Atti 13

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TERZA PARTE

I "FATTI" INFINO ALLA ESTREMITÀ DELLA TERRA (Atti 13:1-21:14)

La terza parte del libro, che può essere intitolata: "I "fatti" infino alle estremità della terra", e che va da Atti 13:1-21:14, comprende cinque sezioni:

1. IL PRIMO VIAGGIO MISSIONARIO DI PAOLO (Atti 13-14);

2. LA CONFERENZA DI GERUSALEMME. I GENTILI POSSONO ESSI DIVENTAR CRISTIANI SENZA PASSARE PER LA TRAFILA DEI RITI MOSAICI? (Atti 15:1-35);

3. IL SECONDO VIA G GIO MISSIONARIO DI PAOLO (Atti 15:36-18:23);

4. APOLLO (Atti 18:24-28);

5. IL TERZO VIAGGIO MISSIONARIO DI PAOLO (Atti 18:23; 19:1-21:14).

1. PRIMO VIAGGIO MISSIONARIO DI PAOLO (Atti 13-14)

La prima sezione ha cinque parti:

1. IN CIPRO. IL PROCONSOLO SERGIO PAOLO (Atti 13:1-13);

2. IN ANTIOCHIA DI PISIDIA (Atti 13:14-52), ossia:

a) IL PRIMO DISCORSO CHE CI È RICORDATO DI PAOLO (Atti 13:14-41);

b) LA PREDICAZIONE DI PAOLO E BARNABA (Atti 13:42-43);

c) GLI APOSTOLI SI VOLGONO AI GENTILI (Atti 13:44-52);

3. LA PERSECUZIONE IN ICONIO (Atti 14:1-5);

4. IN LICAONIA. LO STORPIO DI LISTRA SANATO. PAOLO LAPIDATO (Atti 14:6-20);

5. PAOLO TORNA IN ANTIOCHIA DI SIRIA (Atti 14:21-28).

1. In Cipro. Il Proconsolo Sergio Paolo (Atti 13:1-13)

Antiochia

Vedi Atti 6:5;11:19, 20:26. Qui comincia la storia vera e propria delle missioni; delle missioni, s'intende, fatte sistematicamente e con ispeciale ordinamento. O, se si vuol essere più esatti, cotesta storia incomincia con Atti 12:24. Il centro di questo nuovo movimento missionario non è Gerusalemme, ma è Antiochia; e gli eroi di questo movimento saranno Barnaba e Saulo; i primi veri missionari, nel senso proprio della parola; i pionieri dell'Evangelo in un mondo tutto nuovo, il cui suolo si mostrerà più fecondo di quello che i profeti dell'antichità aveano lavorato ai tempi loro.

Profeti e dottore.

I profeti erano quelli che, avendo ricevuto un messaggio direttamente da Dio, parlavano in istato di straordinario commovimento d'animo, sotto l'impero di una subita ispirazione. dello Spirito Santo Atti 2:17; 1Corinzi 12:28; 14:6. I dottori parlavano in modo più calmo, più regolare, più sistematico, più metodico, insegnando le cose che traevano dal tesoro delle conoscenze che aveano acquistate 1Corinzi 12:8; 14:6; 1Timoteo 2:2.

Barnaba.

Vedi Atti 4:36.

Simeone chiamato Niger.

Niger, in latino, vuol dire negro, moro; era un nome proprio molto comune a Roma. Non se ne hanno notizie.

Lucio Cireneo;

cioè, Lucio di Cirene. Cirene era in Africa. La leggenda identifica Simone, col cireneo che portò la croce di Gesù; e Lucio, con San Luca; ma è leggenda e nulla più. Per quel che riguarda Lucio, poi, è un errore; perché Lucio, è Lucio; Luca, invece, è un'abbreviazione di Lucano. Lucio e Luca sono quindi due persone assolutamente diverse.

Manaen figliuol della nutrice di Erode...

meglio: che fu allevato con Erode; con le quali parole: che fu allevato, i più traducono. Il termine greco può aver due significati: può voler dire: compagno, camerata e simili; e può voler dire (come intese S. Girolamo nella Vulgata) collactaneus, fratello di latte; nel qual senso, la madre di Manaen sarebbe stata la balia d'Erode. L'Erode di cui si parla qui, è l'Erode Antipa che fece uccidere Giovanni Battista. Manaen e la forma ellenistica del greco Menahem 2Re 15:14. Si narra che quando Erode il Grande era giovane, un profeta esseno di nome Menahem o Manaen gli preannunziasse un avvenire glorioso (Gius. Flavio Antichità, 15:10, § 5). Quando la profezia si avverò, Erode volle onorare il profeta. L'identità dei nomi rende probabile che il nostro Manaen fosse figlio o nipote del profeta esseno; e che Erode, come segno de suo favore, lo facesse allevare con Antipa. Tanto Antipa quanto Archelao, suo fratello, furono educati a Roma; e Manaen può quindi averli accompagnati quivi. Come Manaen venisse alla fede, non si sa.

2 Il pubblico servigio.

La parola greca ( λειτουργειν leitourghein) esprime nel greco classico ogni servigio reso allo Stato o alla cosa pubblica; il disimpegno dei doveri e degli uffici civili. Nei Settanta è usata a significare il ministerio dei sacerdoti e dei leviti nel Tempio (vedi traduz. greca dei Settanta, di Esodo 28:41; Numeri 4:37; Esodo 40:13). Nel Nuovo T., allo stesso modo, è usata a significare il culto del Tempio Luca 1:23; Ebrei 8:6; 9:21. Nella Chiesa cristiana, passò a significare, come nel nostro passo, il culto del Nuovo Patto che ha per centro la Santa Cena, ossia la commemorazione della morte del Salvatore Atti 2:42. Nel linguaggio ecclesiastico posteriore, poi, la si usò, come la si usa oggi, ad indicare l'ordine del culto o il modo di celebrare il culto nella Chiesa cristiana. Nel nostro passo si tratta di una ordinaria riunione di edificazione, sul tipo di quelle descritte in Atti 2:42; una riunione in cui si pregava, si cantava, si predicava, si commemorava la morte di Cristo; e la traduzione vera, la sola razionalmente possibile del leitourghein del testo, è questa: mentre celebravano il culto del Signore.

Lo Spirito Santo disse

per la bocca d'uno dei profeti (vers. 1); forse, di Barnaba stesso. I profeti, come ho detto al vers. 1, erano, in modo tutto speciale, il mezzo pel quale lo Spirito rivelava la sua volontà, i suoi desideri ed i suoi pensieri alla Chiesa Atti 20:23; 1Timoteo 1:18.

Appartatemi...

La vocazione a questo, apostolato fra i Gentili era stata predetta da Gesù Atti 26:16-18. Adesso, è sonata l'ora del compimento della solenne parola; e nella chiesa d'Antiochia la missione, per impulso dello Spirito, si ordina e si costituisce.

3 dopo aver digiunato e fatte orazioni.

È un servizio solenne di dedicazione e di consecrazione (Confr. con Luca 6:12-13).

imposero loro le mani.

È l'atto simbolico che accompagna la preghiera, per la quale s'implora da Dio la benedizione sui missionari. Questo "imporre le mani" è come se si volesse concentrare tutta quanta l'energia dell'anima e la potenza della preghiera sulla persona che si vuol "metter da parte" per l'opera speciale a cui Dio la chiama. Se esaminiamo bene Atti 6:6, il nostro passo, Atti 14:23; 1Timoteo 5:22, possiamo farci un'idea abbastanza esatta di quello che dovessero essere questi "culti di consecrazione" nella Chiesa apostolica.

4 Seleucia

era il porto d'Antiochia; a quattro miglia dalla foce dell'Oronte, ed a sedici miglia da Antiochia. Era stata costruita da Seleuco Nicatore, di cui portava il nome.

In Cipro.

Vedi Atti 11:19. L'isola di Cipro fu scelta come primo campo di lavoro, perché Barnaba ci avea delle relazioni Atti 4:36.

5 Salamina.

Era una delle città principali sulla costa orientale dell'isola. Era il porto più vicino a Seleucia, nella baia che si chiama ora di Famagosta. I giudei vi erano numerosi; e, come Damasco Atti 9:20, avea parecchie sinagoghe; mentre Tessalonica e Corinto, probabilmente città più popolose, non ne aveano che una Atti 17:1; 18:4. I missionari cominciano col predicare nelle sinagoghe, per più ragioni:

1) Era il modo più facile di predicare, perché nelle sinagoghe il pulpito era offerto a tutti;

2) i giudei erano già preparati a sentir parlare del Messia;

3) la salvazione messianica era stata primitivamente una promessa nazionale, e bisognava quindi cominciare dai giudei, per una ragione dogmatica;

4) era nelle sinagoghe che si trovavano facilmente quelli d'infra i pagani che accoglievano con simpatia e premura, quella predicazione evangelica, che offriva loro una fede religiosa indipendente dai riti giudaici.

Ministro.

Aiuto, assistente.

6 Pafo

era la capitale dell'isola. Si trovava all'estremità occidentale dell'isola stessa. Era nota pel suo culto a Venere e passava per uno dei luoghi più corrotti dell'impero.

Mago

Vedi Atti 8:9.

Falso profeta giudeo.

Molti di questi maghi e di queste maghe, erano dei giudei e delle giudee, che si eran lasciati pervertire Atti 19:13.

Bar Gesù

è nome patronimico; accenna alla discendenza, e vuol dire: figliuol di Giosuè.

7 Col proconsolo

Il proconsolo era il governatore di una provincia che era divenuta così romana nello spirito e nei costumi, da non aver più bisogno della presenza dell'esercito per mantenervi l'autorità dell'imperatore. Augusto avea divise le provincie romane in due classi. Quelle che aveano bisogno della presenza dell'esercito, perché altrimenti non avrebbero rispettata l'autorità imperiale; esse stavano sotto la dipendenza diretta dell'imperatore, ed erano governate da propretori o legati, comandanti delle legioni; e quelle che non aveano bisogno di cotesta presenza dell'esercito, e dipendeano dal Senato, ed erano governate da magistrati civili, che si chiamavano proconsoli.

Uomo prudente.

Uomo, cioè, di senno, di buon senso, malgrado questa debolezza che avea per i maghi. Egli dimostra il suo buon senso quando dà retta agli apostoli.

8 Elima

È un titolo arabo, che vuol dire, sapiente, dottore; è la stessa parola, che anche, oggi, al plurale (Ulémâ), designa i teologi musulmani.

9 E Saulo, il quale fu nominato Paolo

È la prima volta che appare il nome storico dell'apostolo e questo cambiamento di nome ha dato luogo a varie congetture, di cui ecco le più notevoli:

1) Il commentatore Heinrichs dice che la circostanza del cambiamento accennato nel testo, è meramente accidentale. Ei suppone che Luca, menzionando Sergio Paolo, si ricordò lì per lì che anche Saulo avea quest'altro nome di Paolo. Ma è opinione da scartarsi. La menzione del cambiamento di nome, nel testo, non è accidentale; è intenzionale; e fa sentire che di cotesto cambiamento c'è una ragione.

2) Altri dicono che il nuovo nome fu dato all'apostolo dai romani, perché il pronunziar Paolo era loro più facile del pronunziar Saulo. Anche questa è opinione da scartare, perché troppo superficiale. A meno di avere un difetto fisico, a me non pare che dir Paolo sia più facile del dir Saulo.

3) Anche le idee espresse giocando di fantasia sulla etimologia delle parole Saulo (che vuol dire in ebraico desiderato) e Paolo (che in latino vuol dire piccino) vanno messe da parte come cervellotiche.

4) San Girolamo, a cui fanno eco il Valla, il Bengel, l'Olshausen, il Meyer, il Baumgarten e l'Ewald, dice che come Scipione, sottomessa l'Africa, prese il nome di Africano, così Saulo prese il nome di Paolo dal suo primo trofeo, che fu il proconsolo Sergio Paolo. Ma se fosse così, è egli possibile che lo storico non ne avesse detto neppure una parola? E poi, notisi, Luca non connette il fatto del cangiamento di nome con quello della conversione del proconsolo; anzi, ei parla del fatto del cambiamento di nome, prima che sia avvenuta la conversione del proconsolo. E poi: Paolo era egli uomo da annettere una importanza straordinaria alla conversione d'un individuo perché quest'individuo era in posizione sociale elevata? 1Corinzi 1:28 Era egli uomo da adottare il nome di cotesto individuo e da seguir così l'esempio degli schiavi che, quando erano liberati, prendeano il nome dei loro liberatori? Io non credo. E poi, aggiungiamo col Barde: "Siamo noi veramente certi che questo fosse proprio il primo convertito dell'apostolo? E dato che lo fosse, il nostro missionario avrebb'egli consentito a darsi o a lasciarsi dare il nome pagano d'un magistrato di così alta condizione sociale? L'umiltá sua gliel'avrebbe ella permesso?..."

5) Rimane una quinta congettura, che mi pare la più verosimile di tutte. Saulo era cittadino romano Atti 22:27-28, e lo era di nascita; e nulla è più probabile, che, fin dalla nascita, avesse cotesto nome di Paolo. Pensiamo a Giovanni Marco, a Simeon Niger, a Giuseppe Giusto e ad altri, che aveano due nomi; uno ebraico ed uno latino. Durante il periodo della sua vita farisaica e durante i primi anni che seguirono la sua conversione, ei seguita a chiamarsi Saulo; ora che comincia a lavorare fra i pagani come apostolo dei Gentili, ei dà la preferenza all'altro nome, che è nome ellenistico, o anche latino, malgrado un accenno ad origine giudaica (= fatto) e si chiama Paolo.

10 O pieno d'ogni frode...

Le invettive dell'apostolo formano un intenzionale contrasto coi titoli dei quali il mago s'adorna: "Tu ti fai chiamare Elima, il savio, il dotto e sei 'pieno d'ogni frode e d'ogni malizia!' Ti fai chiamare - Bargesu, figliuolo di Giosuè, figliuolo, cioè, dell'Eterno che salva, e sei figliuolo del diavolo!" Ti fai chiamare profeta Atti 13:6, e sei "nemico d'ogni giustizia e perverti le vie del Signore, che sono diritte!"

11 La mano del Signore...

È un antropomorfismo; è un modo tutto ebraico Esodo 9:3; Giudici 2:15; 1Re 18:46; Ezechiele 1:3; 8:1, inteso ad indicare l'intervento diretto del Signore, per punire o per far del bene. Il miracolo che Paolo opera in questa occasione, ricorda, per il fondo, quello di Pietro in Atti 5:5,10; per la forma, quello di cui l'apostolo stesso era stato l'oggetto sulla via di Damasco. Origene e S. Giovanni Crisostomo affermano che il mago poi si convertì e diventò cristiano. - Voglia Iddio che la sia andata veramente così!

12 Della dottrina del Signore.

Dell'insegnamento, s'intende, che ha per oggetto il Signor Gesù; le sue parole, i suoi miracoli, tutta quanta l'opera. sua.

13 Perga di Panfila

La Panfilia era una provincia dell'Asia Minore, che aveva la Cilicia all'est: la Pisidia al nord; la Licia all'ovest e il Mediterraneo al sud. Perga era allora la capitale della Pamfilia; non era sul mare, ma sul fiume Cesto ed a circa sette miglia dal punto in cui il Cesto metteva nel mare. Sopra una montagna vicina a Perga era un celebrato tempio di Diana.

Giovanni ritornò in Gerusalemme.

Quale fu il motivo di cotesta diserzione? Lo spaventarono le difficoltà dell'opera? O fu l'affetto per la madre lontana che lo vinse Atti 12:12? È inutile fantasticare; il motivo di cotesta diserzione non si sa; si sa però che Paolo non reputava cotesto motivo legittimo, e che non concedeva neppure, come faceva Barnaba, a Marco il beneficio delle circostanze attenuanti Atti 15:37-38. Ma di questo, a suo luogo.

Riflessioni

1. A proposito dei "profeti e de' dottori" di Atti 13:1, il Martini nota: "Quanto ai profeti, abbiamo veduto che questo dono era assai comune nella Chiesa di Dio. Quanto poi ai dottori sono diversi tra loro i sentimenti degli interpreti. Pare a me verosimile che questi fossero quei sacerdoti, dei quali parla S. Paolo, 1Timoteo 5:17 (San Paolo non parla di sacerdoti; ei non ne vuol sapere di sacerdoti; ei parla di presbiteri; di anziani!), i quali essendo preposti alle diverse adunanze dei fedeli, le quali dovevano essere non poche nelle grandi città, si affaticavano nell'istruire il popolo, nell'interpretargli le Scritture e nel dirigerlo nelle vie del Signore; sacerdoti (!) insomma che facevano allora quello che è l'uffizio dei nostri parrochi". Fra il parroco moderno e il didaskalos, ossia il dottore della Chiesa primitiva, ci corre quanto dal giorno alla notte. Per tacere di altre radicali differenze, eccone una che, mi pare abbastanza eloquente. Il didaskalos della Chiesa primitiva (ne conviene anche il Martini) interpretava le Scritture al popolo. Il parroco moderno non soltanto non interpreta le Scritture al popolo; ma se sa che un suo parrocchiano ha la Bibbia in casa, non è contento finché non gliel'ha bruciata.

2. Qual differenza fra Manaen ed Erode Atti 13:1! Forse, hanno succhiato il medesimo latte; senza dubbio, sono stati allevati assieme; e l'uno fa assassinare il Battista, mentre l'altro diventa un discepolo di Cristo. Quant'è vero che due, eccoli là, possono essere assieme; ed ecco che "l'uno è preso, e l'altro lasciato" Matteo 24:40.

3. E torno al Martini per uno strafalcione classico ch'egli commette in Atti 13:2. Il Diodati traduce: E mentre faceano il pubblico servigio del Signore... Io tradurrei piuttosto: E mentre faceano il loro culto al Signore... ma il Martini dice invece: Or mentre essi offerivano al Signore i sacri misteri... e commenta: "La voce greca può significare anche le altre funzioni proprie dei sacerdoti o dei vescovi; ma in questo luogo il senso che le abbiamo dato, sembra il più naturale". Il più naturale! Sarebbe stato più naturale e più chiaro il dire addirittura: Or mentr'essi dicevano la messa... E perché no? Poichè si tratta di alterare il testo con intenzioni dogmatiche, perché non farlo apertamente? Ma il Martini sa bene che questa fraseologia (sacri misteri) è affatto ignota agli apostoli ed agli scrittori sacri; e sa anche bene che un culto qual'era quello della Chiesa primitiva che si componeva di canto, di salmi o d'altri inni, di lettura della Parola, di esortazioni, di preghiere e del "rompere il pane", non si può chiamare un sacro mistero; ma è un culto "in ispirito e verità" Giovanni 4:24, che le preoccupazioni della forma, le aberrazioni dottrinali ed i mostruosi connubî col paganesimo antico, hanno fatto sparire dalla chiesa romana.

4. "E digiunavano" dice Atti 13:2. Il digiuno, nella Chiesa primitiva, e nel Nuovo Testamento in generale, è volontario; è l'espressione naturale del dolore, del ravvedimento; è un mezzo, in certe speciali e solenni circostanze, di tener meglio a freno gl'impulsi della carne per poter vivere più liberamente della vita dello spirito. Il montanismo ed il monachismo alterarono il concetto del digiuno cristiano, che fu da loro ridotto ad un mezzo per ottenere il perdono dei peccati. Inteso a poco a poco così dalla chiesa romana, ella ne ha fatto una regola ed un obbligo per certi casi determinati. Nel nostro passo, si tratta d'una riunione di consecrazione di missionari, che stanno per partire per un nuovo campo di lavoro. Ai giorni nostri, in un'occasione simile, si sarebbe fatto "un banchetto d'addio", e probabilmente si avrebbe avuto a registrare, più tardi, una sconfitta di più. Nella chiesa d'Antiochia, invece, si fa "un digiuno d'addio"; e lo Spirito Santo, lo Spirito dei Pentecostali trionfi, glorifica cotesto digiuno.

5. Che cosa fosse questa speciale riunione della chiesa di Antiochia Atti 13:1-3, io non ho qui bisogno di ripetere. Il lettore se n'è già fatto un'idea esatta; ma vediamo l'idea che se n'è fatta, o, almeno, l'idea che ne dà, il Martini. "In tal modo si facevano fin d'allora le ordinazioni dei ministri della Chiesa. (Qui sarebbe stato bene notare, mi sembra, che si trattava di una consecrazione speciale di missionari, e che di qui comincia la vera e propria storia delle missioni). Queste erano spesse volte precedute da qualche rivelazione o espresso comandamento dello Spirito Santo, accompagnate dai digiuni, dalla oblazione dell'incruento sacrifizio dell'altare (ecco la messa!! la messa nella chiesa antiochena!!), e dalla imposizione delle mani con la quale si conferiva la grazia (!!!). Così questa ordinazione di Saulo e Barnaba è stata il modello di tutte le ordinazioni celebrate dalla Chiesa in tutti i secoli susseguenti. E Simone e Lucio e Manahen dovevano esser già stati ordinati vescovi dagli apostoli (e chi ne dubita!!??); e di qui ancora imparò la Chiesa quella sua antichissima regola, che, il Vescovo non sia ordinato se non da tre Vescovi". Son cose che farebbero ridere... se non facessero piangere!

6. L'opposizione del mago che cerca di "stornare il proconsolo dalla fede", dà luogo a seria riflessione. Molte cose ella spiega e dà la ragione ultima dell'opposizione che anche oggi per le nostre città, ed in modo speciale per le nostre compagne, è fatta all'Evangelo. L'opposizione è fatta, dice benissimo il Reuss, "perché gli interessi del ciarlatanismo che specula sulla superstizione, sono sempre compromessi quando delle sane e serie convinzioni religiose giungono ad acquistar terreno".

7. Marco Atti 13:13 ci ricorda la parola del Maestro: "Chiunque mette la mano all'aratro e riguarda indietro, non è atto al regno di Dio" Luca 9:62. La Scrittura non tace né gli errori né le debolezze dei santi; ella le narra; e ci consola, e ci incoraggia, mostrando a noi, così poveri e frali, che quei santi sono arrivati al tramonto della loro vita potendo tutti quanti ripetere la parola del Salmo: "Quand'io ho detto: il mio piede vacilla!; la tua bontà, o Eterno, m'ha servito d'appoggio." Salmi 94:18.

14 2. In Antiochia di Pisidia (Atti 13:14-52)

a) Il primo discorso che ci è ricordato di Paolo (Atti 13:14-41)

Antiochia di Psidia

La Pisidia era una provincia dell'Asia Minore al Nord della Pamfilia. Antiochia non era veramente nella Pisidia, ma entro i confini della Frigia; nondimeno apparteneva alla Pisidia e si chiamava Antiochia di Pisidia per distinguerla da Antiochia di Siria. Era una delle molte città costruite da Seleuco Nicatore e che portavano il nome di Antioco, padre di Seleuco. Giaceva sul declivio del monte Tauro, che i missionari debbono aver passato; aveva ottenuto sotto Augusto quel che si chiamava lo Jus itaculum, che era una forma modificata di cittadinanza romana, ed aveva attirato, come si vedrà in seguito, un gran numero di giudei, che aveano fatto molti proseliti fra i Gentili Atti 13:43.

Si posero a sedere.

Era l'atto per il quale indicavano che non erano soltanto degli ascoltatori, ma che aveano qualcosa da dire (vedi Luca 4:20). Si posero a sedere nel luogo dei Rabbi; e, così facendo, mostrarono il desiderio di parlare all'assemblea.

15 E dopo la lettura della legge e dei profeti

Il culto della sinagoga si componeva dei seguenti elementi:

1) preghiere lette dal Capo;

2) recitazione dei Salmi;

3) lettura di brani della legge e dei profeti;

4) la esortazione.

In vista di cotesta lettura sinagogale, i libri della legge erano divisi in tante sezioni, calcolate in modo, che in capo ad un certo tempo (prima eran tre anni e più tardi un anno) tutta quanta la legge poteva esser letta all'assemblea. A questa prima lettura se ne aggiunse, già prima dell'èra cristiana, una seconda, che comprendeva dei brani scelti (delle pericope) dei libri profetici; e in questi libri profetici eran compresi non soltanto i profeti propriamente detti, ma anche i libri di Giosuè, dei Giudici, di Samuele e dei Re Luca 4:17.

I capi della sinagoga.

L' αρχισυναγωγος Marco 5:22,35,38; Luca 8:49; 13:14; Atti 18:8,17 (capo della sinagoga) esercitava nella sinagoga le funzioni di presidente, mantenendo l'ordine, dirigendo l'assemblea ed occupandosi di quanto concerneva il culto.

Fratelli! se avete...

E un atto di cortesia; un invito, fatto loro a nome del corpo degli anziani, a prender la parola, se lo desiderano. Era uso costante nelle sinagoghe d'invitare a parlare gli estranei ragguardevoli che si trovavano nell'assemblea.

16 Uomini israeliti e voi...

Gli israeliti sono i giudei veri e propri; i voi che temete Iddio, erano quelli, che, come in Atti 10:2,22, sebbene d'origine pagana, aveano abbandonato l'idolatria, aveano accettato l'Iddio d'Israele e frequentavano i culti della sinagoga.

17 Innalzò il popolo

La parola innalzò o esaltò è nel greco di Isaia 1:2, ove la nostra diodatina ha: lo ho allevati dei figliuoli e li ho cresciuti; ed è più che probabile che questa fosse la lezione profetica del giorno, esposta nella sinagoga d'Antiochia in questo sabato memorabile. L'innalzamento del popolo durante la schiavitù egizia, non può essere inteso che in questo senso; che Iddio fece crescere rapidamente la popolazione e trasformò Israele in una nazione numerosa e forte.

Con braccio elevato.

È espressione tutta ebraica. Il braccio è simbolo della forza; il braccio levato è la forza messa al servizio di qualche causa, in modo poderoso ed invincibile Esodo 6:1; 6:6; Deuteronomio 20:8.

18 Comportò i modi loro...

Il textus receptus, seguito dalla diodatina e da altri, ha ετροποφορησεν, che vuol dire sopportò i modi, i costumi loro; ma la versione Siriaca, l'Araba e parecchi codici leggono invece ετροφοφορησεν, che significa li nutrì, provvide al loro sostentamento e simili; la quale ultima lezione, accettata dal Tischendorf, dal Griesbach e da altri critici di vaglia, è senza dubbio la vera:

1) per testimonianza di codici e di versioni;

2) perché è meglio in armonia col pensiero di Paolo, che vuol mettere in rilievo la bontà e la grazia di Dio, e non gli atti del popolo;

3) perché Paolo allude certamente a Deuteronomio 1:31; Numeri 11:12; Deuteronomio 32:10.

19 Sette nazioni

Vedi Deuteronomio 7:1.

Distribuì loro a sorte.

Vedi Numeri 26:55-56; Giosuè 14:19. I codici migliori hanno: dette loro in eredità; il che equivale a dire: li mise in possesso del territorio già appartenuto alle sette nazioni.

20 Quattrocentocinquanta anni

Questi 450 anni dei Giudici, adottati anche dallo storico Giuseppe Flavio (Antich. 8:3:1), sono in aperta discrepanza con la cronologia di 1Re 6:1, che non dà al periodo dei Giudici che circa 330 anni. Non ci sono che tre vie: o dire che la difficoltà è insolubile e passar oltre; o dire, col Reuss, che Paolo e Giuseppe Flavio citano la cronologia secondo le tradizioni della scuola, le quali spesso e volentieri sono in disaccordo col testo ufficiale ebraico; o adottare (e mi sembra la via migliore) una puntuazione differente del testo greco, e tradurre come hanno fatto i revisori inglesi (Revised Version, Oxford, 1885): E quando ebbe distrutte sette nazioni nel paese di Canaan, Egli dette loro in eredità il paese di coteste nazioni, per circa quattrocento e cinquant'anni; e, dopo queste cose, dette loro dei giudici fino al profeta Samuele.

21 Saulle

ecc. La menzione di Saul è naturale in questo discorso di Paolo. Saul era il re appartenente alla tribù che fu la tribù dell'apostolo Filippesi 3:5. È, da osservare anche qui che la durata del regno di Saul (40 anni) non è ricordata in alcun luogo dell'A. T. Giuseppe Flavio la ricorda; è un altro dettaglio che Paolo toglie ad imprestito dalle tradizioni scolastiche.

22 Egli rendette testimonianza

Il passo citato non si trova tale e quale in alcun luogo dell'A. T. È una combinazione di Salmi 89:20 e di 1Samuele 13:14. Oppure di 1Samuele 16:1,13, con Salmi 89:20; Isaia 44:28.

23 Secondo la sua promessa

Vedi Salmi 132:11; Zaccaria 3:8-9.

24 Il battesimo di ravvedimento

Vedi Matteo 3:1-12; Luca 3:1-18.

25 Chi pensate voi...

il che si può anche rendere, seguendo un'altra puntuazione del testo: io non son colui pel quale voi mi prendete: ma ecco, dietro a me ecc. Vedi Giovanni 1:20,27.

I calzari dei piedi

sono i sandali.

26 E quei d'infra voi

ecc. Vedi Atti 13:16.

La parola di questa salute

è modo ebraico; noi diciamo: questa parola, o questo messaggio di salvezza.

27 Non avendo riconosciuto...

Vedi Atti 3:17.

Che si leggono ogni sabato;

Atti 13:15.

28 Richiesero Pilato

Atti 3:13-14; Matteo 26:59-60; Giovanni 18:2-9, 30; 19:5-7, 12.

31 Fu veduto...

Per una maggiore esplicazione di questo pensiero di Paolo, vedi 1Corinzi 15:3-8.

I quali sono i suoi testimoni.

Il testo dice più efficacemente: i quali sono adesso i suoi testimoni. Atti 1:8,22; 2:32; 3:15; 5:32; 10:41.

33 Nel salmo secondo

Così ha il textus receptus, che ha corretto la vera lezione (nel salmo primo), che si trova nel Sinaitico, nei codici migliori, nei Padri più autorevoli, e che è accettata dal Griesbach, dal Lachmann e dal Tischendorf. Il textus receptus ha introdotto la correzione per far coincidere la citazione col nostro modo di contare i Salmi. Il Bengel ed il Kuinoel ed altri credono che ambedue gli ordinali primo e secondo siano delle aggiunte posteriori di copisti; ed hanno qualche buona ragione a sostegno della loro opinione; secondo la quale, il testo puro avrebbe detto: siccome ancora è scritto nel salmo ecc. Ad ogni modo, pur ritenendo come vera e pura la lezione: nel primo salmo, non è da credersi che Paolo facesse un errore di citazione. Il nostro primo Salmo era considerato come una introduzione generale a tutto il Salterio; ed il primo Salmo diventava quindi quello che oggi, per noi, è il secondo. In alcuni manoscritti il primo ed il secondo Salmo si trovano assieme, come se i due costituissero il primo Salmo.

Tu sei il mio Figliuolo oggi

ecc. È un passo importante, dal punto di vista della esegesi apostolica. Storicamente parlando, il Salmo 2 è un inno trionfale inteso a celebrare la vittoria di un re d'Israele o di Giuda sopra i suoi nemici. Il dì della vittoria era un giorno, che mostrava al re ch'egli era davvero l'eletto figlio di Dio; era un giorno, che, siccome metteva in evidenza questa relazione di figlio a padre tra lui e Dio, diventava, per così dire, il giorno in cui il Padre lo generava di nuovo. L'apostolo applica il nostro passo Salmo 2:7 a Cristo; e riferisce la parola del Salmista non alla generazione eterna, non alla incarnazione del Cristo; ma al giorno, in cui, trionfando dei magistrati dei sacerdoti e della morte stessa, il Cristo si palesa, in modo incontestabile, il Figliuolo di Dio. In una parola: egli è il Figliuol di Dio, perché è risuscitato dai morti; e il giorno di questa sua vittoria sui nemici e sulla morte, il giorno che così mette in evidenza il fatto che Gesù è veramente il Figliuolo di Dio, è il giorno in cui Dio, di ce il Salmista con un ardito volo poetico, genera di nuovo il proprio Figliuolo.

34 Le fedeli benignità promesse a Davide

meglio: le sante grazie assicurate a Davide. Isaia 55:3, citato secondo la versione greca dei Settanta. Le sante grazie assicurate dall'Eterno a Davide sono le promesse accennate in Atti 13:23 (conf. con Atti 2:30); vale a dire, che il Messia nascerebbe dalla razza davidica. Il Redentore che ha vinto la morte, è il compimento di coteste promesse fatte a Davide.

35 Perciò ancora egli dice in un altro luogo

Vedi Atti 2:29-31. Le parole del Salmo 16, dice Paolo, non possono riferirsi a Davide; perché Davide morì, fu sepolto e non risuscitò. Egli "vide la corruzione", e il Salmo parla di uno che non può "vedere la corruzione della fossa". Il che aggiunge un'altra idea; l'idea, cioè, che colui che Dio ha risuscitato dai morti, non morrà giammai più in eterno.

Riassumiamo le idee contenute in Atti 13:28-37:

1) Gesù era innocente, ma i giudei l'uccisero e lo sotterrarono Atti 13:28-29.

2) Gesù, l'ucciso e il sotterrato, dopo il seppellimento fu visto più e più volte dai suoi apostoli, che sono testimoni del fatto: quindi è certo, che Dio deve averlo risuscitato dai morti Atti 13:30-31.

3) Questa risurrezione di Gesù è il compimento delle promesse di Dio:

a) È il compimento della promessa del Salmi 2, che parla d'un Figlio di Dio; la risurrezione prova che Gesù non era un profeta nel senso ordinario della parola ma appunto quel figlio, di cui parlava il Salmo Romani 1:4; Atti 33;

b) È il compimento delle grazie assicurate a Davide Atti 13:23; 2:30, ed accennate in Isaia 55:3. Dio afferma in Isaia 55:3, che la promessa fatta nel Salmo 2 sarà compiuta. Iddio difatti ha tratto dalla schiatta davidica Atti 13:23 il Salvatore; e la risurrezione di Cristo è la gloriosa garanzia di quel "patto eterno", di cui parlava Isaia 55:3; Atti 13:34.

4) La risurrezione, finalmente, fa la salvazione non soltanto sicura, ma anche permanente, perché il Redentore che ha trionfato della morte, vive; non morrà più; dimora in eterno Atti 13:34-37.

38 Remissione dei, peccati

È la nota fondamentale della predicazione apostolica Atti 26:18; 2:38; 5:31; 10:43. Conf. con Marco 1:4; Luca 3:3; Matteo 9:2,6; Luca 7:47; 24:47.

Che per costui v'è annunziata...

vuol dire: vi è annunziato che la remissione dei peccati vi è assicurata per mezzo di lui.

39 Giustificati

Questa parola, letta alla luce della remissione dei peccati,. di cui è parlato sopra Atti 13:38, e letta alla luce di quel di tutte le cose onde ecc. del vers. nostro, ci conduce al senso di una emancipazione dai peccati ed al tempo stesso di una liberazione dalla colpa e dalla pena, che il peccato reca con sè; è una riabilitazione completa del peccatore nel cospetto di Dio. Ma non è il peccatore che si riabilita; è Dio che lo riabilita. Tutti gli uomini hanno bisogno di perdono; d'aver cancellati i loro falli, d'esser liberati dalla colpa e dalla pena, che sono la triste eredità di cotesti falli, e d'essere riabilitati; l'israelita cerca coteste cose nella legge di Mosè; l'apostolo le offre in Cristo, perché sa che la funzione della legge, nella vita spirituale, non è di emancipare l'uomo dal peccato Ebrei 10:14; ma è di dargli la conoscenza del peccato Romani 3:20; 7:7. La emancipazione dalla colpa, dalla pena, dal peccato, "la vita", insomma, non si ha che per la fede in Cristo Romani 1:17; Galati 3:11.

40 Nei profeti

La citazione che segue, è tratta dal profeta Habacuc 1:5. Dice nei profeti, perché era la formula comune di quando si citava ai profeti minori, che formavano un volume solo, dal titolo: I profeti. Vedi Atti 7:42. La citazione non è tratta dal testo ebraico, ma dalla traduzione greca dei Settanta. Il testo ebraico dice:

"Gettate gli occhi fra le nazioni, riguardate,

e siate compresi di stupore, di spavento!

Poichè io farò ai dì vostri un'opera,

che voi non credereste se la si raccontasse".

41 L'opera

della quale il profeta parlava, e che doveva eccitare lo stupore degli uditori del profeta stesso, era l'apparizione fulminea dei Caldei; popolo, che a quei tempi dipendea dagli Assiri; era la missione che Dio affidava alle mani di cotesto popolo; vale a dire, il castigo e la distruzione del regno di Giuda. Cotesto castigo dovea sorpassare, per severità, tutto quello che il popolo poteva immaginarsi. L'apostolo vede forse già sull'orizzonte i primi segni della tempesta, che s'avvicina; ei pensa forse alla reiezione d'Israele, che, come popolo, ha reietto il Cristo; forse, pensa alle parole di Cristo Matteo 24:2-28, che accennano ai romani come ai nuovi caldei, chiamati ad eseguire i tremendi ma giusti giudici di Dio, e getta il suo grido d'allarme onde le anime immortali d'Antiochia si risveglino e per tempo cerchino in Cristo il loro rifugio.

42 b) La predicazione di Paolo e Barnaba (Atti 13:42-43)

ora quando furono usciti dalla sinagoga dei Giudei, i Gentili

ecc. Non è traduzione esatta. Bisogna dire: Quand'uscirono, fu loro richiesto di parlare ancora di queste medesime cose, il sabato seguente.

43 I proseliti religiosi

sono proseliti della porta; pagani, cioè, che non aveano ricevuto la circoncisione, ma che aveano abbandonato l'idolatria e frequentavano i culti della sinagoga.

I quali ragionando loro...

Gli apostoli non si contentavano di predicare in pubblico, ma cercavano d'avere delle conversazioni individuali con quelli che aveano ricevuto qualche favorevole impressione durante i loro discorsi.

44 c) Gli apostoli si volgono ai Gentili (Atti 13:44-52)

45 Ripieni d'invidia

veggendo la moltitudine. L'opposizione, in questa seconda adunanza, si fa decisa e violenta. La presenza di tanti pagani (quasi tutta la città... Atti 13:44) che affolla la sinagoga, scandalizza i giudei; e più li scandalizza la tendenza universalista della predicazione apostolica. Che si annunziassero coteste cose ai giudei, era naturale: si trattava del "popolo di Dio"; ma annunziarle ai pagani, ed affermare che dinanzi a Dio non c'èra differenza fra pagani e giudei... ah! questo poi, era troppo!

E contradicevano

ecc. Si potrebbe dir meglio: Si opponevano a tutto quello che Paolo diceva e si misero a contraddirlo e ad insultarlo.

46 Era necessario

per seguire il piano di Dio Romani 1:16; 2:9-10. Gli apostoli dovevano cominciare coll'offrire ai giudei l'alto privilegio d'essere il canale, per il quale tutte le famiglie della terra sarebbero benedette per la conoscenza di Cristo Genesi 22:18; ma quando i giudei rifiutavano cotest'offerta, ch'era fatta, senz'altro, ai Gentili.

E non vi giudicate degni della vita eterna.

È un'espressione forte. C'è in lei un velo d'ironia, e c'è un fremito di santa indignazione. "Con la vostra condotta voi segnate la vostra condanna: - indegni della vita eterna".

47 Perciocchè così ci ha il signore ingiunto

La citazione è tratta da Isaia 49:6 (Confr. con Isaia 42:6); e cotesto passo, come tutti quelli che parlano del Servitore di Jahveh (Atti 3:13,26; 4:27), è un passo messianico, che anche altrove è riferito a Cristo Luca 2:32. Per cotesto passo si stabilisce che il Messia non dovea soltanto beneficare Israele, ma doveva essere la luce e la salvazione di tutto quanto il mondo pagano. Paolo applica a se stesso la parola del profeta, in quanto egli è l'ambasciatore di Cristo.

48 Glorificavano la parola di Dio

Rendevano onore al messaggio divino, accettandolo con reverenza, con gratitudine, e ricevendolo non come messaggio d'uomini, ma come messaggio dell'Eterno.

Tutti coloro che erano ordinati in vita eterna credettero.

Queste parole sembrano esprimere, nel modo più crudo che si possa dare, l'idea della predestinazione individuale. Ed in questo senso le intese il Calvino: "Ordinatio ista nonnisi ad aeternum Dei consilium potest referri". "Questo "ordinare" non può essere riferito che all'eterno decreto di Dio" (Comment. in loco e Instit. 3, 24:2 e 13). Il Barde s'attiene alla spiegazione calvinista. "Il termine, egli dice, è un participio passivo, e significa: disposti, ordinati, come si legge in Senofonte επ' οκτω τεταγμενοι soldati disposti per otto. Il nostro testo, quindi, dopo aver messo in rilievo il lato umano della conversione Atti 13:46, mette ora con altrettanta chiarezza in evidenza la sovrana libertà di Dio in cotest'atto. Concetto essenzialmente paolino; non si può fare a meno di riconoscerlo, perché è la dottrina di Romani 8:28; 9:11; Efesini 1:4,11 ecc.". La parola dell'originale τεταγμενοι (τασσω o ταττω , pongo, colloco, ordino, regolo, schiero (in senso militare), metto in ordine di battaglia ecc.) non include affatto l'idea d'un decreto eterno; ond'è che il Bengel dice bene: "L'uomo non può disporsi, ordinarsi (se pur è lecito di dir così) a vita eterna, che mediante la fede; quindi, cotesta disposizione a vita eterna è divina. Luca non tratta predestinazione eterna; egli descrive quell'ordinamento o quella disposizione che si opera nello stesso tempo, in cui uno ode l'annunzio della salvazione in Cristo. Lo stesso verbo ταττω ordino, dispongo, non è mai usato ad esprimere predestinazione eterna". Il fatto che il verbo ordinare, disporre, è un termine militare, ha persuaso il Wordsworth ed altri, a dare al nostro passo questo senso: "Tutti coloro che si erano schierati per andare innanzi nella via della vita eterna, credettero, cioè confessarono arditamente la loro fede, in faccia ad ogni sorta di pericoli". Nella quale spiegazione, il τεταγμενοι del testo non è preso come passivo, ma come medio. La spiegazione più semplice, più naturale di questo passo mi pare connettersi col pensiero del Bengel essere questa. È un fatto che quando uno arriva ad afferrare la salvazione, ei non ci arriva a caso, o a capriccio; ei ci arriva per un concorso di circostanze, in cui è manifesta la mano della Provvidenza di Dio. Ognuno di noi lo sa per esperienza. Questa sapiente e provvida preparazione non incatena però l'individuo; il quale è lasciato libero di risolversi pel o pel no; di accettare o rifiutare il dono di Dio. In Atti 13:48, eccone di quelli che l'accettano e credono; in Atti 13 :46, eccone di quelli che lo rifiutano e si giudicano così da se stessi indegni della vita eterna. È innegabile che questa frase di Atti 13 :46 non ha senso se non si riconoscono alla libertà dell'individuo il diritto ed i mezzi di decidersi per Cristo.

Come renderemo noi dunque il τεταγμενοι del testo? Io lo renderei così: E tutti quelli che erano disposti per la vita eterna, credettero; intendendo per quel disposti non una disposizione esterna, meccanica, forzata; ma una disposizione interna, dell'animo, individuale, nata e cresciuta in un'atmosfera santificata dalla Provvidenza di Dio. Si osservi che mentre il Bengel nota che il verbo ταττω non è mai usato ad esprimere idee di predestinazione eterna, il nostro τεταγμενοι si trova in Atti 20:13 nel senso di un uomo internamente disposto, determinato, deciso a fare una certa cosa: "Facemmo vela verso Asso, ove dovevamo riprendere Paolo; è lui che s'era deciso a far così (ὁυτως γαρ διατεταγμενος ην) ei preferiva far la strada a piedi". La locuzione del testo non ha nulla di straordinario; è locuzione comune, usuale; ma a noi è difficile di considerarla come tale, perché la ci appar sempre circondata dalle nebbie delle discussioni dogmatiche, che purtroppo l'hanno resa difficile e misteriosa.

49 Per tutto il paese

Non soltanto in Antiochia, ma nei villaggi e nelle città circonvicine sui confini delle tre province limitrofe: Frigia, Licaonia, Galazia.

50 Le donne religiose ed onorate

A rendere esattamente l'idea del testo bisogna dire: le signore di alta condizione affiliate alla sinagoga. Nell'ora del tramonto delle religioni pagano, molte signore d'infra i Gentili si ascrissero fra i proseliti; ed erano molte le signore greche e romane che subivano il fascino dei dottori giudei, i quali diventavano per loro quello che in Francia ed in Italia erano i confessori gesuiti dei secoli decimosettimo e decimottavo.

E li scacciarono...

Vedi 2Timoteo 3:11.

51 Scossa la polvere

Così aveva ordinato di fare Gesù Matteo 10:14. Una massima giudaica diceva che la stessa polvere d'un paese pagano recava seco contaminazione. È questo "scuotere la polvere contr'essi" era un atto simbolico che voleva dire: "Non sono i pagani, ma siete voi, giudei maligni ed infedeli, che contaminate perfino la polvere che calpestate!"

Iconio.

Iconio si trovava sulla via fra Antiochia e Derbe e distava novanta miglia a sud-est da Antiochia e quaranta miglia a nord-ovest da Derbe. Quando arrivarono ad Iconio, gli apostoli ci trovarono una sinagoga Atti 14:1, il che vuol dire che vi esisteva una popolazione giudaica. La città, per la sua grandezza e per la sua importanza, è stata chiamata la Damasco della Licaonia. Nel medio evo fu capitale dei sultani Seljnkiani e sussiste tuttora, fiorente; porta il nome corrotto di Cogni o Konieh ed è la capitale della Caramania. Gli antichi scrittori non sono d'accordo nel fissare a chi appartenesse; chi la dà alla Frigia, e chi alla Licaonia.

52 Riflessioni

1. Riassumiamo brevemente l'importante discorso di Paolo in Antiochia di Pisidia. Il discorso ha una certa analogia con quello di Stefano Atti 7 e si muove nella sfera dei discorsi di Pietro Atti 2:14-36; 3:12-26; 4:8-12; 5:29-32; 10:34-43. Il discorso, di cui non abbiamo qui che un rapido schizzo, può essere così analizzato.

1) L'esordio, che è storico, ed è inteso a porre in sodo questo fatto; che in tutti i tempi, dall'origine dell'alleanza di Jahveh con Israele, il popolo israelita è sempre stato l'oggetto della tenera e provvidenziale sollecitudine di Dio, che l'ha guidato, governato, diretto, beneficato, sia direttamente, sia per mezzo degli organi teocratici da Lui scelti. Questo sunto storico va dalla elezione dei patriarchi fino a Davide Atti 10:16-21, perché è di qui che Paolo vuol passare direttamente al Messia, all'erede di Davide.

2) La parte principale del discorso Atti 13:22-37, che introduce Gesù Cristo e l'evangelo. Questa parte ha tre punti:

   a) Un preludio, che e un elogio del re Davide, inteso a proiettare i suoi raggi luminosi sulla persona del Messia Atti 13:22-23;

b) un cenno rapido della storia evangelica Atti 13:24-31;

c) una dimostrazione scritturale od esegetica, a base di tre passi: Salmo 2:7; Isaia 55:3; Salmi 16:10. È una dimostrazione teologica: fatta esclusivamente per mezzo dell'esegesi Atti 13:32-37.

3) La perorazione, l'appello stringente e pratico Atti 13:38-41; nella qual perorazione, Paolo annunzia la remissione dei peccati, vale a dire, la partecipazione alla salvazione messianica mediante la fede in Cristo. La perorazione che finisce con una citazione di Habacuc 1:5, è importante perché è il solo passo dei Fatti nel quale troviamo un riflesso dell'insegnamento che Paolo darà poi in modo largo e splendido nelle sue lettere.

2. L'esordio del discorso Atti 13:16-21 ha una nota fondamentale, che non ci deve sfuggire. Scelta dei patriarchi innalzamento dei loro discendenti alla dignità di popolo di Dio, liberazione d'Israele dalla schiavitù d'Egitto, stanziamento in Canaan, Giudici, Re, sono tutti doni della bontà di Dio; sono il commentario storico di quella "elezione, che è una grazia" e della quale l'apostolo parlerà ai romani Atti 11:5 con tanta ispirata eloquenza. L'orgoglio e le chimere d'un merito che non esiste, creano nel cuor umano una disposizione a menar vanto di diritti, che, nelle nostre relazioni con Dio, è falso, infondato, e ci rende inetti ad accettar la "grazia", come dev'essere accettata: con umiltà, con fede, con ispirito d'ubbidienza.

3. "Ogni cosa è da Dio" 1Corinzi 11:12 e nell'esercizio della sua grazia sovrana, non hanno parte né merito umano né umana cooperazione. È vero; ma è altrettanto vero che c'è una responsabilità morale, alla quale l'uomo non può in alcun modo sottrarsi. Saul è "messo da parte" Atti 13:22 non per capriccio di Dio ma perché fu disubbidiente 1Samuele 13:14; Davide è scelto da Dio; ma Davide è uomo che "fa la volontà di Dio" Atti 13:22. È l'idea della responsabilità morale che i suoi uditori hanno di fronte all'Eterno, che rende le esortazioni dell'apostolo calde d'affetto, vibrate, e solenni di quella solennità che non si trova che negli apostoli i quali sanno quanto costi un'anima immortale e qual sia il pericolo ch'ella corre, quando non pone mente ai grandi messaggi dell'Eterno Atti 13:16,26,32,38,40-41.

4. Atti 13:36 ha un prezioso cenno della vita di Davide. Teniamo lo sguardo fisso in quel Figliuolo di Dio, che è risuscitato d'infra i morti affinché, per la fede in lui, anche a noi sia dato, come a Davide, di camminare con Dio e di servire ai disegni di Dio nella nostra generazione; ed affinché possiamo, quando la nostra ultima ora sonerà, in Cristo addormentarci, avendo in cuore la dolce speranza della beata risurrezione!

5. Giustificati... Atti 13:39. Questa parola, che sarà come la nota fondamentale delle grandi lettere paoline, nel libro dei Fatti, non si trova che qui, in questo primo discorso di Paolo. Raccogliamo con cura le idee preziose che il testo contiene a questo riguardo.

1) La giustificazione non e soltanto la liberazione da un male, ma è la comunicazione positiva di un bene; non è soltanto liberazione dai peccati ( αφεσις ἁμαρτιων) Atti 13:38, ma è la emancipazione dalla colpa e dalla pena Atti 13:39 di cotesti peccati.

2) Cristo è il solo mediatore di cotesta giustificazione. Il testo ha... è giustificato in Lui Atti 13:39. In lui!... In Cristo ( εν τουτω)! Come se volesse dire: Non è respirando la soffocante atmosfera dell'io; non è respirando la corrotta atmosfera del mondo: ma è respirando la santa e pura atmosfera di questo ambiente nuovo, tutto sintetizzato in due parole: in Cristo, che voi giungerete alla giustificazione.

3) La grazia che in Cristo giustifica, non è il monopolio d'alcuno; è il privilegio di tutti (chiunque... πας ὁ...) Atti 13:39.

4) La sola condizione che sia posta all'uomo perch'ei possa essere giustificato, è la fede (chiunque crede... πας ὁ πιστευων).

5) La legge, col suo alto ideale di giustizia Romani 7:12, con la sua richiesta d'ubbidienza assoluta Galati 3:10, coi suoi sacrifici che testimoniano di quel peso del peccato che schiaccia l'umanità, non può assicurare la giustificazione al peccatore Atti 13:39; la giustificazione non è per mezzo della legge, ma per mezzo della fede Romani 3:28.

6. I discepoli sono "ripieni di allegrezza e di Spirito Santo" Atti 13:52. Si potrebbe dire che sono ripieni di allegrezza, appunto perché sono ripieni di Spirito Santo. Ma un fatto mi colpisce qui. Paolo e Barnaba, i due missionari, sono cacciati dalla bufera della persecuzione Atti 13:54; ma ne la persecuzione, né l'assenza dei missionari alterano lo stato spirituale della chiesa antiochena. Quante chiese andrebbero in isfacelo se si togliesse loro il pastore che idolatrano! E il guaio è appunto lì; in quella parola che, non a caso, mi è scivolata dalla penna. Le chiese che idolatrano il loro pastore e che vanno in isfacelo quando il loro pastore è tolto, sono chiese che non sono convertite a Cristo, ma son convertite al loro pastore. Bando a queste miserabili e carnali antropolatrie! Convertiamoci a Cristo! Apriamo il cuore a ricevere largamente quello Spirito che ci unirà a Cristo in modo, che l'imperversare della persecuzione, il mutamento d'uomini, il cangiar di circostanze potranno agitare per un istante la superfice della nostra vita spirituale, ma non avranno effetto nelle profondità di una vita, che "è nascosta con Cristo in Dio" Colossesi 3:3.

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