io, indizio sicuro che adoperando, in questa epistola, la prima persona del plurale, Paolo accenna principalmente, se non esclusivamente, a sè. Tra lui ed i Corinzi c'era ancora qualche nube creata da malintesi o da suggestioni di avversari giudaizzanti che lo facevano apparir sotto falsa luce. Paolo non dispera di veder dissipata ogni prevenzione sfavorevole.

12 Noi non torniamo a raccomandar noi stessi presso di voi; ma vi diamo occasione di gloriarvi di noi, acciocchè abbiate [che rispondere] a coloro che si gloriano nell'apparenza e non nel cuore.

Tischendorf, con alcuni codici, si attiene al testo ordinario ove si legge un infatti noi... La lezione più breve è sostenuta dalla maggioranza dei msc. antichi. Scrivendo come ha fatto della sua sincerità, della sua franchezza, della sua costanza nel disimpegnare in mezzo a molte afflizioni, la missione ricevuta, Paolo si esponeva ad essere dagli avversarii accusato di raccomandar sempre sè stesso. Se ha parlato di sè e del modo in cui ha esercitato il ministerio, egli lo ha fatto per dare alla chiesa il mezzo di fiaccar la boria di coloro che, a Corinto, esaltando sè stessi come apostoli per eccellenza, vilipendevano Paolo. Essi si gloriavano di quel che colpisce l'occhio o l'immaginazione, di quel ch'è, per sua natura, esterno e non possiede realtà spirituale. Si gloriavano «secondo la carne» 2Corinzi 11:18,22, vantando l'eloquenza, la bella presenza corporale, la lor discendenza da Abramo, le loro relazioni coi Dodici, l'aver veduto Cristo nella carne, ecc.; cose tutte che potevano coprire una grande vacuità spirituale. Paolo desidera che i Corinzi imparino ad apprezzare quel che non è apparenza solamente ma realtà interna, opera profonda della grazia nel cuore, potenza spirituale, carattere cristiano. D'altronde non è in questo particolare soltanto che Paolo non ricerca sè stesso; in tutto quel che fa, egli ha in vista la gloria di Dio ed il bene dei Corinzi.

13 Infatti, sia che siamo fuor del senno, [lo siamo] per Dio; sia che siamo in buon senno, [lo siamo] per voi.

Per il senso del verbo εκστηναι si confronti Marco 3:21. L'esser fuor di senno e l'essere in buon senno indicano due forme dell'attività di Paolo, o due aspetti sotto i quali la si poteva considerare. Probabilmente la prima espressione veniva adoperata dagli avversarii di Paolo per gettar disprezzo sopra certe manifestazioni della energia spirituale dell'apostolo. Se si domanda quali? Gli uni pensano alle visioni, ai rapimenti cfr. 2Corinzi 12, alla glossolalia 1Corinzi 14, alle private relazioni con Dio, altri alla follia del raccomandare sè stesso cfr. 2Corinzi 11-12 ed altri semplicemente all'ardore straordinario spiegato da Paolo nello spargimento del Vangelo, alla tensione spirituale» in cui la sollecitudine delle chiese teneva l'Apostolo. Cfr. 2Corinzi 2:14; 7; 11:28; 1Corinzi 4:10: «noi siam pazzi per cagion di Cristo...». Gesù non fu egli ritenuto fuor di senno dai suoi fratelli? E Festo udendo Paolo non ebbe egli ad esclamare: Paolo, tu farnetichi? Atti 26:24. Quello zelo che altri giudica stravagante e che, secondo i criteri del mondo, è tale, Paolo lo spiega per Dio, per la gloria di lui, non per la propria. È una santa mania che invece di biasimo merita lode, poichè non nasconde secondi fini.

Ma nell'attività dell'apostolo c'è anche un lato più calmo, più moderato, più ragionevole agli occhi degli uomini, come, ad esempio, quando Paolo si mostra paziente nell'insegnare e nel correggere, condiscendente nel sopportare, savio nell'organizzare e nel reggere. Anche questa parte della sua opera che appare improntata a maggior buon senso, non ha per fìne nè l'interesse nè la gloria di lui, bensì il bene delle chiese, in ispecie dei Corinzi. È per voi.

14 E qual è il movente intimo che spiega una vita condotta con tanta abnegazione? È la considerazione dell'amor di Cristo che diede la vita per noi ed ha, per tal mezzo, conquistata a sè la nostra vita. Tal'è il nesso espresso dal poichè.

Poichè l'amor di Cristo ci costringe.

il genitivo di persona che segue la parola amore indica sempre, negli scritti di Paolo, il soggetto da cui emana l'amore, non chi ne è l'oggetto. L'amor di Cristo non è dunque l'amor di Paolo per Cristo, bensì l'amor di Cristo per Paolo e per tutti gli uomini, amore che lo ha spinto a dar la propria vita per essi e che ricevuto per fede, diventa l'anima di una vita di riconoscenza. Il verbo che rendiamo costringere ( συνεχω) contiene l'idea del premere, del tenere stretto, in suo possesso, del costringere, dell'incalzare cfr. Luca 19:43; 8:37; 12:50; Atti 18:5; Filippesi 1:23. Non è quindi il caso d'interpretare: «ci trattiene», ci «ritiene entro i dovuti limiti», ma piuttosto «ci possiede completamente, stringe e domina tutto l'essere nostro, c'incalza per modo che non possiamo agire sotto altro impulso». Crisostomo parafrasa «non ci lascia riposo». La profonda impressione prodotta sul cuor di Paolo dall'amor infinito di Cristo vien da lui espressa anche in Romani 5:1-11; Galati 2:20. Cfr. 1Giovanni 4:19.

15 A buon diritto, l'amor di Cristo domina tutta la vita di Paolo e dei credenti; poichè nella morte di lui è implicata la morte di coloro di cui egli portò i falli ed il diritto di proprietà da lui acquistato sulla vita dei redenti 1Corinzi 6:19-20.

Essendo noi giunti a questa conclusione, che se uno morì per tutti, tutti adunque morirono; e ch'egli morì per tutti, affinchè coloro che vivono non vivano più per sè stessi, ma per colui che per loro morì e risuscitò.

La preposizione ὑπερ (per) significa a favore, a pro di, ma nel ragionamento che Paolo fa sulle conseguenze della morte di Cristo, è implicato il concetto che Cristo è morto per gli uomini come loro rappresentante o sostituto, che il sacrificio di lui è sacrificio vicario. Solo così può intendersi come la morte di lui implichi la morte virtuale di tutti. (Cfr. d'altronde Filemone 1:13, Efesini 6:20). Infatti, le parole «tutti morirono» non possono significare che «tutti erano morti» in quanto erano sottoposti a condannazione; e neppure che tutti «sarebbero morti» o «devono morire», bensì che tutti morirono virtualmente nella morte del loro capo e rappresentante. La loro pena fu espiata dal di lui sacrificio; la loro vita nel peccato ebbe altresì un termine, poichè in Cristo essi morirono al peccato, come spiega l'Apostolo in Romani 6. Tuttavia lo scopo ultimo della morte di Cristo non è negativo soltanto; coloro che sono a lui uniti sono bensì liberati dalla condanna e dal giogo del peccato, ma per vivere di una vita nuova consacrata al loro Redentore glorioso. Coloro che vivono (lett. i viventi) s'intende non spiritualmente, ma della vita corporale, terrena, che non dev'essere più carnale ed egoistica, ma devota a Cristo.

16 Dalla morte di tutti in Cristo e dal susseguente vivere non più per sè, ma per il Signore risorto e regnante, Paolo trae due conseguenze espresse con due talchè: l'una più speciale e personale 2Corinzi 5:16, l'altra d'ordine più generale e comprensivo 2Corinzi 5:17.

Talchè noi da ora innanzi, non conosciamo più alcuno secondo la carne.

L'esser morti alla vita di prima, carnale, mondana, ha modificato radicalmente il nostro modo di considerare gli uomini ed il giudicio da farsi di loro. Nel noi Paolo accenna principalmente a sè, per opposizione agli avversarii che si gloriano nelle apparenze. Da ora innanzi non s'intende dal momento in cui Paolo scrive, ma dal momento in cui, unito a Cristo, ha imparato a valutare le conseguenze della rivoluzione morale prodotta dalla fede. Il conoscer secondo la carne è un conoscere, un apprezzare alcuno secondo quel ch'egli è per natura, esternamente, secondo il modo di giudicare del mondo estraneo alle cose dello Spirito. Poco c'importa, vuol dir Paolo, che un uomo sia Giudeo o greco, ricco o povero, libero o schiavo, dotto od ignorante: questa è la sua situazione secondo la carne; ma noi giudichiamo ora secondo una norma diversa, cioè secondo lo spirito. Consideriamo anzitutto la relazione che uno sostiene con Cristo e col suo regno. Tutto il resto è di secondaria od anche di nessuna importanza. Cfr. Galati 3:28; Colossesi 3:11, C'è in fondo a questa affermazione, il pensiero universalistico secondo il quale, di fronte a Cristo, l'uomo è uomo, nè più nè meno, e non c'è privilegio od esclusione riguardo alla salvezza che non derivi dalla fede o dall'incredulità individuale Romani 4.

La regola enunziata da Paolo è così assoluta che non soffre eccezione neppur quando si tratti di Cristo.

Se anche

(lez. Tisch.)

abbiam conosciuto secondo la carne Cristo, ora però non lo conosciamo più [così]

Nel ricercare il senso di questa frase, si possono scartare subito alcune interpretazioni più manifestamente erronee. Così il nome proprio personale Cristo non può designare semplicemente le idee messianiche, quasichè Paolo volesse dire: Se abbiamo avuto delle idee carnali, come i Giudei in genere, circa il Messia, ora, dopo la conversione, le nostre nozioni al riguardo sono mutate. Ovvero: Se, anche dopo la mia conversione, la mia conoscenza di Cristo è rimasta per qualche tempo intinta di pregiudizii giudaici, le mie idee al riguardo si sono venute modificando gradualmente e la mia Cristologia è ora meno giudaica e più cristiana, più spirituale. Di questo non v'è traccia nel contesto, nè nelle epistole di Paolo. In quella ai Galati, Paolo protesta che se un angelo dal cielo annunzia un Evangelo diverso da quello ch'egli ha annunziato e ricevuto da Dio, ha da essere anatema. Nella visione di Damasco, Paolo non ha imparato a conoscer Cristo secondo la carne, nè ha predicato finora un Cristo conosciuto a quel modo. Cfr. 1Tessalonicesi 2:13; Galati 1:8,11-12,15-16; 2:2,9; 6:14-15. Altri spiega: se abbiam considerato Cristo come semplice uomo, come un gran dottore, ora, illuminati dallo Spirito, lo conosciamo meglio. Più plausibile è il senso ordinario: Se anche abbiamo, come tanti altri, avuto occasione di veder Cristo e di udirlo durante la sua vita terrena, pure non diamo a quella esterna conoscenza alcuna importanza; poichè uno può aver mangiato e bevuto in sua presenza, anzi essergli stato fratello, sorella, o madre secondo la carne, senza che ciò implichi la unione spirituale con lui che sola importa. Si può egli concludere da questo passo che Paolo abbia realmente, durante il corso dei suoi studii in Gerusalemme, veduto Gesù, La cosa è probabile; e se Paolo non mentova il fatto in 2Corinzi 11:22-23, è perchè non ci poteva esser materia di vanto in una conoscenza casuale, che non era stata determinata neanche da un movimento passeggiero di simpatia o di ammirazione per parte del giovane fariseo. Ben altro è il caso della visione del Cristo glorioso sulla via di Damasco. Cfr. 1Corinzi 9:l. Ad ogni modo, l'Apostolo accenna indirettamente alla vacuità del vanto dei dottori giudaizzanti di Corinto che pare si gloriassero d'aver conosciuto Gesù sulla terra, o per lo meno, delle loro relazioni coi dodici apostoli testimoni della sua vita.

17 La rivoluzione spirituale operata dall'unione con Cristo e che implica un morire ed un rivivere con lui, non modifica soltanto i criterii della conoscenza degli uomini e di Cristo stesso, ma, in modo più generale, ha per conseguenza un rinnovamento completo di tutta la persona morale, dei suoi modi di pensare, di sentire, di sperare, di operare.

Talchè, se uno è in Cristo, egli è una nuova creatura: le cose vecchie son passate, ecco, son divenute nuove.

«Essere in Cristo» significa essere unito a lui per modo ch'egli sia il fondamento della nostra vita, ch'egli sia come l'ambiente in cui viviamo e ci moviamo spiritualmente Galati 2:20. Chi è in Cristo è nuova creatura in virtù della vita nuova creata dallo Spirito nel credente: è «nato dall'alto». Cfr. Colossesi 3:10-11; Galati 3:28; 6:5; Tito 3:5. La descrizione di codesta novella creazione avvenuta in chi è in Cristo, vien fatta nelle parole spiegative che seguono. Da un lato, le cose vecchie passarono, cioè le idee, i criterii, i sentimenti, le inclinazioni, le speranze, i modi d'agire dell'uomo vecchio, estraneo a Cristo ed alla vita dello Spirito. Tutta quella vita secondo la carne è virtualmente finita colla conversione. Ecco (sorprendente e lieto spettacolo, opera della grazia) son divenute nuove! il testo ordinario con pochi documenti legge «tutte le cose son divenute...». La lezione Tisch. che seguiamo si appoggia ai più antichi codici. Il senso è: Ecco le cose vecchie sono state sostituite da cose nuove o tramutate in modo da non esser più quelle di prima. Il corpo è lo stesso, ma serve a giustizia e non è più strumento di peccato; la mente è la stessa, ma è stata rinnovata ed illuminata Romani 12:2, e così pure il cuore, la coscienza e la volontà. Una nuova creazione ha trasformata l'antica. Saulo è divenuto Paolo.

AMMAESTRAMENTI

1. Come i mezzi adoperati dal ministro del Vangelo hanno da essere onesti e leali, così i moventi che lo spingono hanno da esser degni dell'opra ch'egli compie. Non l'interesse o la gloria personale, ma un pio timore del suo Signore ed una riconoscente devozione al suo Salvatore sono la molla di tutta l'attività di Paolo, e ciò anche quando è costretto a parlar di sè per difendere il suo ministerio. «Amore e giudicio, osservò il Bengel, non contrastano l'uno coll'altro». Il ministro è «servo» di Gesù Cristo, il pensiero del conto da rendere è atto a tener desta e vigorosa la coscienza; ma, d'altra parte, il giogo di chi ci amò il primo e diede sè stesso per noi, è reso soave dall'amor riconoscente. L'amor di Cristo quando irradia tutta l'anima è tal sole che fa sparire l'egoismo e l'indifferenza ed accende la fiamma dello zelo più volonteroso. Ogni vero cristiano è compreso del «timore» e posseduto dall'«amore» infinito del Signor Gesù.

2. Il gloriarsi di una nobile discendenza, di una bella presenza, di una bella voce, di un bello stile, di maniere distinte, di scienza, di doni naturali, è i un gloriarsi di cose esterne, pregevoli in sè stesse, ma senza valore spirituale e morale, suscettibili d'esser volte al servizio d'un cuore rinnovato come di un'indole perversa. La vera eccellenza dell'uomo (a fortiori del ministro) è morale e spirituale.

3. Le manifestazioni della vita religiosa e le forme dell'attività cristiana possono esser giudicate molto diversamente e sono più di altre esposte alla critica. Gesù fu creduto pazzo; i suoi discepoli non devono aspettarsi di andare esenti da apprezzamenti erronei cfr. Atti 2:13. L'essenziale è che in ogni cosa si abbia di mira unicamente la gloria di Dio ed il bene degli uomini. D'altronde se l'amor di Cristo ispira zelo ardente, esso ripugna dal fanatismo che viola le leggi della natura umana. Nel suo zelo, Paolo è mosso dall'amore e si studia di persuadere, e supplica e si fa tutto a tutti.

4. La morte di Cristo, il nuovo Adamo, è stata quella del sostituto dell'umanità: una morte vicaria. Egli ha espiata la pena dovuta ai peccati del mondo ed ha liberato dalla condannazione chi per fede si appropria il suo sacrificio. In pari tempo egli si è acquistato sui redenti un diritto di proprietà assoluta. Chi crede non appartien ne più a sè stesso, ma a colui che lo ha ricomprato a prezzo della propria vita.

5. Se l'aver conosciuto Cristo secondo la carne non ha importanza per la vita spirituale, lo stesso potrà dirsi di una conoscenza meramente storica, scientifica, intellettuale della vita di Cristo ed in genere della Sacra Scrittura Quello che importa è la relazione personale e vivente stabilita dalla fede tra l'anima ed il Cristo vivente e glorioso. Codesto è un conoscere il Salvatore secondo lo Spirito. La fede che unisce l'anima a Cristo crea in essa un mondo nuovo. «L'uomo rinnovato agisce sotto l'impulso di nuovi principii, secondo nuove norme, con fini nuovi, e in nuova compagnia» (Henry).

18 Sezione B 2Corinzi 5:18-6:10 L'AMBASCIATORE IRREPRENSIBILE

Paolo esercita il ministerio suo di Riconciliazione e di Edificazione in modo irreprensibile

Gli alti moventi che spingono l'Apostolo, egli, per quel bisogno suo di risalire alle ultime cause, ai principii generali che determinano i fenomeni particolari, li ha derivati dal rinnovamento prodotto in lui dall'unione vivente con Cristo. Risalendo più alto ancora, fino a Colui dal quale emana l'iniziativa stessa della salvazione e il dono del Salvatore del mondo, Paolo proclama che ogni cosa: rinnovamento interno, moventi elevati della sua missione e missione stessa, procede da Dio, il quale ha voluto, in Cristo, riconciliare il mondo a sè, e far quindi giungere alle genti, per mezzo di messaggieri, la buona novella della salvezza. Incaricato di una tale ambasciata, Paolo l'adempie presso i non credenti esortandoli ad accettare la riconciliazione 2Corinzi 5:18-21. Quanto ai credenti, egli li esorta a mostrar nella vita pratica i frutti della grazia 2Corinzi 6:1-2. E per meglio raggiungere i fini altissimi della sua missione, egli rende per ogni verso commendevole il suo ministerio 2Corinzi 6:3-10.

2Corinzi 5:18-21

Or il tutto procede da Dio che ci ha riconciliati a sè per mezzo di Cristo ed ha dato a noi il ministerio della riconciliazione.

Chi è in Cristo è nuova creatura; sono mutati i criterii secondo i quali egli giudica degli uomini e delle cose, sotto l'influsso dell'amor di Cristo, la sua vita non ha più l'io per scopo, bensì la gloria di Cristo. Ma di tutte queste grazie la sorgente ultima è Dio che non ha voluto abbandonare il mondo alla perdizione nello stato di ribellione e d'inimicizia in cui si trovava, ma lo ha voluto riconciliare a sè, fornendo egli stesso il mezzo della riconciliazione nel suo proprio Figlio. Dal mutamento delle relazioni con Dio, deriva di necessità un mutamento radicale in tutta quanta la vita interna ed esterna dell'uomo.

Il verbo καταλλασσω signifìca, nel senso materiale, barattare, fare uno scambio; al morale, mutare le relazioni tra due persone per modo che dove regnava il disaccordo, l'inimicizia, subentri l'armonia, la pace. Dio ha riconciliato gli uomini con sè in quanto ha fatto i primi passi per ristabilire la pace, ha procurato il mezzo della riconciliazione in Cristo ed offre il perdono delle offese ai colpevoli. Dicendo per mezzo di Cristo, l'Apostolo non vuol significare soltanto che, in Cristo, Dio ha fatto una esibizione del suo carattere amorevole, paterno, allo scopo di muover l'uomo a deporre la inimicizia del proprio cuore contro a Dio. Una tale teoria non tiene conto della giustizia di Dio, dell'ira sua contro al peccatore Romani 1:18; 5:10; Galati 3:13; Efesini 2:3. L'ostacolo alla riconciliazione non è soltanto nelle disposizioni dell'uomo, ma sta altresì nelle esigenze della giustizia di Dio, finchè non sia trovato il mezzo per cui Dio possa esser ad un tempo «giusto e giustificante». Questo mezzo è il sacrificio di Cristo «fatto peccato per noi, affinchè noi fossimo fatti giustizia di Dio in lui» 2Corinzi 5:21; Romani 3:22-26; 1Giovanni 2:2. Egli è «per mezzo della di lui morte» che siamo stati riconciliati con Dio Romani 5:10. Non già che il sacrificio di Cristo susciti l'amor di Dio per gli uomini Giovanni 3:16, ma ne rende possibile, senza offesa alla santità divina, l'effusione sui peccatori. «Dicono gli oppositori: Dio è amore e perciò non ha bisogno di propiziazione. Dio è amore, dicono gli apostoli, e perciò egli ha provveduto una propiziazione» (Denney). Nel «ci ha riconciliati» Paolo accenna a se stesso, poichè da Dio egli ha ricevuto insieme «grazia ed apostolato» Romani 1:5 o, come dice qui, riconciliazione personale con Dio e ministerio di riconciliazione. Infatti, perchè la riconciliazione procurata da Dio in Cristo diventi effettiva per gl'individui, è necessario che la fede riceva la grazia offerta. A questo, Dio ha provveduto coll'affidare agli apostoli ed ai ministri del Vangelo l'ufficio di annunziare al mondo l'offerta riconciliazione.

19 Perciocchè Dio era in Cristo riconciliando il mondo con sè, non imputando loro i lor falli, ed ha posto in noi la parola della riconciliazione.

La frase comincia con una locuzione difficile a tradurre e che s'incontra 2Corinzi 11:21; 2Tessalonicesi 2:2 (ὡς ὁτι ). Letteralmente sarebbe come che. qui potrebbe indicare qual è il contenuto della proclamazione di cui sono incaricati i ministri della riconciliazione, quasi dicesse: «per annunziar come Dio era in Cristo, ecc.». Ma difficilmente Paolo includerebbe nel programma del suo ministerio, l'annunziare che Dio ha posto in lui la parola della riconciliazione. Meglio dunque intenderlo come una motivazione del fatto accennato, che cioè Paolo (come i suoi colleghi) ha ricevuto il ministerio della riconciliazione. La cosa sta così, perchè quel che Dio ha fatto in Cristo non riguardava solo poche persone, ma il mondo intiero. Questa grande notizia andava quindi proclamata dovunque ed in ciò sta la ragione del ministerio della riconciliazione. Alcuni traducono: Dio, in Cristo, stava riconciliando... Il senso non è sostanzialmente diverso da quello delle versioni ordinarie. L'opera di Cristo è attribuita a Dio perchè Cristo, il Figlio di Dio, è il mandatario, il rappresentante, l'agente supremo di Dio. Egli ed il Padre sono una stessa cosa. In Cristo, Dio non faceva solamente un'opera di rivelazione, ma di riconciliazione del mondo a sè, rendendo possibile, mediante l'imputazione del peccato alla vittima volontaria, il perdono dei falli ai colpevoli. Il tempo cui si riferisce l'imperfetto «era in Cristo» è quello dell'incarnazione del Figlio. Mediante la umiliazione e la morte di lui, Dio operava la riconciliazione. La non imputazione dei falli, ossia delle trasgressioni concrete in cui si traduce la mala inclinazione, è atto virtuale di Dio verso tutti, ma è condizionato dal pentimento e dalla fede individuale che si appropria la grazia offerta in Cristo. Chi la ricusa e persiste nel suo stato di ribellione, rende vani per sè l'amor di Dio ed il sacrificio di Cristo. La parola della riconciliazione è la parola che proclama quel che Dio offre in Cristo ed invita gli uomini ad accettare la riconciliazione. L'aor. ha posto in noi allude all'atto della vocazione all'apostolato, nonchè alle rivelazioni ed ai doni dello Spirito che hanno reso Paolo ed i suoi compagni atti ad essere i portatori del messaggio evangelico.

20 In conseguenza dell'incarico ricevuto, Paolo e gli altri inviati vanno facendo del continuo l'opera di ambasciatori di Cristo ed esortando gli uomini ad accettare la pace offerta in Lui.

Noi facciamo adunque gli ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; rivolgiamo, nel nome di Cristo, la preghiera: Siate riconciliati con Dio.

La preposizione ὑπερ che rendiamo «per Cristo» o nel nome di Cristo» s'intende qui da alcuni interpreti nel senso di «a pro di Cristo» cioè nell'interesse della di lui causa, Per estendere fra gli uomini i beneficii dell'opera per la quale diede la vita. Altri invece dà alla particella il senso ch'essa riveste per es. in Filemone 1:13: «al posto di», «invece di», quali mandatarii e rappresentanti di Cristo; e sta in favor di questa interpretazione il fatto che il verbo stesso πρεσβευομεν (facciam gli ambasciatori) implica che questi funzionarii sono i delegati, i portavoce di chi li manda. Paolo stesso d'altronde spiega l'espressione coll'aggiungere: «come se Dio esortasse per mezzo di noi». Vero è che dice Dio e non Cristo; ma come Dio era in Cristo quando operava la riconciliazione, così egli è in Cristo quando si tratta di annunziarla al mondo. Paolo si proclama «apostolo per opera di Cristo Gesù e di Dio Padre» Galati 1:1; e Cristo ha potuto dire ai suoi inviati: Come il Padre ha mandato me, così io mando voi Giovanni 20:21; chi riceve voi riceve me. Compresi dell'amor di Cristo, sapendo come «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati», gli ambasciatori non si limitano ad un nudo e freddo annunzio. Il Salvatore ha detto: «Costringeteli ad entrare», ed essi, imitandone l'esempio, si sforzano di «persuader» gli uomini 2Corinzi 5:11, rivolgono loro supplichevoli, nel nome di Cristo, la preghiera di non respingere la riconciliazione offerta, ma di accettarla poichè da questo atto dipende la loro salvezza o la loro perdizione. Il testo non dice: «vi supplichiamo», perchè Paolo non rivolge codesta preghiera ai Corinzi che sono di già credenti, ma descrive il modo amorevole in cui evangelizza i non convertiti. Il passivo siate riconciliati indica che si tratta di accettare l'offerta fatta da Dio in Cristo. Alcuni traducono: «riconciliatevi» che torna allo stesso senso, poichè si tratta sempre di accettare per fede l'opera compiuta da Cristo. «L'opera del ministro cristiano presuppone l'opera di Cristo ed il suo messaggio è: «Dio è riconciliato con voi, state riconciliati con Dio» (F. Robertson).

21 Qual'è infatti il gran motivo che gli ambasciatori di Cristo mettono innanzi per persuader gli uomini ad accettar la riconciliazione?, È il sacrificio espiatorio di Cristo. Dio non ha risparmiato il proprio Figlio ed egli si è volontariamente offerto per render possibile la riconciliazione. Vorrebbero gli uomini rispondere con un perverso rifiuto ad un amore siffatto?

Colui che non ha conosciuto peccato, egli l'ha fatto peccato per noi, affinchè noi diventassimo giustizia di Dio in lui.

Il γαρ (infatti) del testo ordinario è soppresso dai migliori critici; ma ciò non muta il nesso dei pensieri. Cristo non ha conosciuto il peccato, in quanto non ne fece alcuna personale esperienza; il peccato non penetrò in lui. Egli potè dire ai suoi nemici: «Chi di voi mi convincerà di peccato?... Il principe di questo mondo viene, ma non ha nulla in me». Egli fu «santo», innocente, senza macchia» Ebrei 7:26; cfr. Ebrei 4:15; 9:14; 1Pietro 2:22; 1Giovanni 3:5. In virtù di questa perfetta giustizia e santità egli potè prendere su di sè, qual sostituto, il peccato degli uomini per portarne la pena. Le parole di Paolo ricordano quelle di Isaia 53: «Egli ha fatto venir su di lui l'iniquità di tutti noi». Lo fece peccato non significa propriamente che ne fece un «sacrificio per lo peccato» e neppure si potrebbe sostituire colle parole: «lo fece peccatore». È una espressione energica per indicar che al sostituto dei peccatori Dio ha imputato il peccato del mondo, talchè nell'ora dell'espiazione egli fu agli occhi di Dio come carico dei peccati di tutti e su lui scese la maledizione dovuta ai trasgressori. «Cristo ci ha redenti dalla maledizione della legge, essendo per noi stato fatto maledizione» Galati 3:13; Ebrei 9:28; 1Pietro 2:24. Il divenir giustizia di Dio in lui, non s'intende dell'esser fatti moralmente giusti, ma dell'esser ricoperti, per via d'imputazione, della giustizia procurata da Dio e valevole appo lui. L'espressione contiene lo stesso concetto dell'esser giustificati per fede, nel senso che risulta dalle Epistole ai Galati ed ai Romani. «Giustificati per fede, abbiamo pace con Dio per G. C...» Romani 5:1, e la nostra riconciliazione con Dio è compiuta.

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