Atti 14

1 3: La persecuzione in Iconio (Atti 14:1-5)

Greci

di Atti 14:1 sono dei Gentili, dei pagani.

2 Ma i Giudei increduli

È un fatto notevole. Quasi tutte le persecuzioni di cui si parla nei Fatti, ebbero per origine l'ostilità dei giudei. Il caso di Demetrio è quasi la sola eccezione Atti 19:24; ed anche in cotesto caso, i giudei non furon del tutto estranei al subbuglio.

3 Molto tempo

Si tratta di mesi; durante i quali, Paolo e Barnaba si guadagnavano il pane lavorando "con le proprie mani".

Parlando francamente nel Signore.

Meglio: Parlando coraggiosamente e dando nel Signore, che ecc. Alla parola della sua grazia: Più esattamente: alla predicazione della sua grazia: È una stupenda definizione dell'evangelo. L'evangelo è il buon annunzio della grazia che Dio ci ha fatta in Cristo.

Segni e prodigi;

prodigi e miracoli. Osservisi che anche qui i prodigi ed i miracoli non sono la base, ma, la conferma della fede.

4 Fu divisa

È la crisi a cui la predicazione del vangelo sempre conduce. Col vangelo non ci sono compromessi: o con Cristo, o contro di lui Luca 12:51. Vedi anche Atti 17:4-5.

5 Fattosi uno sforzo dei Gentili e dei Giudei

ecc. Meglio: E siccome i Gentili ed i giudei, d'accordo con le loro autorità, si mettevano in moto per maltrattarli e lapidarli, gli apostoli, avuto sentore della cosa, si rifugiarono ecc.

I rettori

sono i capi, le autorità.

Riflessioni

1. Il fatto accennato in Atti 14:2, è un fatto che si rinnova tutti i giorni. Quelli che non vogliono accettare la verità per sè e le si ribellano, si lasciano facilmente andare a sedurre gli altri, per distoglierli, se è possibile, dal perseverare nella fede. Non soltanto non entrano loro, ma cercano d'impedire quelli che vorrebbero o potrebbero entrare Luca 11:52. Giudei e Gentili erano nemici accaniti; ma come si trovano facilmente d'accordo, quando si tratta di perseguitare la verità! È sempre la storia di Erode e di Pilato che si rinnova! Luca 23:12.

2. "Il Signore onora quelli che l'onorano" 1Samuele 2:30: e quando i suoi servitori annunziano con santa baldanza l'evangelo e confidano non in se stessi ma in Lui, come faceano Paolo e Barnaba Atti 14:3, Egli li onora intervenendo Egli stesso con delle straordinarie manifestazioni della sua divina protezione. Gli apostoli non ambiscono di far dei miracoli; hanno sete di anime immortali; ma ora che i nemici cercano di gettare il sospetto sull'opera e sulla predicazione degli apostoli, ecco che il Signore interviene con dei prodigi e dei miracoli, che, fatti alla presenza del pubblico, debbono svelare ai Gentili la malignità dell'animo dei giudei. E non si dica che il Signore, oggi, non fa più così. Dov'è l'evangelista fedele, che il Signore non abbia onorato col suo diretto intervento in un momento o nell'altro dell'oprare di lui? Non sarà stato per via di prodigi e di miracoli fisici; quantunque, anche in questo modo il Signore spesso intervenga, dando delle grandi risposte a delle preghiere fatte al capezzale degli ammalati; ma sarà stato, per esempio, per mezzo di larga ed insperata conversione d'anime immortali. E i miracoli che il Signore compie nel mondo morale, non sono essi anche più stupendi di quelli che compiva e compie nel mondo fisico?

3. "Questa è la crisi"; diceva Gesù a Nicodemo; "La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato le tenebre più che la luce, perché le loro opere erano malvage. Poichè chiunque fa cose malvage odia la luce, e non s'avvicina alla luce; per tema che la malvagità delle opere sue sia messa in evidenza; ma chi mette in opera la verità, s'avvicina alla luce, affinché le sue opere siano manifestate, perché son fatte in Dio" Giovanni 3:19-21. Cotesta è la crisi (vedi il testo greco) che l'apparizione di Cristo, che è la Verità, produce nel mondo. Avviene, a cotesta crisi, quello che avviene allo spuntar del sole. Gli uccelli delle tenebre fuggono ad intanarsi nei crepacci delle rovine, e chiudono gli occhi; gli uccelli della luce aprono gli occhi, scuotono le penne, e si librano nell'aria, salutando coi loro trilli soavi quella luce in cui è la vita. Cotesta fu la crisi, che gli evangeli ci mostrano avvenuta durante il ministerio terrestre di Gesù. Cotesta è la crisi che Luca ci dice essere avvenuta in Iconio Atti 14:4 quando Paolo e Barnaba vi recano l'Evangelo della grazia. E volesse Dio che cotesta crisi avvenisse nelle nostre città, dove noi annunziamo lo stesso Vangelo che gli apostoli annunziavano! Le crisi, anche se tumultuose come in Iconio, ci debbono riempire di energia e di coraggio. Quel che deve sgomentarci, e pur troppo ci sgomenta, sono quest'apatia, questa indifferenza religiosa, questa mancanza d'interesse per le cose superne, che paiono essere la triste eredità che al carattere italiano hanno lasciato: la dominazione straniera, in qualche regione; da per tutto, il papato.

6 4. In Licaonia. Lo storpio di Listra sanato. Paolo lapidato (Atti 14:6-20)

Se ne fuggirono nelle città di Licaonia, Listra e Derba

Minacciati di lapidazione, essi ubbidiscono all'ordine di Cristo Matteo 10:23, e fuggono. Se fossero andati in direzione d'ovest, sarebbero entrati nella Frigia dalla parte di Colosse, Ierapoli e Laodicea; se in direzione di nord, sarebbero entrati nella Galazia propriamente detta. Ma tutti cotesti luoghi Paolo non visitò in questo suo viaggio. Per ora, lasciando Antiochia, si volge di nuovo ad oriente, avvicinandosi così al suo paese natale, la Cicilia, ed entra in Licaonia, contrada triste, in pianura, senz'alberi, scarsa d'acqua, se ne togli qua e là qualche lago salato. Il carattere degli abitanti è descritto nella etimologia tradizionale del nome di Licaonia, che vuol dire: paese di lupi. Un paese cosiffatto era difficile che attirasse dei giudei; e nel racconto di Luca non c'è verbo che accenni all'esistenza d'una sinagoga né in Listra né in Derbe. Listra è a circa 40 miglia al sud-est di Iconio; Derbe, a venti miglia più in là verso est.

Il paese d'intorno

sono i villaggi, i dintorni di coteste città. Per la prima volta, almeno da quanto ci è noto, Paolo si trova davanti ad un pubblico esclusivamente pagano. Fra i convertiti di Licaonia, e probabilmente di questo tempo, possiamo registrare il nome di Timoteo di Listra Atti 16:1 e quello di Gaio o Caio di Derbe Atti 20:4.

8 Un uomo impotente dei piedi

C'èra a Listra un uomo impedito nei piedi, storpio dalla nascita, e che non avea mai camminato. Cotest'uomo era là seduto ed ascoltava Paolo che predicava.

Dal seno di sua madre

Atti 3:2 vuol dire dalla nascita.

9 Udì parlar Paolo

L'espressione greca implica che lo storpio udì Paolo parecchie volte.

Ch'egli avea fede...

Matteo 9:21-22,28-29; Luca 7:50; 17:19; 18:42. Questa espressione non vuol dire, come qualcuno intende, che lo storpio sperava d'esser guarito. Questa speranza non era possibile nello storpio, da che Paolo non aveva ancora fatto in Listra alcun miracolo. La fede di cui si parla qui; è la fede che conduce alla salvazione dell'anima.

11 In lingua licaonica

Di che lingua si trattasse è impossibile dire, perché le lingue dell'Asia Minore ci sono quasi completamente sconosciute. Chi dice che era un corrotto dialetto greco; chi dice che era un linguaggio affine all'assiro. I licaoni parlavano il greco, nelle loro relazioni con gli altri; e parlavano il licaonico fra loro. Ora una cosa è certa; che Paolo e Barnaba, quando i licaoni parlavano nel loro proprio linguaggio, non ci capivano nulla. Se ci avessero capito qualcosa, non si potrebbe spiegare la loro attitudine passiva dinnanzi alla dimostrazione pagana che il testo ci descrive; è chiaro che non avrebbero aspettato l'arrivo dei tori e delle ghirlande per opporsi a cotesta dimostrazione. Dal che possiamo inferire che il "dono delle lingue", che Paolo pur possedeva largamente 1Corinzi 14:18, non consisteva nella conoscenza soprannaturale di tutti i dialetti e vernacoli speciali Atti 2:4.

Gl'iddii fatti simili...

A capire questo grido, bisogna ricordare una leggenda. Giove e Mercurio, secondo questa leggenda, sarebbero scesi in forma umana in cotesti luoghi; vi sarebbero stati ricevuti da Bauci e da Filemone; e, nell'andarsene, avrebbero lasciato ai mortali di Licaonia non pochi segni del loro divino favore. (Vedi Ovidio Metam. 8:625-724.) Il luogo dove Giove e Mercurio aveano posato i piedi era venerato come sacro; da lungi veniano in pellegrinaggio a visitarlo ed a recarvi le loro offerte votive.

12 E chiamavano...

Paolo, Mercurio; la ragione n'è detta; perché Paolo era il primo a parlare. Mercurio, il messaggiero degli dèi in generale, e di Giove in particolare, avea per attributo speciale, l'eloquenza. Perché poi chiamassero Barnaba, Giove, non si sa. Il Crisostomo suppone, e con lui molti altri, che Barnaba fosse di forme atletiche, d'aspetto imponente e maestoso; quindi si capirebbe ch'ei potesse passare per il "re degli dèi" in vacanza.

13 Menò all'antiporto

Il greco πυλωνες (πυλων) non significa le porte della città, come vuole il Barnes; che, in questo caso, il testo direbbe πυλη; non significa le porte del tempio di Giove, come vuole lo Stapfer; ma il vestibolo, l'ingresso, che dalla pubblica via mette nell'atrio della casa abitata dagli apostoli. La processione non va alle porte della città, non al tempio di Giove, ma a casa degli apostoli. La stessa parola è usata in questo senso in Matteo 26:71; Luca 16:20; Atti 10:17; 12:13; e non è adoperata in senso di "porte di città", che nell'Apocalisse.

De' tori;

secondo il rituale greco, erano le vittime indicate per Giove e Mercurio.

Ghirlande.

Erano le vittae fatte di lana bianca, mista talvolta a foglie e fiori. Di coteste ghirlande si adornavano le vittime, l'altare, i sacerdoti, gli addetti al sacrificio.

Voleva sacrificare

L'altare, forse, c'era già nell'atrio della casa abitata dagli apostoli; se no, era presto fatto un altare posticcio. Il sacrificio si faceva così; si sgozzavano i tori; se ne raccoglieva il sangue in un recipiente apposito, che si chiamava patera, e si aspergeva di cotesto sangue l'altare.

14 Si stracciarono i vestimenti

Era un'espressione violenta di orrore, a cui non si ricorreva che nei casi di bestemmia in parole od in atti. Vedi 2Re 18:37. Quest'atto improvviso, violento, non si spiegherebbe se gli apostoli avessero da bel principio capito quello che la folla si preparava a fare; ma si capisce ed è naturale, se ammettiamo, come si deve ammettere, che gli apostoli non aveano, fino ad ora, capito i licaoni; e che adesso soltanto, a vedere i tori e le ghirlande, balena alla loro mente l'idolatra intenzione di cotesta moltitudine e del sacerdote.

15 Ancora noi siamo...

Confr. con Atti 10:26; Giacomo 5:17.

Da queste cose vane.

Paolo accenna con la mano le ghirlande, le vittime ed i preparativi del sacrificio. Le parole vanità, vano, erano i termini costantemente usati dai giudei a indicare la vacuità, la nullità del culto pagano 1Samuele 12:21; Efesini 4:17; 1Pietro 1:18. Alla vanità di coteste cose morte, gli apostoli contrappongono l'Iddio che vive, che opera, che salva.

16 Tutte le nazioni

s'intendono le nazioni pagane; tutte le nazioni all'infuori d'Israele.

17 Non si sia lasciato senza testimonianza

vuol dire che si è fatto conoscere, facendo del bene ecc.

Dandoci dal cielo piogge.

I codici variano: alcuni hanno dandoci; ed altri, dandovi; come, nella frase che segue, alcuni leggono i cuori nostri; altri, i cuori vostri. Il secondo modo è il preferito dai traduttori moderni. Parlando a gente di campagna come questa di Listra, Paolo insiste sui benefici che Dio largisce nella natura. È quando si pensa alla mancanza d'acqua da cui quei di Listra erano afflitti, si capisce la menzione che Paolo fa delle piogge che Dio manda dal Cielo.

Empiendo i cuori nostri di cibo e di letizia.

È un modo ebraico di dire. Il cuore è per l'israelita il centro della vita psichica; è l'io, è tutta quanta la personalità umana, in cui il corporeo che passa e lo spirituale che permane, sono talmente uniti, innestati l'uno nell'altro, che si può effettivamente parlare d'un "cuore che si riempie di cibo e di letizia". Ma la frase, che è naturale ad orecchie semite, stona alle orecchie nostre; quindi, pur mantenendo intatto il pensiero del testo, lo si potrebbe rendere a questo modo, in italiano: Il quale (Iddio), nelle generazioni passate, ha lasciato che tutte le nazioni pagane seguissero le loro proprie vie: e pur tuttavia, Ei s'è fatto conoscere coi suoi benefici, mandandovi le piogge dal cielo e le stagioni coi loro frutti, per darvi abbondanza di nutrimento e per empire i vostri cuori di gioia". Queste ultime frasi, da mandandovi le piogge ecc., nel greco hanno un ritmo così marcato e distinto, che qualcuno ne ha concluso che Paolo citasse qui, addirittura le parole di un qualche inno ch'egli avrebbe udito per le feste campestri della mietitura o della vendemmia.

19 D'Antiochia

Antiochia di Pisidia, non l'Antiochia di Siria. La diodatina dice: or facendo essi quivi qualche dimora ed insegnando, sopraggiunsero certi giudei ecc. Il testo puro dice: Intanto giunsero da Antiochia e da Iconio dei giudei ecc. I giudei d'Antiochia e di Iconio s'eran dunque messi d'accordo a danno degli apostoli; e quelli d'Antiochia avean fatto nientemeno che centotrenta miglia per venire a mettere lo scompiglio nell'opera di Dio!

Lapidarono Paolo.

2Corinzi 11:25. Il ricordo di questo giorno tremendo rimase sempre vivo nel cuor dell'apostolo. Vedi 2Timoteo 3:11.

20 I discepoli

La predicazione degli apostoli non fu dunque vana; c'erano dei discepoli: e fra questi, possiamo immaginare il giovane Timoteo Atti 16:1, e forse sua madre Eunice e sua nonna Loide 2Timoteo 1:5. Il Farrar immagina Paolo, tutto contuso per questa lapidazione, raccolto e curato in casa di Eunice; ed immagina che lì il giovane Timoteo cominciasse a sentirsi preso d'amore per il grande apostolo.

Riflessioni

1. Dopo che gli apostoli furon rimasti per "molto tempo" in Iconio Atti 14:3 ed ebbero larga opportunità di predicarvi l'evangelo con frutto Atti 14:1,3, Iddio permette che la bufera della persecuzione scoppi di nuovo Atti 14:5; la persecuzione, che caccerà gli apostoli in Licaonia, dov'è un popolo intero "senza Cristo, senza Dio e senza speranza". La persecuzione fatta dai nemici di Cristo allo scopo di distruggere la fede, serve anche qui nelle mani della Provvidenza ad allargare i confini del regno di Cristo. Le vie di Dio sono sempre grandi; tanto allorchè i fedeli trionfano, quanto allorchè sembrano vinti e schiacciati.

2. Paolo vide che lo storpio di Listra "avea fede da esser sanato" Atti 14:9. Il vero predicatore del vangelo deve averlo sempre cotesto intuito divino; deve saper vedere la presenza della fede in quelli che evangelizza, quando la non foss'altro che un raggio nel volto, un lampo negli occhi, un nuovo ed inusitato moto delle membra. Se avessimo più vivo e più profondo cotesto intuito, l'opera nostra sarebbe probabilmente più florida e più benedetta.

3. Nella dimostrazione popolare descritta in Atti 14:11-13, c'è un elemento di verità e un elemento d'errore; la dimostrazione popolare licaonica è il risultato della combinazione di cotesti due elementi. L'elemento vero è nella impressione che il popolo ha che nella guarigione dello storpio di Listra c'è stata una vera e propria manifestazione della onnipotenza e della grazia da alto; l'elemento erroneo e nella idea superstiziosa e politeistica relativa a Giove ed a Mercurio. È la storia di tutti i tempi e di tutti i popoli. Ecco S. Francesco d'Assisi, Sant'Antonio da Padova, Santa Caterina da Siena. Il popolo sente che c'è in coteste grandi individualità una manifestazione miracolosa del divino; ma invece di ammirare cotesta manifestazione e render gloria alla fonte che la origina, mette sugli altari San Francesco, Sant'Antonio e Santa Caterina, per porre così le miracolose manifestazioni del divino di coteste grandi anime, in armonia con le tendenze superstiziose del proprio cuore, che lo si può dire del cuor umano in generale è naturalmente idolatrico. È un fenomeno psicologico, che dà la ragione ultima della idolatria antica e moderna.

4. La condotta degli apostoli Atti 14:14-15 è sublime e ci dà una eloquente lezione. Che differenza fra la loro condotta e la condotta di Erode Agrippa I Atti 12:22-23! Erode non protesta; accetta gli omaggi divini che gli son resi: gli apostoli protestano energicamente contro cotesti onori che sanno di non meritare. Eppure c'era una grande tentazione ad accettarli. Avrebbero potuto dire: "Vanno troppo in là, è vero: ma vediamo di trattare questi pregiudizi pagani con delicatezza; se non altro, per quella scintilla di verità che contengono. L'onore che ci fanno personalmente, può servire alla causa del vangelo: e questa loro idea che gli dèi scendono sulla terra a visitare i mortali, può farci comodo quando parleremo loro della incarnazione e della divinità di Cristo..." e così via: Per gli apostoli non è vero che il fine giustifichi i mezzi. Quindi, la loro energica protesta. Il cristiano non dimentica mai ch'ei non è altro che un fiore del campo, un'ombra; e che quel ch'egli è, lo è per la grazia di Dio 1Corinzi 15:10; e quand'ode qualcuno che esalta le belle qualità, la eloquenza, le opere di lui, ei s'affretta ad esclamare: "Perché dite questo?... Anche io sono un uomo sottoposto alle stesse passioni di voi!"

5. Il discorso dell'apostolo Atti 14:15-17, diretto ad un uditorio tutto pagano, è una elementare esposizione del principio monoteistico. Lo schizzo del discorso che Luca ci ha conservato, ricorda l'argomentare di Paolo nella lettera ai romani (Romani 1:19 e seg.) "È vero, ei dice, che Dio non ha dato a tutti i popoli una rivelazione positiva e verbale come l'ha data ad Israele. Nondimeno, non ha mancato di dare a tutti delle sufficienti testimonianze relative alla propria persona ed alla propria volontà". È in questo luogo egli insiste sulla testimonianza che Dio dà di se stesso nella natura. "Cotesta testimonianza, ei continua, avrebbe dovuto condurre gli uomini a riconoscere la divinità ed a concepirla in modo diverso da quello che fate voi! Tuttavia, quest'oggi dopo tanti secoli durante i quali ha, per dir così abbandonato il paganesimo a se stesso, Iddio vuole rivelarsi a voi in modo più esplicito e più diretto. E noi veniamo a predicarvi, ad invitarvi, cioè, in nome suo, a fissare i vostri sguardi sul Creatore, che avete fino ad ora negletto per darvi alla vanità della vostra superstiziosa religione". Un tratto importante di Paolo predicatore non ci deve sfuggire a proposito di questo discorso. Quand'ei predica a dei giudei cita l'Antico T.; l'abbiam visto sovente; anche or ora (Atti 13:16 e seg.); quando parla agli ateniesi colti, civili, ei trae i suoi argomenti dagli artistici altari, dai magnifici templi, dalla storia, dalla letteratura, dall'anima e dalla coscienza (Atti 17:22 e seg.); in Listra, evangelizzando una popolazione rude, e, grossolana, primitiva, le parla di quell'Iddio che le dà da mangiare e le rallegra il cuore Atti 14:17. Io mi domando se noi sappiamo sempre adattare i nostri discorsi al grado di cultura ed allo stato psicologico dei nostri uditori!

6. Dopo il principio monoteistico che è l'anima del discorso di Paolo, la cosa più importante del discorso stesso è l'idea espressa in Atti 14:16-17. È il primo germe di quella filosofia della storia, di cui siamo debitori al grande apostolo. Il medesimo germe troveremo ancora in Atti 17:30; ma il fiore sbocciato in tutta la maestà della sua divina bellezza e con tutto il suo dolce e soave profumo, dobbiamo cercare nella lettera ai romani Romani 1;2;11. La ignoranza ed i peccati del paganesimo non sono un capriccio, un caso, un fenomeno storico senza causa e senza scopo. È Dio che ha permesso al paganesimo di seguire le proprie vie, come se fosse abbandonato a se stesso; quello stesso Iddio, che ha permesso alla legge mosaica di compiere un'opera parziale ed imperfetta tra il popolo giudaico. Il paganesimo è chiamato ad educarsi alla scuola dell'esperienza; il giudaismo, alla scuola della legge; e l'esperienza e la legge, in questo gran dramma divino che è la storia della umanità, saranno i due "pedagoghi" Galati 3:24 che susciteranno nel cuore dei pagani e dei giudei il bisogno di una redenzione, e lo preparerà ad accettare il sacrificio del Golgota.

7. Non lo dimentichiamo; la Provvidenza ci dà la pioggia e le stagioni coi loro frutti, non soltanto per soddisfare al nostri bisogni fisici, ma anche "per empire il nostro cuore di gioia" Atti 14:17. È anche cotesta gioia ha uno scopo; ella deve, se posso dir così, ritornare a Dio che l'ha data, in un inno perenne di santa e sincera gratitudine. La nota fondamentale di cotesta gioia dev'essere nota di riconoscenza. La gioia che non ha cotesta nota, è la gioia d'un egoismo, che è la negazione di Dio.

21 5: Paolo torna in Antiochia di Siria (Atti 14:21-28)

Se ne ritornarono in Listra, in Iconio e in Antiochia

la quale Antiochia è Antiochia di Pisidia. Gli apostoli dunque rifanno la strada già fatta; egli è che questa volta il loro scopo non è tanto di evangelizzare, quanto di assodare l'opera fra i già evangelizzati, mediante una visita alle chiese testè formate. L'isola di Cipro soltanto, non è visitata di nuovo; ed a Perga, dove a quanto sembra da Atti 13:13 gli apostoli non si erano fermati la prima volta, essi si fermano adesso per predicarvi l'evangelo Atti 14:25.

22 Nel regno di Dio

Questa frase, che appare qui all'alba dell'insegnamento di Paolo, ritornerà frequentemente nelle lettere dell'apostolo Romani 14:17; 1Corinzi 4:20; 6:9; Colossesi 4:10; 2Tessalonicesi 1:5. Paolo non predica delle teorie; annunzia un fatto: e questo fatto non è la Chiesa; è il Regno. La Chiesa è la gloriosa capitale del Regno, ma non è il Regno; e l'apostolo, pur preoccupandosi della capitale, non dimenticherà mai il Regno; il Regno di Dio, che è il Regno del bene, perché Dio e il Bene Assoluto. Il Regno di Dio, per l'apostolo, consiste in giustizia, che è la pratica del bene; in pace, che è il risultato della nostra riconciliazione con Dio per mezzo di Cristo; e in allegrezza, che non è la pazza ed infeconda allegrezza del mondo, ma l'allegrezza che lo Spirito produce; quello Spirito che è Santo, non solo perché puro in sè; ma anche perché separa dal male e consacra al bene i pensieri della mente, gli affetti del cuore e le aspirazioni dell'anima Romani 14:17.

23 Ordinati per voti comuni

La parola dell'originale ( χειροτονησαντες) non si trova nel Nuovo T., che qui ed in 2Corinzi 8:19. Vuol dire ( χειροτονεω): do il mio voto distendendo o alzando la mano. Quindi è che la diodatina traduce: dopo che ebbero ordinati... per voti comuni. Non si tratta quindi di ordinazione, nel senso ecclesiastico posteriore; si tratta di una elezione, fatta per suffragio popolare. Per suffragio popolare, dico; perché è vero che il testo si esprime così: e dopo avere loro per ciascuna chiesa ordinati... come se gli apostoli avessero eletti loro gli anziani, senza tener conto della chiesa; ma è chiaro come la luce del giorno, che Luca non vuol dir questo. Data la espressione del testo ( χειροτονησαντες), data la natura, lo spirito, l'ordinamento democratico che conosciamo della Chiesa primitiva, voler vedere nella Chiesa primitiva una elezione a cotesto modo, sarebbe un volervi vedere un anacronismo (per non dire una enormità), contro il quale si ribellerebbe tutto il libro dei Fatti. Gli apostoli avranno preseduto all'assemblea; e sarà questo che Luca vuol dire quando scrive: dopo che ebbero ordinati ecc.; ma l'elezione fu fatta per voto della chiesa. A togliere ogni ambiguità, si potrebbe tradurre il passo così: E dopo aver loro fatto eleggere degli anziani in ogni chiesa...

Degli anziani.

Vedi Atti 11:30.

Avendo orato con digiuni.

Vedi Atti 13:2-3.

Nel quale aveano creduto.

Raccomandarono i discepoli, s'intende Atti 14:22; li raccomandarono al Signore, nel quale essi (cioè i discepoli) aveano creduto.

24 Pisidia

Vedi Atti 13:14.

Panfilia.

Vedi Atti 13:13.

25 Perga

Vedi Atti 13:13; 14:21.

Attalia.

Era un porto al sud-est di Perga, presso i confini della Licia. Ebbe il suo nome dal suo fondatore Attalo Filadelfo, re di Pergamo, che salì al trono nel 155 av. Cr.

26 In Antiochia

è l'Antiochia di Siria.

Onde erano stati raccomandati

ecc. Vedi Atti 13:2-3.

27 Ed essendovi giunti...

Erano stati assenti parecchio tempo; due o tre anni. Immaginarsi la gioia dei cristiani di Antiochia quando li videro di nuovo fra loro!

La porta della fede.

È una frase che Paolo stesso, probabilmente, usò nel suo discorso, perché è una metafora che si trova spesso nelle lettere dell'apostolo 1Corinzi 16:9; 2Corinzi 2:12; Colossesi 4:3; 1Tessalonicesi 1:9.

28 Non poco tempo

Quanto tempo, non è possibile di precisare.

Riflessioni

1. Atti 14:21-22 ci mostrano in che consista il "Ministerio della Parola". Esso, consiste:

1) nell'evangelizzare (ευαγγελιζειν ) Atti 14:21; vale a dire, nell'annunziare Cristo a chi non lo conosce ancora;

2) nello istruire gli evangelizzati per farne dei veri e propri discepoli (μαθητευειν ) Atti 14:21;

3) nel fortificare il coraggio dei discepoli in mezzo alle lotte esterne del mondo ed alle interne della santificazione (επιστηριζειν ) Atti 14:22;

4) nell'esortare e nel confortare (παρακαλειν ) Atti 14:22 i credenti.

2. "Per molte afflizioni è necessario che entriamo nel regno di Dio" Atti 14:22. "È necessario!" Questa parola suona male, stride alle nostre orecchie; ma pure, è così; "è necessario", non di una necessità imposta dal fato cieco; ma di una necessità stabilita dal savio Iddio. È necessario, perché il credente deve somigliare a Colui nel quale ha creduto Romani 8:17; è necessario, perché come potrebbe essere altrimenti, data la "inimicizia" che regna fra il bene ed il male Genesi 3:15, fra Cristo e Satana 2Corinzi 6:15, fra Dio ed il mondo Giacomo 4:4; è necessario, per la nostra santificazione 2Corinzi 4:16-17; Ebrei 12:4-12. La Chiesa appassisce, sovente, nel tempo della prosperità; più ella piange e più bellamente fiorisce. La Chiesa è la vigna dell'Eterno; e la vigna cresce ricca e feconda quando l'Eterno la pota. "E che credi tu?" dice S. Tomaso d'Aquino; "credi tu d'entrare nel regno di Dio senza la croce e senza tribolazione? Ma neppur Cristo, né alcuno dei suoi più cari amici, né alcuno dei suoi santi poterono e vollero farlo. Chiedilo pure a chi ti pare, fra quelli che già trionfano, cittadini del cielo; tutti quanti ti risponderanno: Siamo giunti alla gloria di Dio per la via della croce e della prova. Mettiti pur dunque sotto il giogo di Cristo; è un giogo leggero e dolce per quelli che amano il Signore".

3. A proposito di Atti 14:23, importantissimo dal punto di vista ecclesiologico, debbo escludere prima di tutto due tendenze, che non hanno alcun nesso col testo; e desidero poi riassumere tutti i dati del testo stesso, relativi all'anzianato. La prima tendenza è la cattolico-romana. Ecco quello che dice il Martini: "La voce Presbyteri si prende per significare anche i vescovi, e lo stesso è della voce sacerdoti in latino; ed è credibile che dei vescovi e dei sacerdoti eleggessero in queste città, i quali coltivassero nella fede i nuovi Cristiani, e arricchissero la Chiesa di nuove conquiste". Le parole, per il commentatore romano, non hanno una fisonomia vera, propria, stabile; sono camaleontiche; ed è necessario che sia così, quando non si cerca nel testo la verità storica, obbiettivamente e senza preconcetti, ma vi si cerca e vi si vuol trovare ad ogni costo la giustificazione di un ordinamento ecclesiastico decrepito, tarlato, pagano più che cristiano. La seconda tendenza che mi pare doversi scartare, è la tendenza episcopale; la tendenza rappresentata dall'episcopalismo inglese e dai suoi affini. Ecco quello che dice il Vescovo Dott. C. I. Ellicott: "È interessante il notar qui che Paolo e Barnaba, in virtù dell'autorità che come apostoli aveano ricevuta prima da Cristo Galati 1:1 e poi mediatamente dalla Chiesa di Antiochia Atti 13:3, esercitavano il diritto di costituire, o, per usare una frase di tempi posteriori, di ordinare degli anziani". Al che si può rispondere:

a) che cotesta idea dà di cozzo contro i risultati del testo, che adesso esporrò;

b) che l'apostolato di cui parla Paolo in Galati 1:1, e l'apostolato in genere, non dànno "il diritto di ordinare" ecc., ma "impongono il dovere di predicare, di evangelizzare 1Corinzi 9:16. L'Apostolo è uno mandato da Cristo; nello stesso senso, che Cristo è mandato da Dio. Paolo è apostolo di Cristo, come Cristo è l'apostolo di Dio Ebrei 3:1; Giovanni 3:34. È Cristo non manda i suoi a battezzare 1Corinzi 1:17; non li manda ad "ordinare" degli anziani per le chiese, ma, data loro "la virtù da alto" Luca 24:49, li manda ad annunziar Cristo e Cristo crocifisso 1Corinzi 2:2; in una parola, l'apostolato non è funzione sacramentale, ma è funzione amministrativa e didattica;

c) che l'autorità la quale gli apostoli ricevettero ad Antiochia Atti 13:3, non ha che fare né con l'apostolato propriamente detto Galati 1:1, né con l'"ordinazione" degli anziani. La chiesa d'Antiochia come ho mostrato nel commento, non fece che "mettere da parte Barnaba e Saulo per l'opera delle missioni".

Riassumiamo adesso tutti i dati del testo relativi all'anzianato.

1) La istituzione dell'anzianato è motivata da una necessità storica. I nuclei di credenti che si eran formati qua e là per l'Asia Minore in seguito alla predicazione di Barnaba e di Saulo, erano troppo lontani dalla chiesa madre antiochena di Siria, per porsi all'ombra dell'ordinamento ecclesiastico di lei; ogni loro relazione con la sinagoga era rotta, e l'odio giudaico li perseguitava con accanimento; quindi, la necessità assoluta di darsi un ordinamento proprio che li mettesse in grado di vivere di una vita compatta, forte, indipendente.

2) L'idea, o la genesi dell'anzianato, va cercata nell'anzianato della chiesa gerosolimitana Atti 11:30; e la genesi dell'anzianato gerosolimitano, come ho detto in Atti 11:30, va cercata nella Sinagoga onde, questo fatto; che siccome l'anzianato là non è cosa nuova, ma passa naturalmente dalla sinagoga nella chiesa giudeo-cristiana, nella chiesa, cioè composta di convertiti dal giudaismo, non si dice verbo del quando e del come l'anzianato vi fosse istituito; qui, invece, che si tratta di chiese etnico-cristiane, di chiese, cioè, composte di convertiti dal paganesimo, della istituzione si parla, perché l'anzianato vi è cosa nuova e senza tradizioni. Notisi bene il fatto, che è di somma importanza. La genesi dell'ordinamento sociale della Chiesa non e nel sacerdotalismo del Tempio, ma è nell'ordinamento laico e democratico della Sinagoga

3) Che cosa fossero gli anziani, il lettore, me che da ogni definizione, capirà dai nomi che essi portano nei Fatti e nel rimanente del Nuovo T. L'anziano è chiamato:

    a) πρεσβυτερος , presbitero; superiore per età; seniore; anziano. È il nome che serve d'addentellato fra l'anzianato giudaico e l'anzianato cristiano. (Atti 4:8; anziani d'Israele; e Atti 25:15 anziani dei giudei; che è la traduzione esatta di anziani d'Israele, i seniori del gran Sinedrio, di Esodo 3:16; Deuteronomio 19:12 ecc.). È nome che si riferisce all'età. Vedi Atti 11:30; 15:2,4,6,22; 16:4; 21:18; 1Pietro 5:1,5 ecc.

b) επισκοπος , vescovo, ispettore, colui che sorveglia (che ha cura d'anime 1Pietro 2:25), che vigila ecc. Atti 20:28; Filippesi 1:1; 1Timoteo 3:2; Tito 1:7.

c) προισταμενος , colui che "sta sopra", che presiede, che dirige, che governa. Romani 12:8; 1Tessalonicesi 5:12; 1Timoteo 3:4,5,12; 5:17;

d) ποιμην , pastore, che pasce le anime col pane spirituale della parola di Dio e che ha per le anime la stessa sollecitudine, che il pastore ha per la sua greggia Giovanni 10:16; 1Pietro 2:25; Ebrei 13:20; Efesini 4:11;

e) ἡγεμων , uno che ha autorità morale; il cui consiglio val molto; e quindi, uno che conduce: Atti 15:22; Ebrei 13:7,17,24.

Tutti questi nomi sono nomi intesi a designare il medesimo ufficio dell'anziano.

4) Chi elesse questi anziani nelle chiese del nostro passo? L'ho già detto; non li elessero gli apostoli, come vorrebbe l'Ellicott; ma li elesse l'assemblea; e la cosa è sicura per l'analogia delle istituzioni politiche del tempo, che non furon certo senza influenza sulla modalità di questa elezione ecclesiastica; e perché il χειροτονεω non vuol dire imporre le mani; il che potrebbe essere stato fatto anche dagli apostoli soltanto; ma vuol dire: eleggere sporgendo o alzando la mano; e questo non ha senso, se non si riferisce ad un'assemblea d'elettori.

5) In che modo si fece l'elezione? Non è detto; ma siccome l'anzianato del nostro passo ha, come ho mostrato, stretta relazione con l'anzianato della chiesa gerosolimitana, non saremo molto lungi dal vero se ci figuriamo questa elezione avvenuta presso a poco come avvenne, a Gerusalemme, l'elezione dei diaconi di cui abbiamo parlato in Atti 6:1-7.

6) Quanti furono gli anziani eletti? Furono parecchi: furono non un anziano; ma degli anziani per ciascuna chiesa. Il fatto ha gran peso; non è una sottigliezza inconcludente. Prendete la chiesa di Filippi, per esempio; leggete Filippesi 1:1 e domandate ad un cattolico romano come spieghi la presenza di tanti vescovi in una chiesuola come quella di Filippi, se è vero che l'episcopato non fosse identico all'anzianato, come diciamo noi con l'autorità del Nuovo T., ma fosse proprio l'episcopato, come la chiesa di Roma l'intende.

7) L'assieme dei presbiteri degli anziani, in una chiesa, costituisce il "collegio degli anziani" ossia, per dirla alla greca, il presbiterio (πρεσβυτεριον ) 1Timoteo 4:14. Il qual presbiterio, una volta costituito, agisce da sè e non ha bisogno della presenza di un apostolo per funzionare. Gli apostoli, quando le chiese si sono date ciascuna il proprio presbiterio, se ne vanno (Atti 14:23-24 e seg.). Non solo; ma senza che sia necessaria la presenza d'un apostolo, un presbiterio può aggiungersi chi vuole, quando ce ne sia bisogno. Così il presbiterio di Listra, mediante l'imposizione delle mani, metterà a parte Timoteo per l'opera della Chiesa.

4. Gli apostoli narrano ai fratelli d'Antiochia di Siria, "quanto grandi cose Iddio avea fatte con loro" Atti 14:27. Con loro. Tale è il vero senso del μετ' αυτων dell'originale; non è equivalente al δι' αυτων , per mezzo di loro, che è in Atti 15:12 è proprio con loro, come in Atti 7:9 e in Romani 16:20. Gli apostoli erano stati fedeli "operai con Dio" 1Corinzi 3:9, e Dio avea fatto tutto "con loro e per loro"; avea mandato pericoli, persecuzioni, lapidazione; un mondo d'affanni, insomma; ma aveva anche dato loro delle chiese, in Antiochia di Pisidia, in Iconio, in Listra, in Derbe, in Salamina, in Pafo!

5. È Dio che apre la porta Atti 14:27; nessun predicatore osi strappare la chiave dalla mano di Dio, quasi ei potesse da sè aprire il cuore degli uomini; chieda a Dio ch'egli stesso si degni d'aprire; e, quando la porta è aperta, ne renda il predicatore la dovuta gloria a Dio. Quattro porte apre Iddio laddove l'Evangelo della grazia è annunziato; la bocca del predicatore Efesini 6:19; le orecchie dell'assemblea Romani 10:17; il cuore di chi ascolta Atti 16:14; la porta della eternità a chi ha ascoltato con frutto 2Pietro 1:11.

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