2Corinzi 7

1 Avendo adunque queste promesse

così magnifiche e misericordiose,

diletti: purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, portando a compimento la [nostra] santificazione nel timor di Dio.

Carne e spirito stanno ad indicare l'intiera personalità del cristiano. Non sempre, nel N. T., la carne significa la natura corrotta; molte volte indica semplicemente l'organismo materiale che serve di strumento all'io immateriale 2Corinzi 4:11; 7:5; 10:3; 12:7; Galati 2:20; Romani 1:3; 9:3; Filippesi 1:22-24; 1Timoteo 3:16. La carne è contaminata quando le membra del corpo sono strumento al peccato, al vizio. Lo spirito lo è quando assente alla bruttura, quando è preda di passioni come l'orgoglio, l'invidia, l'egoismo, la leggerezza, l'arroganza, l'irriverenza di fronte a Dio. Lo spirito umano quando non è compenetrato dal divino, è facilmente contaminato dal peccato. La santificazione del credente che abbraccia la separazione dal male e la consacrazione a Dio ha da essere completa. Ma ella resta tuttora più o meno incompiuta. Il condurla gradualmente a compimento è l'opera che incombe a tutti i cristiani (Paolo compreso) e per tutta la vita. Essa deve proseguirsi tenendo presente sempre che Dio è grande e santo, che la creatura gli deve timore in pari tempo che amore Efesini 5:21; Filippesi 2:12.

AMMAESTRAMENTI

1. Il cuor di Paolo, nonostante la freddezza. l'ingratitudine, i sospetti ed il disprezzo provato da parte di molti fra i Corinzi, è pur sempre traboccante d'affetto per coloro che sono i suoi figli. «il vostro cuore, domanda F. Robertson, si allarga egli a misura che trascorre la vita? O si restringerebbe egli forse? Se si fa più stretto, se l'esser fraintesi o contraddetti fa appassire il vostro amore, siate certi ch'esso non avea radici. Se l'amore è ucciso da un qualche torto fattoci od anche dall'inimicizia, era esso amore vero? Se amate quelli che vi amano, disse Gesù, che Premio ne avrete? Non fanno i pubblicani altrettanto? Amar come Cristo amò, questo è amor cristiano. Se gli uomini feriscono il vostro cuore, fate che non lo inacerbiscano nè lo amareggino; fate che non lo chiudano nè lo rendano stretto».

2. Paolo brama ardentemente di veder ristabilita la corrente di reciproco affetto e di reciproca fiducia tra lui e la chiesa. Ma ciò non può esser frutto di equivoci, nè di transazioni opportuniste in cui abbia a scapitare la santità della morale evangelica. Ci dev'esser nel pastore cristiano ed in ogni credente un vivo amor di pace e di armonia fraterna, ma un amore non meno grande di santità. L'armonia tra pastore e chiesa fondata sopra transazioni morali costituisce una infedeltà verso Dio, non conduce al vero bene della chiesa e non può esser duratura.

3. A mostrare tutta la sublime nobiltà della vocazione cristiana, Paolo descrive i credenti come seguaci di giustizia, figli di luce, fedeli, tempio di Dio, popolo di Dio, figli di Dio. In mezzo a loro Dio cammina, dentro di loro egli promette di abitare, li accoglie a sè per esser loro Dio e Padre. Quali privilegi! E quanti e quanto Potenti i motivi di mostrarci degni di cotanta misericordia col purificarci di ogni contaminazione di carne e di spirito! «Osservate, dice F. Robertson, la leva su cui il Vangelo poggia l'attività cristiana. Non dice: Separatevi da ogni cosa impura, affine di acquistare il diritto di figliuoli; bensì: Siate puri poichè siete figli di Dio. Non dice: Lavorate affinchè siate salvati; ma dice: compite la vostra salvazione poichè siete salvati... L'attività cristiana parte dal diritto dei figliuoli per arrivare alla figliuolanza di fatto, dalla giustizia imputata per arrivare alla giustizia dimorante nell'uomo».

4. Le circostanze in cui vivono i cristiani di oggi non sono quelle in cui vivevano i Corinzi. Ma il principio della incompatibilità tra la verità e l'errore, tra la giustizia e l'ingiustizia, tra la fede e l'incredulità è di sua natura immutabile. Chi, vuol seguir Cristo non può seguir Belial. Chi è associato al popolo ed alla famiglia di Dio, non può seguir l'andazzo del mondo nemico di Dio, nè avere intimità vera con chi è separato da un abisso morale dai figli di Dio. Il tenere il piede in due staffe è un rinnegare la vocazione cristiana, un porre degli intoppi davanti ai fratelli ed al prossimo in genere, ed un mettere in pericolo la propria salvezza. Tocca a ciascun cristiano l'applicare il principio della separazione dal male e dai malvagi alle proprie circostanze. Lo Schaff, ad esempio, applica qui il principio apostolico alla questione dei matrimoni misti, mostrandone i pericoli, e non mancano al certo altre questioni o circostanze ove il cristiano deve prendere a guida la regola qui inculcata, non ispirandosi ad orgoglio, ma non transigendo neppure colla sua coscienza.

5. La santificazione del figlio di Dio ha da essere portata a compimento per ogni verso. «Ogni» contaminazione ha da esser purgata; il corpo, l'anima e lo spirito hanno da esser resi e conservati irreprensibili. «Le parole di Paolo 2Corinzi 7:1, condannano del pari una spiritualità; orgogliosa che sprezza le precauzioni nelle cose esterne ed il farisaismo che, preoccupato soltanto di quanto colpisce gli sguardi, poco si cura dei peccati del cuore» (Bonnet).

2 Sezione B 2Corinzi 7:2-16 NUBI DISSIPATE

Paolo domanda ricambio di affetti, a ciò pienamente confortato dalle buone notizie recate da Tito circa le disposizioni della chiesa

La necessità di separarsi dal paganesimo risiede nella opposizione assoluta tra esso e la fede cristiana. L'insistenza di Paolo su questo dovere non è dunque dovuta ad alcuna brama di signoreggiare la chiesa e non può essere un ostacolo al ristabilimento delle cordiali relazioni coll'apostolo. Egli torna quindi a ripetere la sua affettuosa preghiera: «Fateci un posto più largo nei vostri cuori; noi non vi abbiamo fatto alcun male; vi amiamo troppo per questo» 2Corinzi 2:3. E seguita col dire quanta fiducia egli nutra di veder la sua domanda pienamente accolta. Le notizie recategli da Tito circa l'effetto prodotto a Corinto dalla prima sua lettera gli hanno tolto un grave peso d'in sul cuore e l'hanno aperto alla gioia. La chiesa è stata afflitta si, ma a ravvedimento; scossa, ma a salute. Tito n'è rimasto consolato e Paolo n'è ripieno di allegrezza.

Fateci luogo [nei vostri cuori]

Il verbo χωρεω (da χωρος luogo) riveste gran varietà di sensi. Può significare «occupare un luogo, recarvisi» (Es. Matteo 15:17); ovvero «contenere» Giovanni 2:6; 21:25, od «esser capace di» in senso morale Matteo 19:11. Quindi anche «comprendere» ch'è il senso datogli qui da alcuni interpreti, quasi Paolo dicesse: Comprendeteci bene». Ma di fronte alle immagini adoperate dall'apostolo 2Corinzi 6:11-18: «allargatevi», «siete allo stretto», è preferibile il senso generalmente adottato: «Fateci un posto più largo nei vostri affetti». Essi non hanno infatti motivo fondato di freddezza verso Paolo.

Non abbiamo fatto torto ad alcuno.

Tanto durante la sua permanenza a Corinto come, di poi, nelle sue lettere, Paolo non si è comportato ingiustamente con alcuno. Se ha dovuto riprendere e correggere, non l'ha fatto senza giusto motivo.

Non abbiam procurato la ruina di alcuno.

Calvino intende: Non abbiam, con false dottrine, corrotta la fede di alcuno. Altri interpretano: Non abbiam corrotto alcuno col nostro cattivo esempio. Meglio ritenere il senso più comprensivo cfr. 1Corinzi 3:17: Non abbiam procurata la ruina d'alcuno nè dal lato religioso, nè dal lato morale e neanche rispetto alla vita corporale, nonostante la minaccia 1Corinzi 5:5. Certo, Paolo ha dovuto usare severità in molte cose e verso molti; ha dovuto minacciare, denunziar molti come meritevoli d'espulsione e perfino segnalarne uno in particolare. Ma egli lo ha fatto per salvare i traviati e la chiesa, non per rovinare alcuno. Cfr. i sentimenti espressi riguardo all'incestuoso pentito in 2Corinzi 2.

Non abbiamo sfruttato alcuno.

Cfr. 2Corinzi 12:13-18. Paolo avea potuto chiedere dai Corinzi dei sacrifici di averi, o di guadagni, quando trattavasi della loro salvezza; avea potuto chiedere contribuzioni in favore dei loro fratelli poveri di Corinto o della lontana Giudea: per sè avrebbe potuto esigere il suo mantenimento, come cosa giusta. Non l'avea fatto affin di togliere ogni pretesto a chi cercava qualche appiglio per screditarlo. Ciononostante, pare che i suoi avversari insinuassero il sospetto ch'egli facesse il proprio interesse. Egli respinge l'insinuazione appellandosi a quanto di lui ben conoscevano i Corinzi.

3 Se ricorda la sua condotta irreprensibile, non lo fa coll'intento di muovere un amaro rimprovero alla chiesa, quasi volesse condannarli per aver dato ascolto ai suoi detrattori. Le sue parole non suonano condanna; il suo cuore è pieno d'amore e disposto a dimenticare ed a tutto sperare.

Non dico [questo] per condannarvi,

pel gusto di mettervi dalla parte del torto,

poichè l'ho detto di già che voi, nei cuori nostri, ci siete per la morte e per la vita.

Si riferisce a quanto ha detto 2Corinzi 6:11-13. Anche qui ove si tratta più che altrove, di sentimenti personali di Paolo, il frequente passaggio dalla prima persona singolare al plurale, prova che in quest'Epistola, la prima plurale accenna principalmente alla persona dell'apostolo. L'espressione dell'originale «per morire insieme e per vivere insieme» significa che l'amore che lega Paolo alla chiesa di Corinto è così profondo nel suo cuore da non poterne venir strappato. Se in mezzo ai pericoli che lo circondano egli dovrà incontrar la morte li porterà nel cuore e nelle preghiere sue fino all'estremo sospiro; e se Dio lo conserva in vita ancora per lunghi anni dovunque vada o lavori, l'affetto suo per i Corinzi non svanirà. La madre non può dimenticare il figlio delle sue viscere e dei suoi dolori; così Paolo non può non amare quella chiesa per cui ha lavorato, pregato e sofferto ansie mortali. Così Orazio nelle Odi: «Tecum vivere amem, tecum obeam lubens». Per Paolo, la ruina della chiesa sarebbe un colpo fatale al suo cuore; la sua prosperità gli è vita ed allegrezza. Cfr. 1Tessalonicesi 3:8.

4 Grande è la mia fiducia verso di voi.

La parola tradotta «fiducia» significa usualmente «libertà di parlare, franchezza». Il senso sarebbe: Posso dirvi tutto, aprirvi il cuore come a persone ch'io amo. È indubitato però che la stessa parola significa talvolta «fiducia», «confidanza» Ebrei 3:12; 4:16; 1Giovanni 3:21; 4:17; 5:14. Questo senso si accorda bene col contesto ove l'Apostolo mette in rilievo appunto la lieta fiducia fatta rinascere in lui dalle buone notizie ricevute sullo stato della chiesa. Egli li ama profondamente, ha piena fiducia in loro; più che questo, egli si gloria di loro.

Grande è il mio vanto a vostro riguardo.

Il vanto è la manifestazione della fiducia che la chiesa ispira a Paolo. Essa è veramente una lettera di Cristo scritta mediante il suo ministerio. Ripensando alle ansie provate riguardo a Corinto, a tutte le afflizioni che son piombate su di lui negli ultimi mesi e che in parte perdurano, l'Apostolo si sente consolato dalle notizie confortanti ricevute da Tito.

lo sono ripieno di consolazione; sono più che ricolmo di allegrezza in tutta la nostra afflizione.

Con queste parole Paolo riprende la nota del trionfo toccata fin; da 2Corinzi 2:14, ma di cui non avea spiegata subito la cagione immediata. Quel che fosse l'afflizione cui allude, risulta da quanto ha detto a 2Corinzi 1 e da quel che aggiunge qui.

5 Infatti, anche dopo il nostro arrivo in Macedonia, non ha avuto requie alcuna la nostra carne; ma siamo stati per ogni maniera tribolati: di fuori combattimenti, di dentro timori.

Paolo era stato in distretta in Asia, poi in Troas. In Macedonia avea sperato trovar requie dalla persecuzione e dalle ansie; ma anche ivi era stato in varie guise tribolato. Dicendo «la nostra carne», accenna alla sua natura umana dal lato terreno, corporale e psichico, non insensibile alle sofferenze esterne, ai pericoli, ed alle ansie della vita. I combattimenti al di fuori si riferiscono agli incessanti attacchi dei nemici del Vangelo sia contro la persona dell'apostolo, sia contro il suo messaggio, sia ancora contro alle chiese nate dalle sue fatiche. Contro a codesti nemici che potevano essere Giudei, o pagani, o giudaizzanti si trattava di stare in guardia e di difendersi senza posa. I timori si riferiscono più strettamente allo stato spirituale delle chiese cfr. 2Corinzi 11:28-29, fra cui quella di Corinto.

6 Ma colui che consola gli umiliati, Iddio, ci ha consolati colla venuta di Tito.

Il gr. ταπεινος (tapino) racchiude l'Idea dello stato di depressione, di abbattimento prodotto dalle lotte e dai timori, e insieme quella della disposizione umile dell'animo che in tali circostanze sente tutta la sua debolezza e grida a Dio mercè. La venuta (lett. «presenza») di Tito restituiva a Paolo un amico ed un collaboratore prezioso; ma soprattutto poneva termine alla sua lunga e febbrile aspettazione di notizie da Corinto.

7 E non solo colla sua venuta, ma altresì colla consolazione ond'egli è stato consolato a vostro riguardo.

Partito in grande trepidazione di cuore, Tito ritornava rassicurato sui sentimenti della chiesa, e la consolazione da lui provata si trasfondeva nel cuore di Paolo a misura che rendeva conto all'apostolo del felice risultato della sua missione.

facendoci egli noti il vostro vivo desiderio

di vederci nuovamente fra voi,

il vostro pianto, o

lamento; s'intende il vivo vostro rincrescimento per il dolore cagionato al vostro padre spirituale dalla vostra colpevole tolleranza di abusi e di scandali, nonchè dall'indifferenza con cui avete lasciato scalzare la sua autorità apostolica:

il vostro ardente zelo per me.

Zelo ( ζηλος da ζεω ardere) può aver in greco il senso d'invidia, di gelosia. Qui viene a significare il vostro «ardore» nel rivendicare la mia riputazione ed autorità contro chi le vilipendeva. La notizia del riaffermarsi energico di cotali sentimenti verso l'Apostolo, non lo consola soltanto, ma lo rallegra addirittura e lo riempie di fiducia per l'avvenire.

Talchè io mi sono vieppiù rallegrato.

Si può tradurre: «talchè io piuttosto mi sono rallegrato»; non solo ho partecipato alla consolazione di Tito, ma ho fatto di meglio, ho provato la vera allegrezza ch'è venuta a prendere il posto della tristezza di prima. La versione ordinaria «talchè mi sono viepiù rallegrato»; o «talchè n'è stata accresciuta la mia allegrezza», torna a dire: Ho provato gioia nel veder arrivare Tito, ma ho Provato gioia anche maggiore udendo le buone notizie ch'egli mi dava di voi.

8 I v. seguenti spiegano come Paolo possa tanto rallegrarsi di un risultato che consiste, più che altro, in dolore ed in pianto.

Poichè se anche vi ho rattristati colla [mia] lettera, non me ne rincresce.

Nonostante la forma dubitativa «se anche», Paolo ammette che la sua lettera li ha addolorati, nè poteva essere altrimenti se si guarda ai molti rimproveri ch'essa conteneva per le scissioni, per gli scandali tollerati dalla chiesa, come per altri disordini ed errori. Siccome c'è nella prima ai Corinzi di che giustificare ampiamente le espressioni qui adoperate parlando della «epistola» ben nota, al singolare, non è necessario di ricorrere all'ipotesi d'una lettera intermedia più severa della prima Ep. canonica. Stando alla punteggiatura del Tischendorf e del Nestle, che dà la costruzione più regolare, il testo prosegue:

E se ho provato rincrescimento, - poichè vedo che quella lettera vi ha, sia pure per brev'ora, rattristati, ora mi rallegro.

Paolo riconosce di aver provato a volte un rincrescimento dopo aver scritta la prima Corinzi. E l'inciso «poichè vedo che... «è una parentesi intesa appunto a spiegare la cagione di questo rincrescimento. Nella sua ansietà riguardo alla chiesa egli si era spesso domandato se non fosse andato tropp'oltre nella severità; se nel maneggiar l'arma della riprensione, non avesse cagionato una ferita troppo profonda. Certo egli non ha mai dubitato della verità di quanto avea scritto, ma potè dubitare, come notò Hodge, d'aver fatto un uso retto, in qualche caso particolare, della sua autorità apostolica. Egli ben sapeva che la sua lettera non susciterebbe allegrezza, ma potè provare ansietà circa la misura del dolore prodotto ed il risultato morale che sarebbe per uscirne. La direzione speciale dello Spirito non ha soppresso negli Apostoli da esso ispirati le angoscie che accompagnano il ministerio della riprensione e della correzione, così nella famiglia come nella chiesa. Ad ogni modo, l'arrivo di Tito ha tranquillizzato il cuore di Paolo. Il dolore prodotto dall'Ep. antecedente è stato reale sì, ma salutare nei suoi effetti, e pertanto di breve durata. È stato il dolore d'una operazione chirurgica, necessaria, ma utile. Perciò Paolo si rallegra, ad evitare, però, le maligne interpretazioni del suo dire, egli aggiunge che la sua gioia non ha per oggetto il fatto stesso del dolore prodotto in loro. Quello non era che il mezzo necessario, mentre il fine era il rialzamento morale dei Corinzi.

9 Mi rallegro,

non già perchè siete stati rattristati, ma perchè siete stati rattristati a pentimento.

vale a dire: così da essere portati a ravvedervi dei vostri trascorsi come chiesa, particolarmente nell'affare dell'incestuoso tollerato. Da notare la differenza che corre fra il rincrescimento e il pentimento o ravvedimento. Il v. μεταμελομαι accenna ad un cruccio che si prova dopo fatta una cosa. buona o cattiva che sia di sua natura; e ciò per un riguardo alle conseguenze che sono derivate o che posson derivare dal fatto. È il sentimento di Giuda dopo il tradimento Matteo 27:3, di Paolo dopo le correzioni più severe della prima ai Corinzi. La parola μετανοια (ravvedimento) implica anzi tutto (V. Trench: Sinon. N.T.) una post-conoscenza, un rendersi meglio conto della natura di un atto o di una linea di condotta; quindi un mutamento nel modo di considerare il passato (o mutamento della mente). Da questo ad un sentimento di vergogna, di dolore, di pentimento per quanto è stato fatto, il passo è breve. La nozione della metanoia evangelica si fa poi completa quando, al mutato concetto ed al mutato sentimento, segue una condotta mutata in bene. Nel N. T. metanoia è la parola ordinaria per designare il ravvedimento morale salutare, cui è assicurato il perdono: mentre metamelomai si usa di un mutamento di volere in casi isolati e non implica mutamento del cuore. Paolo mirava al ravvedimento dei Corinzi e di questo si rallegra:

Perchè siete stati rattristati secondo Iddio,

cioè in quel modo ch'è secondo il cuore e la volontà di Dio. Avete provato quella tristezza che riconosce e deplora il male come offesa a Dio e trasgressione della sua volontà Salmi 51:5, e non Si preoccupa solo delle conseguenze penose di un dato modo di agire. L'esser attristato secondo Dio è parte integrante del ravvedimento sincero.

Affinchè non abbiate a ricevere da parte nostra alcun danno.

Le cose sono state ordinate e condotte da Dio in modo che da me, vostro padre in Cristo, non avete ricevuto alcun danno spirituale, ma solo del bene, anche quando ciò si è dovuto ottenere mediante severa correzione. Da indifferenti o diffidenti ch'eravate verso di me, ecco che siete divenuti premurosi e zelanti; da tolleranti di gravi scandali e rilassati, ecco che siete stati scossi, che avete pianto, che avete punito, che vi siete rialzati. È questo uno dei trionfi che al Signore piace di concedere al mio ministerio cfr. 2Corinzi 2:14.

10 Svolgendo il concetto dei salutari effetti della tristezza secondo Dio provata dai Corinzi, Paolo prosegue:

infatti la tristezza secondo Iddio produce un ravvedimento a salute, dei quale uno non prova mai rincrescimento,

o, «non si pente mai»;

mentre che la tristezza del mondo produce la morte.

L'agg. che rendiamo colla perifrasi «di cui uno non prova mai rincrescimento», può congiungersi colla parola «salute» che precede immediatamente, ed il senso sarebbe che la tristezza secondo Iddio produce un ravvedimento che mena ad una salvezza di cui nessuno, per quanti dolori possa aver sofferti prima di giungervi, avrà mai a provar rincrescimento, tanto ella sarà superiore ad ogni aspettazione. Va notato, però che il concetto stesso di salvezza, sembra escludere di per sè l'idea di un possibile rincrescimento; mentre non è inutile osservare che di quel ravvedimento che mena alla finale salute, - per quanto esso sia doloroso - pure nessuno ha luogo di pentirsi mai. Pare inoltre intenzionale il giuoco di parole: metànoian... ametaméleton, talchè l'aggettivo va riferito al «ravvedimento salutare» prodotto dalla tristezza secondo Dio. Quella tristezza che piange sul peccato, perchè è peccato anzitutto contro a Dio, produce un mutamento interno profondo che conduce l'uomo a salvazione, perchè lo porta a ricercare ed a ricevere con fede la grazia di Dio in Cristo. La tristezza del mondo è quella che il mondo prova: il mondo alieno da Dio, che non ha riguardo nè alla volontà di Dio, nè alla gloria di lui, nè agli interessi eterni; che considera non la natura morale, ma solo le conseguenze spiacevoli di un dato modo d'agire; che si affligge per il mancato successo di una impresa, per la mancata soddisfazione delle sue ambizioni, delle sue passioni, della sua sete di piaceri, di onori, di ricchezze, per la perdita di ciò che costituisce il suo tutto. Una tal tristezza produce morte nel senso più comprensivo: l'accasciamento ch'è la morte delle energie morali; la disperazione che conduce spesso al suicidio: la rivolta, l'indurimento contro a Dio che conduce poi alla perdizione, alla morte seconda ed eterna. Come esempi di una tal tristezza possono citarsi Caino, Ahitofel, Giuda, il gran numero dei suicidi della nostra età. Così mentre il dolore secondo Dio scuote l'anima, risveglia in essa tutte le energie morali e spirituali e la solleva a Dio. La tristezza mondana tronca le ultime energie e piomba l'anima nell'abisso.

11 Vedete infatti questa stessa tristezza secondo Iddio che voi avete provata, quanta premura ha prodotto in voi!...

Come prova dei salutari effetti della tristezza secondo Dio, Paolo non cerca altri fatti all'infuori di quelli succeduti nella chiesa di Corinto. Sono esperienze recenti ed innegabili su cui Paolo chiama la loro attenzione: Vedete quanto numerosi e buoni i risultati del vostro dolore di pentimento! Premura. o zelo premuroso, s'intende nel riparare allo scandalo e nel correggere abusi prima tollerati con indifferenza.

anzi giustificazione

o apologia dinanzi a Tito e indirettamente dinanzi a me per aver lasciato arrivare le cose al punto cui erano giunte nella chiesa. Qualche circostanza attenuante avranno pur troppo allegare. L'anzi, ripetuto, serve ad esprimere la gran varietà dei buoni risultati prodotti. Torna a dire: Nè questo è tutto, c'è dell'altro da notare,

anzi indegnazione

verso chi si era reso colpevole. Si tratta più specialmente di una persona ch'è quella dell'incestuoso di cui 1Corinzi 5;

anzi timore

ch'io abbia a venire da voi con la verga, facendo uso della mia autorità per punire. Altri intende, «timor di Dio», ma l'idea è estranea al nesso dei pensieri.

anzi vivo desiderio

o ardente brama di rivedermi fra voi, cfr. 2Corinzi 7:7;

anzi zelo;

da intendersi qui in senso generico; zelo dell'onore della chiesa, e della salvezza dei fuorviati;

anzi vendetta,

ossia condegna punizione inflitta dalla chiesa (nella sua maggioranza) al colpevole. Cfr. 2Corinzi 2:6.

Per ogni maniera voi avete mostrato d'esser puri riguardo a quell'affare.

Probabilmente la chiesa avea potuto allegare a sua difesa di aver ignoralo, in parte almeno, lo scandalo esistente. Ad ogni modo, appena ricevuta la lettera di Paolo, essi avevano proceduto alla sua espulsione, rompendo con lui ogni relazione fraterna, onde separare nettamente la loro responsabilità da quella del membro colpevole. Essi hanno mostrato così di non voler essere complici dell'incestuoso. 2Corinzi 7:11-12 sono i versetti che si prestano meglio all'ipotesi di un insulto lanciato a Paolo da qualche membro influente della chiesa e che avrebbe provocato una lettera intermedia perduta. Abbiam veduto nell'Introduzione che bastano i fatti noti e certi a spiegare anche questi versetti.

12 Se dunque io mi son deciso a scrivervi

(lett. «adunque, se vi ho anche scritto»),

non l'ho fatto nè a motivo di colui che ha fatto l'ingiuria, nè a motivo di colui che l'ha ricevuta; ma perchè la premura che voi avete per noi fosse manifestata presso di voi, nel cospetto di Dio.

(Testo emend.). L'adunque ( αρα) in capo alla frase si spiega così: Vedete i risultati numerosi ed eccellenti prodotti nella chiesa da quel mio intervento severo che vi ha cagionato un salutare dolore. Da codesti risultati voi potete facilmente dedurre la conseguenza che se io ho creduto dover ricorrere ad una lettera pubblica rivolta alla chiesa, e se in quella ho creduto dover mettere i punti sugli i come ho fatto, non ho avuto di mira solamente, e neppure principalmente, in ciò fare, la correzione d'un individuo isolato, o la riparazione d'una ingiuria fatta ad un altro individuo: ma ho avuto di mira uno scopo assai più vasto, quello cioè di procurare il bene generale della chiesa, portandola a riprendere verso il suo fondatore le relazioni normali e benefiche di prima. Chi ha recato ingiuria è l'incestuoso il quale ha non solo violata la legge di Dio, ma si è malamente comportato verso suo padre collo sposare la propria matrigna. Chi ha ricevuta l'ingiuria o il torto, è il padre dell'incestuoso a cui la disciplina cristiana dava una soddisfazione più o meno completa. Però il fatto speciale era stato, non la ragione precipua della lettera, ma l'occasione per ricondurre la chiesa sulla buona via. Il risultato ottenuto dava ad intendere quale fosse stato il vero scopo di Paolo. Secondo l'ipotesi accennata nell'Introduzione, l'autore del torto sarebbe un insultatore di Paolo, la vittima del torto sarebbe Paolo stesso; lo scritto cui si allude sarebbe una lettera in cui Paolo avrebbe chiesto soddisfazione alla chiesa dell'insulto ricevuto.

Il testo dell'ultima parte del versetto offre molte varianti. Il testo ordinario legge colla Vulgata «perchè fosse manifestata la nostra premura. per voi». La lezione però non si appoggia ad alcuno dei codici antichi. I quali recano il testo seguito dai critici più autorevoli e che abbiamo tradotto. Il destare ed il manifestare in seno alla chiesa («Presso a voi») il sopito zelo dei figli, per il loro padre, il ristabilire la sua autorità di fronte alla chiesa ed in seno a questa l'ubbidienza alle sue direzioni apostoliche era stato il fine più elevato di Paolo. In ciò stava la garanzia sicura del sano sviluppo della società cristiana in Corinto. Aggiungendo: «nel cospetto di Dio»; l'Apostolo intende mostrare che non ha mirato ad una vana soddisfazione personale, ma alla gloria del Dio alla cui presenza egli compie l'ufficio suo cfr. 2Corinzi 2:10,17.

13 Perciò siamo stati consolati.

Cioè, per aver raggiunto il fine che avevamo in vista. Seguendo poi il testo emendato conforme a quasi tutti i Codici antichi, la frase corre così:

E nella nostra consolazione

(ovvero: ed oltre alla nostra consolazione),

ci siamo rallegrati [ancor] assai più per l'allegrezza [provata] da Tito:

Alla nostra consolazione s'è aggiunta un'allegrezza molto maggiore ancora: quella che noi abbiam provata nel veder la gioia di Tito:

poichè lo spirito suo è stato ricreato da tutti voi.

Lo spirito suo ha gustato quel ristoro che prova chi alle ansie vede subentrare una tranquilla sicurezza. Paolo aveva anticipato un tal risultato quando aveva mandato Tito a Corinto: glielo aveva in certo modo garantito. Grande è stata quindi la sua gioia nel veder realizzate le sue speranze.

14 Perciocchè se io mi sono gloriato di voi, in alcuna cosa, con lui, non sono stato confuso;

come resta chi ha fatto sperar molto di una persona la quale poi nel fatto, smentisce il bene che s'è detto di lei,

ma, come vi abbiam parlato con verità in ogni cosa,

nel predicarvi l'Evangelo, nel riprendervi, come nel lodarvi,

così anche il nostro vanto di voi dinanzi a Tito si è trovato verità,

è stato pienamente confermato dai fatti di cui Tito fu testimone. Così nel parlare a loro, come nel parlar di loro, Paolo è stato fedele alla verità.

15 Ed il suo affetto è vie più sviscerato per voi quand'egli si ricorda dell'ubbidienza di tutti voi, come l'avete ricevuto con timore e tremore.

Dice lett. «le sue viscere sono vie più per voi»: il suo cuore è vie più rivolto a voi quando. etc. L'ubbidienza dei Corinzi verso Tito è caratterizzata dalle due parole timore e tremore. Venendo egli come delegato dell'apostolo a rincalzo della lettera di quest'ultimo, essi gli hanno ubbidito come chi teme, anzi trema, di mancare in qualche cosa, di non mostrare sufficiente premura.

16 Concludendo questa parte della sua Epistola, Paolo esprime ancora una volta la, piena fiducia ch'egli ha nella chiesa, fiducia che gli permette di contare su quel perfetto ricambio d'affetto che egli domanda.

Io mi rallegro di potere in ogni cosa contare su di voi.

AMMAESTRAMENTI

1. La fragilità e l'imperfezione umana, le insinuazioni dei malintenzionati, possono far sorgere tra il pastore cristiano e la chiesa ch'egli pasce, tra fratelli e fratelli in fede, dei malintesi, delle prevenzioni, dei dissapori che oscurano, per un tempo, il sole della fratenità e dell'allegrezza cristiana. Ma dove c'è da ambe le parti retta coscienza e vero amore avente in Dio la sua sorgente, le nubi finiscono sempre col dissiparsi e l'affetto cristiano esce da quei momentanei oscuramenti più fulgido e più espansivo.

2. Paolo è uno strumento eletto della grazia di Dio, l'ispirazione dello Spirito lo rende capace di comunicare la verità divina in modo sicuro: ma non sopprime i sentimenti umani. Paolo anela dietro all'affetto, dei Corinzi e li ama; è stato afflitto, ha pianto scrivendo la sua lettera precedente: il timore di essere stato troppo severo gli ha cagionato gravi ansietà; ora, egli è ripieno di consolazione, di fiducia... di allegrezza. Tutti gli affetti legittimi, tutte le facoltà dell'uomo, lo Spirito li santifica e consacra; ma non li comprime né distrugge. In ispecie va notato, col Robertson F., che la squisita sensibilità, il tatto cristiano che caratterizzavano Paolo sono un frutto dell'amore, non di mera educazione, sia pur distinta. La cortesia dignitosa che in molti si osserva, può trasformarsi, dinanzi ad una provocazione, in volgarità grossolana; non così la sapienza da alto, ch'è benigna e memore degli altrui diritti.

3. Se sono grandi le interne ansietà e gli esterni combattimenti di chi si consacra al bene spirituale dei suoi simili, Dio concede altresì delle gioie proporzionate; ed è, ad ogni modo, preziosa per tutti la promessa che Dio consola gli umiliati, in quel tempo ed in quel modo che a Lui paiono migliori. Al di sopra dei mezzi umani, è a Dio che dobbiamo essere riconoscenti per ogni consolazione e per ogni gioia nostra.

4. Ferire per il gusto di ferire è crudeltà. Ma ferire e addolorare per guarire un male e procacciar un bene duraturo, è degno di Dio e di chi ne imita il procedere, ispirandosi ad un medesimo amore. Tale era stata la condotta di Paolo rispetto ai Corinzi e tale dev'essere quella d'ogni vero pastore cristiano e di chiunque abbia, in un modo o nell'altro, cura d'anime.

5. Il dolore è la sorte comune a tutti gli uomini quaggiù. In sè stesso non è moralmente buono nè cattivo; gli effetti morali di esso dipendono dalle disposizioni colle quali è ricevuto. «il fuoco arde la paglia, ammollisce il ferro, indurisce l'argilla; il calore sviluppa le energie della vita, ed accelera la decomposizione; così il dolore negli uni svolge il seme della vita, mentre in altri affretta i progressi di un'irreparabile rovina». Negli uni è «tristezza secondo Iddio», negli altri «tristezza del mondo». La tristezza secondo Iddio ha l'occhio volto a Dio, alla sua legge offesa, al suo amore sprezzato, alla sua causa danneggiata; la tristezza del mondo riguarda alla vergogna derivante dalla colpa scoperta, all'onore perduto, alla posizione danneggiata, alle speranze od ambizioni terrene rovinate. La tristezza secondo Iddio produce un mutamento morale profondo e duraturo; il passato è fatto servir di ammaestramento per l'avvenire: le energie latenti o pigre sono scosse dal loro sonno e volte a riparare, dov'è possibile, il passato ed a migliorare l'avvenire. La tristezza del mondo resta assorta in un passato perduto e rimpianto con incurabile malinconia, nè si cura più dell'avvenire ove non brilla luce di speranza. Per tal modo, mentre la tristezza secondo Iddio, per la via del pentimento del cuore e del rinnovamento della vita, mena all'allegrezza della salvazione finale, la tristezza secondo il mondo, per la via del graduale spegnimento d'ogni energia morale, per la via dell'indurimento del cuore, della disperazione di chi ricusa le consolazioni di Dio, mena alla morte finale. La prima è medicina che reca salute all'anima, la seconda diventa mortifero veleno. Ammaestrati come siamo dalle Scritture e dagli esempi in esse contenuti, sta a noi di vedere che le nostre tristezze siano disciplina benefica per la nostra educazione spirituale. Nota Henry: «Grande consolazione ed allegrezza tengon dietro alla tristezza secondo Iddio. Come il peccato è cagione di dolore generale, così il pentimento ed il mutamento di vita sono cagione di allegrezza generale. Paolo è felice, Tito è felice, i Corinzi sono consolati, il penitente ha da esser confortato; ed è più che giusto che ci sia tanta allegrezza in terra quando, nel cielo, c'è allegrezza anche per un solo peccatore che si ravvede».

Dimensione testo:


Visualizzare un brano della Bibbia

Aiuto Aiuto per visualizzare la Bibbia

Ricercare nella Bibbia

Aiuto Aiuto per ricercare la Bibbia

Ricerca avanzata