2Corinzi 8

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PARTE SECONDA

La colletta per i fratelli poveri di Gerusalemme

2Corinzi 8-9

La fiducia nelle buone disposizioni spirituali della chiesa permette ora all'Apostolo d'insistere amorevolmente presso ad essa affinchè ella compia, in modo degno, l'incominciata colletta per i cristiani poveri di Gerusalemme. Facendolo, egli somministra una prova di fatto ch'egli veramente «fa assegnamento» sui Corinzi per ogni cosa 2Corinzi 7:16. Di codesta colletta Paolo avea loro parlato di già, per delegazione o per lettera, prima di dar loro le direzioni 1Corinzi 16; queste infatti suppongono la cosa già accettata in principio, e suggeriscono solo un sistema pratico per mandarla ad effetto. Ma i malintesi coll'apostolo, fomentati dai giudaizzanti, paiono aver rallentato lo zelo dei Corinzi. D'altronde le loro scissioni interne e la loro rilassatezza morale non erano un ambiente favorevole alle opere dell'amor fraterno. Tuttavia, la presenza di Tito avea dato un nuovo impulso alla colletta. L'opera era oramai a buon punto in altre chiese, Paolo si era deciso a recar egli stesso a Gerusalemme il frutto della carità delle chiese etniche; urgeva quindi che l'Acaia anch'essa si scuotesse per compiere bene e presto il proprio dovere, così da aver pronta la sua contribuzione al momento dell'arrivo dell'apostolo.

A raggiungere un tale scopo, Paolo descrive, in una prima sezione 2Corinzi 8:1-6; il bell'esempio di generosità dato, in questa circostanza, dalle chiese della Macedonia. In una seconda sezione 2Corinzi 8:7-15; egli tocca brevemente dei motivi che devono spingere i Corinzi ad imitar l'esempio dei Macedoni. Nella terza sezione 2Corinzi 8:16-9:5; parla della deputazione ch'egli manda a Corinto per sollecitare il compimento della colletta. Da ultimo, nella quarta sezione 2Corinzi 9:6-15; dice delle benedizioni che accompagneranno la generosità cristiana della chiesa.

Sezione A 2Corinzi 8:1-6 LA LIBERALITÀ CRISTIANA DELLE CHIESE MACEDONI

Ora, fratelli, vogliamo farvi conoscere la grazia di Dio ch'è stata largita alle chiese della Macedonia.

Il δε (ora) segna la transizione ad un nuovo argomento. La grazia di Dio data alle chiese macedoni ed operante in seno ad esse (lett. «data nelle chiese») è quella della generosa liberalità verso i lor fratelli poveri di Gerusalemme. Questo commuoversi delle sofferenze di fratelli lontani e d'altra provenienza religiosa o nazionale, questo mostrarsi volonterosi e pieni di abnegazione nel venir in loro aiuto, non è cosa che proceda dal cuor naturale, ma è frutto della grazia di Dio operante nel cuore del credente cfr. 2Corinzi 9:14. La cosa è tanto più evidente quando le chiese sono, com'erano quelle di Macedonia, provate dalle tribolazioni e povere di beni materiali.

2 Poichè, in mezzo ad una gran prova d'afflizione, l'abbondanza della loro allegrezza e la lor profonda povertà, hanno dato un risultato abbondante nella ricchezza della loro liberalità.

La tribolazione che metteva a duro cimento la fede dei cristiani di Macedonia, non era una persecuzione ufficiale, ma una persecuzione del genere di quella cui Paolo allude nelle due epistole ai Tessalonicesi 1Tessalonicesi 1:6; 2:14; ecc. e che vediamo, negli Atti 16:20; 17:5; risultare dall'odio giudaico, il quale, con ogni mezzo, aizzava l'intolleranza ed il fanatismo pagano. Se, com'è probabile, le chiese macedoni erano composte in maggioranza di elementi appartenenti alla classe meno agiata, è facile intendere come, dalla persistente persecuzione, venisse aggravata la povertà delle chiese che Paolo dice profonda. Eppur queste tribolazioni non hanno spenta l'allegrezza della fede e della speranza cristiana che anzi abbonda in loro. cfr. 2Corinzi 6:10; Galati 5:22; Romani 5:2-5,11; 14:17. In grazia di codesta allegrezza spirituale che ha resa dolce ogni abnegazione, la povertà ha prodotto un'abbondanza. Ricchezza di liberalità, s'intende, in senso relativo, dell'abbondanza, della generosità delle offerte, tenuto conto dei mezzi di cui disponevano. Il sost. απλοτης (liberalità) nel suo significato primo, vale «semplicità», assenza di duplicità, di secondi fini. Così 2Corinzi 1:12; Efesini 6:5; Colossesi 3:22. Ma da questo senso etimologico si arriva facilmente, quando trattasi di doni, a quello di «generosità», di «liberalità,» semplice e nobile, procedente dall'amore. Cfr. 2Corinzi 9:11; Romani 12:8 e l'avverbio in Giacomo 1:5.

3 Perciocchè secondo il loro potere, - io ne rendo testimonianza, - ed anche al di là del loro potere, [si sono mostrati] volonterosi; pregandoci con molte istanze [di conceder loro] questa grazia e questa partecipazione al servigio destinato ai santi.

Il dare secondo il loro potere, cioè in proporzione dei loro mezzi, sarebbe stato degno di lode; ma i Macedoni nella loro generosità sono andati al di là ( παρα è la lezione di quasi tutti i codici). E quel che ha dato ancora maggior pregio alla loro liberalità è stata la commovente spontaneità colla quale hanno offerto i loro doni. Non hanno avuto bisogno di eccitamenti, ma li ha mossi il loro proprio sentimento di carità quando è stato loro segnalato il bisogno dei fratelli lontani. Avendo saputo che Paolo proponevasi di recare a Gerusalemme una sovvenzione per i santi, essi hanno domandato con istanza, come un favore, di poter partecipare a quell'opera di carità fraterna. Essi considerano come una grazia di Dio, come un privilegio degno d'esser ricercato il poterlo servire nella persona dei suoi santi bisognosi cfr. Matteo 25:40. In pari tempo, è atto di comunione fraterna di partecipazione ai dolori ed alle necessità dei membri del Corpo di Cristo. La parola «grazia» ( χαρις) riveste in 2Corinzi 8-9 una certa varietà di sensi, così da poter significare i favori di Dio o di Cristo verso gli uomini 2Corinzi 8:1,9; 9:8,14; gli attestati positivi della benevolenza, o della carità dei cristiani verso i lor fratelli 2Corinzi 8:6-7,19; ed anche la riconoscenza verso Dio e il rendimento di grazie 2Corinzi 8:16; 9:15. Non abbiamo però creduto di dover qui fondere in un sol pensiero due cose che sono distinte nel testo, traducendo come fanno alcuni: «domandandoci il favore di partecipare a...». Le parole del testo ordin. «di accettare», sono una chiusa inautentica. Il soccorrere i poveri di Gerusalemme è chiamato un servizio nel senso di Giovanni 13:14, un servizio che si rende a Cristo nella persona dei suoi, dei «domestici della fede» Galati 6:10.

5 E non [hanno fatto solamente] come speravamo, ma si sono dati loro stessi al Signore anzitutto, e poi a noi per la volontà di Dio.

Molti suppliscono: «E non [hanno dato solamente] Come...», ma il pensiero è più generale. In ispirito di abnegazione. In spontaneità, in generosità, essi hanno oltrepassato le speranze che Paolo avea concepite, conoscendo la loro situazione. Più che i loro beni, essi hanno dato sè stessi, anzitutto al Signor Gesù che li ha redenti ed al quale si sono mostrati disposti a sacrificare quel che sono e quel ch'essi hanno. Il dono di sè al Signore è l'atto essenziale nell'affare della sovvenzione; il metter sè stessi ed i loro doni materiali a disposizione di Paolo è la forma che la loro carità ha rivestito: forma determinata dalle circostanze. Paolo ed i suoi compagni essendo in quest'opera gli strumenti di cui il Signore si serve per raccogliere e recare a destinazione i soccorsi, essi hanno stimato che fosse la volontà di Dio, per la miglior riuscita dell'opera, di mettersi a disposizione dei servi di Cristo.

6 Talchè abbiamo fatto istanza presso a Tito, acciocchè, siccome ha di già iniziato, così faccia di portare a compimento presso di voi, anche quest'opera di carità

(lett. questa grazia). La straordinaria buona volontà mostrata dai Macedoni ha indotto Paolo a rimandar Tito a Corinto acciò egli che, durante il recente suo soggiorno, era di già riuscito ad avviare praticamente quell'opera, la portasse a compimento. Dice lett. «per voi» cioè, «per quel che vi concerne». Non era questo nè il solo nè il più importante dei risultati ottenuti da Tito in Corinto. Perciò dice: «anche quest'opera di carità». L'esempio dei Macedoni poteva giovare ad eccitare i Corinzi ed essendo Paolo deciso a fare il viaggio di Gerusalemme per la Primavera seguente, non c'era tempo da perdere.

AMMAESTRAMENTI

1. Il raccomandare ai Corinzi un'opera di carità nel modo in cui Paolo lo fa in 2Corinzi 8-9; è la miglior prova pratica ch'egli potesse dar loro della fiducia rinata nell'animo suo a lor riguardo. Chi si limita al perdonare ma non vuol più aver che fare col fratello, mostra di non aver ancora fiducia in esso.

2. Paolo chiama la liberalità della chiesa di Macedonia una grazia ch'è stata lor data, non un merito, nè un frutto del cuor naturale. «Fuor di me, ha detto il Signore, non potete far nulla». «Non io, dirà Paolo parlando dei suoi lavori, ma la grazia di Dio ch'è meco». Infatti l'abbondare in allegrezza in mezzo alle molte afflizioni, il dare con gioia e con abbondanza quando si è in gran povertà, l'offrire spontaneamente, anzi con insistenza, i doni destinati ai fratelli, il sentirsi mossi da compassione fraterna per delle persone lontane, non mai vedute, appartenenti ad altra razza e ad altra nazionalità, il far tutto ciò per amore di Cristo il comun Salvatore e per amor fraterno, non per vanagloria o spirito di imitazione, è manifestamente un frutto di grazia celeste che rinnova i cuori. Le chiese primitive non solo provvedevano ai loro bisogni locali, ma s'interessavano al progresso dell'opera missionaria ed alle necessità di tutta la fratellanza cristiana. Quanto bisogno hanno le chiese d'Italia di crescere in questa grazia della liberalità per giungere a fare «secondo il loro potere!»

3. La condizione prima e fondamentale della liberalità cristiana, è il dono di noi stessi a Cristo che ci ha amati il primo ed ha dato sè stesso per noi. «La mano non è mai vuota di doni, quando l'arca del cuore è piena di buona volontà!» Ma il dar a mani piene quando non sia ispirato dall'amor del cuore, non è opera accetta a Dio. Cfr. 1Corinzi 13.

4. Paolo non rifugge dal presentare ai Corinzi il bell'esempio dei Macedoni, e ciò non già per fare appello a sentimenti di orgoglio o di rivalità regionali, ma per eccitarli a santa emulazione nel bene. «L'emulazione, quando sia desiderio di sorpassare degli individui, è un sentimento non buono. Ma l'emulazione quando sia desiderio di raggiungere e di oltrepassare un modello, è sentimento lodevole, generatore di ogni progresso e di ogni eccellenza. Perciò ponete innanzi a voi, altri modelli. Provatevi a vivere coi più generosi ed osservate i loro atti» (F. Robertson). La generosità semplice e pur piena d'abnegazione dei poveri, deve servir di sprone a coloro cui Dio ha affidato delle ricchezze.

5. «È atto di saviezza l'adoperare per un'opera che desideriamo far bene degli strumenti adatti al fine. Le opere di carità riusciranno spesso assai meglio quando nel sollecitare le contribuzioni e nell'amministrarle sono poste all'opera le persone più adatte» (Henry).

7 Sezione B 2Corinzi 8:7-15 MOTIVI PER PORTARE DEGNAMENTE A COMPIMENTO LA COLLETTA

Dopo aver posto dinanzi agli occhi dei Corinzi la generosità dei Macedoni. generosità che lo ha spinto a rimandar Tito a Corinto per sollecitarvi la colletta, l'Apostolo, allo scopo di facilitare il compito al suo delegato, accenna a diversi motivi che devono portare la chiesa a compiere degnamente l'opera incominciata.

Il primo motivo indicato 2Corinzi 8:7 sta nel l'abbondanza delle altre grazie spirituali da loro possedute. Ciò li deve spingere a non essere inferiori a sè stessi quando si tratta di un'opera di carità. Cfr. 1Corinzi 13:1. Il ma in principio della frase si può spiegare così: Ho esortato Tito perchè si recasse da voi a sollecitare il compimento di codest'opera; ma, fin d'ora, esorto anche voi, affinchè... ecc. Tito farà la parte sua con animo volonteroso, ma fate ancor voi nobilmente la vostra.

Ma siccome: abbondate in ogni cosa, in fede,

- in fermo attaccamento alla verità del Vangelo 1Corinzi 15:1-3; 2Corinzi 1:24; come pure in quel dono speciale di fede ch'è la condizione degli altri doni Romani 12:3; 1Corinzi 13:2: e in parola, cioè nella facoltà di esprimere la conoscenza che si ha, facoltà che si esplicava nei varii doni d'insegnamento 1Corinzi 14:

e in conoscenza

spirituale ed estesa della verità:

ed in ogni sollecitudine

ossia premura nell'intraprendere, nel condurre innanzi, nell'incoraggiare le opere buone e chi vi pone la mano:

e nell'amore che voi mostrate per noi.

L'espressione significa: nell'amore che procede da voi 2Corinzi 9 ( εξ) e si porta su di noi od in noi ( εν). Quest'amore si era risvegliato negli ultimi tempi ed era una delle condizioni di riuscita della colletta in Corinto, poichè senza amorosa fiducia in colui ch'era l'organizzatore e dovea essere il portatore della sovvenzione ai cristiani di Gerusalemme, l'opera si sarebbe arenata:

fate di abbondare anche in quest'opera di carità.

Lett. In questa grazia; ma da intendersi, come 1Corinzi 16:3 e qui a 2Corinzi 8:19, di quella manifestazione pratica di benevolenza, e di amor fraterno che Paolo raccomanda. Una chiesa che fosse ricca di conoscenza, di eloquenza, e di affetto per i suoi conduttori, ma povera nelle opere della carità, non sarebbe in condizioni normali di vita cristiana, poichè il fine cui mirano la fede ed i doni di parola o di conoscenza è appunto il progresso nell'amore. L'aver molto ricevuto, quindi, in fatto di fede e di doni spirituali, è un motivo per spiegare vie maggior zelo nelle opere della carità.

8 Il secondo motivo posto innanzi dall'apostolo, è l'esempio della carità di Cristo, il quale si è fatto volontariamente povero per arricchire noi. Nel raccomandare la beneficenza verso i poveri di Giudea, Paolo non vuol procedere per via di autorità, ma per via di persuasione, e l'esempio d'abnegazione del loro Salvatore è uno dei motivi meglio atti a ravvivare in loro lo spirito di sacrificio.

lo non dico [questo] per darvi un ordine:

lett. «secondo ordine», cioè in via di comandamento apostolico, facendo uso della mia autorità. L'amore cristiano e le sue manifestazioni non si comandano ed un atto benefico, se procede unicamente dall'ubbidienza ad un ordine, perde il suo profumo di carità.

ma per provare, mediante l'altrui sollecitudine, il carattere genuino anche della vostra carità.

L'altrui sollecitudine è quella dei Macedoni a favore dei lor fratelli poveri di Gerusalemme. Dinanzi a quell'esempio presentato loro da Paolo, si vedrà alla prova dei fatti se la carità della chiesa di Corinto sia sincera, genuina, simile a quella di Cristo, ovvero se la lor pietà sta tutta di parole. La carità che non si traduce in fatti si rivela spuria ed ipocrita. Tale è stata quella del Cristo di cui i discepoli devono seguir le pedate.

9 Voi conoscete, infatti, la grazia del Signor nostro Gesù Cristo, com'egli, essendo ricco, divenne povero per voi, affinchè, per la povertà di lui voi diventate ricchi.

Come cristiani essi dovevano conoscere bene quel che Cristo avea fatto per loro. La grazia di Cristo viene a significare la prova tangibile di benevolenza, di amor gratuito data dal signor Gesù. Stando al commento fornito a questo passo da quello parallelo di Filippesi 2:5 e segg., Paolo intende ricordare l'atto di suprema abnegazione che ha portato il Signore a spogliarsi della gloria divina ch'egli possedeva appo il Padre ab eterno, per assumere la nostra natura terrena, e vivere quaggiù come uomo, umiliandosi fino a subir la morte del malfattore per salvar l'umanità. Le immagini dello stato di ricchezza e di povertà sono scelte perchè servono a meglio illustrare la carità di Cristo quale esempio ai cristiani che posseggono dei beni con cui possono soccorrere i loro fratelli poveri. L'essendo ricco si riferisce, non allo stato terreno di Cristo, ma allo stato anteriore all'incarnazione del Figlio, allorquando egli era «in forma di Dio», «uguale a Dio», possessore di una gloria infinita. Cfr. Filippesi 2; Giovanni 1:1-5; 17:5; Ebrei 1:3. Il verbo; come altri della stessa desinenza, può significare così il «diventar povero» come il «vivere in povertà». Ond'è che una parte degl'interpreti, riferendo ricchezza e povertà alla vita terrena di Cristo intendono ch'egli, pur essendo, in virtù della sua natura divina, ricco come possessor d'ogni cosa, pur volle menar vita povera. Ma la legittimità del senso: «divenne povero» è posta fuor di dubbio da molti passi della versione dei LXX (Esemp. Giudici 6:6; Salmi 79:8; 2Corinzi 7:8; Proverbi 23:21; Salmi 34:11); e l'esempio del Cristo che rinunzia alla sua celeste ricchezza, che si spoglia della gloria, per arricchir noi, quadra meglio collo scopo di Paolo il quale vuol portare i Corinzi a rinunziare ad una parte dei loro beni materiali per soccorrere i loro fratelli. Inoltre codesto senso più comprensivo che abbraccia la volontaria umiliazione di Cristo sotto tutti i suoi aspetti, risponde meglio al fine assegnato da Paolo a quest'atto, nelle parole «per voi» (lett. «a cagion di voi») e «affinchè voi foste arricchiti». L'abnegazione di Cristo, spinta fino al sacrificio della vita, è quella che ci ha procurate le ricchezze della salvazione: il perdono, la riconciliazione con Dio, il dono dello Spirito, l'eredità di gloria. Paolo dice «per voi», non per limitar la portata del sacrificio di Cristo ai soli Corinzi, ma per far loro sentire più direttamente gli obblighi derivanti dalla grazia ricevuta da Cristo.

10 Un terzo motivo per i Corinzi di compier presto e bene la colletta, sta nel fatto ch'essi hanno ben principiato fin dall'anno prima.

Ed è un consiglio ch'io vi do in questo,

cioè in questa faccenda della sovvenzione per i poveri. Trattandosi di un'opera di carità in cui l'esempio di Cristo dev'essere la vostra ispirazione, non vi do un ordine, ma un semplice parere, un consiglio.

La cosa, infatti, vi conviene, a voi che, fin dall'anno passato, avete per i primi principiato non solo il fare, ma anche il volere.

11 Ora portate a compimento anche il fare, acciocchè siccome vi è stata la prontezza d'animo nel volere, così vi sia del pari il compiere col [vostro] avere.

«La cosa» (lett. questo) è sempre il condurre a buon fine l'opera di cui si tratta. Una delle considerazioni su cui si fonda il consiglio di Paolo al riguardo, è la convenienza che vi è per i Corinzi a far come i Macedoni. Vi conviene, vi è utile, giovevole, in quanto vi rende conseguenti con voi stessi, con la vostra condotta antecedente. Altrimenti sareste come chi vuole e disvuole, come chi principia e non finisce mai, e provvedereste male al vostro buon nome come cristiani, ed alla integrità del vostro carattere. L'espressione insolita non solo il fare, ma anche il volere, sorprende, aspettandosi piuttosto il viceversa come a 2Corinzi 8:11.Sembra che Paolo voglia dire che i Corinzi fin dall'anno precedente, e per conseguenza prima dei Macedoni, avevano posto mano a raccogliere dei doni per i poveri di Gerusalemme. Ma c'era stato più che un avviamento pratico svogliato e di breve durata; c'era stato lo slancio del cuore e la risoluzione di rispondere degnamente all'appello a loro rivolto. Codesta «prontezza del volere» era un elemento essenziale e che prometteva bene per la riuscita dell'opera. Pur troppo la buona disposizione dei cuori si era raffreddata e con essa veniva cessando il dare, talchè in Corinto la cosa minacciava di finire in modo poco decoroso per la chiesa. Conveniva, per ogni verso, che chi aveva principiato la colletta prima degli altri e meglio ancora l'aveva accolta con entusiasmo la terminasse ora in modo degno. Si domanda qual'è il calendario seguito da Paolo quando dice: «fin dall'anno passato?». Secondo il calendario olimpico l'anno principiava col solstizio d'estate (Giugno). Secondo quello Macedone ed Asiatico, principiava coll'equinozio d'autunno (fine Settembre). Infine, secondo il calendario giudaico civile al quale Paolo era più assuefatto, l'anno principiava col mese di Settembre. Essendo queste due ultime ipotesi le più probabili, Paolo scrivendo nell'autunno del 58 dalla Macedonia, poteva, parlando della buona volontà mostrata dai Corinzi nei primi mesi di quell'anno, dire: «fin dall'anno passato».

La buona accoglienza fatta alla colletta fin dal principio era un impegno morale a non lasciarla più oltre languire incompiuta. Se il dare senza buona volontà non è un dare cristiano, d'altra parte, il buon volere cui non tenessero dietro i doni effettivi, sarebbe cosa vana. L'espressione εκ του εχειν (lett. dall'avere) mette appunto in rilievo la necessità di far seguire agli slanci del sentimento, il sacrifizio positivo, tratto da quel che uno ha in fatto di beni materiali. Senza di ciò la prontezza del volere sarebbe un fuoco di paglia.

12 Il quarto motivo che l'Apostolo fa valere presso ai Corinzi è il fine equo, conforme alla volontà di Dio, cui risponde la bolletta. Si tratta, non di spogliar gli uni a benefizio degli altri, ma semplicemente di soccorrere equamente chi trovasi in maggior necessità. I membri della chiesa devono compiere l'opera di carità prelevando i loro doni, ognuno dal suo avere. Ciò non vuol dire che tutte le offerte abbiano ad essere uguali. Uno schiavo non potrà dare quanto Erasto, il tesoriere di Corinto, poichè i loro mezzi sono troppo diversi. Ma non importa; ognuno, sia egli povero o ricco, deve dare del suo quella porzione ch'egli può consacrare a quest'opera.

Poichè se c'è la prontezza dell'animo, essa è accettevole

(s'intende: a Dio)

secondo quello che si trova avere, [e] non secondo quel che non ha,

cioè secondo la proporzione d'un benessere che non è il suo. La «prontezza d'animo» nel testo emendato, è il soggetto e personifica chi la possiede. Per essere accetta a Dio, l'offerta deve partire dal cuore ed essere proporzionata ai mezzi di chi dona. Gesù considerò la vedova che avea dato due centesimi, come più generosa dei ricchi che aveano gettato nella cassa delle somme considerevoli. Altrimenti, se chi ha poco dovesse dare molto, ne verrebbe che per dar del pane agli uni, lo si leverebbe di bocca ad altri. Or tale non è lo scopo della beneficenza cristiana.

13 Infatti [questo non si fa] per recar sollievo ad altri ed aggravio a voi

Lett. «afflizione», per via di privazioni che avreste a soffrir voi per dar sollievo ai poveri di Gerusalemme. Può darsi che qualcuno avesse insinuato a Corinto un tal sospetto:

ma

ciò si fa

per principio di uguaglianza,

cioè per arrivare a stabilire tra i fratelli un po' d'uguaglianza, portando chi ha a privarsi di una parte del suo, a beneficio di chi non ha.

Nelle circostanze presenti

(lett. «momento, tempo»), in cui soffrono la povertà i cristiani di Giudea,

la vostra abbondanza [serve a supplire] alla loro indigenza,

14 affinchè la loro abbondanza serva, alla sua volta, a supplire alla vostra indigenza, acciocchè vi sia uguaglianza.

Per stabilire una certa parità relativa, ora convien che l'abbondanza dell'Occidente colmi la mancanza di mezzi dell'Oriente; ma le circostanze possono mutare e può venire il tempo in cui le chiese etniche occidentali si trovino nella miseria, e quelle di Palestina in prosperità. Sarà, in tal caso, la loro volta di soccorrere i fratelli. Non è questione qui di beni spirituali. L'uguaglianza di cui parla l'Apostolo è quella che concerne la vita materiale e le sue necessità. Ciò non toglie che Paolo faccia valere altrove Romani 15:27; Galati 6:6; 1Corinzi 9 l'argomento del debito che ha l'evangelizzato, verso chi lo ha condotto all'Evangelo. Ma qui si tratta dello scopo primo e materiale della colletta. Sono dunque fuor di carreggiata gl'interpreti cattolici quando, coll'Estius, traggono da questo passo la dottrina dei suffragii: «Si vede qui come i cristiani meno santi, possono ricevere aiuto dai meriti dei santi anche nel secolo avvenire». Nel popolo di Dio ha da stabilirsi, non per via di legge esterna, non per forza, nè per via di abolizione del diritto di proprietà, ma sotto l'ispirazione potente della carità, una relativa uguaglianza in fatto di beni materiali.

15 Così era avvenuto, in sul principio, a Gerusalemme, e così narra l'Esodo che avvenne, riguardo alla manna, durante il pellegrinaggio degl'Israeliti nel deserto. Ognuno ne raccoglieva quanto bastava per le persone della sua famiglia, in ragione di un homer a testa. Così chi ne avea raccolto molto non ne avea di resto, e chi ne aveva meno, ne avea però a sufficienza. Paolo cita quel caso di uguaglianza di fronte al pane donato da Dio, come un quadro tipico della uguaglianza meno meccanica che la carità deve stabilire nell'Israele di Dio sotto al nuovo Patto. La citazione è tolta quasi testualmente dalla LXX di Esodo16:18:

Siccome è scritto Chi ne avea molto non n'ebbe di soverchio, e chi [n'aveva poco] non n'ebbe mancamento.

Così per la manna, nel deserto. Nel paese di Canaan ove il pane quotidiano era fatto, in parte, dipendere dal lavoro, Dio stabilì una certa uguaglianza iniziale col far distribuire il paese alle tribù in ragione della loro maggiore o minor forza numerica. Alla disuguaglianza che di necessità rinasceva, a cagione della disparità nelle capacità fisiche ed intellettuali, come pure a cagione della diligenza e virtù degli uni, di fronte alla pigrizia ed ai vizii degli altri, Dio pose un qualche riparo colla legge del giubileo del 50esimo anno e con altre disposizioni intese a conservare alle tribù ed alle famiglie la lor proprietà fondiaria. Sotto al nuovo patto è la legge dell'amore quella che deve far sparire le troppo stridenti e crudeli disuguaglianze sociali.

AMMAESTRAMENTI

1. L'opera di carità che Paolo raccomanda ha da scaturire libera dal cuore dei Corinzi. Paolo in conseguenza non fa uso della propria autorità quasi mirasse, come la chiesa di Roma, ad assoggettarsi la coscienza e la volontà dei fedeli, ma consiglia, esorta, facendo valere i motivi più alti e spirituali. «Paolo desidera che sieno uomini, non un muto gregge di pecore cacciate innanzi. Quell'animo pieghevole, docile, da schiavi, che al prete piace e par lodevole, l'Apostolo non l'avrebbe nè lodato nè gradito» (Robertson F.).

2. La vita cristiana per crescer sana deve crescer armoniosa. Chi fosse molto innanzi nella conoscenza e molto indietro nelle opere dell'amore rassomiglierebbe al bambino dalla testa enorme e dal corpo gracile e rachitico. Cotali mostruosità preannunziano delle catastrofi morali. Dobbiamo quindi volgere la nostra attenzione e le nostre cure ai lati deboli del nostro organismo spirituale, onde portarli all'altezza dei più forti. Aggiungiamo «alla fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la continenza, alla continenza la costanza, alla costanza la pietà, alla pietà l'amor fraterno, all'amor fraterno la carità».

3. L'esempio di Cristo è il modello supremo a cui deve informarsi la vita del cristiano. A quello Paolo riconduce in ogni occasione i credenti; non già per portarli ad una letterale imitazione degli atti di Cristo, ma per spingerli a compenetrarsi dello spirito di Lui. Il sacrificio di sè per il bene degli altri, tal'è l'essenza della incarnazione, della vita di umiliazione e della morte di Cristo. Uniti a lui, anche i più poveri di beni terreni sono ricchi di beni imperituri. Ma tutti, ricchi e poveri, hanno da appropriarsi lo spirito di amore e di abnegazione che li farà capaci di simpatizzare con chi soffre e di recargli sollievo.

«Cristo diventò povero per arricchire altri, nota con qualche amarezza Hedinger; molti invece diventano ricchi coll'impoverire gli altri. Possono costoro aver lo spirito di Cristo?» D'altra parte, il sceglier lo stato di povertà per acquistarsi meriti, nutre l'orgoglio e nuoce al progresso spirituale. La povertà è bella e nobile, solo allorquando viene incontrata e sopportata per amor di Cristo.

4. La comunione dei santi non ha da esser soltanto spirituale, ma deve rendersi manifesta nelle opere della carità fraterna verso chi è nel bisogno. Gli slanci del cuore sono una nobil cosa, ma sono men che nulla se non sono seguiti dal pagar di persona e di borsa. Questo devono ricordare i cristiani che, come i greci, hanno attitudine speciale ad afferrar la verità colla mente, ad approvarla col cuore, ad esporla colla lingua, ma sono poi tardi e negligenti nel tradurne in pratica i doveri quando implicano dei sacrificii personali.

5. L'appello alla carità dei fratelli non deve farsi se, non nei casi di bisogni reali, ben costatati, altrimenti si recherebbe aggravio agli uni per crescer gli agii degli altri.

6. L'uguaglianza dei cristiani in fatto di beni e privilegi spirituali, deve aver la sua visibile dimostrazione in una relativa uguaglianza nei beni materiali. Non è compatibile collo spirito di Cristo che gli uni nuotino nell'abbondanza e nel superfluo, mentre altri soffrono mancamento delle cose più necessarie alla vita. Quel che sovrabbonda agli uni deve supplire all'indigenza degli altri. Solo, questa relativa uguaglianza non si otterrà nè colla violenza delle rivoluzioni, poichè la violenza genera violenza, nè coll'abolire il diritto di proprietà che, oggi conculcato, rinascerebbe domani, nè colla rigida autorità delle leggi, ma unicamente sotto il libero influsso dell'amore che s'ispira e si alimenta a quello di Cristo. Quel che si è verificato nella primitiva chiesa di Gerusalemme potrà verificarsi in seno all'umanità a misura ch'essa verrà compenetrata dallo spirito di Cristo ch'è spirito di libertà, di amore e di abnegazione. «Mentre adunque i cristiani respingono le esigenze degli uomini, chiedano a sè stessi se ubbidiscono alle ispirazioni dell'Evangelo» (L. Bonnet).

16 Sezione C 2Corinzi 8:16-9:5 LA DEPUTAZIONE MANDATA A CORINTO PER CONDURRE A BUON FINE LA COLLETTA

Paolo non si contenta di presentare in iscritto l'esempio dei Macedoni ed i motivi per cui i Corinzi lo devono imitare. Egli sa che una colletta per esser condotta a buon fine ha bisogno d'essere organizzata praticamente. Lo ha già dimostrato col consigliare il metodo dei risparmi settimanali da tesoreggiarsi per parte di ogni famiglia, e lo dimostra vie meglio col mandare, ora che il tempo stringe, una deputazione di non meno che tre operai cristiani eminenti, di cui due sono delegati delle chiese di Macedonia. Li raccomanda in 2Corinzi 8:16-23; e dice qual'è stato lo scopo suo nel mandarli innanzi in 2Corinzi 8:24-9:5.

2Corinzi 8:16-23 Paolo raccomanda i membri della deputazione

Il capo della deputazione sarà, come ha già detto a 2Corinzi 8:6, Tito, il quale benchè da poco tornato da Corinto, pure ha volentieri accettato di ritornarvi per condurre a compimento la colletta per i poveri. In questo zelo premuroso e pieno di abnegazione di Tito, Paolo riconosce l'opera della grazia di Dio e se ne mostra riconoscente.

Or sia ringraziato Iddio che mette nel cuor di Tito la stessa sollecitudine per voi [ch'è nel mio].

Tito è infatti l'uomo più atto a compier quest'opera, perchè l'ha di già avviata con amore ed è persona nota e grata ai Corinzi. Una parte dei msc legge «che ha dato (messo)». Il presente «che dà (mette)» esprime bene il carattere attuale e durevole della buona disposizione di Tito.

17 La sua premura l'ha dimostrata nel modo seguente:

Poichè non solo ha egli accettata la nostra esortazione

a tornare da voi,

ma, mosso da sollecitudine anche maggiore, egli è spontaneamente partito per recarsi da voi.

Il μεν e il δε esprimono qui due diversi gradi di premura e perciò li rendiamo con un «non solo... ma». Sarebbe stato bello da parte di Tito il partire nuovamente per compiere un dovere, cedendo alle istanze di Paolo; ma il partire spontaneamente spinto dall'amore per l'opera, dinotava zelo maggiore. Altri spiegano così: Egli ha bensì, nella sua modestia di subordinato, accolta la mia esortazione, ma, in realtà, essendo anche più premuroso di questo, egli è partito spontaneamente. Il passato è partito non implica che la partenza fosse avvenuta quando Paolo scrive; egli si trasporta in ispirito al momento in cui la lettera portata da Tito, verrà letta alla chiesa. Allo stesso modo dirà subito dopo: «Abbiam mandato» 2Corinzi 8:18,22; 9:3.

18 Con lui abbiam mandato il [nostro] fratello

fratello in Cristo

la cui lode nell'Evangelo è diffusa fra tutte le chiese.

Si tratta probabilmente di un missionario che ha lavorato molto per la diffusione del Vangelo; ma chi fosse non lo possiamo sapere. Tutt'al più, dal fatto ch'è posto in sott'ordine rispetto a Tito, si può arguire che non era uno fra i più anziani ed eminenti collaboratori di Paolo. Inoltre, se non macedone egli stesso, aveva speciale connessione coll'opera in Macedonia, poichè fu scelto qual delegato dalle chiese di quella regione. In Atti 20:4-5 troviamo nominati, fra i compagni di viaggio di Paolo, Sopatro di Berea, Aristarco e Secondo di Tessalonica, ed implicitamente nel noi, Luca l'evangelista.

19 Non sol questo, ma egli è stato pure eletto dalle chiese

(s'intende: della Macedonia)

per partire insieme con noi

alla volta di Gerusalemme,

con quest'offerta caritatevole

(lett. «con questa grazia»)

che noi amministriamo alla gloria del Signore stesso e a dimostrazione della (testo em.) nostra prontezza d'animo.

Una parte dei msc. legge invece di con, «in questa grazia» che verrebbe in tal caso a significare: in quest'opera di beneficenza cfr. 2Corinzi 8:7. Nell'«amministrarla», cioè nel prestare i loro servizii per raccomandare, per organizzare, per raccogliere e per recare a destinazione la colletta, Paolo ed i suoi compagni mirano da una parte alla gloria del Signor Gesù e dall'altra a dimostrar la prontezza d'animo loro e delle chiese che rappresentano. Il Signor Gesù ne riceve gloria in quanto che l'opera è fatta nel suo nome o per soccorrere i suoi santi. Essa offre, inoltre, una dimostrazione della vivente unità creata dalla fede in lui tra i membri del suo corpo, a qualunque nazione appartengano, come pure della potenza dell'amore che il suo Spirito crea nei cuori. Il testo di gran lunga meglio appoggiato dice «la nostra prontezza d'animo». Paolo collettando per i poveri di Giudea adempiva una promessa fatta ai conduttori della chiesa di Gerusalemme cfr. Galati 2:10, confondeva le calunnie di coloro che lo accusavano d'esser nemico della sua nazione, e lavorava a dissipare i pregiudizii dei giudeo-cristiani, dando loro una prova tangibile dell'amore delle chiese etniche per la chiesa madre di Gerusalemme.

20 Questo [infatti] vogliamo evitare

(lett. «evitando noi questo»):

che alcuno abbia a biasimarci riguardo a questa abbondanza, ch'è da noi amministrata.

Il verbo στελλεσθαι può significare: stabilire, disporre. Il senso sarebbe: prendendo così le nostre disposizioni, affinchè... Ma costrutto con particelle indicanti allontanamento da, o idee affini, viene a significare: evitare, guardarsi da cfr. 2Tessalonicesi 3:6; Malachia 2:5; LXX. Il participio (evitando) dipende dall'«abbiam mandato, ecc.» di 2Corinzi 8:18, ed indica una delle ragioni che hanno mosso Paolo a mandare con Tito un delegato ufficiale scelto dalle chiese macedoni per accompagnar l'Apostolo a Gerusalemme. Egli non ignorava quanto facilmente, nelle questioni di denaro, nascono e sono accolti i sospetti, anche quando trattasi di uomini provati. Nel caso suo poi non mancavano avversarii disposti a tutto insinuare contro a lui. Perciò, prende ogni precauzione per non dare appiglio al minimo biasimo seguendo il principio enunziato in Proverbi 3:4; di procurare quel ch'è bene non solo davanti a Dio che tutto conosce, ma anche davanti agli uomini; perchè il non preoccuparsi dell'opinione degli altri, o il lasciar aperto l'adito ai sospetti, quando è possibile di far diversamente, può nuocere alla causa stessa del Vangelo.

21 Noi ci preoccupiamo infatti (testo em.) di far quel ch'è onesto non solo nel cospetto del Signore,

che vede i cuori, e la cui approvazione, in caso di necessità, basta da sè sola,

ma anche nel cospetto degli uomini,

cioè dinanzi alla lor coscienza. A tal fine, conveniva che, nell'affare della colletta, esistesse un controllo esercitato dal rappresentati delle chiese.

22 Con loro abbiamo mandato questo nostro fratello,

non secondo la carne ma secondo lo spirito,

il quale abbiamo, in molte cose, spesse volte sperimentato come diligente; ora poi, è più diligente che mai per la gran fiducia ch'egli ripone in voi.

Dalla raccomandazione di Paolo si rileva che il fratello raccomandato era stato, da tempo, in intime relazioni con lui, e suo collaboratore in molte circostanze. Ma cotali dati sono troppo scarsi per farci certi che si tratti di Luca piuttosto che di un altro.

23 Riassumendo in poche parole la sua raccomandazione della deputazione, Paolo soggiunge:

Cosicchè quanto a Tito

(lett. «sia a favor di Tito»),

egli è mio compagno, e riguardo a voi

In particolare,

mio colIaboratore

In ragione della missione cui ha ultimamente atteso in Corinto.

quanto ai nostri fratelli, sono inviati delle chiese, gloria di Cristo.

Chiama questi fratelli apostoli delle chiese, nel senso etimologico, cioè inviati, ma in senso alquanto diverso, poichè solo il primo era stato «eletto dalle chiese per essere compagno di viaggio» di Paolo alla volta di Gerusalemme. Il secondo poteva esser inviato delle chiese soltanto per coadiuvar Tito nell'Acaia. In 2Corinzi 12:18 si parla di un compagno dato da Paolo a Tito nella sua prima missione a Corinto. È probabile si tratti qui dello stesso fratello che forse proveniva dalle chiese dell'Asia. Ambedue sono «gloria di Cristo» perchè, colla loro fede e colle loro fatiche, onorano il nome di Cristo in seno alle chiese e davanti al mondo.

24 2Corinzi 8:24-9:5 Perchè Paolo manda una deputazione

Dopo fatta la presentazione della deputazione, Paolo accenna brevemente al motivo speciale che lo ha spinto a mandarla innanzi. Secondo il testo accettato dai critici più autorevoli, il verbo contenuto nella frase, è un participio, non un imperativo ( ενδεικνυμενοι, dimostrando, invece del dimostrate). La traduzione più corretta sarebbe dunque la seguente:

Nel fornire adunque ad essi la prova della vostra carità, e [della verità] del nostro vanto a vostro riguardo, [voi lo fate] al cospetto delle chiese.

Ovvero: «voi la fornite al cospetto...». Essendo gl'inviati, in un modo più o meno ufficiale, i rappresentanti delle chiese di un'altra regione, quel che i Corinzi faranno sarà come se lo facessero alla presenza delle chiese rappresentate. Col dare di cuore e largamente essi dimostreranno la realtà del loro amore cristiano per la fratellanza e la verità del vanto che di loro avea menato Paolo quando avea parlato ai Macedoni dello zelo dei Corinzi e detto perfino che l'Acaia era pronta 2Corinzi 9:2.

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