2Pietro 1

1 

IL SALUTO EPISTOLARE

2Pietro 1:1-2

Pur essendo composto dei soliti tre elementi: autore della lettera, destinatarii e voti, il saluto epistolare della Seconda di Pietro non è identico in nessuno di quegli elementi al saluto della Prima epistola da cui si mantiene indipendente.

Simon Pietro, servo ed apostolo di Gesti Cristo

Sinone che, nel testo emendato, appare qui sotto la forma più antica di Symeone ( συμεων) come in Atti 15:14, era il nome ordinario dell'apostolo, prima del suo incontro con Gesù che gli diede e gli confermò quello di Cefa o Pietro a significare la sua fermezza Giovanni 1:42; Matteo 16:17-18. L'enunciazione del duplice nome ha qualcosa di solenne, quasi Pietro prevedesse che questa lettera era il suo testamento. Si chiama servo di G. C. come lo sono tutti i redenti di lui e in ispecie coloro che esercitano nella chiesa un ministerio; ma a precisare meglio il servizio al quale il suo Signore l'ha chiamato e a dare maggiore autorità alla propria parola, egli aggiunge il titolo ufficiale di apostolo. I destinatari della Lettera secondo 2Pietro 3:1 devono essere gli stessi della Prima; ma sono in questa designati senza alcuna indicazione geografica, semplicemente come cristiani, il che ha fatto credere ad alcuni critici che l'Epistola fosse 'cattolica', ossia universale, nel senso più completo; ma ciò non quadra coll'allusione fatta alla Prima. Senza dubbio, il latore a noi ignoto della Lettera sapeva a quali chiese recapitarla.

a quelli che hanno ottenuto una fede preziosa quanto la nostra in virtù della giustizia del nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo:

La fede che abbraccia la verità divina, che unisce l'anima al Salvatore è infinitamente preziosa per tutti quelli che la posseggono, che l'hanno ottenuta, non per merito loro, ma per la bontà di Dio. Sia che si tratti d'un apostolo o del più umile dei credenti, sia che si tratti d'un povero pagano o d'un Giudeo, la loro fede, pure avendo dei gradi diversi, ha un valore uguale perchè assicura a tutti ugualmente la salvazione eterna Efesini 4:5. Questa fede preziosa i cristiani dispersi nell'Asia Minore e altrove la posseggono al pari dell'apostolo Pietro e dei suoi compagni, in virtù della giustizia ( εν δικαιοσυνη) del Signore G. C. il quale, essendo giusto, ama la giustizia e vuol render giusti i peccatori salvandoli, il quale non ha riguardi personali e fa annunziare la salvezza a tutti, pagani e Giudei, poveri e ricchi, uomini e donne. Pietro, stando alla costruzione grammaticale della frase, chiama Cristo il nostro Dio e Salvatore, come fa Paolo in Tito 2:13. Nei quattro altri luoghi dell'Epistola dove Cristo è chiamato Salvatore si aggiunge il titolo 'Signore': 2Pietro 1:11; 2:20; 3:2,18: «crescete nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù C.». Paolo, Romani 9:5, lo chiama «sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno». Cfr. Colossesi 2:9; Giovanni 1:1; 20:28. Altri, aggiungendo l'articolo, traducono: 'del nostro Dio e del Salvatore G. C.'. L'espressione greca che rendiamo: in virtù della giustizia è stata da alcuni connessa colla parola 'fede' e tradotta: 'fede nella giustizia...'. Si dovrebbe in questo caso intendere: nella giustizia procurata mediante l'opera di Cristo e imputata al credente. È il senso della parola 'giustizia' che incontriamo ad es. nell'Ep. ai Romani; ma si osserva che la parola non ha mai quel senso negli scritti di Pietro e in ispecie nella Seconda Ep. ove equivale, come nell'Ant. Test., al bene morale. Così 2Pietro 2:5: 'Noè predicator di giustizia'; 2Pietro 2:7,18: 'la via della giustizia', 2Pietro 3:13: 'ove abita la giustizia'.

2 grazia e pace vi siano moltiplicate mediante la conoscenza di Dio e di Gesù nostro Signore.

Il voto è identico, nella sua prima parte, a quello di 1Pietro 1:2; l'autore aggiunge qui l'indicazione del mezzo col quale potranno vie più abbondare nel cuore dei lettori la grazia e la pace. Vi abbonderanno a misura ch'essi cresceranno nella conoscenza, non intellettuale soltanto, ma intima e sperimentale, dell'amore di Dio e delle inesauribili ricchezze della salvezza recata da Cristo. Cf. Giovanni 17:3; 2Pietro 2:20. Il termine composto qui usato accenna a una conoscenza completa di Gesù.

3 

PRIMA PARTE

ESORTAZIONE A CRESCER NELLA PIETÀ, ATTENENDOSI ALLA VERITÀ DEL VANGELO, ATTESTATA DAGLI APOSTOLI E CONFERMATA DALLE PROFEZIE

2Pietro 1:3-21

L'autore riassume egli stesso il contenuto della sua Epistola in queste due esortazioni: «Crescete nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore G. C.» e: «State in guardia contro all'errore degli scellerati» 2Pietro 3:17-18. La prima esortazione è svolta in 2Pietro 1 e la seconda nei due capitoli seguenti che si riferiscono ai falsi dottori e agli schernitori della grande speranza cristiana.

La Parte prima si suddivide in due sezioni. 2Pietro 1:3-11 contengono l'esortazione a crescer nella pietà; 2Pietro 1:12-21 contengono un'affermazione solenne della verità dell'Evangelo su cui si fondano la loro fede e le loro speranze.

Sezione prima. 2Pietro 1:3-11. ESORTAZIONE A RISPONDERE AI DONI DELLA GRAZIA DI DIO COLLA PRATICA ZELANTE DI TUTTE LE VIRTÙ CRISTIANE.

La prima Epistola principiava con un inno di lode a Dio per aver fatto rinascere i credenti ad una speranza vivente e da quella grande grazia spirituale traeva per i cristiani una serie di doveri pratici. La II Epistola principia in un modo analogo enumerando i doni mediante i quali il Signore Gesù mette i credenti in grado di uscir dalla corruzione e di giungere fino ad esser simili a Lui. Alle grazie colle quali Dio viene incontro all'uomo, questi ha il dovere di rispondere non solo colla fede, ma con una fede operante che si valga dei doni di Dio per conseguire tutte le virtù cristiane. Senza questo sforzo costante il cristiano corre il pericolo di decadere dallo stato di grazia in cui era entrato, mentre invece applicandosi a praticare la volontà di Dio egli giungerà ad una conoscenza sempre più completa di Cristo, renderà sempre più sicura la propria vocazione ed elezione, preparandosi una tranquilla e serena entrata nell'eterno regno di Cristo.

2Pietro 1:3-4. I doni divini

Poichè la sua potenza divina vi ha donate tutte le cose che appartengono alla vita ed alla pietà...

2Pietro 1:3-4 sono come la base dell'esortazione 2Pietro 1:5-6: base di fatto, costituita dalle grazie largite ai credenti. La sua potenza divina si riferisce al Signor Gesù nominato immediatamente prima, e chiamato in 2Pietro 1:1: 'il nostro Dio e Salvatore'. Egli è l'Agente di Dio Padre nell'opera della salvazione. La vita è qui la vita spirituale, la vita vera consistente nella comunione dello spirito con Dio ch'è fonte d'ogni vita. La pietà è la manifestazione della vita nuova nelle relazioni con Dio. Tutto quello che appartiene alla vita e alla pietà, che serve a crearle e svilupparle, è dono della potenza di Cristo; non viene da noi nè da alcuna creatura. Noi siamo in balìa della corruzione, siamo per natura 'morti nei falli e nei peccati'; la potenza di Cristo crea e sviluppa in noi la vita nuova con quei mezzi che sono qui indicati. Alcuni hanno inteso il «ci ha donate...', 'ci ha chiamati...', 'ci ha largito...' 2Pietro 1:4 di Pietro e degli altri apostoli solamente, o al più dei giudeo-cristiani; sono limitazioni arbitrarie che contraddicono l'affermazione di 2Pietro 1:1 secondo la quale tutti i cristiani hanno ricevuto una fede egualmente preziosa. Perciò quando si tratta dei doni di Dio relativi alla vita e alla pietà, Pietro si mette alla pari coi lettori. La vita spirituale ci è donata

mediante la conoscenza di Colui che ci ha chiamati mercé la propria gloria e virtù...

Colui che ci ha chiamati è Dio che invita i peccatori a ravvedersi e a ricevere con fede la salvezza. Li chiama esternamente mediante la sua Parola fatta loro annunziare, e, internamente, mediante l'opera dello Spirito che rende efficace la Parola. Conoscer Dio come l'Iddio d'amore che vuol salvati tutti gli uomini, che ha amato il mondo e ha dato Gesù per la redenzione dei peccatori; conoscer Dio come l'Iddio della libera e sovrana grazia che chiama a salvezza degli indegni e dei ribelli e li chiama 'per amor del suo Nome', spintovi non dai meriti loro ma dalle proprie virtù morali, dalla sua misericordia, dalla sua bontà, dal suo amore di santità, manifestando in questo le sue gloriose perfezioni di Creatore e Padre onnipotente, onnisciente, infinitamente savio e giusto; conoscer Dio così segna per un peccatore l'ingresso nella vita spirituale.

4 Ma quando Iddio chiama i peccatori non rivolge loro un nudo e freddo invito; Egli pone loro dinanzi delle magnifiche promesse:

per le quali,

gloria e virtù,

Egli ci ha largito

(o: donato)

le [sue] preziose e grandissime promesse.

Le promesse di Dio nel Vangelo sono molte, da ciò il plurale; sono preziose perchè non si riferiscono a dei beni materiali e passeggeri, ma ai beni dell'anima, spirituali ed eterni. Sono grandissime perchè procedono dalla infinita grandezza e generosità di Dio. Di talune di esse il credente gode già fin d'ora; tali sono le promesse relative al perdono dei peccati, alla pace con Dio, alla rigenerazione, allo Spirito promesso a quelli che lo domandano, alla libertà dei figliuoli di Dio, all'esaudimento delle loro preghiere, all'assistenza divina nelle lotte contro il male, alle consolazioni nelle afflizioni ecc. Di altre il credente non vedrà l'adempimento che nell'avvenire, quando Cristo apparirà, e coronerà di gloria i fedeli introducendoli nel regno suo eterno. In 2Pietro 3:13 è mentovata la «promessa» dei nuovi cieli e della nuova terra ove la giustizia abiterà. La I Ep. ricorda spesso le gloriose promesse connesse col Ritorno del Signore. Lo scopo ultimo per cui Dio ha fattele promesse è la perfezione dei suoi figliuoli:

onde per loro mezzo voi foste fatti partecipi della natura divina dopo esser fuggiti dalla corruzione che è nel mondo per via della concupiscenza.

A misura che le promesse divine, assimilate dalla fede, si realizzano in lui, il credente è progressivamente trasformato; muore in lui la concupiscenza ch'è la gran sorgente della corruzione morale che regna nel mondo e dalla quale egli si sforza di fuggire; d'altra parte, egli diventa sempre più simile al modello della perfezione ch'è Cristo. Verrà giorno che, liberato appieno da ogni residuo di corruzione, rifulgerà in lui l'immagine di Dio. Sarà fatto partecipe della natura divina, non col diventare eguale a Dio, non col perder la propria natura umana, ma coll'esser fatto simile a Dio in quanto la natura umana lo comporta. Dio possiede l'immortalità, la possederanno anche i redenti; Dio è luce di verità e di santità e i redenti conosceranno come sono stati conosciuti e saranno perfetti in santità: Dio è amore e i suoi figliuoli saranno ripieni d'amore celeste. Come il sole, nota un interprete, riflette la sua immagine in un limpido lago o in una goccia di rugiada, senza cessare d'essere il sole, così Dio resta quel ch'Egli era ed è, pur facendo parte agli uomini della sua natura. «Diletti, scrive S. Giovanni, ora siamo figliuoli di Dio e non è ancora reso manifesto quel che saremo. Sappiamo che quand'egli sarà manifestato saremo simili a lui, perchè lo vedremo com'egli è» 1Giovanni 3:2. «Quelli ch'Egli ha preconosciuti, li ha pure predestinati ad esser conformi all'immagine del suo Figliuolo...» Romani 8:29.

5 2Pietro 1:5-7. Le virtù cristiane da acquistare

I doni della grazia devono essere non solo accettati, ma fatti valere, messi in opera. Dio ha fatto la sua parte, tocca al credente fare la sua. La potenza divina di Cristo avendoci donato quanto è necessario a creare e sviluppare la vita spirituale,

voi, per questa stessa ragione, mettendo in ciò dal canto vostro ogni premura, aggiungete alla fede vostra la virtù...

Dio non salva l'uomo suo malgrado o per forza. Condizione essenziale per la salvezza è che l'uomo, riconoscendo il proprio peccato, accetti con fede la grazia offertagli in Cristo; e la fede è l'atto morale fondamentale da cui dovranno germogliare tutte le virtù cristiane; ma queste non cresceranno da sè senza la collaborazione attiva e premurosa del credente; dovranno essere conquistate lottando contro le cattive inclinazioni della vecchia natura peccaminosa, valendosi di tutti gli aiuti forniti da Dio. «Dio dà la fiamma, noi l'olio per alimentarla» Bengel. Il verbo che rendiamo aggiungete vale propriamente: 'fornite' da parte vostra, recate come vostro contributo. Lo troviamo in Galati 3:5, 'Colui che somministra lo Spirito...', in 2Corinzi 9:10: 'Colui che fornisce la semenza al seminatore e il pane da mangiare...'. Qui torna a dire: Non lasciate che la vostra fede sia inoperosa, giacchè la fede che non è operosa è morta; fornite la vostra fede del suo necessario complemento ch'è la virtù, l'energia fattiva d'ogni bene morale. L'esortazione ricorda la parola di Paolo Filippesi 2:12: 'compiete la vostra salvezza con timore e tremore; poichè Dio è quel che opera in voi il volere e l'operare, per la sua benevolenza'. Cfr. Giacomo 2:14-26; Filippesi 4:8.

alla virtù la conoscenza

Como un gradino conduce a un altro, così una virtù conduce a un'altra virtù che serve a perfezionare, a completare la prima. La volontà energica di fare il bene non basta; essa può condurre ad eccessi, ad eccentricità, ad errori commessi in buona fede ma non perciò meno deplorevoli. La virtù ha bisogno d'essere completata dalla conoscenza. Non si tratta qui della conoscenza dei misteri divini, ma della conoscenza pratica della volontà di Dio, di quel che uno deve fare o non fare nelle varie circostanze in cui viene a trovarsi. Paolo scriveva agli Efesini: 'Conducetevi come figliuoli di luce, esaminando che cosa sia accetto al Signore... Non siate disavveduti, ma intendete bene qual sia la volontà del Signore' Efesini 5:10,17. Una tale conoscenza si acquista principalmente collo studio della Scrittura, la quale è «utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinchè l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni buona opera» 2Timoteo 3:16-17. A dare una siffatta sapienza pratica ai lettori, Pietro avea consacrata buona parte della sua Prima Epistola.

6 Alla conoscenza la continenza

cioè la padronanza di sè, per resistere alle concupiscenze carnali, ai desideri ed appetiti disordinati, alle passioni che traviano il cuore e fanno velo alla mente. La conoscenza o sapienza pratica deve palesarsi anzi, tutto nel tracciare al cristiano la condotta da tenere per quel che concerne la propria persona-corpo e anima.

alla continenza la pazienza.

Alla virtù che consiste nel tenere a freno i propri istinti e desideri, deve andar unita quella che consiste nel sopportare con costanza le sofferenze, le tribolazioni, le persecuzioni che mettono alla prova la fede.

Alla pazienza la pietà

che consiste nel temere, nell'amare, nel servire Dio, nell'abbandonarsi con fiducia alla di lui sapienza e bontà. La pietà è quella che rende possibile la pazienza.

7 alla pietà l'amor fraterno.

'Se uno dice: Io amo Dio e odia il suo fratello è bugiardo... Chiunque ama Colui che ha generato, ama anche chi è stato da lui generato'. 1Giovanni 4:20; 5:1. L'amor fraterno si riferisce ai fratelli in fede, ma esso sarebbe prova di strettezza di cuore se non si estendesse anche a tutti gli uomini, secondo la parola di Paolo 1Tessalonicesi 3:12: «Il Signore vi faccia abbondare in amore gli uni verso gli altri e verso tutti»; perciò la catena delle virtù cristiane ha qui, come ultimo anello, la carità:

e all'amor fraterno la carità

ch'è l'adempimento della legge verso il prossimo e il 'vincolo della perfezione' (Colossesi 3:14; Galati 5:14. Cfr. l'inno alla carità 1Corinzi 13).

8 2Pietro 1:8-11. I motivi per applicarsi con zelo alle virtù cristiane

Il motivo fondamentale l'apostolo l'ha indicato in 2Pietro 1:3-4: Dio ci ha donato tutto quel ch'è necessario alla vita e alla pietà; ma in 2Pietro 1:8-11 egli trae altri motivi dalle conseguenze sia dello zelo, sia della rilassatezza di cui danno prova i cristiani nel rispondere ai doni di Dio.

Perchè se queste cose si trovano e abbondano in voi, non vi renderanno oziosi nè sterili nel progredire verso la piena conoscenza del Signor nostro Gesù Cristo.

Queste cose sono le virtù cristiane enumerate nei vers. precedenti. Se si trovano e abbondano in loro o, come si può anche tradurre, 'crescono di numero', non li renderanno inoperosi nè infruttuosi di fronte all'arduo compito che sta dinanzi al cristiano, di progredire sempre più verso la conoscenza non intellettuale, ma intima, sperimentale, completa, del Signor Gesù. Il greco usa qui semplicemente una preposizione ( εις) che si può tradurre: 'sterili verso, in vista di, riguardo a la conoscenza...', ma che non ha il senso di in ( εν). Quindi il dire: 'sterili nella conoscenza' esprime un'idea diversa da quella del testo. Conoscer Dio per mezzo di Cristo segna il primo passo nella vita spirituale, conoscer Cristo pienamente mediante la intima comunione che ci fa dimorare in lui e lui in noi, è l'apice di questa vita, il frutto di tutti gli sforzi e di tutte le esperienze del credente. Chi si applica dunque alle virtù cristiane è sulla buona via, la via del progresso che lo conduce ad una unione sempre più stretta col suo Salvatore. Per contro chi, nella sua rilassatezza, non si cura di acquistar le virtù cristiane, invece di progredir verso una luce sempre maggiore, perde quella che già possedeva.

9 Poichè colui nel quale queste cose non si trovano è cieco, ha la vista corta, avendo dimenticato il purgamento dei suoi vecchi peccati.

Dice lett.: 'è cieco, avendo la vista corta' o 'essendo miope'. I miopi vedon bene le cose vicine ma sono come ciechi di fronte alle cose lontane. Così i cristiani che, dopo aver creduto e fatti i primi passi nella carriera cristiana, rallentano la marcia, diventano rilassati e perdono il loro primo amore, potranno esser ancora chiaroveggenti per quel che concerne le cose vicine, le cose presenti e terrestri, ma diventano ciechi per quel che concerne la vita dell'anima loro, il loro avvenire lontano, eterno. E come perdono la vista chiara dell'avvenire, così lasciano affievolirsi in loro la memoria del passato. Dimenticano i giorni in cui la loro coscienza risvegliata li tormentava, dimenticano le lagrime amare del loro pentimento, la gioia e la pace della purificazione ossia del perdono dei peccati ricevuto per la fede in Cristo e suggellato dal loro battesimo; dimenticano i voti fatti in allora e il fervore del loro primo amore. Come il servo della parabola (Matteo 18:23 e segg.), dimenticano la remissione a loro fatta del loro immenso debito. Se lo ricordassero, avrebbero vergogna della loro ingratitudine e si umilierebbero della loro decadenza. Un tale stato di cecità e di progressivo incallimento della coscienza è assai pericoloso; perciò Pietro ripete, sotto altra forma, la sua esortazione a mostrarsi zelanti nel coltivare le virtù cristiane, corroborandola di nuovi motivi.

10 Perciò, fratelli, vie più studiatevi di render sicura la vostra vocazione ed elezione.

Il perciò si riferisce ai motivi accennati in 2Pietro 1:8-9 i quali devono accrescer la premura nell'applicarsi alla pratica del bene. È questo il mezzo di render sicura la loro elezione a vita eterna, mentre la rilassatezza di altri induce a dubitare ch'essi siano veramente nel numero degli eletti. La vocazione o chiamata alla fede ha luogo mediante la parola del Vangelo resa efficace dallo Spirito; essa è la manifestazione del proponimento segreto ed eterno di Dio chiamato l'elezione (cfr. 1Pietro 1:1-2). Ambedue questi atti sono divini: Dio elegge secondo la sua prescienza, Dio chiama. Noi non possiamo penetrare nei segreti del consiglio di Dio; ma possiamo acquistare una certezza sempre più completa della nostra elezione a salvezza col rispondere con premura alle grazie donateci da Dio. Dio elegge ad ubbidienza, mediante la santificazione dello Spirito; a misura che diveniamo ubbidienti e che progrediamo nella santificazione, cresce in noi la sicurezza della nostra vocazione ed elezione. Dio non la dà al cuore che non è deciso a fuggire dalla corruzione che è nel mondo, e che guarda indietro come la moglie di Lot.

perchè facendo queste cose,

studiandovi di progredire nelle virtù cristiane,

non inciamperete giammai;

così da cadere per via e da non raggiungere la meta prefissa.

11 poichè così,

al contrario,

vi sarà largamente provveduta l'entrata nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo.

Non vi entrerete come gente scampata da un naufragio o da un incendio, salvata 'ma come attraverso il fuoco', 'appena salvata' 1Corinzi 3:15; 1Pietro 4:18; vi entrerete come il servo fedele a cui il suo signore dice: 'Bene sta, buono e fedel servitore, entra nella gioia del tuo Signore!' o come coloro a cui il Giudice dirà: «Venite, voi, i benedetti del Padre mio, eredate il regno che v'è stato preparato fin dalla fondazione del mondo» Matteo 25:34. Alla fedeltà umana Dio risponde con larghezza divina. «Da questo, dice S. Giovanni (cioè dall'amare a fatti e in verità), conosceremo che siam della verità e renderem sicuri i nostri cuori dinanzi a Lui... Se il cuor nostro non ci condanna noi abbiam confidanza dinanzi a Dio...» 1Giovanni 3:19-21; 4:17.

AMMAESTRAMENTI

1. Quanto numerose sono le persone che non posseggono il tesoro di una fede salda ed illuminata e soffrono di non possederla! Brancolano nel dubbio e nelle tenebre perchè non vedono la soluzione dei grandi problemi che stanno dinanzi all'anima umana. Sono senza Dio e senza speranza nel mondo. Il fatto doloroso deve farci altamente apprezzare la fede che, per bontà. di Dio, noi come cristiani possediamo. A noi «è stato dato di credere». Tanto più dobbiamo apprezzare questo privilegio che la nostra fede è di valore eguale a quello della fede dei maggiori apostoli di Cristo. Essa ha per oggetto la stessa verità divina, lo stesso Salvatore; essa ci assicura gli stessi beni spirituali: la pace del perdono, l'adottazione a figliuoli di Dio, le stesse forze contro il male, le stesse consolazioni, la stessa celeste eredità.

2. Esser fatti partecipi della natura divina, tale è l'altissima meta a cui gli uomini son chiamati; meta che appar tanto più maravigliosa quando si consideri l'abisso di profonda corruzione in cui li trova la chiamata di Dio. 'Partecipi della natura divina' non significa l'essere eguali a Dio, l'esser divinizzati; meno ancora significa l'esser assorbiti nella Divinità, secondo l'ideale Buddista, come i fiumi sono assorbiti dall'Oceano. La personalità umana, lungi dall'essere assorbita, deve svilupparsi fino a raggiungere i limiti estremi della propria perfezione. Certo questi limiti non comprendono le perfezioni incomunicabili di Dio come l'onnipotenza, l'onnipresenza, l'onniscienza; ma chi potrà dir quali altezze d'intelligenza, di sapienza, di capacità attive, di santità, di amore l'uomo sia destinato a raggiungere nel corso della eternità. Si ponga mente ai progressi fatti dall'uomo nel breve tempo che corre dall'infanzia all'età matura. Era nella culla, senza conoscenza, senza forza, incapace di servirsi delle sue membra o di pronunziare una sillaba; in pochi anni è diventato uomo, scienziato, oratore, reggitore d'uomini, filantropo, apostolo. Che cosa gli riserva l'eternità allorchè l'immagine di Dio sarà impressa in lui in tutta la sua pienezza dalla presenza immediata del suo Creatore? Sono cose che occhio non ha veduto, che mente umana non può ora concepire, nè linguaggio umano potrebbe esprimere, ma che Dio ha preparate per quelli che l'amano.

3. L'altezza dell'ideale cui l'uomo è chiamato è tale da farci esclamare: 'E chi lo potrà mai raggiungere?' Certo, all'uomo abbandonato alle proprie forze la cosa è impossibile; ma a Dio nulla è impossibile. «La potenza divina di Cristo ci ha donato tutte le cose che appartengono alla vita e alla pietà». Egli si è abbassato affin di trarci in alto con sè. Ci ha rivelato il Padre, ci ha fatto udire maravigliose promesse di pace, di affrancamento, di vita nuova, di gloria celeste. Nessuno può gettar su Dio la colpa della propria perdizione poichè Dio nulla ha risparmiato e nulla risparmia onde tutti abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.

4. Dio non chiede dall'uomo quel che l'uomo non può dare. Cosa può dar l'uomo per il riscatto dell'anima sua e come potrebbe creare in sè una nuova vita? Ma Dio chiede dall'uomo ch'egli accolga con fede e con riconoscenza la grazia che gli è offerta in Cristo e che metta in opera i mezzi che gli sono dati per svolgere la vita spirituale. Nel dominio della natura Dio somministra il terreno fertile, le piogge dal cielo, il sole che feconda; ma richiede dall'uomo il lavoro assiduo onde la terra dia il suo frutto. Così nel dominio della vita spirituale, non si raggiungon le vette che salendo con fatica la scala santa delle virtù cristiane e ciò richiede premura, abnegazione, perseveranza. I gradini da salire comprendono tutte le virtù: quelle che si riferiscono a noi medesimi: al corpo che dev'essere domato, all'intelligenza che ha da essere illuminata, alla volontà che deve spiegar le sue energie nel bene; quelle che si riferiscono a Dio che dev'essere temuto, amato e servito; quelle che si riferiscono ai fratelli e in genere agli uomini che devono essere amati in Dio. Satana propose all'uomo un'altra via per esser «come Dio»! la via della disubbidienza. Quella dell'ubbidienza è più penosa e più lunga; ma è la sola vera e su di essa Dio ci da tutta l'assistenza necessaria.

5. Notevole è l'importanza attribuita da Pietro alla conoscenza non intellettuale soltanto ma spirituale e sperimentale. La vita comincia colla conoscenza del Padre rivelatoci da Cristo, progredisce colla conoscenza della volontà di Dio, culmina nella conoscenza perfetta di Cristo ottenuta per mezzo della comunion di vita con lui. Per contro la rilassatezza morale è causa di miopia, anzi di cecità spirituale e ripiomba l'uomo nelle tenebre. Perciò le Epistole di Pietro, di Giacomo e le ultime di Paolo insistono sulla necessità di una condotta virtuosa proclamando vana la conoscenza che non da frutti pratici.

6. L'esortazione dell'apostolo a studiarci di render sicura la nostra vocazione ed elezione non avrebbe senso se la cosa non fosse possibile e dovesse, anzi, considerarsi come atto di presunzione orgogliosa. Invece, è possibile al cristiano giungere alla certezza umile e giuliva della propria salvezza; ma non vi giunge in base ad alcuna speciale rivelazione o segno miracoloso; vi giunge collo sforzo perseverante e fedele nell'appropriarsi le grazie divine per crescer nella vita virtuosa e pia. I frutti della grazia in noi sono le prove di fatto della nostra elezione a salvezza. Quanto sia dolce e consolante una tale tranquilla sicurezza ce lo dicono gli esempi di uno Stefano che vede Gesù nella gloria e prega morente: 'Signor Gesù ricevi il mio spirito'; di un Paolo che scrive: «del rimanente mi è riservata la corona della giustizia» 2Timoteo 4:6-8; l'esempio dei martiri che salgono sul patibolo cantando; quello di innumerevoli cristiani sul cui letto di morte le promesse di Dio spandon la luce e le ineffabili consolazioni del secolo avvenire.

12 Sezione Seconda. 2Pietro 1:12-21. LA VERITÀ DEL VANGELO ATTESTATA DALLA TESTIMONIANZA APOSTOLICA E DALLE PROFEZIE

L'apostolo ha insistito sull'importanza dell'applicarsi alle virtù cristiane per parte di coloro che hanno ricevuto una fede di valore eguale a quella degli apostoli, fede ch'è il fondamento della loro vita e delle loro speranze e nella quale sente il dovere di confermarli viemeglio.

Perciò avrò cura di ricordarvi del continuo queste cose, benchè le conosciate e siate stabiliti nella verità che vi è stata recata.

Queste cose sono quelle di cui ha parlato 2Pietro 1:3-11, le grazie donate da Dio in Cristo e i doveri connessi con quelle. Attualmente, i cristiani ai quali scrive si mostrano saldamente attaccati alla verità ch'è stata loro recata da coloro che li hanno evangelizzati; ma gli avvertimenti non sono mai troppi e più sarà salda ed illuminata la loro fede e meglio potranno resistere agli assalti dell'errore che li minacciano. Dicendoli 'resi saldi nella verità' aggiunge la parola presente ( παρουση), che s'intende non in senso temporale della verità 'attuale' per opposizione alla verità futura; giacchè nel campo delle verità divine, quel ch'è vero oggi sarà vero anche domani, sebbene vi siano dei gradi nella conoscenza della verità; ma s'intende in senso locale: 'verità presente presso di voi', verità giunta fino a voi per il ministerio dei suoi araldi; quindi conosciuta e creduta fermamente, e professata da voi. Paolo adopera, Colossesi 1:6, un'espressione analoga parlando della «predicazione della verità del Vangelo che è pervenuto sino a voi» ( παροντος εις), Cfr. 2Pietro 3:2; 1Pietro 1:12.

13 E stimo cosa giusta,

doverosa,

finchè io sono in questa tenda

del corpo terrestre, paragonato ad una tenda perchè è l'abitacolo temporaneo e poco solido dell'anima durante il suo pellegrinaggio quaggiù (Cfr. 1Corinzi 5:1 e segg.; 1Pietro 2:11),

di risvegliarvi ricordandovele,

Essi hanno bisogno d'esser tenuti desti perchè non sanno quanto può esser vicina la venuta del Signore e devono stare all'erta per non lasciarsi fuorviare dai falsi dottori, nè sorprendere dal sonno della negligenza e della rilassatezza morale. Perciò l'apostolo stima dovere del suo ufficio di pastore d'anime di ricordar loro le verità del Vangelo; tanto più che, data la sua età avanzata, gli rimane poco tempo da vivere.

14 perchè so che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come anche il Signor nostro Gesù Cristo me l'ha dichiarato.

Dice lett. 'rapida è la deposizione della mia tenda'. La parola αποθεσις (l'atto del deporre) si applica meglio ad un vestito che ad una tenda; il corpo è paragonato ad ambedue le cose. L'agg. 'rapida' può indicare che la morte verrà presto, non può tardar molto. Pietro è avanti negli anni e sa che per legge naturale, la tenda usata in cui abita non reggerà più a lungo; ma, oltre all'avvertimento della natura, egli ne ha ricevuto uno speciale dal Signore stesso che gli ha detto, preannunziandogli il martirio: «quando sarai vecchio, stenderai le tue mani, e un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorresti» (Giovanni 21:18-19; cfr. Giovanni 13:36). L'apostolo non ha dimenticato la parola del suo Signore e ne aspetta quando che sia l'adempimento, mettendo a profitto il tempo che gli resta per 'pascere le pecore' del celeste Pastore. Altri hanno veduto nel ταχινη (rapida) un accenno alla morte repentina, violenta di Pietro che, secondo l'antica tradizione storica, sarebbe stato crocifisso a Roma colla testa all'in giù. Che la predizione di Cristo accennasse al martirio non fa dubbio, e lo attesta S. Giovanni; ma quel che spinge l'apostolo a 'lavorare mentre è giorno', non è tanto il modo in cui la morte avverrà, quanto il rapido avvicinarsi della fine della sua giornata.

15 Ma mi studierò di far si che, dopo la mia dipartenza, abbiate sempre modo di ricordarvi di queste cose.

L'avverbio tradotto sempre significa propriamente 'ogni volta' è s'intende: ogni qual volta ne abbiate bisogno, o vi sia occasione di farlo. La dipartenza, o lett. l'esodo, è l'uscita dalla vita terrestre. Pietro non dice in che modo intende mandare ad effetto il proponimento suo; perciò le risposte degli interpreti sono varie. Taluni commentatori cattolici (Corn. a Lapide ecc.) rispondono: 'Una volta morto, Pietro si propone di pregar Dio onde richiami alla memoria di quei cristiani le cose concernenti la fede e la vita cristiana'; e traggon da questa lor supposizione la conclusione che i santi pregano per i vivi e sono da invocarsi. Altri rispondono che Pietro aveva in mente di metter nelle mani dei cristiani un documento scritto ch'essi potrebbero sempre leggere e che ricorderebbe loro la vita, i miracoli, gl'insegnamenti, le promesse di Cristo; e siccome alcuni Padri riferiscono che Marco, l'interprete di Pietro, consegnò per iscritto nel suo Vangelo quel che aveva udito raccontar da Pietro, vedono nel Vangelo di Marco il documento cui l'apostolo avrebbe accennato in questo versetto. Certo, non è inverosimile che Pietro abbia incoraggiato Marco a scrivere il suo Vangelo e gliene abbia fornito i materiali; ma è molto dubbio ch'egli intenda alludere a ciò colle parole del v. 15. Più semplice assai è lo scorger qui il proposito di tener desti i lettori colle sue lettore: colla presente e con altre future se ve ne sarà bisogno. Difatti in 2Pietro 3:1 egli dice: «Diletti, questa è già la seconda epistola che vi scrivo: e in ambedue io tengo desta (la stessa parola che in 2Pietro 1:13) la vostra mente sincera, facendo appello alla vostra memoria, onde vi ricordiate...». Le lettere alle quali egli affida la missione di tener desta la memoria dei fedeli resteranno presso i lettori quando il loro autore sarà partito. «Verba volant, scripta manent»; e son rimaste e rimarranno fino alla fine a confermare i credenti nella fede e nello virtù cristiane. Egli è in grado di parlar di Cristo speranza dei credenti, perchè è stato testimone della vita di lui.

16 Poichè non è coll'andar dietro a favole artificiosamente composte che vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo.

Non è ben chiaro se, parlando di miti abilmente immaginati, cioè di favole, di leggende inventate col fine di dar veste e voga a qualche idea religiosa, l'apostolo intenda alludere alle favole dei pagani relative alle origini, alle apparizioni, agli amori e agli odii delle loro divinità, ovvero se voglia alludere alla tendenza di falsi dottori a trattar come miti, come leggende, i fatti della storia evangelica, negandone il senso letterale e professando di ritenerne il contenuto spirituale (Cfr. 2Timoteo 2:18). Ad ogni modo quel che Pietro ha insegnato - e con lui gli altri apostoli - intorno al Signor Gesù ha un fondamento sicuro, poichè consiste nella loro testimonianza oculare ed auricolare. Hanno fatto conoscer la potenza di Cristo narrando i suoi miracoli sui malati d'ogni specie, sulla natura, le risurrezioni operate, il fascino esercitato sulle anime col suo insegnamento. Hanno fatto conoscere la sua venuta futura in gloria ripetendo le promesse fatte in proposito da Cristo prima e dopo la sua risurrezione. Potevano farlo con tanta maggior sicurezza, ch'essi (o almeno tre di loro: Pietro, Giacomo e Giovanni) avevano avuto il privilegio di contemplare come un saggio anticipato della gloria celeste del Signore, nella Trasfigurazione.

ma perchè siamo stati testimoni oculari della sua maestà

o grandezza gloriosa, in molte occasioni, fra cui l'ascensione al cielo, i prodigi operati dopo la risurrezione; ma qui allude specialmente alla trasfigurazione.

17 Poichè egli ricevette da Dio Padre onore e gloria quando giunse a lui quella voce dalla magnifica gloria: «Questo è il mio diletto Figliuolo, nel quale mi son compiaciuto».

Molte cose nella trasfigurazione quale ci è narrata nei Vangeli (Matteo 17:1-8; Marco 9; Luca 9), avevano attestato agli apostoli la maestà regale di Gesù quale Messia: il suo volto era divenuto risplendente come il sole ed anche i suoi vestimenti; Mosè ed Elia rappresentanti della legge e dei profeti erano apparsi a conversar con lui del suo prossimo sacrifizio come Servo dell'Eterno; una nuvola luminosa aveva ricoperto tutti gli astanti, e dalla nuvola simbolo dell'abitazione dell'invisibile Iddio era venuta la dichiarazione divina del Padre, già udita al Battesimo, che Gesù era il Figliuolo di Dio, l'oggetto dell'eterno suo amore. Su quest'ultimo onore divino insiste particolarmente qui l'apostolo:

18 E noi stessi udimmo quella voce che veniva dal cielo, quand'eravamo con lui sul monte santo.

Il monte ove Dio avea parlato, ove avea fatto brillare qualche raggio della gloria divina del Figlio velata dalla sua umanità, è chiamato santo perchè santificato dalle manifestazioni divine ivi avvenute. Cfr. Esodo 3:5. Non sappiamo, d'altronde, quale fosse esattamente questo monte: se un contrafforte dell'Hermon, o il Tabor o un'altra vetta. L'espressione magnifica gloria è da molti intesa come perifrasi per significar Dio stesso, perchè la prepos. ὑπο qui usata indica l'agente da cui procede l'azione. La nuvola sarebbe come il velo che nasconde l'Iddio di gloria. Cfr. Matteo 26:64. Certo, coloro che aveano assistito alla Trasfigurazione dovevano intender meglio parole come queste di Gesù: «tutte le tribù della terra... vedranno il Figliuol dell'Uomo venir sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria» Matteo 24:30; 25:31.

19 Abbiamo pure la parola profetica, più ferma

Oltre alla testimonianza apostolica relativa alla «potenza e alla venuta» del Signor Gesù Cristo, i cristiani posseggono un altro mezzo atto a ravvivare e fortificare le loro speranze e la loro vita spirituale: questo mezzo è la parola profetica vale a dire, non le voci profetiche del Nuovo Patto, ma le profezie contenute nelle Scritture dell'Aut. Test. considerate come un tutto. Infatti nel v. seguente 2Pietro 1:20 dice esplicitamente: 'nessuna profezia della Scrittura...' e in 2Pietro 1:21 parla dei profeti come di personaggi del passato. Cfr. 2Pietro 2:1; 3:2; 1Pietro 1:10-12. Pietro chiama la parola profetica più ferma; più ferma di che? Molte risposte sono state date a questa domanda. Gli uni rispondono: Più ferma della testimonianza apostolica per i lettori Giudei che avevano una venerazione speciale per le loro S. Scritture; ma nulla indica che l'autore restringa la sua affermazione ai soli Giudei. Altri rispondono: Più ferma di quel che fosse, prima d'essere stata confermata dall'adempimento delle predizioni relative alla nascita, all'attività, alla morte e risurrezione di Cristo; prima d'esser stata confermata, per quel che concerne la gloria futura del Messia, anche dal fatto della Trasfigurazione. Non v'è dubbio che l'adempimento è la miglior conferma della verità di una profezia, e che l'adempimento della parola profetica nella parte che si riferisce all'umiliazione del Cristo accresce la fiducia nell'adempimento delle predizioni relative alla sua futura gloria; resta vero, nondimeno, che il testo non accenna, in verun modo, a un paragone tra la profezia prima e la profezia dopo del suo parziale adempimento.

Rimane la risposta che connette più strettamente il v. 19 col precedente. La parola profetica è più ferma della voce venuta dal cielo e in genere, della rivelazione contenuta nel fatto della Trasfigurazione. Una siffatta affermazione sorprende a prima vista; ma riflettendoci si scorgono diverse ragioni che la possono giustificare: Il fatto della trasfigurazione era unico e costituiva come un tipo od un preludio della gloria futura del Messia ed esso era attestato da tre apostoli; le profezie invece erano molte e abbracciavano «le sofferenze di Cristo e le glorie che doveano seguire»; esse erano state date in molte guise, per mezzo di molti uomini di Dio, vissuti nel corso di molti secoli, ed erano state consegnate in iscritto da molto tempo. Tutto questo, unito al fatto che buona parte di esse aveva ormai ricevuto la conferma dell'adempimento, faceva delle profezie una salda base della fede cristiana e costituiva un invito a studiarle con rinnovato ardore.

alla quale fate bene di prestare attenzione, come a una lampana splendente in luogo oscuro, finchè spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori.

La parola profetica è paragonata a una lampana splendente in luogo oscuro perchè la luce sua è lungi dall'essere quella del sole o del pieno giorno che fuga tutte le ombre e rivela appieno le cose nella loro realtà; ma pure la sua luce, anche se debole e imperfetta, è preziosa quando uno si trova in luogo oscuro. E l'uomo che vive nel mondo e non ha altra luce che la sua ragione per guidarlo nella soluzione dei grandi problemi relativi al presente e all'avvenire dell'umanità, ben si può dire che vive in luogo oscuro e che il suo cuore è occupato dalle tenebre. Soltanto la rivelazione divina può dissipare quell'oscurità. Ed anche il credente che ha conosciuta la verità, quando si tratta dello svolgimento futuro del piano di Dio, degli eventi connessi colla seconda Venuta di Cristo, e in genere delle cose ultime, si trova ancora nella penombra, bisognoso e desideroso di maggior luce. Lo studio accurato della profezia è atto ad aumentar la sua conoscenza e a nutrire le sue speranze. Il senso delle parole finchè spunti il giorno ecc. varia a seconda degli espositori. Non vi si può vedere senz'altro il giorno dell'avvento del Nuovo Patto colla nuova luce ch'esso ha recato, perchè l'apostolo si rivolge a dei credenti del Nuovo Patto che han conosciuta la verità evangelica, ma che hanno tuttavia bisogno di prestare attenzione alle profezie finchè spunti il giorno che recherà loro maggior luce. Meno ancora si può supporre che l'Autore voglia dire: 'Studiate le profezie finchè spunti il giorno in cui voi che ancor non credete arriverete alla fede'. Ciò sarebbe in aperta contradizione con 2Pietro 1:12. Altri intendono il giorno che spunta e la stella mattutina che sorge nei cuori, del tempo in cui i lettori dell'Epist. saranno giunti a un grado superiore di conoscenza e di certezza riguardo alla venuta gloriosa di Cristo, a una vita più intima di comunione col Signore. Non v'è dubbio che a un siffatto progresso nella conoscenza contribuirà efficacemente lo studio della profezia dell'Antico e del N.T. Ma forse convien fare un passo di più e scorgere nel giorno che dissiperà tutte le tenebre presenti delle menti e dei cuori, il giorno dell'apparizione gloriosa di Cristo in cui non conosceremo più solamente in parte, ma pienamente come siamo stati conosciuti, in cui vedremo non più come in uno specchio, ma a faccia a faccia, in cui la mente e il cuore saranno ripieni della celeste luce. Nell'Apocalisse 22:16 Cristo è chiamato la 'lucente stella mattutina' come altrove Luca 1:78-79 'l'aurora dall'alto' e il Solo di giustizia. Nell'Apocalisse 22:4-5 si legge «ed essi vedranno la sua faccia... E non ci sarà più notte; ed essi non avranno bisogno di luce di lampada, nè di luce di sole, perchè li illuminerà il Signore Iddio...». In quel giorno i redenti non avranno più bisogno della lampada della profezia nè in genere della Scrittura, perchè saranno giunti alla visione immediata.

20 sapendo prima di tutto questo: che nessuna profezia della Scrittura procede da vedute particolari;

La frase si connette col 'fate bene di prestare attenzione' alla parola profetica, ed è intesa a rilevarne l'alta importanza come rivelazione procedente da Dio. La devono quindi studiare avendo presente alla mente, sopra ogni altra considerazione, il fatto della sua origine divina. La Scrittura è l'Antico Test. chiamato anche: 'La Legge ed i Profeti'. Le ultime parole del versetto (ιδιας επιλυσεως ου χινεται ) sono diversamente tradotte ed intese. Molti traducono come il Diodati: «non è di particolare (o privata, o propria) interpretazione» e intendono: Nessuna profezia contiene la propria interpretazione che va cercata nei fatti che ne sono il commento e insieme l'adempimento. Ma non è questo il pensiero che troviamo espresso in 2Pietro 1:21. Altri intende: Nessuna profezia può intendersi colle sole forze di cui dispone il credente; essa non s'intende, dicono i cattolici, se non col magistero della Chiesa la quale, per impedir l'abuso dell'interpretazione privata, proibisce ai laici la lettura delle Scritture. Essa non s'intende, dicono i protestanti, senza l'aiuto dello Spirito. Procede dallo Spirito e lo Spirito solo può esserne l'interprete. Pensiero, ad ogni modo, giusto e santo, che ogni lettore della Scrittura deve tener sempre presente. Accostandosi alle sacre pagine con umiltà e spirito di preghiera, sarà preservato dal pericolo di una interpretazione delle profezie capricciosa e pretenziosa che ne forza o ne torce il senso (cf. 2Pietro 3:16) e determina tempi e date ed eventi... che poi sono smentiti dalla storia. Ma per quanto sia giusto tutto questo, dobbiamo notare anche qui che non è quello il pensiero esposto nel v. che segue, e quanto al magistero della Chiesa esso è del tutto estraneo al testo ed al contesto. Il solo fatto che l'interpretazione cattolica ha condotto a proibire ai fedeli la lettura della Bibbia mentre S. Pietro dice che fanno bene di prestarvi attenzione, basterebbe a condannarla.

Siamo condotti pertanto a tradurre ed intender le parole in questione in un modo che quadri col contesto e specialmente col vers. che segue ove il concetto dell'interpretazione è espresso col sost. ermeneía e col verbo ermeneuo. La parola epilusis non s'incontra altrove nel N.T. Essa indica l'atto dello sciogliere cose o animali, quindi anche la soluzione di un problema, oppure la risoluzione cui si giunge dopo l'esame di una questione. Così il verbo (επιλυω ) è usato da S. Marco a significare la spiegazione che Gesù dava delle parabole ai discepoli Marco 4:34, o ancora da Luca in Atti 19:39 delle risoluzioni prese da un'assemblea. Si può quindi tradurre: Nessuna profezia procede da una particolare soluzione, procede cioè dalla soluzione personale che un profeta abbia potuto dare colla sua intelligenza dei problemi relativi all'avvenire. E diciamo: procede perchè l'apostolo non usa il verbo è, ma il verbo che significa spesso: avviene, viene all'esistenza, nasce; quindi pare accennare all'origine della profezia che non va cercata nelle elucubrazioni o nelle vedute particolari di un uomo qualsiasi, ma va cercata più in alto, in Dio stesso. Se la profezia procedesse dalle riflessioni di un semplice uomo non meriterebbe d'esser proclamata più ferma delle rivelazioni date dalla Trasfigurazione, nè d'esser raccomandata come lampada atta a guidare i cristiani fino all'Avvento di Cristo. Ma così non è, e il v. che segue ne dà la ragione.

21 poichè non è dalla volontà dell'uomo che venne mai alcuna profezia,

come sarebbe il caso qualora la profezia fosse il risultato delle meditazioni di un uomo;

ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio perchè sospinti dallo Spirito Santo.

Il testo di quest'ultima parte del vers. offre delle varianti nei msc., le quali però non toccano il pensiero principale. Per es. i codd. Sin. K L leggono: hanno parlato dei santi uomini di Dio. La lezione più breve accettata dai maggiori critici è quella dei codd. B P e delle verss. Sir. arm. coptica. In due modi l'apostolo mette in rilievo l'origine divina della profezia: i santi uomini che l'hanno profferita non l'hanno data come cosa propria, ma come parola di Dio, (da parte di Dio), con quella formula ben nota: 'Così dice l'Eterno'; e non sono stati mossi da volontà propria, ma sono stati afferrati dalla potenza dello Spirito e sospinti da essa, come dal vento, a comunicare quel che lo Spirito rivelava loro in visione, in sogno, o in altra maniera. Dice Amos: «Quando il leone rugge, chi non temerà? Quando il Signore, l'Eterno, parla, chi non profetizzerà?» Amos 3:8. L'origine divina della rivelazione profetica è la garanzia che in essa sono tracciate le grandi linee dei disegni di Dio, relativi all'umanità ed è quindi la ragione più forte per raccomandarne lo studio ai fedeli.

AMMAESTRAMENTI

1. Non sono numerosi i cristiani di cui si possa dir che conoscono la verità e sono saldi nella fede in essa; ma fossero anche molti, essi avrebbero pur sempre bisogno che venissero loro ricordate continuamente le grandi verità del Vangelo in un coi doveri della vita cristiana. Un tale bisogno nasce dalla facilità con cui si affievolisce col tempo l'impressione fatta sull'anima dalla verità, quando per la prima volta fu inondata dalla sua luce; nasce dalla necessità di progredire nell'intelligenza della verità e nella pratica di essa; nasce dai pericoli cui sono esposti i fedeli per parte dei seminatori di dubbi e di errori che sovvertono la fede. Il ministro di Cristo deve quindi insegnare la verità a quelli che non la conoscono: e ricordarla incessantemente a quelli che già la conoscono (almeno in parte) affin di tenerli desti e di renderli sempre più fermi e fedeli. Nè si stanchino i credenti di udire, domenica dopo domenica, delle verità che non sono più per loro cosa nuova. Anche il pane e gli altri cibi di cui si nutre il loro corpo non sono più cosa nuova ciò non toglie che siano necessari allo sviluppo ed al mantenimento della loro vita fisica. Così è del cibo della verità per la vita spirituale.

2. Pietro considera la sua vita terrena come un soggiorno temporaneo lungi dalla patria. Abita in una fragile tenda e vede avvicinarsi senza timore l'ora della partenza. Ma più si fa breve il tempo che gli resta e più si studia di adoprarlo utilmente, nel confermare i suoi fratelli. È questo per lui il miglior modo di prepararsi a glorificare Iddio col martirio ed è questo per tutti i figliuoli di Dio il miglior modo di prepararsi a rispondere quando che sia alla chiamata del Signore.

3. Gli apostoli dovevano essere i testimoni oculari ed auricolari di Cristo dinanzi al mondo e dinanzi ai credenti. Essi avevano ricevuto speciali rivelazioni del Signore e una misura eccezionale dello Spirito. Ma il loro ufficio non era trasmissibile e non potevano avere dei successori. E ben sapendo come la tradizione orale non potesse conservare e trasmettere puramente la loro testimonianza e il loro insegnamento, essi si preoccupano di lasciare dei ricordi scritti che restino, e prolunghino la loro funzione anche dopo la loro morte, attraverso i secoli avvenire. Così è nato, per direzione provvidenziale, il Nuovo Testamento, il quale coll'Antico, da tempo formato, costituisce la base dottrinale sicura ed autorevole, perchè divinamente ispirata, della Chiesa Cristiana. D'altronde, gli scritti sono, per tutti i credenti, uno dei mezzi coi quali possono prolungare l'opera loro anche dopo la loro dipartenza. Felice l'uomo di cui le opere, le parole e gli scritti portan buoni frutti anche lungo tempo dopo la morte di lui.

4. Favole, miti, superstizioni, sono la caratteristica delle religioni pagane, delle forme degeneri del cristianesimo (favole dei vangeli apocrifi, leggende relative ai santi, alle reliquie, alle immagini, ecc.). Anche chi si professa incredulo, di solito è schiavo di non poche superstizioni. Caratteristica del cristianesimo autentico è il suo poggiare sopra dei fatti e dei fatti prodottisi alla luce del sole e bene accertati. Tali sono la lunga catena delle profezie che hanno preceduto l'avvento di Cristo; tali i fatti relativi alla vita di Gesù: la sua perfezione morale, i suoi sublimi insegnamenti, i suoi miracoli, la sua trasfigurazione, la sua morte, risurrezione ed ascensione al cielo, fatti attestati da testimoni oculari numerosi, degni di fede, che hanno sparso la religione cristiana col solo mezzo della persuasione e han suggellato la loro testimonianza col martirio. Di questi abbiamo il ricordo in iscritti semplici, autentici, redatti dai testimoni o dai loro ausiliari entro una ventina o una trentina d'anni dopo gli eventi. E questi fatti hanno resistito a tutti gli sforzi, ormai innumerevoli, fatti da avversari d'ogni specie nel corso di venti secoli, per impugnarne la credibilità e ridurli a miti e leggende. Cotali sforzi non sono cessati; ma dobbiamo, come credenti, render grazie a Dio d'aver preparato un così saldo fondamento, esterno alla nostra fede, mentre l'esperienza religiosa, opera dello Spirito nei cuori, imprime alla nostra fede il suggello della interna incoercibile certezza.

5. Quel che Cristo fu e fece, quel che lasciò trasparir della sua gloria divina mentre abitava nella tenda umana, è garanzia dell'adempimento delle sue promesse relative all'avvenire. Quel ch'egli ha operato di già in noi, è garanzia ch'egli condurrà a compimento l'opera incominciata. Quel che ha compiuto di già nel mondo per mezzo del Vangelo è garanzia del trionfo finale del suo regno di giustizia di verità, di pace, d'amore.

6. «La rivelazione in Cristo certificata dai suoi apostoli, paragonata colla rivelazione profetica ch'essa ha adempiuta e sanzionata, rimane la luce divina per la Chiesa di tutti tempi» (Bonnet). Se Pietro incoraggia i cristiani allo studio delle profezie dell'Antico Test. che offrono non poche difficoltà, e le chiama una 'lampana splendente in luogo oscuro', la sua affermazione e il suo incoraggiamento si applicano con tanta maggior ragione all'intera Scrittura dell'Antico e del Nuovo Testamento. Essa è stata scritta sotto l'impulso e la guida dello Spirito, la rivelazione ch'ella contiene procede non dall'uomo ma da Dio stesso. Quali potenti motivi per tutti i credenti, senza eccezione, di applicarsi alla lettura ed alla meditazione della Bibbia, senza lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà che possono incontrare! A misura che la Parola di Dio ci diventa familiare, spariscono le oscurità e una cresciuta esperienza ci fa capaci d'intendere e gustare quel che, in una prima lettura, avevamo trovato difficile. «Siamo in un mondo di tenebre. Poche son le cose che vediamo chiaramente; e tutto intorno a noi, sopra mille questioni, regna completa oscurità, nè abbiamo alcun mezzo naturale per gettar luce su quei problemi. La Bibbia ci è data per sparger luce sul nostro sentiero. Essa è la sola luce che abbiamo riguardo all'avvenire e sebbene non ci dia tutte le informazioni che potremmo desiderare su quanto deve accadere, pure ci dà luce bastevole a guidarci al cielo... È quindi un dovere il prestare attenzione alle istruzioni date dalla Bibbia e lasciarci guidare da essa nel nostro viaggio verso un mondo miglioro. Tosto la luce dell'eternità splenderà su noi ed allora conosceremo come siamo stati conosciuti» (A. Barnes).

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