Atti 2

1 2. LA PENTECOSTE (Atti 2:1-47)

La seconda sezione ha sei parti:

1. L'EFFUSIONE DELLO SPIRITO SANTO (Atti 2:1-3);

2. GLI EFFETTI DELLA EFFUSIONE PENTECOSTALE (Atti 2:4);

3. COME IL MIRACOLO PENTECOSTALE FOSSE RICEVUTO DALLA FOLLA (Atti 2:5-13);

4. IL DISCORSO DI PIETRO (Atti 2:14-36);

5. L'EFFETTO DEL DISCORSO (Atti 2:37-41);

6. I PRIMI CONVERTITI (Atti 2:42-47).

1. L'effusione dello Spirito Santo (Atti 2:1-3)

E come il giorno della Pentecoste fu giunto...

Pentecoste è parola greca che vale: cinquantesimo ( πεντηκοστη); è un aggettivo ordinale sostantivato. La festa della Pentecoste è la seconda delle tre grandi feste ebraiche; la Pasqua, la Pentecoste, la festa dei tabernacoli o delle tende. Era la festa delle (sette) settimane Esodo 34.22; Deuteronomio 16:10, perché cadeva dopo sette settimane dalla Pasqua. Era la festa della mietitura Esodo 23:16; il giorno delle primizie Numeri 28:26; Levitico 23:17. I cinquanta giorni che passavano fra la Pasqua e la Pentecoste erano i giorni della raccolta del grano. Il periodo della mietitura cominciava con la presentazione della primizia della raccolta al sacerdote e finiva con l'offerta dei due primi pani di fior di farina della stagione. Era festa agricola, santificata da un profondo senso di riconoscenza all'Iddio provvido, datore d'ogni bene. S'è detto che la Pentecoste fosse anche festa commemorativa della promulgazione della Legge al Sinai; ma è opinione che non ha base né nell'A. T. né in alcuno scrittore classico di cose giudaiche; ella s'appoggia soltanto su qualche tradizione rabbinica poco attendibile, secondo alcuni; secondo altri, però (il Prof. Barde, per esempio), "degna di fede". La relazione che è fra la Pentecoste ebraica e la cristiana non è quindi da cercare nel contrasto fra la legge mosaica e l'Evangelo di Cristo, come sovente si fa; ma fra la mèsse agricola dell'A. Patto e la mèsse spirituale del Nuovo. Quando si pensa che la Pentecoste cadeva in una stagione dell'anno molto propizia ai lunghi viaggi e che appunto per questo la folla degli ebrei che da tutte le parti conveniva a Gerusalemme per la Pentecoste era anche più straordinaria di quella che vi conveniva alla Pasqua, si ha ben ragione di dire con l'Olshausen: "La festa della Pentecoste cristiana fu la gran festa della mietitura fra il popolo giudaico; tutti quelli che erano maturi, dal punto di vista della fede e della conversione, furono raccolti e consacrati a Dio". "Se il granello del frumento, caduto in terra, muore, produce molto frutto", avea detto Gesù Giovanni 12:24. Il Venerdì Santo, il seme moriva; la Pentecoste festeggiava la mietitura dei frutti della morte di Cristo. Questo è il nesso che anche i più autorevoli Padri della Chiesa e la Chiesa antica stessa vedevano fra la Pentecoste giudaica e la cristiana. Era di fatti nel giorno di Pentecoste, che, nella Chiesa antica, si battezzavano i nuovi convertiti; era cioè nella festa della messe spirituale, che si aggiungevano i nuovi covoni a quelli che Dio stesso avea già riposti nei granai eterni.

Erano tutti assieme di pari consentimento.

Il Martini, seguendo la Vulgata, traduce invece: stavano tutti assieme nel medesimo luogo; ed è lezione più raccomandabile ( παντς ὁμου επι το αυτο) e seguìta dai migliori traduttori. Quantunque anche il di pari consentimento ( ὁμοθυμαδον Atti 1:14) del Testo erasmiano (Text. rec.) abbia per sè dei codici di valore e dei commentatori come il Lange, l'Alford e altri.

Erano tutti assieme.

Dove? Parecchi commentatori (l'Olshausen, il Baumgarten, il Lange) suppongono ch'essi fossero in uno dei trenta appartamenti dei fabbricati annessi al tempio (Gius. Flavio. Antich. 8:3:2). Ma è una supposizione vaga, e nulla più. E poi; è egli probabile che dovendo essi per necessità cercare di mettersi in vista dei Giudei il meno possibile, è egli probabile che scegliessero per l'appunto il tempio come luogo di riunione? Più probabile, mi sembra, è che si tratti qui di una casa privata; e forse della stessa, di cui è menzione in Atti 1:13.

Tutti,

dice il testo. Evidentemente questi tutti non erano i dodici soltanto; erano anche i centoventi, di cui si parla più sopra Atti 1:15; e non solo; ma molti discepoli del Signore erano convenuti alla solennità pentecostale in Gerusalemme; ed è più che naturale il supporre che si trovassero assieme con gli altri. Quindi, lo Spirito non iscese soltanto sui dodici, non soltanto sui centoventi, ma su tutti quanti i discepoli di Cristo, che in quel giorno memorando si trovavano in Gerusalemme.

2 E di subito ( αφνω) indica che il fenomeno pentecostale fu fenomeno improvviso. Due segni accompagnarono la manifestazione del fenomeno: un suono ed una luce; il suono era come quello di vento impetuoso che soffia; la luce, in forma di Iingue spartite come di fuoco.

È bene osservare che in realtà non ci fu né vento, né fuoco: sono dei paragoni ( ὡσπερ, ὡσει, come..., come...) per aiutarci a capire il fenomeno; quindi, è fuor di luogo il cercare delle spiegazioni naturali del fatto e parlare di terremoti e di bufere di vento, come fa il Neander, o di fenomeni elettrici, come fa il Paulus. I segni udibili e visibili che accompagnarono la discesa dello Spirito, furono delle manifestazioni esterne, di cui non possiamo farci un'idea esatta; lo stesso scrittore sacro ha bisogno di ricorrere a dei paragoni, quando ne parla; non ci perdiamo dunque a cercare l'introvabile; vediamo piuttosto di scoprire l'idea, che corrisponde al segno; la realtà, che è sotto il velame della manifestazione esterna. Il suono, come di vento impetuoso che soffia, dà l'idea di una forza, di una potenza straordinaria, immensa. Il suono viene dal cielo, non dalla terra; perché lo Spirito, di cui è come l'araldo, è lo Spirito che il Cristo glorificato "manda dal Padre" Giovanni 15:26. Il suono riempie tutta la casa, perché tutti saranno ripieni dello Spirito Santo Atti 2:4.

3 Il fuoco è l'immagine di quel santo ardore che è cosa di cielo, e che sprigionerà dal cuore dei discepoli a comunicare al mondo una vitalità nuova e divina. La lingua mossa e regolata dallo Spirito, accenna a tutto quello che di celeste e di santo sarà dai discepoli rivelato e comunicato al mondo. Le lingue si posano su ciascuno di loro, come a dire: - "Il dono dello Spirito sarà fatto a tutti, uno per uno, e per sempre"; sarà, cioè, un dono individuale e permanente.

Riflessioni

1. Cristo non è venuto a distruggere l'antico Matteo 5:17; è venuto a completarlo, ad allargarne i confini, e dargli un'anima nuova; un'anima, che trasforma in eterno ciò che di per sè non è che terreno e passeggiero. La Pentecoste antica era bella, commovente, edificante. Oh potessero i nostri campagnoli esser penetrati dallo spirito che rendea così vivente la Pentecoste agricola del popolo d'Israele! ma la Pentecoste cristiana è più bella, è più profonda; non è più soltanto cosa di terra; e cosa di terra e di cielo. È bello il seminatore israelita, che, dopo aver "seminato con lagrime", "miete con canti", "porta innegiando i suoi fasci a casa" Salmi 126:5-6, e consacra all'Eterno il primo covone maturo e i due pani fatti con la sua prima farina; ma sublime è il seminatore, che nel campo "che è il mondo" Matteo 13:38, semina la Parola della vita: e semina anch'egli con lagrime; e quando miete, miete con canti, e all'Eterno consacra tutto quanto il frutto delle proprie fatiche!

2. Lo Spirito Santo non iscende su tutti gl'israeliti convenuti in Gerusalemme; scende soltanto sui "discepoli, che erano tutti insieme nel medesimo luogo". Quel gruppo di credenti è un fascio santamente compatto; è concorde Atti 1:14, e prega. Dopo dieci giorni, dal dì dell'Ascensione, ecco il misterioso "suono" dal cielo, che par davvero, come dice la parola greca, l'eco ( ηχος) in terra d'una festa d'angeli, edificati alla vista di tanta pietà e di tanta armonia. Perché non giunge a noi più spesso in terra l'eco di queste armonie celesti? Perché non è più spesso data a noi l'esultanza di questi ineffabili esaudimenti? La risposta non è difficile, se, sinceramente, senza farci delle illusioni, paragoniamo le nostre, alle condizioni spirituali dei credenti di Gerusalemme. Qual'è la nostra armonia dov'è la nostra concordia? qual'è la stima e l'uso che facciamo della preghiera in comune? E quando preghiamo, sappiam noi perseverare ed "aspettare in silenzio le risposte dell'Eterno?" Lamentazioni 3:26.

3. "Oh fendessi tu pure i cieli e scendessi!..." Isaia 64:1 era il grido dell'antico profeta, ed è il nostro grido. Oh si riudisse pure il grido dell'Eterno, che Ezechiele udì sulle rive dei Chebar: "Vieni, o Spirito, dai quattro venti! soffia su questi morti, onde rivivano!" Ezechiele 37:9. La Pentecoste è il giorno natalizio della Chiesa, perché la Chiesa vive non quando è soltanto numerosa; ma vive, indipendentemente dal numero di quelli che la compongono, per la "virtù da alto" che le ferve nel cuore. La piccola chiesa gerosolimitana non ci move ella a santa gelosia? Quale sarebbe, in Italia, l'influenza della chiesa evangelica, se in lei si udisse il pentecostale suono dal cielo; se tutti quanti vi avessero ricevuto il battesimo dello Spirito Santo; se tutti quanti vi fossero ardenti di apostolico ardore, testimoni franchi ed eroici dei misteri dell'evangelo Efesini 6:19; se tutti quanti si nominano in lei del bel nome di Cristo, avessero davvero ricevuto il dono dello Spirito in modo "individuale e permanente"?

4 2. Gli effetti della effusione pentecostale (Atti 2:4)

E tutti furono ripieni dello Spirito Santo.

È il fatto, che lo scrittore sacro enuncia con un mirabile laconismo. È "la promessa del Padre" Luca 24:49 che si compie. Riassumiamo in quattro punti tutto quello che c'è da notare intorno a questo importantissimo fatto.

1. Gli apostoli aveano già ricevuto le primizie dello Spirito Giovanni 20:22; ma quello Spirito che aveano là ricevuto in certa "misura" Giovanni 3:34, qui ricevono in tutta la sua pienezza; in modo finale, completo: e tutti furono ripieni dello Spirito Santo.

2. Lo Spirito Santo era già stato comunicato anche nell'A. T. I profeti parlarono essendo sospinti dallo Spirito Santo e tanti altri ebbero il privilegio di ricevere cotesto medesimo Spirito. Notisi questo però: nell'A. T., lo Spirito non è dato che in vista di un certo determinato scopo. Agli uni è dato Spirito di sapienza per fare i vestimenti sacerdotali Esodo 28:3; a Betsaleel è dato Spirito d'artista per i lavori del Tabernacolo Esodo 31:3: Giosuè è ripieno dello Spirito di sapienza quand'è chiamato a continuare l'opera di Mosè Deuteronomio 34:9; lo Spirito investe Gedeone, e questo buon contadino è trasformato in un eroe della indipendenza nazionale Giudici 6:11,34. Lo Spirito, in tutti questi casi, e nei tanti altri che potrei citare, è dato in modo temporaneo, ed in vista di uno scopo speciale; lo Spirito, alla Pentecoste, invece, non è dato per uno scopo speciale; è dato per lo scopo generale di far morire al peccato e di far rivivere alla giustizia l'io naturale, ed è dato in modo permanente.

3. Tutti quanti i discepoli furono ripieni dello Spirito Santo. Non gli apostoli esclusivamente; non soltanto i centoventi; ma tutti i discepoli, senza distinzione di vocazioni, d'età, di sesso. Non così nell'A. T., ove lo Spirito è dato soltanto a certi designati individui. L'universalità dello Spirito è pure una notevole caratteristica della effusione pentecostale.

4. C'è chi s'immagina l'azione dello Spirito pentecostale come un qualcosa di magico. Non è a cotesto modo che opera Iddio. Senza dubbio, nell'anima dei discepoli avvenne, alla Pentecoste, un cangiamento profondo, che mal si può definire a parole: la loro natura fu "trasumanata", direbbe il poeta; essi ricevettero più slancio di fede, come credenti; e un'intuizione così profonda e così potente della persona e dell'opera del Cristo, da rendere la loro testimonianza atta alla conquista del mondo. Ma non è da credere che lo Spirito pentecostale annullasse la individualità nei discepoli; lo Spirito non distrugge; sublima e santifica. E neppure è da credere che lo Spirito, ad un tratto magicamente, compiesse l'opera sua nei discepoli; no; lo Spirito sublima la loro natura e li inette in grado di appropriarsi le nuove energie che il Cristo glorificato comunica ai suoi. Lo Spirito "insegnerà loro ogni cosa", "ricorderà loro tutte le cose che Cristo ha dette loro" Giovanni 14:26, li "guiderà in tutta la verità" Giovanni 16:13, li santificherà Giovanni 17:17, li "condurrà" Romani 8:14 per tutti i difficili sentieri della vita cristiana; ma tutto ciò, gradatamente, a poco a poco. L'opera dello Spirito più che un'opera di rivoluzione è un'opera di lenta evoluzione. Non è il risultato d'un tocco di bacchetta magica; è un lento ma continuo e sicuro "excelsior" dalla terra al Cielo.

E cominciarono a parlare in lingue straniere, secondo che lo Spirito dava loro a ragionare.

E cominciarono... quell' ηρξαντο è notevole; egli accenna ad un fenomeno nuovo; ad un fatto assolutamente diverso dai precedenti; e fa capire che "il parlare in lingue" o la glossolalia, come la si chiama, cominciò prima che la folla accorresse e che l'assembramento si formasse intorno ai cristiani. Anche quel dava loro d'esprimersi dev'esser notato. Il verbo αποφθεγγεσθαι vuol dire esprimersi chiaramente (Confr. con Atti 26:25). Le parole pronunciate quindi dagli apostoli non furono delle parole oscure, indistinte; ma delle parole chiare, nitide e "sonore", come dice il Barde. E se le lingue di cui si servirono gli apostoli e i loro compagni son designate nel testo dalla parola ἑτεραι, ciò vuol dire ch'essi si servirono di un altro linguaggio, differente dal loro usuale. Ed ancora: di che parlavano essi? Delle cose grandi di Dio Atti 2:11, risponde il testo in modo largo e comprensivo. E coteste "cose grandi di Dio" sono, ne più ne meno, precisamente le cose che la folla ha capite. Riassumiamo dunque col Barde i risultati della esegesi del fenomeno glossolalico pentecostale. Si tratta:

1. di individui che ad alta voce ed in un modo subitaneo s'esprimono in lingue, che non sono le loro; e

2. le parole dette da cotesti individui sono immediatamente capite da gente di nazionalità diverse, i cui respettivi idiomi sono appunto le lingue in cui cotesti individui si sono espressi.

Non c'è che dire: il testo puro e semplice, il testo così com'è, ci presenta il fenomeno glossolalico pentecostale come un miracolo. Il Reuss stesso ne conviene. Ecco le sue parole. "La prima impressione che uno riceve dalla lettura di questo brano, è che i discepoli si son messi ad un tratto a parlare in tutte le lingue del mondo allora conosciuto. E gli è così che il maggior numero dei teologi, da Origene a noi, s'è figurato il fatto: e bisogna convenire che il racconto di Luca par che esiga cotesta interpretazione. Di fatti, a che gioverebbe ella cotesta nomenclatura di paesi e di popoli, dai Parti fino ai Romani, e dal Ponto sino alla Libia, se non la fosse intesa a mettere in evidenza la diversità delle lingue ed il loro gran numero? E c'è di più: i discepoli che parlano, siccome parlano l'idioma galileo, sono a bella posta contraddistinti dai loro uditori, la cui lingua materna è un'altra. Finalmente, non bisogna perder di vista il fatto, che, secondo il testo, lo stupore della folla è unicamente motivato dal fenomeno delle lingue; di guisa che, se questo fenomeno non avesse avuto nulla di miracoloso, mal si spiegherebbero le dimostrazioni degli astanti. Tutti questi argomenti sono facili a verificare e al disopra d'ogni contestazione dal punto di vista dello studio grammaticale del testo".

Ma passata cotesta prima impressione che uno riceve dalla lettura di questo brano, quante difficoltà ei presenta quand'uno si mette a studiarlo un po' a fondo!... Tradizioni ecclesiastiche antichissime e degne di fede parlano d'interpreti, che avrebbero accompagnato gli apostoli nei loro viaggi missionari; in Licaonia Atti 14, Paolo e Barnaba, evidentemente, non capiscono il linguaggio del paese. "Come dunque li udiamo noi parlare ciascuno nel nostro proprio natio linguaggio?" Atti 2:8, esclamano gli accorsi al "suono dal cielo"; e fanno l'enumerazione di quindici paesi o popoli per constatare che cotesti galilei parlano in quindici lingue differenti. Che si ha da dire? che ciascuno dei forestieri ha parlato a nome di tutti? che ognuno in cotesto tumulto ha avuto conoscenza della presenza simultanea di quindici nazionalità differenti? che ciascuno mentre udiva parlare la sua lingua materna, riconosceva al tempo istesso e distintamente le altre quattordici lingue? E i discepoli come parlavano essi? Tutti assieme, o uno alla volta? Se tutti assieme, come si faceva a capire quel che dicevano? e se uno alla volta, come potevano essi fare l'impressione di gente ubriaca su parte degli astanti? E non basta. Il dono delle lingue (secondo l'idea tradizionale) sarebbe stato comunicato agli apostoli per evangelizzare tutte le nazioni. Ma come mai i discepoli parlano "in lingue" prima che arrivi sul luogo l'ombra di un forestiero? Atti 2:4. A un discorso di Pietro, tremila persone si fanno battezzare e si decidono per Cristo; che direm noi? che Pietro parlò loro successivamente in quindici lingue? o che i tremila capirono miracolosamente quindici lingue mentre Pietro non ne parlava che una sola? Ma poi; tutti gli astanti non erano essi tutti quanti dei giudei? indigeni o pellegrini che fossero, non sapevano essi tutti il greco e l'aramaico, le due lingue che si parlavano da un capo all'altro dell'anno in Gerusalemme; le due lingue allora usate nel mondo giudaico? Dove quindi la necessità di queste "lingue diverse" nel senso tradizionale?

Da tutti questi punti interrogativi il lettore può farsi una idea della difficoltà della questione. "Ma come si spiega dunque, si domanderà, questo fenomeno pentecostale?..." Il rispondere a cotesta domanda non è la cosa più facile di questo mondo.

Il fenomeno glossolalico pentecostale è stato variamente inteso ed interpretato. Il Barde raggruppa tutti cotesti tentativi d'interpretazione, intorno a tre capi principali.

1. L'interpretazione naturalistico-razionalista. Ella conserva bene o male il fatto, ma lo spoglia d'ogni carattere miracoloso. Ecco le tre sfumature di cotesta interpretazione:

   a. I discepoli hanno dovuto trovarsi momentaneamente sotto l'azione d'una forza di cui non conoscevano bene la natura e ch'essi chiamarono "lo Spirito Santo". Inconsciamente debbono essere stati spinti a rinunciare per qualche istante alla loro lingua usuale che era l'aramaica, e ognun d'essi avrà ripreso il suo idioma particolare, che avea più o meno abbandonato durante le alcune settimane di vita comune. È una interpretazione che si affoga nel mare delle ipotesi. Bisogna supporre che le quattordici o quindici lingue indicate nei versetti Atti 2:9-11 avessero tutte i loro rappresentanti fra i centoventi della Pentecoste; bisogna ammettere che nessuno ce lo dice, che i centoventi, dopo la festa di Pasqua, cominciassero a parlare l'aramaico... troppe cose, insomma, bisogna supporre ed ammettere per menar buona cotesta interpretazione.

b. I discepoli avrebbero continuato sotto l'azione dello Spirito Santo, a servirsi della loro lingua materna, l'ebraico; soltanto, l'avrebbero parlata con tal fuoco, con tale slancio, che gli uditori si sarebbero immaginati d'udire non dell'ebraico, ma ciascuno il suo proprio dialetto. Questa interpretazione non interpreta nulla; non fa che spostare il miracolo. E poi, diciamolo francamente: un discorso pronunciato in una lingua ben definita, sia, pur pronunciato in modo entusiastico quanto volete, come può mai far l'effetto d'esser pronunciato in quindici dialetti differenti?

c. I discepoli, sotto l'impero d'una ignota energia, avrebbero ad un tratto mescolato alle loro parole una folla d'arcaismi, di idiotismi, di espressioni poetiche; e gli uditori avrebbero scorto in quel guazzabuglio, dei termini appartenenti alle loro diverse lingue. Ve lo immaginate voi un pescatore del mar di Galilea che vi lardella il suo discorso d'arcaismi poetici e di paroloni ammuffiti, che per gli uni son del latino, per altri del copto, per altri dell'arabo?...

2. La scuola critico-filosofica. Ella non sopprime soltanto il prodigio, ma si può dire che fa addirittura tabula rasa del fatto. Il racconto del fenomeno pentecostale si trasforma in insegnamento simbolico. L'autore non ha voluto far altro che rappresentare l'unità della Chiesa. Ella potrà, sì da ora innanzi, conservare parecchie lingue; il fatto rimane ch'ella non ne parlerà più che una. Così, la prima Pentecoste cristiana diventa una specie di rivincita della dispersione dei popoli e delle lingue, appiè della torre di Babele. Questa critico-filosofica ha un dogma fondamentale, che dice: dei miracoli non ce ne sono, né ce ne possono essere. Di qui, la conseguenza necessaria: un racconto che racchiude un miracolo non può esser vero. Quindi, le spiegazioni più forzate, per eliminare l'elemento soprannaturale dai documenti più sicuri della storia evangelica L'attitudine di cotesta scuola è chiara, decisa, non v'ha dubbio; ma è ella veramente scientifica?

3. La scuola conciliatrice. E questa scuola ha le mie simpatie. Ella ammette il fatto; gli riconosce un carattere soprannaturale, e cerca di spiegarlo per via d'analogia. Il Barde non è di questo parere; egli ammette la storicità del fatto; riconosce al fatto un carattere miracoloso, ma non vede le analogie di cui parleremo adesso, e preferisce limitarsi a dare al fatto un carattere eminentemente simbolico. La scuola conciliatrice avvicina il racconto del fenomeno pentecostale Atti 2:4-5 ad altri passi ove riappare il parlare in lingue; vale a dire:

   a. la visita di Pietro a Cornelio Atti 10:44-47; 11:15;

b. il secondo battesimo dei dodici discepoli ad Efeso Atti 19:6;

   c. i doni particolari accordati alla chiesa di Corinto 1Corinzi 12:10; 14:5,13-14,18-19,27, ecc.

Poi, nota il carattere specialissimo della glossolalia nel caso della chiesa di Corinto. Quivi, ella consiste soprattutto, se non esclusivamente, in discorsi, in canti, in preghiere pronunciati in uno stato estatico e con dei termini che non sono immediatamente intesi dalla grande maggioranza degli astanti. Questo, sebbene molto meno pronunziato, sembra essere stato anche il carattere del fenomeno avvenuto nel caso di Cornelio e dei discepoli di Efeso. Ed è quello che dev'essere successo anche nel giorno della Pentecoste. La tradizione avrà poi più tardi ornato questa prima apparizione della glossolalia con qualche aggiunta, con qualche tratto straordinario; ma in fondo, il "parlare in lingua" di Gerusalemme e quello di Corinto sono sostanzialmente la medesima cosa. Concludiamo con le parole del Prof. F. Godet (Comm. sulla prima Cor. 2, pag. 321): "Io non so vedere nel dono delle lingue, che l'espressione, in un linguaggio spontaneamente creato dallo Spirito Santo, di nuove intuizioni e di profonde e vive emozioni dell'anima umana affrancata per la prima volta dal sentimento della condanna e piena della gioia che le procura la ineffabile dolcezza della sua filiale condizione nel cospetto di Dio... Alla Pentecoste, ove questo linguaggio si manifestò nella sua forma più distinta, ogni uditore ben disposto, per un processo analogo a quello che creava gli interpreti a Corinto, lo capì subito e potè tradurlo immediatamente, in modo ch'ei credeva di udire la sua propria lingua".

5 3. Come il miracolo pentecostale fosse ricevuto dalla folla (Atti 2:5-13)

Or in Gerusalemme dimoravano dei Giudei, uomini religiosi, d'ogni nazione di sotto il cielo.

Vuol dire, che, in cotesta occasione della festa di Pentecoste, si trovava raccolto in Gerusalemme un numero immenso di pii giudei. Una minoranza soltanto del popolo giudaico viveva nella Palestina ai tempi di Gesù e degli apostoli; la grande maggioranza viveva all'estero e creava qua delle vaste colonie, là delle piccole comunità. Queste colonie e queste comunità formavano quel che si chiamava la Diaspora ossia la Dispersione Giovanni 7:35; Giacomo 1:1; 1Pietro 1:1. I giudei della Dispersione avevano le loro particolari sinagoghe, ma per le grandi feste si recavano in pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme. Da un censimento fatto ai tempi di Nerone risulta che per la Pasqua ce n'erano venuti 2700000. E alla Pentecoste, perché, come ho già detto, la festa cadeva in istagione più propizia della Pasqua al viaggiare, il numero dei convenuti si faceva anche più imponente. Quando Tito cinse d'assedio Gerusalemme, verso la Pasqua, c'erano nella città non meno di tre milioni di giudei. Giuseppe Flavio accenna alle grandi folle dei giudei che si recavano a Gerusalemme per la festa di Pentecoste nella sua Guerre Giudaiche1.2.c3.§ 1.

D'ogni nazione di sotto il cielo.

I paesi da cui venivano, sono nominati nei vers. Atti 2:9-11.

6 Or essendosi fatto quel suono...

Il Martini traduce invece: E divolgatasi una tal voce; e così pure il Brenz, il Calvino, il Grozio ed altri; ma non è traduzione esatta. Qui non è la voce, la fama, che si spande; se l'autore avesse voluto intender questo, non avrebbe detto φωνη, ma φημη. Qui, il φωνη del testo si riferisce evidentemente all' ηχος (suono) di Atti 2:2. Un suono dal cielo, che può esser paragonato da Luca al rumore "d'un vento impetuoso" (v. 2), dev'essere stato udito non nella "camera alta" solamente, ma a forte distanza, se pur non vogliamo dire addirittura con l'Alford "per tutta quanta Gerusalemme". E non è la fama della cosa che fa radunare la folla: ma è "il suono dal cielo" (Vedi Giovanni 3:8).

7 Tutti costoro che parlano non sono eglino galilei?

Non tutti "i discepoli di Gesù" presenti alla Pentecoste, erano forse, strettamente parlando, galilei. Lo erano i dodici, si sa; ma son qui chiamati tutti così, perché, fin d'avanti la crocifissione, dei discepoli del Signore si diceva: - "son galilei!" Matteo 26:69,73, forse appunto perché il Maestro avea scelto fra i galilei i suoi primi apostoli.

Lo stupore e la meraviglia della folla si capiscono facilmente quando si pensi che i galilei erano proverbialmente noti per la loro rozzezza Giovanni 1:46, tanto che il titolo stesso di "galileo" implicava sempre un che di spregevole Marco 14:70; Giovanni 7:52, e quando si ricordi che il loro dialetto aramaico era in modo speciale guasto e corrotto Marco 14:70; Matteo 26:73.

9 La lista che Luca ci fa, comprende quindici diversi paesi.

Parti.

I Parti abitavano fra il Golfo Persiano ed il Tigri all'Ovest, e l'Indo all'Est. Al Nord aveano la Media, al Sud il deserto di Caramania. Il loro impero durò per quasi sei secoli e furon sempre accaniti e formidabili nemici dei romani. - Quest'ultimo fatto spiega perché i giudei dimorassero numerosi e volentieri fra i Parti.

medi.

La Media era al Nord del paese dei Parti e al Sud del Mar Caspio. Era uno dei paesi più ricchi dell'Asia, ed è spesso mentovato nell'Antico Test. 2Re 17:6; 18:11; Geremia 25:25; Daniele 5:28; 6:8; 8:20; 9:1; Ester 1:3,14,18-19. Molti giudei, dopo la cattività di Babilonia, preferirono rimanere nella Media al ritornare in patria coi loro fratelli.

Elamiti.

Gli Elamiti discendeano da Elam figliuolo di Shem Genesi 10:22. Sono anch'essi nominati sovente nell'A. T. Genesi 14:1; Esdra 2:7; 8:7; Neemia 7:12,34; Isaia 11:11; 21:2; 22:6; Daniele 8:2. Erano un popolo guerriero e famoso come tirator d'arco Isaia 22:6; Geremia 49:35. Aveano la Persia, all'Est; la Media, al Nord; Babilonia, all'Ovest; il Golfo Persiano, al Sud.

Mesopotamia.

Questo nome, che è greco, significa: tra i fiumi; difatti, la Mesopotamia si trovava fra il Tigri e l'Eufrate. In ebraico si chiamava Aram-Naharaim, il che vuol dire: Aram o Siria dei due fiumi. Si chiamava anche Padan Aram , la pianura di Siria; ed era infatti una pianura fertile ed estesa. Aveva al Nord, l'Armonia; all'Ovest, la, Siria; all'Est, la Persia; al Sud, Babilonia. Per la menzione che ne è fatta nell'A. T., vedi Genesi 11:27-28,31-32; 2Cronache 35:20; 2Re 17:24; 19:13.

Giudea.

Questo nome, qui nella lista di Luca, non si sa perché, ha dato molto da fare ai commentatori. Parecchi ci hanno voluto vedere un errore di manoscritto, ed hanno supposto che si debba invece leggervi: chi, Armenia; chi, India; chi, Lidia; chi, Idumea. Ma non è egli naturale che lo storico nomini qui, fra gli altri, anche i giudei presenti alla Pentecoste?

Cappadocia.

1Pietro 1:1. Era una regione dell'Asia Minore. Aveva all'Est, l'Armenia; al Nord, il Ponto e il Mar Eusino; all'Ovest, la Licaonia; al Sud, la Cilicia.

Ponto.

Era un'altra provincia dell'Asia, Minore al Nord della Cappadocia 1Pietro 1:1. Aquila, il compagno d'opera di Paolo, era pontico Atti 18:2,18,26; Romani 16:3; 1Corinzi 16:19; 2Timoteo 4:19.

Asia.

Qui, come da per tutto, nel N. T., vuol dire la provincia romana dell'Asia Proconsolare, che aveva Efeso per capitale e si trovava sulla costa occidentale dell'odierna Asia Minore.

10 Frigia e Panfilia.

Anche queste due, provincie dell'Asia Minore, La Frigia era circondata dalla Galazia, dalla Cappadocia, dalla Pisidia. La Panfilia era sul Mediterraneo.

L'Egitto

è la grande contrada che ha il Mediterraneo al Nord, ed è irrigata dal, Nilo. Un gran numero di giudei abitava l'Egitto e specialmente Alessandria. La versione greca dell'A. T. chiamata la Septuaginta fu fatta per i giudei alessandrini.

Libia,

è il nome generico per Africa. Propriamente, era la regione vicina all'Egitto, ma i greci chiamavano Libia tutta quanta l'Africa.

Dirincontro a Cirene;

o meglio vicino o intorno a Cirene. Era tutta la regione all'Ovest di Alessandria d'Egitto, chiamata anche Pentapoli perché conteneva cinque città famose. Cirene era la capitale della così detta Libia cirenaica. I giudei che ci abitavano, vi costituivano un quarto della intera popolazione (Gius. Flavio. Antich. 14:7.2). Di giudei di Cirene è spesso fatta menzione nel N. T. Atti 6:9; 11:20; 13:1. Di Cirene era Simone, che portò la croce del Signore Matteo 27:32; Luca 23:26.

Avveniticci romani;

pellegrini romani, dice il Martini. La parola originale significa: "Romani che stavano in Gerusalemme, o vi erano soltanto di passaggio". Erano molti i giudei che stavano allora a Roma. Giuseppe Flavio dice che vi aveano almeno otto sinagoghe. Gli autori pagani ne parlano spesso (Orazio, Sat. 1:5; Giovenale, Sat. 3:14, 6:542). Quando la Giudea, sessantatré anni prima di Cristo, fu conquistata dai romani, Pompeo condusse a Roma un gran numero di giudei e ne fece degli schiavi. Ma era impossibile il dominarli; si attenevano strettamente alla loro religione, osservavano scrupolosamente il Sabato e si rifiutavano di partecipare ai riti idolatrici dei pagani. Vivevano in una colonia a parte al di là del Tevere.

11 Giudei e proseliti.

Giudei, quelli, s'intende, che erano tali di nascita; proseliti, i pagani che avevano adottato la fede dei giudei e le forme del loro culto. Proselita vuol dire venuto oltre; passato, cioè, dal paganesimo al giudaismo. Quest'inciso, giudei e proseliti, è riferito da qualcuno agli avveniticci pagani. L'oltramare, per esempio, traduce così:... e Romani, Giudei e proseliti di passaggio, Cretesi ed Arabi ecc.; ma è più probabile che l'autore abbia voluto riferirlo a tutti quelli che ha mentovati finora; che abbia, cioè, voluto dire: noi tutti quanti, Parti e Medi ed Elamiti ecc. ecc. e avveniticci romani, noi tutti quanti, dico, e giudei di nascita e proseliti, e cretesi ed arabi, come mai li udiamo noi celebrare le cose grandi di Dio nei nostri linguaggi? La lista, si vede anche dall'ordine geografico dei luoghi, è fatta in fretta e furia; i nomi sono buttati giù, come s'affacciano alla mente dell'autore; la posizione un po' strana dell'inciso che studiamo, non deve quindi far meraviglia; come meraviglia non devo neppur fare quella menzione dei cretesi e degli arabi, che capita in fondo alla lista, come una specie d'appendice.

Cretesi sono gli abitanti di Creti. Questa vasta isola del Mediterraneo si chiama oggi Candia, ed è anch'ella spesso ricordata nel N. T. Atti 27:7-8,13; Tito 1:5,12-13.

Arabi.

L'Arabia è la grande penisola che ha per confini: al Nord, parte della Siria; all'Est, l'Eufrate ed il Golfo persiano, al Sud, l'Oceano indiano; all'Ovest, il Mar rosso. Grande era il numero dei giudei che dimorava in Arabia; molti ci erano andati fin prima della cattività; più ancora vi si erano stabiliti durante e dopo l'esilio.

Le cose grandi di Dio sono il dono che Dio ha fatto al mondo del proprio unigenito; la vita, i miracoli, la morte, la risurrezione, l'ascensione di Gesù; tutto quello insomma che Dio ha fatto per la salvazione dell'umanità Luca 1:49.

Nei nostri linguaggi.

Il vers. Atti 2:8 che fa dire a quei della moltitudine: Come dunque li udiamo noi parlare ciascuno nel nostro proprio natìo linguaggio ( ἑκαστος τη ιδια διαλεκτω ἡμων...)? e il vers. Atti 2:11 che ripete: li udiamo ragionare le cose grandi di Dio nei nostri linguaggi ( τοις ἡμετεραις γλωσσαις), conterrebbero, secondo la scuola conciliatrice di cui ho parlato più sopra, qualcuno di quegli elementi, di quei tratti straordinari, che la tradizione avrebbe più tardi aggiunti al fondo storico del fenomeno glossolalico pentecostale. Se il lettore non volesse sentir parlare di coteste aggiunte tradizionali, egli ha qui in questi due passi Atti 2:8,11 la prova evidente che, secondo il testo, non solo il fenomeno pentecostale fu miracoloso, ma che il miracolo si manifestò in una vera e propria diversità di lingue e di dialetti, ignoti, prima della Pentecoste, ai discepoli.

12 E ne stavan sospesi;

ed erano pieni di meraviglia dice il Martini. Il Diodati è più esatto. Il testo vuol dire: erano esitanti, incerti, perplessi, ansiosi. "Non sapevano che pensare", dicono il Segond e l'Oltramare.

13 Ma altri cavillando...

La parola che il Diodati traduce per cavillando e il Martini per facendosi beffe ( διαχλευαζοντες) non li si trova che un'altra volta soltanto nel N. T. Atti 17:32, e vuol dire: dileggiare, farsi beffe e simili.

Vin dolce ( γλευκους); letteralmente: bevanda dolce. Era il mosto; il sugo non fermentato, dell'uva; il mosto, sia così come esce dall'uva leggermente strizzata, sia conservato per dei mesi con qualche processo, che ne impedisca la fermentazione. Agli antichi piaceva, cotesta bevanda. Cotesto liquido era dolce, quindi il nome greco. Questo vin dolce era probabilmente la stessa cosa del mosto, di cui parlano, per esempio, Isaia 49:26, ed Amos 9:13. È questa esclamazione degli schernitori dell'Evangelo, che mi fa dire, come ho già detto più sopra, che il parlare in lingue straniere o la glossolalia pentecostale non dovette essere un calmo e sereno "ammaestrare", ma dovette essere piuttosto un modo estatico di "magnificare Iddio" con canti, con gesti, con esclamazioni, con "sospiri ineffabili". Un uomo che in un'assemblea parla serenamente e con calma in una lingua di cui non capisco un'acca, non mi fa mica l'impressione d'essere ubriaco; ma s'ei si mettesse a gesticolare, a cantare, ad interrompere il canto e dir quattro parole per dar poi di nuovo in qualche esclamazione, cotest'uomo, a chi non sapesse darsi la vera ragione del fenomeno e non sapesse veder delle cose altro che il lato ridicolo, potrebbe facilmente sembrare o un ubriaco (verso. 13), od un pazzo 1Corinzi 14:23.

Riflessioni

1. Ammiriamo prima di tutto la grandezza e la fedeltà della Provvidenza divina. Il popolo di Dio è sparso per il mondo; egli paga il fio delle sue trasgressioni e il giudicio dell'Eterno si compie a puntino. Ma Dio non è soltanto giusto nei suoi tremendi giudici; Egli è misericordioso "in tutte le sue vie". Il popolo, nella sua dispersione, impara la lingua, gli usi, i costumi delle nazioni fra le quali vive. Alla Pentecoste, Egli lo raccoglie, in Gerusalemme; per mezzo dei suoi servitori, lo evangelizza; e il popolo così evangelizzato, recherà la buona novella della salvazione gratuita per la fede in Cristo, nei paesi che abita; e preparerà così il terreno agli apostoli, che, ubbidendo al mandato del loro Signore, "andranno" più tardi, "ad ammaestrare tutti i popoli" Matteo 28:19. Diciamo anche noi col Salmista: "io penso ai tuoi giudici del passato e mi consolo" Salmi 119:52.

2. I discepoli, prima della Pentecoste, conoscono già senza dubbio, che Gesù è il Cristo, il promesso Messia, il Figliuolo di Dio Marco 8:29; Giovanni 1:41,49; 6:69. Ma che vale e quale efficacia può ella avere una conoscenza non fecondata dallo Spirito Santo? Una testimonianza resa da discepoli che conoscono Gesù ma non sono santificati dallo Spirito di Gesù, è una testimonianza di parole, che lascia il tempo che trova; e Gesù non la desidera Marco 8:29-30. La testimonianza che Gesù desidera, che la Pentecoste ci mette in grado di dare e che dev'essere il supremo ideale della nostra vita cristiana, è la testimonianza degli apostoli e dei discepoli che sono stati nella "camera alta". "Il nostro evangelo", dice Paolo ai tessalonicesi, "non vi è stato annunziato a parole soltanto, ma con potenza, e con lo Spirito Santo e con una profonda convinzione 1Tessalonicesi 1:4.

3. L'"opera buona" Filippesi 1:6 che lo Spirito di Dio compie nelle anime "affamate ed assetate della vera giustizia" Matteo 5:6, è un'opera progressiva. Notate il maestoso "crescendo" nelle anime che udirono la testimonianza dei discepoli alla Pentecoste. Esse cominciano con un senso di stupore, misto d'ansia e di trepidanza, e si domandano l'una l'altra: "che vuol esser questo?..." Atti 2:12. Poi, lo stupore si calma; l'ansia e la trepidanza si dileguano; le coscienze si risvegliano come da un lungo torpore: chiedono: "che dobbiam noi fare?..." Atti 2:37, e finiscono col darsi completamente a Cristo Atti 2:41. È stata questa la nostra esperienza?

4. Una testimonianza potente, che sgorga da cuori pieni dello Spirito di Dio, produce sempre una crisi. Avviene, per effetto di lei, quello che avviene allo spuntar del sole. Gli uccelli che amano la luce, scotono le piume e gorgheggiando levano il volo e si librano nell'aria, inondata della nuova luce; gli uccelli delle tenebre chiudono gli occhi alla luce che li offende, e si rintanano fra i crepacci e le rovine Giovanni 3:19-21. Così avvenne alla Pentecoste. Non ci perdiamo a ricercare chi fossero i beffardi della Pentecoste; se fossero cioè dei gerosolimitani o dei forestieri; non votiamo il sacco delle contumelie contro quei beffardi, che alcuni commentatori hanno chiamati blasfemi contro lo Spirito, Santo. Lasciamo il giudicio al Signore; noi, giudichiamo noi stessi; e quando vediamo che la nostra testimonianza è infruttuosa e non produce alcuna crisi, invece d'inveire contro chi non la riceve, o di contentarci col dire che "il terreno in cui lavoriamo è troppo duro", scrutiamo coscienziosamente cotesta testimonianza ed esaminiamo bene s'ell'abbia o no "la potenza, lo Spirito Santo e la profonda convinzione" 1Tessalonicesi 1:5, che aveva la testimonianza degli apostoli.

14 4. Il discorso di Pietro (Atti 2:14-36)

L'analisi del discorso di Pietro è data mirabilmente dal prof. Lindsay. Egli dice: "Pietro pone dinnanzi agli occhi dei suoi uditori, dei fatti; mostra quei fatti alla luce della storia dell'A. T., perché i suoi uditori ne capiscano bene il significato, e conclude con tre efficacissimi perciò. I fatti sono questi.

1. L'apparizione dei discepoli ispirati dallo Spirito Santo; la loro ispirazione è il compimento di profezie dell'A. T. ed un segno manifesto del principio dell'era messianica, che deve terminare col giudizio finale. Questo periodo tremendo, ormai cominciato, non ha spaventi per i fedeli che credono nel, Messia.

2. Gesù di Nazaret, uomo: la sua morte, la sua risurrezione. Gesù di Nazaret fu tra gli uditori, operando prodigi e segni. Essi lo arrestarono, lo crocifissero, lo seppellirono; ma Iddio lo risuscitò dai morti. Questa vita, questa morte e questa risurrezione Pietro pone nuovamente dinnanzi agli occhi degli uditori, sul fondo profetico dell'A. T., ch'egli illumina bellamente, dandogli un significato ricco delle ricchezze del proponimento dell'Eterno. Ei prende per base il fatto storico della risurrezione di Cristo, corroborato da una, triplice testimonianza:

   a. da quella della profezia dell'A. T.;

b. da quella della testimonianza degli apostoli, che "videro", "toccarono", "udirono";

c. da quella della discesa dello Spirito, nel N. T.

Il suo primo perciò (ital. dunque, Atti 2:30) mette in evidenza la testimonianza di Davide. Il Salmista era un profeta, perciò rese testimonianza al fatto della risurrezione di Cristo, benchè ei non vivesse tanto da vederlo. Il suo secondo perciò (ital. dunque, Atti 2:33) mette l'effusione dello Spirito in relazione col risorto ed asceso Figliuolo di Dio; Gesù è asceso al cielo, perciò "ha sparso lo Spirito, come voi vedete ed udite". Egli visse, morì, risuscitò, salì al cielo, per effondere il Suo Spirito in quel modo che gli uditori aveano visto, e che era l'ultimo dei miracoli, la spiritualizzazione di tutti i miracoli, il miracolo permanente, caratteristico di tutta la nuova èra messianica, ora incominciata. Il suo terzo perciò (ital. dunque, Atti 2:36) condensa tutto l'argomentare apostolico nel messaggio evangelico: Gesù è il Cristo. Pietro ha cominciato con Gesù di Nazaret uomo, per finire con Gesù il Signore ed il Cristo".

Pietro, levatosi in piè con gli undici, alzò la sua voce e disse:

Pietro, l'apostolo risoluto, ardito, pieno di fede, prende pel primo la parola. Ei non e solo, però; e circondato dai suoi coapostoli Atti 2:14, i quali, senza dubbio, parlano anch'essi, almeno dopo Pietro Atti 2:37-40. L'apostolo s'indirizza in modo grave e solenne ai giudei di nascita, e agli abitanti di Gerusalemme, siano essi proseliti o forestieri. Il ricevete le mie parole nei vostri orecchi dovrebb'essere reso meglio in italiano, dicendo: "prestate orecchio alle mie parole", o qualche cosa di simile.

15 Le tre ore del giorno,

o meglio la terza ora del giorno cadeva fra le otto e le nove del mattino, ed era la rima delle tre ore stabilite per la preghiera. Si diceva terza (verso le nove antim.); sesta (verso mezzogiorno); nona (verso le tre pom. Atti 3:1). La terza e la nona ora della preghiera coincidevano con le ore in cui si offrivano il sacrificio mattutino ed il sacrificio "fra i due vespri" Esodo 29:38-42; Numeri 28:3-8. Già Daniele usava pregare "a tre tempi del giorno" (Daniele 6:10, confr. con Salmi 55:17): ma la consuetudine, nel tempo apostolico, aveva addirittura fissate come regola le tre ore. Era cosa di prescrizione tradizionale. Ogni pio giudeo recitava, a coteste ore, le sue preghiere e, se poteva, si recava a recitarle al tempio Atti 3:1. L'argomento con cui Pietro respinge l'accusa d'ubriachezza, dicendo: non è che la terza ora del giorno, è questo:

1. Generalmente parlando, "chi s'inebria; s'inebria di notte" 1Tessalonicesi 5:7.

2. La terza ora del giorno era l'ora della preghiera mattutina e del mattutino sacrificio; era molto improbabile, per non dire impossibile, che, a cotest'ora, Un giudeo che avesse un po' di rispetto per le cose di Dio, si mettesse a sbevazzare.

3. I giudei aveano per abitudine costante di non bere né mangiare alcunchè fin dopo la terza ora del giorno; e questo faceano, in modo particolare, nei Sabati e per le solennità speciali. Talvolta, questa completa astinenza si prolungava fino alla sesta ora (mezzogiorno). Ma fino alla terza ora, anche chi era dato al bere si atteneva alla regola.

Così generale era quindi cotesta abitudine di mattutina astinenza, che bastava un accenno fugace alla cosa, come quello di Pietro, per confutare l'assurda accusa.

16 questo è quello che fu detto dal Profeta Gioele.

Ecco la profezia testuale secondo l'originale ebraico Gioele 2:28-32:

"Dopo ciò, io spanderò il mio spirito sopra ogni carne;

i vostri figliuoli e le vostre figliuole profetizzeranno,

i vostri vecchi avranno dei sogni,

e i vostri giovani delle visioni.

Anche sui servi e sulle serve,

in quei giorni, io spanderò il mio spirito.

Farò apparire dei prodigi nei cieli e sulla terra,

del sangue, del fuoco e delle colonne di fumo;

il sole sarà mutato in tenebre

e la luna in sangue

pria che giunga il giorno dell'Eterno,

il giorno grande e tremendo.

Allora chiunque invocherà il nome dell'Eterno sarà salvato".

Prima di entrare nel dettaglio, facciamo qui tre osservazioni generali.

1. Pietro cita la profezia liberamente; ei non segue esattamente né il testo ebraico né la versione dei Settanta. Il testo ebraico dice: Dopo ciò... e Pietro: Ed avverrà negli ultimi giorni... per ispecificare con maggior precisione il tempo al quale la profezia accenna. Ed è in armonia con altri passi profetici: Isaia 2:2; Michea 4:1 e simili. io spanderò il mio spirito, dice il testo ebraico; e Pietro si allontana dal testo ebraico per seguire piuttosto la Septuaginta, che dice: io spanderò del mio spirito; e, la differenza non e grande. Gioele parla di servi e di serve in modo tutto generico; Pietro, lasciando il testo ebraico e attenendosi alla Septuaginta, fa dire all'Eterno: Io spanderò dello Spirito mio sopra i miei servi e sopra le mie serventi (επι τους δουλους μου και τας δουλας μου ). L'antico profeta parla esclusivamente di schiavi e di schiave e preannunzia che, lo Spirito non avrà riguardo né a distinzioni di condizioni sociali né a differenze di sesso. Pietro, coi LXX, mantiene, senza dubbio, le due grandi idee che lo Spirito non avrà riguardo né a distinzioni di condizioni sociali ne a differenze di sesso; ma ve ne aggiunge una terza: questa, cioè; che i servi e le serve, prima di ricevere lo Spirito, e come conditio sine qua non a che possano riceverlo, debbono essere dei credenti; debbono appartenere al Signore; debbono essere "i miei servitori e le mie serventi", dice l'Eterno.

2. Niuna profezia è campata in aria; ogni profezia ha le sue radici piantate nel campo della storia ed eleva nell'aerea i suoi rami più o meno alti e maestosi. Il profilo storico della profezia di Gioele eccolo qui, il profeta annunzia, in nome di Dio, che il suo popolo dovrà subire dei severi giudici; descrive in modo sublime cotesti giudizi, ed esorta il popolo intero al pentimento ed alla umiliazione. Ciò fatto, apre dinnanzi agli occhi del popolo gli orizzonti della promessa; orizzonti vasti, sconfinati, a perdita d'occhio: prima di tutto, promesse temporali: il paese, già devastato, rifiorirà come un giardino; poi, promesse spirituali: l'Eterno spanderà del suo Spirito in modo abbondante e generale sulla nazione, e la nazione rivivrà di vita nuova e rigogliosa. Finalmente, il profeta annunzia una serie di terribili giudizi dei quali l'Eterno colpirà i propri nemici e tutti quelli che hanno tanto maltrattato il suo popolo. E l'annunzio di questi giudizi, nel libro del profeta, fa, in chi li legge, l'effetto dello scatenarsi d'una immane bufera, d'un cataclisma immenso, al quale pensando verrebbe fatto di domandarci: - "ma come potrà il popolo stesso scampare da un tanto cataclisma?..." se il profeta non ci assicurasse che il popolo fedele all'Eterno, troverà sempre nell'Eterno un sicuro rifugio.

3. Tale il profilo storico della promessa, rimane ancora che io dica una parola del compimento di lei. Quattro cose noto:

a. I giudici di Dio sul popolo, annunziati da Gioele, furono storicamente compiuti con la distruzione di Gerusalemme per mano di Nebuchadnezzar.

b. La promessa temporale fu compiuta quando l'Eterno permise a Gerusalemme di risorgere, ed al popolo di tornare a vivere nel paese dei suoi padri.

c. La promessa spirituale, dice Pietro Atti 2:16, fu compiuta con la effusione pentecostale dello Spirito Santo.

d. Ma con tutto questo, la profezia di Gioele non è esaurita. Il lettore osserverà che Pietro non si limita a citare Gioele 2:28-29: nei passi 19-21 include la parte della profezia di Gioele 2:30-32, che si riferisce ai giudizi a venire sui nemici di Dio. A mente di Pietro, questi giudizi non hanno ancora avuto il loro compimento storico. Quando l'avranno?... Lasciamo che altri a suo talento si sbizzarrisca a fissar date, a determinare tempi, a descrivere anticipatamente cose, che Dio soltanto conosce. Noi, aspettiamo in silenzio; e quando la tremenda descrizione dei giudici a venire ci turba, rincorriamoci a vicenda con la parola del profeta e dell'apostolo: "chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo".

17 Ed ora, il dettaglio.

Gli ultimi giorni è espressione frequentissima dell'A. T. per indicare la venuta del Messia Isaia 2:2; Michea 4:1; nel Nuovo, indica la dispensazione dello Spirito Santo, che incomincia con la Pentecoste. Il Bengel dice: "Tutti i giorni del Nuovo Patto sono "gli ultimi giorni"; e questi "ultimi giorni" sono già di molto avanzati".

Sopra ogni carne.

È l'universalità della promessa; la promessa non è per pochi; è per tutti i credenti.

Figliuoli e Figliuole.

Non più sui sacerdoti soltanto; non più soltanto sui profeti specialmente scelti da Dio per una, missione speciale; non più sugli uomini esclusivamente; ma sugli uomini e sulle donne. È vero che anche nell'A. T. si hanno casi di donne che hanno ricevuto lo Spirito: Miriam Esodo 15:20, Deborah Giudici 4:4, Hulda 2Re 22:14; ma quello che là era la eccezione, qui diventa la regola; quello che là era fenomeno transitorio, qui diventa fatto permanente.

Profetizzeranno.

Profeta nel senso vero, comprensivo, completo della parola non è soltanto chi annunzia l'avvenire, ma e chi, ispirato dallo Spirito Santo, esorta al ravvedimento il deviato, consola l'afflitto, insegna ai peccatori la via della vita, e, dallo studio del presente, assorge ad una profonda e sicura intuizione dell'avvenire.

I vostri giovani vedranno delle visioni e i vostri vecchi sogneranno dei sogni.

Profezie, visioni, sogni sono i tre modi principali, coi quali, nell'A. T., lo Spirito Santo rivela agli umani il pensiero o la volontà dell'Eterno. Vedi per le visioni: 1Samuele 9:9,11, 18:19; 2Samuele 24:11; 29:29; Daniele 2:28; 7:1-2,15; 8:2; Ezechiele 1:1; 8:3; 11:24, ecc. Per i sogni: Genesi 20:3; 31:11, 24; 37:5; 40:5; 41:1-7; 1Re 5; Daniele 2:3; 7:1 ecc.

Quanto ai servitori ed alle serventi, vedi più sopra (Atti 2:16) la prima delle tre osservazioni generali sulla profezia di Gioele.

19 Sangue e fuoco e vapor di fumo.

Sangue, vale a dire, eccidi, battaglie, lotte corpo a corpo. Fuoco, vale a dire, guerra, e distruzione di città e di paesi in tempo di guerra. Il Vapor di fumo (ebraico colonne di fumo) accenna ad uno spettacolo simile a quello che si parò dinnanzi agli occhi d'Abrahamo, quando, all'alba del giorno tremendo dei giudici dell'Eterno, ei contemplava da lungi "il paese della pianura" Genesi 19:28. È un'altra immagine che accenna alle calamità della guerra, alle scene di paesi e di città passati a fil di spada e abbandonati al saccheggio ed alla distruzione.

20 Il sole sarà mutato in tenebre.

Lo splendor del sole è immagine di prosperità; l'eclissarsi di cotesto splendore, l'oscurarsi, in un modo o in un altro, del sole, o anche semplicemente il tramonto, sono immagini, di calamità, e in ispecial modo delle calamità della guerra, il fumo che sale al cielo dalle città incendiate, vela la luce del sole Isaia 60:20; Geremia 15:9; Ezechiele 32:7; Amos 8:9; Apocalisse 6:12; 8:12; 9:2; 16:8.

E la luna in sangue.

Quando l'atmosfera è satura di fumo e di vapori e quando specialmente il fumo ed i vapori vengono da pianure saccheggiate, da eruzioni vulcaniche e talvolta in conseguenza di terremoti, la luna prende un color cupo, sanguigno, che fa spavento Apocalisse 6:12.

Il grande ed illustre giorno del signore,

come ho già detto nelle osservazioni generali, è un'espressione che ha una portata immensa. Un primo compimento storico dell'apparire di questo grande ed illustre giorno del Signore fu alla distruzione di Gerusalemme avvenuta per mano di Nebuchadnezzar; un secondo compimento si vide quando Israele crocifisse il suo re Matteo 27:45, 51-52; Marco 15:33; Luca 23:44-45. Questi prodigi e questi segni si ripeterono alla distruzione di Gerusalemme, nell'anno 70 dopo Cristo. Sangue, fuoco e vapor di fumo empirono la città devastata dai soldati di Tito. La luna divenne rossa come sangue quando proiettava la sua mesta luce sul sangue, che a rivi scorrea per le vie; e il sole ha da quel giorno nefasto negato i suoi raggi ridenti a quella terra santa, che par sempre parata a lutto per la morte del Messia. E altri compimenti ancora avrà il grande ed illustre giorno del Signore, perché la profezia non è di un tempo determinato, ma è come l'onda del mare, che si rompe e si rinnova per rompersi e rinnovarsi ancora.

21 Ed avverrà che chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvo.

Il nome sta qui per la persona; e dire: chi avrà invocato il nome del Signore è lo stesso che dire: chi avrà invocato il Signore. Sarà salvo, vuol dire, come l'ebraico di Gioele letteralmente significa, sarà liberato dall'infuriare della bufera, dalla desolazione delle calamità profetate. È qui degno di ricordo il fatto, che durante l'assedio di Gerusalemme nell'anno 70, nessun cristiano perì nell'immane eccidio. Mentre più d'un milione di giudei cadeva vittima del ferro romano, i cristiani, memori dell'avvertimento di Cristo Matteo 24:16, aveano tutti avuto il tempo di mettersi in salvo.

22 Gesù il Nazareno, uomo...

Dinnanzi ad un'assemblea come questa, Pietro non potea fare altrimenti che cominciare dalla umanità di Cristo. Notisi il gran tatto dell'ispirato predicatore. Egli comincia con l'umanità, ma finisce con la divinità di Cristo Atti 2:36.

Di cui DIO vi ha dato delle prove certe

( ανδρα αποδεδειγμενον απο του θεου); uomo approvato da Dio, dice il greco, con credenziali divine. Uomo, cioè, che non fu un impostore, ma che esercitò una missione legittima, e che disse in tutto e per tutto la verità. L'approvazione di Dio, consistette in questo: che le potenti operazioni, i prodigi, i segni che Cristo fece non furono cosa meramente umana, né, tanto meno, cosa d'impostura; furono "operazioni, prodigi e segni", che Dio stesso compiè per mezzo di lui ( δι' αυτου) Giovanni 15:36.

Le potenti operazioni sono in generale tutte le manifestazioni del potere sovrannaturale di Gesù; i prodigi sono in modo speciale i miracoli; i segni sono tutte le prove che durante il suo ministerio terrestre egli dette della divinità della sua persona e della sua missione. Il prodigio accenna alla maraviglia, allo stupore, che il miracolo produce; il segno accenna all'idea che il miracolo, il portento, o il fatto che abbiamo sottocchi, sono ombre, arra od evidenze di un qualcosa di più alto e di migliore.

23 Esso, per il determinato consiglio e la provvidenza di Dio vi fu dato nelle mani.

Il τη ὡρισμενη βουλη vuol dire: per consiglio, decreto, proposito ben definito, ben determinato. Il τη προγνωσει significa: per la preconoscenza di Dio. Il Diodati dice provvidenza; meglio il Martini, che dice: prescienza. L'idea di Pietro è questa. La morte di Cristo non fu il trionfo della iniquità dell'uomo sulla potenza di Dio; tutt'altro. Ella fu il compimento di un disegno, che Dio stesso avea, in seno alla eternità, formato; e di un disegno del quale non solo Egli avea concepito l'idea, ma del quale anche, nella sua divina prescienza, avea visto, nell'oceano del tempo, il quando, il come ed il dove del compimento. Premeva a Pietro, che volea convincere i suoi uditori della messianità del Cristo, di mettere in sodo questo fatto: che il Messia, ch'essi credeano non potesse morire, non fu ucciso perché debole, né perché non avesse potuto liberarsi dai suoi nemici; ma perché Dio stesso volle che fosse così; perché Dio stesso volle che il Cristo, venuto dalla gloria, ritornasse nella gloria per la umiliazione e le angosce del Calvario.

Per mani d'iniqui.

Per le mani di Pilato e dei soldati romani, che furono gli istrumenti del misfatto.

Lo conficcaste in croce e l'uccideste.

Letteralmente: Voi, avendolo confitto in croce, l'uccideste. Due cose vanno qui notate:

1. il modo grafico, scultorio, con cui Pietro descrive qui l'enormità del delitto compiuto dai giudei;

2. questo fatto, che Pietro mette in rilievo: la colpa dei giudei non è, resa minore dal fatto che essi hanno compiuto il delitto per mano d'altri; ella rimane la stessa, come se l'avessero compiuto di mano propria.

24 Avendo sciolto le doglie della morte.

Sciolto avendolo dai dolori dell'inferno, dice il Martini, secondo la Vulgata. L'idea dell'inferno va esclusa; il maggior numero dei codici, ed i migliori, dicono della morte. Parecchi traduttori invece di: doglie della morte hanno: legami della morte (Segond) o: strette della morte (Oltramare). Pietro, che parlava aramaico, disse senza dubbio: legami o strette della morte; usando così un modo frequente nell'A. T. Salmi 18:5-6; 116:3. E l'immagine è questa: la morte è come il serpe che ti avvinghia e ti stringe, finché ti abbia soffocato. Chi ha dinnanzi agli occhi il celebre Laocoonte del Vaticano, ha lo scultorio commentario del modo ebraico. Luca, però, non cita il testo ebraico; cita i LXX; i quali lessero il testo ebraico in modo differente, e dissero ωδινας του θανατου, le doglie della morte. E queste doglie sono i dolori, le angosce del parto Isaia 66:7. E l'idea è adattata qui a meraviglia per le angosce della morte di Cristo viene alla luce una vita nuova e divina.

Non era possibile.

Per molte ragioni; ma la ragione che Pietro ha in vista e che risulta naturale ed evidente dal contesto, è questa: era impossibile che Cristo fosse ritenuto dalla morte perché era stato divinamente predetto ch'egli risusciterebbe. E quello che Dio predice, è impossibile che non abbia il suo compimento.

25 Poichè Davide dice di lui.

Il passo che Pietro cita, è nel Salmi 16:8-11. Lo cita dalla versione dei LXX, che non si discosta dall'ebraico in alcun punto degno di nota. Davide esprime nel Salmo quello che la sua intima e continua comunione con Dio gli dà di provare. Egli ha sempre il Signore davanti agli occhi; l'ha alla sua destra, al posto d'onore in tutte le sue affezioni; e per l'aiuto ch'Egli gli dà, e sul quale può sempre far sicuro assegnamento, il Salmista è sicuro che, in mezzo alla procella, starà come torre che non crolla. Per tutto questo, il cuore gli esulta, l'anima (ebraico: la gloria) gli festeggia; e un sentimento intimo ed inesprimibile gli dice, che anche il suo corpo riposerà in sicurtà, perché il Signore non lascerà l'anima di lui nel tetro luogo dei morti, e non permetterà che colui ch'Egli tanto ama, finisca totalmente nella corruzione della fossa. Egli spera anzi che, quando che sia, egli giungerà a godere di quella pienezza di vita e di quella perfezione ed eternità di gioia, che si hanno soltanto nella presenza di Dio. Davide qui, evidentemente, parla di sè; e Pietro dicendo: Perciocchè Davide dice di lui, non esclude affatto che il Salmista parlasse di sè stesso; ma enfaticamente asserisce, che Davide, esprimendosi come faceva relativamente alla risurrezione, concepiva e nutriva la speranza di un fatto, che non in se stesso, ma in quell'Unto di Dio che a lui era stato promesso e che da lui dovea discendere, si sarebbe pienamente avverato. Fino a che punto Davide avesse coscienza che parlando di sè profetava del Messia, Pietro non dice; ed a noi mancano i dati per investigarlo.

lo ho avuto del continuo il Signore davanti agli occhi.

L'io antivedeva sempre il Signore del Martini, è traduzione infelice. Il Salmista ha avuto sempre il Signore davanti agli occhi; l'ha sempre avuto lì, presente, vicino, e su lui ed in lui ha riposta ogni sua fiducia.

Egli è alla mia destra.

La destra è il posto d'onore. Dipendere in modo assoluto da Dio è bene; ma non basta; bisogna dare a Dio il posto d'onore in mezzo a tutti i nostri affetti, a tutti i nostri sentimenti, a tutte le nostre aspirazioni.

Acciocchè io non sia smosso

in mezzo ai dolori, alle prove, alle avversità della vita.

26 La lingua mia.

L'ebraico, veramente, ha la mia gloria, il mio onore. La parola ebraica significa maestà, splendore, dignità. Perché i LXX l'abbiano cambiata per l'altra γλωσσα, lingua, non si sa di sicuro. Forse perché la lingua, o il dono della parola, ci distingue dai bruti; onde si può così dire che in cotesto dono sta gran parte dell'onore e della dignità dell'uomo. Nei Salmi 30:12 la parola ebraica gloria è usata nel senso di lingua.

La mia carne

è qui il corpo; il corpo separato dallo spirito, come in Atti 2:31; 1Corinzi 5:5.

Abiterà in speranza,

o meglio: riposerà, nella speranza; o scenderà nel riposo del sepolcro, avendo questa speranza: che tu non lascerai ecc.

27 L'anima qui, è la parte immortale dell'uomo; è quello in cui veramente consiste L'io che rimane quando il mortal velo che l'avvolge torna alla polvere dalla quale fu tratto. L'ebraico vuol dire soffio; poi, vita o principio vitale; poi, la parte dell'io che pensa, che sente, che riflette; poi, essere vivente, animale; poi, uomo.

Nell'inferno.

Questa espressione che oramai non ci fa pensare ad altro che al luogo dei dannati, dovrebbe non essere usata più, quando si tratta di rendere in italiano lo Sheol ebraico o lo Hades in greco. Lo Sheol ebraico è il luogo vuoto, sotterraneo (come indica la parola originale), ove convengono i trapassati Genesi 37:35; Numeri 16:30. È il luogo d'ogni luce muto, triste ove i già arrivati, aspettano quelli che debbon giungere (Isaia 14:3-26) e dove non vive ombra di gioia, ma solo aleggia il rimpianto del "dolce lume della terra dei viventi" Isaia 38:10-20. Gli ebrei non avevano una idea chiara della risurrezione individuale; quindi, la caliginosa incertezza dello Sheol. Nell'A. T. non si parla con assoluta certezza che di risurrezione collettiva; di risurrezione del popolo, che non potrà mai essere completamente estinto perché è popolo dell'Iddio vivente Isaia 26:19-21: à risurrezione individuale non è che una aspirazione, nell'A. T. Poche anime giungono a cotesta idea; e vi giungono per islanci di fede, che a volte, come qui nel Salmi 16:9-11; Giobbe 19:25-27, sono addirittura sublimi; ma è Cristo, e Cristo soltanto, che "ha distrutta la morte ed ha prodotta in luce la vita e l'immortalità per mezzo del Vangelo" 2Timoteo 1:10. La parola greca Hades è la traduzione dell'ebraico Sheol; significa anch'ella luogo, oscuro. Negli scrittori greci è usata ad indicare il luogo occupato dagli spiriti separati dai corpi. Non si trova che undici volte nel N. T. - Invece di dir dunque Tu non lascerai l'anima mia nell'inferno, varrebbe, meglio dire: Tu non lascerai, l'anima, mia nel soggiorno dei morti, o qualcosa di simile.

28 Le vie della vita,

sono le vie che conducono alla vita, alla eternità.

con la tua faccia

è lo stesso che con la tua presenza: o: quando sarò alla tua presenza.

29 Uomini fratelli.

Fratelli! ei li chiama; non solo perché hanno anch'essi sangue israelitico nelle vene, ma più ancora perché, nel suo grande amore per le anime, Pietro vede già in fede molti dei suoi uditori guadagnati a Cristo.

Ben può liberamente dirvisi intorno al patriarca Davide...

Pietro procede con gran tatto e con grande cautela. Una parola mal detta o male interpretata a proposito di Davide, d'un uomo, cioè, che tutti i suoi uditori veneravano, avrebbe potuto guastare ogni cosa. Ben può liberamente dirvisi Pietro prende, se posso dir così, la cosa alla larga; e subito mostra la sua riverenza per il Salmista chiamandolo patriarca Davide; il che equivale a dire: l'onorato fondatore della real famiglia, dalla quale, secondo la promessa, doveva uscire il Messia.

Egli è morto ed è stato seppellito ed il suo monumento è presso di noi fino a questo giorno.

I sepolcri erano generalmente fuori della città; solo per i re e per qualche persona di speciale riguardo si faceva l'eccezione di seppellirli in città. Davide fu seppellito in città 1Re 2:10; Neemia 3:16. Il luogo preciso della sua sepoltura non si conosce più oggi, ma era allora notissimo a tutti i Giudei (Vedi Giuseppe Flavio Antich. 7:15, 4, 13:8, 4, 16:7, 1).

30 Iddio gli aveva con giuramento promesso...

Vedi 2Samuele 7:11-16; Salmi 89:3-4, 35-36; 132:11.

Del frutto dei suoi lombi

è lo stesso che della sua progenie, della sua, stirpe 2Samuele 7:12.

Secondo la carne,

cioè, quanto alla sua natura umana. Questa frase manca nei migliori manoscritti, ed è, evidentemente, una chiosa dichiarativa di qualche copista. Oltre che nei manoscritti più autorevoli, manca anche nelle versioni Siriaca, Etiopica e nella Vulgata.

31 Nell'Inferno.

Per questa espressione vedi quanto ho notato a Atti 2:27.

33 Egli dunque essendo stato innalzato dalla destra di Dio...

Il Martini ha: alla destra di Dio.

È un errore; l'apostolo non vuol accennare al luogo ove Gesù fu innalzato, ma alla potenza che lo innalzò. La destra è simbolo di forza, di potenza Giobbe 40:14; Salmi 17:7; 18:35; 20:6; 21:8 ecc. Innalzato dalla destra di Dio è lo stesso che: innalzato dalla potenza di Dio.

Innalzato.

Il mondo innalza Gesù sul legno della croce; L'Onnipotente Iddio lo innalza fino nei cieli, lo trae dalla umiliazione e lo trasporta nella gloria.

Avendo ricevuta dal Padre la promessa dello Spirito Santo,

ossia, più chiaramente: avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo ch'Egli (il Padre) avea promesso. A commento di questa espressione vedi i passi seguenti:

1. La promessa dello Spirito: Giovanni 14:26; 15:26; 16:13-15.

2. Il compimento della promessa subordinato alla glorificazione del Cristo: ossia: lo Spirito non può discendere che quando il Cristo sarà glorificato: Giovanni 7:39; 16:7.

3. Il dono dello Spirito in potestà del Padre e comunicato dal Figlio: Giovanni 14:26; 15:26.

34 Egli stesso dice:

La profezia qui citata è quella del Salmo davidico Salmi 110:1:

"Parola dell'Eterno al mio Signore:

Siediti alla mia destra

finch'io faccia dei tuoi nemici il panchetto dei tuoi piedi".

"Parola dell'Eterno a Colui, che io, Davide, riconosco come mio superiore e sovrano". La messianità di questo passo era riconosciuta dai giudei; e Gesù se ne serve a confondere i farisei: Matteo 22:41-46.

36 Sappia sicuramente

Sicuramente! dice Pietro; e può ben dirlo, dopo aver dato della risurrezione le tre prove:

a) la prova profetica,

b) la testimonianza oculare;

c) la conferma del fatto pentecostale.

signore e Cristo.

Signore e Messia. Signor dei signori e l'Unto per eccellenza; l'Unto: Colui, cioè, che di tutti i consacrati (profeti, sacerdoti e re) dall'olio della sacra unzione, è per dottrina, per santità personale e per le sue relazioni con Dio, il più sublime. In una parola: Iddio ha fatto Signor dei signori Filippesi 2:9-11 e Profeta dei profeti, Sacerdote dei sacerdoti, Re dei re, quel medesimo Gesù, che voi avete crocifisso. È qui degno di nota il fatto, che l'ultima frase del discorso di Pietro non è, nell'originale: Iddio l'ha fatto Signore e Cristo, come nella nostra traduzione; ma è, invece: quel medesimo Gesù, che voi avete crocifisso. Pietro non vuol lasciare i suoi uditori sotto l'impressione della grandezza dell'atto di Dio; li vuole piuttosto lasciare sotto la impressione della enormità del loro misfatto.

Riflessioni

1. L'apostolo risponde con calma e dignità a quelli che cercano porre in ridicolo coprir, e coprir d'obbrobrio il gran fenomeno pentecostale. Egli non rende "oltraggio per oltraggio" 1Pietro 3:9, ma ha imparato dal Maestro, che, "oltraggiato, non rispondeva con l'ingiuria" 1Pietro 2:23. Egli ragiona, prova, cerca di persuadere, con quel tatto e quella delicatezza, che non inaspriscono ma finiscon quasi sempre per conquistare i cuori. Ricordiamoci dell'esempio di Pietro, quando siamo chiamati "a rispondere a nostra difesa" 1Pietro 3:15 a quelli che attaccano le nostre convinzioni religiose.

2. Non è sempre bene né opportuno, evangelizzando, il cominciare con l'annunzio di quelle dottrine trascendentali, che non si possono afferrare che per la fede. Bisogna anche qui aver tatto; bisogna che ci rendiamo ben conto dell'ambiente, dello stato psicologico e della cultura religiosa dei nostri uditori e che scegliamo quindi il metodo migliore per guadagnarli a Cristo. Pietro comincia ad annunziare Gesù uomo. Ed era la via più naturale da seguire. Da Gesù uomo egli parte; e continua, e con la Bibbia alla mano trae i suoi uditori, sulle ali della ispirata prova biblica, fino all'altezza della divinità di Gesù. Non vorrei essere frainteso: non è questione di opportunismo, come si dice oggi, non è, cioè, questione di sacrificare la dottrina all'ambiente; no, Dio ce ne guardi; è questione di metodo; di scegliere, cioè il modo più adatto per trarre l'uditorio all'altezza della dottrina. "Il latte" a chi non può digerire che il latte 1Corinzi 3:1-2: il "cibo sodo" a chi può digerire il cibo sodo Ebrei 5:12,14.

3. Nella profezia di Gioele 5:17-18 adempiuta alla Pentecoste, vedo tre verità, o tre fatti che accenno di volo, e che sono fecondi di salutari conseguenze:

a) il Nuovo Patto stabilisce la vera uguaglianza: tutti, senza distinzione, sono peccatori; tutti hanno bisogno d'esser salvati; tutti hanno bisogno di quello Spirito Santo, senza il quale non c'è possibilità di salvazione;

b) il dono dello Spirito è dono universale; non è il privilegio di pochi; può fare la felicità di tutti Luca 11:13;

c) Iddio non promette né dà tutti i doni dello Spirito ad ogni singolo individuo; ma ai giovani una cosa, ai vecchi l'altra, e così via dicendo.

4. La salvazione è un fatto del quale non c'è anima umana che possa dire: "Per me, io ne posso far senza!" Ecco perché Iddio l'ha resa facile per tutti. "Chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvo" Gioele 2:21. Facile per tutti, ma è necessario che ognuno se l'appropri per conto suo. Quel chiunque del testo a due fatti importantissimi e solenni, accenna; egli ci dice:

a) la salvazione è un fatto universale, quanto alla sua destinazione;

b) è un fatto individuale, quanto agli effetti che deve e può produrre.

5. I versetti 19 e 20 gettano dei lampi sinistri anche sul nostro orizzonte. Quali calamità ci aspettano? Niuno si spaventi, però; si rifugi all'ombra della promessa che è nel versetto 21 e dica pur col Salmista:

"Egli mi proteggerà nel suo tabernacolo nel dì della sventura;

Egli mi nasconderà sotto il riparo della sua tenda;

Egli mi leverà in alto sopra una rocca" Salmi 27:5.

6. Il verso. 23 ci pone dinnanzi agli occhi due grandi fatti: la prescienza di Dio e la libertà umana; e ci dimostra che i disegni preparati ab eterno da Dio non annullano, nel tempo, la responsabilità degli umani. A noi, che abbiamo "la veduta corta di una spanna", è arduo il renderci conto a fil di logica dell'armonia che regna fra quei due fatti. Poco tempo fa, il Canonico Wilberforce, in un suo discorso detto nell'Abbazia di Westminster a Londra, illustrava bellamente in questo modo le relazioni che passano fra il decreto divino e la libertà umana. "Vedete l'umanità, diceva egli. Ella si muove liberamente per tutte le parti del globo. Va, viene, s'agita, si affaccenda, a suo talento; e intanto, senza ch'ella se ne accorga, e senza che buona parte di lei neppur lo sappia, è tutto il tempo portata dal globo che gira e gira secondo leggi, sulle quali ella non ha né dominio né influenza di sorta".

7. Il fatto della risurrezione è provato da Pietro nel suo discorso con tre argomenti, tratti:

1) dalla profezia;

2) dalla testimonianza oculare di tutti quelli che videro Gesù risorto;

3) dal fatto pentecostale.

Che Gesù fosse realmente risuscitato, tutti lo sapevano in Gerusalemme; e a soffocarne la notizia fin (la bel principio, i principali sacerdoti e gli anziani avean corrotto con danaro le guardie del sepolcro, e le aveano indotte a, propalar questa fandonia: "I suoi discepoli son venuti di notte e l'hanno rubato, mentre noi dormivamo" Matteo 28:11-13. Ora dice bene il Parker: "Pietro si basa senz'ombra di equivoci sul fatto storico della risurrezione... Egli parla con l'assoluta franchezza d'un uomo che riferisce dei fatti, che ogni bimbo, nell'assemblea, sapeva esser fatti e non invenzioni; e si trovava di fronte a gente, che si sarebbe alzata di botto e avrebbe contraddette le affermazioni apostoliche, se avesse avuto possibilità e ragione di farlo". Ma niuno s'alza perché sarebbe malagevole il negare la veridicità d'un fatto, che la prova storica illumina di luce meridiana.

8. "Avere il Signore del continuo davanti agli occhi... averlo alla nostra destra" Atti 5:25 è risolvere gloriosamente il gran problema della esistenza. Ma non basta averlo davanti agli occhi di quando in quando; del continuo dice il Salmista. Non basta tenerlo alla nostra sinistra; alla destra convien tenerlo; il posto d'onore bisogna dargli nei nostri affetti, nei nostri pensieri, nelle nostre aspirazioni. Per uscir dalle immagini; il segreto del nostro trionfo non è in una comunione intermittente con Dio; ma nella continua e perseverante dimora di tutto quanto il nostro io nelle braccia eterne della misericordia divina. Tutti quelli che hanno avuto del continuo il Signore dinnanzi agli occhi in questo mondo, staranno dinnanzi agli occhi del Signore nell'altro; tutti quelli che hanno avuto in questo mondo il Signore alla loro destra, staranno, nell'altro, alla destra del Signore.

9. "Tu mi hai fatte conoscere le vie della vita" Atti 5:28, dice il Salmista. Le vie della vita che il Padre fece conoscere a quel Figliuolo "nel quale Egli avea posto tutta la sua affezione" Matteo 3:17, sono quelle vie di santità, di giustizia e d'amore, nelle quali Gesù camminò durante il suo ministerio terrestre. Tutte quante coteste vie menavano alla gloria, ma passavano per la valle della umiliazione e del dolore. "Le vie della vita" sono le medesime anche per noi. Rendiamoci ben conto di questa verità pratica, che talora, trovandoci "nel cimento, non ci sentiamo smarriti, quasi ci avvenisse cosa strana" 1Pietro 4:12. Le vie del mondo sembrano passar tra i fiori, tra il gaudio continuo, e menano al baratro dello sconforto, della delusione e della morte. Le vie di Dio che passano per le serie, solenni pianure dell'abnegazione e del sacrificio, e per la valle della prova e del dolore, menano alla vita ed alla vita eterna.

10. Tre grandi profezie l'apostolo cita e commenta nel suo discorso pentecostale. Quella di Gioele, che si riferisce alla effusione dello Spirito Santo; quella del Salmo 16, che si riferisce alla risurrezione di Cristo; quella del Salmo 110, che si riferisce all'Ascensione ed alla glorificazione di Gesù. Tutto questo ci dà un'idea della grandezza delle profezie dell'A. T. e del modo d'interpretarle. Molti pensano che l'A. T. non sia altro che un libro morto; un libro di storia antica, senz'alcuna relazione con la vita moderna; addirittura un magazzino di antichità e nient'altro. Pietro c'insegna ch'esso è invece un libro vivente, e che chi lo studia e lo investiga guidato dallo Spirito Santo, può trarne dei tesori ineffabili d'istruzione e di edificazione.

37 5. L'effetto del discorso (Atti 2:37-41)

Furono compunti nel cuore (κατενυγησαν την καρδιαν )

Furono trafitti nel cuore. L'espressione che Luca usa qui non si trova altrove nel N. T. Significa proprio trapassare con un ago, o con un istrumento affilato. La parola di Dio annunziata da Pietro fu davvero in questo caso "più acuta di qualunque spada a due tagli" Ebrei 4:12. Ella scosse le coscienze degli uditori, che sentirono il male che aveano fatto, sprezzando ed uccidendo il loro Messia. Ma non fu soltanto affar di sentimento. Al risveglio ed alla commozione dei sentimenti, tenne dietro l'azione della volontà:

Fratelli, che dobbiam noi fare?

Quell o "uomini fratelli", come dice il greco, esprime tutta la fiducia che gli uditori ripongono in Pietro e negli apostoli. Sono come naufraghi, che, consci della gravità del pericolo che corrono, si gettano con intero abbandono nelle braccia di chi ha loro dimostrato tanto desiderio di condurli alla riva della salvazione.

38 Ravvedetevi, e ciascun di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo.

"Due cose, risponde l'apostolo, dovete fare: ravvedetevi e siate battezzati". Ravvedetevi. Il Martini traduce: Fate penitenza. Lasciamo stare questa espressione che potrebbe facilmente trarre in errore chi legge. La parola greca vuol dire mutate di pensiero; ed implica questo: che il pensiero che ha finora regolato la vita morale degli uditori, dev'essere radicalmente cangiato Il ravvedimento non consiste in qualche "penitenza esterna" che un direttore spirituale qualunque ordina nel buio del confessionale; come non consiste, neppure nello spavento che la coscienza prova, pensando alle conseguenze del male compiuto; il ravvedimento vero consiste nel dolore che proviamo al pensiero d'avere offeso quell'Iddio che ci ha tanto amati, e nel proponimento fermo, risoluto, sincero, irremovibile che facciamo, di lasciare il male e di metterci sulla via del bene. L'apostolo domanda anche il battesimo nel nome di Gesù Cristo ( επι τω ονοματι Ιησου Χριστου... l'atto esterno, il battesimo, che deve provare la sincerità della fede di colui che si appoggia sul nome di Cristo: επι τω ονοματι ecc.); il qual battesimo è un atto, per cui chi lo compie confessa pubblicamente la sua fede in Cristo; lo riconosce per suo personale Salvatore, e s'impegna a consacrarsi a Lui, come al suo Signore e Messia. Tutto questo è implicato nella frase: nel nome di Gesù Cristo. Come mai l'apostolo parla egli d'un battesimo nel nome di Gesù di Cristo e non del battesimo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo? Matteo 28:19. Molte risposte si sono architettate per cotesta domanda. La risposta vera è nella Didaché ( διδαχη των δωδεκα αποστολων) in questo antico manuale del culto e della liturgia dei tempi della Chiesa primitiva. Dalla Didaché si vede che nella Chiesa primitiva, ufficialmente, si battezzava nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; ma quando si trattava del battesimo dal punto di vista essenzialmente cristiano, a distinzione per esempio del battesimo di Giovanni, se ne parlava come del battesimo nel nome del Signore. A chi si ravvede e riceve in cotesto senso il battesimo, due cose sono promesse: la remissione dei peccati e il dono dello Spirito Santo.

La remissione dei peccati ( αφεσις των ἁμαρτιων) è il cancellamento completo, assoluto, di tutti i peccati; non è il "lasciar correre", il "metter da parte", la praetermissio ( παρεσις) dei peccati di Romani 3.25; è il radicale toglier di mezzo tutti i peccati, "fossero pure rossi come la grana" Isaia 1:18; è il vento della grazia che li dilegua, come il vento dilegua la nuvola nel cielo Isaia 44:22, onde non tornino più ad accusarci nel cospetto dell'Iddio tre volte Santo Geremia 50:20. Il modo in remissione dei peccati è la traduzione del greco εις αφεσιν ecc., che vuol dire: in vista della remissione dei peccati; affinché possiate giungere alla remissione dei peccati, e simili. La seconda cosa che l'apostolo promette, a chi si ravvede e riceve il battesimo come espressione esterna d'un atto interno di completa sottomissione a Cristo, è il dono dello Spirito Santo.

39 Se non che un dubbio potea sorgere: - "Ma può lo Spirito Santo pentecostale, che è stato dato a voi, può egli esser veramente comunicato anche a noi?..." E l'apostolo risponde, tornando alla profezia di Gioele: - Sicuro, che può Atti 5:39; perciocchè la promessa è fatta a voi ed ai vostri figliuoli ed a tutti coloro che son lontani; a quanti il Signore Iddio nostro ne chiamerà.

La promessa è qui la promessa speciale dello Spirito Santo.

A voi; cioè, a voi, israeliti.

Ai vostri figliuoli; vale a dire, ai vostri discendenti, alle generazioni che verranno dopo di voi. Bisogna leggere questa espressione alla luce di Isaia 44:3; 59:21 e simili; e specialmente alla luce della profezia di Gioele. Là, "i figliuoli e le figliouole" Atti 5:17 sono "i figliuoli e le figliuole" già innanzi nella età, e capaci quindi, di profetizzare. Cercar quindi in questo passo un argomento in appoggio del battesimo dei bambini, è cosa fuori di luogo. Rimane però questa consolante verità, chiaramente enunciata dal testo; che le benedizioni della salvazione non sono circoscritte ai genitori, ma si protendono anche sui figli di generazione in generazione. I genitori cristiani che educano i loro figliuoli per consacrarli a Dio, sono incoraggiati e nel loro arduo lavoro da questa verità del testo: che Dio non cerca di meglio che di perpetuare di età in età le benedizioni concesse ai padri ed alle madri.

A tutti coloro che son lontani. In due modi si spiegano queste parole. Il Meyer ed il Baumgarten pensano che Pietro alludesse agli israeliti che abitavano lontani, dispersi fra tante genti diverse. Fatto è, che Pietro, quando pronunciava queste parole, non aveva ancora idea della "vocazione dei gentili"; basti, a provarlo, la lettura del capo 10 dei Fatti. Ma il Calvino, il Bengel, il Lange ed altri pensano invece che questi lontani siano veramente i pagani.

A quanti il Signore Iddio nostro ne chiamerà. La promessa non è per tutti indistintamente; è per quelli che Iddio chiama. A Dio, il chiamare 1Pietro 5:10; a noi, il rispondere alla chiamata. E Dio, nella sua Provvidenza, chiama tutti; Egli non ha per tutti la medesima ora, ma ha un'ora per tutti.

40 E con molte altre parole...

Il discorso che abbiamo qui studiato, non è tutto il discorso di Pietro: non ne è che lo schema, uno schizzo.

Protestava loro;

meglio: testimoniava, rendea testimonianza delle promesse del cristianesimo; dei pericoli che il peccatore corre, quando non vuol rispondere alla chiamata divina; del carattere perverso della generazione dalla quale ei li esortava a separarsi.

E li confortava;

meglio: li esortava.

Salvatevi di mezzo a questa perversa generazione:

vale a dire: Guardatevi dalle tristi influenze di questa perversa generazione; di questa perversa razza di israeliti, fra i quali vivete.

Perversa:

refrattaria, recalcitrante ad ogni buon insegnamento Matteo 11:16-19; 12:39; 16:4; 23:1-39; Marco 8:38.

41 Coloro i quali volonterosamente...

Il volonterosamente ( ασμενως) va cancellato. Manca nei migliori manoscritti (A. B. C. D., Cod. Sin.) e nelle antiche versioni. Evidentemente si tratta di un'aggiunta posteriore.

La sua parola;

la parola, il messaggio di Pietro.

Furono aggiunte

alla compagnia dei discepoli, al numero dei seguaci di Cristo.

Riflessioni

1. or essi, avendo udite queste cose, furono compunti nel cuore.

L'uomo può far molto per invitare i peccatori a rientrare in se stessi e cercare il loro Dio nel santuario della loro coscienza; il ragionamento umano può far molto per illuminare e convincere l'intelletto; ma il modo più efficace a suscitar nei cuori un dolore intenso e sincero dei peccati commessi, rimarrà pur sempre quel gran modo di Pietro, che consiste nel mettere in ispirito dinnanzi agli occhi del peccatore il Crocifisso e nel dirgli: - "Quel Giusto, che non conobbe né commise mai peccato, muore sulla croce; e sulla croce l'hanno tratto i tuoi peccati!".

2. La profondità della ferita prodotta nel cuore degli uditori dalla ispirata parola pentecostale di Pietro, è messa in evidenza dalla domanda degli uditori stessi: - "che dobbiam noi fare?" (Conf. con Atti 9:6, che però non è in tutti i testi, come noterò a suo luogo, e Atti 16:30). Chi può analizzare tutti quanti i sentimenti da cui sgorga cotesta domanda? Le anime che giungono a cotesto grido, sono anime che la coscienza d'una vita ogni giorno vissuta in onta a Dio, spaventa; anime che tremano, pensando ad un tratto a quel giusto Giudice, che aveano totalmente obliato; anime che gemono in quelle ritorte, in cui pur tanto già si compiacquero; anime, che non hanno più che un desiderio: quello della libertà: e che, per amore di quell'Iddio che adesso sanno quanto le abbia amate, son pronte a qualunque rinunciamento; anime, che cotesta foga di sentimenti non "dalla carne" ma da Iddio soltanto ispirati, spinge trionfalmente verso i confini del regno di Dio.

3. Riassumiamo poichè ne val davvero la pena, gli elementi dottrinali del verso. 38. Alla domanda "che cosa debba far L'uomo per esser salvato", Pietro risponde così:

1) Si ravveda;

2) Riceva il battesimo nel nome di Gesù Cristo; vale a dire: confessi pubblicamente, per cotest'atto, ch'egli crede in Cristo; che ha accettato Cristo come suo personal Salvatore e che al suo Salvatore intende consacrare il resto della sua vita.

A chi così si ravvede e in cotesto senso riceve il battesimo, due cose l'apostolo, in nome di Dio, promette:

1. la remissione dei peccati; vale a dire il perdono gratuito, completo, assoluto, di tutti i peccati Colossesi 2:13 e

2. il dono dello Spirito Santo; il dono, cioè, anch'esso gratuito, di quella "virtù da alto" Luca 24:49; Atti 1:8, di quella energia divina che rende la fede feconda di frutti per la gloria di Dio, e che ci redime quotidianamente dalla potenza del male.

Questa, la dottrina apostolica. Il Martini commenta questo passo importante in modo che dev'esser notato. Egli interpreta così: Ricevete il Battesimo, e con esso la remissione dei peccati meritata da Cristo con la sua passione e con lo spargimento del suo sangue. Il che mutila e falsa completamente il concetto dell'apostolo. Lo mutila, prima di tutto: perché il Martini, né qui né in alcuna nota precedente, non fa alcun caso di quel ravvedimento, che ha pure tanta parte nella risposta di Pietro alla domanda del verso. 37. Lo falsa completamente, aggiungo, perché la remissione dei peccati "meritataci da Cristo con la sua passione e con lo spargimento del suo sangue" non ci è data magicamente col battesimo o per mezzo del battesimo; L'apostolo non si è mai sognato di insegnar cotesta dottrina. Chi ha seguito con un po' d'attenzione il nostro commento ne è senza dubbio più che persuaso. Ravvedetevi, dice l'apostolo; confessate pubblicamente per mezzo del battesimo la vostra fede, e voi giungerete ad ottenere la remissione dei peccati e il dono dello Spirito Santo. Ma non basta. A proposito del riceverete il dono dello Spirito Santo, il Martini aggiunge: Ciò può intendersi: primo, della grazia e dei doni interiori conferiti per mezzo del battesimo; e anche della Confermazione, il qual sacramento nei primi tempi della Chiesa si amministrava insieme col Battesimo: secondo, può intendersi anche dei doni esterni, concessi o tutti a ciascheduno, o a chi l'uno, o a chi l'altro. Tre osservazioni di volo.

1) Il Battesimo, come Pietro l'intende, e come ho già mostrato ad esuberanza, non conferisce né grazia, né doni interiori.

2) La Confermazione non è un sacramento, perché del sacramento le manca la principale caratteristica, che è questa: d'essere una istituzione di Gesù Cristo.

3) Che la Confermazione "fosse sacramentalmente amministrata nei primi tempi della Chiesa insieme col Battesimo" è una fandonia.

Questa cerimonia per la quale la Chiesa romana, conferma le grazie del battesimo nei giovani adulti di 10 o 11 anni d'età e li rende "perfetti cristiani" comunicando loro "l'abbondanza dei doni e delle grazie dello Spirito Santo", non divenne sacramento che più tardi e per opera di Pietro Lombardo (nato il 1100, vescovo nel 1159, morto il 1164). Fu lui che ebbe primo l'idea di far salire a sette il numero dei sacramenti. La ragione storica del sacramento della confermazione eccola qui in due parole. Bisogna ricordare che il vescovo soltanto amministra la Confermazione. Pietro Lombardo, mettendo questa fra i sacramenti, mirò a restituire, in parte ai vescovi il privilegio che aveano da prima, di amministrare essi soli il battesimo. Ora che le circostanze aveano fatto dare a tutti i preti il privilegio di battezzare e d'introdurre così le anime nella Chiesa, la Confermazione apparve a Pietro Lombardo come nata fatta a rendere ai vescovi qualche autorità, che rialzasse agli occhi del popolo il prestigio della, gerarchia.

4. "Quand'io sarò levato in su dalla terra (quando cioè sarò stato crocifisso) trarrò tutti a me", diceva Gesù Giovanni 12:32; e alla partecipazione dei benefici che sgorgano dalla croce di Cristo, Iddio chiama tutti: israeliti, non israeliti, padri, figli, ed i cuori più lontani dal suo cuore paterno. È Iddio che chiama; a volte, per appelli diretti alla coscienza, senz'ombra di stromentalità umana; ma il più spesso e il più ordinariamente, Egli chiama per mezzo dei salvati. Se all'ora in cui siamo, tanto piccola è ancora la parte dell'umana famiglia che già gode dei benefici della salvazione, di chi la colpa? Di Dio, forse?, Oh no; senza dubbio è per colpa del poco zelo missionario della Chiesa, che nel nostro secolo soltanto ha cominciato a capire quale sia il dovere che corrisponde al diritto di coloro che "sono stati fatti figliuoli di Dio" Giovanni 1:12; 1Corinzi 9:16.

5. Salvatevi di mezzo a questa perversa generazione, esclama l'apostolo; ed è bene che il grido dell'apostolo giunga fino a noi, in tutta la sua solennità, a ricordarci che l'opera dello Spirito Santo non potrà mai produrre in noi quei frutti ch'Egli vuole e può produrre Galati 5:22, finché noi ci teniamo sotto le corrotte e corrompenti influenze del mondo. Dice bene il Quesnel: "Meglio è per te l'abitare in solitudine, che l'esser trovato nella compagnia degli empi".

6. Un fatto è qui pur da osservare dal punto di vista ecclesiastico. Le condizioni per essere ammessi alla Chiesa non stanno tanto nella conoscenza quanto nella vita. La conoscenza intellettuale e sperimentale delle grandi verità dell'Evangelo sono cose progressive; cose lente; cose di tutta quanta l'esistenza; non si può pretendere quindi che chi si presenta a noi per essere ammesso alla Chiesa, conosca già tutto e profondamente. Basterà, per questo, che abbia la conoscenza elementare dei tremila; ma a cotesta conoscenza elementare dovrà poter aggiungere dei segni manifesti d'una pietà sincera, d'un profondo orrore del peccato, d'un fervido amore per Gesù e d'una brama ardente di quella comunione con Dio per Cristo, che è fonte perenne d'opere di santità e di giustizia. Chi si fonda su questo fatto dei tremila per dire che nell'ammissione dei nuovi membri nella Chiesa non s'ha il diritto d'andar tanto per la sottile, non dimentichi che quest'ammissione dei tremila fu fatta in tempo di "risveglio religioso"; e del risveglio più grande, più vero, più potente che la storia ricordi.

42 6. I primi convertiti (Atti 2:42-47)

Or erano perseveranti nella dottrina degli apostoli.

Questo non vuol dire, come la frase sembra indicare, che i nuovi convertiti "continuavano a star fedeli alla dottrina degli apostoli"; ma vuol dire invece che, con bramosia ognor crescente, essi attendevano all'insegnamento impartito loro dagli apostoli per progredire nella conoscenza di Dio e di Cristo.

La dottrina degli apostoli,

come si vede dal discorso di Pietro, aveva due sorgenti: L'Antico Testamento e le sante ricordanze del Maestro.

la comunione

qui è termine ambiguo; a render bene il senso del testo, bisogna dire: Erano assidui

alle riunioni comuni;

a quelle riunioni nelle quali essi s'incoraggiavano, si esortavano e si ammaestravano a vicenda. Il confondere questa con l'idea che segue, e dire come fa il Martini: Erano assidui alla comune frazione del pane, è cosa erronea. Il Baumgarten, l'Olshausen, lo Heckett vedono in questa "comunione" ( κοινωνια) "il comunismo dei beni". Ma di questo "comunismo" non c'è traccia nel testo fino a più tardi, ai versetti 44, 45 e alla fine del Capitolo 4. Poi, come dice bene il Barde, per designare la comunicazione d'un qualcosa, fatta da un individuo ad un altro, il κοινωνια dev'essere accompagnato da qualche altra parola così che ne determini il senso: non lo si può usare così, in senso assoluto Romani 15:26; 2Corinzi 8:4. Il Lightfoot vede nell'indicazione di un'agape, che finisce con la Santa Cena. Il Bengel, il Meyer, il Lechler, il Barde interpretano, come fo io, il κοινωνια per "comunione fraterna".

Il rompere il pane è nel Nuovo Testamento il modo più antico di significare la Cena del Signore. È, molto probabile, nota il Lindsay, che la Cena del Signore fosse dai primi convertiti celebrata ad ogni loro pasto serale. E il Barde dice: "Si tratta probabilmente del pasto preso in comune e cominciato, come fece il Salvatore ad Emmaus, rompendo il pane, e terminato con la celebrazione della Cena (le αγαπαι di Giuda 12). Da molto tempo, la comunione col Maestro appariva agli occhi dei discepoli sotto l'imagine d'un convito. Fra loro, dànno adesso forma e corpo alla immagine; si radunano per i loro pasti e li concludono con la commemorazione della morte del Signore. Il nostro testo non parla che di pane. Non caviamo di qui il corollario dei commentatori cattolici, che, dicono: "Vedete?... eccovi un argomento per la comunione che dev'essere d'una sola specie!...". Questa esegesi può essere incoraggiata dalla Vulgata, che parla della "communicatio fractionis panis;" ma è esegesi inesatta, com'è inesatto ed erroneo, in questo luogo, il tradurre della Vulgata.

Nelle orazioni, che in tutta la loro grande varietà salivano a Dio come un profumo d'odor soave. Ho detto più sopra che i primi convertiti furono aggiunti alla Chiesa in un tempo di "risveglio"; ecco la prova che "il risveglio" era stato cosa vera e cosa profonda. Ogni risveglio religioso, se è genuino, è sempre seguito da un ardente amore per la preghiera. Quest'articolo nelle orazioni ha indotto qualcuno ad accentuare la cosa al punto da veder qui una prova del fatto che la Chiesa, in questi suoi primordi, aveva già delle formule di preghiere. Ma a confutare questa opinione basti il citare Atti 1:14 dove, il testo dice: tutti costoro perseveravano nella preghiera.

43 Ed ogni persona avea timore.

Tutta la gente era in apprensione, dice forse meglio il Martini. Lo scrittore sacro vuol descrivere la impressione che questo risveglio religioso produceva sugli animi di tutti, anche degli inconvertiti. Se accostiamo queste parole del verso 43 al verso. 47, vediamo che triplice era cotesta impressione. Tutti erano in apprensione; erano invasi da un sentimento misto di reverenza e di timore (verso. 43); capivano che in tutto quello che avveniva sotto ai loro occhi, c'èra qualcosa di straordinario, di soprannaturale; e il popolo li circondava di rispetto e li guardava di buon occhio (verso. 47 a); e fra i tanti, ogni giorno qualcuno si arrendeva alla evidenza dei fatti, si decideva per il Signore, ed era dal Signore aggiunto alla Chiesa (verso. 47 b). E dire che questa era la stessa folla di mezzo alla, quale era uscito poco prima il motteggio: "Sono pieni di vin dolce!..." Atti 2:13.

I segni sono tutte le prove che della legittimità della missione apostolica Iddio dava in via soprannaturale per mezzo degli apostoli stessi. Di questi segni e di questi miracoli vedremo degli esempi nei capitoli seguenti.

Alcuni codici, fra i quali il Sinaitico, aggiungono alla fine del verso. 43 queste parole, che il Martini ha nella sua traduzione:... si facevano dagli apostoli in Gerusalemme; tutti erano compresi da un senso di profondo rispetto. ( φοβος τε ης μεγας επι παντας)

44 E tutti coloro che credevano erano insieme

( ησαν επι το αυτο); erano uniti in una medesima cosa; formavano una cosa sola; vivevano assieme, si potrebbe tradurre con lo Stapfer; intendendo questo non in senso assoluto, ma in senso relativo; non nel senso, cioè, che vivessero tutti in un medesimo luogo, ma nel senso che spessissimo si trovavano assieme, ora qua Atti 1:15; 2:1, ora nel tempio Atti 2:46, ora in casa di questo o di quest'altro fratello ora raccolti a fraterni conviti, che presto si chiameranno appunto agapi ( αγαπαι), che vuol dire: dimostrazioni d'amore (Giuda 12; 2Pietro 2:13 confr. con 1Corinzi 11:17 e seg.).

45 Ed aveano ogni cosa in comune; e vendevano le possessioni, ed i beni;

O, se si vuol esprimere la differenza: e vendevano i loro beni immobili e mobili;

e li distribuivano,

ossia: ne distribuivano il ricavato

a tutti in proporzione del bisogno di ciascuno.

Siccome avremo a tornare sul soggetto, studieremo questo fatto importante, commentando Atti 4:32-37; 5:1-10.

46 Perseveravano...

erano assidui al Tempio.

Ogni giorno, di pari consentimento.

Il di pari consentimento è nel greco un avverbio ( ὁμοθυμαδον) che vuol dire: unanimemente, tutt'insieme, e simili.

Tutti i giorni nel Tempio alle ore stabilite per la preghiera Atti 3:1; 10:9 ecc. Siamo ai giorni dell'infanzia della Chiesa. La Chiesa nacque all'ombra del Tempio dal seno della Sinagoga, che le fu, purtroppo, più matrigna che madre. Ci vorrà del tempo prima che la Chiesa si emancipi completamente dal giudaismo; e siccome non v'ha emancipazione che non sia stata preparata dal sangue, vedremo più innanzi Paolo diventar l'eroe di quella emancipazione, che Stefano ha preparata col sacrificio della propria vita. Tutto questo, a suo luogo. Qui lo scrittore sacro ci presenta la Chiesa in un momento storico importantissimo. I convertiti di questo momento storico adorano l'Iddio dei padri loro nel Tempio con tutti gli altri pii giudei, ed al tempo stesso formano quella vivente comunità cristiana, che abbiamo in questi versetti ammirata.

Rompendo il pane di casa in casa. Il rompere il pane, come ho notato già al ver. 42, accenna alla commemorazione dell'ultima cena del Maestro coi suoi. Il di casa in casa ( κατα οικον Atti 5:42) è meglio tradotto per in casa; ogni famiglia, in casa propria, rompeva il pane. Il tempio era il santuario comune, in cui i cristiani adoravano l'Iddio dei loro padri; le fraterne raunanze, il santuario in cui assieme si rallegravano dell'allegrezza della salvazione, che Cristo avea loro assicurata; la famiglia era il loro santuario domestico, privato; non a parole, com'è spesso ai nostri giorni; ma per davvero, e nel senso più alto e spirituale della espressione.

Prendeano il cibo insieme con letizia e con semplicità di cuore.

Si tratta ancora del santuario domestico; quindi, quell'insieme, che potrebbe far credere che si tratti di pasti collettivi, fuori di cotesto privato santuario, va tolto. Meglio tradurre così: prendeano il loro cibo con letizia ecc. E il passo avvalora quello che ho detto al vers. 42; è più che probabile, dire è quasi certo, che i primi cristiani celebravano in casa, ed alla fine del loro pasto serale, la Cena del Signore.

Con letizia.

Chi meglio del cristiano può goder pienamente dei beni temporali? In ogni cosa egli vede un dono del suo Padre celeste; e godendo di cotesti doni, egli "gusta quanto sia buono il Signore" 1Pietro 2:3.

Con semplicità di cuore; vale a dire, con cuor puro e sincero, contento di quel che Dio manda, e scevro d'ogni bollente bramosia di quel "superfluo" che il mondo agogna, ma che è purtroppo sovente la ruina della vita dello spirito 1Timoteo 6:6-10. Nota la parola greca αφελοης (classico αφελεια); essa vale, alla lettera, quello che non è pietroso; da φελλευς terreno roccioso e l' α privativa.

47 Lodando Iddio;

benedicendolo, cioè, ringraziandolo, esaltandolo per tutte le sue grandi ed ineffabili benignità.

Ed avendo grazia appo tutto il popolo.

Meglio il Martini: Ed essendo ben, veduti da tutto il popolo. Il testo dice: trovando favore ( εχοντες χαριν) presso tutto il popolo. Era impossibile che uno spettacolo edificante come quello che i primi convertiti offrivano, non facesse una qualche solenne e salutare impressione su quelli che li circondavano.

Ed il Signore aggiungeva alla chiesa ogni giorno coloro che erano salvati.

Il Signore è qui probabilmente il Signor Gesù, il Capo della Chiesa Efesini 1:22; ma può anch'essere l'Iddio d'Israele del quale Pietro ha così spesso parlato nel suo discorso. La parola Chiesa manca, in alcuni codici (Sinait. Alessandr. Vatic. ed altri); e invece delle parole τη εκκλησια (alla Chiesa) essi hanno επι το αυτο che la Vulgata traduce per in idipsum, e il Martini per: aggiungeva alla stessa società ecc. Ad ogni modo è un fatto che si tratta della Chiesa. La Recepta aggiunge τη εκκλεσια a καθ' ἡμεραν e unisce l' επι το αυτο al principio di 3:1: Pietro e Giovanni salivano per una medesima via... Ma l'è tirata pei capelli. Chi aggiungeva Egli il Signore alla sua Chiesa?Coloro che aveano ad esser salvati diceva originariamente la traduzione diodatina. Qui salvi fierint dice S. Girolamo nella Vulgata; e il Martini: gente che si salvasse. Sono tutti modi errati. Il testo originale dice τους σωζομενους; e non può esser tradotto altrimenti che così: Il Signore aggiungeva alla Chiesa ogni giorno quelli che erano salvati; o i salvati; non quelli che dovevano esser salvati; ma quelli che già erano salvati. La Chiesa è la società dei credenti; è la riunione dei salvati. Ella non può salvare alcuno. È a Cristo e non alla Chiesa che dobbiamo rivolgerci se vogliamo esser salvati; e quando, per la fede in Cristo, abbiamo ricevuto la salvazione, è allora che diventiamo per diritto e di fatto dei membri della Chiesa.

Riflessioni

1. Le cinque caratteristiche della Chiesa primitiva non debbono esser qui dimenticate.

1) Assiduità nell'attendere alle istruzioni apostoliche; la Chiesa primitiva dunque non era soddisfatta di quel che già sapeva; voleva crescere nella conoscenza di Dio; e non una parola usciva dalle labbra degli apostoli, che non fosse subito raccolta, tesoreggiata, meditata, assimilata da quelle anime assetate delle cose di Dio.

2) Assiduità nell'attendere alle riunioni fraterne. Quei primi fratelli si sentivano deboli e si radunavano per fortificarsi assieme; si sapeano pochi e sentivano il bisogno di contarsi spesso; essi vedeano l'orizzonte oscurarsi; e, stringendo le file, si preparavano alle lotte avvenire.

3) Assiduità nel rompere il pane. La commemorazione della morte di Gesù si celebrava nella Chiesa primitiva ogni volta che i fratelli si raunavano per offrire a Dio il loro culto. La comunione era parte integrale del culto primitivo; era l'Evangelo in simboli; l'Evangelo, cioè, che, dopo essere stato annunziato nell'adunanza in parole, veniva annunziato per via dei simboli del pane e del vino; era un atto semplice, che non richiedea né apparato di forme, né persone ecclesiasticamente qualificate per amministrarlo; era un atto così semplice, che nel santuario domestico stesso poteva essere santamente celebrato. L'aver ridotto la comunione a cosa di tre o quattro volte all'anno, ha alterato il carattere dell'atto, che è diventato ormai un qualcosa di tanto severo, di tanto grave, che il più delle volte sgomenta. La Santa Cena non è più una santificata festa di famiglia: è il misterioso sacramento, parato a lutto e circondato dai fulmini dell'undecimo capitolo della prima ai Corinti; i quali fulmini, giustamente provocati da abusi locali, non hanno nulla che fare né con la origine né con lo spirito della istituzione.

4) Assiduità nella preghiera. La preghiera non dà la vita; in Cristo e la vita; ma la preghiera, che porta fino a Dio ( προς (τον θεον) ευχη) il sospiro della Chiesa sulle ali della fede, muove il cuore di Dio a concedere quei santi battesimi dello Spirito Atti 4:24-31 che risvegliano quelli che dormono, che raffermano i deboli e trasformano i già forti in eroi.

5) Carità di fatti e non di parole; spirito di abnegazione non teorico ma pratico. E di questo, a più tardi. Intanto, non ci lasciamo sfuggire l'occasione di ammirare qui il commentario vivente delle divine parole di Giovanni: 1Giovanni 3:17-18. Il Martini, annotando il vers. 42, dice: Ed erano assidui alle istruzioni ecc. Sembra che qui si adombrino le tre parti del sacrifizio cristiano; l'orazione, l'istruzione e la comunione del corpo del Signore, la qual comunione indubitatamente s'intende per la frazione del pane. E di queste tre parti è stata sempre, ed è tuttora, composta la Messa. Fra il culto cristiano e la Messa, c'è un abisso. La Messa è, come la chiama il Martini, il sacrifizio cristiano; il culto non è un sacrifizio; è la manifestazione esterna dei sentimenti più intimi d'un'anima redenta; L'espressione dei sentimenti di fede, di adorazione, d'amore, che l'anima nutre per il suo Dio. E poi; qual comunione di spirito può avere il popolo col prete nelle orazioni della Messa? E nelle istruzioni impartite per mezzo della Messa, chi ci capisce nulla? E alla comunione dell'altare chi partecipa oltre al sacerdote? A veder nella Messa la riproduzione esatta del culto primitivo ci vuol, sul serio, la vista acuta!

2. La Chiesa, quando è quello che dev'essere, s'impone all'attenzione di tutti. Anche quelli che sono o per leggerezza di carattere o per aviti pregiudizi poco ben disposti verso di lei, bisogna che si fermino dinnanzi ad un fatto così solenne e straordinario. A cotesto "fermarsi" tien dietro una indefinibile sospensione d'animo, che, se non conduce addirittura alla conversione, desta nel cuore degli osservatori un sentimento di rispetto e di segreta ammirazione.

3. Ponete mente al santuario domestico della Chiesa primitiva. Gioia, sincerità di cuore, piena contentezza in mezzo ai beni largiti dalla mano del Padre, gratitudine verso la Provvidenza, simpatia profonda per tutti quelli che soffrono, carità di fatti e non di parole, ecco i sentimenti che sublimano quel santuario domestico primitivo, in cui Gesù spiritualmente si muove ed è ogni giorno ricordato con la commemorazione dell'ineffabile sacrificio del Golgota!

4. La Chiesa non è l'edificio materiale; non è, disposizione più o meno artistica di pietre morte; è organismo spirituale di pietre viventi 1Pietro 2:4-5. La Chiesa non è l'arca che salva i moribondi in mezzo al diluvio della umana corruzione; ma è la società dei già redenti, la fratellanza 1Pietro 5:9 dei già salvati, la famiglia di Dio, di cui una parte milita in terra, mentre l'altra è già glorificata nei cieli Efesini 3:14-15.

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