Atti 11

1 4. I PREGIUDIZI SI DIRADANO (Atti 11:1-18)

Gli apostoli ed i fratelli

ecc. La notizia del battesimo d'un pagano si spande in breve tempo per tutte le chiese della Palestina e vi suscita un senso di sorpresa poco favorevole all'apostolo Pietro.

2 Quelli della circoncisione

Questa espressione ha due significati. Uno, generale; e serve ad indicare i cristiani convertiti dal giudaismo; in questo senso, l'abbiamo trovata in Atti 10:45; l'altro significato è tutto speciale e serve ad indicare il partito sorto fra i giudeo-cristiani, il quale sosteneva che i Gentili dovevano venire a Cristo per la trafila del giudaismo; che, cioè, prima d'esser battezzati, doveano esser circoncisi. In questo senso in Tito 1:10, ed anche nel nostro passo, io credo. Al tempo di cui parliamo, in Gerusalemme, non c'era un cristiano solo che non fosse venuto dal giudaismo: erano tutti quanti "della circoncisione"; quando il testo, quindi, accennando ad un ambiente tutto giudeo-cristiano, dice: "Quei della circoncisione quistionavano con Pietro", accenna ad una corrente speciale; ad un partito; al partito a cui ho accennato, e che era in embrione, ai giorni del nostro testo, ma pur troppo forte ed agguerrito, quando Luca scriveva i "Fatti".

3 Incirconcisi

È un'espressione di sprezzo.

Tu sei entrato in casa...

Vedi la nota Atti 10:28. I rimproveri che quei della circoncisione fanno a Pietro, non si limitano al fatto del battesimo; anzi non lo nominano neppure il battesimo; fulminano il primo passo che Pietro ha fatto sulla via della libertà: - "Niente meno, che è entrato da un pagano e v'ha accettato da desinare!!..."

4 Cominciato da capo, dichiarò loro...

Il racconto dell'incontro di Pietro con Cornelio è Atti 11:5-16, quasi identico a quello che abbiamo già analizzato nel Capo 10. Le poche differenze che ci sono, non fanno altro che aggiungere espressione e vividezza al racconto medesimo. Ecco le differenze.

5 Venne fino a me

S'abbassava verso terra (si parla dell'oggetto simile ad un'immensa tela) dice in Atti 10:11; qui: venne fino a me.

6 Ed io riguardando fiso in esso

(nell'oggetto che calava dal cielo). Anche in questo ansioso ed intenso guardare la strana visione c'è un qualcosa di più pratico del racconto precedente.

10 Poi ogni cosa fu di nuovo ritratta in cielo

In Atti 10:16: Poi la vela fu ritratta in cielo. Qui: poi ogni cosa fu di nuovo ritratta in cielo. C'è più vita. Ti par di veder meglio il movimento rapido dell'oggetto veduto, che risale al cielo.

12 Questi sei fratelli

In Atti 10:23: Alcuni dei fratelli di quelli di Ioppe l'accompagnarono. Qui: questi sei fratelli. Il numero è precisato.

14 Il quale ti ragionerà delle cose

ecc. Le parole: ti ragionerà delle cose per le quali sarai salvato tu e tutta la casa tua, parole che mancano in Atti 10:4-6, sono un prezioso raggio di luce sul discorso dell'angelo.

15 Or com'io aveva incominciato a parlare

È un particolare di molta importanza perché mette in rilievo due fatti:

1) che il discorso di Pietro Atti 10:34-44 rimase incompleto; fu come ad un tratto interrotto dalla discesa dello Spirito; dal che risulta più evidente che mai, che

2) la manifestazione dello Spirito fu manifestazione miracolosa e del tutto indipendente dalla intenzione o dall'influenza dell'oratore.

16 Ed lo mi ricordai

La promessa di cui Pietro si ricordò, è la promessa di Atti 1:5.

17 Dunque, poichè Iddio ha loro dato...

La promessa ricordata Atti 11:16, parea riferirsi ai discepoli soltanto; e la Pentecoste parve recare il compimento totale della promessa stessa. Quand'ecco, la Pentecoste che si rinnova in casa di Cornelio, insegna a Pietro che la promessa avea degli orizzonti più larghi di quelli ch'ei s'era immaginato. E, se i Gentili ricevono lo Spirito Santo come i primi discepoli, che vuol egli dire? Vuol dire che anche i Gentili son dei discepoli. È quando Dio ha concesso a qualcuno il dono maggiore che è il battesimo dello Spirito qual uomo avrà il diritto, o piuttosto la temerità, d'opporsi a Dio e negare a quel qualcuno il dono minore del battesimo d'acqua? Tale, il senso del vers. 17. Osservisi bene quell'inciso: che abbiam creduto nel Signor Gesù, il quale dà risalto ad un punto dottrinale importante, che è questo: Lo Spirito Santo, prima di tutto, dice Pietro, è un dono; un dono di Dio; quando dunque Iddio lo concede, non paga un debito, ma compie un atto di grazia Romani 4:4; e Dio non lo concede agl'Israeliti, perché son circoncisi; non lo nega ai Gentili perché non son circoncisi; lo concede a chi crede nel Signor Gesù Cristo Galati 3:14; 4:6.

18 Si acquetarono e glorificarono Iddio

Si calmarono dunque, e resero grazie e gloria a Dio dei maravigliosi fatti compiuti. Questo "glorificare Iddio" fu certamente sincero e molto edificante; e, senza dubbio, cotesto bel giorno che Stefano avea preparato col proprio martirio, è il giorno del primo trionfo dell'universalismo cristiano. Peccato, che a quel trionfo non tutti "quelli della circoncisione" partecipassero con eguale entusiasmo! È un fatto che il seguito della storia porrà in evidenza Atti 15:1. Il particolarismo giudaico purtroppo non muore nel giorno del primo trionfo dell'universalismo cristiano. Lo storico imparziale che studia questo "quetarsi" e questo "glorificare Iddio" alla luce del seguito dei fatti, deve scegliere fra queste tre supposizioni:

1) O Luca per "quelli che si quetarono e glorificarono Iddio" non intende che agli apostoli propriamente detti, e suppone inteso che il popolo rimase ostile all'ammissione dei pagani (Reuss); supposizione che io scarto, perché intendo "quei della circoncisione" nel senso speciale del nascente partito, che ho definito al vers. 2:

2) O si deve intendere che la sanatoria fu data per il caso speciale della famiglia di Cornelio e che a Gerusalemme non s'aveva ancora idea di fare del procedere di Pietro una regola comune (Reuss); supposizione non del tutto infondata, e che lo stupore recato a Gerusalemme dalla conversione di pagani in massa Atti 11:22 parrebbe appoggiare, se quest'ultimo fatto si potesse con certezza dire avvenuto dopo la conversione di Cornelio. (Noti il lettore che il brano Atti 11:19-26, come ho già fatto osservare, si collega, per la cronologia, con Atti 8:4).

3) O si deve ammettere, come ammetto io, che l'entusiasmo non fu generale; e che di "quei della circoncisione", alcuni, forse, non pochi, rimasero nell'ombra, masticando male le conseguenze dei fatti compiuti e preparandosi a nuovi attacchi contro questa libertà cristiana, ch'essi lo sentivano bene, avrebbe dato il crollo finale al particolarismo giudaico.

Riflessioni

1. "Quistionavano con lui" dice Atti 11:2; il che vuol dire che i giudeo-cristiani, di cui il testo ha parlato, fecero a Pietro delle contestazioni, dei rimproveri; lo accusarono, insomma, d'aver agito male. Se Pietro avesse veramente avuto nella Chiesa quel primato che i cattolici romani gli hanno voluto dare; e s'egli fosse stato riconosciuto nella Chiesa veramente come il "vicario di Cristo" avrebbero riconosciuto subito come legittimo l'operato di lui; e Pietro, in caso di qualche ardita contestazione, avrebbe presto turata la bocca ai temerari allegando la propria indiscutibile autorità. È ben vero che il Martini dice: "Pietro avrebbe potuto far uso dell'autorità di Capo della Chiesa; ma volle piuttosto render ragione del suo operato e giustificare la sua condotta per calmare l'agitazione dei fedeli"; ma cotesto non è proceder da papa. I cattolici romani che tengono per buona la spiegazione della condotta di Pietro, debbono per lo meno rimpiangere che cotesta condotta non sia stata imitata dai successori di lui. Ma il fatto vero è che i primi cristiani non avevano idea di primato papale. La Chiesa cristiana dei Fatti non è retta da un governo assoluto che tiranneggia la coscienza ed uccide l'individuo; ella è retta da un governo eminentemente democratico, nel quale tutti hanno uguali diritti, perché hanno uguali doveri. Non è una chiesa di schiavi; è una chiesa di fratelli (Matteo 23:8); e nella Chiesa di Cristo non c'è un primato infallibile, dinnanzi al quale ogni anima ragionevole debba sempre restar tremando muta; ma c'è il ministerio d'amore degli apostoli, il ministerio calmo, gentile di Pietro, che non annichila i contraddicenti con la sferza d'un'autorità usurpata, ma li conquista con l'esposizione dei fatti eloquenti, con l'annunzio delle grandi dispensazioni di Dio e con la dolce violenza della cristiana persuasione.

2. "Ed io mi ricordai della parola del Signore" Atti 11:16. Com'è prezioso quel "mi ricordai", che pare un'eco di Giovanni 12:16. Non è dunque vero che la Pentecoste, ad un tratto, in modo assolutamente completo, rivelasse la Verità, tutta quanta la Verità, alla mente degli apostoli. L'ho già detto; ma poichè il nostro passo me ne porge il destro, si lasci ch'io lo ripeta ancora. L'azione rivelatrice dello Spirito fu progressiva per gli apostoli, non meno che l'è per noi. Pietro ce ne dà qui un esempio parlante. Egli riceve lo Spirito nella "camera alta" di Gerusalemme. Pronunzia, nel dì stesso della Pentecoste, un discorso, che gli effetti dimostrano divinamente ispirato; spiega un testo di Gioele; e lo spiega nel modo stupendo che sappiamo; ma quel testo, che nel passato non fu per lui che lettera quasi morta, la Pentecoste non gli rivela in modo completo; c'è una parte del testo di Gioele che la Pentecoste lascia ancora nel mistero; e non sarà che qualche anno più tardi; non sarà che in casa di Cornelio, che quel testo apparirà a Pietro in tutto quanto il suo divino fulgore.

3. In tutti i tempi, ma in modo tutto speciale nei tempi nostri, è necessario che "i dispensatori della svariata grazia di Dio" 1Pietro 4:19 si ricordino della parola di Pietro: "Chi sono io, da oppormi a Dio?" Atti 11:17. Siamo così zelanti per i nostri ordinamenti ecclesiastici, così gelosi delle nostre particolari "confessioni di fede", così inflessibili in quel che riguarda i nostri speciali punti dottrinali, così proclivi ad accentuare "l'accessorio" a danno del "necessario", che la parola dell'apostolo, ricordata a tempo, ci può salvare da gravi pericoli. - "Badate bene, ella dice, badate bene di non opporvi a Dio! Badate bene di non porre all'ammissione nella Chiesa di Cristo delle condizioni diverse da quelle che Cristo ha poste! Badateci bene, che non abbiate a rendervi colpevoli dell'avere angustiati, scandalezzati, o addirittura respinti dalla Chiesa, di quelli che pur come voi hanno ricevuto il dono del battesimo dello Spirito Santo!"

19 5. LA CHIESA OLTRE I LIMITI DELLA PALESTINA (Atti 11:19-30)

La quinta sezione ha due parti:

1. L'EVANGELO IN FENICIA, IN CIPRO, AD ANTIOCHIA (Atti 11:19-21);

2. LA CHIESA ANTIOCHENA (Atti 11:22-30).

1. L'Evangelo in Fenicia, a Cipro, ad Antiochia (Atti 11:19-21)

Per Stefano

La lezione più sicura è quella del Sinaitico, corroborata da altri codici, da versioni antiche e da vari Padri: ella dice επι Στεφανω ed equivale a: a cagione di Stefano, o: contro Stefano. Questo brano del libro va riannodato, per la cronologia, con Atti 8:4.

Fenicia

o Fenice, era il distretto lungo 120 miglia e largo 15 circa, al nord della Palestina sulla costa del Mediterraneo e sul pendio del Libano. Le città principali di cotesto distretto erano Tiro, Sidone, Berito (Beyrut), Biblo e Tripoli. Facea parte della provincia romana di Siria. I cristiani di cui parla il nostro passo fondarono in Fenicia delle chiese, di cui è fatto cenno in Atti 21:4; 27:3.

Cipro.

Isola. vasta e fertile, quasi di faccia ad Antiochia. Le sue città principali erano Cizio, Salamina e Pafo. Avea Venere per divinità tutelare ed il centro del culto di Venere era in Pafo. Era ricca di miniere di rame; cotesto metallo, anzi, prese il suo nome di Cuprum dall'isola. Le miniere e la sua vicinanza alla Siria furono senza dubbio ragioni per cui, al tempo del nostro racconto, trovavasi a Cipro un gran numero d'ebrei.

Antiochia.

Vedi Atti 6:5. La città d'Antiochia, nei tempi della narrazione, era la città più importante di tutta l'Asia romana. Era sede della prefettura della Siria e quindi uno dei tre grandi centri della civiltà greco-romana in Oriente. Era meno brillante di Alessandria, dal punto di vista letterario; era, dal punto di vista commerciale, meno ricca d'Alessandria e d'Efeso; ma le vinceva ambedue per importanza politica e militare. Ella si conservò in questa condizione sino al tempo delle conquiste degli arabi e diventò uno dei centri principali del cristianesimo; un centro d'onde emanò prima, la missione; poi, la teologia. Nel secolo apostolico fu la metropoli di tutte le chiese fondate in mezzo a popolazioni pagane e composte d'elementi pagani (Atti 13 e seg.).

20 Cirenei

Cirene era una città ed una provincia della Libia superiore, in Africa. Si trovava a 16 chilometri dal mare, quasi di faccia ai tre promontori del Peloponneso. Ne rimangono alcune ruine, che si chiamano oggi Cairoan e non vi sono che scarsi abitanti. Sotto i Tolomei, i giudei vi formavano il quarto della intera popolazione e vi godevano i medesimi diritti dei cirenei stessi. Simone, padre d'Alessandro e di Rufo che aiutò Gesù a portar la croce sulla via del Golgota, era di Cirene Matteo 27:32; Marco 15:21; Luca 23:26. Lucio di Atti 13:1 era anch'egli cireneo. Dopo la distruzione di Gerusalemme operata da Tito, i giudei di Cirene si sollevarono contro Catullo, governatore della provincia, ma furono schiacciati.

Parlavano ai Greci

Chi sono questi greci? Sentiamo il Martini. "Bisogna assolutamente dire che i Greci, dei quali qui si parla, non erano se non veri Giudei, chiamati Greci, perché non altra lingua parlavano se non la greca, la quale era la lingua comune di Antiochia, e la stessa Scrittura non leggevano se non nella greca versione dei LXX; imperocchè nel versetto precedente ha detto S. Luca che i discepoli dispersi (del numero dei quali erano questi Ciprioti e Cirenei) non predicavano Cristo se non ai soli Giudei. Il testo greco favorisce questa interpretazione, e quelli che vogliono che si intendano o veri gentili o proseliti gentili, non sono assistiti da alcuna buona ragione; perché quanto ai proseliti, per ordinario S. Luca fa distinguerli con dar loro il titolo di religiosi o di timorati; e i gentili sono chiaramente esclusi dalle parole del versetto precedente". Con le quali parole, il Martini si rivela esegeta superficiale e poco accurato. I Greci del testo, con buona pace di Monsignor Martini, sono dei veri e propri pagani. Ecco alcune ragioni esegetiche della mia asserzione.

1) Ai tempi del testo, in Antiochia e nelle contrade circostanti, sarebbe stato difficile, per non dire impossibile, il trovare dei giudei che parlassero l'ebraico. Quindi la lezione: alcuni ciprioti e cirenei, entrati in Antiochia, parlavano agli ellenisti, ai giudei, cioè, che parlavano il greco, è lezione assurda; dal momento, ripeto, che in Antiochia, tutti i giudei non parlavano altro che il greco.

2) Ma c'è di più. Il nostro testo ha una fisonomia tutta speciale; contiene un fatto di un'immensa importanza, che la interpretazione Martini non cura affatto; il fatto è nientemeno che la conversione dei pagani. Togliete come fa il Martini cotesto fatto dal nostro passo, e tutto il resto che segue non ha più ragion d'essere. La missione di Barnaba, infatti (Atti 11:22 e seg.), ha le sue origini nella sorpresa che a Gerusalemme desta la notizia d'una conversione di pagani in massa; conversione, che suscita un mondo di scrupoli e di dubbi.

3) E non basta. Io non capisco la difficoltà del Martini: "Bisogna assolutamente dire che i Greci dei quali qui si parla eran dei veri Giudei... perché nel versetto precedente S. Luca ha detto che i discepoli dispersi (del numero dei quali erano questi Ciprioti e Cirenei) non predicavano Cristo se non ai soli Giudei". Al Martini è sfuggita l'antitesi che è fra il Atti 11:19-20; quindi, la difficoltà. Ecco il testo fedelmente tradotto: "Coloro che erano stati dispersi per la persecuzione sopravvenuta a cagione di Stefano, andarono sino in Fenicia, in Cipro ed in Antiochia non annunziando la Parola che ai giudei soltanto; ma fra loro ce ne furono alcuni ciprioti e cirenei, che, entrati in Antiochia, parlarono anche ai greci, annunziando loro l'Evangelo di Gesù Cristo".

4) Lo stato critico del testo è il seguente. La lezione Ἑλληνιστας (Ellenisti, ossia giudei parlanti il greco) ha per sè B. E. G. H. quasi tutti i minuscoli e parecchi Padri. L'altra lezione Ἑλληνας ha per se A. D. il Sinaitico, Eusebio, Crisostomo, Teofilatto, Ecumenio ed i loro commentari, ed è la lezione accettata dal Grozio, dal Bengel, dal Griesbach, dal Lachmann, dal Tischendorf, dall'Alford, dal De Wette, dal Meyer, e dai migliori traduttori e commentatori moderni. Se allo stato critico del testo si aggiungano le evidenze interne del testo stesso che ho accennate, non ci può esser dubbio sulla lezione da scegliere.

21 Riflessioni

1. La persecuzione avvenuta a cagione di Stefano, avea condotto alla dispersione dei credenti: Era l'opera dell'uomo. I credenti, portati dalla bufera, della persecuzione sino in Fenicia, in Cipro, in Antiochia, recano dappertutto il buon seme della Parola e chiamano le anime al ravvedimento ed alla fede: - Era l'opera di Dio. - E chi son dessi questi esuli che il mondo volea schiacciare, e che Dio sulle ali stesse dei venti impetuosi della persecuzione manda araldi della vita eterna? Cristo soltanto conosce il loro nome. E, fra quegli esuli, chi è quel pugno di eroi che per una divina intuizione dell'avvenire del Regno di Dio si slancia all'avanguardia, e in Antiochia, messo in bando ogni avito pregiudizio, annunzia Gesù Cristo ai pagani? Sono dei generosi ciprioti; sono dei generosi cirenei; non sono degli apostoli, nel senso ristretto e speciale della parola; non sono dei diaconi; sono dei semplici fratelli della chiesa gerosolimitana; dei fratelli che hanno capito il sacerdozio universale dei credenti 1Pietro 2:5,9 e che sanno che, nella Chiesa, l'evangelizzar Cristo non è privilegio di pochi, ma è dovere di tutti. Ponga ben mente a questo fatto il lettore. Il progresso dell'Evangelo, all'alba del Cristianesimo, si dovette più all'attività dei membri della Chiesa, che non all'apostolato propriamente detto. E quali progressi farebbe anche oggi l'Evangelo se i membri delle nostre chiese somigliassero più ai ciprioti ed ai cirenei del testo? E se invece di avvolgersi nel manto di una indolenza spirituale che sgomenta, e se invece di dire: - "Tocca ai pastori..." i membri delle nostre chiese dicessero: - "A me, prima di tutto, tocca; Cristo io annunzierò dovunque con tutta l'energia del mio cuore e della mia fede. È il mio dovere; è il mio diritto; è il privilegio, che niuno mi strapperà!" quali sarebbero, per numero e per vitalità, le nostre chiese evangeliche d'Italia?

2. Com'è pura l'atmosfera nella quale c'introduce lo scrittore dei Fatti! I tempi che studiamo sono i tempi della "vita" perché sono i tempi di "Cristo". "Si evangelizza il Signor Gesù" Atti 11:20; "la mano del Signore" è coi missionari Atti 11:21 - la gente si converte, e "si converte al Signore" Atti 11:21; chi va ad ispezionare la missione, non può fare a meno di vedervi i segni "della grazia ciel Signore" Atti 11:23; l'esortazione del tempo si riassume tutta nel dire: "attenetevi al Signore!" Atti 11:23 e le moltitudini, sospinte dalle incalzanti onde dello Spirito, "si aggiungono al Signore" Atti 11:24. Ecco il cristianesimo bello e genuino che ha per centro Cristo, e Cristo soltanto! Il cristianesimo vero non è cosa di forme o di astrazioni; è una vivente e personale relazione dell'individuo col Cristo che vive ed è persona.

22 2: La chiesa antiochena (Atti 11:22-30)

Mandarono Barnaba

Barnaba era di Cipro e probabilmente conosceva, bene Antiochia; come uomo e come cristiano avea delle qualità eminenti Atti 11:24 ed era quindi l'individuo indicato per la missione gelosa della chiesa di Gerusalemme Atti 4:36; 9:27.

24 Egli era un uomo da bene

ecc. Questa descrizione del carattere di Barnaba ci dice che l'attitudine d'un uomo come Barnaba di fronte al nuovo movimento evangelico d'espansione ch'egli era stato mandato a studiare, avrebbe dovuto persuadere e quetare i giudaizzanti, i quali in cotesto movimento non sapeano veder altro che una deviazione dal buon sentiero ed un deplorevole errore.

26 Si raunarono nella chiesa

È meglio usare un altro modo e dire: Passarono insieme un anno intero in cotesta chiesa; rimasero ambedue assieme in cotesta chiesa. o qualcosa di simile. Bisogna eliminare l'idea che il Diodati potrebbe generare, che si tratti di chiesa in senso di locale, di luogo ove i cristiani si radunavano. Chiesa in tutto il Nuovo T. non ha mai cotesto significato. La Chiesa, per il Nuovo T., non è il contenente; è il contenuto; non è l'edificio; sono le persone; non è una più o meno artistica, architettonica disposizione di pietre morte, ma è il divino organismo di quelle pietre vive che costituiscono un tempio spirituale, che si va completando a traverso ai secoli; ed in cui il sacerdozio universale dei credenti offre a Dio, per le mani dell'unico Sommo, vivente Sacerdote Ebrei 7:25, dei continui sacrifici spirituali 1Pietro 2:5; Ebrei 13:15-16.

Cristiani

Questo nome non nacque nella Chiesa. Finora abbiamo visto che i seguaci di Gesù si chiamavano "i discepoli" (Atti 6:2 e nel nostro passo); "i fratelli" Atti 11:1; "i credenti" Atti 2:44; 4:32; "i santi" Atti 9:32, 41; "i salvati" Atti 2:47; e nel Nuovo T. il nome di cristiani non appare che due altre volte: in Atti 26:28, in senso ironico, sulle labbra d'Agrippa; ed in 1Pietro 4:16, dal qual passo si può forse inferire, ch'era nome dato a mo' di rimprovero e d'insulto. Cotesto nome non è neppure d'origine giudaica. I giudei non lo avrebbero mai dato ai discepoli di Gesù; perché, fino ad un certo punto, era nome che avrebbero potuto dare a loro stessi. Cristo è la traduzione greca dell'ebraico Messia; i cristiani, quindi, sarebbero stati i seguaci del Messia. Come mai avrebbero essi inventato cotesto nome per darlo ai discepoli di colui che aveano crocifisso? essi, che tanto teneano alle loro speranze messianiche? Difatti, quando voleano nominare i discepoli di Gesù, non diceano, i cristiani; ma diceano: i Galilei Atti 2:7, o: i Nazareni Atti 24:5. L'origine dunque del nome non può essere che pagana. Dalla forma lo si direbbe d'origine latina; analogo a Pompeiani, Sullani e simili. Ma d'origine latina o greca, è certo ch'ei fu inventato dagli abitanti pagani d'Antiochia; e, forse, con intenzione di scherno, se si vuole accentuare il fatto dell'imperatore Giuliano, il quale dice (Nisopog., pag. 344) che gli antiocheni erano satirici, mordaci, e famosi per inventar dei nomignoli e dar la baia a chi prendevano di mira.

Le ricerche del Martini, a proposito delle origini di questo nome, sono svelte e sbrigative. "Abbiamo veduto, dic'egli, che per l'addietro coloro che abbracciavano il Vangelo erano chiamati discepoli, credenti, fratelli; adesso vien dato loro un nuovo nome, secondo la predizione di Isaia 65:15; e non è da dubitarsi che questo nome fosse preso per movimento dello Spirito Santo con pubblico consiglio della Chiesa di Antiochia, diretta allora dai due apostoli, Paolo e Barnaba!"

27 Certi profeti

Nella Chiesa primitiva si fa spesso menzione di profeti. Profeta nel Nuovo come nell'Antico T., non e esclusivamente uno che predice l'avvenire; ma è colui che sotto l'azione dello Spirito Santo parla nelle assemblee per l'edificazione altrui. È uomo, che Dio suscita ed ispira per confortare, riprendere, esortare ed a cui Dio talora dà, come dette ad Agabo, d'intuire o preannunziare avvenimenti futuri Atti 13:1; 15:32; 21:9-10; Luca 11:49; Efesini 2:20; 3:5; 4:11; 1Corinzi 12:9,28; 13:2,8; 14:3,5,24.

Agabo

Egli è mentovato ancora in Atti 21:10; ma non se ne sa altro.

28 In tutto il mondo

letteralmente: in tutta la terra abitata. Questa espressione, per i giudei, significava tutta la Palestina; per i romani, tutto l'impero. Qui vale, senza dubbio: l'impero romano, come in Luca 2:1.

Sotto Claudio Cesare.

Il regno di Caligola durò dal 37 al 41 dell'era cristiana; quello di Claudio, dal 41 al 54. Il regno di Claudio fu afflitto da frequenti carestie (Svetonio, Claud. 28; Tacito, Annali 12:43). Giuseppe Flavio (Ant. 20:5) parla d'una carestia che colpì specialmente la Giudea e la Siria, essendo procuratore Cuspio Fado (A. D. 45). La popolazione di Gerusalemme, ridotta allo stremo, fu soccorsa dalla bontà di Elena, regina di Adiabene, proselita giudaica, che le mandò largamente del grano, dei fichi ed altre vettovaglie. Quel Cesare è una interpolazione; manca nei codici migliori e quindi va tolto.

29 Ciascuno secondo le sue facoltà.

Ciascuno secondo i propri mezzi. La carestia dà ai cristiani della Siria una occasione di mostrare la loro generosa simpatia ai fratelli della Giudea.

Ciascuno secondo i propri mezzi. Quel ciascuno è bello, edificante e santo.

30 Agli anziani

È la prima volta che Luca ci parla d'anziani; e il campo è aperto alle congetture.

1) Siccome la parola greca tradotta qui per anziani è presbiteri, e presbitero vuol dire vecchio, anziano d'età, qualcuno (come il Barnes, per esempio) inclina a credere che Luca non accenni ad alcun ufficio ecclesiastico; ma che voglia semplicemente dire, che le offerte dei cristiani della Siria furono mandate ai più anziani tra i fratelli gerosolimitani, perché pensassero loro alla distribuzione.

2) Altri, invece, pensano che l'autore, parlando d'anziani, non faccia altro che usare un termine d'origine più recente; ma che, in realtà, dicendo anziani, intenda i diaconi di cui abbiamo parlato a Atti 6.

3) La spiegazione del Martini è questa. Egli chiama gli anziani, seniori, e dice: "Questi seniori, secondo la significazione della parola greca, sono quelli che noi chiamiamo sacerdoti, ossia preti, dei quali si fa ora per la prima volta menzione. È che fino da quel tempo vi fossero dei sacerdoti ordinati dagli Apostoli pel servizio della Chiesa" al Martini pare evidente; e, niente meno, che dalle lettere di San Paolo! "Le limosine dunque della Chiesa di Antiochia, portate a Gerusalemme per le mani di Saulo e di Barnaba, furono rimesse ai sacerdoti della Chiesa di Gerusalemme, i quali fin d'allora aveano parte al governo della Chiesa sotto gli Apostoli ed i rispettivi vescovi". Al che si risponde, facilmente:

a) Il Nuovo T. non ha idea di cotesti sacerdoti, che sono l'esotico trapiantamento del sacerdozio giudaico nel suolo cristiano. Il sacerdote giudaico è un sacrificatore ed un mediatore; ma il Nuovo T., che, non conosce altri sacrificatori Ebrei 7:27 né altri mediatori 1Timoteo 2:5 fuori di Cristo, proclama la caduta del sacerdozio antico ed annunzia il sacerdozio universale dei credenti 1Pietro 2:5,9; Apocalisse 1:6; quel sacerdozio che dice: "L'accesso a Dio non è più il diritto esclusivo d'una casta, ma è il privilegio di tutti!" Efesini 2:11-22.

b) Quando poi il Martini dice che i seniori aveano parte al governo della Chiesa sotto i vescovi trasporta di sana pianta le cose di oggi nel secolo apostolico; ma non dà un'idea esatta delle cose d'allora. Allora, seniore e vescovo non erano due persone diverse; ma una identica persona; non eran cioè due nomi dati a due diversi individui; ma erano due nomi che si davano ad una stessa persona. Quando si usava il primo, presbitero, letteralmente: superiore per età, anziano, o seniore si accennava all'età, e quindi alla prudenza della età matura. Quando si usava il secondo (vescovo, che vuol dire sorvegliante, ispettore, soprastante), si accennava all'ufficio (Vedi Atti 20:17 confrontato con Atti 20:28; Tito 1:5-7; 1Pietro 5:1-2 nel greco).

4) Io m'immagino benissimo col Lechler come debbono essere andate le cose. La istituzione dell'anzianato dev'essere stata stabilita, presso a poco, come lo fu quella del diaconato Atti 6:1-6. Le congregazioni che si formavano oltre i limiti della città di Gerusalemme, debbono aver sentito fin da principio la necessità di ordinarsi come società distinte e viventi di vita propria; ed anche nella metropoli stessa, i cristiani debbono aver sentito di buon'ora il bisogno di qualcuno che, ponendosi alla direzione della cosa pubblica nella comunità, permettesse agli apostoli di darsi interamente all'ufficio loro speciale. Quindi, gli anziani. Qualcuno potrebbe però domandare: "Ma come si spiega che Luca non dice verbo delle origini di questa istituzione così importante, mentre quelle dell'apostolato e del diaconato son date con tanta cura dalla storia evangelica?" Anche questo io mi spiego. L'ufficio di presbitero o anziano era il solo che fosse permanente ed essenziale nella sinagoga giudaica. Cotest'ufficio passò tale e quale dalla sinagoga nelle chiese che uscivano dal giudaismo; vi passò come cosa naturale; senza istituzione formale; e si capisce, quindi, come la storia non faccia alcun cenno di cotesta istituzione. Il cenno storico verrà più tardi Atti 14:23 quando si tratterà di chiese uscite dal paganesimo, che non hanno tradizioni giudaiche, e dove l'ufficio d'anziano sarà stabilito con un atto d'ordinazione speciale.

Riflessioni

1. Atti 11:24 ci dà le caratteristiche speciali che deve aver colui che lavora nell'opera Dio. È dev'essere:

1) un uomo, dabbene, onesto, irreprensibile; ma non basta;

2) pieno di fede; radicato in Cristo per la fede; e non basta ancora;

3) pieno di Spirito Santo. Felice la chiesa che ha dei pastori come Barnaba, santi nella vita, forti nella fede e ricchi di doni dello Spirito!

2. In Antiochia, i discepoli furono, per la prima volta, chiamati cristiani Atti 11:26. Dinnanzi a quel nome, d'origine pagana, ma santificato da Dio, doveano cadere in disuso i nomi di scherno e d'obbrobrio, che i nemici gettavano come tanti pugni di fango in faccia ai discepoli di Gesù; e quelli che prima della loro conversione si erano quelli che loro conversione chiamati Giudei e Gentili, dopo doveano perdere i loro nomi nel nuovo nome di "cristiani"; il quale, se fosse stato bene inteso e ben portato sin da principio, sarebbe stato sufficiente ad impedire la risurrezione delle antiche distinzioni e il diffondersi dei germi della contenzione. È notevole che questo nome, alla cui creazione non fu estranea la Provvidenza, non viene da Gesù, il Salvatore, ma da Cristo, l'Unto. È notevole, dico, e non è senza ragione, che i discepoli del Salvatore si chiamarono Cristiani e non Gesuiti. Noi tutti che ci chiamiamo cristiani, siamo per cotesto nome associati al Maestro non nell'opera della salvazione; non siamo dei salvatori con lui o come lui; ma, gli siamo associati nella unzione ch'Egli ricevette Atti 4:27; 10:38 e che noi riceviamo da lui; quindi, Giovanni può dire: "Quant'è a voi, voi avete l'unzione dal Santo e conoscete ogni cosa" 1Giovanni 2:20,27. Il che vuol dire: "Quant'è a voi, avete ricevuto da Gesù, dal Santo per eccellenza quella unzione, o (per uscire dalla immagine) quello Spirito che vi santifica; che, cioè, vi separa dal male e vi consacra a Dio, e vi dà la conoscenza esatta nitida e limpida di "ogni cosa" che si riferisce alla salvazione". Cristiano, quindi non è soltanto colui che fa atto d'adesione alla religione di Cristo; che accetta le, dottrine e crede alle promesse di Cristo; ma è colui, che, oltre a tutto ciò, apre il cuore alle sante brezze pentecostali e riceve da Dio quella "unzione di Spirito Santo e di potenza" Atti 10:38, per la quale ei può diventare un vero "imitatore di Cristo", nel pensiero, negli affetti, nelle opere e nelle parole.

3. Lo slancio di carità della chiesa antiochena a pro della sorella gerosolimitana, è un fiore bello ed olezzante nel giardino apostolico. Ei rivela l'intima unione d'amore che esisteva fra le varie congregazioni, fondato sullo stesso Redentore. La chiesa gerosolimitana avea mandato Barnaba ai convertiti di Siria; ed i convertiti di Siria, dopo che a Dio, doveano a Barnaba e per Barnaba alla chiesa della metropoli l'accrescimento della loro fede, il progresso della loro vita cristiana ed il potente aiuto dato loro da Saulo Atti 11:25-26. La chiesa antiochena ha ricevuto dei benefici spirituali dalla sorella di Gerusalemme. Ella le ricambia amore con amore; e quando la chiesa gerosolimitana e colpita dalla fame, i cristiani d'Antiochia fanno a gara per venirle in soccorso. Non uno si ritrae dal debito di gratitudine e d'affetto che lo lega alla chiesa sorella Atti 11:29. Cristo, si sente, vive nel cuor della Chiesa; e l'amore di Cristo è l'atmosfera, che la Chiesa primitiva respira a pieni polmoni.

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