Atti 17

1 5. A Tessalonica e da Tessalonica ad Atene (Atti 17:1-15)

Amfipoli.

Ecco l'itinerario di Paolo. Da Filippi ad Amfipoli, 33 miglia; da Amfipoli ad Apollonia, 30 miglia; da Apollonia a Tessalonica, 37 miglia; da Tessalonica a Berea, circa 50 miglia; e di qui alla costa, per imbarcarsi per Atene. Amfipoli, ai tempi di Paolo, era una forte stazione militare. Si chiamò già Ennea Hodoi o le Nove Vie; fu famosa nella guerra del Peloponneso e sotto i romani fu fatta capitale della Macedonia prima. Era vicina alla Tracia, non lungi dalla foce del fiume Strimone, il quale, siccome scorreva intorno intorno alla città, avea dato l'idea del nome della città stessa. Amfipoli, difatti, vuol dire intorno alla città. Il villaggio che oggi sta sul luogo occupato dall'antica Amfipoli, si chiama Empoli o Yamboli che può essere una corruzione di Amfipoli.

Apollonia.

Non deve esser confusa con l'Apollonia dell'Illiria. Era città commerciale tra Amfipoli e Tessalonica. Il punto esatto dove sorgeva, non si può accertare.

Tessalonica.

Paolo traversa rapidamente una gran parte della Macedonia, senza fermarsi nelle città che trova per via. Gli preme d'arrivare nel capoluogo politico della provincia, nella sede del proconsolo, e che a quel che pare dal testo (dov'era la sinagoga...), era il solo luogo di cotesta contrada, ove i giudei fossero allora abbastanza numerosi da avere un culto regolare. Tessalonica, che si chiamò già Ematia, Halia e Terma, era situata sul golfo termaico ed aveva un porto di considerevole importanza commerciale. Ebbe il nome di Tessalonica o da Cassandro, che l'avrebbe chiamata così in onore di sua moglie Tessalonica, ch'era figliuola di Filippo; o in ricordo d'una vittoria, che Filippo riportò sugli eserciti della Tessaglia. L'antica Tessalonica è oggi Salonicco o Saloniki, uno dei centri commerciali più importanti della Turchia europea. Anche oggi gli israeliti formano una parte notevole della popolazione di Saloniki.

2 Secondo la sua usanza

Vedi Atti 13:5, 14, 15; 14:1 ecc.

E per tre sabati

ecc. Questo passo va tradotto così: Secondo la sua usanza, Paolo entrò da loro e discusse con loro per tre sabati di seguito, spiegando e dimostrando, con le Scritture alla mano, che il Messia doveva soffrire e risuscitare dai morti: "e questo Messia, aggiungeva egli, è quel Gesù che io v'annunzio".

4 E si aggiunsero

Letteralmente: προσεκληρωθησαν; furono messi (da Dio) nella sorte, nella parte di Paolo e di Sila. Si potrebbe tradurre: furono guadagnati da Paolo e Sila.

Greci religiosi:

È meglio: Greci tementi Iddio; cioè, gran numero di proseliti greci..

Donne principali.

Donne della miglior società di Tessalonica.

5 Ma i Giudei ch'erano increduli

Ma i giudei rimasti increduli, mossi da invidia, raccolsero alcuni piazzaioli, cattivi soggetti; provocarono una sommossa, e misero sossopra la città. Poi presero d'assalto la casa di Giasone, e cercavano Paolo e Sila, per trarli dinnanzi all'assemblea popolare.

Gente di piazza.

Erano dei fannulloni, degli schiavi fuggiti dai loro padroni, dei proletari disoccupati; gente che abbondava specialmente in quei tempi in cui fioriva la schiavitù, Che dondolava qua e là per l'agorà, ossia per il mercato, per la pubblica piazza, sempre pronta a far baldoria. Questi vagabondi che Erodoto chiamava ὁι εν τη αγορα αναστρεφομενοι, erano i sub-rostrani o la turba forensis degli scrittori latini. È probabile che qualcuno di questi tipi scivolasse poi nella chiesa, e non cambiasse modo col cambiar d'ambiente 2Tessalonicesi 3:10-11.

Giasone.

Giasone era l'equivalente greco di Giuseppe, secondo il Lindsay: secondo l'Ellicott, era l'equivalente di Giosuè. Ch'ei fosse un cristiano d'origine giudaica, si può dire quasi con certezza; ma affermare ch'ei fosse lo stesso Giasone di Romani 16:21, e quindi un parente di San Paolo, è affermare, mi sembra, un po' troppo.

Fuori al popolo.

L'idea era questa; impadronirsi di Paolo e Sila e farli giudicare immediatamente davanti all'assemblea popolare; vale a dire, dai magistrati che teneano seduta nell'agorà; in piazza. Tessalonica era una libera città greca quindi, in modo assoluto, indipendente. L'autorità suprema, in Tessalonica, come in tutte le antiche città della Grecia, risedeva nel popolo.

6 Ai rettori della città

Letteralmente: ai politarchi. La parola politarca non si trova che in questo luogo; non esiste altrove, né nel Nuovo T., ne nel greco classico. Una iscrizione trovata recentemente sopra un arco in una via di Salonicco (l'antica Tessalonica) mostra che politarca era il nome locale dei sette magistrati, scelti dal popolo per il governo della città.

Hanno messo sottosopra il mondo.

È una esagerazione; anche se per il mondo s'intenda l'impero romano; nondimeno, è una frase che dimostra come l'evangelo progredisse per il potente ministerio degli apostoli.

7 Contro agli statuti di Cesare

Dalla lettera ai Tessalonicesi sappiamo che Paolo annunziava il regno di Dio 1Tessalonicesi 2:12; 2Tessalonicesi 1:5. "Questo annunziare un altro re, dicevano quei giudei, ci può compromettere; perché è vero che Tessalonica è città libera; ma. è anche vero che ha la sua libertà dall'imperatore, e che l'imperatore potrebbe toglierle ogni privilegio, il giorno in cui pigliasse ombra". L'accusa è di natura politica. Ora non è già che i giudei fraintendessero la natura e le intenzioni del vangelo, o che fossero tanto teneri dell'imperatore e del governo imperiale; ma gli è che sapeano bene che un'accusa di cotesto genere avea, più d'ogni altra, probabilità d'essere accolta ed ascoltata. Era la tattica che avea già fatto buona prova nel caso di Gesù davanti a Pilato.

8 I rettori

Vedi Atti 17:6.

9 Ricevuta cauzione da Giasone e dagli altri

Gli altri sono gli alcuni dei fratelli del vers. 6. Il το ἱκανον come il latino satis datio, satis accipere era il termine legale per la cauzione. La mallevadoria in danaro od in altra forma. Qui non si tratta di cauzione data per le persone di Paolo e Sila; ma di una mallevadoria, senza dubbio in danaro, per costringere i cristiani a non far più nulla che potesse turbare l'ordine pubblico.

10 Berrea

meglio: Berea. Era una città commerciale della Macedonia, vicina al monte Citano, al sud di Tessalonica e non lungi da Pella. Oggi si chiama Kara Fería o Verria. In Berea, che fu patria di Sopatro Atti 20:4, c'erano molti giudei.

12 Donne greche onorate

Donne greche distinte per posizione sociale (vedi Atti 17:4).

14 Mandarono fuori Paolo

Meglio: fecero partire.

Facendo vista d'andare al mare.

È traduzione sbagliata. L' ὡς επι την θαλασσαν che è in G. H., in altri codici, che son dei migliori (A. B. E. Sinaitico), si legge invece così: ἑως επι την θαλασσαν: fino al mare, verso il mare, in direzione del mare. Anche, se invece di ἑως si dovesse leggere ὡς, non vuol dire che Paolo dovesse fare una mossa finta; la traduzione vera sarebbe pur sempre quella di S. Girolamo nella Vulgata: usque ad... fino al mare La traduzione esatta del passo è dunque questa. Allora i fratelli fecero immediatamente partir Paolo in direzione del mare; ma Sila e Timoteo rimasero a Berea.

15 Sila e Timoteo

Da 1Tessalonicesi 3:1-3 sappiamo che Timoteo andò ad Atene ma che tornò subito a Tessalonica per confortar quivi i fratelli.

Atene

(Vedi Atti 17:16 per il commento). Fra Berea ed Atene, nella Tessaglia, nella Focide, nella Beozia non c'erano, probabilmente, dei centri giudaici; Paolo preferisce quindi la via di mare, perché più sicura e meno faticosa; e perché, soprattutto, può farlo senz'aversi a rimproverare la negligenza d'alcun campo adatto all'opera sua missionaria.

Riflessioni

1. Lo spirito nel quale gli apostoli vennero da Filippi a Tessalonica Atti 17:1, ci e mostrato da 1Tessalonicesi 2:1-2: "Voi stessi sapete bene, fratelli, che la nostra venuta fra voi non è stata vana; ma che all'uscir da Filippi, dove avevamo sofferto ed eravamo stati maltrattati, voi non lo ignorate, confidando nel nostro Dio, non ci stancammo d'annunziarvi arditamente il suo evangelo, malgrado grandi lotte". L'apostolo, che in cotesto spirito va da un campo di lavoro in un altro, è l'apostolo che avrà senza dubbio molto a soffrire, ma che passerà pur sempre di vittoria in vittoria di trionfo in trionfo.

2. Grande impressione deve aver prodotto Paolo sui giudei di Tessalonica, se gli fu permesso di parlar loro per tre sabati consecutivi Atti 17:2. La predicazione di Paolo in Tessalonica ha le due tesi fondamentali dell'insegnamento apostolico primitivo:

1) Ei dimostrava, con la interpretazione di passi scritturali, che il Cristo promesso ed atteso non doveva fondar subito il suo regno glorioso, ma doveva prima soffrire, morire, e poi risuscitare.

2) Ei provava, con la risurrezione e per via d'altri argomenti, che le promesse messianiche s'erano compiute nella persona di Gesù di Nazaret Atti 17:3. Nelle due lettere ai tessalonicesi troviamo degli importanti accenni al contenuto dei discorsi ch'ei tenne in questa occasione a Tessalonica (vedi 1Tessalonicesi 1:5; 2:1-2, 5, 10-11; 3:3-4; 4:1,6; 5:2; 2Tessalonicesi 2:15). Il modo della sua predicazione è definito stupendamente in 1Tessalonicesi 1:5: - "Il nostro evangelo non vi è stato annunziato (a voi, tessalonicesi) con delle parole soltanto, ma con potenza, con lo Spirito Santo e con una profonda convinzione". I sentimenti che gli apostoli nutrivano per i tessalonicesi che evangelizzavano, eccoli qui: "Noi ci siamo mostrati pieni d'affabilità nel mezzo di voi. Come una balia ha tenera cura dei suoi propri figliuoli, così, nella nostra tenerezza per voi, avremmo voluto darvi non solo l'evangelo di Dio, ma anche le nostre proprie vite; tanto ci eravate cari". Che pagina eloquente di "teologia pastorale!"

3. "Costoro hanno messo sottosopra il mondo!" dicevano i giudei Atti 17:6; e queste parole, che, come ho detto più sopra, sono una esagerazione, contengono nondimeno due cose:

1) un'idea giusta dell'opera apostolica, in quanto l'evangelo che gli apostoli predicano, trasforma il mondo interno ed esterno; trasforma il cuore e la condotta; la famiglia e lo stato; l'arte e la scienza;

2) una testimonianza in favore degli apostoli. Il loro scopo non è di sovvertire e distruggere, ma di rigenerare e glorificare ogni cosa in ciascuna di coteste sfere, per mezzo del vangelo. Le parole dei nemici rendon loro questa testimonianza; ch'essi s'avanzano arditamente alla volta dello scopo. Questi giudei ribelli hanno dimenticata la parola d'Aggeo: "Così parla l'Eterno degli eserciti: Ancora un po' di tempo, ed io scrollerò i cieli e la terra, il mare e il continente; scrollerò tutte le nazioni; i tesori di tutte le nazioni verranno, ed lo riempirò di gloria questa casa, dice l'Eterno degli eserciti" Aggeo 2:6-7; Ebrei 12:26. Questa immensa prospettiva di gloria che dee risultare dal rinnovamento morale e fisico dell'universo che il Messia produrrà, i giudei carnali, che dànno l'assalto alla casa degli apostoli del Messia, non la godono più; e la profezia di tanta gloria non è più per loro che lettera morta.

4. Il fatto dei beresi e la testimonianza che è loro resa dallo scrittore sacro Atti 17:11, sono cose preziose. Il Martini, a questo proposito, nota: "Essi ricevettero la parola con tutta avidità, esaminando ogni dì le Scritture... paragonando la dottrina predicata da Paolo con quello che era scritto nella legge e nei Profeti, affine di conoscerne la conformità. Facevano questi Ebrei quello che Gesù Cristo insegnava di fare a quei di Gerusalemme, dicendo, che se esaminavano le Scritture, avrebbero pur dovuto conoscere che queste di lui parlavano". È meglio non si potrebbe dire. Ma come spiega il Martini il fatto che la chiesa romana non incoraggi, a nei privati cotesto esame della dottrina? Se i beresi faceano bene, se Gesù stesso ha detto che è così che si deve fare, o come mai la chiesa romana dice: "Nossignori! cosi non si deve fare"? E se i beresi sono lodati quando confrontano con le Scritture le cose predicate loro, nientemeno che da un apostolo come San Paolo, perché dobbiamo esser noi biasimati quando vogliamo confrontare con le Scritture gli insegnamenti di chi può aver l'autorità che si vuole, ma non arriva a quella di un San Paolo? In tempi più tristi dei nostri, cotesto privato esame costò la vita agli imitatori dei beresi; oggi, costa la taccia di ribelli, di eretici e che so io. Ma ai seguaci dei beresi che non sanno che farsi d'una fede cieca fondata sulla instabile autorità dell'uomo e vogliono una fede illuminata che si radichi nella incrollabile parola di Cristo, bastano l'omaggio di Luca e l'approvazione di Dio.

16 6. In Atene. All'Areopago (Atti 17:16-34)

Atene.

Era la città più famosa della Grecia. Fondata da Cecrope e da, una colonia egizia circa 1556 anni prima di Cristo, era posta sotto la protezione di Minerva ch'era in modo tutto speciale quivi adorata. Ai tempi ai quali ci conduce il nostro racconto, Atene non era più pagana di altre città meno celebri. Anzi si può dire, che l'insegnamento libero e contradditorio che vi si dava dei diversi sistemi di filosofia, vi minava le tradizionali credenze religiose. Ma se questo è vero, è pur vero che in niun luogo il gusto dell'arte ed il lusso del l'architettura aveano, come in Atene, largamente profuso i simboli di coteste credenze. Ed è appunto questo vederla "piena d'idoli" Atti 17:16 che inacerbisce lo spirito di Paolo. Petronio diceva che in Atene "era più facile trovare un dio che un uomo" (Sat. XVII).

17 Con le persone religiose

Meglio: Con gli uomini tementi Iddio; coi proseliti, come abbiamo visto altrove.

In su la piazza;

sull'agorà; sulla piazza pubblica.

Con coloro che mi scontravano.

Meglio: coi primi venuti; con quelli nei quali s'imbatteva.

18 Alcuni dei filosofi...

Due cose importanti ha questo brano; il discorso di Paolo e questo primo incontro dell'evangelo di questo germe d'una nuova civiltà, con la filosofia; col frutto più squisito, cioè, della civiltà antica.

Epicurei e Stoici.

Queste due scuole noveravano un gran numero di aderenti anche fra quelli che non erano, a rigor di termini, uomini di studio. Chiunque avea ricevuto una vernice di educazione letteraria, secondo le disposizioni morali che aveva e secondo le condizioni di spirito in cui si trovava, si dava all'una o all'altra di coteste due scuole. Le dottrine di Platone e di Aristotele erano piuttosto affare dei filosofi di professione. La scuola epicurea ebbe il nome dal suo fondatore Epicuro (342-270 a.C.). Le speculazioni di Epicuro comprendevano ad un tempo una soluzione fisica ed etica dei problemi dell'universo. Ecco alcune grandi linee dell'insegnamento di Epicuro. "Gli dei, nella loro eterna tranquillità, son troppo lungi dall'uomo per darsi la pena d'occuparsi, dei suoi dolori o dei suoi peccati. Essi non hanno bisogno di sacrifici e non rispondono alle preghiere. Il gran male del mondo, la sorgente dei delitti e delle miserie del mondo è la superstizione, che fa schiave le menti del più degli uomini. L'ultimo nemico da debellare è la credenza nella immortalità, nella retribuzione d'oltre tomba. Il primo asso dell'uomo verso la felicità e la sapienza è quello di emanciparsi dalla propria schiavitù; il secondo sta nel riconoscere che la felicità consiste nel massimo aggregato di emozioni gradevoli. L'esperienza insegna che quelli che si chiamano piaceri, hanno spesso un triste, largo compenso nei dolori che tengon loro dietro; quindi, gli eccessi sensuali sono da fuggirsi". Questa la teoria; ma che avveniva? Siccome l'epicureismo non ammetteva le legge scritta nei cuori, e considerava le leggi umane come tanti ordinamenti convenzionali ognuno dovea da sè stimare e giudicare le cose che, gli avrebbero arrecato piacere; e il più degli uomini si decideva per una vita disordinata; a volte, tenuta a freno dal calcolo; a volte, perduta in braccio della voluttà più sfrenata. Per quel che riguarda il concetto fisico del mondo, Epicuro ha in germe parecchi dei risultati della scienza moderna. Epicuro esclude ogni idea di creazione e di Provvidenza. La materia è eterna e gli atomi infiniti di cui è composta, per l'azione di forze d'attrazione e di ripulsione a noi ancora ignote, è passata per tante e diverse combinazioni, e, da coteste combinazioni, come ultimo stadio della evoluzione, è uscito il mondo della natura che noi oggi contempliamo. La più stupenda espressione è, questo sistema, praticamente ateo, è il poema di Lucrezio: De Rerum Natura; e fra gli studi più pregevoli che del poema lucreziano si sono. fatti ultimamente in Italia, sono quelli del Prof. Trezza, che fu apostolo convinto dell'epicureismo nella sua forma più alta, più nobile e più pura. La scuola stoica non ebbe nome dal suo fondatore, che fu Zeno di Cizio in Cipro, ma dal Pecile (ἡ ποικιλη στοα ), al celebre portico d'Atene. Ecco le linee principali dell'insegnamento stoico. "La vera sapienza consiste nel rendersi superiori, non schiavi, delle circostanze. Le cose che non sono entro i limiti del poter nostro, non sono cose né da ricercare né da temere; ma cose da accettarsi con calma equanimità. Chi vuol conseguire la vera sapienza deve quindi diventare indifferente tanto al piacere quanto al dolore e devo mirare ad un'assoluta apatia". Quant'è al concetto teologico delle cose, gli stoici parl avano di una Mente divina che pervade l'universo e regola tutte le cose per la sua Provvidenza. Essi riconoscevano il governo di cotesta Provvidenza nella vita delle nazioni e degli individui. Nel Manuale di Etica d'Epitetto è nelle Meditazioni di Marco Aurelio, lo schiavo e l'imperatore sono posti allo stesso livello; e in Seneca gli stoici esprimono delle massime che paiono massime di etica cristiana, Giuseppe Flavio (Vit. e. 2) paragonava gli stoici ai farisei; e qualcuno ha chiamato gli epicurei e gli stoici, i sadducei ed i farisei del paganesimo.

19 Lo presero e lo menarono

Non è che gli facessero violenza; anzi, ad escludere questa impressione che la traduzione diodatina produce, sarebbe meglio dire: lo presero seco e lo menarono...

Nell'Areopago.

Il rumore della piazza pubblica impedisce loro d'udir bene quello che Paolo dice; quindi, lo conducono in un posto più isolato e più tranquillo, all'Areopago, ch'era un luogo elevato, nelle vicinanze dell'Acropoli, ove si tenevano anche le sedute d'un tribunale, che si chiamò Areopago, dal luogo. Qui, però, non si tratta né del tribunale, né d'un giudizio. Questa gente vuole far parlare Paolo, lo vuole ascoltare con tutta comodità; vuol soddisfare quella curiosità che Luca, d'accordo in questo con tutti gli antichi, dà come un tratto caratteristico degli ateniesi Atti 17:21.

20 Noi vogliamo dunque sapere...

Noi vorremmo dunque sapere che cosa tutto questo significhi.

21 I forestieri

domiciliati in Atene. Si tratta, probabilmente, della folla svariata dei giovani romani mandati quivi a completare la loro educazione, degli artisti, dei viaggiatori per diporto e dei filosofi che quivi convenivano da ogni parte dell'impero.

22 lo vi veggo quasi troppo religiosi in ogni cosa

Non è traduzione esatta: Meglio è dire così: Io m'accorgo che ogni rispetto voi siete religiosissimi. Il rendere che qualcuno fa questo religiosi. per superstiziosi è falso. Neppure è da credere che Paolo sia ironico nel suo dire. È un mezzo elogio ch'egli fa agli ateniesi. Egli vede, in mezzo alle aberrazioni politeistiche del paganesimo, le tracce d'un bisogno religioso, ch'egli nota con sincero compiacimento e da cui anzi prende le mosse per il suo dire. Ei vede che nel popolo ateniese il sentimento religioso c'è quei che gli manca, è la retta intelligenza delle cose.

23 Le vostre deità

Meglio: i vostri oggetti sacri, gli oggetti del vostro culto; o anche i vostri luoghi santi; o i vostri monumenti sacri.

All'Iddio sconosciuto.

Letteralmente: A un dio ignoto. Per testimonianza di autori classici si sa che c'erano ad Atene degli altari recanti la iscrizione menzionata nel nostro testo. L'origine di questi altari, il significato autentico e primitivo della iscrizione e la forma esatta della iscrizione stessa non possono essere stabiliti in modo perfettamente sicuro. La spiegazione più probabile è che si trattava di un omaggio di propiziazione da rendere, durante una pubblica calamità, a una divinità che non si potea determinare, perché non si sapeva esattamente quale d'esse, nella sua ira, avesse mandato il flagello che si voleva allontanare. Pausania e Filostrato parlano di cotesti altari. È un fatto però che cotesti altari non uscivano dalla cerchia delle idee del politeismo nazionale. Paolo interpreta l'iscrizione in senso monoteista; ei suppone nella iscrizione la presenza dell'articolo, (al Dio ignoto) e attribuisce agli ateniesi, come s'è visto, un'aspirazione, un presentimento di qualche verità religiosa, di cui ei si propone di dar loro adesso la conoscenza chiara ed esatta.

Il quale voi servite;

meglio: Il quale voi onorate o riverite...

24 Non abita in templi

È un'eco delle parole di Stefano Atti 7:48.

25 Come avendo bisogno

Meglio: Come se avesse bisogno di qualcosa.

Il fiato:

il respiro.

26 Atti 17:26-27 debbono esser tradotti così: È lui che ha fatto nascere tutte le nazioni da un uomo solo e le ha fatte abitare su tutta la superficie della terra, fissando a ciascuna la durata della propria esistenza (i tempi determinati) ed i limiti del proprio dominio, affinché cerchino Iddio, se pur mai giungano, brancolando, a trovarlo... benchè ei non sia lungi da ognuno di noi. Traduco: Da un uomo solo: perché i codici migliori omettono la parola sangue ( ἁιματος) e dicono: da uno solo; il che non si può intendere che per una referenza al racconto genesiaco delle origini della umanità con Adamo (Genesi 1:27 ecc.). Vedi Malachia 2:10.

I tempi prefissi,

che traduco per la durata della propria esistenza comprendono le vicende storiche di ciascuna nazione; il sorgere, il tramontare; tutto quanto il periodo in cui ogni nazione ed ogni razza sono chiamate a svolgere la loro parte nel gran dramma della storia della umanità.

I confini della loro abitazione,

che rendo per: i limiti del proprio dominio, comprendono i confini veri e propri delle nazioni, ed anche tutto quante le circostanze locali di suolo e di clima che influiscono sul carattere nazionale.

27 Affinché cerchino Iddio

È il germe della teodicea (giustificazione delle vie di Dio) paulina della lettera ai romani. Iddio educa, nei suoi modi non sempre chiari ma sempre grandi e sublimi, l'umanità intera. L'ordine intero delle cose, come Dio l'ha stabilito, mira a cotesta educazione. È lui che sveglia nel cuore della umanità quei bisogni quelle aspirazioni, quei sospiri ineffabili, che si estrinsicano in quelle cento e cento belle e poetiche forme politeistiche, che non sono però altro, come dice il Tennyson, che il grido

"del bambinel che grida: luce! luce!

e altra lingua non ha fuor che quel grido".

   (In Memoriam LIV).

Se pur talora...

il pensiero dell'apostolo è chiaro; ed è, che le nazioni non ci arrivano da sè a trovare Iddio; e di questo fatto gli altari ateniesi ad un dio ignoto sono i testimoni. Vedi 1Corinzi 1:21.

Il conte a tastone

ecc. io traduco così: Se pur mai giungano, brancolando, a trovarlo; il che mi sembra rendere esattamente tutti gli elementi del testo.

28 Alcuni dei vostri poeti

La citazione dell'apostolo è la metà d'un esametro, che può essere di Arato, poeta di Tarso, 272 circa, av. Cr., o di Cleante, altro poeta greco del 300 av. Cr. Il brano d'Arato dov'è la citazione, dice:

   "Di lui, di Giove, son pieni

tutti sentieri per cui passiamo, e tutti i mercati degli uomini

pieni son di lui pure il mare ed ogni seno ed ogni baia

e tutti quanti, per ogni cosa, abbiam bisogno dell'aiuto di Giove,

perché noi pure siam progenie di lui!"

   (Fenom. 1-5).

E il brano di Cleante:

   "Te, o Giove,

sovrano della Natura, che guidi con la tua mano

tutto quello che esiste, te salutiamo e lodiamo. A te

è giusto che i mortali si rivolgano unanimi

poichè siam tua progenie".

   (Inno a Giove)

30 Dissimulati i tempi dell'Ignoranza

Meglio: Iddio dunque, passando sopra a secoli d'ignoranza, fa oggi invitare gli uomini tutti e da per tutto, a ravvedersi; perché ha fissato un giorno nel quale giudicherà il mondo con giustizia, per mezzo d'un uomo che ha designato a questo scopo, accreditandolo dinnanzi a tutti col farlo risuscitare dai morti.

Dissimulare

non è la parola; l' ὑπεριδειν del testo corrisponde alla παρεσις di Romani 3:25; è il praetermittere dei latini e significa passar oltre, obliare, non tener conto e simili.

31 In giustizia.

Meglio, per amor di chiarezza: con giustizia; secondo la sua giustizia.

Per quell'uomo.

Letteralmente: per un uomo... Chi fosse quest'uomo e che cosa fosse venuto a fare nel mondo, e per quali ragioni Iddio avesse rimesso "nelle mani di lui tutto il giudicio" Giovanni 5:22, sono cose che Paolo avrebbe dette in seguito, se l'avessero lasciato continuare. Ma, giusto a questo punto, il discorso fu interrotto.

32 Quando udirono...

Ecco la spensierata ironia dell'intelletto greco, che non sente neppure il bisogno d'impegnarsi in una lotta seria con questo nuovo, ignorato elemento; e che, non avendo idea del conflitto che questo elemento susciterà più tardi, si limita ad una formula sarcastica di convenienza sociale per isviare un insegnamento, contro il quale, in seguito, quando la dialettica non basterà più, ei dovrà scatenare le ire ufficiali. La scena raccontata qui è in qualche modo commentata da Paolo stesso in 1Corinzi 1:20 e seg.

34 Si aggiunsero con lui

Si unirono a lui e divennero credenti.

Dionigio l'Areopagita.

La leggenda ha fatto di questo Dionigio, membro dell'Areopago, un vescovo d'Atene. Vedi Eusebio (Hist. 3:4; 4:23); poi, un missionario messo a morte a Parigi, sotterrato a Saint-Denys e patrono della Francia. Nel medio evo il suo nome era famoso, perché identificato col Dionigio, autore di opere mistiche. Ma le opere mistiche che gli si attribuiscono, sono per lo meno del quarto, se non del quinto secolo. Nell'Areopago della moderna Atene c'è una chiesa dedicata a lui.

Damaris.

Di Damaris non si sa nulla. Il Crisostomo dice che era moglie di Dionigio; ma, più che probabilmente, si tratta di un matrimonio cervellotico. Lasciamo da parte tutte coteste inconcludenti leggende, e domandiamoci piuttosto: Atene ebbe ella o no chiesa cristiana? Ecco come risponde il Prof. Barde: "Se non è possibile di connettere, in modo assolutamente certo, con la visita di Paolo la formazione di una chiesa cristiana in Atene, è un fatto che l'esistenza di cotesta chiesa è provata da buone testimonianze. Nel 179, il seggio episcopale d'Atene è occupato da un certo Publio, che ci è, del resto, affatto sconosciuto. Già nel 125, in occasione d'un viaggio in cotesta capitale, l'imperatore Adriano ci avea trovato due apologisti, Quadrato e Aristide, pronti ambedue a difendere i diritti della Chiesa minacciati, e ambedue autori di apologie conosciute ancora nel quarto secolo. Se ce ne stiamo ad Aristide, la chiesa d'Atene avrebbe conservata per un certo tempo la dottrina essenzialmente paulina della universalità del cristianesimo. Dopo essersi sviluppata assai liberamente al di fuori del giudaismo, ella sembra averne a poco a poco subita l'influenza, con una mescolanza di paganesimo per giunta; ella si sarebbe data al culto degli angeli ed alla meticolosa osservanza delle feste. Aristide allora le rivolge dei rimproveri, che sono analoghi a quelli di Paolo ai Galati 4:9-11. Atenagora, il filosofo apologista del secondo secolo, si connette con la chiesa d'Atene; nel quarto secolo, Basilio e Gregorio Nazianzeno si recano a studiare sotto i maestri famosi di cotesta città; nel sesto, Giustiniano vi fa chiudere le scuole di filosofia e vi consacra il Partenone, al culto di Maria; il tempio di Teseo, a San Giorgio di Cappadocia. Poco dopo, il cristianesimo, sul suolo ateniese, si spegne quasi completamente".

Riflessioni

1. In Gerusalemme i sadducei ed i farisei; in Atene, gli epicurei e gli stoici Atti 17:18; oggi, l'amore del piacere da un lato; e dall'altro, orgoglio che nasce dallo sconfinato concetto d'una "propria giustizia", che non esiste. Cambiano i nomi; ma i nemici dell'evangelo rimangono pur sempre gli stessi, come se si tramandassero gelosamente la triste eredità, di generazione in generazione.

2. È la prima volta che troviamo l'evangelo di fronte all'arte. Notiamo il fatto, che è degno d'essere studiato. Non sappiamo tutte le impressioni che Paolo provò dinnanzi alle ineffabili creazioni dell'arte greca, che Atene conteneva; non sappiamo se Paolo avesse temperamento d'artista, o no; io, per esempio, se ciò può far piacere a chi sempre ci contraddice, son disposto ad ammettere che Paolo non l'avesse cotesto temperamento; e son disposto ad ammetterlo in considerazione della razza semitica a cui apparteneva; razza pratica, commerciale, ma poco o punto artista. Ammettiamo dunque pure che Paolo non fosse scosso da alcun fremito d'artista dinnanzi ai monumenti d'Atene; gliene faremo noi una colpa? Son pur tanti anche fra i grandi che dobbiamo al genio ariano, quelli che gustan poco le grandi manifestazioni dell'arte!... San Paolo è preoccupato d'una cosa: del nesso che c'è fra l'arte e la religione. L'arte pagana trasse, come l'arte cristiana ha poi tratto, le sue più grandi ispirazioni dalla religione. Ed è un fatto sublime; che niuno spettacolo più bello e più edificante può il mondo contemplare, di quello che gli è dato da una statua o da un quadro, a cui la religione abbia fornito la grandezza della idea, e l'arte la squisitezza della forma. Ma quando l'arte, come in Atene, è quasi tutta al servizio del politeismo, e mira a glorificare come permanenti e definitivo delle forme simboliche d'un culto che ha le sue ragioni storiche, ma che non è che transitorio, lo capisco lo spirito di Paolo che "s'inacerbisce" Atti 17:16. Lo capisco perché "s'inacerbisce" anche il mio, quando pur ammirando le Madonne di Raffaello onde va giustamente superba l'arte italiana, io penso al triste ministerio che coteste Madonne hanno esercitato, rendendo popolare l'anticristiano concetto mariolatrico in questa paganeggiante Italia che tanto bisogno avrebbe invece del Redentore! L'arte è da Dio; e chi nell'Apollo, nel Laocoonte, nel Davide e nel Mosè di Michelangelo, nella Transfigurazione di Raffaello, nel Cenacolo di Leonardo o di Andrea del Sarto non sente quel tanto del "divino" che spirano, "non ha il senso esercitato a discernere le cose di Dio". Le furie iconoclaste furono delle reazioni; e delle reazioni ebbero la esagerazione e gli accessi; "l'arte per l'arte" è formula atea, come diceva Giuseppe Mazzini; è il culto della forma, senza riguardo alla fedeltà all'idea che è chiamata a rappresentare. L'arte ideale sta, per me, nella perfezione della forma, che avvolge come in un volo divino, la verità dell'idea.

3. Ed è anche la prima volta che l'evangelo si trova di fronte alla filosofia. È da osservarsi, per prima cosa, che, in tutto il racconto, non è Paolo che assale in alcun modo la filosofia; sono i filosofi che assalgono lui. Non è l'evangelo che respinge la filosofia; è, per solito, la filosofia che respinge l'evangelo. E non se ne sa davvero il perché. Come definiamo noi la filosofia? La definiamo noi con Socrate "meditazione della morte"? Meditazione della morte all'imperio dei sensi per viver più libera la vita dello spirito? E sia pur così; ma leggete il sesto capitolo ai romani ed avrete il mezzo, il solo mezzo possibile per arrivare all'ideale socratico. È che mai cerca la filosofia? Non cerca ella "la ragione ultima delle cose"? Ma la ragione ultima delle cose è in Dio; e poichè Cristo è colui che ci rivela Iddio Giovanni 1:18, salutiamo in fede il giorno in cui non più i cristiani soltanto, ma tutta quanta l'umanità esclamerà con Paolo: "Cristo è la nostra filosofia!" 1Corinzi 1:30,24.

4. Riassumiamo il discorso di Paolo Atti 17:22-31. L'esordio del discorso è un capolavoro d'arte retorica Atti 17:22-23. Le idee fondamentali del discorso, nel loro nesso logiche sono queste:

1) C'è un Dio unico, creatore dell'universo Atti 17:24.

2) Questo Dio è in modo assoluto indipendente dal mondo materiale, e il culto a cui ha diritto, dev'essere un culto conforme a questo principio Atti 17:24-25.

3) Gli uomini son tutti proceduti da "un solo" e non possono quindi avere che un solo e medesimo Iddio Atti 17:26. (Qui bisogna notare che la differenza della nazionalità era una delle basi principali del politeismo antico).

4) Le differenze nazionali dipendenti da circostanze di tempo e di luogo, sono regolate dalla suprema volontà di Dio, che è l'arbitro sovrano dei destini umani. Esse non impediscono che lo scopo comune degli uomini, lo scopo che agli uomini e proposto da Dio, sia uno solo e molto al disopra dei loro interessi materiali. Essi debbono arrivar tutti alla conoscenza di Dio; e le loro vicende rappresentano l'educazione per la quale Dio li conduce alla volta di cotesto scopo Atti 17:26-27.

5) Questa conoscenza di Dio non è difficile. Iddio e vicino a noi; è in noi; o, il che qui torna a dir lo stesso, non è che per la intimità con lui e la continuità delle relazioni fra lui e noi, che noi abbiamo l'esistenza. C'è nella natura umana un qualcosa di divino, un legame che congiunge l'uomo al cielo; e questa idea alcuni dei poeti pagani hanno già da tempo espressa Atti 17:28.

6) Non è dunque che per una deplorevole aberrazione dello spirito, che l'uomo ha potuto assimilare la divinità alle invenzioni dell'arte ed alla materia plasmata dalla sua mano Atti 17:29.

7) Nondimeno, l'apostolo non si presenta oggi a castigare cotesto aberrazioni. Tutt'altro. Egli annunzia, anzi, che Dio vuol gettare nel mar dell'oblio il passato. Si tratta dunque di spingere gli sguardi negli orizzonti del futuro; si tratta di cominciare una vita nuova e di romperla, una volta per sempre, con delle credenze che non fanno altro se non stornare l'uomo dal suo Dio, dal suo dovere, dalla sua felicità Atti 17:30.

8). A quest'ultima considerazione si rannodano naturalmente gli elementi del vangelo; il giudizio, il Cristo, la risurrezione di lui, considerata come prova della sua missione Atti 17:31. Ma questi elementi, schiettamente evangelici, non fanno presa sulla intelligenza dei greci; non hanno alcuna relazione con la filosofia contemporanea, e il discorso è interrotto nel modo che s'è visto.

5. Il metodo didattico di Paolo ha una lezione che può essere profittevole a più d'un evangelista dei tempi nostri. Ei non comincia col dire agli ateniesi che sono "superbi", "vermi", "creature vili", "polvere", "figliuoli del diavolo" o che so io. Il guaio ch'ei trova in loro, è invece questo: essi non sono, non vivono, all'altezza della loro condizione. Hanno dimenticato la nobiltà della loro origine Atti 17:28 e si son quindi resi, come i giudei ribelli, "indegni della vita eterna" Atti 13:46.

6. Qual tesoro di grazia, di giustizia e d'amore è in quel divino "passar sopra a secoli d'ignoranza" Atti 17:30. Iddio non imputa falli all'uomo, che li ha commessi nella ignoranza del Vero 1Timoteo 1:13. Di qui, il giusto principio: la responsabilità dell'uomo è proporzionale al grado di conoscenza ch'egli ha della "legge"; della espressione, cioè, della volontà di Dio Romani 5:13; 3:25; Luca 12:48. I tempi della "ignoranza" sono passati per noi; il sole dell'evangelo, che è l'ultima, perfetta, definitiva espressione della volontà di Dio all'uomo, risplende in tutto il suo fulgore sul nostro orizzonte. Ed è grande il nostro privilegio, niuno dimentichi che alla grandezza del privilegio corrisponde una grande responsabilità di fronte a Dio ed alla società in cui egli vive.

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