Atti 19

1 3. Ad Efeso (Atti 19:1-40)

a) Paolo completa l'opera d'Apollo (Atti 19:1-12)

Le province alte

son le province licaoniche, frigie e galate. È la via interna del paese; e per cotesta via Paolo si recò ad Efeso.

Alcuni discepoli.

Questi discepoli non sono dei cristiani nel vero senso della parola, perché non sanno niente né di Gesù né dello Spirito Santo. Debbono essere stati dei discepoli nel senso d'Apollo, che, cioè, aveano delle speranze messianiche più o meno vaghe; oppure, erano addirittura dei discepoli d'Apollo stesso. Non bisogna dimenticare che al momento del quale parliamo, in Efeso non c'èra chiesa cristiana. Aquila e Priscilla sembra che per allora fossero i soli cristiani in cotesta città. Apollo, istruito da Aquila e Priscilla, se n'era andato Atti 18:27-28. È quello che Aquila e Priscilla aveano fatto per il maestro, Paolo lo fa adesso per i discepoli.

2 Anzi non pure abbiamo udito...

A capir bene il senso di questa risposta, bisognerebbe conoscer tutti i particolari della conversazione che Paolo ebbe coi discepoli di cui qui si parla. Ad ogni modo, lo Spirito Santo, nella risposta, va inteso nel senso in cui Paolo l'usa nella domanda; vale a dire, nel senso di "dono di Dio in Cristo", di "Spirito santificante", di "Spirito che produce nel credente i frutti della grazia" Galati 5:22. Insomma; quello che manca a questi discepoli non è la conoscenza che esista lo Spirito Santo; questo ora impossibile che non sapessero, poichè conoscevano l'Antico Testamento ed aveano ricevuto il battesimo di Giovanni Matteo 3:11; Giovanni 1:33; manca loro l'esperienza della virtù dello Spirito; e forse ignorano i fatti avvenuti alla Pentecoste e nelle successive manifestazioni dello Spirito Santo.

4 Giovanni battezzò del battesimo del ravvedimento...

Paolo spiega loro il valore del battesimo di Giovanni. "Il battesimo di Giovanni aveva in vista un Messia futuro, non ancora manifestato; e si fermava lì. Oggi noi sappiamo che questo Messia s'è rivelato nella persona di Gesù; quindi si può dire che è proprio in vista di Gesù, che Giovanni battezzava; e questo vi dico, per ispiegarvi il senso ed il valore di ciò che vi è stato dato finora". È chiaro poi che Paolo dovette continuare il suo insegnamento, svolgere largamente la dottrina, finché i discepoli, convinti, si decisero ad accettare il battesimo cristiano. Noto di volo che questa è l'ultima volta che il Battista è mentovato nel Nuovo T.

5 Furono battezzati nel nome del signor Gesù

Per il battesimo nel nome del Signor Gesù, vedi la nota al passo Atti 2:38. Siccome questo è il solo luogo del Nuovo T. in cui si parli di persone ribattezzate, parecchi esegeti, fuorviati da preconcetti dogmatici, hanno dato in istranezze da non credere. Per esempio; alcuni esegeti antichi a cui dava noia l'idea del battesimo amministrato due volte, hanno fatto sforzi erculei per dimostrare (a base d'esegesi s'intende) che il battesimo, qui, non fu niente affatto amministrato. Il Calvino, a combattere gli anabattisti che naturalmente citavano questo passo a loro pro, sosteneva che qui non si trattava, del battesimo di acqua, ma del battesimo dello Spirito! Questo medesimo passo è anche citato a sostegno del "battesimo dei credenti"; a sostenere, cioè, la tesi che questo battesimo replicato nel caso dei discepoli che son giunti alla fede, giustifica la pratica di ribattezzare i credenti. Ma il testo non serve a cotesto intento; chi lo cita a quel modo, lo cita a sproposito. I discepoli d'Efeso, prima di quello che ricevettero da Paolo, non aveano mai ricevuto battesimo cristiano. Quindi, il loro caso rientra nella categoria generale degli evangelizzati del secolo apostolico, i quali, soltanto quando credono nel Signor Gesù, possono esser battezzati del battesimo di Cristo. Ogni questione pedobattista, anabattista, o d'altro genere, è una morbosa escrescenza dogmatica che cerca di deturpare il nostro bel testo.

6 Lo Spirito santo venne sopra loro

È un'altra effusione pentecostale dello Spirito. (Vedi Atti 2:1-13; 4:31; 8:17; 10:44 e seg.)

Per l'imposizione delle mani

Vedi Atti 8:14-18.

Parlavano lingue strane e profetizzavano.

Vedi Atti 2:4; 10:46. Si tratta di una manifestazione grande, straordinaria, dei loro sentimenti religiosi. Negli uni era l'espressione d'una eloquenza ispirata che, con una vivacità piena di fuoco, rendea conto di quello che succedeva nell'intimo dell'anima loro (profezia); negli altri erano dei fenomeni più insoliti ancora; l'eccitamento interno non permetteva loro di esprimere in modo calmo, coerente, quello che sentivano; erano parole, scatti, canti, sospiri ineffabili (lingue strane). La profezia e le Iingue sono l'effetto dell'opera potente d'un medesimo Spirito Santo: ma a due gradi diversi, o, sotto due forme diverse; con o senza il mezzo di esprimere ad altri quello che l'anima sente, quand'è così piena dello Spirito.

8 Ragionando... e persuadendo le cose appartenenti...

Meglio: Paolo entrò nella sinagoga e vi predicò con tutta franchezza sul Regno di Dio. Per tre mesi si sforzò, coi suoi discorsi, di convincere i giudei. Ma siccome alcuni ecc.

9 Di quella professione

Letteralmente: la via (vedi Atti 9:2). S'intende: la via del Signore Atti 13:10; 18:25-26; e qui si può dire che s'intende: l'insegnamento di Paolo, perché, in realtà, è di questo che si tratta; l'insegnamento che ha in vista la via della salvazione Atti 16:17.

Tiranno.

Di questo Tiranno non si sa nulla. Tutto quello che si può inferire da quello che è qui detto di lui, si è, ch'ei non doveva essere contrario ai cristiani. In nessun luogo vediamo così chiaramente come in questo, il modo con cui si formavano le chiese nella sfera d'azione di Paolo. Paolo cominciava sempre a predicare nelle sinagoghe; e vi predicava fino a tanto che l'opposizione conservatrice, giunta a capire nettamente le differenze tra il giudaismo ed il cristianesimo, cominciava ad inalberarsi contro l'insegnamento dell'apostolo e finiva col proibirglielo addirittura. Allora egli si cercava in città un locale adatto, lo prendeva in affitto, e vi raunava tutti quelli che erano disposti ad ascoltarlo. Qui egli prende in affitto la sala, la scuola di un certo Tiranno, che doveva essere un rettore od un filosofo. È in un locale come cotesto i greci entravano più facilmente e più volentieri che in una sinagoga, e vi formavano in breve la maggioranza del pubblico.

10 Nell'Asia

L'Asia è qui l'Asia proconsolare; la parte sud-ovest di quella che noi chiamiamo l'Asia minore (Vedi Atti 6:9;16:6). Efeso era un gran centro politico e commerciale, ove la popolazione dei dintorni affluiva per i suoi affari privati. Molta gente, quindi, che veniva dal di fuori, tratta da prima dalla curiosità, ebbe l'occasione di conoscere in Efeso la predicazione evangelica.

Le parole del Signor Gesù.

I codici più autorevoli dicono; La parola del Signore.

11 Delle non volgari potenti operazioni

Meglio; dei miracoli straordinari.

12 Talchè eziandio d'in sul suo corpo...

Le due parole sciugatoi e grembiuli, nell'originale, sono parole latine vestite alla greca. I σουδαρια (lat. sudaria) sono fazzoletti da asciugare il sudore. I σιμικινθια (lat. semicinctia) possono essere le fasce che all'uso orientale si avvolgevano intorno alla testa, e anche i grembiuli, di lino o di pelle, dei quali si servivano gli artigiani nel lavorare.

Riflessioni

1. Avete voi ricevuto lo Spirito Santo dopo che avete creduto? Atti 19:2. Il Martini commenta così: "Queste parole si riferiscono al sacramento della Confermazione, il quale si conferiva per lo più immediatamente dopo il Battesimo. Questi discepoli, trovandosi a Gerusalemme, avevano udito la predicazione del Precursore, e ricevuto da lui il suo battesimo; e sulla testimonianza del Battista, e per quello che avevano udito e forse veduto di Gesù Cristo, avean creduto che egli era il Messia, ma non erano ancora istruiti abbastanza nella fede; onde ignoravano la necessità del Battesimo istituito da Gesù Cristo". È un altro esempio della esegesi fantastica di Monsignor Martini. Difatti:

1) Dov'è che nel libro dei Fatti abbiam trovato traccia della Confermazione? Dov'è che se ne trova traccia in tutto il Nuovo T.? E come fa Monsignor Martini a parlare del Sacramento della Confermazione quando sa che fu soltanto Pietro Lombardo (1100-1164) che ebbe pel primo l'idea di elevare a sette il numero dei sacramenti e d'includervi la Confermazione?

2) Chi l'ha detto al Martini che questi discepoli "si trovarono a Gerusalemme"? che avevano udito la predicazione del Battista? che aveano dal Battista stesso ricevuto il battesimo? Chi scrive o commenta la storia non deve inventare; e quando asserisce una cosa, deve dare le prove delle sue asserzioni.

3) E come può il Martini affermare che questi discepoli "avevano udito parlare del Cristo, che l'aveano forse veduto e che avean creduto ch'egli era il Messia", quando il testo fa invece capire che del Cristo non sapevano nulla? Se sapevano tutto quello che il Martini dice, Paolo, spiegando loro come fa la natura ed il valore del battesimo di Giovanni Atti 19:4, porta delle legna al bosco o delle nottole ad Atene!...

2. La domanda che l'apostolo fa ai discepoli d'Efeso ci rivela quale fosse la sua grande preoccupazione quando parlava delle anime immortali. Egli vuol sapere quale sia la natura, quali siano i progressi della loro conversione; vuol accertarsi se le loro esperienze religiose erano di quelle che risultano dalla dimora dello Spirito Santo nella coscienza e nel cuore. Ed, ahimè! quanti ce ne sono anche oggi che non si chiamano discepoli d'Apollo, ma addirittura discepoli di Cristo, i quali, se volessero coscienziosamente e sinceramente rispondere a cotesta domanda, dovrebbero dire: "Fino ad ora, dello Spirito Santo, dello Spirito di ravvedimento, di rigenerazione, d'adozione, di libertà cristiana e d'amore, noi non ne sappiamo nulla... "!

3. L'attività dell'apostolo era davvero prodigiosa; e Dio benediva abbondantemente i lavori del suo fedel servitore! In due o tre anni Atti 19:10; 20:31 troviamo, fondati direttamente o indirettamente da lui, dei nuclei di credenti, che crescevano e fiorivano qua e là per l'Asia proconsolare. Le chiese di Smirne, di Tiatiri, di Pergamo, di Sardi, di Filadelfia Apocalisse 1:11, di Colosse Colossesi 1:7; 4:12, di Laodicea Colossesi 4:15-16, di Hierapoli Colossesi 4:12, oltre quella d'Efeso, sono tutte chiese di cotesto tempo. Alle quali, se aggiungiamo le quattro fondate in Licaonia ed in Pisidia e le quattro stabilite in Macedonia ed in Grecia, arriviamo ad un totale di diciassette chiese! E a noi pare d'aver fatto assai quando ne abbiamo messa assieme una... e alla meglio!

4. Ed eccoci in Atti 19:12, del quale, come il lettore facilmente s'immagina, il Martini cerca di trarre il maggior profitto che può. Ecco, difatti, quello ch'egli dice: "Non a caso il Signore ha voluto che in un libro dettato dallo Spirito Santo fosse scritto l'uso che facevano i fedeli di cose in apparenza sì vili, ma santificate in certo modo dal toccamento del corpo dell'Apostolo, per operare guarigioni di malati e liberazioni di ossessi. Conciossiacchè erano per venire un giorno degli uomini, i quali vantandosi continuamente della scienza delle Scritture, e a piena bocca gloriandosi di non avere altra regola della loro fede che i sacri libri, dovevano giungere a tanto di temerità e d'arroganza che non dubitassero di accusare la Chiesa, loro madre, di superstizione nel rispetto e nell'onore che ella professa di rendere alle reliquie dei Santi. Accusino adunque costoro anche i fedeli dei primi giorni del Cristianesimo di superstizione, perché i fazzoletti e le fasce usate da Paolo custodivano, per valersene a pro dei malati, e se crediamo al Grisostomo, anche a risuscitare i morti". Adagio! Adagio! e consideriamo le cose con calma, e senza scaldarci di soverchio. Io mi limito a tre osservazioni.

1) L'onore, o, diciamo addirittura la parola vera, il culto, che la chiesa romana rende alle reliquie dei Santi, ha tanto da fare col nostro passo, quanto io ho da fare con gli abitanti della luna. Reliquiae, come il Martini potrebbe insegnare a me, vuol dire i resti; quel che rimane; e per reliquie, in senso religioso, s'intendono le cose appartenute ad un martire, ossia ad un testimone della verità; s'intendono dei frammenti del corpo, delle vesti, o qualunque altro oggetto di cotesto martire. Resti d'un morto, insomma. Ora, questi fazzoletti e questi grembiuli del testo non erano delle reliquie; non erano dei resti d'un morto; ma degli oggetti usati da un vivente apostolo, operatore vivo di miracoli. Morto l'apostolo, l'opera sua è compiuta, ed i suoi miracoli son finiti. Niun fazzoletto, niun grembiule, niun osso dell'apostolo è conservato in vista di futuri miracoli; perché la virtù miracolosa non risiede nei fazzoletti, nei grembiuli o nelle ossa di Paolo; in Dio soltanto ella risiede; il testo, infatti, dice: "Iddio faceva dei miracoli straordinari per le mani di Paolo" Atti 19:11.

2) La Chiesa primitiva, con buona pace di Monsignor Martini, non ha mai saputo né voluto saper nulla di coteste reliquie. Ella considerava le cose da un punto di vista alto, spirituale, divino; ella sapeva, come il Maestro le aveva insegnato, sublimare le cose terrene; non voleva trascinare le divine nel fango della superstizione e della idolatria. Il trasferimento del corpo d'Ignazio ad Antiochia, nel 107, è l'allusione più antica che si possa trovare, al culto delle reliquie; ed anche a supporre che cotesto fatto sia autentico, non si ha diritto di vederci altro che un semplice atto di rispetto per le spoglie mortali di cotest'uomo di Dio. Un fatto meglio constatato, se mai, è questo. Nel 169 le ceneri di Policarpo si conservavano religiosamente; e intorno alle ceneri, ad ogni anniversario della morte di Policarpo, i credenti si riunivano per celebrare il culto. Ma anche cotesto fatto non prova nulla di più di questo; che i credenti conservavano una pia rimembranza del fedel confessore. Bisogna venire fino al terzo secolo per trovare le prime vestigia di un culto più o meno superstizioso reso alle "reliquie" dei martiri; culto che le "Costituzioni Apostoliche" fanno di tutto per difendere contro chi non lo vuole accettare. E quante cose si potrebbero narrare a proposito dell'autenticità di coteste reliquie! Ma tutto questo non entra nel mio piano, ed io non debbo occuparmene. Una cosa soltanto voglio dire a modo di conclusione. La Chiesa romana insegna, che il prete che celebra il santo mistero su delle reliquie false, commette un grave peccato. Dev'essere un bell'imbroglio per un prete coscienzioso!

3) Che concetto dovrò dunque farmi del fatto narrato dal testo? domanderà il lettore. Ecco il concetto che il lettore se ne deve fare. In questo passo dei Fatti, la fede popolare si manifesta in un modo che rasenta la superstizione (vedi Atti 5:15). Lo storico, che è fedele e coscienzioso, narra anche questi fatti, che, per quanto singolari possano sembrare, pure sono dei fatti realmente avvenuti. Ma una cosa è certa; che, cioè, non erano i fazzoletti o i grembiuli di Paolo, che guarivano i malati per una virtù magica; il lettore può esser sicuro che Paolo sarebbe stato l'ultimo in questo mondo a lasciarsi indurre a prestarli a qualcuno per cotest'uso; ma era sempre la fede che operava, guarigioni. Queste guarigioni concesse da Dio a delle fedi imperfette, miste anche a molta superstizione, sono dei fatti che si sono constatati in tutti i tempi della storia, e che si possono constatare anche oggi. È a questo proposito, il fatto della donna dal flusso di sangue mi pare un fatto tipico. "Ella diceva fra se stessa: "Se soltanto tocco il suo mantello, io sarò guarita". E Gesù, voltatosi, la vide e le disse: "Stai di buon cuore, figliuola; la tua fede t'ha guarita!" E in quell'ora istessa, la donna fu guarita" Matteo 9:21-22.

13 b) I sette figliuoli di Skevà (Atti 19:13-20)

Esorcisti Giudei...

Esorcista ( εξορκιστης) è parola che viene dal verbo εξορκιζω, che significa: obbligo qualcuno a giurare, nel greco classico; e nel Nuovo T., scongiurare, esorcizzare, perché quelli che esercitavano questa professione, pretendevano di cacciare gli spiriti maligni per mezzo di giuramenti e di formule misteriose. Nei loro scongiuri facean uso, per solito, del nome di Dio; qui, questi figliuoli di Skevà usavano invece il nome di Gesù, che aveano sentito tante volte proferire da Paolo (vedi Luca 9:49).

Questi esorcisti andavano attorno di città in città; erano dei girovaghi; e nelle loro incantagioni, nei loro scongiuri e nelle loro misteriose combinazioni di parole oscure, il popolino aveva piena fiducia. Erano tempi di grande scetticismo; e quindi, di superstizione profonda. Molti di questi esorcisti erano giudei; dei giudei degenerati e corrotti, dello stampo di Simone, in Samaria Atti 8:9, e di Elima, in Cipro Atti 13:6. (Vedi Matteo 12:27).

14 Figliuoli di Sceva, Giudeo, principal sacerdote, in numero di sette

Sceva; meglio Skevà ( Σκευα); principal sacerdote; vale a dire, il capo di una delle ventiquattro mute della casa di Levi Matteo 21:15; Luca 3:2. La professione di esorcista doveva essere assai lucrativa, se un sacerdote in alta posizione come Skevà l'aveva fatta abbracciare ai suoi sette figliuoli.

16 E sopraffattili...

Secondo i codici migliori bisogna dire. E sopraffattali tutti e due... Tutti e sette i figliuoli i Skevà esercitavano l'esorcismo; ma in questo fatto, se pure tutti e sette ci ebbero parte, pare che due specialmente vi fossero conciati pel dì delle feste. Il testo non è qui molto chiaro

17 Era magnificato

In due modi:

1) Tutti sentivano che era cosa pericolosa l'usar leggermente il nome del Signor Gesù.

2) I credenti lodavano e ringraziavano il Signore.

18 Dichiarando le cose che aveano fatte

Tutto quello che aveano operato in fatto di magia, di stregoneria, di esorcismo ecc.; d'incompatibile, insomma, e con la legge giudaica e con la coscienza cristiana. Importa notare che qui non si tratta di gente che confessava i suoi atti al momento della conversione; ma di gente che aveva già prima d'allora creduto, e che ciò nonostante continuava ad aver dimestichezza. con queste cose, che Dio certo non poteva approvare.

19 Le arti curiose

sono le scienze occulte; la magia ecc. La parola greca ( περιεργα) dinota propriamente quelle cose che richiedono gran cura, grand'arte; e s'applicava perciò alla magia, che aveano elevata a dignità di scienza, che si studiava su dei libri rari e curiosi, pieni di formule, strane e di regole d'arte. Le cosiddette lettere efesine ( Εφεσια γραμματα) erano famose. Consistevano in certe combinazioni di lettere o di parole, che, pronunciate in un certo tono di voce, si credeano efficaci a cacciar malattie e spiriti maligni; o che scritte su pergamena e portate addosso, eran come degli amuleti, che si credea guardassero da demoni e da pericoli.

I libri.

Le più rare ed efficaci di coteste combinazioni e di coteste formule si scrivevano su dei rotoli che passavano da un esorcista all'altro, e si vendeano per delle somme favolose.

Cinquantamila denari d'argento.

Letteralmente: cinquantamila (pezzi) d'argento. Si tratta non del denaro romano d'argento che equivaleva ad otto noni della dramma attica, ma della dramma vera e propria, che era la moneta greca d'argento più comune che circolava anche fra i giudei dopo la cattività. Siccome il valore della dramma era oscillante, è difficile dire esattamente a quanto ammontasse la somma ricordata dal testo. A un dipresso si può dire che erano più di 45000 lire delle nostre. Il Grozio, il Tiele ed altri suppongono che cotesta somma fosse calcolata a base dello shekel ebraico; il che ci condurrebbe ad una somma quadrupla della nostra. Ma è poco naturale che dei greci (perché evidentemente si tratta di greci) stimassero il valore dei libri a base di moneta straniera anzichè a base di quella che circolava nel loro paese. Anche qui, notiamolo, quelli che bruciano i libri non sono dei pagani che compiono cotest'atto nel momento della loro conversione; sono di quelli che hanno già creduto, e nondimeno hanno conservato cotesti libri.

20 Così la Parola di Dio...

I testi migliori hanno,: la parola del Signore.

Riflessioni

1. Gli esorcisti giudei non hanno relazione personale di sorta con Gesù; e lo confessano apertamente, quando dicono: Noi vi scongiuriamo per il Gesù che Paolo predica! Atti 19:13. Essi mirano ad un turpe lucro e sperano di arrivare, con l'uso di una morta formula che contiene il nome di Gesù, ai medesimi risultati a cui sono arrivati ed arrivano gli apostoli. A questi esorcisti somigliano tutti coloro che predicano Cristo, senza ombra di fede, senz'ombra di vivente comunione con lui. Tutti quelli che hanno imparato alla meglio "il linguaggio di Canaan" Isaia 19:18, che sanno lardellare di citazioni bibliche i loro discorsi, e che, insomma, non possono dire col Salmista e con l'apostolo: Noi crediamo; e gli è per questo che parliamo Salmi 116:10; 2Corinzi 4:13, ma "predicano il Cristo che Paolo predicava" contenti di Mungere, con cotesta predicazione, a sbarcare il loro lunario. E c'è da farsi meraviglia se l'opra loro è colpita dalla maledizione della sterilità? E c'è da farsi meraviglia se il pane a codesto modo guadagnato è il più delle volte pane d'umiliazione e di vergogna? Pongavi mente ogni operaio nella vigna dell'Eterno! Il ministerio evangelico non è un ignobile mestiere; è il risultato di una vocazione divina; è il regno di Dio non si promuove a forza di formule morte, ma si promuove a forza di abnegazione di amore e di consecrazione intera a quel Cristo che s'è interamente a noi consecrato.

2. Il fatto narrato in Atti 19:18-19 è di grande importanza per la storia e per l'intelligenza di alcune lettere (per esempio della 1Timoteo) ove se ne trova qualche allusione. Da questo fatto noi ricaviamo che fra gli efesini divenuti credenti ce n'erano di quelli che aveano esercitato la magìa e che non ci aveano rinunziato quando s'erano convertiti, ma serbavano ancora con gran cura i libri delle scienze occulte. Questi individui dunque s'erano avvicinati alla Chiesa come ad una società di adepti e non sempre per bisogno del cuore e con iscopo puramente religioso. Quanti pericoli per la giovane chiesa efesina, che sorgeva in mezzo a cotesta società greca, ch'era in istato di completa decomposizione morale! La sorte toccata ai figliuoli di Skevà scuote la coscienza di coteste persone le quali "confessano le cose che hanno fatte" Atti 19:18; confessano cioè le loro vane ed egoistiche superstizioni; ed a mostrare la sincerità del loro ravvedimento e della loro confessione, fanno un falò di quello che possedeano di più prezioso al mondo; di quei libri che aveano comperati a caro prezzo, e che adesso non giovan loro più nulla. Ed io penso; come si mostran tenaci nel cuore umano le convinzioni che si sono, se posso dir così, succhiate col latte materno, e le abitudini che abbiamo contratte fin dai nostri giovani anni! E quanti ce ne sono, anche nelle nostre chiese, di quelli che nel segreto del loro cuore nascondono e carezzano qualche vecchia superstizione o qualche antica abitudine di carattere sospetto!... Più d'un fatto potrei narrare, che a questo proposito illustrerebbe a meraviglia il passo del testo; ma a che narrar tante miserie? Preghiamo piuttosto Iddio e domandiamogli che lo Spirito suo si muova con forza in mezzo alle nostre congregazioni e vi rimuovi quei santi e benedetti risvegli di coscienza, che aveva operati nella chiesa efesina.

3. Il falò dei libri dei cristiani efesini Atti 19:19 ha avuto ed ha ancora senza dubbio chi l'ha criticato. Dei cristiani di spirito largo e liberale trovano in cotest'atto l'effetto d'uno scrupolo eccessivo; gli antiquari gridano al vandalismo e rimpiangono la perdita i tanti tesori; gli studiosi di cotesto genere di letteratura magica, occulta, esclamano: Ecco un altro furto perpetrato dal fanatismo religioso a danno delle lettere e della scienza! In tutto questo c'è un fondo di vero; e per quanto neppure a me piacciano cotesti falò, che, volere o non volere, rappresentano sempre l'eccesso a cui si spinge ogni reazione, pure, non mi basta l'animo di censurare gli efesini che, nello slancio del loro primo amore Apocalisse 2:4, si lasciano andare a cotest'atto. Quei libri erano stati per loro dei maestri d'errore per molti anni, prima del loro entrare nella chiesa; quei libri erano stati per loro una continua tentazione, da che s'erano ascritti alla chiesa; quei libri erano un pericolo continuo per le loro anime immortali. A mali estremi, rimedi estremi. Ci sono dei falsi amici, coi quali non è possibile una separazione calma, tranquilla. Bisogna romperla, con cotesta gente; e romperla bruscamente. Certi nodi, nella vita, non si possono sciogliere; bisogna addirittura tagliarli. Atti 19:19 io raccomanderei di cuore ai librai, ai giornalisti, alle biblioteche circolanti, ai traduttori italiani di sconcezze straniere, agli autori pornografici; vorrei raccomandarlo loro, perché ci meditassero su.

21 c) Diana efesina (Atti 19:21-40)

Dopo queste cose...

Siamo alla fine del biennio Atti 19:10 o del triennio Atti 20:31 che Luca assegna alla permanenza di Paolo in Efeso. L'apostolo considera l'opera sua in cotesta provincia come finita; si cerca un altro centro d'attività, e getta gli occhi sulla capitale dell'impero. Prima però, pensando che un suo ritorno verso l'oriente potrebb'esser lontano e fors'anche problematico, ei vuol visitare un'altra volta le sue amate chiese nelle due province greche, e vuol fare i suoi addii ai cristiani di Gerusalemme, ch'egli avrebbe desiderato unire per legami di più intima e fervente simpatia coi cristiani usciti dal paganesimo. In questa stessa circostanza egli si adopra a raccogliere una colletta a pro dei fratelli poveri di Gerusalemme 1Corinzi 16:2; Corinzi 8-9; ed è appunto a questo scopo che si fa precedere dal suo discepolo Timoteo e dal suo amico Erasto di Corinto, che di cotesta colletta furono in modo speciale incaricati. Del suo piano di viaggio Paolo parla in 1Corinzi 16:1-3,8-9.

Roma

Per il suo desiderio di predicare l'evangelo a Roma, vedi Romani 1:13; 15:23.

22 Due di coloro che gli amministravano.

Meglio: due dei suoi aiuti.

Erasto

può esser benissimo l'Erasto, cassiere della città di Corinto Romani 16:23; 2Timoteo 4:20.

Dimorò ancora...

Il perché di questa prolungata dimora è in 1Corinzi 16:8-9.

23 Della via

Vedi Atti 19:9.

24 Intagliatore d'argento

Argentiere.

Faceva dei piccoli tempii...

faceva delle riduzioni in argento del tempio di Diana; del tempio, o della immagine della dea; coteste riduzioni si vendevano ai pellegrini ed agli indigeni come ricordo e per uso delle loro superstizioni.

Il tempio di Diana.

Il greco ha Artemis. Era un santuario famoso di origine semitica, consacrato alla grande dea dei popoli d'Oriente, la quale, nel loro sistema religioso, rappresentava il principio della fecondità materna della natura. I greci la chiamavano in Efeso, Artemis (la Diana dei romani). Altrove la chiamavano Afrodite (Venere). Il primo tempio di Artemis ad Efeso dovette la sua magnificenza a Creso. Fu distrutto nel 335 av. Cr. da Erostrato, che l'incendiò mosso dal pazzo desiderio di diventare immortale. Sotto Alessandro il Grande fu riedificato, più splendido che mai; ed il secondo tempio fu contato fra le sette meraviglie del mondo. I suoi portici erano adorni dei dipinti e delle statue dei più celebri fra gli artisti della Grecia; d'artisti, che si chiamavano nientemeno che Fidia, Policleto, Apelle ecc. Il numero dei sacerdoti, delle sacerdotesse, dei fanciulli, degli addetti al culto di Diana in cotesto tempio, era immenso. I doni per il mantenimento del tempio e del culto pioveano da tutte le parti largamente; e la città conferiva i suoi più alti onori ai donatori più generosi. I pellegrini vi si recavano da tutte le parti del mondo. Plinio narra che la fabbrica di cotesto tempio durò duecento venti anni (Libro 36, c. 14). L'imagine della dea era qualcosa di sconcio e di orrendo a vedersi; un mostro addirittura. Si figuri il lettore una forma orrenda di donna, fasciata come una bambola; una specie di mummia col busto pieno, fitto, di mammelle. Cotesta mostruosità, finiva, sotto le mammelle, in un piedistallo conifero, coperto di misteriosi ornati simbolici, nei quali c'era una confusione strana di fiori, di api e di spighe di grano. Il tutto di legno, che il tempo avea reso equivocamente oscuro. Cotesta era la grande Artemis degli efesini. Il primo colpo inteso a distruggere quest'idolo greco, lo menò San Paolo; il secondo (strana ed ironica coincidenza storica!) lo menò Nerone che lo spogliò dei tesori artistici, per adornarne il suo palazzo a Roma (Tacito, Annali 15:45). Traiano ne mandò le magnifiche porte a Bisanzio, come offerta ad un tempio. Quando l'impero si cristianizzò, Giustiniano trasse dal tempio di Diana molti materiali per quello ch'egli eresse in onore della Divina Sapienza, e che è la moschea di Santa Sofia. Quando i Goti devastarono l'Asia Minore, durante il regno di Gallieno (nel 263), saccheggiarono il tempio di Efeso a tutt'andare; e secoli dopo, i turchi completarono l'opera di distruzione.

26 Or voi vedete...

Demetrio non esagerava quando si lamentava dell'influenza della predicazione di Paolo. Plinio attesta dei fatti analoghi quando, cinquant'anni più tardi, nella sua relazione a Traiano sul cristianesimo nella Bitinia (Ep. X, 96, 97), parla "dei templi che son deserti"; "del culto che è negletto" e dice che "si trova appena un compratore delle vittime destinate ai sacrificii" (raris simus emptor). Le parole di Demetrio confermano l'asserzione di Luca, che abbiamo studiata a Atti 19:10.

27 E non vi è solo pericolo per noi...

ecc. Demetrio parla prima dei suoi interessi personali; e poi, degli interessi della religione.

La quale tutta l'Asia...

Il culto di Diana efesina era così universale, che il giureconsulto Ulpiano nota che tra i pochi dèi che era permesso ai romani di istituire loro eredi, era appunto Diana.

29 Gaio

È il latino Caio. Questo nome si trova quattro volte nel Nuovo T.

1) Gaio il macedone del nostro passo;

2) Gaio di Derbe Atti 20:4;

3) Gaio di Corinto, l'ospite di San Paolo, che l'apostolo battezzò con le proprie mani Romani 16:23; 1Corinzi 1:14;

4) Gaio a cui S. Giovanni indirizzò la sua terza lettera. Ed è tutto quello che si può dire di questo nome. Va da sè che tutti cotesti nomi, benchè uguali, sono nomi di persone differenti.

Di Aristarco

sappiamo che era di Tessalonica Atti 20:4; che fu uno dei compagni di Paolo nel suo viaggio a Roma Atti 27:2; e che è ricordato nella lettera ai colossesi Atti 4:9 ed in quella a Filemone Atti 19:24.

Nel teatro.

Era il luogo delle lotte, delle pubbliche assemblee, dei grandi ritrovi. Comprendeva un'area aperta capace di un 25000 persone.

30 Or Paolo

In un primo e generoso moto dell'animo voleva affrontare la burrasca e proclamare la verità innanzi a un'assemblea che sarebbe stata senza dubbio la più numerosa ch'egli avesse avuta fino allora; ma i suoi amici ed i capi della città ve lo dissuasero Atti 19:30-31.

31 Alcuni degli Asiarchi.

Gli Asiarchi erano i membri di un corpo elettivo di rappresentanti le diverse città della provincia dell'Asia proconsolare; un corpo, che in origine era stato quello che noi chiameremmo oggi il Consiglio federale di tutte coteste piccole repubbliche municipali indipendenti. Dopo la conquista dei romani, cotesta istituzione non aveva più alcuna importanza politica; e gli Asiarchi non sorvegliavano altro che gli affari del culto ed i giuochi pubblici, che rientravano, e gli uni e gli altri, nella sfera degli interessi federali.

33 Alessandro

Qualcuno ha voluto identificare questo Alessandro con quello menzionato in 1Timoteo 1:20; 2Timoteo 4:14; ma non c'è nulla che giustifichi cotesta identificazione.

A lor difesa.

Cioè: a difesa dei giudei. I giudei presenti in buon numero tra la folla, capirono che si trattava di antipatie religiose; e temendo che l'odio popolare si scatenasse contro a loro in questa occasione, come andava quasi sempre a finire in cotesto genere di trambusti, cercarono di separare la loro causa da quella dei cristiani coi quali erano anche allora abitualmente confusi. Spinsero quindi innanzi Alessandro perché parlasse. Ma ei non riuscì a farsi ascoltare Atti 19:34; e mancò poco che i giudei non giungessero ad ottenere appunto il contrario di quello che desideravano.

35 Il cancelliere

era il segretario pubblico. Avea cura dei documenti e degli archivi della città. In greco: ὁ γραμματευς (grammatéus) che la Vulgata e la versione araba rendono per scriba; la Siriaca dice principe o capo della città.

La sagrestana.

La parola greca è νεωκορος, che significa: che scopa, che spazza il tempio ( νεωκορεω) quindi: la guardiana, la custode del tempio; colei, che reputava onore il mantenere il decoro, lo splendore del tempio ed il farvi le proprie divozioni.

E dell'immagine caduta da Giove.

Il greco ha una parola soltanto: e del diopete. Διοπετης o διιπετης ( Διος e πιπτω) significa: caduto da Giove, cioè dal cielo. Non la statua di Diana, che, come ho detto al versetto 24, era di legno; pare si trattasse piuttosto di un aereolito caduto dal cielo, che si reputava essere un simbolo (anzichè un simulacro) della divinità, appunto come in altri santuari semitici; per esempio, nel caso della Venere di Pafo e della Caaba della Mecca. Si potrebbe quindi tradurre:... della grande Artemis e del suo simbolo caduto dal cielo?

37 Sacrileghi

In greco ha: ἱεροσυλος che significa un ladro di cose sacre; un saccheggiatore di templi.

38 Si tengono le corti

Ci sono i tribunali; o meglio: ci sono i giorni d'udienza.

I Proconsoli.

La parola greca ανθυπατος è l'equivalente di proconsolo come in Atti 13:7; 18:12. Strettamente parlando, non era che un proconsolo in ogni provincia; e dobbiamo quindi ammettere o che gli assessori del proconsolo (consiliarii) si chiamavano popolarmente proconsoli, o che, per qualche speciale combinazione, c'erano allora in Efeso due persone aventi autorità proconsolare.

Facciansi eglino...

si facciano le reciproche citazioni.

39 E se richiedete...

Se al contrario siete venuti a reclamare per qualche altra cosa, la si potrà regolare in un'assemblea legalmente convocata.

40 Per lo giorno d'oggi

Meglio: per quel che è successo quest'oggi.

Licenziò la raunanza

Congedò l'assemblea. La borghesia ed il popolo minuto d'Efeso erano già assai ben disciplinati dalla ferula romana per capire a volo che aveano tutto da perdere e nulla da guadagnare in cotesti subbugli. Restavano così poche libertà ai greci soggetti a Roma, che gli uomini assennati erano tutti, per forza, conservatori. Roma, per una sommossa come questa, avrebbe potuto togliere ad Efeso il diritto che avea, di città libera.

Riflessioni

1. L'apostolo ha già messo le sue tende in Efeso; ha occupato l'Asia proconsolare; ed ora medita d'andare nella Macedonia e nell'Acaia. Gerusalemme lo attira; e Roma, la gran capitale dell'impero, gli sorride sul lontano orizzonte Atti 19:21; e scrivendo ai romani, ei ci rivela tutto il desiderio del cuor suo. Roma non è l'oggetto definitivo delle sue aspirazioni; al di là di Roma, c'è la Spagna che lo innamora Romani 15:24. Tal'è il vero apostolo di Cristo. Egli ha dei momenti in cui il peso della responsabilità che gl'incombe e le preoccupazioni dell'opera che fa, sembrano schiacciarlo; dei momenti in cui è tentato d'esclamare con Elia: "Basta, o Signore! prendi adesso l'anima mia!..." 1Re 19:4 ma egli ha pure dei momenti in cui, sulle ali della fede, spinge ardito lo sguardo d'aquila nell'avvenire e traccia dei piani di futur conquiste, dinnanzi ai quali impallidiscono i piani più arditi d'Alessandro, di Cesare e di Napoleone.

2. "Paolo svia la moltitudine... dicendo che non son dii quelli che son fatti dalla mano dell'uomo!" esclama Demetrio Atti 19:26. I filosofi, i teologi che cercano con ogni sorta di ragionamenti di giustificare l'idolatria antica e moderna, parlino pure di simbolismi poetici e commoventi; di rappresentazioni ideali; di veicoli necessari alla natura umana per trasportare lo spirito dal mondo reale nel mondo dell'invisibile; la parola di Demetrio voi non la potete cancellare; ella rimane là come la sola, come la vera conclusione del pensiero popolare a proposito delle immagini religiose: "Questi son per noi degl'iddii; e chi dice che non son tali perché li ha fatti la mano dell'uomo, svia la moltitudine! è un eretico!"

3. Osservi il lettore com'è fine il ragionamento di Demetrio in Atti 19:27. Con quant'arte l'ingordigia di danaro sa ipocritamente nascondersi sotto il manto della religione! Demetrio, in questo verso 27, è il tipo di quei disonesti "zelanti" della religione, che si protestano sempre rosi dallo zelo per la sana dottrina, per l'onore di Dio, per l'amore della verità; mentre in realtà non amano che i loro salari, i loro comodi, e non hanno altra ambizione che questa: farsi largo tra la gente, che prende tutto quello che dicono e che fanno, per oro di zecchino.

4. Gli Asiarchi, amici di Paolo Atti 19:31, sono pure interessanti; e quest'amicizia dà anch'ella luogo ad una riflessione. La purità della vita, l'integrità del carattere, l'onestà delle intenzioni che si rivelano nelle parole e nelle opere del servitore di Cristo, non possono non fare impressione sulla gente che pensa; anche se cotesta gente non ha gran simpatia con la causa che il servo di Cristo perora e difende. Il servo di Cristo non mendica il favore dei grandi; ma quando Iddio gli dà l'amicizia di uomini eminenti, che hanno molta influenza nella società, Egli gliela dà perché si vuol servire di cotest'amicizia per fini provvidenziali e per il bene dei suoi. L'amicizia degli Asiarchi giovò di fatti non poco a Paolo in Efeso. C'è chi prostituisce il proprio ministerio e calpesta la propria coscienza pur d'arrivare in contatto coi grandi; e c'è chi, quando ha la provvidenziale opportunità di stringere amicizia con qualche persona "in alto", finisce col disgustare cotesta persona, con i suoi modi rozzi, villani, e con quel fare altezzoso, sprezzante dei farisei evangelici, che trattano sempre "quei di fuori" come i loro antenati trattavano i galilei ed i samaritani. Sono due estremi, cotesti, che bisogna evitare.

5. La testimonianza che il cancelliere di Efeso dà della predicazione apostolica Atti 19:37, va raccomandata in modo tutto speciale ai polemisti arrabbiati; ai polemisti che non sanno aprir bocca, senza coprir di vituperi le cose e le persone che combattono. C'è una polemica nobile, alta, dotta, che discute i principii, rispettando le persone; e questa polemica ha avuto ed ha forse ancora una missione santa nella storia della Chiesa. Ma c'è una polemica ignorante, villana, che vive di citazioni rubacchiate a destra ed a sinistra, che si muove nel brago degli scandali e delle immoralità; una polemica, che non solo offende e scandalizza il sentimento religioso di quelli che pur vorrebbe convertire, ma ripugna al senso morale di chi ha un briciolo di educazione e di delicatezza. Che Dio perdoni a cotesti polemisti tutto il male che hanno fatto all'opera evangelica in Italia! e perdoni ai conduttori di cotest'opera il peccato che hanno commesso, affidando il pulpito evangelico a degli individui, che, non potendo annunziare "le cose grandi" del Cristo che non conoscevano, hanno predicato alle anime assetate del vero, colpe di frati scostumati e di monache lascive! Che opportunità avea Paolo di fare di cotesta polemica in Efeso! La sconcia figura della dea l'aereolito piovuto dal cielo, il fasto del culto, le orrendezze sacerdotali che si perpetravano all'ombra del tempio, i pellegrinaggi, il mercato che si facea sotto pretesto di religione... ma Paolo non è un "bestemmiatore di Diana"; e un predicatore dell'Evangelo di Cristo. Paolo ha fede nella potenza della verità. La verità è luce; e la luce basta a fugare le tenebre. Paolo sa che chi nega l'errore non afferma la verità; ma che chi afferma la verità nega implicitamente l'errore. Le chiese sorte per impulso polemico e nudrite a pan di contenzione e di predicazioni negative, sono le chiese fiacche, irrequiete e rose continuamente da dissensi intestini; le chiese sorte per risvegli di coscienza e nutrite dalla Parola e dalla predicazione positiva dell'Evangelo di Cristo, sono le chiese forti, spirituali, feconde e che vivono in pace; sono le chiese come quella d'Efeso; le chiese che non possono più "bestemmiare gli dèi" da che hanno gustato la soavità dell'amore di Dio.

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