Atti 16

1 2. Timoteo (Atti 16:1-5)

Timoteo

Il nome significa: Uno che onora Iddio. Fu uno dei primi convertiti per mezzo di Paolo 1Timoteo 1:2. Era figlio di madre ebrea e di padre pagano (2Timoteo 1:5 e il nostro passo); dalla mamma e dalla nonna fu istruito nelle Scritture del l'Antico T. 2Timoteo 3:15. Era giovane di grandi speranze (1Timoteo 1:18), ricevette l'imposizione delle mani dagli anziani di Listra 1Timoteo 4:14 ed ora era invitato da Paolo a seguirlo nel campo della missione. Lavorò, e lavorò molto con Paolo Romani 16:21; fu il messaggiero di lui alla chiesa di Corinto 1Corinzi 4:17 ed alla chiesa di Tessalonica 1Tessalonicesi 3:2-6. Fu compagno di prigione del grande apostolo Filippesi 1:1; 2:19; Colossesi 1:1; Filemone 1, ed ebbe anch'egli da sè, molto a soffrire per la testimonianza dell'Evangelo Ebrei 13:23.

3 Lo circoncise

Questo fatto, posto allato all'altro narrato in Galati 2:3, secondo il quale, in Gerusalemme, Paolo non avrebbe voluto circoncidere Tito, ha destato non solo le meraviglie ma un mondo di obbiezioni nel campo della scuola ipercritica; e l'apostolo è stato accusato di debolezza di carattere, d'incoerenza nei principi, e il brano dei Fatti che studiamo, è stato condannato come in credibile ed assurdo. (Baur, Paulus, p. 129 e seg.; Zeller, Apostelgesch; p. 239 e seg.). E dire che la soluzione del problema è così facile e naturale! Consideriamo bene ed a fondo le cose e facciamo tre osservazioni.

1) In Gerusalemme, Paolo si trova dinnanzi dei, giudeo-cristiani ai quali ei non doveva né poteva cedere; qui, invece, ha dinnanzi dei giudei non convertiti ch'egli ha paura di respingere, di scandalizzare, se si mette allato un assistente non circonciso. La riuscita della sua missione, qui, dipende in gran parte dalla possibilità di continuare ad evangelizzare i giudei e d'aver adito nelle sinagoghe; ma tutto questo gli è tolto, se si mena attorno un collega incirconciso. Questo, per la condizione storica del fatto.

2) Ma i due fatti, che per il Baur e lo Zeller implicano una incoerenza di principi, sono invece quello che sono, in omaggio alla santità dei principi. Non dimentichiamo che a Gerusalemme si domandava la circoncisione come necessaria alla salvazione Atti 15:1. E sfido io che Paolo non voglia circoncidere Tito! Se l'avesse circonciso, avrebbe tradito l'evangelo. Ma qui il motivo che lo spinge a circoncidere Timoteo nasce dalle circostanze speciali in cui l'apostolo si trova; e non deriva da necessità religiosa di sorta, che qualcuno cerchi d'imporgli e che comprometta l'integrità dei principi ch'egli professa.

3) A quest'ora, poi, Paolo aveva anche una ragione più diretta di queste che ho addotte, per impegnarsi nella via che gli vediamo scegliere. Timoteo era figlio d'una donna giudea, ed apparteneva quindi, in un certo modo, al popolo israelita. Paolo, come Luca ha cura di dirci Atti 16:4, seguiva, in questo tempo, da per tutto, la linea di condotta tracciata a Gerusalemme: la linea, cioè, per la quale la legge era considerata come obbligatoria o no, secondo che si trattava di giudei o di pagani. È non e egli più che naturale che Paolo, stando così le cose, circoncidesse Timoteo?

4 Gli statuti...

si riferiscono alla Conferenza di Gerusalemme Atti 15.

5 Riflessioni

1. Il suolo che Paolo ha bagnato col proprio sangue Atti 14:19, abbonda di fiori e di frutti per la gloria di Dio Atti 16:1,5.

2. Madri! siate fedeli Atti 16:1 come Eunice 2Timoteo 1:5 nell'esercizio del vostro sublime ministerio materno. Pregate per i vostri figli, educateli all'ombra della parola di Dio, ed essi saranno la corona della vostra vecchiaia, esempio di santi costumi al mondo di collaboratori di Dio nella grand'opra del trionfo del Vero.

3. Paolo, per il momento, ha perduto Marco Atti 15:39; ma Dio gli dà Timoteo. Il Signore e sempre coi suoi; Egli "dona liberalmente" Giacomo 1:5 ed i suoi doni sono uno migliore dell'altro.

4. A proposito della circoncisione di Timoteo, alcune parole di due grandi uomini di Dio sono degne d'esser qui ricordate dal punto di vista pratico del fatto. Il Crisostomo dice: "Paolo circoncise Timoteo per abolire la circoncisione". Vale a dire; lo circoncise affinché larga gli potesse esser aperta la porta del giudaismo per predicarvi Cristo crocifisso, che emancipa i peccatori dagli spaventi della legge. Martino Lutero spiega il fatto di Timoteo, dicendo così: "Egli è come se io me ne andassi adesso a predicare l'evangelo agli ebrei, e li trovassi, relativamente alle loro osservanze legali, animati dallo spirito che animava quelli fra i quali Paolo lavorava. Io non avrei difficoltà, in questo caso, a farmi circoncidere, a mangiar queste vivande e ad astenermi da quest'altre come fanno loro. E lo farei, solamente in quel caso lì; pel tempo che lavorerei in cotesto campo per l'evangelo. Dopo, si capisce, non lo farei più". Quanti missionari, nella Cina, per esempio, anche ai nostri dì, si son fatti e si fanno Cinesi coi Cinesi, appunto come Paolo si faceva giudeo coi giudei "per cercare in tutte le maniere di salvarne qualcuno!" 1Corinzi 9:20-22.

5. L'accrescimento numerico d'una chiesa non val nulla se non è accompagnato da un corrispondente sviluppo spirituale della chiesa stessa Atti 16:5.

6 3. Paolo approda in Europa (Atti 16:6-12)

Paolo ed i suoi compagni, lasciando la Licaonia, entravano in paesi ove l'evangelo non era stato ancora predicato. Se si fossero diretti verso l'ovest, sarebbero entrati nella provincia dell'Asia proconsolare, della quale Efeso era il capoluogo. Se verso il nord, avrebbero attraversato la Frigia e la Galazia; e questa è la via, che lo Spirito indica loro. Lo stesso fatto si rinnova poi in Galazia. Avrebbero potuto continuare in direzione di nord, traversare la Bitinia ed arrivare alle coste del mar Nero; ma lo Spirito fa loro prendere un'altra direzione. All'ovest, la Misia soltanto li separa dal mar Egeo (dall'Arcipelago) e dalle coste dell'Europa; e l'Europa li attira ed è loro accennata come scopo del loro viaggio. Così, senza fermarsi, e traversata rapidamente la Misia, giunsero alla costa, a Troas, città moderna, costruita non lungi dal luogo ove sorgeva l'antica Troia; e quivi la vocazione provvidenziale che li chiama in Europa, si manifesta a Paolo in modo positivo e sicuro.

La Frigia

è la Frigia maggiore degli antichi geografi; era la più vasta delle provincia dell'Asia Minore. Non era provincia romana nei tempi apostolici.

Il paese della Galazia

era all'est della Frigia. Vi si parlava un dialetto celtico. Gli abitanti, vi avevano abbracciata la religione dei frigi, che prima aveano occupato il paese. Cotesta religione consisteva specialmente in un culto disordinato e turpe della dea Cibele, che era servita da sacerdoti eunuchi.

L'Asia

è l'Asia proconsolare Atti 2:9, che comprendeva i tre distretti: Misia, Lidia, Caria.

7 La Misia

era la parte settentrionale dell'Asia proconsolare.

La Bitinia

era una delle parti in cui Roma avea divisa l'Asia Minore 1Pietro 1:1.

8 Troas

Città della Frigia o della Misia, sull'Ellesponto; fra Troia al Nogrid ed Asso al Sud. Qualche volta il nome Troas o Troade è usato a significare tutta la regione nella quale sorgeva l'antica Troia. Qui si suppone avvenissero i fatti cantati dall'Iliade d'Omero. Troas è ricordata in Atti 20:5; 2Corinzi 2:12; 2Timoteo 4:13.

9 Un uomo macedone

È inutile che cerchiamo di renderci conto esatto dei dettagli di questa visione; voglio dire del modo in cui ella avvenne e della forma che prese. L'importante si è che la visione risolveva, nella mente dell'apostolo, tutte quante le incertezze del viaggio. Il Martini, con la solita disinvoltura dei commentatori cattolici che possono fare assegnamento sulla fede grossa dei loro lettori, dà dei dettagli sicuri anche a questo proposito. Quest'uomo, secondo lui, era "l'Angelo tutelare della Macedonia, il quale si fece vedere all'apostolo, vestito all'uso di Macedonia, e parlando il linguaggio di quel paese".

Macedonia

qui, probabilmente, significa non soltanto la Macedonia propriamente detta, ma tutta quanta la provincia romana che comprendeva la Macedonia propriamente detta, l'Illirico, l'Epiro e la Tessaglia. L'Acaia, al medesimo modo, abbracciava tutta quanta la Grecia meridionale.

10 Noi procacciammo

È la prima volta che nei Fatti apparisce questo noi, che accenna a Luca, all'autore del libro e testimone oculare delle cose che racconta; e per quel che riguarda questo noi che ha tanta importanza, veda il lettore la Introduzione.

11 Samotracia.

È una isola del mar Egeo, al nord-ovest di Troas ed a 38 miglia romane dalle coste della Tracia.

Napoli;

letteralmente: Neapolis. Città marittima della Macedonia, vicina ai confini della Tracia.

12 Filippi, che è la prima città...

Quel prima non va inteso in senso politico ed amministrativo, ma in senso topografico. Si potrebbe tradurre così: Di là (ci recammo) a Filippi che è la prima città della provincia di Macedonia che s'incontra, ed è città di colonia. Per passare dall'Asia in Europa. I nostri viaggiatori dovettero traversare la parte più settentrionale del mar Egeo. Neapolis, a cotest'epoca, faceva ancora parte della Tracia; quindi Filippi era la prima città della Macedonia, alla quale arrivarono. Filippo, il padre di Alessandro il Grande, l'aveva ingrandita e aveva dato il proprio nome; Augusto, che vi avea riportato una celebre vittoria su Bruto e Cassio, le aveva dato il jus italicum; il godimento, cioè, dei diritti e de privilegi posseduti dalle città d'Italia, e le aveva per conseguenza dato dei magistrati romani. Già Cesare vi avea stabilito una colonia romana. Il qual termine non va confuso con le nostre colonie moderne. La colonia romana era essenzialmente una posizione militare. Erano dei tratti di territorio conquistato, che si davano comunemente ai veterani delle patrie battaglie. Quei tratti di territorio diventavano politicamente parti integrali di Roma, e tutti i decreti dell'imperatore o del senato vi aveano la stessa forza che nella capitale.

Riflessioni

1. Siamo ancora nella bella primavera dello Spirito pentecostale. È impossibile leggere Atti 16:6-7 senza domandarci: "Ma questo Spirito che guidava in modo così chiaro e così sicuro gli apostoli, non c'è dunque più? La sua voce s'è ella dunque affievolita con l'andar dei secoli?...". No; lo Spirito c'è, e la voce di lui il tempo non ha punto affievolita; è il nostro senso dell'udito che e diventato ottuso; e bisognerà pur che ci mettiamo di nuovo ad esercitarlo ad udire "il suono sommesso e sottile" 1Re 19:12, se vogliamo arrivare a veder di nuovo, nelle nostre chiese, la fede, la vita e lo slancio che facean si bella la Chiesa primitiva.

2. La formula: lo Spirito di Gesù di Atti 16:7 è importantissima dal punto di vista dottrinale. In tutto il Nuovo T. non si trova che in questo passo; mentre la formula si nomina "Spirito di Dio", "Spirito di Cristo" ecc. si trovano ad ogni piè sospinto. È una formula che ha dato parecchia noia ai copisti, che l'hanno spesso alterata, e già anticamente, perché nelle dispute relative allo Spirito Santo ed al testo del simbolo niceno (i latini soli dicevano che lo Spirito procede anche dal Figlio) non c'è un'anima che citi questo passo.

3. La visione di Atti 16:9 è un'altra prova del fatto che Dio non lascia mai i suoi figliuoli nell'incertezza più di quello che sia necessario alla loro educazione spirituale. Impariamo a fissare lo sguardo là d'onde ci verrà il divino accenno alla via per la quale ci dobbiamo incamminare. Se l'accenno tarda, "e tu l'aspetta; che per certo egli verrà!". È quando l'accenno è venuto, impariamo dai grandi uomini di Dio a seguirlo con gioia, con prontezza, con ispirito di filiale ubbidienza Atti 2:17; 9:10; 10:3,17,19; 11:5; 12:9; 18:9.

13 4. A Filippi (Atti 16:13-40)

a) Lidia la mercantessa di porpora (Atti 16:13-15)

A Filippi (vedi Atti 16:12) c'erano così pochi giudei che non vi esisteva sinagoga. Nondimeno, fuori di città, presso del fiume, che era il Gangite, c'era un luogo ove i giudei aveano l'abitudine di raccogliersi per i loro atti di divozione. Quel luogo si chiamava la προσευκη (proseuché). La proseuché era di forma circolare, senza tetto, fuori di città, e sempre sulla riva d'un fiume o lungo il mare, per render facili i riti d'abluzione. Tertulliano (Ad nat. 1, 13) parla delle orationes litorales dei giudei. E Giovenale accenna a questi, che in italiano si potrebbero chiamare oratori, nella Sat. 3:11-13 e 3.296.

Alle donne

L'assenza degli uomini dall'oratorio ha, dato molto da pensare a parecchi. La ragione di cotest'assenza potrebbe esser questa. Claudio avea bandito i giudei da Roma e dalle colonie Atti 18:2; è quindi naturale che non ci fossero che donne ebree di nascita o proselite, le quali potessero accogliere i nostri missionari. Questa, dico, potrebbe esser la ragione della cosa. Ad ogni modo si converrà meco che l'accusare, come molti fanno, gli uomini giudei di Filippi di indifferenza religiosa, è per lo meno un giudizio precipitato. Se la ragione storica che ho data non ci soddisfa, diciamo piuttosto che non ne sappiamo nulla - e basti.

Postici a sedere

è l'attitudine di colui che s'accinge ad insegnare Atti 13:14; Luca 4:20.

14 Lidia

può essere nome proprio, o anche un soprannome d'origine: la Lidia; come si direbbe: la lombarda, la toscana, la romana e simili.

Mercantante di porpora;

di porpora colore, o di stoffe colorate con la porpora.

Tiatiri

era una città della Lidia, provincia compresa nell'Asia proconsolare. Era situata nella valle del Lico e come altre città dell'Asia Minore era famosa per i suoi lavori di tintoria, specialmente per la porpora o il "cremisi", e rivaleggiava in questo con Tiro e Mileto (Strabone, 13:4, e 14). Si sono trovate, sul luogo delle iscrizioni accennanti ad una corporazione di venditori di porpora. Tiatiri è una delle sette città nominate nell'Apocalisse Apocalisse 1:11; 2:18.

Serviva a Dio.

Era una donna pia; una proselita giudea Atti 13:16.

per attendere

per renderla attenta ecc. Atti 8:6 ecc.

15 Ella e la sua famiglia.

Questo passo è spessissimo citato in appoggio del battesimo dei bambini. Il parlare che si fa della famiglia di Lidia pare che debba implicare necessariamente la presenza di bambini. Senza dubbio, dei bambini ce ne possono anche essere stati; ma perché far tanto assegnamento sopra una prova così problematica ed incerta? Prima di tutto, non è detto che Lidia avesse dei figliuoli; non è certo neppure che fosse maritata; e la sua famiglia avrebbe potuto benissimo esser composta soltanto di schiave e di schiave fatte libere, ch'ell'avrebbe occupate nella sua azienda commerciale. Il battesimo dei bambini non ha bisogno di prove incerte, vacillanti come questa: ei riposa sopra un altro ben più solido fondamento.

16 b) La schiava dallo spirito di Pitone (Atti 16:16-23)

All'orazione:

al luogo dell'orazione; alla prosevché; all'oratorio.

Una fanticella:

una serva; una schiava.

Uno spirito di Pitone;

o, come hanno altri codici: uno spirito pitonico. Pitone era uno dei nomi d'Apollo, il dio greco figlio di Giove e di Latona, che era reputato inventore delle belle arti, della musica, della poesia, della medicina e dell'eloquenza. Si dice che cotesto nome gli fosse dato perché, appena venuto alla luce, uccise un serpente che si e chiamava Pitone e che Giunone avea mandato a perseguitare Latona. La sacerdotessa d'Apollo a Delfo, o, come la si chiamava, la Pitonessa di Delfo era celebre per le sue supposte ispirate divinazioni del futuro. Atti 16:18 è chiaro: Il caso della schiava è un caso di possessione demoniaca: si tratta di una povera indemoniata, che Paolo esorcizza; dalla quale, cioè, Paolo espelle lo spirito maligno.

19 Alla corte dei rettori

Meglio: li trassero nella piazza pubblica dinnanzi ai magistrati. La piazza pubblica era l'agorà (come dice il testo greco), che in tutte le città greche era il centro della vita sociale, il gran luogo del pubblico ritrovo.

20 I pretori

(strategoí) erano l'autorità militare, che dirigeva la cosa pubblica nelle colonie. Nella città di Filippi; che aveva il jus italicum, il diritto italico, la giustizia era amministrata da due pretori (duumviri, proetores) che i greci aveano l'abitudine di designare con un titolo militare ( στρατηγας = strategos, capitano, condottiero di esercito).

Questi uomini

Claudio Atti 18:2 avea bandito tutti i giudei da Roma; e il decreto, probabilmente, includeva anche la loro espulsione dalle colonie. Niun popolo era più sprezzato e odiato dai romani, del popolo giudaico; e questi giudei a Filippi, offendevano adesso niente meno che la legge romana; perché, ad onta dell'editto d'espulsione, rimanevano nella colonia; non solo; ma osavano introdurvi degli usi religiosi e dei riti contrari alla religione ufficiale e dominante. I romani erano tolleranti in fatto di religione. Il governo rispettava sempre le religioni de popoli conquistati; ma proibiva severamente ai romani di convertirsi ad un culto diverso dal culto nazionale, e perseguitava accanitamente ogni tentativo di proselitismo religioso.

21 Noi, che siam romani

Filippi era colonia; avea quindi il diritto di parlare della sua cittadinanza romana.

22 Stracciate loro le vesti

Era quello che si faceva sempre in questi casi. Tito Livio dice (2:5): "I littori, mandati ad infliggere la pena battono con le verghe i condannati ignudi".

Che fossero frustati

Meglio: che fossero battuti con le verghe. Si tratta dei littori, che portavano sempre una scure legata in mezzo ad un fascio di verghe, e che con coteste verghe applicavano la pena inflitta dalle autorità. La parola greca ( ῡαβδιζω = vergare, percuotere con verga: ῡαβδος) accenna appunto a cotesta speciale forma romana di pena. Questa dev'essere stata una delle tre vergature di cui Paolo parla in 2Corinzi 11:25.

23 Una gran battitura

Perché mai Paolo, ad evitare la punizione, non fece valere il diritto di cittadinanza romana Atti 16:37 come farà più tardi Atti 22:25? Forse, il tumulto popolare fu tal Atti 16:22 che impedì a Paolo di parlare e di far valere il suo diritto; forse, non volle far valere adesso il suo diritto per paura di compromettere qualcuno dei convertiti, che non avesse la cittadinanza romana. L'ira popolare, se si fosse vista sfuggire Paolo e Sila, si sarebbe, più che probabilmente, scatenata su chi avesse trovato senza mezzo di difesa.

24 c) Paolo, Sila e il carceriere (Atti 16:24-40)

Nella prigione più addentro

In una prigione oscura, in un sotterraneo, in una spelonca addirittura Atti 16:26. Chi ha visto il Mamertino di Roma può farsi un'idea di quello che fosse una delle "prigioni più addentro" dell'impero ramano.

Nei ceppi.

Lo ξυλον (xylon), che in latino si chiamava nervus, era un arnese fatto di due pezzi di legno con cinque fori, nei quali si chiudevano i piedi, le braccia ed il collo dei condannati. Nel caso nostro, i piedi soltanto furono assicurati nei ceppi.

25 Li udivano

È poco: bisogna dire: li ascoltavano attentamente ( επακροαομαι). E si capisce. Sotto quelle volte, use a ripercuotere gli urli, bestemmie e le imprecazioni dei delinquenti, ora si muovono le dolci e soavi note dell'inno della speranza e della fede.

26 E i legami di tutti si sciolsero

Ad intender bene questa frase, che potrebbe parere strana, bisogna ricordare che le catene dei carcerati erano fermate a degli anelli murati nelle pareti. La violenza del terremoto sconquassò i muri del carcere in modo, che le porte si apersero e gli anelli si staccarono addirittura dalle pareti.

27 Ed era per uccidersi

I carcerieri erano scelti nella classe più infima della società; talvolta, d'infra i delinquenti; e la negligenza nell'adempimento dei loro doveri, era punita con la morte. Vedi Atti 12:19; 27:42: - "Quindi, pensava il carceriere; poichè tanto debbo esser messo a morte, è meglio che m'ammazzi da me!"

29 Chiesto un lume

letteralmente: chiesti dei lumi; delle torce.

30 Che mi conviene egli fare...

Meglio: che debbo io fare per esser salvato? Salvato da che cosa?... Dal terremoto? dalla pena che l'aspettava? No; da qualcosa di più. Il carceriere sa l'accusa che è fatta a Paolo e Sila; sa che essi son quivi perché "annunziano la via della salvazione" Atti 16:17. È questa coscienza che lo Spirito ha scossa nei suoi più intimi penetrali, come il terremoto ha scosso la prigione dalle fondamenta, riconosce nei due carcerati un qualcosa di grande, di straordinario ch'ei non potrebbe egli stesso definire; e tremante e genuflesso esclama: - "Signori, che debbo io fare per esser salvato?...

31 Ed essi

Tutti e due: Paolo e Sila.

Nel Signor...

Signori! ha esclamato il carceriere: No! rispondono gli apostoli: non ce n'è che uno dei Signori; credi in Lui, e sarai salvato.

Nel Signor Gesù Cristo,

dice la diodatina; secondo i codici migliori, bisogna dire: Nel Signor Gesù. La casa tua: la tua famiglia.

32 Annunziarono la parola del Signore

Annunziarono la vita, la morte, la risurrezione del Signore: la necessità del ravvedimento, la vera natura della fede, la gioia della comunione con Dio: tutto questo è incluso nella frase: la parola del Signore. È il catecumenato che precede il battesimo del carceriere e della sua famiglia.

33 Lavò loro le piaghe,

Presili; vale a dire, presili con sè... lavò loro le piaghe. Ecco le opere, che non precedono ma seguono la fede; che non sono le radici ma i frutti della fede.

Fu battezzato egli e tutti i suoi.

Fra tutti questi suoi c'erano o non c'erano dei bambini? È una questione oziosa; e, senza dirne altro, rimando il lettore al commento su Atti 16:15. Come fu amministrato il battesimo? Per immersione o per aspersione? È un'altra questione che il testo non risolve. Chi vuole il battesimo soltanto per immersione, vi dirà: "Una pubblica prigione è più che probabile che contenesse un bagno od una vasca di qualche specie, che possono aver reso possibile il battesimo per immersione". Chi lo vuole soltanto per aspersione vi dirà: "È difficile ammettere che nell'interno d'un'antica prigione romana si trovassero i comodi per fare dei battesimi per immersione". Il fatto sta che è tutto affar di fantasia. Il testo non ne dice nulla.

34 Mise loro la tavola

Apparecchiò loro la tavola; diè loro da mangiare.

35 Mandarono i sergenti

mandarono i littori.

37 Dopo avere pubblicamente battuti

ecc. Le forme giudiziarie erano state violate dai pretori fin da principio; ed ora, per trarsi d'imbroglio, cercano di riparare al loro primo fallo violandole di nuovo. Prima, la vigilia, cedono alle pressioni imperiose d'una folla esaltata ed infliggono una pena senz'ombra di processo; oggi, contano di sbrigarsi d'ogni cosa, mettendo in libertà i carcerati, ai quali, pensano essi, non parrà vero d'uscirne così alla liscia. Ma Paolo non vuol partire come un reo graziato; ei domanda una riparazione d'onore. Fa valere il suo diritto di cittadino romano, che avrebbe dovuto proteggerlo contro la pena infamante della flagellazione. È chiedendo così soddisfazione per se personalmente, ei tutela, nello stesso tempo, l'onore dell'evangelo agli occhi di quelli che, non ancora abbastanza fermi nelle loro convinzioni, poteano facilmente essere scossi da coteste esperienze o da timori assai naturali. Paolo avea la cittadinanza romana, per nascita Atti 22:28. Ora, siccome la città di Tarso, a quel tempo, non avea cotesto privilegio, bisogna ammettere che suo padre, o qualcuno dei suoi antenati, l'avesse ottenuto a titolo di ricompensa personale, in occasione di qualche servizio reso ad uno dei capi dello stato durante le guerre civili. La cittadinanza (jus civitatis) si poteva anche comprare Atti 22:28. Sila, si chiamava veramente Silvano 2Corinzi 1:19; 1Tessalonicesi 1:1; e se era, come sembra dal nome, d'origine latina, la sua cittadinanza romana si capisce. Per la Legge Porcia (247 av. Cr.) i cittadini romani erano esenti dalla pena degradante della flagellazione. L'accusa più grave che Cicerone movesse a Verro, il Governatore della Sicilia, era appunto questa: d'aver trasgredito cotesta legge. "Legare un cittadino romano, dic'egli, e un'orrenda azione; flagellarlo, è un delitto; metterlo a morte, è quasi un parricidio" (Cic. in Verr. 7:57). I pretori poteano dunque aspettarsi una querela per abuso di potere e per attentato ai diritti ed all'onore di due cittadini romani. È il loro delitto la legge romana puniva con la morte e con la confisca dei beni.

38 E i sergenti

Meglio: i littori.

39 E vennero e li pregarono...

ecc. Avendo inteso che erano dei cittadini romani, ebbero paura e vennero con le buone a far le loro scuse, e li rimisero in libertà, pregandoli di lasciar la città.

Li pregarono di lasciar la città

per tema che la loro prolungata presenza suscitasse dei nuovi torbidi.

40 Poi si dipartirono

Il lettore deve osservare che il noi di Atti 16:10, che include Luca, il narratore dei Fatti, si perde nell'ultima arte di questo capitolo 16 (a cominciare da Atti 16:18). Luca dunque non ha partecipato alla prigionia dei suoi compagni. È la traccia di questo noi si perde completamente nei capitoli seguenti; e non riappare che nel capitolo Atti 20:5; e proprio quando Paolo si trova di nuovo in questa medesima città di Filippi.

Riflessioni

1. Ogni luogo è adatto alla preghiera, quando noi siam disposti a pregare con umiltà, con fede, con ispirito d'ubbidienza Atti 16:13. Il "sacrificio spirituale" della preghiera non prende la sua efficacia dal luogo dov'è offerto, ma dalle disposizioni del cuore di colui che l'offre. Ogni luogo, ripeto, è adatto alla vera prece. Può esser la campagna Genesi 24:63; la riva del mare Atti 21:5; la riva d'un fiume, come nel nostro caso; e la prigione, come in Atti 16:25. Quindi, si capisce la parola dell'apostolo: Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, levano al cielo mani pure ecc. 1Timoteo 2:8.

2. Paolo è giunto in Macedonia ove Dio lo chiama. Nella prima città ch'egli ed i suoi compagni incontrano, non è una folla di macedoni ansiosi che l'aspetta, ma un pugno di donne, in un oratorio giudaico, là fuor di mano, lungi dalla città, sulla riva del fiume Atti 16:13. Ma gli apostoli hanno imparato dal Maestro, dall'Evangelista della samaritana Giovanni 4:27, a non isprezzare i modesti principi. Ed hanno ragione. Come la donna del pozzo di Giacobbe fu il principio d'un grande risveglio in Samaria, così l'oratorio giudaico di Filippi sarà la culla d'una delle chiese più care al cuore di Paolo; la culla della chiesa, che sarà "l'allegrezza e la corona" dell'apostolo Filippesi 4:1. Quando, evangelizzando, lo scarso numero di uditori ci scoraggia, ricordiamoci del pozzo di Giacobbe e dell'oratorio giudaico di Filippi.

3. Il cuore umano, nello stato deplorevole in cui l'ha ridotto il peccato, è chiuso alla verità divina, che non può entrare ad illuminar la mente, a dirigere la volontà, a rinnovare l'uomo interno. È la grazia che apre il cuore Atti 16:14; e quando in un cuore che il Signore ha aperto Apocalisse 3:7 e preparato, cade il seme della Parola, il seme rimane, mette radici e cresce. La Parola è sempre la stessa; ma l'udirla è di due specie. Quando il Signore "sta alla porta e picchia" Apocalisse 3:20, la conversione è possibile; ma la conversione non diventa un fatto reale e compiuto, che quando l'uomo "ascolta la voce" Apocalisse 3:20 di colui che picchia; l'ascolta "con attenzione", e la riceve con fede. La scintilla della vita nuova è il risultato dell'incontro di due correnti: la corrente della Grazia divina e la corrente della libertà umana; la Grazia, senza la risposta della libertà, non può compiere i suoi miracoli; la libertà, senza il concorso della Grazia, non può giungere all'altezza della comunione con Dio. Questa è la dottrina che il Nuovo T. nasconde sotto il velame di un'apparente contraddizione: "Il Signore apre il cuore di Lidia" Atti 16:14; ma Lidia non sarebbe mai giunta alla comunione con Dio, se non avesse ella stessa aperta la porta del cuore a lasciarvi entrare il Signore che picchiava Apocalisse 3:20.

4. La fede vera come quella di Lidia, si espande in soavi e profumati fiori d'opere d'amore Atti 16:15.

5. Il fatto della schiava dallo spirito di Pitone Atti 16:16 ha dato luogo ad un mondo di spiegazioni e di teorie diverse. A cominciare da Agostino, che chiama questa infelice foemina ventri loqua e considera il caso come un caso di ventriloquio, fino ai dì nostri in cui l'Ellicott, per esempio, lo tratta come un caso d'isterismo, ogni sorta di opinioni è stata espressa. A che tanto fantasticare? E non è egli meglio, e più giusto, e più sicuro, l'attenerci semplicemente alla impressione che del fatto ha ricevuto il testimone oculare che lo racconta? Non c'è ombra di dubbio. Per Luca, la schiava non è né una ventriloqua né una isterica; perché i casi di ventriloquio e d'isterismo non son casi che si esorcizzino Atti 16:18. Il caso della schiava, per Luca, non è altro che un caso di possessione demoniaca, del genere di quei molti che gli evangeli sinottici ci narrano; con questa essenziale differenza, però; che qui non si tratta di un malanno fisico inflitto dal demonio alla persona di cui s'è impadronito; ma si tratta di uno spirito maligno. Atti 16:18, che si compiace nell'annunziare il futuro, per la bocca della schiava; di uno spirito maligno, che fa di questa donna un'indovina; e, siccome ella è una schiava, chi sfrutta questa facoltà straordinaria di dire ad altri la buona o la mala ventura, non è lei, ma sono i padroni. L'esorcismo, vale à dire la espulsione di cotesto spirito maligno operata da Paolo nel nome di Gesù Cristo Atti 16:18, rompe l'incanto e fa finire l'infame mercato. La soluzione grande e solenne del fatto ci dice che non si trattava d'impostori e di furbi che sfruttavano la stupida credulità dei gonzi; ma che si trattava d'una vera, grave, e dolorosa manifestazione del "potere delle tenebre" Colossesi 1:13. Questa e non altra è la spiegazione che del fatto ci dà Luca, che fu del fatto stesso testimone oculare e narratore.

6. Come mai Paolo, nell'interesse della causa evangelica, non si vale della testimonianza dello spirito Atti 16:17; di una testimonianza indipendente e misteriosa ad un tempo; e che appunto perché indipendente e misteriosa potea far colpo sullo spirito d'una popolazione così digiuna delle cose del vangelo? Egli è che Paolo ha in mente l'esempio di Gesù Marco 1:25,34; 3:11-12. Egli ha piena fiducia nella potenza intrinseca della verità che annunzia, e respinge questo aiuto offertogli dallo spirito maligno; aiuto, che ha poco valore in sè, e che può compromettere ogni cosa per la inquinata sorgente onde sgorga. L'evangelo che deve distruggere l'opera del diavolo, non ha bisogno dell'appoggio di lui per trionfare. Questa verità la Chiesa non dovrebbe mai dimenticare.

7. Che importa ai padroni se la schiava soffre? Che importa loro che l'evangelo trionfi? È l'interesse materiale che sta loro a cuore: Il loro dio è il danaro. Questa tendenza venale della natura umana ha la sua espressione ingenuamente egoistica, vorrei quasi dire, nel caso dei gadareni Luca 8:37; ha la sua espressione civile, educata, nella richiesta dei pretori di Atti 16:39; ha in Demetrio la sua espressione ipocrita, perché cerca di nascondersi sotto il velo della religione Atti 19:25-27; ed ha la sua espressione violenta e bruta nel nostro passo Atti 16:19-20.

8. Filippi è la prima città d'Europa in cui fu predicato vangelo; e la predicazione dell'evangelo in Europa, riceve a Filippi il battesimo della persecuzione Atti 16:22. La persecuzione avea già infierito su, terreno pagano; ad Antiochia i Pisidia, per esempio Atti 13:14,50; ad Iconio ed a Listra Atti 14:4,19; ma, a Filippi, è la prima volta che la persecuzione scoppia, eccitata dalla popolazione pagana senza che i giudei la istighino e vi abbiano parte alcuna. Un secolo prima, la sanguinosa vittoria di Filippi gettava le basi dell'impero d'Augusto, oggi, in quella stessa Filippi, la incruenta vittoria degli apostoli getta le basi del regno di Cristo in Europa.

9. Paolo e Sila, nei ceppi, in carcere a Filippi, in sulla mezzanotte, fanno orazione e cantano inni a Dio Atti 16:25. Le parole di Tertulliano ai martiri del suo tempo tornano qui a capello: Nihil crus sentit in nervo quum animus in coelo est. Etsi corpus detinetur, omnia spiritui patent (Ad Mart. c. 2). La gamba non sente i ceppi quando la mente è nel cielo. Quantunque il corpo sia tenuto schiavo, pur ogni cosa s'apre libera dinnanzi allo spirito.

10. Il terremoto Atti 16:26 è la risposta alle preghiere ed agl'inni degli apostoli. È pur vero che le preci dei santi muovono il cielo e la terra! Il Reuss, in questo luogo, dice: "Più d'una volta, ai dì nostri, c'è stato chi è ricorso a dei terremoti per ispiegare in un modo preteso naturale dei fatti, che i racconti biblici dànno come miracolosi. Il nostro brano si direbbe scritto apposta per dimostrare l'assurdità di coteste spiegazioni, poichè qui si tratta d'un vero e proprio terremoto, ed al tempo istesso, le circostanze miracolose abbondano nel racconto... Tutto quanto il fatto è miracoloso, malgrado la causa puramente fisica data alla liberazione dei carcerati; ed ei rientra nella categoria di quegli avvenimenti, che dimostrano il primo stabilirsi del cristianesimo essere stato un effetto tutto speciale dell'intervento diretto e permanente della Provvidenza".

11. Il carceriere di Filippi è proprio "un tizzone strappato dal fuoco" Zaccaria 3:2; un uomo salvato sull'orlo del suicidio Atti 16:27. Quanto è grande la potenza del vangelo che trasporta le anime dall'oro dell'inferno della disperazione nel paradiso della comunione con Dio! E quanto sono grandi e stupende le vie per le quali Iddio cerca le anime immortali! Lidia è convertita in un modo calmo, sereno, tranquillo, in un oratorio giudaico Atti 16:14; il carceriere è convertito in mezzo ai terrori d'un terremoto violento. A cercar Lidia vengono gli apostoli all'oratorio, in modo tutto semplice e naturale. A cercare il carceriere, Iddio permette che Paolo e Sila siano cacciati in prigione. "E come mai siamo qui?... Si saranno chiesti Paolo e Sila; come mai siamo qui, in questa spelonca? E non era qui, in Macedonia, che Dio ci mandava Atti 16:9?" - "Sicuro; era in Macedonia che Dio vi mandava; ed ecco i fatti, che adesso rispondono alla vostra domanda: Voi siete qui, perché qui ci son delle anime da salvare!"

12. La domanda del carceriere Atti 16:30 è la domanda che sgorga da una coscienza profondamente scossa. Niuno sente il bisogno d'esser salvato, se non s'accorge che sta per perire Matteo 9:12. Il grido del carceriere par l'eco del grido del macedone, che apparve a Paolo in visione: "Soccorrici!" Atti 16:9. Quanto bene si può fare, ed in poche parole, quando c'imbattiamo in coscienze risvegliate come quella del carceriere! Ma, confessiamolo pur con dolore, cotesti casi sono rari. Troviamo spesso della gente stanca della chiesa romana, e che tuona contro i vizi del clero e contro gli errori del papismo; troviamo spesso della gente innamorata della poesia della Bibbia, della morale del Cristo, della semplicità del culto evangelico, ma le coscienze, che scosse dal torpore dell'indifferenza, che inorridite all'idea dell'abbandono in cui hanno lasciato per tanti anni il loro Dio e che spaventate al pensiero del giusto giudicio che sta per colpirle, esclamino: "Che dobbiam noi fare per esser salvate?"... ahimè, vengono troppo raramente a rallegrarci, sulla via del nostro arduo ministerio!

13. La risposta degli apostoli Atti 16:31 è sublime nella sua divina semplicità ed è la sintesi di tutto un trattato di dogmatica, di cui io non posso qui fare altro che dar l'indice.

1) La via della salvazione non è la via delle opere; e la via della fede (Che debbo fare?... chiede il carceriere; e l'apostolo risponde: Credi!)

2) L'oggetto della fede è la persona del Signor Gesù Cristo.

    a) Gesù (l'Eterno salva; colui dunque, per mezzo del quale l'Eterno salva il peccatore);

b) Cristo (Unto: Gesù è il Cristo; l'Unto per eccellenza; vale a dire: il profeta dei profeti; il sacerdote dei sacerdoti; il re dei re);

c) il Signore (il Signor dei Signori; colui che Dio "ha sovranamente innalzato" Filippesi 2:9; colui, a cui Dio ha dato "ogni potestà in cielo ed in terra" Matteo 28:18).

3) La fede in Cristo ha per effetto la salvazione, la quale, secondo Paolo, consiste

    a) nel perdono di tutti i peccati passati Colossesi 2:18;

b) in emancipazione dalla schiavitù del male Romani 6:6;

c) in sicura speranza della gloria eterna Romani 8:24; 13:11.

4) La fede che conduce alla salvazione è individuale (Sarai salvato tu...). La porta che introduce nella vita è stretta; è aperta per tutti; ma non ci s'entra a branchi; ci s'entra uno alla volta.

5) Questa fede che è individuale, è al tempo stesso diffusiva (Tu, e la casa tua). Non è che la fede dei padri possa giustificare i figli, o che la fede dei padroni possa giustificare i servi, o viceversa: ma gli è che il credente che è tale di nome e di fatti, con le parole e più ancora con l'esempio finisce col guadagnare a Cristo anche il resto della sua famiglia.

14. Non sono le opere che conducono alla fede; è la fede che produce le opere Atti 16:33-34. Il carceriere lava le piaghe che egli stesso ha prodotte coi ceppi, ed apre ai carcerati la propria casa. E si notino anche i due benefici effetti che la fede produce nel cuore del carceriere stesso. Ella decide lui ed i suoi ad abbracciare in modo aperto e risoluto il cristianesimo Atti 16:33, e gl'inonda l'anima d'un sentimento nuovo, dolce e soave, che si chiama: l'allegrezza della salvazione Atti 16:34.

15. Il carceriere è convertito; i prigioni che gli erano stati affidati con ispeciali raccomandazioni. Atti 16:23, non son più dei carcerati, sono oramai gli amici del carceriere. E sia bene; tutto ciò è bello, è santo, è commovente; ma come la intenderanno i pretori?... E quale sarà la soluzione di questo patetico dramma? Il dramma avrebbe senza dubbio finito male, se Dio non fosse di nuovo intervenuto Atti 16:35-36; ma la Provvidenza che permise la prigionia di Paolo e di Sila per la salvazione d'una famiglia; che si servì d'un terremoto per risvegliare spiritualmente il carceriere, ora tocca la coscienza dei pretori; i quali, ripensando alle gravi irregolarità di procedura che aveano commesse, devono aver passato dei brutti quarti d'ora d'incertezza e di dubbio, se si decisero a mandare i littori al carceriere per dirgli: "Lascia andare quegli uomini!" Atti 16:35. La soluzione è degna d'un dramma, del quale i protagonisti son dei mortali; ma l'autore è l'Eterno.

16. È bene, qualche volta, rispondere a tono ai prepotenti Atti 16:37; basta che la nostra risposta non sia ispirata da sentimenti d'odio o di vendetta ma miri a far ridondare la loro vergogna all'onore di Dio e di Cristo. È bene, dico, perché una risposta a tono come quella d'Elia 1Re 18:17-18 o come questa di Paolo, infrena l'orgoglio e l'arroganza di cotesta gente, che non si sa dove andrebbe a finire se non ricevesse anche lei le sue solenni lezioni. Le risposte come quella d'Elia e come questa di Paolo non sono risposte date per impulso della carne; sono delle vere e proprie ispirazioni divine, che insegnano al mondo che un atto d'arroganza non può sempre passar così alla liscia, e che non sempre un atto di giustizia si può così alla leggera gettare nel mar dell'oblio.

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