3Giovanni

1 3Giovanni 1-2. Voti per Gaio

L'anziano al diletto Gaio, che io amo nella verità.

Per l'anziano, vedi 2Giovanni 1. Chi fosse il Gaio al quale il vecchio apostolo scrive, non sappiamo. Ne son mentovati due quali amici e collaboratori di Paolo: l'uno di Derba l'altro di Corinto Atti 20:4; Romani 16:23; ma questi, oltre al non appartenere all'Asia proconsolare, vivevano in epoca oramai lontana. Non risulta che Gaio fosse un presbitero; sembra piuttosto un cristiano zelante occupato negli affari. Ad ogni modo era molto caro all'apostolo che lo conta fra i suoi figli spirituali, lo chiama per ben quattro volte diletto nel breve scritto che gli manda, e dà la ragione spirituale e profonda del suo amore, col dire che lo ama nella verità cioè non solo veracemente, ma a cagione della verità evangelica ch'è possesso comune ad entrambi. Confr. 2Giovanni 2.

2 Diletto, io faccio voti

e il voto cristiano si traduce in preghiera a Dio

che tu prosperi in ogni cosa,

nei tuoi affari, nella tua famiglia, in ogni cosa esterna,

e stii sano

dal che si deduce, non senza verosimiglianza, che Gaio fosse stato malato e che fosse come Timoteo, soggetto a frequenti infermità

come prospera l'anima tua.

La vita spirituale di Gaio, nonostante le difficoltà esterne e la debolezza fisica, si rivelava prospera e rigogliosa dalla di lui ubbidienza pratica alla verità ricevuta in ispecie dall'interesse che dimostrava per la propagazione del Vangelo e per i banditori di esso.

3 3Giovanni 3-8. L'ospitalità di Gaio verso i missionari del Vangelo

Perchè mi sono grandemente rallegrato quando son venuti dei fratelli che hanno reso testimonianza della tua verità.

I fratelli cui allude l'apostolo sono degli evangelizzatori andati in missione e quindi ritornati in seno alla chiesa, probabilmente di Efeso, a render conto dell'opera compiuta. Così solevano fare Paolo ed i suoi compagni come narrano gli Atti. Nella loro relazione quegli evangelisti avevano parlato alla chiesa dell'ospitalità ricevuta da Gaio e in genere della sua condotta cristiana; e questo aveva cagionato una viva gioia a Giovanni, poichè dimostrava la verità di Gaio, cioè la pratica fedeltà ed ubbidienza di lui alla verità evangelica di cui era diventato una vivente incarnazione. L'espressione concisa è spiegata dall'aggiunta:

del modo nel quale (letteralmente secondo che tu) tu cammini in verità

ossia conformente alla verità.

4 Io non ho maggiore allegrezza di questa, d'udire che i miei figliuoli camminano nella verità.

Gaio poteva essere semplicemente un membro di una delle chiese affidate alle cure dell'apostolo; ma l'affetto speciale di Giovanni per lui e la sua allegrezza grande nell'udire che persevera nella fedeltà alla verità cristiana, si spiegano meglio ammettendo che Gaio fosse un suo figlio spirituale, cioè fosse stato condotto al Vangelo dall'apostolo stesso.

5 Diletto, tu operi fedelmente,

cioè da vero credente,

in quel che fai

Il greco ( ὁ εαν εργαση), difficilmente traducibile, viene a dire: in tutto quel che hai l'occasione di fare

a pro dei fratelli che sono, per di più, forestieri.

Si tratta dei missionari cristiani che Gaio aveva ospitati ed aiutati, erano fratelli nella fede, ma sconosciuti personalmente a Gaio, che li aveva ricevuti in considerazione della loro fede e dell'opera ch'essi andavano a compiere. In mancanza dei mezzi di trasporto e di alloggio che facilitano i viaggi moderni, l'ospitalità era in allora molto più necessaria; e il N.T. ne inculca spesso il dovere verso i correligionari Romani 12:13; 1Timoteo 3:2; Tito 1:8; Ebrei 13:2; 1Pietro 4:9.

6 Essi hanno reso testimonianza del tuo amore, dinanzi alla chiesa

ove trovavasi l'apostolo ed alla quale avevano narrato i loro viaggi evangelistici.

e farai bene a provvedere al loro viaggio

(letteralmente mandarli avanti, farli proseguire)

in modo degno di Dio.

Può darsi che nel tornare al loro campo di lavoro, gli evangelisti siano stati i latori della lettera di Giovanni. Ad ogni modo l'apostolo li raccomanda alle cure generose di Gaio onde agevoli loro il viaggio ospitandoli ed aiutandoli in modo degno di Dio di cui sono servitori per la propagazione del suo Vangelo. Cfr. Tito 3:13.

7 perchè sono partiti (letteralmente usciti) per amor del Nome,

del nome ch'è sopra ogni nome, del nome sacro per i cristiani, cioè il nome di Cristo. In Atti 9:2; 19:9 si parla del cristianesimo sotto la designazíone ben nota ai credenti: la Via, ed in Giacomo 2:7 il nome di Cristo è «il buon nome invocato sovr'essi». Nessun movente inferiore aveva spinto quei credenti a darsi all'opera missionaria, ma unicamente la devozione a Cristo salvatore ed alla causa di lui.

senza prendere alcun che dai pagani.

Alcuni intendono: senza accettare, partendo, alcun aiuto da parenti od amici rimasti pagani, perchè han tenuto ad onore che l'opera missionaria cristiana fosse sostenuta. soltanto dai cristiani. Altri, e sembra con maggior ragione, intendono il participio presente non prendendo come indicante la regola ch'essi seguivano, quasi dicesse: "e non prendono nulla", hanno per norma di non chieder nulla per il loro sostentamento ai pagani che evangelizzano, poichè non sarebbero in grado di apprezzare l'opera loro e potrebbero sospettare che siano mossi dall'amor del guadagno. Paolo seguiva quella regola anche colle giovani chiese dell'Acaia 1Corinzi 9:18; 2Corinzi 11:7; 5:2,16; 1Tessalonicesi 2:9. Da questo deriva, per i credenti, il dovere di aiutare chi sparge disinteressatamente il Vangelo.

8 Noi dunque dobbiamo accogliere tali uomini, per essere loro collaboratori a pro della verità.

Il verbo che traduciamo accogliere ha nei classici un senso che converrebbe anche qui giacchè significa non solo accogliere in casa, ma soccorrere, provvedere al mantenimento. La locuzione συνεργοι τη αληθεια tradotta da alcuni "cooperatori con la verità", stando all'uso del N.T. che adopera il genitivo e non il dativo per indicar le persone colle quali si collabora, viene a significare: per esser collaboratori con i missionari nel promuovere la causa della verità, spargendola nel mondo.

9 3Giovanni 9-12. Diotrefe e Demetrio

Non tutti, in seno alla chiesa di cui Gaio era membro, erano come lui dei cristiani umili, dal cuore ripieno d'amore per la causa della verità; e non senza, contrasti morali e critiche poteva Gaio tener la condotta lodata dall'apostolo.

Ho scritto qualcosa alla chiesa;

s'intende una breve lettera alla chiesa cui apparteneva Gaio,

ma Diotrefe che cerca d'avere il primato fra loro,

fra i membri della chiesa,

non ci riceve,

non accoglie le nostre esortazioni, non riconosce la nostra autorità apostolica. Di questo Diotrefe non sappiamo altro all'infuori di quello che ci è detto qui. Era egli un presbitero della chiesa? Lo si potrebbe arguire dall'espressione di 3Giovanni 10: «li caccia dalla chiesa», se ciò s'intenda della scomunica. D'altra parte se era presbitero, non si spiega facilmente la sua smania di primato. È più probabile che fosse un membro della chiesa in condizione di esercitare una influenza preponderante o per la sua coltura superiore, o per la sua condizione sociale, o per le sue ricchezze. Fatto sta ch'egli era roso dall'ambizione del dominare in seno alla fratellanza, e vedeva quindi di mal occhio l'autorità apostolica di Giovanni e la sovrintendenza ch'egli esercitava sulle chiese dell'Asia proconsolare.

10 Perciò, se io vengo

e sperava venir tosto a fare una visita a Gaio ed alla chiesa 3Giovanni 14

io ricorderò le opere ch'egli fa

le esporrò pubblicamente col biasimo che meritano, davanti all'assemblea dei fratelli ed a coteste opere biasimevoli Giovanni fa qui qualche accenno,

cianciando contro di noi,

contro l'apostolo,

con male parole

di calunnia, di maldicenza, di critica ingiusta;

e non contento di questo

che riguarda Giovanni

non solo non riceve egli stesso i fratelli

i fratelli di cui in 3Giovanni 5-8, cioè i banditori del Vangelo

ma a quelli che vorrebbero riceverli, impedisce di farlo e li caccia fuor della chiesa.

Con quali mezzi Diotrefe impediva ai cristiani ben disposti di esercitare l'ospitalità verso i missionari, non sappiamo; probabilmente collo scoraggiarli, col disapprovarli, col criticarli. Così pure non sappiamo come riuscisse a cacciar dalla chiesa quei generosi. Influiva egli sugli anziani per ottener che quelli fossero scomunicati? È difficile ammettere che i presbiteri perpetrassero una simile enormità contro dei fratelli colpevoli soltanto di aiutare dei missionari cristiani. È più verosimile che Diotrefe fosse colui che riceveva la chiesa in casa sua e che rifiutasse di accogliervi coloro che non si piegavano ai suoi prepotenti voleri.

11 Diletto, non imitare il male, ma il bene.

Dal caso particolare, l'apostolo assurge alla norma generale valevole per tutti i casi. Si tratti anche di male commesso da cristiani di professione, da cristiani influenti, benemeriti per altri versi, il male resta male e non bisogna imitarlo; solo il bene, chiunque sia che lo pratichi, merita d'essere imitato perchè conforme alla volontà di Dio ed alla nuova natura ch'egli ha creato nei figli suoi.

Chi fa il bene è da Dio

è nato da Dio,

chi fa il male non ha veduto Iddio,

cogli occhi della mente e del cuore, non ha una vera e personale ed intima conoscenza di lui che è Luce e Amore. In 1Giovanni 3:6 l'autore diceva: «Chiunque dimora in lui, non pecca; chiunque pecca non l'ha veduto e non l'ha conosciuto».

12 A Demetrio è resa testimonianza

s'intende: buona testimonianza cfr. Ebrei 11:2,39

da tutti

i cristiani e

dalla verità stessa,

dalla verità divina ch'è la regola della condotta dei credenti. Essa è personificata e rappresentata come rendendo una buona testimonianza a quelli che camminano in essa, la cui vita è in armon ia con essa e che lavorano a diffonderla.

e anche noi ne testimoniamo e tu sai che la nostra testimonianza è vera.

Cfr. Giovanni 19:35; 21:24. Chi fosse Demetrio non sappiamo; ma certo egli era conosciuto da, Gaio a cui forse recò il biglietto dell'apostolo e conosciuto a fondo da Giovanni stesso che aggiunge perciò, a quella degli altri, ed in modo solenne, la propria favorevole testimonianza.

13 3Giovanni 13-15. Chiusa della lettera

Avevo molte cose da scriverti, ma non voglio scrivertele con inchiostro e penna

(greco calamo, pezzo di canna appuntata che serviva per scrivere).

14 Ma spero vederti tosto e ci parleremo a voce.

letteralmente: bocca a bocca. Sono riprodotte qui quasi letteralmente le espressioni della fine della II Epistola.

15 La pace sia teco.

Commenta il Lirinense pace interna della coscienza, pace fraterna dell'amicizia, pace superna della gloria. È il voto con cui Pietro chiude la sua I Epist.: «Pace a voi tutti che siete in Cristo» e lo si trova con altri in Galati 6:16; Efesini 6:23; 2Tessalonicesi 3:16, nonchè al principio di quasi tutte le Epistole.

Gli amici ti salutano.

Trattandosi di lettera privata, non saluta da parte dei fratelli, ma solo degli amici più intimi ch'erano a conoscenza della lettera mandata a Gaio.

Saluta gli amici ad uno ad uno.

Letteralmente per nome. Si tratta di amici comuni dell'apostolo e di Gaio, i quali erano animati da spirito ben diverso da quello di Diotrefe e dei suoi seguaci. Questi saluti epistolari mantenevano viva la fiamma dell'amor fraterno.

AMMAESTRAMENTI

1. Quanto insolito il voto che Giovanni fa per il suo diletto Gaio augurandogli di prosperare in ogni cosa e di goder buona salute, così come prospera l'anima sua! Spesso la vita spirituale è più rigogliosa quando le circostanze esterne sono difficili e la salute è cagionevole. Dio lascia talvolta una scheggia nella carne per preservar l'anima da funeste inclinazioni e perchè la sua forza si rivela in tutta la sua pienezza nell'infermità umana. La prosperità della vita spirituale è la cosa essenziale. Ma quanto spesso è l'ultima di cui un cristiano si preoccupa! Tanto che un pio commentatore ebbe a scrivere che, per molti, sarebbe una maledizione l'augurar loro che i loro affari e la lor salute prosperassero come prospera l'anima loro. Sarebbe un augurar loro perdite di beni, affari rovinosi, salute misera, travagliata da malattie ed infermità d'ogni sorta, che tale è la loro vita religiosa: anemica, insidiata da male passioni, non nutrita dalla verità, non vivificata dalla preghiera, non ricca di opere d'amore.

2. Molte sono le difficoltà, molte le fatiche, molti i dolori e le delusioni dei predicatori del Vangelo, degli educatori d'anime nella famiglia e nella scuola. Ma essi hanno pure delle grandi gioie, quando sentono che i loro "figliuoli" spirituali camminano nella verità appresa dai ministri, dai genitori o dai maestri. Meglio questo che il saperli coperti di gloria mondana o ricchi di beni perituri.

3. Chi possiede nel cuore la verità cristiana, non può non preoccuparsi di farla giungere a chi è ancora nelle tenebre. L'ordine di Cristo ai discepoli fu questo: «Andate per tutto il mondo e predicate l'evangelo ad ogni creatura» Marco 16:15. Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. È necessario perciò che ci siano dei missionari che lascino il loro paese, la loro famiglia, i loro comodi, per recarsi ad annunziar l'evangelo ai popoli lontani o vicini che sono privi della conoscenza di Cristo. Ma Dio concede a tutti i suoi figli di essere collaboratori nella grande opera. Lo possono essere coloro che aiutano i missionari come istitutori o istitutrici, come artigiani od agricoltori; lo sono quelli che aiutano i missionari nei loro viaggi, che provvedono al loro sostentamento coi loro doni, che l'incoraggiano colla loro simpatia, che li sostengono colle loro preghiere. Una chiesa cristiana non può non essere penetrata da uno spirito missionario e quelle che lo sono ricevono in benedizioni d'ogni sorta la ricompensa delle fatiche della loro carità.

4. Un uomo di talento, ricco di mezzi, può essere una gran benedizione in una congregazione quando si lascia guidare dallo Spirito di Cristo; ma può diventare una maledizione se è invaso da uno spirito ambizioso di dominazione. Può allora non solo trascurare il bene per conto proprio, ma impedire che altri lo compia. Quanto male, nel corso dei secoli, abbia fatto alla chiesa di Cristo lo spirito di dominazione, non è possibile il dirlo e neanche il conoscerlo appieno. La smania di primato, è diventata un giogo spaventevole per le coscienze, una fonte di divisioni, di scismi, di scandali enormi, una occasione di guerre tra il potere religioso usurpatore e quello civile. E intanto, come Diotrefe metteva in non cale l'autorità, dell'apostolo Giovanni, è stata svalutata; trascurata, calpestata l'autorità delle Sante Scritture e n'è stata financo proibita la lettura al popolo cristiano. E quante scomuniche e quante persecuzioni e torture e uccisioni ha cagionato la smania di primato e di dominazione! L'eternità rovescierà dei monti di sentenze pronunziate dall'intolleranza e dalla, prepotenza dei cattivi cristiani. Ai credenti sinceri non resta che ispirar la loro condotta alla norma dell'apostolo: «Diletto, non imitare il male, ma il bene. Chi fa il bene è da Dio; chi fa il male non ha veduto Iddio».


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